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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Zorzi, libro consigliato La chiesa nel Medioevo, Azzara e Rapetti

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Zorzi: La chiesa nel Medioevo, Azzara e Rapetti, dell'università degli Studi di Firenze - Unifi. Scarica il file in PDF!.

Esame di Storia medievale docente Prof. A. Zorzi

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Bruschi Pietro

4.5 LA CHIESA IN ETÀ POSTCAROLINGIA

La fine dell’impero carolingio nel IX secolo portò anche un declino del papato: la carica pontificia tornò in preda alle

famiglie dell’aristocrazia romana, per le quali il controllo del papato significava la possibilità di gestirne il patrimonio

e di esercitare il governo dell’intera città. Fino alla metà del X secolo i papi vennero creati quasi tutti dalle fazioni

aristocratiche cittadine: erano moralmente indegni o incapaci di compiere la propria funzione poiché più inclini a

curare gli interessi dei propri elettori che della Chiesa. Anche sotto i pontefici più corrotti restò efficiente la

cancelleria che garantì la continuità della sua azione e rimase un punto di riferimento universale.

Il progressivo declino del potere imperiale nel IX secolo vide le realtà che avevano saputo assicurarsi immunità

essere in grado di sviluppare poteri indipendenti sulla popolazione residente sulla terra della chiesa e lo sviluppo di

proprie clientele vassallatiche.

Nell’Italia meridionale, rimasta esclusa dalla dominazione carolingia e politicamente e culturalmente frammentata

tra longobardi e bizantini si svilupparono forme originarie di vita monastica che seguivano principalmente il modello

greco-orientale, e grande diffusione ebbe la vita eremitica.

Una ripresa delle fortune del papato si verificò in seguito all’ascesa al trono imperiale di Ottone I (962) che restaurò

la potestà dell’impero in Occidente. Egli come i suoi successori coinvolse largamente il clero nel governo dei territori

imperiali concedendo più di frequente diritti fiscali e giurisdizionali ai vescovi nelle loro città e nei possessi della

Chiesa.

La successiva forzata assenza degli imperatori da Roma negli anni successivi lasciò campo aperto al riesplodere delle

contese locali che si ripercuotevano sul papato, tant’è che negli anni quaranta dell’XI secolo vi fu la contemporanea

presenza di tre papi. Una svolta autentica si ebbe nel 1046 con la discesa in Italia di Enrico III che fece deporre i tre

papi eleggendo Clemente II, il primo di una serie di pontefici tedeschi che erano svincolati da ogni possibile

condizionamento dell’ambiente romano, essi inoltre erano individui di comprovata spiritualità, moralità e

preparazione culturale. 10

Bruschi Pietro

5. LA RIFORMA DEI SECOLI XI-XII E IL CONFLITTO CON

L’IMPERO.

5.1 DISSESTO DELLE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE IN OCCIDENTE E ISTANZE DI RIFORMA

L’assetto istituzionale dell’impero carolingio prevedeva che le principali cariche episcopali ed abbaziali erano

occupate da membri dell’aristocrazia laica attirati da vantaggi materiali che da esse derivavano (prestigio, ricchezze,

prominenza sociale), nella scelta della carriera ecclesiastica le ragioni spirituali erano dunque passate in secondo

piano rispetto ai profitti; lo stesso papato si ritrovò ostaggio della competizione delle diverse famiglie

dell’aristocrazia romana che miravano alla carica di pontefice.

Diversi settori della società cristiana occidentale iniziarono a sentire l’esigenza di una profonda opera di correzione

dei costumi del clero perché tornasse ad essere degno del proprio ruolo. Era perciò indispensabile procedere ad una

riforma delle strutture stesse della chiesa e delle sue forme organizzative.

5.2 PROTAGONISTI DEL MOTO RIFORMATORE

Nella battaglia per la riforma della chiesa del X-XI secolo furono protagonisti molto vescovi autorevoli (Raterio da

Verona) e determinati settori del monachesimo che auspicavano la trasformazione in senso monastico della

struttura della Chiesa ponendo al centro la purezza di vita e la preghiera. Un elemento costante erano le aspre

critiche della ricchezza accumulata e gestita dalla Chiesa a cui si opponeva per antitesi il modello ideale della

cosiddetta chiesa delle origini.

Tre erano le pratiche causa di maggior scandalo: la simonia (compravendita delle cariche ecclesiastiche) e il

nicolaismo (consuetudine tra molti uomini della chiesa di convivere con delle concubine) ed il celibato (sebbene

fosse indicato come condizione preferibile già dai padri della Chiesa e da vari canoni conciliari restava largamente

inosservato).

5.3 IL PAPATO E LA RIFORMA

L’elezione di papa Clemente II per volontà dell’imperatore Enrico III nel 1046 permise alla sede romana di avviare

un’opera di riassetto istituzionale grazie alla tutela imperiale. La rinnovata alleanza tra papato ed impero permise di

progettare un vasto disegno di rinnovamento attraverso il recupero della traduzione giuridica canonica e la stretta

collaborazione fra le due autorità universali contro ogni forma di particolarismo signorile ed ecclesiastico.

Il confronto dell’Italia meridionale con i normanni, emersi progressivamente come nuova forza egemonica, vide

Leone IX che allo scopo di difendere il patrimonio di San Pietro promuovere una spedizione militare antinormanna

che si risolse in una grave sconfitta per l’esercito pontificio nella battaglia di Civitate. Il papa venne catturato e

trascinato a Benevento dove fu costretto a riconoscere ai normanni il possesso dei territori che avevano occupato

sino allora. Venne legittimata la creazione di formazioni politiche minori normanne nell’Italia del sud e poi di un

nuovo regno unitario, fondato da Ruggiero nel 1130 che si legò vassallaticamente a Roma.

