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Uomini e case tra Occidente e Oriente

Cap. 1 I Germani

Giulio Cesare per primo ha indicato con il nome di Germani le popolazioni stanziate al di là del Reno (limes romano). Le tribù germaniche al tempo di Tacito abitavano in un paese irto di selve e pieno di paludi, sterile di alberi da frutta e ricco di bestiame, in cui gli uomini validi erano guerrieri mentre le donne si occupavano di agricoltura, allevamento, cura della casa, della famiglia. Questi gruppi praticavano un’agricoltura elementare, senza l’uso di concimi e il riposo annuale dei campi perciò erano costretti ad abbandonare con regolarità le terre perché erano diventate improduttive spostandosi per cercarne di fertili.

Il loro tessuto insediativo era caratterizzato dall’assenza di città e dalla presenza di città a maglie larghe, le cui abitazioni erano costruite interamente in legno. L’edilizia perciò è elementare basata sullo sfruttamento delle risorse ambientali, il legno rimanda a strutture destinate a durare poco tempo. I cibi e bevande derivavano in parte dallo sfruttamento delle vaste aree incolte e in parte da un’agricoltura di sussistenza, essi si cibavano anche di frutti selvatici e selvaggina.

La vita comunitaria rivestiva un ruolo importante; la foresta improntava su di sé la loro vita quotidiana dominando anche il loro immaginario (tutte le tribù avevano i loro boschi e foreste sacri), e fornendo il legno (essenziale per la costruzione).

I nomadi delle steppe

Essi sono di stirpe iranica o mongolica, vivevano negli spazi tra Cina ed Ungheria; essi influenzarono le stirpi germaniche più orientali con le quali vennero in contatto spingendosi verso Occidente. In primo luogo sui Goti, popolazioni nomadi che basavano la loro sussistenza sull’allevamento del bestiame, infatti queste popolazioni si procuravano i mezzi di sostentamento muovendosi lungo un’orbita fissa all’interno di determinati territori, centrale nella loro vita era il cavallo. Il sistema nomadico, per gli autori bizantini, era incentrato su: cavallo base dell’alimentazione e del sistema militare, sulla mancanza di sedi stabili, sulla guerra come fonte di arricchimento, sulla poliarchia tribale.

Nell’ultimo trentennio del IV sec. si imposero gli Unni, la cui partenza dalle sedi originarie nella steppa pontica diede avvio alla prima ondata migratoria all’interno dell’impero romano. Gli uomini dell’epoca li descrivevano come: brutti, curvi, tanto da potere essere ritenuti animali bipedi o simili a tronchi grossolani, essi non toccano mai la stiva di un aratro, non sono mai protetti da un edificio evitandoli anzi come fossero tombe. Questi uomini vivevano praticamente in sella tanto che il cavallo era una sorta di estensione del cavaliere, essi si nutrono di erbe selvatiche e di carne semicruda che riscaldano tra le loro cosce e il dorso del cavallo.

Gli Alani invece sono presentati come alti di statura e belli, meno selvaggi nel tenore di vita e negli abiti, essi non coltivano ma si nutrono di carne e latte e se ne stanno sui carri; quando essi trovano prati ricchi di erba essi sistemano i carri in forma circolare e si nutrono come bestie, questi carri sono le loro abitazioni ovunque si rechino.

I Turchi abitano invece sotto tende di feltro, trasferendosi lungo un circuito annuale in cerca di acqua e pascoli, le loro occupazioni principali sono l’allevamento del bestiame e la caccia. La yurta, la tenda di feltro, è sintomi di un progresso tecnico nell’organizzazione della vita (da carro/abitazione a carro/tenda) essa poteva dunque essere smontata, trasportata ed edificata autonomamente o rimanere costantemente montata sul carro. Questo popolo di lingua turca esercitava sia agricoltura che allevamento e conduceva una vita seminomade. Dalla primavera all’autunno vivevano nella steppa riparandosi sotto le tende, mentre in inverno si ritiravano in città dove avevano costruito stabili abitazioni, istituendo nel 652 anche una capitale: Itil.

