Il percorso storico degli Elfi
“Essere chiamati giovani ci faceva veramente venire i nervi, perché noi non volevamo essere giovani artisti, volevamo essere artisti. Adesso, ripensandoci, facevano proprio bene a chiamarci giovani perché ne avevamo tutte le caratteristiche anche di presunzione nel nostro cuore” (Elio De Capitani)
Il teatro dell’Elfo viene fondato nel 1973 da un gruppo di giovanissimi attori. Esordio con “Zumbì. Ballata di vita e di morte della gente di Palmares” (Augusto Boal, regia di G. Salvatores / debutto al Centro di Ricerca Culturale Lepetit).
Il nucleo principale della compagnia è costituito da Gabriele Salvatores, regista, (dalla fine degli anni ’80 egli andrà dedicandosi sempre di più al cinema), Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Luca Toracca, Thalia Istikopoulou, Ida Marinelli e Corinna Agustoni.
Il loro è un teatro alternativo a quello di tradizione, che si sviluppa sull’idea promossa da Strehler e Grassi di “un teatro d’arte per tutti”. Si chiamano elfi perché sono leggeri e creativi, ma anche un po’ cattivelli; hanno tutti vent’anni, provengono da esperienze fra loro differenti, ma credono nel ruolo sociale e politico del teatro. Non hanno padri ispiratori, non hanno padroni, ma hanno precisi punti di riferimento: di Milano per esempio ammirano il Piccolo Teatro della direzione di Paolo Grassi, ossia il processo di decentramento da questi attuato.
È un gruppo di giovanissimi che sente la necessità di comunicare, di condividere, di divertire e di divertirsi: il teatro diviene un mezzo per rompere gli schemi, per esprimere la propria volontà di cambiare il mondo; e proprio per questo motivo trova il proprio spazio al di fuori del teatro tradizionale. Un teatro dunque politico, sociale e popolare, facilmente fruibile da tutti poiché diretto e coinvolgente e poiché abbraccia l’esigenza di decentramento di quegli anni.
Tutti fanno tutto. Questa la parola d’ordine degli inizi dell’avventura degli Elfi: sono gli attori a caricare e scaricare i camion, ad allestire la scena, a cucire gli abiti… Le prime rappresentazioni della compagnia possono essere identificate sotto la denominazione di teatro-festa: si sceglie di puntare sulla centralità dell’attore, sulla parola, sull’uso del corpo, facendo uso di maschere, burattini e acrobazie quasi da teatranti di strada. Fine primo e ultimo di queste prime esibizioni è la compartecipazione tra attori e pubblico, entrambi parte di uno scambio reciproco di emozioni e sentimenti.
La musica ricopre un ruolo fondamentale nel teatro di questa compagnia, tanto da divenire una costante: essa trasmette un’energia incredibile, soprattutto se esercitata dal vivo, scatenando un fortissimo impatto sul pubblico: è questo che gli Elfi cercano, un mezzo speciale che leghi teatranti e pubblico ancor più di quanto non faccia già la performance. Collaborazione con gli Stormy Six, il Gruppo Folk Internazionale, Demetrio Stratos, la Pfm…
La compartecipazione tanto ricercata dagli Elfi non sta soltanto nella condivisione di un’idea, ma anche nella modalità gioiosa utilizzata per esprimerla.
Il rapporto con il pubblico
“Attori e spettatori appartengono al medesimo contesto socio-culturale, giovani animati dagli stessi desideri, dalle stesse ambizioni e proprio per questo così vicini” (G. Salvatores)
Come già affrontato, obiettivo primo ed ultimo degli Elfi è la compartecipazione fra attori e pubblico. Scrivono De Capitani e Bruni: “[…] Ogni spettacolo, per chi sta sul palco e per chi siede in platea, diventa la nuova tappa di un viaggio alla scoperta di sé, del mondo, della storia […] Convinti che il teatro debba riaffermare con forza il suo ruolo centrale nella cultura del nostro paese, che rappresenti un momento imprescindibile nella costruzione di una comunità e che sia uno strumento di lettura della realtà quanto mai necessario […] Questo per noi oggi, come da sempre, è il senso del nostro lavoro: un’esplorazione da compiere insieme all’altra metà del teatro, gli spettatori. […]”
Gli Elfi e gli spettatori si scelgono gli uni con gli altri; spettatori che ammirano e premiano quel coraggio che ancora il teatro italiano fatica ad avere e che diventano garanti della libertà degli attori. Non ancora in possesso di una “casa” gli Elfi, volendo mantenere un rapporto non occasionale bensì costante con il pubblico - dichiara Cristina Crippa -, iniziano a collaborare con le cosiddette radio libere, prima fra tutte Radio Popolare. Le radio libere in virtù della liberalizzazione delle frequenze nacquero in Italia negli anni ’70 come funghi, e fecero molta differenza nella diffusione di modi di fare e di idee che cambiarono il volto del paese.
