BREVE STORIA DELLA CURATELA – HANS ULRICH OBRIST
Introduzione
Oggi si suggerisce che l’arte non necessita di mediazione, dato che l’artista si riferisce ad
un’autorità più alta, nessun curatore o museo deve ostacolarlo.
Se la figura del critico d’arte è stata ben riconosciuta fin da Diderot e Baudelaire, la sua vera
ragion d’essere rimane largamente indefinita. Il ruolo del curatore appare già incorporato a
professioni artistiche preesistenti, come il direttore di un museo o di un centro d’arte
(Johannes Cladders, Jean Leering, Franz Meyer), il mercante (Sieth Siegelaub), o il critico
d’arte (Lucy Lippard). I confini sono fluidi.
L’arte del tardo ‘800 e del ’900 è strettamente legata alle mostre. I risultati delle avanguardie
degli anni ’10 e ’20 possono essere considerati come una serie di raccolte collettive ed
esposizioni. Questi gruppi seguirono la strada tracciata dai loro predecessori, permettendo ad
un numero sempre maggiore di artisti emergenti di agire come mediatori di se stessi.
Proseguendo nel corso del XX secolo, la storia delle mostre appare inseparabile dalle più
significative collezioni della modernità. Gli artisti giocarono un ruolo importante nella
creazione di queste collezioni.
Una progressiva professionalizzazione della posizione del curatore stava diventando evidente.
Molti direttori, fondatori di musei di arte moderna, si possono annoverare tra i pionieri della
curatela.
Nel corso del XX secolo le mostre sono diventate il medium attraverso cui la maggior parte
dell’arte viene conosciuta. Non solo la quantità e la grandezza delle mostre sono aumentate,
ma i musei e le gallerie d’arte ora espongono le loro collezioni permanenti come se fossero
una serie di esposizioni temporanee. Le mostre sono il luogo primario di scambio
dell’economia politica dell’arte, dove il significato è costruito, mantenuto, e talvolta
decostruito. In parte spettacolo in parte evento dal valore storico-‐sociale, in parte dispositivo
strutturale, le mostre stabiliscono ed amministrano il significato culturale dell’arte.
Mentre la storia delle esposizioni ha cominciato, nell’ultimo decennio, ad essere esaminata
maggiormente in profondità, ciò che rimane largamente inesplorato sono i legami che
manifestazioni tra loro connesse hanno creato tra i curatori, le istituzioni e gli artisti. Per
questo le conversazioni di Obrist superano l’enfasi sui grandi successi di alcuni individui. Il
materiale da lui raccolto ricostruisce un mosaico di frammenti sottolineando una rete di
relazioni all’interno della comunità artistica nel cuore delle pratiche curatoriali emergenti.
Possono essere tracciate influenze condivise tra curatori.
Nei tardi anni ’60 l’ascesa del curatore come creatore, non solo cambiò la nostra percezione
delle mostre, ma creò anche il bisogno di documentarle più compiutamente.
Se il contesto di presentazione di un opera ha sempre avuto importanza, la seconda parte del
XX secolo ha mostrato che le opere d’arte sono sistematicamente associate alla loro prima
mostra e che una mancanza di documentazione delle successive espone le intenzioni originali
dell’artista al rischio di essere frainteso.
Walter Hopps (California, 1932-2005) 1996
Nel profilo realizzato da Calvin Tomkins sul New Yorker nel 1991, il curatore Walter Hopps ci
viene mostrato come un eccentrico outsider. Ha consolidato l’immagine del curatore quale
vivace iconoclasta. La sua indipendenza non è disgiunta dai suoi successi. In una carriera di
quarant’anni passata dentro e fuori dai musei, egli non si è mai lasciato sopraffare dalle
logiche amministrative o dalla routine. Guardando alla sua carriera si ha l’impressione che sia
un perfetto insider, ma anche un irrimediabile outsider.
Hopps aprì la sua prima galleria, il Syndell Studio, mentre era ancora studente all’UCLA,
all’inizio degli anni ’50, e ricevette grandi consensi per le sue panoramiche sulla nuova
generazione di artisti californiani. Passò alla galleria Ferus a Los Angeles; come direttore del
Pasadena Museum of Art (1963-‐67) organizzò un bel programma di mostre, tra cui la prima
panoramica della pop art americana e la prima personale di Marcel Duchamp in un museo.