Slavi, Ungari, Normanni

Dal VII sec. fino al X-XI fecero la loro comparsa nuovi barbari: Saraceni, Slavi, Ungari e Normanni. Gli Slavi sotto la spinta dei Goti avevano iniziato a spostarsi in varie direzioni e dal VII sec. essi si stanziarono stabilmente nelle terre invase, superando il confine balcanico, la spinta verso occidente si arrestò ai tempi di Carlo Magno. Gli Slavi praticarono l’agricoltura per garantirsi il sostentamento, oltre alla pastorizia, alla caccia, la pesca e la raccolta di frutti e funghi. I loro primi stanziamenti erano costituiti da piccoli agglomerati ubicati in luoghi di facile accesso all’acqua; vivevano in comunità i cui legami non erano solo di sangue ma derivavano anche dall’opera collettiva di colonizzazione della terra. In seguito si formarono anche villaggi più consistenti, aventi nelle regioni occidentali pianta circolare e alcuni dei quali si dotarono anche di cinta muraria (essa era spesso solo il luogo in cui ci rifugiava in caso di pericolo e dove si compivano i riti religiosi).

Sono state riconosciute tre tipologie costruttive che ebbero lunga vita:

  • Nella zona della foresta: isba costruita con tronchi scortecciati incastrati gli uni sugli altri, essa poteva appoggiarsi sul terreno o essere sopraelevata su palafitte. Queste abitazioni non erano fatte per durare nel tempo e venivano continuamente abbandonate. La suddivisione interna prevedeva pochi vani: uno dei quali riscaldato dal focolare, il fumo fuoriusciva attraverso uno sfogo sul tetto o la porta.
  • Nella zona della steppa: chata fatta di argilla, sassi e sabbia, rami d’albero o canne intrecciate, poggiava direttamente sul suolo.
  • Nella zona della steppa boschiva: zemljanka era per metà interrata ed era generalmente di forma rettangolare; al di sopra della cavità si innalzava un muro basso di tronchi e rami intonacati con fango sul quale si posava un tetto a due spioventi ricoperto con terra.

Tre elementi caratterizzavano le abitazioni di molte regioni: affumicatoio, silos sotterraneo e sauna. I bagni riscaldati erano sistemati in fosse. Gli Slavi scavavano nel terreno silos sotterranei profondi (anche 2 o 3 m) per immagazzinare i cereali nelle zone dal sottofondo asciutto. Le loro pareti erano state seccate con il fuoco e ricoperte di paglia, una volta riposti i cereali l’imboccatura veniva sigillata con l’argilla. Per conservare il pesce invece in mancanza del sale lo si faceva essiccare al sole, conservava in mezzo alla cenere o lo si affumicava.

Il legno era la materia base per la costruzione di abitazioni: per le proprietà termiche era il materiale edile che meglio assolveva alle esigenze richieste dalle condizioni climatiche dell’Europa centrale. Nelle zone dal sottofondo umido le strutture erano conficcate nel terreno o interrate; in quelle dal sottofondo umido si gettavano fondamenta di travi; per le parti sopraelevate si usava la tecnica dei tronchi d’albero al naturale sovrapposti orizzontalmente e incastrati alle estremità (block bau) oppure si impostava un telaio di pali riempito da un traliccio di salici (flechtwerk). In entrambi i casi le pareti potevano essere intonacate con un miscuglio di argilla e i tetti erano ricoperti di paglia, canne, tavole di legno o zolle di terra.

Per il riscaldamento e la cottura dei cibi il fuoco veniva acceso su focolari aperti; la luce proveniva per lo più dalla porta d’ingresso quindi fumosità e oscurità caratterizzavano le abitazioni. Gli oggetti d’uso casalingo erano scarsi e poco diversificati nell’assortimento.

Verso la fine del IX sec. fece comparsa nell’area danubiano-pannonica l’etnia degli Ungari, che nel X sec. si stanziò definitivamente in Pannonia, consolidando una nuova patria da cui in seguito partirono per compiere razzie contro l’Occidente. Sconfitti nel 955 da Ottone I si stabilizzarono nel loro territorio, si convertirono al cristianesimo e si organizzarono come regno autonomo che divenne un baluardo rispetto alla minaccia di invasione di altre stirpi di cavalieri nomadi.

Per lungo tempo essi furono pastori nomadi, ma già nel corso del VIII-X sec. parte di essi si stabilirono in villaggi fissi abbandonando la pastorizia per l’agricoltura e l’allevamento. Gli Ungari cominciarono ad abbandonare gradualmente la tenda e le abitudini di vita errante a vantaggio della costruzione di abitazioni permanenti e per dedicarsi ad agricoltura e allevamento più stanziale. La loro attività di cavalieri venne messa a frutto in attività belliche di saccheggio e razzie contro i regni occidentali.

