Storia medievale
La metamorfosi del mondo romano e la fine dell'impero in Occidente
Nei due secoli che precedettero la caduta dell’impero romano d’Occidente (476 d.C.), si verificò una profonda trasformazione che di fatto diede via al collasso di quell’organismo politico che aveva esercitato la propria egemonia in larga parte del Mediterraneo e dell’Europa. Nella prima metà del III secolo Roma vive un periodo di relativa tranquillità e di successi militari, tuttavia con la fine della dinastia dei Severi si arriva al periodo dell’Anarchia militare. Le strutture militari che servivano a contenere i popoli delle frontiere cedettero, e più volte i Romani furono sconfitti (sia da popolazioni ad Oriente sia da quelle d’Occidente).
Nel IV secolo addirittura la crisi militare aveva raggiunto un livello così alto da determinare trasformazioni politiche e amministrative, in questi anni di fatto avvennero le modifiche più importanti: aumento del divario tra ricchi e poveri, cristianizzazione dell’impero, insediamento di popoli Barbari nei suoi confini, ampliarsi del divario tra Oriente e Occidente. Nel V secolo, i movimenti di questi popoli, fecero emergere in Occidente una nuova società, una società senza l’impero.
L'impero nel III secolo
Verso il 200 d.C. l’impero romano comprendeva un territorio che comprendeva tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo e si prolungava ad Ovest, nell’Europa occidentale e nella Britannia (fino ai valli di Adriano e Antonino Pio), mentre ad Oriente il suo confine arrivava alla Mesopotamia. Il numero di abitanti si aggirava intorno ai 50 milioni, e al vertice della società vi era un’aristocrazia ristretta e molto acculturata (in grado di parlare, scrivere e leggere greco e latino), proveniente dalla città e dotata anche di grandi proprietà fondiarie. L’aristocrazia romana combatteva ormai da un secolo solo guerre difensive, e aveva così perso la sua originaria identità militare, e questo di fatto sarà un fattore decisivo.
Il grande mutamento era però avvenuto nel I secolo a.C., con le guerre civili, quando il potere e le proprietà dell’aristocrazia senatoria erano state minacciate da homini novi, plebei arricchiti, cavalieri. I primi imperatori, si appoggiarono all’aristocrazia senatoria, al ceto conservatore; tuttavia con la fine delle guerre d’espansione il ceto produttivo era di fatto messo da parte, visto che ormai non vi erano più le ricchezze prese dalle sconfitte. Di fatto il tesoro venne speso per amministrare e mantenere l’impero, ma già dal II secolo le uscite erano superiori alle entrate, a ciò va anche aggiunta la pressione dall’estero, con i Barbari alle porte lo scambio monetario calò di molto. La paura è così grande che nel 271 d.C. l’imperatore Aureliano arrivò a cingere Roma con delle nuove mura; gli imperatori sono dunque mossi da necessità come queste, di fatto dall’età dei Severi (193-235) a Diocleziano (283-305) e Costantino (312-337), le riforme fondamentali che furono portate avanti in questo periodo non solo riuscirono a ristabilire la pace alle frontiere, ma ebbero anche effetti sulla sfera economica, politica e sociale.
Le riforme del IV secolo
La nuova organizzazione dell’esercito, composto da 600.000 uomini, aumentò i costi del doppio; e le spese furono mantenute con l’innalzamento della pressione fiscale, che necessitò anche di un’espansione burocratica. La risposta alla crisi, non essendoci una programmazione economica, fu politica, bloccare i prezzi e redistribuire le ricchezze. Nacque così una grande macchina statale centralizzata, il vero modello delle successive monarchie nazionali.
Le necessità economiche portarono a escludere l’aristocrazia senatoria dai ruoli di comando promuovendo militari che avevano fatto carriera partendo da ceti umili; di fatto la società del IV secolo è fatta da homini novi, figli di liberti come Diocleziano o pastori come Galerio, ansiosi di uniformarsi all’aristocrazia romana attraverso l’acculturazione. Gli homines novi del IV secolo, tramite i soldi delle imposte, diedero vita ad una rinascenza artistica; tuttavia il mantenimento di questo stato tardo-romano faceva riferimento solo sulle imposte ormai, ed esse divenivano sempre più alte, nel 350 l’imposta fondiaria era uguale a 1/3 del reddito di un contadino. Chi poteva cercò dunque di sottrarsi (legalmente o no) alla tassazione, con il risultato che i tributi andarono a pesare sulle classi più umili.