Alla scomparsa di Stefano IX nel 1058 le famiglie dell’aristocrazia romana tentarono di riappropriarsi della carica

papale, mentre i cardinali riuniti a Siena scelsero un altro papa: Niccolò II (si sarebbe rivelato un protagonista

nell’opera di riforma della Chiesa e di rafforzamento dell’ufficio papale). Egli convocò in Laterano un concilio in cui

venne introdotta un’innovazione fondamentale: il Decretum in electione papae. Il concilio stabiliva che da quel

momento in poi l’elezione del papa non dovesse più avvenire secondo la formula “per clero e popolo” ma essere

riservata esclusivamente ai cardinali.

Il primo concretarsi delle esigenze riformatrici produsse un complessivo riorientamento delle forze in campo,

rompendo l’asse papato-impero che precedentemente aveva permesso a Roma di difendersi dall’aristocrazia e dal

grosso dell’episcopato, ora alleatasi con l’imperatore. I pontefici, che necessitavano del potere temporale, trovarono

un nuovo sostegno nei normanni nel sud Italia: Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo i ducati di Puglia e Calabria

in cambio dell’aiuto militare per la tutela del Decretum in eletione papae e degli altri decreti conciliari in cui era

condannata la simonia, il nicolaismo e il divieto per gli ecclesiastici di ricevere cariche dalle mani di laici. 11

Bruschi Pietro

5.4 GREGORIO VII

Dal 1073 Gregorio VII divenne papa, affermò dunque il concetto dell’assoluto primato del papa nell’ambito della

chiesa tanto da disegnare un nuovo modello non più in senso collegiale quanto piramidale e gerarchico che vedeva il

papa come vertice unico e indiscusso. Con Gregorio VII il papato rivendicò la libertas ecclesiae, cioè la libertà delle

istituzioni ecclesiastiche dal potere laico, il papato giunse così a pretendere la propria supremazia anche sulla

potestà dell’imperatore rivendicando per sé un ruolo egemone sull’intera cristianità.

Gregorio VII nel proprio scontro con Enrico IV emanò, in un concilio romano del 1075, un decreto che condannava

ogni investitura (concessione di diritti pubblici) a un ecclesiastico da parte di laici: ciò minava alla rete di solidarietà

che si era creata tra l’imperatore e i vescovi da lui investiti; allo stesso tempo il papa scomunicò e depose molti

vescovi. Enrico respinse il decreto sfidando il papa facendo eleggere arcivescovo di Milano un proprio candidato

contro il volere papale, in due assemblee di vescovi a lui fedeli fece condannare Gregorio VII e lo dichiarò deposto,

mentre il papa scomunicò l’imperatore e sciolse dai vincoli di fedeltà nei suoi confronti tutti i suoi vassalli. A causa

delle sommosse che seguirono la scomunica, Enrico dovette dare pubblica dimostrazione di piegarsi al pontefice per

indurlo a ritirare il provvedimento nell’inverno del 1076-77.

Al 1075 viene fatto risalire il Dictatus papae che costituisce la dichiarazione della nuova consapevolezza acquistata

dal papato circa la propria autorità suprema nei confronti dell’impero. Questo documento affermava la totale

dipendenza delle cariche ecclesiastiche dal pontefice, l’unico a poter nominare, deporre o trasferire i vescovi. Inoltre

sosteneva che solo il pontefice romano potesse usare le insegne imperiali, che tutti i principi dovevano baciargli i

piedi in un atto di sottomissione e che era sua piena facoltà deporre l’imperatore, mentre a nessuno era consentito

di restare in comunione con chi fosse colpito dalla sua scomunica.

La concordia fu di breve durata, l’imperatore sottrattosi alla sollevazione dei propri vassalli, riprese il proprio attacco

al papa, insieme a vescovi contrari alla riforma e alla centralizzazione romana delle istituzioni ecclesiastiche in un

sinodo a Bressanone nel 1080 dichiararono nuovamente deposto il pontefice opponendogli Clemente III. Dal 1081

Enrico pose addirittura l’assedio a Roma a tre anni dopo riuscì ad entrare nella città e a insediarvi Clemente III che lo

incoronò imperatore, quindi si ritirò prima dell’arrivo dei normanni di Roberto il Guiscardo chiamati in soccorso da

Gregorio VII che approfittarono dell’assenza di ogni difesa per darsi al saccheggio e per condurre nei propri territori il

papa.

5.5 IL CONTRASTO CON L’IMPERO

Urbano II cambiò politica rispetto ai suoi predecessori cercando una mediazione con la parte avversa e lavorando a

formule di compromesso che preparassero la strada ad un accordo (destava preoccupazione l’eventualità di un

completo sconvolgimento dell’organizzazione ecclesiastica). Ad Urbano II inoltre si attribuisce il bando della prima

Crociata (1096), inizialmente un “semplice” pellegrinaggio verso Gerusalemme nel quale si raccomandava di munirsi

di armi per difendersi dai Selgiuchidi che avevano conquistato la città. Il papato usando la teoria di Sant’Agostino

della guerra giusta seppe etichettare sotto il nome di crociate obiettivi di carattere politico-economico utilizzando

l’argomento religioso come giustificazione ed incentivo, estendendo il concetto di crociata alla persecuzione di tutte

le forme di dissenso all’interno dello stesso Occidente cristiano (eretici, ebrei e ortodossi).

