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Riassunto esame storia contemporanea, prof. Scavino, libro consigliato L'età della globalizzazione, Rogari Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di storia contemporanea del prof. Scavino, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'età della globalizzazione, Rogari. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
- Premesse su ciò che avviene prima;
- La Restaurazione, la sua crisi e i Risorgimenti nazionali;
- L'Europa e il mondo dalla conclusione dei risorgimenti... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. M. Scavino

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ESTRATTO DOCUMENTO

sociali.

Ci fu un meccanismo di trasformazione e liquidazione definitiva delle vecchie tecniche che portano

anche alla fine del feudalesimo nella maggior parte dei paesi. Questo tipo di Rivoluzione ha avuto il

merito di trasformare il mondo fino ai giorni nostri in maniera sempre più lineare ed accelerata.

L'emblema della Rivoluzione industriale è stata la nascita della ferrovia che ha portato alla

produzione di nuovi metalli, alla nascita di nuove tecniche, all'occupazione di nuovi ingegneri, alla

modificazione del terreno, e soprattutto alla diminuzione dei tempi di percorrenza.

Il ruolo della Gran Bretagna

La Gran Bretagna fu considerata un vero modello da seguire per tutto l''800. Si parlò infatti di

unicità del modello inglese grazie a numerosi caratteri, tra cui la grande quantità di capitale da

investire, la grande risorsa di materie prime presenti nel territorio nazionale ed il fatto che

iniziarono a crearsi lavoratori sempre più specializzati. La Rivoluzione industriale è stata un

processo (molto complesso) nato quindi anche dal dinamismo di una borghesia successivamente

sempre più ricca di capitali adeguati; l'industria si è potuta sviluppare attraverso risorse proprie, in

un processo di crescita politica volto a tentare di limitare le prerogative e le funzioni dello stato

centrale. Le due rivoluzioni inglesi del '600 hanno trasformato l'intero mondo in quanto sono state

caratterizzate dalla rivolta del Parlamento inglese contro il re. Queste rivoluzioni, o per meglio dire

guerre civili, hanno caratterizzato tutte le vicende che si sono create successivamente: pensiamo al

bilanciamento dei poteri presente tutt'ora nel paese. I tre poteri era spartiti tra: 1) potere della corona

2) camera dei lord 3) camera dei comuni (all'interno della quale era presente la nobiltà più bassa).

Questo è un principio che portò ad un sistema nel quale si presumeva che nessuno dei tre poteri

avesse forza sufficiente al fine di prevaricare sugli altri due. Anche per questo la Gran Bretagna è

considerata la patria del costituzionalismo moderno; questo paese non ha ancora oggi una

costituzione scritta, ed è l'unico paese a possedere questa caratteristica (ad eccezione dello Stato di

Israele ma per ragioni diverse). Il paese si basa su leggi ordinarie. Nella camera dei comuni inglesi

si formarono inoltre due schieramenti parlamentari: il “partito” dei Tori (conservatore) ed il

“partito” dei Whig (liberale, voleva difendere le prerogative del Parlamento).

La parola “partito” ha acquisito nel corso del tempo una trasformazione radicale. Partito può essere

inteso, in senso più moderno, come struttura organizzata con la presenza non soltanto a livello

istituzionale ma anche a livello territoriale. Un partito politico è infatti un'associazione tra persone

accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni

fondamentali della gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. Se

pensiamo invece all'Inghilterra del '600 il termine partito poteva essere inteso semplicemente in due

modi: 1) determinato schieramento parlamentare 2) corrente ideale, insieme delle tendenze,

persone, gruppi, associazioni che si riconoscono in un insieme di idee. Quando in Inghilterra si

parlava di partito dunque ci si riferiva a qualcosa di abbastanza diverso da come lo intendiamo noi

oggi, c'è stata una vera e propria trasformazione anche dal punto di vista semantico quindi.

Effetti della Rivoluzione francese

Quale fu l'importanza delle guerre napoleoniche?

Per quale ragione i cittadini francesi andavano a combattere con tutti i rischi del caso?

Le guerre napoleoniche portarono anche ad un mutamento sotto il profilo mentale; l'esercito dello

Stato di Ancien règime dava molta fedeltà e fiducia al sovrano, il quale veniva considerato non solo

come una entità assoluta, ma anche come rappresentate di tipo religioso (c'era un forte intreccio tra

potere statale e religioso). Nasce per la prima volta in Europa un fenomeno nuovo; i componenti

dell'esercito francese combattevano perché in mente avevano l'idea di patria, di nazione,

combattevano per difendere il proprio paese dagli attacchi nemici. Oltre ad essere nata la leva

obbligatoria, con la Rivoluzione francese aveva fatto potentemente irruzione nella storia l'idea di

nazione, idee che è diventata poi un concetto moderno/contemporaneo.

Già prima del 1815 (pensiamo alla fine del '700 e alla Rivoluzione americana per esempio) si erano

formate tantissime, almeno in maniera embrionale, idee sociali e politiche che per certi aspetti si

sono protratte nel tempo fino a diventare attuali → Idea di Nazionalismo, di Socialismo, di

Costituzionalismo, di Comunismo, di Femminismo, di diritti sociali in ambito lavorativo

(livellamento e miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle persone). Ciò che è

avvenuto prima è stato una sorta di laboratorio preparativo di idee che intrecciandosi e

sviluppandosi sempre più hanno dato origine, almeno in parte, a quelle attuali.

L'Europa e gli Stati Uniti d'America hanno “bruciato” le loro tappe di crescita e sviluppo, non a

caso gli Stati Uniti nel giro di poco più di 100 anni sono diventati il paese più potente al mondo dal

punto di vista economico e non solo (gli Stati Uniti era un paese che non aveva la nobiltà e quindi

non ha avuto il problema che hanno avuto le borghesie europee su come fare al fine di scalzare la

nobiltà e i relativi sovrani).

Parte Prima. La Restaurazione, la sua crisi e i Risorgimenti nazionali (1815-187)

LA RESTAURAZIONE E I SUOI LIMITI (Capitolo Primo)

1.1 Il Congresso di Vienna

Le grandi potenze che avevano sconfitto Napoleone discussero del futuro assetto dell'Europa, oltre

che delle colonie che interessavano alla Gran Bretagna, a Vienna dal novembre 1815 al giugno

1815. Nel frattempo ci fu un breve rientro di Napoleone e la sua definita sconfitta a Waterloo il 18

giugno 1815. In seguito a questa battaglia Napoleone fu esiliato a Sant'Elena, dove morì sei anni

dopo, il 5 maggio 1821. Lo scopo del Congresso era da un lato la pretesa di restaurare integralmente

la situazione (dinastie/regni) pre-napoleonica, dall'altro lato la pretesa di restaurazione del principio

di legittimità degli Stati. Le monarchie assolute vengono viste come legittime in quanto espressione

quasi di una volontà divina; la Chiesa cattolica si faceva garante della legittimità dei sovrani davanti

al popolo (i sovrani sarebbero tali per volere divino, questo era il volere della Chiesa cattolica). Lo

scopo principale quindi del Congresso fu la possibilità di restaurazione del principio di legittimità.

Debolezza: buona parte dell'Europa non è più cattolica (Europa centrale: confessione

protestante/Europa zarista: confessione cristiano-ortodossa). In realtà una vera e propria

restaurazione non ci fu in quanto non fu possibile la restaurazione dello status quo geo-politico

precedente. Il Congresso di Vienna si può definire come una riunione di Ministri e Capi di Governo

che parlano al fine di determinare e definire i destini dell'Europa.

I grandi protagonisti del Congresso furono Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna; fu ammessa

alle discussioni anche la Francia (nonostante sia la nazione sconfitta), rappresentata dal ministro

degli esteri, principe di Talleyrand, dopo la restaurazione sul trono di Luigi XVIII di Borbone, che

aveva servito ben tre regimi precedenti alla Restaurazione. La Francia convinse i Capi di Stato delle

nazioni vincitrici che non era interesse di nessuno escludere la Francia per ridisegnare la carta

d'Europa in quanto questo Paese era una monarchia assoluta. La Francia introduce questo

argomento politico al fine di essere annessa al Congresso (Il Congresso di Vienna fu diverso dalla

conferenza di Versailles del 1919 quando la Germania sconfitta venne esclusa. I Capi di Stato a

Vienna erano infinitamente più reazionari di quelli analoghi di 100 anni dopo). Il comportamento

che hanno messo in scena è stato ispirato dal tentativo di tenere insieme le varie nazioni (si parla di

“concerto delle potenze europee” → interesse comune), anche se 100 anni dopo questa idea non

esisterà più a livello delle opinioni pubbliche, della stampa, dei partiti etc...

1.2 La sistemazione territoriale dell'Europa e gli strumenti di stabilizzazione

Ci sono tre situazioni nazionali al centro di tensioni/lotte negli anni successivi al Congresso:

1) Polonia: era stato un regno autonomo ma con il Congresso di Vienna cessa di esistere, la

Polonio non esiste più come entità politica a sé ma viene divisa tra Prussia e Impero zarista.

Si trattò dunque di un territorio conteso fra Russia e Prussia. La soluzione venne da una

spartizione che privilegiò la Russia che assunse il dominio del Granducato di Varsavia,

mentre la sola città di Cracovia e relativo territorio restarono autonomi. In più la Russia

ottenne la Bessarabia e la Finlandia, mentre la Prussia fu compensata con la regione

occidentale della Pomerania, polacca e svedese, oltre alla Sassonia e alla Renania.

2) Italia: non ci fu una pura e semplice restaurazione delle monarchie precedenti. L'Austria

divenne l'incontrastata dominatrice della penisola (Dinastia degli Asburgo). Fino al 1860

l'Italia fu suddivisa in più entità partendo dal Nord fino ad arrivare nel meridione:

- Area Lombardo-Veneta (annessa all'impero Austriaco): questa era la parte economicamente e

culturalmente più sviluppata della Penisola/importanza dello sbocco sul mare grazie a Venezia e

Trieste.

- Regno di Sardegna: viene restaurata la monarchie dei Savoia/viene annessa a questo Regno anche

la Liguria per cui anche la monarchia dei Savoia poteva godere dell'accesso diretto al mare.

- Granducato di Toscana: con la dinastia dei Lorena il Granducato si caratterizzò per un notevole e

rapido sviluppo di manifatture e di scambi commerciali.

