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Seconda messa in scena di Fassbinder è “La bottega del caffè” (1991),

rivisitazione dello stesso dell’opera goldoniana (ancora regia a quattro mani da

parte di Bruni e De Capitani).

Ambientazione è una Venezia sporca e cupa, un luogo degradato abitato da

personaggi altrettanto degradati e caricaturali ( la recitazione è enfatica e ad

ognuno di essi è attribuita una diversa inflessione dialettale); la scenografia è

costituita da una piscina colma d’acqua che occupa l’intero spazio scenico. La

rivisitazione di F. vede lo spettacolo concludersi tragicamente e violentemente con

l’omicidio di Don Marzio, l’antagonista.

Nella stagione ’98-99 debutta invece “I rifiuti, la città e la morte”, testo tramite il

quale Fassbinder si proponeva di sdoganare il tabù dell’antisemitismo. Di fatto poi

la piéce fu largamente criticata, poiché scambiata essa stessa per antisemita. E’ la

storia di una giovane prostituta, Roma B e della sua storia prima con il protettore

Franz – che si scoprirà a seguito omosessuale – e poi con il ricco ed intoccabile

speculatore edilizio A., ebreo. Questi vuole vendicarsi del padre di Roma, ex

ufficiale nazista responsabile della morte dei suoi genitori e che ora si esibisce

come cantante travestito. Il susseguirsi degli eventi conduce Roma a allo straziante

ma ardente desiderio di morire: soltanto A. si dimostrerà in grado di amare davvero,

uccidendo la donna.

TONY KUSHNER: è con la messa in scena del suo colossal americano “Angels in

America” che gli Elfi inaugurano nel marzo 2010 il multisala Elfo Puccini: una

maratona di circa sette ore costituita da due parti: Il millennio sta arrivando e

Perestroika.

Le tematiche principali di questo spettacolo (poi reso anche mini serie televisiva

trasmessa dalla HBO) sono sì universali, ma strettamente legate alla storia

americana, motivo per cui inizialmente Bruni e De Capitani si mostrarono diffidenti

di fronte alla sua realizzazione; “poi c’è stato l’11 settembre. Il mondo è diventato

d’improvviso più brutto, più pericoloso, ma anche, stranamente, più piccolo” (F.

Bruni). Sono queste tematiche l’AIDS, malattia che sta a simboleggiare il germe

della corruzione ormai insito all’interno della società; le identità e le ipocrisie

politiche, razziali e religiose; i rapporti di potere, ecc. Kushner sceglie di accrescere

la carica provocatoria dell’opera inserendo figure realmente esistite: Roy Cohn e i

coniugi Rosemberg, condannati a morte con un’accusa pretesto perché comunisti.

La stessa visione politico-religiosa di Kushner è molto complessa: egli,

omosessuale, sposa

il proprio compagno in una chiesa sconsacrata alla presenza di un rabbino donna

dichiaratamente lesbica.

MARK RAVENHILL: Bruni ne esplora la drammaturgia per la prima volta nel 2000

con “Bagaglio a mano”; nel 2010 invece la Sala Fassbinder viene inaugurata con

la messa in scena di “Shopping and fucking”. E’ la storia di un gruppo di giovani

ragazzi privi di ambizioni e valori morali, dediti solo ed unicamente al sesso, allo

shopping e alle droghe. “Questi personaggi […] ricordano molto la disperata

vuotezza dei personaggi del Grande Fratello” (F. Bruni); non a caso una televisione,

rivolta verso la scena, trasmette ininterrottamente per tutta la durata dello

spettacolo anche spezzoni del famoso reality. Del medesimo autore è anche lo

spettacolo “Polaroid molto esplicite” (2003), regia di De Capitani. E’ uno

spettacolo che vuole mettere in scena il senso di vuoto derivante dallo scontro fra

due generazioni incapaci di comunicare fra di loro (50enni falliti e 30enni non

ancora falliti ma che probabilmente falliranno).

ALAN BENNETT: “History Boys”, messo in scena nel 2010 (ancora una regia a

quattro mani per Bruni e De Capitani): preso in esame è il rapporto tra allievi e

maestri e la trasmissione del sapere, nella quale la scuola dovrebbe ricoprire un

ruolo cruciale. La scenografia riproduce un’aula di una Grammar School inglese: un

gruppo di giovani ragazzi si appresta ad affrontare il test d’ammissione alle grandi

università di Oxford e Cambridge. A guidarli sono professori fra di loro assai diversi:

Hector, stravagante insegnante di inglese, convinto che la cultura svolga un

compito essenziale nella formazione umana del singolo e nell’apertura mentale

dello stesso (ma i cui atteggiamenti, da un punto morale, appaiono alquanto

discutibili); Mrs Lintott, docente di storia, determinata nell’affermare l’inconfutabilità

della verità fattuale e l’importanza della memoria quale presupposto per affrontare

la vita; Irwin, giovane docente “arruolato” dal preside della scuola perché renda gli

studenti più competitivi, per il quale la cultura altro non è che strumento malleabile

purché consenta di raggiungere i propri scopi. Insegnanti che dunque possono sì

rappresentare un modello per gli studenti, ma che come questi si trovano a dover

combattere le proprie frustrazioni e i propri fallimenti.

