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La chiesa nel Medioevo

Alto Medioevo

La diffusione del cristianesimo nell'impero romano

Dal III sec. l’impero romano iniziò a conoscere, nelle sue province orientali, difficoltà come: instabilità politica interna, lotte intestine per la conquista del potere, tensione tra realtà periferiche e il centro, crisi economica, dissesto finanziario dello stato per le ingenti spese imposte dalla macchina burocratica e militare e dalla pressione dei nemici esterni. Andò dunque diffondendosi un sentimento di insicurezza per il futuro che spinse i più ad accostarsi a nuove credenze e culti.

Tra le tante predicazioni salvifiche, il cristianesimo ebbe una diffusione relativamente rapida in Oriente per poi filtrare in modo più lento anche in Occidente, malgrado le periodiche persecuzioni (motivate dai comportamenti cristiani ritenuti incompatibili con la cultura ufficiale e con le leggi dell’impero) e il rifiuto di riconoscere il carattere divino del princeps e militare dell’esercito. Il credo cristiano fece presa sugli ambienti cittadini mentre incontrò più resistenze nelle campagne: le elite urbane erano più inclini a comprendere i contenuti complessi teologici e dottrinali del cristianesimo.

Da questi ceti sociali provenivano uomini e donne che decisero di sfuggire al tumulto della vita cittadina per ritirarsi in meditazione e preghiera: queste comunità all’inizio erano in larga parte femminili e si isolavano all’interno di lussuose dimore patrizie trasformandosi nei primi monasteri. Nelle campagne la Parola di Dio fu portata nel corso del tempo da monaci e dal clero delle pievi rurali; accanto alle pievi si andarono distribuendo sul territorio extra urbano altri edifici ecclesiastici che contribuirono a risacralizzare il paesaggio.

Dapprima, nell’anno 313, Costantino con l’Editto di Milano concesse ai cristiani la libertà di culto: Costantino divenne il primo prototipo dell’imperatore cristiano, ma la sua posizione appare più sfumata poiché in una sorta di atteggiamento sincretico adottò il Dio cristiano accanto alle altre divinità tradizionali. Teodosio con l’Editto di Tessalonica proclamò il cristianesimo come religione di stato mettendo così al bando gli altri culti: la predicazione del Vangelo così non incontrò alcun ostacolo e il patrimonio ecclesiastico poteva crescere tutelato dalla legge e dai sacerdoti che erano chiamati a collaborare con i funzionari pubblici nell’esercizio del controllo sociale. Dopo questi due editti l’impero universale era percepito come mezzo attraverso cui la fede in Cristo aveva potuto diffondersi e radicarsi ovunque.

Conflitto tra cultura pagana e cultura cristiana

Per molti esponenti dei ceti più elevati del mondo romano abbandonare la religione dei padri per abbracciare il cristianesimo significava in un qualche modo rinnegare la propria tradizione culturale che giustificava il loro ruolo sociale e la loro identità.

La persecuzione del paganesimo si fece più esplicita dopo l’editto di Tessalonica (Teodosio emanò nel 391-392 leggi che proibivano sacrifici e culto pagano); l’azione congiunta di predicazione, del convincimento e delle misure coercitive riuscirono a erodere progressivamente il paganesimo. Il cristianesimo manifestò anche una crescente ostilità nei confronti dell’ebraismo che si tradusse in scritti e in misure legislative che vietavano agli ebrei di prestare servizio nella burocrazia imperiale e di rivestire cariche pubbliche; tale intolleranza dipendeva dal fatto che cristianesimo ed ebraismo erano assai prossime e ciò produceva una promiscuità tra le due comunità di fedeli.

Definizione del dogma cristiano e primi grandi concili

Nei secoli della prima diffusione del cristianesimo le singole chiese locali mantennero un forte grado di autonomia e si svilupparono tradizioni diversificate e usi particolari, a ciò contribuiva l’assenza di una organizzazione centralizzata e gerarchica capace di imporre l’uniformità.

Fino a tutto il IV sec. il vescovo di Roma non godeva di alcuna preminenza reale, se non di una generica primazia onorifica, nel corso del V sec. grazie anche a pontefici come Leone I i papi iniziarono a formulare cautamente il principio di una loro supremazia effettiva sugli altri vescovi.