- Ci furono anche tutta una serie di Ducati: Parma, Piacenza, Modena, Reggio Emilia

- Regno Pontificio: territorio direttamente amministrato dalla Chiesa Cattolica; nel corso del

Risorgimento nazionale l'Italia avrà un problema che non esisteva in nessun altro Stato europeo; il

potere temporale della Chiesa. Lo Stato pontificio fu restaurato sotto la guida di PioVII.

- Regno delle Due Sicilie: risulterà essere l'unificazione di due Regni precedentemente distinti

(Napoli/Sicilia). Questa unione provocherà insoddisfazione, piani di rivolta, lotte interne, che

avranno un carattere soprattutto di autonomismo. La Corte del Regno era individuata a Palermo, poi

a Napoli. Il Regno delle due Sicilie era legato ad un trattato di alleanza con l'Austria.

In Italia ci sono sempre state differenze in tantissimi ambiti (culturale, sociale, economico) ma le

élite di borghesi liberali erano tutte di confessione cattolica. C'era una estrema eterogeneità dei

diversi territori italiani e non c'era l'elemento della differenziazione religiosa (come in Germania per

esempio).

3) Germania: durante il periodo napoleonico esistevano in questo territorio circa 360 entità

statale autonome (piccole città Stato in larga parte). C'era una frammentazione enorme che

era anche di matrice e natura religiosa; la parte più meridionale (la zona della Baviera) era in

prevalenza di confessione cattolica, mentre la parte a nord-est del paese era per la

maggioranza di confessione luterana o faceva riferimento a confessioni protestanti minori.

Da 360 entità autonome, al Congresso si arrivò alla creazione di una Confederazione di 39

Stati di lingua tedesca, ovvero di una particolare struttura politica che tenesse insieme questi

stati. A capo della Confederazione germanica il congresso stabilì che ci fosse l'impero

austriaco. Il più forte di questi stati soprattutto sotto il profilo economico ma non solo, era il

regno di Prussia. Per ora l'Impero asburgico manteneva una preminenza nel mondo

germanico, ma si trattava di un Impero composito e multietnico, mentre il Regno di Prussia

aveva caratteri di omogeneità etnico linguistica. Iniziò quindi una accesa rivalità tra l'impero

austriaco ed il regno di Prussia, anche se quest'ultimo era più piccolo geograficamente. La

Germania divenne quindi una Confederazione presieduta dall'imperatore d'Austria.

Problemi che comporta il disegno Restauratore

La Restaurazione comportò dei problemi soprattutto dal punto di vista della legittimità

Lo Zar di Russia Alessandro I che al Congresso rappresentava l'anima più reazionaria propose la

creazione della Santa Alleanza, accorda con gli Stati più importanti l'idea della legittimazione per

diritto divino dei sovrani (l'accordo avviene tra lo Zar di Russia che era ortodosso e l'imperatore

austriaco che era cattolico). Si trattava di un documento più ideologico che operativo; rappresentava

una cornice di principi che ispirava l'azione delle potenze firmatarie e non a casa fu promosso dalla

potenza che meno era stata condizionata ed influenzata dalla diffusione delle idee rivoluzionarie

che, anche contro sua volontà, Napoleone aveva diffuso in Europa e nel mondo. Nel settembre 1815

la Santa Alleanza fu sottoscritta dalla Russia zarista, da re di Prussia e dall'imperatore d'Austria, ma

non dalla Gran Bretagna (solo tre anni dopo fu estesa alla Francia). Si trattò di una forzatura

ideologica. Si parlò dunque di una alleanza tra trono ed altare perché venne firmata da persone e

potenze che poggiavano su confessioni diverse: confessione ortodossa, confessione cattolica e

confessione protestante. In Gran Bretagna, attraverso la riforma protestante, si era arrivata alla

religione anglicana con a capo il sovrano/re (situazione che non esiste in alcun altro paese).

L'intrinseca contraddittorietà del disegno restauratore può essere vista da punti differenti:

− inarrestabilità dei processi economico-sociali legati alla Rivoluzione industriale che fino ai

primi decenni de l'”800 si era estesa in varie parti d'Europa e che aveva portato ad un

rafforzamento di ceti sociali quali la borghesia che diventa sempre più ricca ma che non

vede riconosciute le proprie richieste. I ceti borghesi sono più penalizzati a causa della

Rivoluzione che avevo introdotto la possibilità di contare di più attraverso la forma

repubblicana

− inarrestabilità della diffusione della idea di Nazione, che divenne un concetto moderno.

Questo era un termine che esisteva già anche in precedenza ma prima indicava

semplicemente un aggregato di persone unite da interesse comune (Nazione degli studenti

parigini per esempio). Ci fu la nascita del concetto di Nazione in America e nel continente

europeo grazie rispettivamente alla rivoluzione americana e alla rivoluzione francese. Infatti

con l'idea di Nazione ci si riferisce a qualcosa che tenga uniti i cittadini francesi al di là della

loro appartenenza sociale. Ci sarebbe dunque qualcosa che unisce i francesi tra di loro e li

differenzia degli altri popoli. Nel continente europeo il concetto di Nazione si forma su basi

diverse da paese a paese. Conta anche molto il fattore religioso.

Ci sono due diversi modi per definire che cos'è una Nazione:

1) Modello francese nato prima della Rivoluzione e dopo le guerre napoleoniche. Con Nazione

francese si intende l'insieme di tutti coloro che sono nati in Francia e si riconoscono nelle

istituzioni presenti nel loro paese (questo concetto però comprende anche chi non è nato in

Francia ma sceglie di viverci; americani venuti in Francia perché hanno scelto di lottare a

favore dei francesi per esempio). Dopo il 1848 si inizia a parlare di Republique intendendo

un insieme di valori costituzionali ed identitari a cui i francesi fanno riferimento; si è

repubblicani perché si ha in comune l'idea della laicità dello Stato. In Francia si sono sempre

definiti come anti-repubblicani non solo i nostalgici della monarchia ma chi si riteneva

vicino alla cultura cattolica e chi era un po reazionario.

In Francia si sono susseguite cinque Repubbliche nel corso del tempo:

- Prima Repubblica: fu quella della Rivoluzione Francese, non ci furono presidenti (1792-1804)

- Seconda Repubblica: fu quella proclamata dopo i moti del 1848 e la cacciata di Luigi Filippo

(1848-1851)

- Terza Repubblica: fu quella che ha seguito la cattura di Napoleone III e i fatti della Comune del

1871. La Terza Repubblica si forma dopo la guerra franco-prussiana del 1870 e dura fino alla

Seconda Guerra Mondiale, fino all'occupazione tedesca (1870-1940)

- Quarta Repubblica: dopo la seconda guerra mondiale; era la destra francese arrivata alla vittoria e

si costituisce la Repubblica di Vichy che però in realtà non può essere una Repubblica. Con

Governo di Vichy si indica lo Stato che governò la parte meridionale della Francia dopo l'invasione

tedesca nella seconda guerra mondiale

- Quinta Repubblica: la quarta e la quinta repubblica sono quelle che seguirono la Liberazione dal

Nazismo dopo il 1945. Fu De Gaulle il primo presidente.

2) Cultura politica tedesca. Si fa parte della Nazione tedesca se si condividono alcuni requisiti

che sono soprattutto di tipo linguistico, oltre al fatto di essere legati alle tradizioni e alle

culture presenti nel paese. In questo periodo ci fu una forte influenza della cultura romantica

che portò alla diffusione di molte idee popolari. Si dà dunque per certo che esistano nella

tradizione tedesca un'insieme di valori, idee, esperienze che accomunano la nazione tedesca

e ne escludono le altre. Il massimo rappresentante di tutto ciò è stato il regime hitleriano.

Hitler nel 1933 si è posto un determinato obiettivo che consisteva formalmente nella

riunificazione di tutti i popoli di lingua tedesca del centro Europa: Austria, una parte della

Cecoslovacchia, una parte della Polonia. Hitler voleva un vero popolo tedesco unito da

elementi di origine prettamente culturale.

Se in Francia l'idea di Nazione è nata attraverso le guerre e le rivoluzioni, in altri paesi europei,

come appunto in Germania, l'idea di Nazione si è creata attraverso la resistenza dall'invasione

francese. L'idea di Nazione nasce infatti come forma di reazione alle invasioni Napoleoniche;

quando Napoleone morì questa idea nacque come espressione culturale di tendenza reazionaria.

L'idea era che ciò che teneva assieme i popoli non era più la fedeltà al sovrano, ma il fatto che i

popoli di una stessa Nazione erano simili tra loro e diversi dai popoli delle altre Nazioni per

questioni linguistiche, culturali, sociali, tradizionali etc...

1.3 I motivi di debolezza del disegno restauratore

Il primo motivo di debolezza del disegno restauratore stava nel fatto che in alcuni stati come

Francia, Svezia, Paesi Bassi e Baviera il principio costituzionale era sopravvissuto; è vero che si

trattava di costituzioni che conferivano alle camere poteri molto limitati e soprattutto che erano

octroyées, ossia concesse dai sovrani, ma riflettevano pure sempre un principio di per sé

contraddittorio col diritto ereditario d'investitura divina. Sostanzialmente questi paesi mantengono

delle corte costituzionali limitatissime in quanto i sovrani di taluni paesi (per esempio Luigi XIII nel

caso della Francia) pensavano che la cosa più conveniente fosse concedere qualche cosa, per evitare

scontri, lotte guerre civili etc.. E' come se queste Costituzioni e questi poteri fossero concessi dal

sovrano per benevolenza, per grazie e gentilezza. Questo tipo di idea è pensata come quella opposta

di Costituzione strappata dal basso attraverso rivoluzioni e moti interni (idea inaccettabile per i

sovrani del tempo). Un esempio classico di questo tipo di costituzione concessa è lo Statuto

Albertino (primavera 1848), concessa dal re Carlo Alberto nel momento in cui a Parigi viene

restaurata una Repubblica (in Piemonte il re aveva paura che successe una cosa analoga a quella

francese). Il secondo motivo di debolezza discendeva dal fatto che il modello di stato napoleonico,

la sua organizzazione amministrativa, i suoi codici civili e di commercio erano stati “esportati” in

Europa ove erano sopravvissuti anche dopo la sconfitta politica dell'imperatore. Malgrado tutta

l'enfasi portata dalla Restaurazione infatti, nella quasi totalità dei Paesi rimangono in vigore codici

civili e mercantili che erano stati introdotti nel periodo napoleonico; viene inoltre imposto che esiste

una normativa che regola i rapporti tra i privati per quanto riguarda tutta una serie di ambiti. Lo

scontro fra vecchio ordine e nuovo ordine, fra nobiltà e clero, da un lato, e ceti borghesi dall'altro,

era qualcosa che affondava le proprie radici nella realtà sociale di molti stati europei.