Eppure Hopps ha avuto successo lavorando dentro e fuori gli spazi istituzionali, applicando un
modello curatoriale al di fuori dagli schemi museali. Anche oggi Hopps lavora in contesti
diversi: lavora come consulente curatore per la Menil Collection di Houston, è anche redattore
di Grand Street, rivista che ha contribuito a trasformare in vetrina per gli artisti.
Il talento di Hopps nelle vesti di committente è eguagliato solo dalla sua abilità di allestire
mostre sbalorditive, il suo successo deriva dal suo senso del carattere dell’opera d’arte, e dalla
sua capacità di far emergere quel carattere senza inquinarlo.
Hoppsintende anche la figura del curatore come quella del direttore d’orchestra che lotta per
stabilire l’armonia tra i singoli musicisti.
Lo intervista per la retrospettiva di Edward Kienholz al Whitney, Hopps dice che è stato
Duchamp a insegnargli quale fosse la regola cardine del curatore: quando si organizzano le
mostre, le opere non devono mettersi in mezzo.
All’inizio degli anni ’50 ha lavorato come organizzatore in campo musicale, ma
l’organizzazione delle mostre avvenne nello stesso momento, mentre andava a scuola
lavorava con il jazz e aprì una piccola galleria vicino alla UCLA, il Sydnell Studio.
Era incredibile la mancanza di visibilità per gli artisti contemporanei.
Nel sud della California c’erano state solo due occasioni nel corso della sua giovinezza, in cui si
erano poruti vedere i protagonisti della New York School.
La gente rispondeva bene a questi eventi, il pubblico era molto curioso e umano.
Sembra un paradosso, perché fino a quel momento non c’era stato molto da vedere, poi
improvvisamente, intorno al 1951, ci fu un impennata dell’arte della West Coast.
Hopps identifica l’apice del lavoro del migliore espressionismo astratto nel periodo dal 1946
al 1951. Lawrence Alloway, a Londra, comprese quello che stava accadendo meglio di molte
persone negli USA, le sue informazioni sull’arte americana gliele aveva fornite Hopps.
La 291 Gallery di Stieglitz è stata una forte ispirazione per le sue mostre. Alfred Stieglitz è
stato il primo ad esporre Picasso e Matisse negli USA. Prima anche degli Arensberg, che
cominciarono la collezione nel 1913. Nolte collezioni ebbero inizio allora, al tempo
dell’Armory show. Katherine Dreier fu un personaggio cruciale, con Duchamp e Ray aprì il
primo museo moderno in America, chiamato appunto Modern Museum.
Tuttavia nei musei non è successo niente fino al 1924. Poi le cose cambiarono grazie ad alcuni
collezionisti nei musei. L’arrivo degli Arensberg in California diede il via libera, il permesso di
fare tutto, per quanto il pubblico e le istituzioni fossero contrari all’arte contemporanea.
Anche Richard Diebenkorn espose. Gli artisti della sua generazione che lavoravano con
l’assemblage erano: Wallance Berman, era affascinante, grande conoscenza del surrealismo,
su fondamentale per la sensibilità Beat. Fu lui ad avvicinare Hopps a William Burroughs.
Kenneth Rexroth influenzò anche lui la cultura Beat della West Coast. Le persone disposte a
sostenere l’arte abitavano principalmente nel sud della California, e la maggior parte dell’arte
davvero interessante si sviluppava nel nord.
A Los Angeles e nella West Coast in generale i circoli intellettuali ed artistici erano di ampie
vedute, non dogmatici, ma aperti a tutti.
Kienholz e Wallace Berman si conoscevano, ma c’era una frattura fa loro. Kieholz era chiuso,
ma anche realista. Berman era pieno di spiritualità, un ebraismo cabalistico e un forte rispetto
per la cristianità. Erano davvero diversi. Sono rappresentanti fianco a fianco della grande
mostra Beat Culture, curata da Lisa Philipps al Whitney Museum di NY.
Hopps vuole rivelare la continuità e allo stesso tempo il potere dell’arte di Kieholz, insieme
con le sue origini pregne di un forte senso americano della cultura californiana e della sua
vasta gamma di tematiche.
Hopps nomina una lista di curatori e direttori
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