APPROCCIO DEL PENSIERO NORMATIVO ALLA QUESTIONE CONTROVERSA DEI DIRITTI
UMANI
Nel dibattito teorico recente se si vuole affrontare la questione dei diritti umani in modo non
retorico, non si può non collocare questo tipo di interrogativi al plurale e quindi è necessario
un approccio pluralistico, cioè porci il problema dei diritti umani nella società multiculturale.
La questione dei diritti umani rimanda inevitabilmente all’idea di uguaglianza, MA parlare di
diritti umani per le donne e diritti umani per gli uomini è diverso: è importante quindi
riferirci ai diritti non solo dei cittadini in senso di uomini ma anche di donne.
Storicamente la prima donna che sostenne i diritti per le donne fu ghigliottinata e ciò avvenne
quando nulla vietava che fossero sanciti uguali diritti per tutti gli uomini. Questa paladina dei
diritti umani che proclamò il principio dell’umanità e quindi dell’inviolabilità (cioè diritti per
tutti) si scontro con quella concezione che all’epoca della rivoluzione francese, pensava e
ragionava sui termini di universalità e umanità solo con riferimento al genere uomo.
Occorre dunque chiedersi: questo problema è superato? Quando parliamo in termini
universalistici e di umanità inglobiamo anche le donne in questo nostro pensiero?
La risposta è NO, il problema è ancora pienamente presente infatti.
Oggi nella società multiculturale, donne e uomini, con riferimento ai diritti umani (non solo
quelli scritti) nei processi materiali, hanno effettivamente una parità di accesso o di condizioni?
Spesso si fa riferimento alla donna come fosse una categoria affiancata ad altre categorie
(come le persone con disabilità), non è solo un problema di lessico, perché questo spesso cela
la realtà dei fatti. Oltretutto affiancare la categoria femminile ad altre minoranza è un’azione
di discriminazione.
La condizione femminile non deve però essere senza speranza, e non lo è, infatti essa può
essere universalizzata a partire dal contesto concreto.
QUINDI partiamo dall’affermare che cos’è l’umanità?
Smith e Zolo danno una visione critica dei diritti umani, per loro oggi è furviante e pericoloso
dire umanità anche dal punto di vista concettuale, ragionare in questo modo secondo i due
autori può essere un modo concreto per violare i diritti umani. Mentre Smith affermava ciò
negli anni ’30, periodo in cui l’impostazione sociale era statocentrica (lo Stato al centro di
tutto); Danilo Zolo dice lo stesso negli anni ’90 però con un percorso ideologico diverso, ma
che approda allo stesso problema. Egli sostiene che talvolta utilizza il concetto di “umanità”
solo una parte, quella parte che vuole escludere o eliminare l’altra parte. Zolo pertanto si
rivolge alla questione con un problema: quello di giustificare o meno una guerra, un
intervento militare in un contesto che vuole tutelare o difendere i diritti umani (interventi
bellici, “guerre di pace” che rappresentano un problema per la tutela effettiva dei diritti
umani). Ad esempio la guerra nella ex-‐Jugoslavia (1999), su tale intervento infatti c’è stato un
ampio e acceso dibattito tra i filosofi del diritto. Tale intervento bellico da qualcuno fu definito
un intervento a tutela dei diritti umani, una guerra non solo giusta, ma una guerra umanitaria,
legittima e giustificabile sulla base dei criteri di giustizia. In questo senso si può osservare
come il processo argomentativo (un qualcosa di astratto) sia stato utilizzato da molti filosofi
come un qualcosa che giustifichi un intervento militare concreto (e non astratto).
MA proprio Zolo vede gli effetti collaterali che un intervento bellico può avere: esso può
tutelare i diritti umani di qualcuno, ma c’è qualcun altro che sarà colpito da tale intervento.
èquindi dire &
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