La strutturale fragilità dell'impianto riformatore ha portato all'inizio di moti rivoluzionari e di rivolte

che hanno avuto un tratto comune; premesse dei gruppi di borghesi, di ufficiali e di sottosegretari

dell'esercito. Questi moti si svilupparono, all'inizio, in Spagna ed in Francia per lo più con esiti

negativi. In questo clima opprimente e di rivolta nascono le società segrete. La principale forma di

associazione segreta già esistente fin dal '600 è la Massoneria, nata in Scozia e Inghilterra da

intellettuali e borghesi con lo scopo di contrastare lo stra potere anglicano. Massoneria stava a

significare l'adesione ad una cultura piuttosto sofferente (Mozart era massone). La Massoneria

godeva di un forte discredito in quanto era stata apertamente un elemento di supporto al governo di

Napoleone, per cui al di fuori della Francia questa società vive una crisi fortissima. Anche se non è

la protagonista delle società segrete di quel periodo ha una struttura organizzativa rituale che viene

ripresa dalle altre società segrete (anche se non totalmente). In Italia importanti società segrete sono

la Carboneria e la Giovine Italia. La prima nacque nel Mezzogiorno d'Italia durante il regno di

Murat per poi sopravvivere alla fine dell'età napoleonica e diffondersi in Spagna e in Francia. Il suo

fine primario era imprimere una deriva costituzionale agli stati assoluti. Poi, entrando in contatto

con un'altra organizzazione clandestina denominata dei Sublimi Maestri Perfetti, fondata da Filippo

Buonarroti, sviluppò attenzione ai temi sociali. La Giovine Italia invece diffondeva all'esterno

dell'organizzazione le proprie idee promuovendo una vera e propria mobilitazione del popolo.

C'è il susseguirsi ed il diffondersi di moti rivoluzionari che però vengono sconfitti (moti del 1820-

1821-1822). Un moto importante è quello avvenuto nella Russia zarista nel 1825 quando sotto-

ufficiali dell'esercito iniziano ad aderire alle società segrete. Rivolta anch'essa soffocata. In Spagna

invece ebbe uno sviluppo autonomo la società dei Comuneros che coltivava idee democratiche e

che era alimentata da quei patrioti che avevano combattuto per l'indipendenza spagnola dal dominio

napoleonico. In Grecia operava nella clandestinità dal 1815 la Filiki Eteria, società segreta di

modello carbonaro che coltivava propositi di indipendenza della Grecia dal dominio ottomano. In

Germania era operante la Burschenschafr, un'organizzazione studentesca nazionale presso

l'Università di Jena che nel 1815 propagandava idee liberali, democratiche e favorevoli

all'unificazione della Germania. Esistevano anche organizzazioni reazionari come il movimento

sanfedista, ossia di coloro che si battevano per la difesa della Santa Sede. Mentre, dopo la

restaurazione dei Borboni, il principe di Canosa (divenuto ministro di polizia di Ferdinando VII)

promosse la formazione della loggia segreta dei Calderari.

1.4. La rivolta e l'indipendenza della Grecia

La rivolta fu guidata a partire dal marzo 1821 da Alessandro Ypsilanti il cui progetto era di liberare i

principati danubiani della Moldavia e dalla Valacchia dal dominio ottomano per giungere

all'indipendenza greca. Nel gennaio 1822, i patrioti greci, che si potevano avvalere di una

solidarietà diffusa nel mondo liberale e democratico europeo, proclamarono l'indipendenza greca.

La Grecia all'epoca apparteneva all'impero Ottomano, poi nasce come Stato indipendente.

C'è tutto un insieme di fenomeni rivoluzionari intorno al 1830 a causa dei quali la situazione del

territorio europeo diventò sempre più grave. Oltre all'indipendenza greca infatti, ci fu la prima

Rivoluzione in Francia che portò ad un nuovo sovrano il quale diede vita ad una nuova

Costituzione. C'è tutta una serie di episodi nel panorama europeo che portano a pensare che il si

stava piano piano sgretolando del tutto.

Box 1.1 L'indipendenza dell'America latina

La persistente arretratezza di gran parte del continente africano è un problema non superato ancora

oggi. L'Africa centrale è una parte del mondo le cui relazioni sono particolari e andrebbero viste a

sé. Bisognerebbe tenere conto nel panorama mondiale non solo delle vicende europee ma anche

dell'America Latina, degli Stati Uniti d'America e dei mercati asiatici, oltre che dell'Africa appunto.

Buona parte degli assetti geo-politici mondiali hanno origine in questo periodo storico; sono assetti

che troviamo ancora oggi presenti nel vari Stati, se pur con qualche modifica.

L'America Latina è un caso interessante in quanto è un intero sub-continente che per effetto diretto

della “turbolenza” europea vive svolte di carattere epocale: fine del dominio Spagnolo e Portoghese.

Possiamo distinguere due fasi che portano all'indipendenza dell'America Latina:

− 1) Anzitutto gravavano i sentimenti di avversione verso la centralizzazione messa in atto

dalla madre patria, sia Spagna che Portogallo. Il drenaggio di risorse di terre sempre più

spinte verso la monocultura era stato favorito dal monopolio commerciale spagnolo che

implicava l'uso esclusivo dei galeoni spagnoli per il trasporto delle merci in entrata e in

uscita. L'occupazione della Spagna da parte di Napoleone comportò però la perdita di questo

monopolio a tutto vantaggio della marina britannica.

− 2) il secondo motivo di debolezza era dato dalla diffusa opposizione dei creoli, ossia dei

bianchi di origine spagnola ma nati in America latina, verso l'apparato burocratico espresso

dai cosiddetti peninsulares, ossia da coloro che agivano per conto e nell'interesse della

corona di Madrid. Il ceto della borghesia creola era cresciuto sia sotto il profilo numerico,

dal momento che su presunti sedici milioni di abitanti delle colonie, tre erano creoli; sia

sociale ed economico poiché si trattava di proprietari delle grandi aziende agricole che mal

sopportavano il dominio della burocrazia spagnola. Aggiungiamo anche l'impatto che aveva

avuto la conquista dell'indipendenza delle colonie americane e l'influenza delle idee

illuministiche che si erano diffuse presso questo ceto.

La lotta per l'indipendenza può essere divisa in due fasi:

- La prima si scatena con la rottura delle relazioni fra la corona di Madrid e le colonie per

l'occupazione napoleoniche del 1808. fra l'aprile e il settembre del 1810, dalla Colombia al Cile

passando per l'Argentina e il Messico vengono proclamate le indipendenze nazionali. Il caso del

Messico fu parzialmente diverso in quanto non fu all'origine la borghesia creola a farsi guida della

rivoluzione bensì un parroco Muguel Hidalgo che conduceva la lotta per l'indipendenza dei

contadini; fu scomunicato, catturato e giustiziato dopo avere tentato di conquistare la Città del

Messico. Il ritorno di Ferdinando VII sul trono di Madri sembrò aprire la via alla restaurazione del

potere spagnolo in America latina, ma si trattò di un'illusione. Grazie a tre grandi figure di leader

che si batterono per l'indipendenza dell'America latina, Simon Bolivar, Francisco de Miranda e José

de San Martin la lotta per l'indipendenza ebbe un nuovo impulso. Questi eroi nazionali diedero

nuovo impulso alle lotte per l'indipendenza; erano dei rivoluzionari di formazione liberal-radicale.

Simon Bolivar aveva un grande progetto di aggregazione dei territori del nord nella Federazione

della Grande Colombia, oltre ad avere un progetto di emancipazione sociale degli indigeni. Le

vittorie di Bolivar (1824) segnarono la definitiva conquista dell'autonomia per le colonie spagnole.

Anche il Messico sotto la guida di Iturbide raggiunse l'indipendenza nel 1821. nella realtà ci fu la

nascita di tanti stati diversi che ben presto però iniziarono a scontrarsi e a litigare tra di loro per la

definizione di confini, risorse minerarie etc...

- La seconda riguarda il processo che portò all'indipendenza del Brasile, che fu in parte analogo. La

dinastia di Braganza si trasferì a Rio quando nel 1808 Napoleone occupò il Portogallo. Il Brasile fu

trasformato in regno ed il re divenne titolare della duplice corona; quando nel 1821 Giovanni VI

tornò in Portogallo si avvalse della reggenza del figlio Pedro per mantenere il controllo sulla

colonia, ma questi fece leva sull'indipendentismo locale per rendersi autonomo ed incoronarsi

imperatore del Brasile. I territori del centro America proclamarono l'indipendenza nel 1821 senza

riuscire tuttavia a mantenere quella aggregazione che si dissolse alla fine degli anni Trenta.

Nel complesso due forze esterne sostennero questo processo di indipendenza: la prima era

rappresentata dalla volontà britannica di appropriarsi di mercati e commerci che avrebbero concorso

all'espansione della sua industria, di acquisire materie prime in condizioni di monopolio

commerciale e di fare della marina commerciale britannica la dominatrice indiscussa delle rotte

atlantiche. La seconda era la posizione fortemente orientata alla tutela dell'indipendenza delle

repubbliche sudamericane espressa dal presidente Monroe al Congresso degli Stati Uniti nel

dicembre 1823. Il principio dell'America agli americani divenne da allora bussola della politica

estera degli Stati Uniti ed anche della loro crescita come potenza isolazionista, ma tutrice

dell'autonomia del nuovo continente dai condizionamenti europei.

Il caso degli Stati Uniti d'America

Gli Stati Uniti d'America rappresentano uno Stato nuovo che precocemente si erse a difesa dei

propri interessi sull'intero continente. Il presidente era Monroe che nel dicembre del 1823 fece un

discorso al Congresso degli Stati Uniti esponendo un principio come dottrina Monroe “L'America

agli Americani”. Fu la prima manifestazione a livello pubblico/mondiale riguardo alle ambizioni

imperialistiche dell'America “contro” l'Europa. Questo paese presentò una vera ideologia di

nazionalismo americano; fu anche evidente che questa enunciazione metteva in campo l'ambizione

che gli Stati Uniti avevano, ovvero quella di essere solo loro la potenza egemone sul territorio

americano. Ci fu quindi una rivolta contro il colonialismo britannico che in realtà era iniziata già

prima, all'inizio del 1800. fin da subito nasce quindi una nuova era nella quali gli Stati Uniti

chiariscono le loro ambizioni geo-poliche mondiali; gli Stati Uniti furono il primo paese a dotarsi di

una costituzione liberale democratica. Come dice il nome sono Stati uniti tra di loro ma c'era il

problema di stabilire quale potere aveva il governo centrale (Washington) e quale potere avevano i

singoli Stati. Questo paese nasce quindi da una rivolta anti-coloniale.