La ricerca archeologica ha documentato l’affermazione di una società stanziale: già dal X sec. il tessuto insediativo era caratterizzato dalla presenza di villaggi a maglie larghe o piccolissimi agglomerati all’interno dei quali potevano coesistere tende e abitazioni fisse (che nel corso del tempo divennero prevalenti). La tipologia abitativa più diffusa era la casa monofamiliare, per metà interrata, di forma rettangolare o quadrata e di modeste dimensioni (la lunghezza dei lati andava dai 3 ai 5 m). I muri in alzato erano di graticcio, mentre il tetto era a due spioventi per lo più ricoperto con canne o paglia. L’abitazione consisteva in un solo locale, con il pavimento coperto di terra battuta o ricoperto di legno o di pietre. Il focolare era in pietra o argilla ed era posto di fronte o di fianco all’entrata, a livello o scavato nel pavimento o ricavato da una parete dell’abitazione. All’esterno poteva essere presente un forno usato non solo per cuocere ma anche per seccare o affumicare i cibi; silos interrati per conservarvi i cereali, un pozzo, per gli animali si preferivano stabbi.

All’interno dell’abitazione per conservare gli utensili si ricavavano nicchie dalla parete interrata, nella quale si scavavano anche sedili, pagliericci che fungevano da letto. Il vasellame era in legno o ceramica (documentata una buona produzione), diffusa era l’attività metallurgica che si fondava sulle tecniche consolidate da lunghissimo tempo, diffusa per la produzione di manufatti non domestici.

Una struttura attestata dal X sec. è il fortino di terra: l’interpretazione di questi insediamenti è ancora incerta, essi infatti potevano essere luoghi di rifugio, di residenza dei capi nelle province (con annesse prigioni) o centri della vita ecclesiastica.

Dalla fine del VII sec. è attestata l’apparizione di nuove genti provenienti dalla Scandinavia, gli abitanti di queste terre si spostarono alla ricerca di nuove condizioni di vita e lo fecero via mare; si distinguevano: Danesi, Gotar, Svedesi, Norvegesi, Svedesi. Nelle fonti latine essi erano indicati come Normanni o Vichinghi, l’espansione di questi popoli si mosse lungo diverse vie: i Norvegesi verso le isole baltiche, Scozia, Irlanda, Francia del nord, Islanda; i Danesi verso: coste meridionali del mare del nord, Inghilterra; gli Svedesi nell’area baltica e risalendo i fiumi fino al Mar Caspio, Mar Nero e Bosforo.

I Normanni erano contadini, artigiani, mercanti e guerrieri: in patria erano soprattutto agricoltori, avevano il diritto di portare le armi; gli artigiani oltre all’edificazione delle case avevano il compito della costruzione delle navi. Avvezzi al commercio associato alla pirateria crearono attorno al Baltico una serie di mercati fortificati dove vendevano ed acquistavano prodotti. Il tessuto insediativo (in questo territorio di ampi spazi forestali) era costituito da piccoli borghi in Svezia e Danimarca, da fattorie isolate in Norvegia e Islanda. Le singole comunità erano costituite dalla famiglia, essa era una famiglia allargata unita da forti legami di solidarietà. Era diffusa la tipologia costruttiva della Hallenhaus: costituita da un unico ampio locale, lungo circa 12 metri, le pareti longitudinali, costituite da assi di legno graticciato, tendevano a incurvarsi leggermente, mentre il tetto era ricoperto con tavole di legno, paglia e zolle erbose, la luce proveniva attraverso la porta di ingresso mentre l’interno era rischiarato dalla luce del fuoco; mentre vicino alla casa vi erano rustici e servizi.

Lo spazio interno, luogo di lavoro e della vita sociale, era arredato semplicemente: lungo le pareti vi erano banchi di legno delimitati da assi di legno che fungevano da sedili e tavoli, qualche cassone ligneo, i letti erano mobili e venivano sistemati solo alla sera, al centro della stanza vi era il focolare che forniva riscaldamento e luce, riguardo agli utensili la famiglia cercava di fabbricare da sé tutto ciò che poteva esserle utile.

Cap. 2 Campagne tra tardo antico e alto Medioevo

Tra I e II sec. i ceti dirigenti della società romana possedevano i latifundia, che organizzavano e disciplinavano vaste masse rurali di schiavi o piccoli coltivatori liberi; convivevano così latifondo e piccola proprietà. I principi organizzativi delle villae ispiravano anche la piccola proprietà: in esse erano presenti quattro o cinque stanze raccolte attorno ad un corridoio centrale, circondate da servizi, rustici ed edifici per la manodopera; in epoca romano fu preferita la pietra al legno.