TENNESSEE WILLIAMS: L’incontro con l’autore avviene al di fuori del Teatro

dell’Elfo, causa le condizioni economiche di questo che non lo permettevano. Nel

1993 viene infatti affidata a De Capitani la regia di “Un tram chiamato desiderio” –

Teatro Stabile di Genova, protagonista Mariangela Melato. A seguire egli andrà

cimentandosi nella messa in scena di altri due spettacoli degni di nota dell’autore:

“Improvvisamente l’estate scorsa” e “La discesa di Orfeo”.

“Improvvisamente l’estate scorsa” = messo in scena nel 2011. Opera che racchiude

in sé tutte le tematiche del teatro di Williams, ossia l’odioso perbenismo –

conformismo – razzismo che permea la società dell’America del sud. Protagonista è

Miss Venable, una ricca signora che vive nel ricordo del figlio Sebastian, morto

misteriosamente in Portogallo l’estate passata. Unica a sapere la verità sulla sua

morte è la nipote della donna, Catherine, la quale appare agli occhi di questa

pazza: miss Venable chiama infatti un giovane neurologo al quale impone di

effettuare sulla giovane la lobotomia. Ma viene a galla la verità: la giovane ha

assistito alla morte di Sebastian – che si scopre essere omosessuale - , ucciso da

un gruppo di giovani poco raccomandabili e dediti ad una vita promiscua che,

compiuto l’omicidio, si cibano del corpo del ragazzo. La polemica contro il

perbenismo della società viene rappresentato da una madre che non vuole

riconoscere la vera natura del proprio figlio, anche a costo di lobotomizzare i

testimoni di quanto accaduto realmente = lobotomia sociale.

“La discesa di Orfeo” = messo in scena nel 2012 praticamente per la prima volta in

Italia. E’ un testo molto particolare che debutta con grande successo al festival di

Spoleto. Protagonista una donna infelicemente sposata la cui vita viene scossa

dall’incontro con un giovane molto perturbante: con questo intrattiene un rapporto

sessuale molto spinto. La struttura dello spettacolo è molto complessa: la

rappresentazione ha inizio con i protagonisti riuniti attorno a un tavolo pronti a dare

il via alle prove per il medesimo spettacolo / una voce fuori campo guida lo

spettatore nel corso della vicenda / accompagnamento di una chitarra elettrica

(Alessandra Novaga).

JOHN LOGAN: dell’autore l’Elfo mette in scena nel 2012 “Rosso” (alla regia

Frongia). E’ la storia del pittore americano impressionista Rothko – intellettuale

ascetico e controllato, ma irascibile e burbero allo stesso tempo – al quale, all’apice

del successo, viene commissionata un’opera grandiosa per il Four Season di New

York; egli inizialmente accetta e gli viene così affiancato un giovane apprendista

che però egli tratta come uno schiavo. Ma quanto questi gli chiede che cosa

significhi per lui l’arte, il pittore entra in crisi e decide di rifiutare l’incarico. Fulcro

dello spettacolo è il rapporto contrastante fra arte e mercato dell’arte.

3. GLI INTERPRETI DI UN TEATRO D’ARTE

CONTEMPORANEA

Abbiamo visto come negli anni ’70 le nuove realtà teatrali nascenti si trovino obbligate a

fare i conti con realtà preesistenti, in particolar modo con quella già consolidata dei Teatri

Stabili. E ancora abbiamo visto come fra tutte queste realtà a spiccare sia soprattutto la

compagnia dell’Elfo – un unicum all’interno del panorama teatrale contemporaneo – che

dal ’73 sino ad oggi è stato in grado di interpretare i segni e i sogni di qualsiasi epoca si

trovasse ad attraversare.

Mutaforma: così Elio De Capitani definisce l’Elfo. Un teatro mai uguale a sé stesso ma che

anzi si è da sempre proposto quale alternativa a se stesso; una grande famiglia che è

stata capace di sopravvivere per quarant’anni, forte del proprio passato ma con lo sguardo

sempre volto al futuro; un teatro all’interno del quale protagonista è la vita nei suoi drammi

e nelle sue gioie, nella sua corruzione sociale e nelle sue rivoluzioni; un teatro “scomodo”

che va a scavare nei territori più cupi e nascosti dell’animo umano, dalla sensibilità più

pura e celata all’irrazionalità, sino alle più animalesche passioni.

I modelli del Teatro dell’Elfo:

- il Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine = teatro-festa riscritture collettive,

improvvisazioni, esibizioni acrobatiche e canore…

- la Schaubüne di Peter Stein = stretto rapporto con l’ensamble (attori, scenografi, asrtisti)

da cui deriva la creazione di allestimenti frutto di una dialettica; predilezione per i testi

letterari.