Fin dal 1820 la scena politica fu dominata dal contrasto tra Federalisti e Repubblicani. I primi, che

avevano il loro capostipite nello stesso Washington e il loro teorico principale in Alexander

Hamilton, esprimevano gli interessi e i valori della borghesia urbana industriale e commerciale del

Nord, erano favorevoli al rafforzamento del potere centrale e sostenevano la necessità del

protezionismo per favorire l'industrializzazione. I Repubblicani, il cui leader era Thomas Jefferson,

invocavano una politica liberista che incoraggiasse le esportazioni, difendevano fortemente

l'autonomia dei singoli stati. Nella seconda metà degli anni Venti de l'”8oo il quadro politico subì un

profondo mutamento, scomparvero dalla scena i federalisti e il Partito repubblicano si spaccò in due

correnti: i repubblicani nazionali, che più tardi di sarebbero chiamati Whigs, e i repubblicani

democratici, da cui sarebbe nato il Democratic Party. Il partito Whig tendeva a ereditare la base

sociale e il programma dei federalisti, mentre i democratici si riallacciavano agli ideali di Jefferson.

Ci fu un ruolo predominante degli Stati del sud per un lungo periodo; la costa orientale degli Stati

Uniti visse infatti una fase di crescita capitalistica. Questo comportò una forte divaricazione tra gli

Stati del sud (economia agricola basata sempre più sul latifondo e retta dall'istituto giuridico degli

schiavi) e gli Stati del Nord (prende capo una economia di tipo capitalistico-industriale). Tutto

questo portò qualche anno dopo alla guerra civile, nota con il nome di Guerra di Secessione.

Per quanto riguarda l'Istituto giuridico della schiavitù, il primo paese americano dove la schiavitù fu

abolita è stato Haiti nel 1848, mentre l'ultimo è stato il Brasile nel 1888 (Usa: 1865).

Nelle Americhe erano presenti moltissimi africani impiegati come schiavi nelle piantagioni; i nativi,

ovvero gli indigeni, erano invece impiegati in attività estrattive nelle miniere. A partire dal 1500

fino ad arrivare al 1888 c'è stata una vera a propria deportazione di decine di milioni di africani

verso questo paese. La storia della schiavitù fu vissuta fin da subito attraverso scontri molto forti,

anche nella cultura europea. Il punto di svolta arrivò quando il commercio intercontinentale degli

schiavi viene messo fuori legge, in particolare dalla Gran Bretagna e della grandi potenze (fu

comunque un processo lento e faticoso). La Guerra di Secessione, nota negli Stati Uniti

semplicemente come la guerra civile, venne combattuto dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865 fra gli

Stati Uniti d'America e gli Stati Confederati d'America, entità politica sorta dalla riunione

confederale di Stati secessionisti dall'Unione. Questa guerra in realtà non è stata realizzata

inizialmente per abolire la schiavitù; Lincon ed il suo partito repubblicano avevano altri obiettivi

prima. Una delle principali mosse degli Stati Uniti infatti è stata quella di poter trovare una

possibilità per espandersi verso Ovest. Le élite agrarie degli Stati del sud avevano l'idea che i nuovi

territori dovevano essere inglobati in una sorta di unione che sarebbe divenuta parte della strategia

esistente (no alla creazione di nuovi stati di tipo diverso). Il Compromesso del Missouri, o

Compromesso del 1820, fu un accordo raggiunto nel 1820 tra gli stati schiavisti e gli stati

antischiavisti al Congresso degli Stati Uniti, riguardante la regolazione della schiavitù nei territori

del West. Proibì la schiavitù nel vecchio Territorio della Louisiana a , tranne che nei confini del

Missouri. Questo Compromesso prevedeva a livello federale che al di sotto di una certa zona poteva

essere adottata la schiavitù, mentre al di sopra di quella zona no. In Texas per esempio la schiavitù

era legale, mentre in California no.

I motivi dell'origine della guerra civile sono molteplici ma soprattutto sono di tipo economico e sul

tipo di società/Stato da adottare. Quando avviene questo conflitto le due società sembrano sembrano

due società completamente diverse sotto vari punti di vista: le élite del sud hanno stili di vita,

culture, tradizioni, modi di fare che si avvicinano più a quelle dell'Europa e quindi completamente

diverse dalle élite degli Stati Uniti. L'aristocrazia del sud apparve dunque antropologicamente molto

diversa da quella del Nord. Per quanto riguarda la classe sociale del sud, di essa è stata spazzata via

sia il tipo di cultura, sia il modello di vivere che la società stessa; negli Stati del sud c'è stato infatti

un assedio militare che è durato una decina d'anni, dieci anni per raggiungere un compromesso

“onorevole” (1875/1876: l'esercito viene ritirato. Fino a quel momento erano considerati paesi

ingovernabili).

Box 4.1 La guerra civile americana

La guerra si svolse fra l'aprile del 1861 e l'aprile del 1865. il fattore scatenante fu l'elezione a

presidente dell'Unione del repubblicano Abraham Lincoln che entrò in carica come presidente nel

marzo 1861 e che agli occhi degli uomini del sud rappresentata il coagularsi di una scelta

nettamente nordista. La reazione degli stati meridionali, i tredici stai confederati fu tale da

promuovere immediatamente l'elezione di un proprio presidente nella persona di Jefferson Davis e

di costituirsi in autonoma Confederazione. La guerra ruotò dunque attorno alla questione dello

schiavismo che gli stati aderenti alla Confederazione volevano fosse mantenuto perché garantiva

mano d'opera a basso costo alle grandi piantagioni di cotono nel sud. Poiché l'attività agricola

meridionale faceva leva in larga misura sull'esportazione di cotone, la difesa della schiavitù era

considerato fattore fondamentale di competitività internazionale del prodotto. Inoltre il decreto di

emancipazione tardò a venire anche perché Lincoln sapeva che al nord l'opinione pubblica che si

riconosceva nelle posizioni del partito democratico era contraria all'emancipazione. Il vero motivo

di guerra fu la secessione che era alimentata dagli stati meridionali, dai quali ben sei si erano già

staccati dall'Unione ancor prima che Lincoln divenisse presidente. La guerra ebbe dunque come

tema cruciale se la secessione era un diritto riconoscibile o meno, come riteneva Lincoln e il partito

repubblicano, ed in subordine sulla centralità e preminenza del governo federale sui singoli stati. Il

conflitto d'interesse che stava dietro le due diverse concezioni sul ruolo del governo centrale della

federazione aveva il proprio fondamento nelle due diverse economie. Il processo di

industrializzazione aveva investito il nord del paese mentre al sud latitava. Esisteva quindi un

interesse forte dei ceti industriali in crescita ad avere nei mercati meridionali un terreno di conquista

ed espansione proteggendoli dalla concorrenza soprattutto britannica con una politica

protezionistica. Nel sud, al contrario, le esportazioni di cotone potevano essere favorite solo dalla

pratica libero scambista.

La guerra ebbe una portata colossale per i tempi, tale da essere considerata anticipatrice delle guerre

del XX secolo, non solo per gli aspetti militari, ma anche per il coinvolgimento della società civile

nel conflitto. Questo avvenne in particolare negli stati del sud che furono teatro di scontri e

battaglie, mentre al nord i riflessi furono essenzialmente economici. Inoltre i flussi migratori

dall'Europa oltre che degli stati meridionali verso il nord continuarono durante la guerra. Nel nord,

poi, erano collocate quasi tutte le fonti di materie prime e l'apparato industriale del paese, senza

contare che il sistema ferroviario, quasi assente negli stati del sud, facilitava al nord il trasporto di

truppe. Di conseguenza l'Unione era nelle condizioni di mettere in campo un esercito più numeroso

e meglio armato. Anche la flotta dei nordisti era superiore e tale da potere imporre un vero blocco

economico alle esportazioni di cotone. In termini strategici, gli obiettivi e le necessità belliche delle

due parti contendenti erano diverse; per l'Unione riuscire a piegare il sud significava invaderlo ed

occuparlo, mentre per gli stati meridionali era sufficiente difendere i confini e quindi tutelare le

scelte indipendentistiche fatte. Gli stati del sud vissero in un regime di occupazione militare per

dodici anni dopo la fine della guerra. L'emancipazione della popolazione di colore fu assai più lenta

del previsto.

Il compromesso venne raggiunto nel 1875 in occasione di una elezione presidenziale. Questo

compromesso prevedeva che gli Stati del sud appoggiassero il candidato repubblicano in cambio del

ritiro delle truppe di occupazione; inoltre l'accordo politico prevedeva anche una ampia facoltà da

parte dei governi degli Stati del sud di essere contro l'integrazione degli schiavi (leggi locali di

discriminazione). Rimase così in vigore un regime legale di discriminazione razziale fortemente in

contrasto con il 14esimo emendamento (garantire i diritti degli schiavi. Emendamento nato proprio

dopo la guerra di secessione). In base a questi accordi politici ad esempio c'era l'autorizzazione da

parte degli istituti scolastici di non accettare studenti di origine africana. Questa fu una realtà

rimasta in vigore fino agli anni '60 del '900. Fu un sistema politico e giudiziario nel quale un ruolo

molto forte era giocato dalla corte suprema. La corta nel 1960 emise per esempio una sentenza

contro il dipartimento di istruzione: caso Brown → la figlia dopo numerosi ricorsi effettuati da parte

del padre venne accettata a scuola. Inizia dunque a crollare il “castello” di discriminazione razziale.

Sino a quel momento infatti la corte suprema degli Stati Uniti aveva sempre respinto i ricorsi di

questo genere. In questo clima si svilupparono i Ku Klux Klan, ovvero numerose organizzazioni

statunitensi di stampo spesso terroristico a contenuti razzisti che propugnano la superiorità della

razza bianca.

La conclusione della guerra fu la base di una ulteriore impetuosa fase di sviluppo economico-

sociale, che consentì agli Stati Uniti di diventare la più grande potenza mondiale e di superare

addirittura la Gran Bretagna. Anche gli Stati Uniti iniziarono ad adottare una politica imperialista e

diventarono dei veri protagonisti nella politica mondiale. Nel 1898 ci fu la guerra ispano-americana

con la liquidazione di ciò che rimaneva alla Spagna: Cuba (diventa uno Stato indipendente anche se

non formalmente), le Filippine (vengono colonizzate) e altre isole minori.

