Sunto Storia e critica dell’arte contemporanea, docente Trione, libro consigliato Post-Classici la
ripresa dell’antico nell’arte contemporanea italiana, Vincenzo Trione
Crossover – A futura memoria – Trione
Senza movimenti?
Nell’Immortalità, Kundera, narra di artisti divorati dalla nevrosi di andare avanti. I paesaggi
dell’arte contemporanea ci appaiono come suk, in cui mancano punti di vista stabili. Diversamente
da quello che era accaduto nel ‘900 non ci sono più movimenti unitari, ma solo singole personalità.
È stato esaltato il valore creativo dell’io.
Nelle sale dei più importanti eventi internazionali si rimane disorientati, si assiste ad un trionfo di
un post-dadaismo glamour, incapace di fare domande.
In Italia
Ma è proprio così?
Nel contesto italiano attuale, sulle orme di alcuni protagonisti dell’Arte Povera, della
transavanguardia e del concettuale, molti artisti delle ultime generazioni avvertono la necessità di
opporsi al post-duchampismo imperante. Ritornano ad una nuova serietà, a sentire l’arte con una
grammatica precisa. Non inseguono uno sperimentalismo fine a se stesso, suggeriscono una sorta di
uscita dal mondo. Sembrano guidati dalla nostalgia: trattengono la lontananza in un inesauribile
desiderio di vita.
Ad animarli è l’urgenza di guardare dietro di sé. Considerano la memoria come una facoltà epica,
consente di appropriarci del corso delle cose e ci riconcilia con la potenza della morte (Benjamin).
La memoria disegna una fitta rete di narrazioni.
Per i nostri artisti il vettore della storia viene invertito ed è orientato verso il passato. Il passato
viene sentito come una dimensione che attraversiamo e che ci attraversa. Non è più dietro di noi, si
insinua nell’attualità.
Guidati dal bisogno di riaffermare il senso della continuità, questi artisti solitari e eccentrici si fanno
interpreti del destino segreto dell’avanguardia.
Il caso di De Chirico
Anticipatore di questo atteggiamento è l’artista forse più controverso dell’arte italiana del ‘900:
Giorgio De Chirico. Che tende a disporre i modelli della storia dell’arte in una temporalità assai
complessa: li nega mentre se ne serve. Le sue sono citazioni sconnesse, rivolte a sgretolare l’antico
in unità minime: da combinare in maniera arbitraria.
Richiamandosi ad una tradizione svincolata da ogni riferimento storico, si riferisce ad una grecità
immaginaria, nei suoi confronti è animato da una passione vaga e imperfetta.
In particolare è affascinato dalle misteriose lacune della statuaria greca: lo cattura ciò che manca più
che ciò che si vede. Nei suoi quadri accumula rovine in una silente catastrofe senza tregua. Ascolta
le voci della classicità, le scompone e le ricompone in labirinti di significato. Restituisce il ritratto di
una memoria in divenire.
Il ciclo di manichini degli anni ’20, teatri dell’assurdo, occupati da araldici filosofi nell’iconografia
dei nati sotto Saturno.
Momenti di un classicismo stravolto e alterato, dirompente e interdetto, nell’incongruenza delle
prospettive, tra deformazioni angoscianti.
Dati della realtà vengono manipolati con ironia e fantasia.
Api e ragni
Per sopravvivere abbiamo bisogno di due figure: il legame con il passato (città abitata da morti) e la
proiezione verso il futuro (sentiero inesplorato).
La storia secondo De Chirico, non indica un percorso lineare, definito da tappe successive, è come
una spirale, in cui si può andare avanti e indietro. La sua verità ve cercata in territori poco
frequentati. Artista autentico è colui che dice si alla memoria e la rende attuale, e situa le sue azioni
in un eterno presente. Nella trama sottesa delle sue opere collega echi e corrispondenze.
Un’analoga filosofia è all’origine delle pratiche di personalità appartenenti a generazioni diverse,
che sembrano voler reagire a quei critici anti-moderni che accusano l’arte di oggi di inconsistenza.
Essi attribuiscono una nuova centralità alla storia, è come se volessero riconquistare una purezza
perduta. Sembrano affidarsi a un atteggiamento vicino a quello del padre delle avanguardie ‘900,
Filippo Tommaso Marinetti, che alla fine degli anni ’20 aveva invitato gli artisti a considerare il
passato come un archivio ineliminabile da interrogare ossessivamente.
Troviamo davanti a noi artisti che si comportano non come ragni, ma come api (Marc Fumaroli),
non si concedono all’oggettività del caso e a una mano invisibile per dar vita a creazioni autografe,
ma per dar vita alle opere trovano e ritrovano, rinnovando i luoghi di un eterna dimora comune. A
guidarli è la convinzione per cui l’apice della civiltà è stato raggiunto nell’antichità.
Eterno ritorno
Indispensabile è il richiamo alla classicità, intesa come arsenale di valori metafisici da riabitare;
topos dinamico; patrimonio fondante, decisivo e necessario.
I classici custodiscono la vita interiore dell’umanità, rappresentano la riserva di consapevolezza di
cui si ha bisogno, soprattutto quando le cose non vanno bene.
Si tratta di un inatteso eterno ritorno.
Oltre postmoderno e anacronismo
Sono frequenti le riprese dalla statuaria antica e da significativi momenti della storia dell’arte.
Molti artisti italiani, invece, pensano la classicità in una prospettiva non winkelmanniana, ma
nietzschiana, come geografia dell’incertezza e della precarietà. Come strumento per guarire dalle
tante ubriacature della modernità, e come spazio che può alimentare interrogazioni.
Queste voci partono da motivi museali, effettuando radicali superamenti, attenti a sperimentare
slittamenti di senso.
Talvolta questi artisti scelgono di ambientare le loro opere all’interno dei musei d’arte antica e in
spazi storicamente connotati, rivitalizzandoli.
Altre volte cercano un dialogo ancora più diretto con la memoria, espongono i loro quadri al
cospetto di quelli dei maestri.
Sembrano voler condurre il passato nel presente, sull’esempio di una mostra di Rosenblum del
2000, Encounters, nella National Gallery di Londra.
Profanazioni
Servendosi di media diversi, i nostri artisti tendono a collocarsi all’interno di un territorio comune,
fino a dar vita ad un implicito movimento: i post-classicismo. Ad accomunarli è il bisogno di
reinventare alcune figure della classicità, fino a renderle irriconoscibili. Le loro sono autentiche
profanazioni. Prelevano vari episodi archeologici e storico-artistici, e poi li filtrano attraverso uno
stratagemma: lo straniamento. È un artificio che consente salti linguistici, modifica ogni linearità
rappresentativa.
La cultura del passato non viene innalzata sopra un piedistallo irraggiungibile. Si prediligono
discontinuità, scarti, margini. La bellezza antica è dissolta.
Esempio è l’opera di Cy Twombly, artista americano profondamente sedotto dalle mitologie e da
archeologie classiche, che nelle tele del suo viaggio in Italia, compie autentiche abrasioni
iconografiche; distese di graffiti e scarabocchi.
“Rovine! Mia famiglia!”
I post-classici potrebbero ripetere come Baudelaire “Rovine! Mia famiglia!”. Ad attrarli infatti sono
soprattutto le rovine. Si tratta di frammenti che alludono alla fine di un mondo; e rendono
incombenti tracce di quello stesso mondo. C’è un sottile intreccio tra morte e rinascita. Mostrano il
nesso tra invisibile e visibile, tra assenze e presenze e tra eternità e durata.
Si riferiscono a molteplici passati in modo incompleto, amplificandone l’enigma.
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