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Teoria della letteratura

Capitolo 1: Ferdinand de Saussure

Tre fonti della teoria: Saussure, Freud, Heidegger

La moderna teoria della letteratura nasce da tre fonti: 1) la linguistica di Saussure; 2) la psicoanalisi di Freud; 3) l’estetica e la filosofia del linguaggio di Heidegger. Non a caso, dal 1963 al 1973, i lavori di maggiore originalità fanno riferimento ad almeno una di queste tre impostazioni.

Inizieremo da Saussure. Il Corso di linguistica generale è un’opera postuma, pubblicata nel 1916, a cura dei due allievi Bally e Sechehaye; il lavoro di sistemazione e presentazione della ricerca saussuriana appare discutibile; così nel 1968 è apparso il primo volume dell’edizione critica, che permise di valutare l’autentico pensiero saussuriano. L’importanza di questa operazione filologica non dovrebbe essere sopravvalutata perché l’edizione critica è apparsa quando la lezione di Saussure era stata già assimilata, non ha creato nuove suggestioni, se non per certi studiosi; ma anche perché i difetti della “vulgata” non avevano impedito ai lettori attenti di acquisirne la formidabile novità.

Oggi occorre recuperare la ricchezza della prospettiva e di alcune enunciazioni, rapidamente banalizzate, del Corso. La banalizzazione deriva dalla difficoltà di staccarsi da antichi pregiudizi e da una tendenza a esemplificare.

Che cos’è un segno? L’arbitrarietà-convenzione

Per Lepschy, l’efficacia delle idee saussuriane si è manifestata nel “fascino esercitato da un gruppo di dicotomie” che offrono delle chiavi che permettono di “scorgere aspetti centrali del funzionamento del linguaggio”. Queste coppie antitetiche sono: “langue e parole” (lingua ed esecuzione), “sincronia-dicronia”, “significante-significato”, “sintagmatica-paradigmatica”. Spicca la distinzione tra langue e parole, che Saussure indica come la “prima verità” del suo sistema di linguistica generale e che Hjelmslev ha definito “tesi primordiale” del Corso.

Saussure presenta l’arbitrarietà del segno come “primo principio”. Le due tesi non si contraddicono; Saussure usa due concezioni dell’“arbitrarietà del segno”: una arbitrarietà-convenzione e una nozione originale di arbitrarietà sistemica.

Arbitrarietà può voler dire che il legame tra un significante e significato non dipende da alcuna motivazione: la lingua italiana usa la sequenza di suoni s-o-r-e-l-l-a, l’inglese s-i-s-t-e-r, per entrambi il significato è una persona di sesso femminile che ha in comune con un’altra l’essere nata dagli stessi genitori. Qui arbitrarietà indica che non c’è alcun rapporto interno tra le sequenze di suoni che esse esprimono.

“Sorella” è un segno, appartiene a quel sistema di segni che è la lingua italiana. Ogni lingua è un sistema di segni e ogni segno è un’entità a due facce, il significante e significato. Il segno è una totalità costituita dal rapporto tra un significante e significato, e può essere 1) arbitrario, 2) motivato, 3) misto. Nelle lingue naturali la maggioranza dei segni si fonda sull’arbitrarietà; le uniche eccezioni possono essere le onomatopee, ma osserva Saussure, il loro numero è limitato e “non sono mai elementi organici di un sistema linguistico”.

Segni motivati, fondati su un rapporto di motivazione tra significante e significato, sono riscontrabili nel linguaggio gestuale o visivo “il simbolo della giustizia, la bilancia, non può essere sostituito in maniera convincente da alcun altro simbolo”. Saussure usa il termine simbolo per indicare i segni motivati. I casi misti: il gesto di inchinarsi di fronte a una persona per devozione è un segno motivato; inchinarsi dinanzi all’imperatore nove volte è il risultato di una convenzione.

Per incontrare il vero significato di “arbitrarietà” nel Corso, bisogna attendere il capitolo del “il valore linguistico”, con lo schema dei flussi.

L’arbitrarietà sistemica - “La lingua è il regno delle articolazioni” - Lo schema dei due flussi

Saussure osserva che i linguisti e filosofi, hanno sempre riconosciuto che senza l’aiuto dei segni, non si potrebbero distinguere chiaramente due idee: “il pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato. Non vi sono idee prestabilite, niente è distinto prima dell’apparizione della lingua”.