- il Piccolo Teatro di Milano = modello vissuto in senso pratico più che teorico: l’Elfo vuole

agire su quell’idea promossa da Strehler e Grassi di “un teatro d’arte per tutti” ( 

decentramento ).

“Ragioni culturali ma soprattutto economiche tengono lontano il popolo dal teatro, mentre

il teatro, per la sua intrinseca sostanza, è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al

cuore e alla sensibilità della collettività, è il miglior strumento di elevazione spirituale e di

educazione culturale a disposizione della società”.

( Paolo Grassi)

I PROTAGONISTI DELL’ELFO

Gabriele Salvatores

Nasce a Napoli nel 1950 e nel primo decennio di vita dell’Elfo ricopre il ruolo “egemone” di

regista (pur accogliendo, secondo il clima di democrazia proprio dell’Elfo, apporti ed

elaborazioni provenienti dagli altri componenti). Salvatores debutta insieme alla

Compagnia nel 1973, con la messa in scena di Zumbì. Ballata di vita e di morte della

gente di Palmares. Segue nel 1975 1789, scene della Rivoluzione Francese (messe in

scena due rivoluzioni, quella francese e quella in atto in quegli anni di tensioni e scontri

sociali – generazionali), rappresentazione emblema del teatro – festa. Del 1977 è

Pinocchio Bazaar – frutto di un lavoro d’insieme effettuato durante un ciclo radiofonico di

Radio Popolare e Canale 96 – mentre del 1978 è Le mille e una notte, ancora un lavoro

d’insieme che sembra suggerire una fuga dalla realtà e un’evasione nell’immaginario e

che inoltre conferma l’Elfo quale fenomeno sociologico rivoluzionario. Nel 1979 Salvatores

inaugura la sede stabile di via Ciro Menotti con Satyricon (musiche di Demetrio Stratos)

che insieme al successivo Volpone, è uno spettacolo assai diverso rispetto ai precedenti:

viene meno la comicità immediata del teatro – festa e gli spunti umoristici vengono in

un’atmosfera velata d’angoscia. Il 1982 è l’anno della svolta: viene messo in scena Sogno

di una notte di mezza estate – che diverrà spettacolo cult dell’Elfo - , ma iniziano anche a

sorgere tensioni all’interno del gruppo. Da ricordare Comedians dell’86, spettacolo che

vede protagonisti Antonio Catania, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Bebo Storti..

Ma sarà nella settima arte che Salvatores troverà la piena realizzazione, andando

addirittura a vincere con Mediterrano l’Oscar come miglior film straniero (1991).

“ Senza quella strana famiglia, questa tribù con i suoi colori di guerra, quelle persone con

cui ridere e, a volte, piangere, senza le loro parole e i loro sguardi, senza gli Elfi, io,

personalmente, non ce l’avrei mai fatta. Io sono quello che io e i miei compagni del Teatro

dell’Elfo abbiamo voluto. Senza l’Elfo io oggi sarei un avvocato.”

(G. Salvatores)

Elio De Capitani

La vocazione per il teatro ed il coinvolgimento all’interno della Compagnia si manifestano

più per caso che per un’inclinazione personale. Anzi, ad essere precisi, l’elemento

scatenante del suo ingresso nel mondo teatrale fu l’innamoramento nei confronti di quella

giovane attrice già membro del gruppo, Cristina Crippa, oggi sua moglie. Ma sin dal

principio De Capitani fu in grado di mostrare non solo una grande versatilità nelle vesti di

attore e di regista, ma anche una notevole capacità nell’intuire quali fattori/strategie

potessero conferire al proprio collettivo una marcia in più. Lo si può dunque definire il

principale fautore del passaggio da quella che ai tempi costituiva “l’idea di Elfo” a quella

che poi, con il passare del tempo, si trasformò in “realtà dell’Elfo”. La sua lungimiranza si

nota da subito nella costituzione della Cooperativa del Teatro dell’Elfo: giuridicamente

riconosciuta essa può ora interagire con gli istituti di credito e perseguire la proprietà di

mezzi di produzione e strumentazioni tecniche stabili. Mirabili anche le sue prestazioni

nelle vesti di regista (debutto con Nemico di classe nell’83), nelle quali fonde la

spontaneità delle prime esibizioni dell’Elfo ma anche il rigore costruttivo dell’ensemble

della Schaubüne. Degno di nota il lavoro svolto per il suo primo spettacolo da regista, in

cui egli dichiara si operò molto sulla tensione, sul trovare quel “parlare fra me e te”; uno

spettacolo in cui fondamentale era la recitazione, ma una recitazione che apparisse il

meno possibile tale.


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viola_fr

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher viola_fr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del teatro e dello spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bentoglio Alberto.

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