L'impero Ottomano

Non considerante potenza europea è uno dei protagonisti di tutte le vicende di questo periodo;

cesserà di esistere negli anni '20 del '900 in seguito alla Prima Guerra mondiale. È un impero

vastissimo dal punto di vista territoriale in quanto si estende sull'intera penisola balcanica,

sull'Anatolia, sul Nord Africa e sul Medio oriente. Oltre ad essere vastissimo territorialmente è

anche multinazionale, fanno infatti parte dell'impero popolazioni molto diverse tra di loro

soprattutto dal punto di vista religioso. L'impero poggia sulla religione musulmana ma sono presenti

tante minoranze: ebrei, cristiani cattolici, cristiani ortodossi etc... Il declino di questo impero è

dovuto soprattutto dal fatto che l'organizzazione interna è retta da un Sultano che risulta titolare del

potere, anche se al suo interno l'impero è costituito da un grado molto alto di autonomia da parte

delle varie regioni. In particolare le figure degli Emiri e dei Califfi godevano di un grado di

autonomia piuttosto alto. Rispetto agli Stati europei c'erano differenze sia dal punto di vista

concettuale sia da quello strettamente strutturale. L'autorità religiosa e politica rimaneva come

facoltà del sultano su tutti i territori dell'impero. La debolezza strutturale nella modalità dell'uso

delle tasse ha dato vita a qualcosa che assomigliava comunque ad uno Stato moderno soprattutto per

il settore che riguarda l'esercito; c'erano due capi militari che furono aboliti in quanto avevano un

grado di indipendenza troppo forte. L'impero con il passare degli anni tentò cosi di dotarsi di un

esercito statale simile a quello dei modelli europei. Esso fu minato da diverse dinamiche di

autonomismo che portano l'impero a risultare aggredito militarmente oltre ad essere eroso da rivolte

e da processi di indipendenza: Lotta indipendentista greca (1822)/conquista dell'Algeria da parte

della Francia (1830)/processo di espansione verso l'Anatolia per mano della Russia (1850)...

L'Impero Ottomano viene caratterizzato da una forte instabilità interna. Il sultano Abdul-Hamid II

visse il periodo di declino della potenza dell'Impero ottomano, ma durante il suo periodo di regno fu

il principale responsabile degli ammodernamenti che consentirono all'impero di progredire,

esercitando ancora un forte controllo sui suoi affari interni. Tra i cambiamenti si ricordano la

razionalizzazione della burocrazia, la creazione di un sistema moderno di codici cdi leggi, la

fondazione di un censimento sui sistemi moderni, un sistema per la registrazione ed il controllo

della stampa, la sistemazione dei salari degli ufficiali, la prima moderna scuola di legge. Arrivò

quindi a promulgare una costituzione scritta sul modello degli Stati europei, anche se fu sospesa due

anni dopo. Ci sarà poi all'inizio del '900 la formazione di un movimento di cultura nazionalista che

nacque dall'esercito come reazione alla debolezza dell'impero (Giovani Turchi, ispirato alla

mazziniana Giovine Italia, costituito allo scopo di trasformare l'impero in una monarchia

costituzionale).

I Grandi mercati asiatici (penisola indiana, Cina e Giappone)

La penisola indiana, a differenza dell'impero ottomano, fu dotata di una sua identità storico-

culturale ben precisa. L'India in questo periodo era sottoposto al dominio coloniale inglese, mentre

la Cina e il Giappone erano paesi troppo rispettati e grandi territorialmente per essere oggetto di

ambizioni coloniali.

Mentre per la Spagna ed il Portogallo il modello era quello del possedimento coloniale vero e

proprio, per paesi europei come Olanda, Francia e Gran Bretagna inizialmente le cose non

funzionarono proprio così. I soggetti della colonizzazione erano campagne private (Campagna delle

Indie per esempio) che facevano commerci con questi paesi supportati dall'esercito ad esempio

britannico. C'era dunque alla radice un modello di tipo privatistico. L'India viene riconosciuta e

dichiarata come appartenente alla corona britannica. Nel 1855-1857 ci fu la rivolta in India dei

“Sepoy” . Questo termine designava in senso generale qualunque militare indigeno dell'India sotto

il governo britannico. Nel 1857 la ribellione dei Sepoy scoppiò a causa della distribuzione di

cartucce per fucili ingrassate con grasso di maiale o di bue, il cui involucro era da strappare con i

denti. Ciò violava la regola della religione dei Sepoy, che inoltre interpretavano al cosa come un

tentativo di conversione al cristianesimo. Essi liberarono i prigionieri a Meerut vicino a Delhi,

uccidendo molti inglesi. Dopo la rivolta indiana il modello coloniale britannico subì un mutamento.

Nel frattempo la regina Vittoria diventò anche regine delle Indie.

Il rapporto tra le potenze europee e Cina/Giappone fu un elemento fondamentale per la storia degli

ultimi due secoli. Ci fu una continua pressione da parte dei paesi europei (ai quali si aggiunsero

anche gli Stati Uniti parzialmente) perché volevano che Cina e Giappone accettassero l'apertura dei

loro porti asiatici. In sostanza gli Europeo volevo acquisire il diritto di poter usare liberamente i

porti commerciali dell'Asia. Il problema era che i governi imperiali della Cina e del Giappone

rifiutarono questa proposta in quanto pensavano di non aver alcun bisogno di commerciare con i

paesi europei in quanto si consideravano loro stessi paesi ricchi con strutture statali ben definite. Il

governo imperiale giapponese impose un totale rifiuto, mentre quello cinese concesse l'uso da parte

degli europeo di un unico porto, quello di Costozza. A far aprire i porti del Giappone ci hanno

pensato gli americani attraverso numerosi bombardamenti intorno al 1850. La Gran Bretagna

intanto forzò ancora la Cina per l'apertura di altri porti, ma questa forzatura sfociò nella guerra

denominata dell'oppio. Le Guerre dell'oppio furono in realtà due conflitti, svoltisi dal 1839 al 1842

e dal 1856 al 1869 rispettivamente, che contrapposero l'Impero Cinese al Regno Unito al culmine di

dispute commerciali tra i due paesi. in risposta alla penetrazione commerciale britannica che aveva

aperto il mercato cinese all'oppio dall'india britannica, la Cina inasprì i propri divieti sulla droga, e

ciò scatenò il conflitto. La sconfitta dell'Impero Cinese in entrambe le guerre costrinse il paese a

tollerare il commercio dell'oppio ed a firmare con gli inglesi due trattati che prevedevano l'apertura

di nuovi porti al commercio e la cessione di Hong Kong al Regno Unito. Da questi eventi si fa

iniziare l'era dell'imperialismo europeo in Cina.

Il Giappone era un paese feudale (paese molto agricolo) nel senso che la maggior parte del terreno

era di proprietà di una nobiltà (“Daimyo”). Il “Daymio” era la carica feudale più importante in

Giappone tra il XII e il XIX secolo. L'imperatore era una figura vista quasi come divina, ma che

non si preoccupava per nulla della vita dello Stato, degli affari interni e dell'amministrazione. Il

potere era esercitato dallo “Shogun” (titolo ereditario conferito ai dittatori militari che governavano

il Giappone) il quale emanava le leggi e si occupata dell'amministrazione statale. C'erano anche i

“Samurai” che erano i militari appartenenti alla casta aristocratica dei guerrieri posta alle

dipendenze dei Daimyo.

In Cina c'erano sì i grandi proprietari terrieri, ma il punto di forza di questo impero era dato dal fatto

che aveva un'amministrazione interna fortissima ed un governo centrale altrettanto importante.

L'imperatore rappresenta il vertice dello Stato, e lo Stato aveva i suoi rappresentanti in tutte le sue

varie province dell'impero. La casta più importante in Cina era quella dei Mandarini. Un mandarino

era un funzionario della Cina imperiale e del Vietnam feudale, dove il sistema degli esami imperiale

e dei funzionari-studiosi fu adottato appunto sotto l'influenza cinese. I Mandarini erano in sostanza

degli intellettuali che avevano un ruolo molto forte.

CRISI E DISSOLUZIONE DEL SISTEMA DELLA RESTAURAZIONE (Capitolo Secondo)

2.3 Le premesse del '48

Esistono in particolare 3 aspetti differenti che possono entrare nella voce “le premesse del '48”:

1) Lo sgretolamento complessivo del disegno legittimista dei principali governi europei,

sancito nel 1815.

Ci fu un evento in Francia nel 1930 che provocò una scossa rivoluzionaria, oltre al fatto che avviene

una rivoluzione politica con epicentro a Parigi. Con la rivoluzione di Luglio o seconda rivoluzione

francese, avvenuta appunto a Parigi nelle giornate del 27, 28 e 29 luglio 1839, Carlo X, ultimo

sovrano della dinastia dei Borbone, venne rovesciato e sostituito da Luigi Filippo, il re della

Monarchia di Luglio. Luigi D'Orleans adotta una nuova Costituzione; si parlò delle tre giornate

gloriose (Les Trois Glorieuses). L'aspetto più significativo fu che platealmente venne smentito il

principio stesso del Congresso di Vienna e cioè il fatto che il sovrano accettava lo spirito popolare.

Fu una conseguenza diretta sul piano della politica internazionale europea; a ridosso avviene una

rivoluzione nel Belgio che ha successo e che porta alla nascita del Belgio indipendente, il Belgio

come Monarchia. Fu una rivoluzione abbastanza breve dal punto di vista temporale e non fu

particolarmente sanguinosa. Il Belgio faceva parte del Regno dei Paesi bassi e alla base di questa

rivoluzione ci furono soprattutto fattori religiosi, in quanto il Belgio risultava di confessione

cattolica, ed economici. Il Belgio era una zona già stata investita dai processi della Rivoluzione

Industriale grazie alla forte presenza di miniere nel territorio. Ci fu quindi una vera e propria rottura

rispetto allo spirito del Congresso; principio del dover, da parte degli stati assolutistici, impedire che

avvenissero eventi tali da poter modificare la carta geo-politica dell'Europa, le monarchie assolute

avevano quindi il dovere di preservare la carta europea. Nel 1830 ci fu una rivoluzione in Francia,

come citato precedentemente, e gli altri Stati non se la sentirono di intervenire. Stessa cosa avviene

nel Belgio per cui non si verifica alcun intervento autoritario e restauratore. Francia e Gran

Bretagna per ragioni diversi si rifiutarono di mettere in considerazione l'ipotesi di creare una Santa

Alleanza per reprimere la rivolta in Belgio. É dunque presente un quadro all'interno del quale

diventa chiaro questo sgretolamento forte del sistema adottato nel Congresso di Vienna. Il tutto va

visto come un processo insito di contraddizioni interne. Dopo il 1830 il quadro era già cambiato.