Pasquale II si trovò a fronteggiare Enrico V che nel 1110 cercò di chiudere la partita sulle investiture: Enrico

dapprima concordò col pontefice la propria rinuncia ad investire gli ecclesiastici, ma poi di fronte all’opposizione di

gran parte dell’episcopato, costrinse il pontefice tenuto da lui prigioniero a dare il suo consenso alla pratica così

come si svolgeva. Un concilio riunito in Laterano dichiarò nullo tal accordo, spingendo il papa a difendersi ribadendo

il principio dell’ortodossia: il papa è l’unico giudice di sè stesso e ha facoltà di dispensa (innovare la norma o

rovesciare norme già esistenti). Pasquale II morì mentre cercava di rientrare in Vaticano con l’aiuto dei normanni,

occupato dai suoi nemici favorevoli ad Enrico V.

Il successore Callisto II chiuse una volta per tutte la questione delle investiture con il Concordato di Worms del 1122:

venne distinto il momento dell’investitura spirituale riservata al clero, e quello dell’investitura temporale lasciata

all’imperatore (nei territori tedeschi quest’ultimo poteva presenziare alle elezioni episcopali ed era sua facoltà

investire il vescovo di cariche e beni temporali, mentre in Italia e in Borgogna a questa pratica doveva seguire l’atto

della consacrazione). 12

Bruschi Pietro

Parte Seconda: Il Basso Medioevo

6. LA RIFORMA MONASTICA DELL’XI E XII SECOLO: LA

RINASCITA DELL’EREMITISMO E I NUOVI ORDINI

CENOBITICI.

6.1 FERMENTI DI RINNOVAMENTO

Tra XI-XII secolo il monachesimo si impose come modello di perfezione cristiana acquisendo un ruolo eminente nella

vita religiosa; non fu solo una intensificazione delle fondazioni monastiche e di nuove regole (cistercensi e certosini)

quanto un processo di riflessione sulla tradizione benedettina che ne uscì completamente rinnovata (riscontrabile

anche nella diffusione dell’ermetismo anche in occidente).

Generalmente i gruppi di fedeli si riunivano attorno ad un fondatore carismatico alla ricerca di una vita religiosa più

soddisfacente di quelle già offerte dalla Chiesa, poi si procedeva ponendo al papa l’approvazione della propria

regola. Tuttavia i papi si servirono delle comunità monastiche per sostenere e imporre le proprie istanze riformatrici,

tendendo ad uniformarle proprio a quelle esperienze dalle quali volevano distinguersi (cluniacense).

6.2 L’EREMITISMO

Nel primo ventennio dell’XI secolo si sviluppò nell’Italia centrosettentrionale un eremitismo in strutture

organizzative vincolate all’osservanza di comportamenti e consuetudini ben codificati, uscendo dall’esperienza

singolare per istituzionalizzarsi. Si adottò la vita eremita (con i corollari della povertà e del deserto) vissuta in piccole

comunità di laici-conversi e chierici: ai primi toccò il governo e l’amministrazione dei beni temporali, mentre i chierici

si dedicavano alla contemplazione, alla preghiera, alla lectio divina. Tra queste regole spicca quella di Bruno di

Colonia, che nel 1084 fondò la Grande Chartreuse, un monastero ispirato ai principi che lui e i suoi compagni

avevano seguito nell’eremo sul Massiccio di Certosa (certosini): aveva un forte connotato elitario poiché la durezza

delle condizioni materiali e spirituali di vita poteva essere accolta soltanto da animi estremamente forti che

aspirassero alla perfezione più alta.

6.3 LA VITA COMUNE DEL CLERO

Il ruolo trainante assunto dal monachesimo si manifestò anche con la diffusione del modello comunitario tra il clero

secolare (cioè i sacerdoti che si occupavano della cura delle anime), i cardini di questa nuova esperienza erano la vita

comune, la castità e dall’obbedienza ad una regola, ma si differenziavano dalla tradizione benedettina sul punto

della clausura (dovevano avere rapporti con il mondo circostante) e dalla povertà personale (possedevano beni

propri e della chiesa). Dal XII secolo, nonostante un iniziale incoraggiamento, le autorità provvidero a sollevare dalla

predicazione i sacerdoti che desideravano vivere in comunità, ed in fine li omologarono agli ordini regolari.

6.4 IDEALE EREMITICO E SVILUPPI CENOBITICI

Giovanni Gualberto ed i suoi monaci di Vallombrosa (comunità benedettina dalla disciplina eremitica) tentarono di

allargare il messaggio di riforma coinvolgendo i laici (istituirono i conversi: laici che servivano nel monastero senza

pronunciare voti monastici) e uscendo dal convento per praticare un’accesa predicazione a favore dell’eremitismo

tra le folle. 13

Bruschi Pietro

6.5 I CISTERCENSI

Uomini e donne appartenenti a tutti i ceti sociali trovarono presso i cistercensi una risposta alle proprie ansie

religiose e alla volontà di compiere una fuga mundi. Le singole abbazie, pur mantenendo un rapporto verticale con

l’abbazia madre (Citeaux), erano inserite in una rete orizzontale di “figlie” dove ognuna godeva di pari dignità ed

autonomia, dovendo unicamente seguire alla lettera e nel modo più rigido possibile la regola benedettina

(l’organizzazione e la regola erano un diretto attacco al sistema gerarchico ed interpretativo dei cluniacensi).

Caratteristici dell’ordine furono i suoi conversi, i quali vivevano all’interno del chiostro ma si dedicavano soprattutto

alle aziende fondiarie (grange) create dalle spropositate donazioni fatte all’ordine. Le ricchezze fondiarie ammassate

dai cistercensi furono motivo di aspre critiche, dato la loro proclamata vita pauperistica, tuttavia esse non smisero di

aumentare sino all’avvento degli ordini Mendicanti.