La separazione tra Oriente e Occidente
Una separazione netta si verificò anche tra le città: la diminuzione delle ricchezze portò alla decadenza dei piccoli centri urbani e alla crescita di quelli maggiori, allo stesso tempo si verificò anche una localizzazione delle aristocrazie, fenomeno che si accelererà in età costantiniana. Incisero anche altri fenomeni, la divisione della carriera civile da quella militare decisa da Costantino, l’ingresso di elementi germanici nelle gerarchie militari. Inoltre scomparse la distinzione tra la ordine senatorio e ordine equestre, cosa che ampliò il vertice della società imperiale, senza ridurre però lo scarto con la base.
Inoltre, sempre sotto Costantino, i vescovi divennero guide delle società urbane; nel frattempo le imposte in natura assunsero un ruolo maggiore rispetto a quelle in denaro. La società di fatto si ancorava alla dimensione locale, attraverso il patronaggio, per cui vescovi, grandi proprietari terrieri, notabili locali divenivano punti di riferimento per la popolazione. La differenziazione tra Oriente e Occidente introdusse il decentramento politico, e a scapito dell’uniformità erano esaltate le realtà locali, e questo processo fu accelerato da Costantino, che spostò (tra il 324-330) la capitale a Bisanzio, che divenne Costantinopoli. Tuttavia questo processo si impose definitivamente con il concilio di Calcedonia (451 d.C.) e con la morte di Valentiniano III (455 d.C.).
Di fatto l’Oriente è un altro mondo rispetto all’Occidente, infatti il commercio e la produttività in quest’area dell’impero avevano un ruolo molto più importante che ad Ovest. In Oriente non si era verificata la grande divaricazione tra grandi centri e piccoli, tra ricchi e poveri, i contadini pagavano le imposte senza rinunciare ai profitti, in Occidente invece i cittadini si rifugiavano nelle campagne dove erano costretti a lavorare da grandi proprietari terrieri. Le esigenze di trasformazione dell’impero in Oriente furono soddisfatte dalla crescita economica, in Occidente la mancanza di questa crescita determinò il tracollo dell’impero.
L’ultima fase di vita dell’impero occidentale si aprì con pressioni di popoli alloctoni, tra 403-407 d.C., che attraversano le frontiere ormai indifese e investono l’impero, addirittura nel 410 a.C. i Visigoti di Alarico saccheggiano Roma. Le differenze tra Oriente e Occidente stanno anche nell’apparato militare, in Oriente sono mantenute le istituzioni romane e c’è un forte anti-Barbarismo, forte nelle classi elevate, mentre in Occidente personaggi di origine germanica si fanno largo fino alle cariche più alte (Stilicone), nonostante l’ostilità delle elites (cristiane o pagane, in lotta tra di loro) a popolazioni alloctone è concessa la possibilità di entrare nei territori imperiali.
I Barbari però sanno anche agire su un piano politico più alto, di fatto la deposizione di Romolo Augustolo, privata da tempo di valore periodizzante, da parte di Odoacre indica il rifiuto di assimilazione da parte dei Barbari. I Barbari di fatto entrano in un mondo mediterraneo che al collasso dell’impero ricerca nella sintesi patriottica e cristiana il ricordo di un’unità.
Interpretazioni del cambiamento
La fine dell’impero romano d’Occidente è vista in età moderna come l’archetipo di ogni decadenza (Momigliano), infatti i moderni, e successivamente anche gli uomini del Novecento, hanno visto in quel periodo che va dal III secolo al V l’epoca terminale della classicità.
La modernità ha assegnato, anche in base ad esigenze proprie, valori differenti a questa fase storica, chiamata Tarda antichità, basso impero, tardo impero. Per lo scozzese Edward Gibbon, che scrisse nella seconda metà del 1700, vi erano evidenti affinità tra il II secolo d.C. e la sua epoca, infatti erano il periodo di massimo splendore rispettivamente della civiltà classica e moderna, e simili erano anche i processi di declino dell’una e dell’altra. Riprendendo la visione illuminista di Montesquieu e Voltaire, Gibbon identifica nel cristianesimo la causa della caduta dell’impero.