2) La diffusione di ideologie di tipo nuovo, principalmente di natura nazionale.

Sempre nel 1830 ci fu una rivolta in Polonia, anche se con esiti diversi rispetto a quanto accaduto in

Belgio. Gli indipendentisti polacchi danno vita ad una rivolta che però viene soffocata nel sangue.

Ci furono numerosi movimenti di tipo nazionalista con l'idea che le nazioni dovevano essere le basi

su cui dovevano essere costruiti gli Stati: Penisola balcanica: per gli slavi del sud la Croazia divenne

il crogiolo del cosiddetto “illirisimo”, il movimento che puntava verso la propria autonomia e

indipendenza nazionale nell'abito di quei territori che Napoleone aveva costituito nelle Province

Illiriche; Paesi scandinavi per cui si iniziò a parlare di scandinavismo (la Norvegia era ancora

inglobata nel Regno di Svezia). Intorno agli anni 1830 prende corpo il disegno politico di Giuseppe

Mazzini, il quale era stato uno dei principali esponenti a livello continentale per quanto riguarda

tutta una serie di progetti. Durante il suo esilio maturò i tratti innovati del suo pensiero e nel 1831

fondò la Giovine Italia che può essere considerato il primo partito politico organizzato della storia

italiana dal momento che gli affiliati ricevevano una tessera. Il primo e decisivo aspetto della sua

riflessione era che il pensiero non doveva mai essere svincolato dall'azione. La Giovane Italia si

fondava su alcuni presupposti: il coinvolgimento di ambienti popolari sempre più vasi alla causa

nazionale; la segretezza doveva tutelare l'affiliato, non il programma che anzi doveva essere di

pubblico dominio e cercare seguiti e sostegno; la realizzazione della repubblica, unico regime nel

quale i principi di sovranità popolare di matrice rivoluzionaria potevano trovare la loro

realizzazione. L'approdo della lotta doveva essere la repubblica democratica e unitaria.

3) Inarrestabile rafforzamento degli interessi economico-sociali della borghesia che provocò un

forte squilibrio.

Fin dall'inizio de l'”800 ci sono state varie forme e vari modelli attraverso i quali venne applicata la

spinta della borghesia europea. Si fa riferimento a quanto avvenne all'interno della Confederazione

Germanica: nel 1834 ci fu un trattato di tipo commerciale che portò ad una lega doganale che univa

25 Stati tedeschi i quali crearono una area di scambio abbattendo le aree doganali presenti tra uno

Stato e l'altro; l'idea era che la crescita economica doveva essere aiutata e supportata direttamente

dallo Stato. Si creò quindi un'area di libero scambio che per contro introduceva una fortissima

protezione doganale nei confronti degli altri Stati e nei confronti dell'estero, attraverso

l'applicazione di dazi nazionali sulle merci che volevano entrare dall'estero. Questi Stati volevano

preservare e supportare la produzione interna. Si parlò dunque di Modello prussiano-tedesco.

L'ispirazione dello Zollverein (mercato unico), concepito da un economista tedesco che ebbe grande

influenza nella storia della dottrina economica del suo tempo, Friederich List, era tale per cui si

riservava allo stato un ruolo d'intervento a stimolo dell'economia del paese. La sua concezione

interventista avrà uno sviluppo nella seconda metà del secolo con Adolph Wagner, fondatore della

scuola del “socialismo della cattedra”, e connotò la storia del processo di modernizzazione

commerciale e industriale tedesco.

Nell'esperienza britannica invece ebbero un ruolo importante gli industriali di Manchester. Il punto

di svolta nella storia britannica si ebbe con l'abolizione delle corn laws che fu conquista del

movimento liberoscambista guidato da Richard Cobden che veniva definito Manchesterismo. Si

parlò dunque questa volta di Modello britannico basato principalmente sulla riduzione al minimo

dei dazi doganali tra un paese e l'altro e sull'estrema fiducia nell'autoregolazione dei mercati. La

Gran Bretagna divenne così l'emblema del principio liberista. Nel 1846 il Governo britannico, dopo

tutta una serie di lunghe discussioni, abolì le leggi che erano state introdotto nel 1815, sulla base di

una logica di tipo protezionista. Il 1846 è la data che ha assunto il significato della definitiva

affermazione del modello liberista britannico. Fu la conclusione dello scontro fra gli interessi

industriali e commerciali, soprattutto del settore cotoniero, e gli interessi agrari che intendevano

proteggere la rendita cerealicola a fronte di un prodotto interno i cui prezzi stavano divenendo

sempre meno competitivi. Secondo Cobden e la scuola di Manchester i prezzi alti del grano e dei

vari prodotti avevano solamente un effetto negativo dal punto di vista economico in quanto

influenzavano negativamente i salari dei lavoratori (i prezzi alti favorivano solamente le

importazioni). Il liberismo e l'abolizione delle leggi sul grano consentirono di abbassare il livello di

sussistenza dei lavoratori e di conseguenza anche i salari che gli imprenditori dovevano concedere

ai lavoratori.

I movimenti operai in Gran Bretagna

Possiamo parlare di Eccezionalismo per quanto riguarda il modello britannico e per questo la Gran

Bretagna viene considerata un paese a sé. Dalle rivoluzioni del 1848 ne rimane estranea per

esempio (anche l'impero zarista ma per ragioni differenti). La Gran Bretagna ha tra la sue

prerogative il fatto di essere l'unico paese nel quale inizia a formarsi un movimento operaio e

l'unico paese che è stato dotato di forme di relazioni sociali che fanno si che industriali e agricoli

possano iniziare ad organizzarsi tra loro: tutto questo tutelato dallo Stato. In Gran Bretagna si

possono vedere precocemente tutte, o quasi, le forme di organizzazione del movimento operaio.

1) Società Operaie di Mutuo Soccorso

Si tratta di libere associazioni tra persone che condividono una medesima condizione lavorativa su

base territoriale o aziendale e che ogni mese versano delle piccole quote per costruire una cassa

comune che serva a limitare le conseguenze drammatiche del lavoro salariato. Questi lavoratori si

trovano a vivere in un mondo nel quale non è presente alcuna forma di protezione sociale. Le

società di mutuo soccorso sono delle forme associative priva di qualsiasi finalità politica; la vera

finalità era quella di sopravvivere. I lavoratori più poveri però non erano in grado neanche di

versare queste piccole quote mensilmente. Infatti queste associazioni nascono soprattutto in settori

nei quali i partecipanti avevano una regolarità di lavoro e guadagnavano poco più del livello di

sussistenza. Si tratta di forme di solidarismo che cercavano di porre un rimedio all'assenza totale di

qualunque forma di protezione da parte dello Stato. La Gran Bretagna è proprio l'origine dello

sviluppo di questo fenomeno; in parte furono i lavoratori di una data azienda appartenenti ad un

certo ramo (friendly society) ad organizzarsi in modo da formare questo tipo di società, in altri casi

queste società vengono promosse da filantropi borghesi o dagli stessi imprenditori, i quali

pensavano che fosse nel loro interesse avere dei lavoratori non sottoposti alla precarietà. Gli

imprenditori si basavano sul principio etico in questo caso, nel senso che quel tipo di esperienza

associativa avrebbe consentito ai lavoratori di capire meglio che la solidarietà reciproca era un

valore da non sottovalutare. Ha un valore etico anche il fatto di cercare di spingere i lavoratori ad un

stile di vita più regolare rispetto a quello in cui si trovavano. Questo tipo di etica del lavoro aveva

una sua funzione ben precisa, ovvero la proposizione di un modello, di relazioni industriali, basato

sull'esistenza di una classe operaia che fosse stata in grado di offrire la propria forza lavoro.

2) Le Trade Unions

La Gran Bretagna è stata anche la patria, circa 20/30 anni dopo la nascita delle Società Operaie di

Mutuo Soccorso, delle prime forme di organizzazione sindacale: le Trade Unions. Si tratta di una

forma associativa sempre libera che ha per oggetto la capacità e la possibilità di poter parlare con i

propri padroni per poter contrattare con loro tutto ciò che riguarda i diversi ambiti lavorativi:

stipendio, orari di lavoro, regolamenti interni (per esempio per quanto riguarda il livello di

tolleranza per i ritardi) etc... Le Trade Unions sono associazioni ed organizzazioni di operai volte

alla conquista di miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Solamente dopo c'è la dimensione

politica che è la traduzione dell'idea che i lavoratori siano la parte più debole della società in quanto

non possiedono neanche la rappresentanza politica, e per questo non possono far altro che

organizzarsi all'esterno delle istituzioni facendo pressione su di esse. Il movimento operai diventa

così un movimento politico e sindacale.

3) Cartismo

Qualche anno dopo nacque un altro movimento denominato Cartismo (1837), dalla Carta del popolo

redatta da William Lovett e Francis Place, che si venne configurando come un pre-partito, dal

momento che intendeva curare gli interessi del movimento operaio dal quale promanava sul

versante politico. Questo movimento per una decina d'anni è stato una presenza importante in

quanto nel 1842 avvenne uno sciopero generale di carattere politico che però non portò a nulla.

Proprio nel 1842 con il fallimento dello sciopero generale di un mese (il mese sacro) comincia il

declino del movimento cartista, nonostante e la momentanea ripresa del 1848 in concomitanza agli

avvenimento francesi. Nel frattempo sul piano politico la sinistra liberale in via di trasformazione

divenne il partito che interpretava e rappresentava il mondo industriale, i ceti ad esso legati e i loro

interessi.

4) Luddismo

Il luddismo è stato un movimento di protesta operaia, sviluppatosi all'inizio del XIX in Inghilterra,

caratterizzato dal sabotaggio della produzione industriale. Macchinari come il telaio meccanico,

introdotti durante la rivoluzione industriale, erano infatti considerati una minaccia dei lavoratori

salariati, perché causa dei bassi stipendi e della disoccupazione (a loro modo di vedere). Il nome del

movimento deriva da Ned Ludd, un giovane, forse mai esistito realmente, che nel 1779 avrebbe

distrutto un telaio in segno di protesta. Questo movimento però è stato liquidato e sconfitto. Negli

anni '10/'20 questi operai si organizzavano per bande al fine di distruggere le macchine in quanto il

sistema della manifattura era secondo loro del tutto innaturale e penalizzante. Ci fu l'introduzione di

una manifattura, un locale molto ampio nel quale venivano messe insieme tutte le macchine e

attraverso le nuove forme di energia potevano essere azionate economizzando il tutto e permettendo

la creazione di nuove forme di cooperazione che prima erano risultate impossibili. La nascita della

manifattura ha portato dunque un numero elevato di lavoratori che erano in sostanza bracci strappati

all'agricoltura. L'attività manifatturiera (o industria) è rilevante dal punto di vista geo-economico in

quanto essa riguarda un insieme di aspetti spaziali ed economici quali l'approvvigionamento delle

risorse, la loro trasformazione con conseguenze per l'ambiente e la distribuzione del prodotto finito.