6.6 GLI ORDINI MONASTICO – CAVALLERESCHI

Le richieste di assistenza e aiuto dei pellegrini trovarono risposta innanzitutto nelle comunità assistenziali e

ospitaliere del XII secolo, ma col passare degli anni questo ruolo divenne secondario rispetto al nuovo impegno

militare dei membri di queste comunità monastiche.

Nacquero gli ordini monastico-cavallereschi con una connotazione fortemente monastica del loro impegno religioso

unito all’impegno belligerante. Erano generalmente persone di nobili origini che pur volendo diventare monaci non

volevano abbandonare le caratteristiche della loro condizione laica la cui più manifesta espressione era la guerra a

cavallo. Trasformare i monaci in cavalieri giustificava l’uso delle armi per la difesa e l’espansione della fede cristiana

aprendo uno spazio di impegno religioso del tutto nuovo per i laici, ciò consentiva inoltre di convogliare la violenza al

di fuori della cristianità. Il reclutamento ebbe particolarmente successo in area francese; Bernardo di Chiaravalle ne

elaborò la giustificazione ideologica.

Primi fra tutti i Poveri Compagni D’Armi di Cristo e Del Tempio Di Salomone (i Cavalieri Templari), istituiti per

difendere i pellegrini verso la Terra Santa, divennero preziosi collaboratori dei sovrani europei, riuscendo ad

accumulare notevoli ricchezze. I fallimenti delle crociate del XIII secolo e la fine dei nuovi stati latini nel Levante,

sancirono la fine dei cavalieri, messi al bando dal papa e dal re di Francia.

L’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (gli Ospedalieri) seguì un destino simile ai

Templari, ma tornarono al ruolo di “ospedalieri” prima della soppressione degli ordini cavallereschi.

Ordine dei Fratelli della Casa Ospitaliera di di Stanta Maria dei Teutonici (i Cavalieri Teutonici) in Gerusalemme

nacque in Terra Santa, ma assieme all’imperatore Federico II si dedicarono alla conversione armata dei pagani ad est

del Regno di Germania (Prussia, Lituania, Livonia) dove riuscirono ad istituire un vero e proprio stato teocratico. Il

declino arrivò nel XV secolo ad opera di una coalizione polacco-lituana. 14

Bruschi Pietro

7. L’ERESIA. DEVIANZA, DISSENSO, REPRESSIONE.

7.1 CONTESTAZIONE, DISSENSO, ERESIA

La presenza di gruppi ereticali riguardò molte zone dell’Occidente sin dalle origini della cristianità, ma con le

delusioni seguite dalla “mancata riforma religiosa” del XI secolo molti di essi si palesarono con una più espressa

volontà di distacco da Roma, scardinando l’ordine sociale; queste forme di dissenso si univano alle schiere dei

riformatori in modi più o meno accentuatamente radicali: il male comune che sia gli eretici che i regolari volevano

combattere erano la simonia ed il nicolaismo.

Ultimo rivoluzionario tentativo di riforma fu la proposta formulata da Pasquale II nel 1110, la quale prevedeva la

netta differenziazione tra i due ambiti di potere, qualora essa si fosse attuata ne sarebbe derivata la rinuncia da

parte dei vescovi ai regalia (i diritti di imposta e di giudizio), mentre i potentes laici avrebbero rinunciato ad ogni

ingerenza nelle nomine episcopali; questa proposta fu travolta da polemiche non solo dal partito imperiale ma anche

dall’episcopato che vi leggeva il pericolo del dissolvimento della tradizionale alleanza tra potere laico ed

ecclesiastico. Il papa imprigionato e sottoposto a forti pressioni da Enrico V rinnegò il suo progetto, e da allora si

abbandonò l’idea di estendere il pauperismo all’intera ecclesia.

Nel 1140 Graziano emanò il “Concordantia discordiantium canonum”, primo testo di diritto ecclesiastico in cui vi era

una netta distinzione tra ecclesiastici e laici, riservando tutto ciò che riguardava la salvezza dell’anima ai chierici,

chiudendo ai laici ogni possibilità di partecipazione.

Nel XII secolo il criterio in base al quale si definiva l’ortodossia era quello dell’obbedienza alla gerarchia e in

particolare al papa, come aveva dichiarato Gregorio VII con il “Dictatus papae” (esponeva come non poteva essere

considerato cattolico chi non è d’accordo con la chiesa), chi non fosse stato d’accordo sarebbe stato definito eretico.

Il primo fenomeno di diffuso dissenso fu la pataria: movimento riformatore composto in prevalenza da laici che,

sviluppatosi a Milano nella seconda metà dell’XI secolo, lottavano in generale contro la ricchezza e la corruzione

morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare contro la simonia. La caratteristica dei patarini risiedeva nella

loro radicalità, con la quale attaccavano i titolari di cariche ecclesiastiche indebitamente acquisite, sollevando dagli

incarichi i sacerdoti indegni. Il papa in un primo momento appoggiò questo movimento, speranzoso di rimuovere

quei vescovi che erano stati investiti dai monarchi temporali, ma quando il fenomeno gli si ritorse contro se ne

dissociò, accusandolo di eresia per la pretesa di esercitare un diritto (quello delle investiture) riservato ai monarchi.

7.2 ANTICLERICALISMO E SPIRITUALISMO

Dalla fine del IX secolo iniziarono a comparire in diverse regioni numerosi predicatori itineranti (monaci o chierici il

più delle volte) che raggiunsero la popolarità condannando i peccati del clero, predicando il ritorno alla povertà.