Se inizialmente quello dell’Elfo è un pubblico principalmente coetaneo al gruppo teatrante, un pubblico entusiasta della partecipazione al cosiddetto “teatro-festa”, a partire dagli anni ’90 (nel frattempo gli Elfi hanno trovato una sala, quella di via Ciro Menotti e si sono guadagnati il successo grazie al Sogno di una notte d’estate, 1981 – un musical rock da Shakespeare che vede come regista Gabriele Salvatores e l’accompagnamento musicale della Pfm, divenuto poi spettacolo cult della compagnia) anche il pubblico, a sua volta, subisce un mutamento: ora si va all’Elfo non più per assistere al teatro-festa, ma per assistere a qualcosa che soltanto gli Elfi sanno fare e che negli altri teatri non c’è.
La ricerca di una stabilità
All’inizio della loro avventura gli Elfi non possiedono né una sede stabile, né una sala prove, né un magazzino. La maggior parte delle volte recitano dove possono, portandosi dietro tutto l’occorrente di scena; ad ospitarli sono il Teatro Uomo di Fiorenzo Grassi, il Teatro Verdi, il Teatro Officina, ma anche centri sociali, primo fra tutti il Leoncavallo. Collaborano inoltre, come già detto, con radio libere quali Canale 96 e Radio Popolare.
Ma presto l’originaria forma di associazione culturale non risulta più in grado di rispondere alle necessità del gruppo, il quale sente il bisogno di crescere, anche strutturalmente. Nel 1975 nasce la Cooperativa di lavoro a responsabilità limitata Teatro dell’Elfo: questo nuovo assetto consente ora di ampliare e consolidare l’attività, dal momento che la cooperativa può accedere ai prestiti bancari e dunque acquistare mezzi di produzione, effettuare investimenti a lunga durata (primo acquisto fu, non a caso, un camion).
“Nascevamo come gruppo ma avevamo una grande voglia di diventare un teatro con una casa” dice Cristina Crippa. Evidente è dunque, sin dall’inizio, la volontà degli Elfi di perdurare nel tempo e di non essere un semplice fenomeno di passaggio.
Nel 1979 viene loro concessa la loro prima sede teatrale: il teatro di via Ciro Menotti (XCine), concesso in affitto dal Comune di Milano. Appena ottenuta la sala gli Elfi decidono di svuotarla e rivoluzionarla: “[…] l’abbiamo rasato a zero. Noi volevamo la libertà. Il primo mutamento dell’Elfo come sede è stato avere un teatro e distruggerlo subito. C’è una forza nella distruzione che è una forza creatrice” - De Capitani.
Nel 1986 si ha la prima collaborazione con il Teatro di Porta Romana, collaborazione che si concretizza con la prima edizione del festival internazionale Milano Oltre, incentrato sulla danza contemporanea. Entusiasti della collaborazione ben riuscita e desiderosi di ampliarsi ulteriormente, nel 1992 gli Elfi si uniscono definitivamente al Teatro di Porta Romana, creando un unico grande organo teatrale stabile: Teatridithalia o Teatri d’Italia (in onore della Musa del teatro Thalia e di tutti i teatri d’Italia), con in aggiunta la dicitura “Elfo Porta Romana Associati”.
Da qui in poi ovviamente sia pubblico che produzione si fanno più corposi; così, sotto la direzione di Bruni e De Capitani – in ambito artistico – e di Fiorenzo Grassi – in ambito organizzativo – si dà il via a una gestione molto più imprenditoriale della struttura, a partire dal consolidamento di alcune partnership con importanti istituzioni produttive italiane.
A inizio anni 2000 la sala di Porta Romana viene identificata come da demolire, pertanto gli Elfi si trovano costretti ad abbandonarla, dividendo la programmazione fra Teatro dell’Elfo e Teatro Leonardo da Vinci, sala generosamente messa a disposizione da “Quelli di Grock”.
Conscio sin da metà anni ‘90 delle difficoltà logistiche, Fiorenzo Grassi lotta affinché Teatridithalia disponga di uno spazio teatrale più ampio: viene individuato il Teatro Puccini di Corso Buenos Aires, acquistato dal Comune nell’89. Dopo lunghe trattative finalmente nel 2000 viene firmato con il Comune di Milano un contratto di concessione ventennale: il cantiere viene aperto nel 2004 e i lavori si concludono nel 2010.
Il Teatro Elfo Puccini dispone ora di 3 sale: Shakespeare (500 posti), Fassbinder (300 posti) e Bausch (100 posti). Nel 2011 gli Elfi decidono di acquisire il titolo di impresa sociale, poiché la cooperativa sembra non esser più lo strumento adatto per un grande teatro d’arte contemporanea, indipendente e gestito da artisti. Si passa dunque da cooperativa teatrale in cui la mutualità è rivolta ai soci, a impresa sociale che esercita stabilmente un’attività economica volta alla produzione, allo scambio di beni e di servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale senza alcuno scopo di lucro e a destinare dunque gli utili.
-
Riassunto esame Storia del Teatro e dello Spettacolo, prof. Bentoglio, libro consigliato Il Teatro dell'Elfo (1973-…
-
Riassunto esame Storia del teatro, prof Bentoglio, prof. Bentoglio, libro consigliato Storia del teatro dell'occide…
-
Riassunto esame Storia del Teatro e dello Spettacolo, prof. Cambiaghi, libro consigliato Il Teatro di Strehler, Ben…
-
Riassunto esame Storia del teatro, prof. Bentoglio, libro consigliato Storia del teatro dell'occidente, Bosisio