Se ci rivolgiamo al mondo dei suoni la situazione è analoga. Tale situazione può essere rappresentata in uno schema nella cui parte superiore vediamo scorrere il flusso delle idee confuse, in quella inferiore quello dei suoni. Su questo duplice flusso la lingua ha un’azione articolatoria con una serie di “tagli”, suddivisioni, che istituiscono i segni. Le suddivisioni sono contemporanee e contigue. Le idee sono circoscritte non appena il piano confuso dei suoni viene frazionato in porzioni. La lingua è “una serie di suddivisioni contigue proiettate, nel medesimo tempo, sia sul piano definito delle idee confuse, sia su quello dei suoni”.

La concezione spontanea del linguaggio può essere descritta così: davanti a noi si stende il mondo degli oggetti (anche le persone), governato dal principium individuazioni. Il mondo si compone di individualità riconoscibili in base a principi naturali. Secondo questa concezione esisterebbero delle articolazioni “naturali”, delle frontiere che delimitano ogni ente e gli conferiscono un’identità, che aspetta di essere nominata. Questa è la concezione della lingua come nomenclatura, che si può far risalire al passo della Bibbia in cui Adamo assegna nomi alle creature.

Se la lingua fosse una nomenclatura, il rapporto tra linguaggio e realtà sarebbe un rapporto gerarchico, fondato: a) sull’anteriorità delle cose rispetto ai segni; b) sull’anteriorità del significato rispetto al significante. Cioè: le cose produrrebbero nella nostra mente dei riflessi che sarebbero identici in tutti gli uomini; per comunicare le loro tracce mentali dovrebbero accordarsi su un elenco di significanti: per indicare una persona di sesso femminile, che ha in comune con un’altra l’essere nata dagli stessi genitori, gli italiani scelgono il significante /sorella/, gli inglesi /sister/.

Saussure critica radicalmente questa concezione. L’idea della lingua nomenclatura sembra trovare origine anche nella filosofia greca. Aristotele: “suoni e lettere risultano segni, delle affezioni dell’anima, che sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti, identici per tutti.”

Questo passo propone uno schema a quattro livelli: le cose, le immagini mentali delle cose, i segni orali, i segni scritti. Lo schema è gerarchico e a senso unico, in quanto il livello I (le cose) potrebbe esistere indipendentemente dal livello II (immagini che le cose imprimono nell’anima); il livello II non è condizionato dal livello III (suoni), perché le immagini delle cose si formerebbero in modo identico per ogni uomo.

Ciò che importa è la diffusione e la durata di questo modello, riproposto costantemente nella cultura occidentale. È un modello referenzialista, perché assegna un ruolo decisivo al referente, all’oggetto, rispetto al segno, il dominio degli oggetti rispetto ai segni è schiacciante.

Saussure ha voluto affermare l’autonomia dei segni, della lingua, rispetto ai referenti. Non è stato il primo a rivendicare l’autonomia del linguaggio ma se si fosse limitato a ciò la sua opere non sarebbe stata così innovativa. Il suo merito sta nell’aver collegato il concetto di “articolazione” con quello di “sistema”. Se la lingua va intesa come “regno delle articolazioni”, non dobbiamo dimenticare che le articolazioni sorgono in modo sistemico: ogni segno trova la sua identità nei rapporti che lo distinguono dagli altri segni.

L’identità del segno è il suo valore - Le metafore di Saussure

In un sistema, l’identità di un elemento coincide col suo valore. Valore è “l’identità sistemica”. Perché Saussure usa un termine della sfera economica? Il Corso è ricco di metafore, quella economica si rivela adatta a far comprendere che l’identità del segno è relazionale, cioè che un segno è fatto di rapporti.

Una moneta può essere scambiata: a) con una merce, un oggetto; b) con altre monete. Nel primo caso lo scambio è tra elementi dissimili, nel secondo è tra elementi simili (una moneta da un euro con due monete da 50 centesimi). La parola orso evoca l’amico di Mowgli nel Libro della giungla. Un segno può essere “scambiato” (sostituito) con un oggetto: ma il segno può essere sostituito anche da altri segni, equivalenti o più sviluppati: lo si può scambiare con una definizione più concisa, /orso/ diventa “grosso mammifero, corpo tozzo, pelo folto con zampe e artigli, che vive nelle foreste”, oppure una descrizione più lunga e libera.