Unicità Gran Bretagna

1832: Il Parlamento vota una prima riforma elettorale che allarga il diritto di voto che

tradizionalmente era di carattere censitario.

1846: vengono abolite le leggi sul grano.

1847: si adotta una legge indicante che la giornata lavorativa non può superare le 10 ore.

Intere città che erano nate alla fine del '700 come centri industriali non contano più nulla dal punto

di vista dei collegi uninominali. Il collegio uninominale è l'entità fondamentale per il

funzionamento della maggior parte dei sistemi elettorali di tipo maggioritario, e talvolta anche dei

sistemi elettorali di tipo proporzionale. Esso consiste in una suddivisone territoriale che comprende

un certo numero di elettori facenti parte del corpo elettorale e permette l'elezione di un solo

candidato per ciascun collegio elettorale. In Gran Bretagna per la prima volta viene adottato il

principio basato sul fatto che le cariche pubbliche dipendevano non più dalla nomina del

sovrano/governo ma attraverso un determinato concorso pubblico. Venne introdotto il voto segreto

(prima avveniva in diverse forme tra cui anche quella per alzata di mano all'interno della sede

elettorale). Ci fu però l'esclusione dei cattolici dal diritto di voto; ciò significava praticamente

escludere tutti gli irlandesi. Ci fu una soppressione del Parlamento a Dublino da parte del Regno

Unito. Le proteste che riguardavano l'Irlanda all'interno della storia britannica erano legate al fatto

che gli irlandesi erano un popolo molto povero. Per quanto riguarda l'Irlanda, l'accelerazione

all'abolizione dei dazi sul grano venne anche dalla gravissima carestia che colpì questo paese nel

1845-46 e che si manifestò col crollo della produzione di patate. Divenne evidente che i dazi

aggravavano le condizioni drammatiche della popolazione irlandese che fu in grande misura

costretta o a prendere la via dell'emigrazione in America o a morire di fame; l'Irlanda fu l'unico

paese che in un solo secolo di boom demografico europeo vide la propria popolazione dimezzata.

Infatti a causa di questa carestia nel 1848 ci furono centinaia di migliaia di morti a causa della fame.

La Gran Bretagna, nonostante abbia sempre avuto delle contraddizioni interne, possiede alcune

caratteristiche che in qualsiasi altro paese del mondo sarebbero risultate intollerabili; c'era per

esempio una Chiesa di Stato (Chiesa anglicana) il cui capo era il sovrano (in altri paesi questo

avrebbe portato quasi sicuramente ad una guerra civile). Il cattolicesimo è sempre stato relegato ad

un ruolo subalterno, e lo stesso valeva per le confessioni cristiane minoritari (presbiterianesimo,

quaccherismo, metodismo...). I fondatori delle colonie britanniche negli Stati Uniti appartenevano a

queste confessioni religiose minoritarie e per questo erano discriminati politicamente nel loro paese.

I padri fondatori veniva dalle Chiese minoritarie; la Gran Bretagna viene vista come il paese da cui

tutto è nato anche se è un paese che è sempre stato gravato da contraddizioni interne notevolissime

che si sono protratte nella storia fino ad arrivare ai giorni nostri.

Questione irlandese: riconoscimento dell'Irlanda come forma repubblicana/parte dell'Irlanda, quella

del Nord (detta “Ulster”), fa ancora oggi parte del Regno Unito e ha capitale Belfast. Si arriva fino

al 1994 quando l'IRA annuncia la “completa cessazione delle operazioni militari” (“cessate il

fuoco”), imitata dopo 45 giorni dai para-militari protestanti. Il conflitto riprende ma in seguito alle

elezioni politiche britanniche del 1997, nelle quali il partito Laburista guidato da Tony Blair aveva

ottenuto una schiacciante maggioranza, l'IRA decide di ripristinare la tregua anche se questa volta

dovette far fronte a una scissione di alcuni dissidenti che diedero vita alla Real IRA.

L'EUROPA RIVOLUZIONARIA (Capitolo Terzo)

Ci fu un movimento transnazionale che caratterizzò tutta l'Europa, fatta eccezione per la Russia ed

il Regno Unito. L'importanza storica del '48 è data dal fatto che per la prima volta nella storia

dell'Europa continentale ci fu una presenza organizzata e significativa di lavoratori salariati e

piccoli artigiani. Il '48 fu l'occasione attraverso la quale si sono manifestatati i contrasti tra i diversi

gruppi sociali (borghesia-classe operaia). Questo contrasti furono il motivo del fallimento delle

varie rivoluzioni nei diversi paesi.

3.1 Il '48 francese

Anche se in termini strettamente cronologici le rivoluzioni del '48 iniziarono in Sicilia con il moto

anti borbonico del 12 gennaio ed anche se la concessione dello Statuto del Regno delle due Sicilie e

nel Granducato di Toscana precedette i moti parigini che determinarono la caduta del governo

Guizot e della stessa corona di Luigi Filippo, questi ebbero centralità nel processo rivoluzionario

europeo del biennio 1848-49.

La rivoluzione scoppiò nel mese di febbraio. La Francia era una monarchia costituzionale, era una

monarchia che nel corso degli anni precedenti ai moti del '48 aveva assunto caratteri riguardanti gli

interessi della grande finanza e della borghesia francese (famosa la frase di Luigi Filippo:

“Arricchitevi”, indicando alle élite francesi la via della speculazione finanziaria e bancaria). La

Francia era un paese di tipo capitalistico, con una forte presenza di lavoratori organizzati e di gruppi

socialisti molto attivi. La rivoluzione scoppiò perché vari gruppi avevano assunto come pratica

quella di organizzare delle riunione pubbliche/private aggirando i divieti della polizia. La caduta

della monarchia borghese fu determinata da infatti da una protesta sociale montante che si

manifestò con la cosiddetta politica dei banchetti di mobilitazione anti-orleanista. Le concause di

carette economico furono la carestia che aveva drasticamente deteriorato le condizioni alimentari

soprattutto delle classi popolari urbane e la strozzatura di mercato dei prodotti manufatti dalla

nascente industria francese che era incentrata soprattutto nell'area parigina e in quella di Lione, con

relativa crisi di sovrapproduzione e licenziamenti. La rivolta esplose con le barricate per le strade di

Parigi quando il governo cercò di impedire il banchetto previsto per il 22 febbraio. Luigi Filippo

rinuncia alla resistenza armata generalizzata, trasferisce i poterei alla madre e prende la via

dell'esilio in Inghilterra. Nel vuoto di potere che si era creato, viene costituito un governo

provvisorio dalla natura composita che mette assieme liberali, repubblicani e socialistici utopisti. Il

'48 francese veniva profilando la crescita del “quarto stato” ossia la classe operaia che intimoriva

molto la borghesia perché aggiungeva alla minaccia politica dei vecchi giacobini la minaccia

sociale. Venne così promulgata la Repubblica, la Seconda Repubblica.

Tutto questo avvenne sostanzialmente a Parigi in quanto il peso della capitale fu determinante. Ci fu

una divisione delle forze rivoluzionarie ma il partito socialista rappresentato da Louis Blanc era

molto ben organizzato; sosteneva e favoriva il lavoro salariato. Blanc diceva che “la concorrenza

ammazza la concorrenza e quindi le persone stesse”. Alle istituzioni pubblica spettava il compito di

creare sempre nuove occasioni ed opportunità di lavoro; ci fu la proposta di creare degli ateliers

nationaux, ossia di vere e proprie case di lavoro volte al riassorbimento della disoccupazione. La

componente socialista era essenzialmente parigina ed instaurata la Repubblica si decise di eleggere

a suffragio universale maschile una Assemblea Costituente. La resa dei conti venne infatti con la

formazione di questa Assemblea nella quale su 900 deputati la sinistra socialista vicina a Blanc ne

contava 80 o poco più. A metà maggio una manifestazione di netto impianto repubblicano volta a

bloccare la conversione moderata del processo rivoluzionario fu repressa e un mese dopo gli ateliers

nationaux furono liquidati. La reazione popolare che ne seguì fu repressa nel sangue nelle giornate

parigine del 23-24 giugno da parte del generale Cavaignac. Fu la prima volta in cui gli interessi

della borghesia produttiva e quelli dei lavoratori salariati entrarono in forte scontro (in tutto questo

un peso notevole ce l'aveva anche la questione della laicità dello Stato).

Alle elezioni presidenziali del dicembre successivo prevalse la figura di Luigi Napoleone che

diventò quindi presidente della Seconda Repubblica. Da qui il sistema francese scivolò verso un

cambiamento di regime molto importante. Di fatto la Seconda Repubblica era già morta perché

questo era solo un passaggio verso la modifica della costituzione ed il conferimento a Luigi

Napoleone del titolo di imperatore, mentre l'Assemblea, pur rimanendo formata a suffragio

universale maschile, perdeva poteri di iniziativa legislativa che venivano riservati al governo

dell'imperatore; la nuova costituzione e il titolo di imperatore con la denominazione di Napoleone

III furono approvati col plebiscito del 21 novembre 1852. Ci fu quindi l'idea di un regime che da un

lato non sopprimeva le istituzioni più rappresentative, e dall'altro lato configurava un modello di

potere esercitato in forme molto rigide e basate su particolari prerogative di fondo. Fu un sistema

politico originale in cui il potere di Napoleone III era basato sul prevale delle correnti più moderate

tra quelle francesi. Va anche sottolineato che il '48 francese operò come fattore di traenza e

incentivo alla diffusione degli impeti rivoluzionari presenti in diverse realtà politiche europee. La

Francia dopo queste rivoluzioni si fece “gendarme” d'Europa.