Le eccessive varianti nell’interpretazione del messaggio evangelico (riflesso della frammentazione culturale e istituzionale del primo cristianesimo) rischiavano di disarticolare alla radice l’unità stessa della nuova religione e di stravolgerne il messaggio. Perciò si manifestò subito l’intenzione di definire i cardini dogmatici, tutte le decisioni della Chiesa dovevano essere prese in forma collegiale, perciò a partire dal II sec. si iniziarono a riunire concili, inizialmente solo su scala locale, in seguito presero l’attributo universale e vi partecipava lo stesso imperatore.

Il nodo teologico che si propose subito fu la definizione certa della natura di Gesù Cristo: all’inizio si diffuse un’interpretazione fornita dal sacerdote Ario che affermava l’inferiorità di Gesù Cristo rispetto a Dio padre, tale definizione venne poi giudicata eretica dal Concilio di Nicea (325), questa eresia si diffuse nelle tribù barbare per la sua capacità di offrire un elemento di differenziazione rispetto ai romani cattolici. In seguito si produssero altre letture della natura di Cristo: il monofisismo e il nestorianesimo, la prima sosteneva che Cristo avesse solo la natura divina, mentre la seconda individuava l’esistenza di due nature ma separate; entrambe vennero dichiarate eresie dal concilio di Calcedonia (451) che ribadì l’unità inscindibile delle due nature di Cristo.

L’identificazione della sorte dell’impero con quella della fede cristiana quindi la consapevolezza che ad un unico impero corrispondeva un’unica fede universale furono elementi tali da comportare che ogni posizione religiosa eterodossa fosse naturalmente assimilata all’opposizione politica contro l’imperatore.

Formazione del clero cristiano e delle circoscrizioni ecclesiastiche

Dal loro primo sviluppo le comunità cristiane si erano dotate di un’organizzazione interna sempre più ordinata e coerente preoccupandosi di separare i laici dal clero, cosicché quest’ultimo andò evolvendo come categoria sociale a sé stante.

Il responsabile di ogni singola comunità di fedeli era il vescovo che aveva il compito di governare il gregge dei fedeli facendo da maestro spirituale e amministrando i sacramenti; la cura delle anime era affidata ai preti a cui spettava anche l’amministrazione quotidiana dei sacramenti; infine vi erano i diaconi che assistevano i sacerdoti. Alla massa dei credenti laici venne riservato un ruolo passivo nelle celebrazioni liturgiche conservando solo la partecipazione all’elezione dei vescovi che erano scelti per concorso di clero e di popolo. I sacerdoti dovevano garantire un’ineccepibile condotta morale e un minimo di istruzione, dovevano inoltre gestire le proprietà della Chiesa, cosa dalla quale vennero esclusi i laici nel concilio di Roma del 502.

L’ambito sul quale un vescovo esercitava il proprio ministero era la diocesi (che ricalcava circa i confini delle vecchie civitates romane), gruppi di più diocesi erano sottoposti all’autorità di un vescovo di rango superiore (arcivescovo); in tutta la cristianità vi erano cinque sedi episcopali che godevano della dignità di patriarcato: Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme, Roma. I vescovi provenivano sovente da famiglie aristocratiche, essi godevano dunque di una buona formazione culturale e spesso avevano avuto occasione di maturare esperienza in ruoli della carriera politico-amministrativa. Con il progressivo sgretolarsi dell’apparato burocratico imperiale in Occidente, i vescovi dovettero farsi carico di molti compiti amministrativi pubblici: amministrazione della giustizia, assistenza dei bisognosi, approvvigionamenti alimentari, e di fronte alle incursioni barbariche i vescovi si fecero anche protettori della popolazione di cui avevano la responsabilità pastorale. Si diffuse così un culto del santo-vescovo che anche dal cielo continuava ad assistere il gregge dei suoi fedeli.

Il monachesimo

Accanto al clero secolare vi era un’altra opzione di vita religiosa: il monachesimo. Essa era un’esperienza spirituale individuale alla ricerca di Dio mediante il distacco dal mondo, l’abbandono dei beni terreni e il dominio delle passioni. Il monachesimo cristiano si sviluppò come istituzione nel III sec. soprattutto nel deserto dell’Egitto dove singoli si ritiravano per dedicare la vita alla preghiera e alle pratiche ascetiche in totale solitudine (eremitismo) o in piccoli gruppi (cenobitismo).

In Occidente fin dal IV sec. si moltiplicarono le esperienze di isolamento dal mondo di cui erano protagonisti uomini e donne provenienti dalle aristocrazie urbane, chi operava una tale scelta: alienava i propri beni, faceva voto di castità, adottava pratiche ascetiche. Nelle province occidentali il modello cenobitico fu maggioritario e la nascita di comunità sempre più numerose prevedeva la redazione di testi normativi (regole) tra cui si distinsero: Benedetto il fondatore di Montecassino (VI sec.), Colombano (VII sec.).