Nel caso della moneta, i rapporti “orizzontali” (quelli interni al sistema monetario) sono più rigidi: il loro numero può essere più o meno grande, non implica creatività. I rapporti tra segni possono essere molto creativi; Coleridge “nessuna analogia cammina su tutte e quattro le gambe”: bisogna saper apprezzare le analogie che camminano su più gambe e diffidare su quelle che poggiano su una gamba sola.

Quella di Saussure è una buona metafora ma non l’unica: nel Corso la lingua viene paragonata a una sinfonia, al gioco degli scacchi, a un fiume che scorre sempre; ciascuna metafora coglie la lingua in una prospettiva diversa. La capacità di rinnovare le proprie metafore è una caratteristica di molti dei principali grandi pensatori: Freud dirà che le “descrizioni in psicologia possono farsi solo con l’aiuto di similitudini. Ma siamo costretti a mutare frequentemente le nostre metafore, nessuno può servirci a lungo”.

Nella lingua non vi sono se non differenze

I rapporti “orizzontali” tra i segni formano un “sistema di valori puri”, sono definiti dalle relazioni reciproche. L’identità di un segno è negativa e differenziale: un segno è se stesso nella misura in cui non è nessuno degli altri elementi del sistema. Per Saussure il valore delle lettere dell’alfabeto è “puramente negativo e differenziale; una persona può scrivere t in diverse varianti; la sola cosa essenziale è che questo segno non si confonda con quello di l, d…”.

Poco importa la maniera di esecuzione di un segno: la sua forma non ha importanza se non entro i limiti imposti dal sistema; Saussure afferma “nella lingua non vi sono se non differenze”.

Tradizionalmente l’identità viene definita tramite un elenco di proprietà; ad es: quella zolletta di zucchero è bianca, cubica, dolce; poi ci sono anche proprietà disposizionali come la solubilità. Attribuire un’identità significa classificare?

L’impostazione sistemica di Saussure non è conciliabile con quella classificatoria. Una zolletta di zucchero può essere definita in modo soddisfacente mediante le sue proprietà. Per molti studiosi la concezione “proprietaria” è applicabile anche agli esseri umani. La semiologia saussuriana rifiuta tale concezione. Un segno è definito da limiti di variazione imposti dal sistema. Troviamo un’estrema varietà di esecuzioni individuali, e vincoli forse invisibili ma non superabili dalla volontà del singolo.

L’identità del segno e la “realtà” del sistema - La lingua è un sistema virtuale - La distinzione tra “langue” e “parole”

Un segno, cioè un elemento del sistema, ha qualche esistenza (realtà) al di fuori delle esecuzioni individuali? Per Saussure “la lingua può paragonarsi a una sinfonia, la cui realtà è indipendente dal modo in cui la si esegue; gli errori commessi dai musicisti che la eseguono non ne compromettono la realtà”.

Quale è la realtà del segno? Un segno esiste in quanto fa parte di un sistema. Va riformulata la domanda: qual è la realtà del sistema? La risposta che troviamo nel Corso è problematica. Ecco i punti fondamentali:

  • Sono i parlanti (e scriventi) che fanno esistere un sistema: “la lingua esiste nella collettività come una somma di impronte depositate in ciascun cervello”.
  • Una collettività è una somma di individui, la lingua esiste in ogni individuo. Ma la lingua sfugge alla volontà individuale, essa viene modificata solo dall’iniziativa dei singoli individui, ma nessun individuo è padrone della lingua. Ogni giorno qualcuno inventa una parola nuova; alcune innovazioni si impongono, altre no. Il processo di cambiamento è misterioso.
  • La lingua come sistema può essere modificata dal singolo ma solo indirettamente. Consideriamo una lingua in cui esista il dittongo -ae; se qualcuno lo sopprime scrivendo “Cesar” invece di “Caesar”, commette un errore. Il suo errore non minaccia il sistema. Ma se l’errore viene riproposto un’infinità di volte, da numerosi individui, esso genera nuove abitudini e verrà accolto nel sistema.