Nel 1800 arrivò anche una nuova consapevolezza storica, pur continuando ad identificare la trasformazione come un fenomeno radicale e negativo, che portò a distinguere i due periodi. Lo studio della caduta di Roma si intrecciò con lo sviluppo dei nazionalismi, che identificò nello scontro tra etnie diverse la causa della caduta; tuttavia accanto a queste teorie se ne aggiungono alcune che evidenziano le cause economiche e non solo politiche, in questo caso bisogna parlare della teoria del materialismo storico-dialettico di Marx, la caduta è dovuta al collasso del sistema economico basato sulla schiavitù, soppiantato da uno basato sulla servitù e sui rapporti feudali.
Le posizioni nel corso del Novecento cominciano poi a differenziarsi, in primo luogo tra gli storici dell’arte, che indicarono nell’età di Costantino un periodo di evoluzione artistica, e più in generale le visioni ‘decadentiste’ vennero accompagnate da altre ‘divisioniste’, o quanto meno più moderate, come quella Rostovtzev, che non parla più di Barbarizzazione ma imBarbarimento, ovvero l’incapacità delle classi dirigenti (romane e germaniche) di rispondere alla pressione contadina.
Negli anni 60-70 del Novecento si è anche cominciato a pensare al periodo tardo-antico come autonomo, inoltre si è cominciato anche a valutare il mondo orientale, svincolato dalla data del 476 d.C.; inoltre si è anche cominciato a valutare fonti non greco-latine (in siriaco, aramaico) e storie di luoghi meno studiati (Scandinavia, Nubia e Yemen) per allargare la lente che analizza le trasformazioni avvenute in questo periodo.
Il cristianesimo: chiese episcopali e il monachesimo delle origini
Inizialmente il Cristianesimo fu una delle tante religioni salvifiche che si diffusero nell’impero romano, che ebbe però straordinario successo nell’ambiente urbano, soprattutto nei ceti eminenti. Inoltre, l’organizzazione gerarchica che la nuova fede si diede, riuscì a conservare le strutture amministrative, sociali e culturali del decaduto impero.
Cristianesimo e Europa
Cristianizzazione è il termine che indica il processo di conversione ad una fede comune, quella cristiana, avvenuta in primo luogo negli ambienti urbani e poi nelle zone rurali dell’impero e infine anche tra i Barbari. Il processo non è affatto omogeneo, segue due traiettorie:
- Una via istituzionale ed ecclesiale, che si basava su chiese urbane dominate dalle classe aristocratiche e dalla gerarchia sacerdotale che si era rigidamente strutturata, attorno alla quale si raccolsero i cittadini e che fu autrice della conversione delle campagne grazie a chiese battesimali e pievi. Grazie a questo schema di fatto si riorganizzò l’antica cultura delle aristocrazie romano-ellenistiche.
- Una via individuale, ovvero la scelta monastica, che venne poi recuperata alla società attraverso l’istituzione di monasteri e cenobi. I monaci furono protagonisti dell’evangelizzazione di popolazioni rurali lontane dalla città e dei ‘Barbari’, facendosi promotori di un’organizzazione sociale ed economica diversa da quella della città.
Il processo di attività missionaria e catechesi è inteso come un processo di acculturazione, intesa come integrazione fra le popolazioni alloctone e quelle che già risiedevano nell’impero, il cui esito sarà la nascita di valori comuni mediati dal linguaggio religioso.
Chiese, città, diocesi
L’affermarsi dell’impero porta ad una perdita dell’autonomia politica in ambito urbano, cosa che mandò in crisi le aristocrazie cittadine, e fece declinare i culti classici, per cui nacque la necessità di attribuire all’individuo un valore indipendente dalla sua appartenenza al gruppo dirigente. Arrivano dunque nuove religioni salvifiche, come il culto di Iside o di Mitra, che avevano una prospettiva di trascendenza universale.