La decisione presa dal concilio di Aquisgrana (816-17) e subito ratificata da una legge di Ludovico il Pio (Capitulare monasticum) prevedeva l’adozione della regola di Benedetto a tutti i monasteri dell’impero carolingio. La formula di Benedetto (stesa tra 530-550) rifiutava ogni condotta estrema prescrivendo un’equilibrata alternanza nelle giornate del monaco del lavoro intellettuale e manuale, esso diede inoltre una forte spinta nell’opera di evangelizzazione dell’Occidente, i monasteri benedettini furono centri della conservazione e della trasmissione della cultura scritta.

Il monachesimo irlandese fornì un validissimo contributo all’azione del clero secolare per la maggior diffusione e più profondo radicamento dei valori cristiani all’interno della società franco-merovingia e longobarda.

Santi, reliquie, pellegrinaggi

Peculiarità del culto cristiano fu l’adorazione dei santi e martiri per la fede che divennero oggetto di emulazione ideale per ogni credente, fino a svolgere la funzione di protettori celesti delle comunità di fedeli con la loro praesentia. Le singole comunità fecero a gara nell’adottare il culto di santi di particolare rilievo come gli apostoli, per il principio secondo cui l’importanza di una chiesa dipendeva da quella del suo patrono; i santi venivano inoltre percepiti come interlocutori sacri più vicini all’uomo rispetto all’entità trascendente di Dio, ai quali chiedere aiuto e conforto nella quotidianità.

Di forte impatto sulla sensibilità cristiana era il verificarsi dei miracoli, cioè degli interventi con cui Dio attraverso il medium dei santi stravolgeva il corso della natura. La venerazione delle reliquie fu un altro aspetto dominante nella spiritualità cristiana antica e medievale, per ciascuna comunità era fondamentale procurarsi reliquie per garantirsi la presenza e quindi la protezione dei santi; da ciò derivò un fitto traffico di reliquie. Le sedi dove erano custodite le reliquie più importanti divennero anche meta di pellegrinaggi (Gerusalemme, Roma).

L'evangelizzazione dei barbari

Quando la fede cristiana fu sufficientemente radicata, il messaggio evangelico poté essere esteso alle stirpi che risiedevano al di fuori dei confini imperiali. Questo insieme di etnie che risiedevano al di là del limes o nei territori imperiali grazie alla foederatio ricevette la prima predicazione ad opera di monaci e sacerdoti che per lo più aderivano all’arianesimo. La scelta dell’arianesimo rappresentava un mezzo efficace per evitare l’assimilazione da parte dei romani cattolici e per ribadire la propria identità, mentre quando i re di stirpe dovettero farsi riconoscere dai loro sottoposti romani lasciarono la confessione ariana a favore di quella cattolica.

I barbari diventavano un strumento diabolico di persecuzione dei cristiani e anche un mezzo con cui Dio puniva i peccati dei suoi fedeli; ma per le elite cristiane i barbari divennero un enorme serbatoio di uomini da evangelizzare per questo, una volta superata la ritrosia iniziale, gli uomini di chiesa iniziarono a progettare e condurre nuove iniziative missionarie rivolte ai barbari.

Conversione di franchi, visigoti, longobardi e anglosassoni

L’opera di conversione delle gentes fu inizialmente appannaggio dei vescovi che dopo il crollo dell’autorità imperiale erano rimasti l’unica autorità capace di dirigere e rappresentare la società romana e di mediare con i barbari. La predicazione di vescovi, come Remigio di Reims, stimolò l’adozione del cattolicesimo da Clodoveo re dei franchi e Sigismondo re dei burgundi e di Reccaredo re dei visigoti. La prima stirpe che abbracciò il cattolicesimo abbandonando la religione pagana (senza quindi accostarsi prima all’arianesimo) furono i franchi del re Clodoveo. Questa scelta si interpreta come un segno di riconoscimento del re merovingio verso il Dio cristiano che gli aveva concesso la vittoria in battaglia sugli alamanni, in realtà tale scelta ebbe una motivazione politica poiché gettò le basi per un nuovo regno di grandi dimensioni, legittimandolo agli occhi delle aristocrazie gallo-romane.