Considerando questi tre punti; quale è la modalità di esistenza (realtà) della lingua? La lingua è un sistema virtuale, un campo di possibilità. Saussure “un sistema grammaticale esistente virtualmente nel cervello di un insieme di individui, perché la lingua non è completa in nessun individuo, ma esiste perfettamente solo nella massa.”

Insieme a “la lingua è il regno delle articolazioni”, questa è più saussuriana del Corso. Ve ne sono altre: la lingua (langue) “è un fatto un tesoro depositato dalla pratica della parole nei soggetti appartenenti a una stessa comunità”; la lingua sociale”; “un prodotto che l’individuo registra passivamente”.

La distinzione tra il sistema-lingua e le sue molteplici realizzazioni/esecuzioni è una distinzione fondamentale. Tra la lingua, come sistema virtuale, e le sue realizzazioni concrete vi è interdipendenza: la lingua non esiste al di fuori delle sue esecuzioni. Dal punto di vista temporale, la realizzazione ha la precedenza; è la singola realizzazione che va evolvere la lingua. Il sistema-lingua e le sue realizzazioni “sono strettamente legati e si presuppongono a vicenda; tutto ciò non impedisce che esse siano due cose distinte”.

La lingua come sistema appartiene alla virtualità, le realizzazione concrete appartengono alla realtà effettuale.

  • Sistema: virtuale-sociale-essenziale-registrazione passiva
  • Realizzazioni: effettivo-individuale-accidentale-elaborazione attiva

Contro la lingua-contratto e la lingua-strumento

Nell’edizione ufficiale del Corso il concetto di sistema tarda ad apparire; sarà presentato in maniera adeguata solo nella parte seconda, dopo circa 120 pagine. Il concetto di sistema come “insieme organizzato di virtualità” viene nascosto e spostato sullo sfondo, a favore dell’idea tradizionale della lingua come istituzione sociale, insieme di abitudini sociali.

Saussure dice chiaramente che l’immagine della lingua come contratto è fuorviante, perché un contratto è un insieme di convenzioni stipulate volontariamente dagli individui. A questa idea si oppongono diverse considerazioni:

  1. Dato che nessuno è padrone della lingua: “il segno sfugge sempre in qualche misura alla volontà individuale e sociale”. Solo le esecuzioni hanno un padrone, l’individuo.
  2. Dato che neanche la massa può esercitare la sua sovranità sulla lingua: “la lingua non può essere assimilata a un contratto puro”. Un contratto viene stipulato liberamente, mentre non c’è alcuna libertà di scelta in rapporto alla lingua: essa è una “cosa che si subisce”.
  3. Dato che “il segno linguistico sfugge alla nostra volontà”, deriva la fondamentale differenza tra la lingua e le altre istituzioni sociali.

L’edizione ufficiale del Corso presenta dei difetti, nell’ordine di esposizione, che non dovrebbero essere sottovalutati. Il rischio è far prevalere una visione di tipo sociologico: “quando ci si accorge che il segno deve essere studiato socialmente, si fallisce l’obiettivo, perché i perdono di vista i caratteri che appartengono solo ai sistemi semiologici in generale e alla lingua in particolare”. La lingua è un sistema di virtualità, non un insieme di abitudini.

Alla distorsione sociologica si aggiunge quasi sempre la fallacia convenzionalista: il linguaggio appare come un insieme di legami convenzionali tra significanti e significati. Questa visione è sbagliata perché reintroduce l’idea della lingua-nomenclatura: ci sarebbero delle idee preesistenti e gli individui si accorderebbero sui significanti mediante cui esprimerle.

Pensare alla lingua come istituzione sociale conduce fuori strada: si immagina la lingua come strumento, che dei soggetti già costituiti usano per designare un mondo di oggetti già delimitati e articolati. Saussure ha affermato il contrario: la lingua è il regno delle articolazioni; non un contratto. Per Saussure noi “siamo parlati dal linguaggio”.

Una nuova scienza, la semiologia - Perché il segno non è “teologico” (l’equivoco di Derrida)

Nel Corso si incontrano formulazioni più tradizionali che devono essere lette alla luce delle novità e non viceversa. Tra le proposte più rivoluzionarie, vi è quella di una nuova scienza.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vventrella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria della letteratura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Bova Annaclara.
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