Taluni in seguito all’intervento della gerarchia ecclesiastica finirono per dare origine a comunità monastiche o

canonicali, altri opponendosi a questo esito finirono nel campo del dissenso.

L’impegno della predicazione personale e diretta divenne un ulteriore elemento di disordine e di instabilità delle

istituzioni ecclesiastiche, i predicatori eterodossi della prima metà del XII secolo erano accomunati dall’aggressività

nei confronti del clero e della Chiesa che volevano riformare a tutti i costi.

Pietro di Bruys, con i petrobrusiani, si scagliò contro l’inutilità delle celebrazioni liturgiche (soprattutto l’eucarestia e

quelle per i morti) e degli edifici di culto (poiché Dio è ovunque) venne scomunicato ed arso al rogo. Le predicazioni

di Enrico di Losanna e gli enriciani seguirono una sorte molto simile. Arnaldo da Brescia con gli arnaldisti, si rifece ai

patarini per la sua predicazione contro la ricchezza della chiesa, il nicolaismo e la simonia; promuoveva inoltre un

totale allontanamento del papa dagli affari politici romani; venne anch’esso scomunicato e messo al rogo. 15

Bruschi Pietro

7.3 I CATARI

Il catarismo (XII secolo) si distinse da altre dottrine poiché fu il sintomo di un forte disagio individuale e collettivo che

si tradusse in un radicale allontanamento dalle istituzioni cristiane e in un totale rifiuto delle gerarchie ecclesiastiche.

I catari abbracciarono un insieme di miti e credenze provenienti dal bogomilismo, dove la fede cristiana si

intrecciava a concezioni dualistiche orientali di Bene e Male.

Verso la fine del XII secolo cominciarono ad assumere caratteri più definiti ed identificabili sul piano dottrinale e

organizzativo, manifestando apertamente la propria presenza predicando pubblicamente le loro dottrine. Venne

pure tenuto un concilio delle correnti catare dove queste comunità vennero rafforzate con la definizione di vere e

proprie diocesi sul piano territoriale e la consacrazione di vescovi (sottoposti a norme molto severe: astenersi dai

rapporti sessuali, dai cibi provenienti dalla carne, da qualsiasi proprietà e attività secolari).

7.4 VALDESI E UMILIATI E IL DIRITTO DI PREDICAZIONE

Pietro Valdo, assieme ai valdesi, fece della lettura privata della bibbia in volgare il punto cardinale della sua

predicazione. Parallelamente comparvero a Milano gli Umiliati: laici che sentivano il dovere di annunciare la Parola

predicando pubblicamente. Entrambi i gruppi chiesero a papa Alessandro III il riconoscimento pontificio del loro

proposito; questo approvò la scelta pauperistica del loro modo di vita, ma vietò di predicare in pubblico, se non

dietro esplicita richiesta dei sacerdoti; cinque anni dopo vennero condannati come eretici. Gli Umiliati vennero

riammessi e organizzati tramite una regola nel 1201 da Innocenzo III.

7.5 LA LOTTA ANTIERETICALE E LA NASCITA DELL’INQUISIZIONE

Nel corso della lotta contro i gruppi dissidenti, la Chiesa affilò sempre più le armi del diritto e quelle della forza: il

primo passo fu quello di estendere l’indulgenza spirituali a coloro che combattevano militarmente i gruppi eretici.

Nel 1184 con la decretale Ad abolendam di Lucio III in accordo con l’imperatore Barbarossa vennero scomunicati

Catari, Patarini e Umiliati, ed istituito il procedimento inquisitorio contro gli eretici affidandolo ai vescovi e

coinvolgendo il potere civile nella repressione attiva (avrebbero dovuto visitare due volte all’anno la diocesi e

imporre ai fedeli di giurate di denunciare gli eretici – vennero poi introdotte la tortura giudiziaria e la pena capitale).

L’opera di Innocenzo III era soprattutto volta a riassorbire i gruppi eterodossi all’interno di ordini regolari, ma un

terribile strumento di repressione venne dalla decretale “Vergentis in senium” (1199) con cui l’eresia diventava un

crimine di lesae maiestatis (gli eretici venivano privati del diritto civile, dei propri beni, e allontanati da ogni forma di

partecipazione alla vita pubblica), e con la quale venne mossa una crociata nel sud della Francia contro i catari.

7.6 DOTTRINE ESCATOLOGICHE E NUOVE FORME DI ERESIA

Nella prima metà del XIII secolo vennero diffondendosi gli scritti attribuiti al monaco cistercense Gioacchino da

Fiore, e alla sua visione escatologica della storia dell’umanità, la quale vedeva le epoche collegata alle tre persone

della trinità: ad un’età del Padre (antico testamento) seguì un’età del Figlio (nuovo testamento), questa era sul

punto di finire e vi sarebbe subentrata (preceduta da guerre, pestilenze e dalla venuta di un Anticristo) un’età dello

Spirito, o “degli uomini spirituali”, in cui si sarebbe finalmente raggiunta una piena comprensione del messaggio

divino; dopo la terza età vi sarebbe stato il Giudizio Universale. Gherardo Segarelli e Dolcino da Novara,

rispecchiandosi in questi “uomini spirituali” contestarono le ricchezze della chiesa formando ordini mendicanti e,

rifiutandosi di unirsi ad ordini regolari, vennero perseguitati ed uccisi.