La conversione dei re visigoti della Penisola iberica, già ariani, venne ufficialmente sancito a Toledo nel 589; questo evento fu lo sbocco di un lungo processo teso a superare la frattura tra componente gota ed ispano-romana. La conversione dei longobardi avvenne sotto il regno di re Agilulfo, grazie ad una cauta apertura del re e della consorte nei confronti del cattolicesimo. Ma essa fu troppo prematura, perciò solo nel VII sec. vennero operate profonde trasformazioni per gradi della società e delle istituzioni del regno longobardo per superare le cesure etnico-culturali tra longobardi e romani avvicinandosi anche al cattolicesimo ripudiando ufficialmente l’arianesimo.

L’evangelizzazione dell’Inghilterra fu dovuta ad una missione proveniente dall’esterno condotta da monaci benedettini per volontà di Gregorio Magno, l’adozione del cattolicesimo degli angli ebbe un carattere individuale spesso senza che il battesimo fosse imposto nemmeno ai legittimi eredi al trono.

Culture tradizionali e fede cristiana

Nella strategia pastorale posta dalla chiesa nei confronti dei barbari un ruolo decisivo lo svolsero i re, infatti per evangelizzare una stirpe bisognava in primo luogo evangelizzare il suo capo politico, l’aristocrazia e il resto della tribù avrebbero emulato il monarca nella scelta religiosa per ribadire la loro solidarietà al re. Un re barbaro cristianizzato di conseguenza avrebbe potuto imporre la nuova religione anche ad altre popolazioni che avrebbe eventualmente sconfitto; inoltre avrebbe potuto stimolare altri monarchi legati a lui da vincoli di alleanza o parentela.

L’appoggio dei re costituì dunque una premessa essenziale per il successo di ogni iniziativa missionaria: mentre al monarca si raccomandava la distruzione di idoli, templi pagani, l’intransigenza con chi non era pronto ad abbracciare la vera fede, ai monaci si consigliava di procedere con gradualità ridefinendo in senso cristiano luoghi di culto e feste tradizionali.

Un altro modo di procedere nella conversione era far valutare la qualità di un dio per gli immediati vantaggi materiali che poteva garantire ai suoi fedeli: la forza del Dio cristiano a confronto delle scarse capacità di quelli pagani; sempre efficaci erano i miracoli o le reliquie alle quali era spesso associata una capacità taumaturgica.

Evoluzione delle istituzioni ecclesiastiche nei regni dell'Occidente

  • Nell’Italia longobarda si resero necessarie attività di riordino per rimediare all’abbandono di molte sedi episcopali in seguito alle violenze dei primi tempi dell’invasione.
  • Nei regni anglosassoni lo schema di costruzione della nuova struttura fu suggerito dallo stesso papa: il monaco Agostino che aveva guidato i missionari provenienti da Roma venne consacrato arcivescovo di Canterbury e incaricato di nominare altri dodici vescovi che avrebbero dovuto distribuirsi nelle diverse regioni.
  • Nel regno dei visigoti si creò uno stretto vincolo tra monarchia e gerarchie ecclesiastiche che si tradusse in una collaborazione reciproca.

I concili si proposero come luoghi in cui si esprimeva sul piano costituzionale la compartecipazione al potere del re, del clero e dell’aristocrazia laica. A partire dal 633 venne istituzionalizzata la prassi dei concili generali convocati con regolarità per occuparsi di tutte le grandi questioni di fede o di interesse del regno. Nel sinodo era centrale il ruolo del sovrano poiché ad esso spettava il compito di convocarlo e di orientarne i lavori.

Gli sviluppi del papato romano

Nella Chiesa del tardo impero il vescovo di Roma non godeva di alcuna preminenza reale, era il presule della propria città; ma a partire dai pontificati di Callisto I e Stefano I i vescovi di Roma iniziarono a definirsi come successori di Pietro, pretendendo il primato apostolico.

Dal tempo di Gelasio I il titolo onorifico di papa, in principio adottato per tutti i vescovi, cominciò ad essere riservato esclusivamente al vescovo di Roma, il quale accanto ai doveri pastorali nella propria diocesi: governava una provincia ecclesiastica più estesa, sovraintendeva tutti i vescovi delle diocesi occidentali per quanto riguardava questioni disciplinari e di fede infine essendo riconosciuto come successore di Pietro si assicurava un primato.

Il papato inoltre dovette far fronte al problema dei rapporti con l’imperatore: papa Gelasio I tracciò lo schema ideale di una collaborazione paritetica nel governo del mondo coincidente con l’ecumene cristiana tra “regalis potestas” e...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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