Già nel II secolo, nelle città, si organizzarono le prime società cristiane, e già dal I secolo in esse si distinguevano i laici dai prelati, e vi era già una gerarchia che vedeva all’apice i vescovi seguiti da preti e diaconi. Nel IV secolo avviene il trionfo del Cristianesimo, con l’Editto di Milano nel 313 d.C. (libertà di culto) e quello di Tessalonica del 380 d.C. (religione di stato).
Gli imperatori, da Costantino in poi, si accorsero subito che la nuova fede, con le sue gerarchie, poteva essere un utilissimo strumento per il controllo della popolazione, nasce una razionale organizzazione del culto che disciplina le masse urbane. L’adesione al cristianesimo era inizialmente una scelta aristocratica, quella urbana in particolare, su cui poggiava l’organizzazione sociale romana e che, ormai lontana dall’esercizio militare, viveva di rendita, dedicandosi gratuitamente alla politica o all’indagine filosofica. Tutto ciò diede di fatto un’area di autorevolezza alle gerarchie ecclesiastiche, che infatti dopo il crollo delle magistrature urbane divennero una supplenza dei poteri pubblici cittadini.
Vescovi cittadini e pievi rurali
Dal V secolo si avvia un’opera di evangelizzazione delle campagne, attraverso le fondazioni di chiese battesimali e pievi, entrambe controllate dal clero cittadino e dall’episcopo. Di fatto l’espansione corrispondeva all’organizzazione amministrativa imperiale, ed è per questo che l’autorità episcopale si configura come il tramite per la conservazione dell’organizzazione del territorio di eredità tardo-antica. L’opera di evangelizzazione però è una strada a due sensi, infatti anche il cristianesimo assorbì la sensibilità contadina, nel culto dei santi e delle reliquie in modo evidente.
L’organizzazione civile romana condizionò il successo delle diverse sedi episcopali, nel Sud Italia per esempio il fitto numero di città permise l’insediamento di un grande numero di sedi episcopali, che saranno anche la causa della sopravvivenza di alcune di queste città, anche se con un impianto urbanistico e socio-istituzionale mutato. L’organizzazione territoriale e amministrativa ecclesiastica d’età imperiale incise anche su quella ecclesiastica per ciò che attiene alle funzioni di coordinamento, di fatto i vescovi di città più grandi (Roma e Costantinopoli su tutte) ottennero supremazia su quelli di centri più piccoli, le diocesi più grandi vennero dette metropolite. Il primato del vescovo di Roma, almeno fino all’XI secolo, era di fatto ideale, egli infatti era l’erede di Pietro, infatti fino al periodo sopraindicato lo stesso primato era contrastato altre sedi patriarcali.
I monasteri e le campagne
Il monachesimo è un fenomeno che si sviluppa in epoca successiva all’evangelizzazione delle città: solo nel III secolo si trovano le prime manifestazioni nelle aree orientali dell’impero. Esso si presenta come una scelta individuale, un radicale rifiuto del mondo attraverso sacrificio e ascesi, che nelle sue forme originarie si presenta come un atto eclatante, Sant’Antonio fu eremita nel IV secolo vivendo in un cimitero del deserto della Tebaide in Egitto.
Altre forme sono quelle dei dendriti (da δένδρον, ‘albero’) che vivevano in cima ad alberi, o gli stiliti (da στῦλον, ‘colonna’) che vivevano in cima a colonne; anche se i deserti di Siria ed Egitto erano le mete più gettonate. Nel corso del IV secolo il fenomeno si diffonde anche in Occidente, attraverso una dottrina che però condanna l’individualismo, ma introduce regole di vita comune, sia nell’abbigliamento che nell’alimentazione, anche in questo caso però il primo esempio è orientale è Pacomio.
I primi gruppi monastici in Occidente si trovano in Gallia, dove si applicarono le teorie di Giovanni Cassiano che tra la fine del IV secolo e l’inizio del V elaborò opere celebri come le Istitutiones cenobiticae e le Consolationes spirituales, in cui si esaltava la superiorità morale della scelta cenobitica rispetto alla ricerca della perfezione eremitica. In Italia le prime esperienze monastiche coinvolsero l’aristocrazia romana alla fine del IV secolo, decisiva in questo caso l’azione di Girolamo, originario della Dalmazia e appartenente al...
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