Con la fine del Duecento il periodo ereticale poteva considerarsi estirpato e l’eresia veniva ad essere inquadrata in

diverse categorie: di “opinione” per coloro che criticavano l’operato degli ecclesiastici o mal interpretava le scritture,

di “ufficio” che puniva le forme di ateismo, di “immoralità” per adulteri e omosessuali, e di “bestemmia”. 16

Bruschi Pietro

8. GLI ORDINI MENDICANTI.

8.1 LA NOVITÀ DEGLI ORDINI MENDICANTI

Ordini Mendicanti sono chiamati un gruppo di esperienze religiose cresciute agli inizi del XIII secolo, in origine diversi

per ispirazione e forma di vita. Gli ordini mendicanti aderivano alla regola agostiniana (V secolo), la quale rispetto a

quella benedettina imponeva la totale povertà, la carità e la vita in fratellanza con il prossimo. Il “chiostro” come

luogo dove svolgere la propria esperienza religiosa veniva esteso al mondo intero, il sostentamento doveva venire

solamente dalla carità delle altre persone. Cambiando le fonti di sostentamento (i mendicanti non possedevano

latifondi da coltivare), cambiò di conseguenza anche la natura dei rapporti con gli interlocutori sociali: vivendo

dunque di elemosina, i Mendicanti si integrarono nel vivace dinamismo delle città.

Dall’infuriare delle polemiche di stampo pauperistico e anticlericale, la nascita dei frati Predicatori (Domenicani) e

Minori (Francescani) segnò una novità per l’espressione di temi religiosi che già animavano molti gruppi laicali ed

eterodossi.

L’ordine dei frati Minori (Francescani) nacque ad Assisi da un gruppo di penitenti che volevano vivere secondo le

forme del Vangelo e degli Apostoli (povertà, umiltà, cura dei reietti, pratica del lavoro manuale, rinuncia a qualsiasi

forma di potere sugli altri), traducendosi in una vita senza fissa dimora, lavorando con le proprie mani e chiedendo la

carità. Nel 1209 Francesco sottopose la propria regola a papa Innocenzo III (contemporaneamente a Umiliati e

Valdesi) e negli anni successivi la comunità crebbe molto rapidamente: l’attività di predicazione itinerante si

intensificò in tutte le direzioni e dopo il 1217 si estende anche fuori dall’Italia. Nel 1220 Francesco, partito per la

Terrasanta, dovette tornare in Italia a causa di una serie di norme circa l’astinenza quotidiana che travisavano

l’esperienza francescana vertendo su quella benedettina. Nacque allora una profonda spaccatura fra le due ali della

confraternita, gli spirituali (soprattutto laici fedeli a Francesco) ed i conventuali (per lo più composta da monaci

confluiti nell’ordine che volevano uno stile di vita cenobitico più organizzato). Dopo la morte di Francesco, nel 1223

venne approvata la nuova regola dell’ordine: la Regola di san Francesco “bollata” (dal papa).

L’ordine dei frati Predicatori (Domenicani) originò in ambiente ecclesiastico dall’esperienza religiosa di Domenico di

Guzmàn. Resosti conto dell’assoluta incapacità del clero di arginare e combatterono il fenomeno ereticale

(soprattutto a causa del contrasto dei lussuosi inviati papali contro la semplicità dei predicatori catari), Domenico

volle combattere l’eresia con gli stessi strumenti degli eterodossi: la predicazione doveva provenire da uomini il cui

stile di vita desse alle loro parole credibilità e autenticità. Con i suoi chierici si insediò a Tolosa, fondando una

comunità di canonici regolari dediti alla predicazione, vennero poi riconosciuti nel 1215 da Innocenzo III come Ordo

Predicatorum con regola agostiniana. I frati vennero inviati nei centri universitari di Bologna e Parigi, dove si

dedicarono allo studio per affinare le armi della predicazione; grazie a questa “specializzazione” verranno poi spesso

impiegati come inquisitori.

Altre esperienze Mendicanti furono l’ordine di Sant’Agostino (Agostiniani – nato nel 1244 per la volontà di

Innocenzo IV di unire i diversi gruppi di esperienza eremitica tra Toscana ed Embria), I frati di Santa Maria del Monte

Carmelo (Carmelitani – eremiti in Terra Santa riunitisi in comunità nel XII secolo) ed i Servi di Maria (Serviti – un

gruppo di penitenti al servizio di un hospitale fiorentino che si unirono nel 1251).

I papi procedettero con una progressiva assimilazione istituzionale di questi movimenti, in particolare di Francescani

e Domenicani, soprattutto con la bolla Religionum divirsitatem nimiam del 1274 che ne stabilì le caratteristiche

comuni: scelta della povertà (soprattutto fondiaria) comunitaria, l’unione della vita regolare alla funzione

sacerdotale (anziché l’alienazione dal mondo), e dal punto di vista organizzativo una forte centralizzazione. 17

Bruschi Pietro

8.2 LA DIMENSIONE URBANA DEI NUOVI ORDINI

Un elemento di rottura con la tradizione monastica precedente e fattore di identificazione degli ordini mendicanti fu

il campo d’azione da essi privilegiato: i centri urbani o i grandi borghi.

Con il fenomeno urbano del XIII-XIV secolo i frati compresero la centralità della città nella vita economica, sociale e

religiosa del loro tempo dando contributo alla costruzione della città-stato dell’Italia centro e nord del XIII secolo.

I frati si accorsero delle nuove esigenze spirituali che i centri urbani avevano e che rimanevano insoddisfatti dalle

strutture ecclesiastiche tradizionali, inoltre le città erano il terreno su cui si erano maggiormente radicate le eresie.