La crisi che investì il sistema economico imperiale tra II-IV sec. si manifestò con una crisi agricola e della organizzazione produttiva ad essa sottesa: la grande proprietà a conduzione schiavistica. Tra IV-V sec. in una fase di difficoltà economiche, di decadenza delle città, di grave difficoltà di sopravvivenza per il ceto dei medi e piccoli coltivatori, divennero strutture di aggregazione anche dal punto di vista insediativo le grandi azienda agrarie. Esse godevano spesso di una condizione di immunità fiscale, erano coltivate solo in parte e gestite da un sistema a conduzione mista (affermatasi quando il sistema di conduzione schiavistico era entrato in crisi). La gestione indiretta consisteva nella lottizzazione di parti consistenti della proprietà in poderi affidati a un colonato contadino costituito da schiavi affrancati e liberi coltivatori, i cui diritti e doveri erano fissati collettivamente da regolamenti apposti per le singole proprietà. Dunque tra V e X sec. la campagna divenne sempre più il luogo primario di organizzazione della vita economica e sociale. L’impatto tra popoli barbari e aristocrazia: in Gallia si formò una nuova aristocrazia mista e la continuità tra gruppi sociali dominanti, ciò favorì la sopravvivenza delle grandi proprietà e delle loro forme gestionali; il sistema curtense altomedievale aveva il suo fulcro nell’introduzione capillare delle corvée. Nella penisola italiana invece l’invasione longobarda della metà del VI sec. provocò una frattura con il passato: si affermarono nuovi ceti dirigenti e nuovi modi di gestione fondiaria; i grandi e medi proprietari vennero sostituiti dalla diffusione della piccola proprietà espansione della grande proprietà fondiaria si accompagnò solo in seguito alla conquista franca alla progressiva affermazione del sistema curtense.

Tipologia di casa contadina

La dimora rurale è il fulcro funzionale di una azienda agraria ed è la sintesi delle attività che si svolgono al suo interno. Risulta però difficile individuare delle tipologie ben precise poiché le varianti potevano essere dovute a molti fattori (condizione sociale, attività economico-produttive, modalità di conduzione della terra, tempi di permanenza del nucleo familiare, ubicazione).

  1. Casa a corte: la si può riscontrare dai primi secoli del Medioevo; questo tipo di schema organizzativo si può riscontrare in diversi ambiti territoriali, ciò che cambiava era l’estensione complessiva, l’articolazione sul piano dei servizi accessori del nucleo abitativo, la disponibilità di uno spazio adibito alla vita privata. Essa poteva essere aperta o chiusa (recintata di norma). Questo era un nucleo edile complesso, l’abitazione era circondata da numerosi rustici e servizi, edifici separati che fungevano da forno, cucina, cantina, locale per la vinificazione, magazzino, stalla, granaio, fienile, tettoia. Una corte centrale in cui c’era l’aia e l’orto, poteva esservi il pozzo. Tutti questi elementi erano percepiti unitariamente e il più delle volte erano racchiuse da recinzioni o fossati. Il focolare domestico, punto di riferimento della famiglia, era circonfuso da un’aura di sacralità. Lo schema del nucleo a corte è caratterizzato dalla frammentazione degli elementi insediativi, dalla divisione dello spazio domestico, di lavoro, di allevamento, di deposito. Nei secoli posteriori al Mille la struttura a corte caratterizzava le abitazioni all’interno dell’alta pianura lombarda.
  2. Longa domus: accoglieva sotto lo stesso tetto uomini e bestiame, l’ambiente poteva essere unico o avere dei divisori che isolassero gli uni dagli altri. Questo tipo di abitazione è documentato nell’area continentale e insulare del Nord Europa. Queste case rettangolari e assai lunghe, variando nelle dimensioni, erano divise in due parti da una leggera travatura lignea: la parte più grande era per gli animali e quella più piccola per gli uomini.
  3. Casa a struttura unitaria: un unico edificio costituito da un vano multiuso o partito al suo interno in cui coabitavano uomini e animali. Questo genere di abitazione era il rifugio della parte più povera della popolazione contadina e la costruzione prevalente all’interno di centri demici e incastellati. Il popolamento delle campagne era organizzato intorno al villaggio, esso costituiva un’unità amministrativa e fiscale e poteva configurarsi come un centro demico tendente all’accentramento. La sua popolazione era diseguale socialmente e ciò si rifletteva sul livello qualitativo delle costruzioni, i materiali da costruzione erano quelli tradizionali facilmente reperibili in loco (pietra, mattoni, legno).
  4. Casae solariatae: queste tipologie insediative erano meno diffuse a causa sia delle conoscenze architettoniche richieste sia del costo maggiore sia in termini di materiale e manodopera (spesso necessita nella loro costruzione).
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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