Pensarono dunque che il principio tramite il quale si convertirono i regni barbarici del VI secolo (convertire le corti, le

quali poi avrebbero esteso la scelta religiosa a tutta la comunità) potesse essere usato per diffondere il nuovo

messaggio evangelico e per combattere l’eterodossia. Il profondo legame stabilito dai nuovi ordini con la

popolazione e i ceti dirigenti cittadini fu garanzia della loro affermazione (numero crescente di frati, moltiplicarsi di

santi patroni locali appartenenti agli ordini, adesione al movimento dell’Alleluia – dove schiere di penitenti guidate

da frati percorrevano in processione le città invocando la pace in terra e nei cieli).

8.3 IL RUOLO DI DISCIPLINAMENTO DEL CLERO E DEL PAPATO

Nella prima metà del XIII secolo i conventi mendicanti si moltiplicarono raggiungendo anche i principati d’Oriente. Il

successo dei frati fu assicurato dall’attrattività del loro messaggio evangelico e dall’appoggio del papato; inoltre

grazie alla loro mobilità i frati mendicanti potevano essere utilizzati al servizio della Chiesa universale.

Il papato avviò un processo di omologazione tra gli ordini mendicanti sul modello domenicano, facendo ciò gli altri

ordini rinunciarono ad alcune caratteristiche proprie delle loro origini. Gregorio IX e i successori appoggiarono il

crescente impegno dei frati nello studio universitario (nelle università più prestigiose) e nell’insegnamento della

teologia allo scopo di poterne fare bravi predicatori e bravi inquisitori che smontassero le “sottigliezze” degli eretici.

8.4 CRESCITA E CONFLITTUALITÀ

Uno dei principali punti d’opposizione all’ordine fu la povertà e come doveva essere interpretata. Dopo aver bollato

come eretica la concezione secondo la quale Gesù ed i suoi apostoli non avevano posseduto niente, venne istituita

una finzione giuridica da Niccolò III per la quale la titolarità dei beni e delle rendite donate ai mendicanti sarebbe

confluita nel patrimonio di San Pietro, il quale poi l’avrebbe ceduto ai frati soltanto come usufrutto.

Un’altra polemica si aprì nel XIII secolo tra mendicanti e clero secolare poiché l’attività della predicazione dei frati, in

precedenza autorizzata dal consenso del clero locale durante alcuni periodi dell’anno, era diventata sempre più

pretenziosa e “regolare”. Tutto questo accadeva ai danni dei sacerdoti, i quali videro diminuire affluenza, rendite e

donazioni. L’unico provvedimento venne preso da Gregorio X il quale, consapevole dell’importante ruolo svolto dai

mendicanti, soppresse solo alcuni ordini minori (i quali inoltre stavano iniziando a fare concorrenza a Minori e

Predicatori). 18

Bruschi Pietro

8.5 LE “SORORES” DI DOMENICO E FRANCESCO

Anche i Mendicanti ebbero i propri rami femminili, tuttavia le monache non potendo pronunciare i voti sacerdotali e

quindi partecipare alla cura animarum itinerante, motivo per il quale vennero a mancare della caratterizzazione degli

ordini maschili (mendicità e predicazione itinerante) e costrette alla clausura, rientrando nei canoni tradizionali delle

congregazioni religiose femminile.

La giovane Chiara degli Offreduccio decise di seguire San Francesco unendosi alla sua confraternita e abbracciando

l’assoluta povertà. Alla morte di Francesco, Chiara cercò di opporsi a più riprese alla clausura che le altre donne ed il

papato cercarono di imporre, vivendo di elemosina a San Damiano e scrivendo una propria regola dove ribadiva i

principi di povertà e legame con l’ordine minoritico. Nonostante l’aver ottenuto il privilegium pauperitatis da

Gregorio IX, alla morte di Chiara l’ordine di San Damiano venne trasformato in ordine di Santa Chiara (o monache

Clarisse), con una nuova regola scritta dal papa in cui si prescriveva la clausura stretta per tutte le donne e la

disposizione di possedere beni e rendite, abolendo quindi il principio francescano della povertà comunitaria.

Domenico di Guzmàn fondò presso Notre Dame de Prouille, in Provenza, la prima comunità di monache domenicane

come rifugio per le donne che avevano abbandonato l’eresia catara ma volevano vivere in povertà, seguendo la

regola agostiniana.

8.6 I NUOVI ORDINI E LA CULTURA UNIVERSITARI

Gli ordini mendicanti, per le loro caratteristica predicazione contro l’eresia, non potevano ignorare il mondo degli

studi superiori. Vennero così fondati i primi studia nei principali conventi dei loro ordini (accoglievano sia il frati che

laici) e vennero intrapresi rapporti sempre più stretti con le università (nel 1220 sia Predicatori che Minori si erano

insediati all’università di Parigi e a quella di Bologna, per la fine del secolo i frati facevano concorrenza alle cattedre

dei docenti secolari).

La teologia era la prima scienza per eccellenza, verso cui tutte le altre erano ritenute solo propedeutiche: poiché la

vera scienza era concepita come conoscenza di Dio, la teologia era la forma di conoscenza più vicina alla perfezione.

Il papato attuò una politica universitaria che mirava a porre le scuole sotto il controllo romano garantendo

l’autonomia di giurisdizione e funzionamento, sottraendole di fatto al controllo cittadino e alla legislazione della

corona. Il papato divenne dunque l’unica autorità in grado di concedere alle università il titolo di “studium generale”

che conferiva la licentia ubique docendi. I docenti degli ordini mendicanti guadagnarono presto grande prestigio.

8.7 IL RAPPORTO CON IL LAICATO

I frati mendicanti non erano tenuti alla stabilità monastica e pur vivendo in comunità erano estremamente mobili,

essi si impegnavano a stabilire rapporti intimi e personali con i singoli fedeli attraverso la pratica della confessione. A

favorire il rapporto intimo con i laici c’erano anche le confraternite e le congregazioni pie che sorgevano presso i

conventi e sotto la loro protezione.

Lo strumento per modificare la società e favorirne la coesione e il disciplinamento era la predicazione, e una

particolare attenzione per l’aspetto teatrale di essa; i Mendicanti proponevano una predicazione che serviva alla

divulgazione e cercava di rispondere alle curiosità intellettuali e alla domanda di elevazione religiosa espressa dai

laici. La predica veniva scritta in latino ma pensata per essere recitata in volgare; essa inoltre abbracciava tutti gli

aspetti della vita dei fedeli (privata, familiare, pubblica e anche politica). Dapprima Domenicani poi Minori scrissero

veri e propri manuali per la formazione di predicatori.

I Terzi Ordini Mendicanti (le confraternite laiche affiliate a Domenicani e Francescani), come gli “ordini della

Penitenza”, vennero inquadrati nell’istituzione nel 1289 da Niccolò IV con la bolla Supra montem. Queste congreghe

godettero di grande appoggio da parte dei mendicanti e del papa, tanto che ebbero importanti privilegi in ambito

civile: erano esclusi dal servizio militare (ma non potevano assumere incarichi pubblici), esentati dagli obblighi fiscali

(ma non erano costretti alla povertà personale), giudicabili solo da tribunali ecclesiastici. Anche essi andarono

incontro a una profonda clericalizzazione, il cui controllo venne esercitato da Minori e Predicatori; inoltre questi

ordini non imponevano la povertà personale né la conduzione della corretta via religiosa, ciò rappresentava un

terreno interessante per i laici che erano operosi nel contesto economico e lavorativo. 19

Bruschi Pietro

9. IL GOVERNO DELLE ANIME E IL RUOLO DEI LAICI

NELLA VITA RELIGIOSA.

Alla fine del XII secolo la cristianizzazione dell’Occidente era compiuta poiché tutti gli abitanti, eccetto la minoranza

ebraica e le popolazioni di alcune regioni periferiche, erano battezzati. La lotta per le investiture aveva in molti casi

incrinato o spezzato la tradizionale solidarietà tra alto clero e aristocrazie laiche, profondamente influenzate da

dottrine eterodosse; inoltre i ceti aristocratici e una larga parte del laicato volevano diventare padroni del proprio

destino liberandosi dalla tutela ecclesiastica (come dimostra la nascita dei comuni cittadini e la diffusione delle

eresie dall’XI al XIII secolo).

9.1 L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA: DIOCESI, PIEVI E PARROCCHIE

Fin dal IV e V secolo, le comunità cristiane vennero inquadrate in diocesi (circoscrizioni territoriali di epoca romana)

divise in parrocchie, le quali facevano tutte capo al centro urbano principale, nel quale risiedeva il vescovo nella sua

cattedrale. Per assicurare una maggiore penetrazione nelle campagne, la circoscrizione rurale divenne la pieve, con

la sua chiesa battesimale (in cui i fedeli ricevevano il battesimo e sacramenti); caratteristica comune alle pievi

furono le cappelle e gli oratori privati i quali, fondati da laici o da monaci, erano indipendenti dall’autorità del

vescovo (le nuove fondazioni nascevano dalle necessità spirituali della nuova rete demografica).

Il papato si preoccupò di consolidare attraverso appositi interventi normativi l’articolazione territoriale di pievi e

parrocchie anche quando iniziò a concedere l’attività pastorale agli ordini Mendicanti (quattro concili Lateranensi tra

1123 e 1215). Alle cappelle vennero concessi i diritti di sepoltura e di battesimo, andando ad inserire le vecchie

chiese battesimali in un reticolo di nuove parrocchie senza un clero stabile. Vennero anche stabiliti dei nuovi

incarichi per i vescovi e per i fedeli, al fine di garantire la comunicazione tra le parrocchie ed una miglior

partecipazione alla vita spirituale (dovere di promuovere la predicazione regolare e l’ascolto delle confessioni,

l’obbligo di chiamare un prete al capezzale del malato in pericolo di vita, l’obbligo di contrarre il matrimonio davanti

al proprio parroco, l’obbligo di confessarsi almeno una volta l’anno e di comunicarsi nella festa di Pasqua).

9.2 LA VITA PASTORALE. CURA ANIMORUM E LAICI

Al termine della lotta per le investiture, affermato il primato del papato e la coincidenza tra fede in Cristo, Chiesa

cattolica e Chiesa romana (“Non è cattolico chi non è d’accordo con il papa”), dal XII secolo l’ecclesia si preoccupò di

garantire l’uniformità delle pratiche religiose per non ricadere negli errori di epoca carolingia e per contrastare la

presa che i movimenti eterodossi avevano avuto su tutti i ceti sociali.

Si cercò di innalzare il prestigio del clero attraverso una più accurata formazione religiosa e una più stretta

sorveglianza dei costumi morali. Un altro fondamentale passo in questa direzione consistette nell’imporre a tutti i

cristiani il rispetto di alcuni precetti basilari, sacramentali e liturgici (i vescovi divennero controllori della vita morale

dei fedeli – i parroci dovevano comunicargli le persone che non frequentavano le celebrazioni). Inoltre dal XIII secolo

andò diffondendosi la pratica della predicazione sia in latino che in volgare al fine di far raggiungere il messaggio a

tutti gli ordini sociali; i protagonisti principali dello sforzo di rievangelizzazione furono gli ordini Mendicanti la cui

urbanizzazione li fece divenire artefici del disciplinamento del laicato. 20


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fragfolstag di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Zorzi Andrea.

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