3.2 Il '48 austriaco

Il '48 austriaco fu al contrario emblematico della centralità della questione delle nazionalità che

questo Impero multietnico riuniva. Le questioni erano complesse e diverse a seconda delle singole

nazionalità. Anzitutto c'era la questione tedesca ed il ruolo che l'imperatore d'Austria deteneva nella

Confederazione germanica. Questo concorreva ad incrementare la saldatura fra la corte di Vienna e

il mondo germanico ed era il primo ostacolo alla revisione organizzativa dell'Impero che riservasse

alle popolazioni slave, che erano maggioritarie, una posizione paritetica nella gestione dell'Impero,

fondamentale aspirazione di queste ultime. Essendo l'impero austriaco multinazionale, le vari

rivoluzioni furono condizionate principalmente dalla rivalità tra le varie anime dell'impero.

Gli eventi precipitarono dopo le giornate parigine; la marea montante della rivolta costrinse

l'imperatore a licenziare Metternich nel marzo 1848 ed a convocare un'assemblea eletta a suffragio

universale che si riunì a Vienna alla fine di luglio e proclamò in via immediata la fine della feudalità

e della servitù della gleba. A Vienna nel frattempo il nuovo capo di di governo von Schwarzenberg

pilotava la successione all'imperatore Ferdinando I, che abdicava, del giovanissimo Francesco

Giuseppe, acquisendo anche in virtù di questo un ampio potere decisionale.

3.3 Il '48 in Prussia e nella Confederazione germanica

Il '48 del mondo germanico va seguito lungo due percorsi: quello prussiano e quello incentrato sul

disegno politico elaborato dalla Conferenza di Francoforte. Sul primo versante le forze liberali

avevano alimentato vane speranza con l'avvento al trono di Federico Gugliemo IV nel 1840, che si

auspicava interrompesse la deriva burocratica e militaresca imposta alla costruzione dello stato

prussiano da Federico Guglielmo III.

Anche in Prussia, a Berlino, abbiamo una rivoluzione segnata dalla forte presenza di lavoratori

salariati organizzati, che si dotano di una struttura ben precisa. I territori tedeschi sono ancora

frammentati e per questo di parla di Confederazione tedesca; la rivoluzione sfocia nella decisione di

creare un parlamento con sede a Francoforte al quale poter domandare come risolvere il problema

della unificazione dei territori di lingua tedesca. Il problema fu il rapporto non risolto tra Impero

austriaco che di diritto aveva la presidenza della Confederazione e Regno di Prussia che di diritto

aveva la vicepresidenza della Confederazione. Il Parlamento di Francoforte eletto a suffragio

universale si riunì il 18 maggio 1848 e lavorò in modo concorde nella elaborazione dei diritti

producendo una carta che doveva prefigurare un modello di stato federale di carattere

costituzionale. Ma poi si divise sul nodo cruciale della scelta: le divisioni assunsero la

denominazione di partito della “grande Germania” e di partito della “piccola Germania”. Il primo

contemplava l'integrazione dell'Austria, mentre il secondo la escludeva; il primo prevedeva una

leadership austriaca, mentre il secondo una leadership prussiana. Il primo proponeva uno stato

unitario tedesco del quale facesse parte anche l'impero austriaco; il secondo proponeva uno stato

tedesco dal quale venisse escluso l'impero austriaco. Alla fine il Parlamento di Francoforte adottò

l'ipotesi della “piccola Germania”. A questo punto l'Assemblea di Francoforte ritenne di avere mano

libera per conferire al re di Prussia la corona del futuro Impero germanico (28 aprile 1849), ma si

scontrò con il rifiuto di quest'ultimo. Infatti, Federico Guglielmo IV ritenne di non potere accettare

l'investitura dal basso del ruolo di sovrano da parte di un'assemblea che considerava rivoluzionaria.

Una motivazione era che per il re di Prussia accogliere l'investitura da parte di un'assemblea liberale

significava accettare una legittimazione della sovranità opposta a quella che aveva inteso ribadire a

casa sua, con successo, quando a dicembre aveva sciolto l'assemblea a Berlino. Il principio della

sovranità popolare si sarebbe esteso anche alla carica del sovrano, arrivando potenzialmente ad

incidere sulla ereditarietà della corona. Il principio di sovranità acquisì un peso ed un'applicazione

crescente nelle assemblee rappresentative, ma procedeva in parallelo con il diritto ereditario del

sovrano. Nel frattempo ci fu una piccola componente che tentò una insurrezione a Stoccarda ma fu

facilmente repressa nel giugno 1849. Tutto questo portò ad una netta sconfitta delle componenti

liberali e democratiche operanti sul territorio tedesco; la Prussia aveva un sistema parlamentare

molto particolare e molto gerarchizzato: si parla di sistema delle tre classi. Gli aventi diritto di voto

erano divisi in tre classi per censo. Il cancelliere Bismarck nel frattempo avvierà una serie di

riforme interne e metterà in atto un aggressivo piano di politica; lui voleva sottrarre tutta una serie

di Stati tedeschi che si trovavano ancora sotto l'influenza egemonica dell'Austria. Ci furono

numerosi conflitti: 1866 → guerra lampo contro l'impero austriaco che venne battuto; 1870 →

guerra con la Francia di Napoleone III che venne battuta. Nell'esperienza tedesca prese corpo

l'espressione RealPolitik ( = politica concreta/reale), ovvero quel termine usato per descrivere

politiche basate su di una concreta pragmaticità, rifuggendo da ogni premessa ideologica o morale.

3.4 Il '48 in Italia. La fase dinastica

In termini cronologici il '48 europeo inizia in Italia, in Sicilia dove il 12 gennaio esplose a Palermo

la rivolta anti-borbonica che dilagò poi per tutta l'isola. La rivolta era la conseguenza del malessere

diffuso nel Regno delle due Sicilie che Luigi Settembrini aveva bene rappresentato nello scritto che

era circolato anonimo nel 1847 “Protesta del popolo delle due Sicilie”. Il precedente erano state le

insurrezioni di Messina e di Reggio Calabria del settembre 1847 che erano state represse

dall'esercito borbonico. Fu una insurrezione che indusse il sovrano a concedere una costituzione. In

questo territorio c'era il prevalere di tendenze indipendentistiche che derivano dalla forzata unione

tra Regno di Napoli e Regno di Sicilia con capitale a Napoli (tutto ciò sancito nel Congresso di

Vienna del 1815).

Lo scoppio della Rivoluzione in Francia produsse “inquietudine” nelle varie corti in Italia;

praticamente tutti i sovrani degli Stati italiani iniziarono a concedere o a promettere delle

Costituzioni oppure iniziarono a promuovere degli atteggiamenti liberali. Persino lo Stato Pontificio

di Pio IX suscitò tante aspettative liberali. Scoppiano nel Nord Italia numerose rivolte anti-

austriache; il malessere era diffuso e si manifestava in forme diverse nelle varie città italiane anche

fomentato dai preti che in questo preludio rivoluzionario convergevano su posizioni anti-

assolutistiche. In Lombardia ed in particolare a Milano dove il dominio dell'Austria era diretto, la

rivolta si manifestò sotto forma di dissidenza contro la fiscalità austriaca. La realtà italiana fu infatti

condizionata moltissimo dal peso che nel Nord aveva l'impero austriaco. Iniziò così il processo

volto alla conquista dell'indipendenza nazionale; questo ebbe il suo avvio a Milano con le eroiche

cinque giornate che iniziarono il 18 marzo alla notizia della rivolta di Vienna e della estromissione

di Metternich dal potere, mentre l'insurrezione di Venezia portava alla liberazione di Manin e di

Tommaseo e alla proclamazione della repubblica. Questa insurrezione a Milano costrinse dunque le

truppe austriache ad andarsene. Tutto ciò indusse Carlo Alberto a concedere lo Statuto Albertino (4

marzo 1848) e a dichiarare guerra all'impero austriaco (Prima guerra di Indipendenza). Ci fu la

disfatta di Custoza, ovvero una battaglia campale che durò cinque giorni (22-27 luglio), che

costrinse l'esercito sabaudo alla ritirata e che portò Carlo Alberto ad orientarsi verso l'armistizio. In

questa prima guerra di Indipendenza si ha anche la partecipazione di vari corpi volontari, si hanno

le varie manifestazioni dell'attivismo di Garibaldi e si ha il confluire, dentro la campagna militare

del Regno di Sardegna, di vari gruppi anche differenti tra loro. La sconfitta subita provoca una sorta

di risentimento da parte di tutti i sovrani. Il 9 agosto il generale Salasco firmò l'armistizio

concludendo la fase dinastica del '48 italiano.

3.5 Il '48 in Italia. La fase democratica

Con l'armistizio di Salasco dell'agosto 1848 la rivoluzione italiana fu messa di fronte ad un bivio. O

prendeva atto della sconfitta e cercava di conservare le conquiste ottenute, in primis gli Statuti,

oppure coglieva spunto dal fallimento della strategia dinastica per rilanciare la rivoluzione di

popolo, ossia quella che in forme diverse si manifestava in Sicilia in gennaio contro il governo

borbonico e soprattutto quella che si era manifestata nelle cinque giornate milanesi e che continuava

a resistere a Venezia.

C'è da dire che questa seconda fase del '48 italiano è stata caratterizzata da tentativi rivoluzionari;

c'è stata una forte radicalizzazione dello scontro interno in Italia. Il 15 novembre Pellegrino Rossi

(Primo Ministro nel governo dello Stato Pontificio) fu assassinato, la situazione precipitò ed il

pontefice fuggi a Gaeta sotto la protezione dell'esercito borbonico, mentre a Roma si costituiva una

giunta provvisoria che indisse elezioni per l'Assemblea costituente. Quest'ultima proclamò la

decadenza del papato e la Repubblica. L'effetto fu trascinante perché anche in Toscana il federalista

Montanelli chiese al granduca la partecipazione alla costituente romana. Allora, Leopoldo II seguì

la via del pontefice rifugiandosi anch'egli a Gaeta. Si costituì a Roma un triumvirato formato da

Mazzini, Saffi e Armellini per fronteggiare l'emergenza, mentre era stata varata la Costituzione più

avanzata del tempo che contemplava la libertà di culto, il suffragio universale potenzialmente anche

femminile, l'abolizione della pena di morte e la riforma agraria. La Repubblica romana venne

liquidata dall'intervento della Repubblica francese; il quadro generale però non cambiò di molto.

Anche in Italia quindi il movimento rivoluzionario è sostanzialmente sconfitto (1849). il triumvirato

rassegnò le dimissioni per non scendere a compromessi con i Francesi, mentre Mazzini il 5 luglio

lanciava un proclama nel quale rivendicava i diritti della Repubblica. Il '48 italiano si era concluso

nel completo fallimento, sia del percorso dinastico di riscatto nazionale sia della soluzione

democratica e repubblicana. Nel Piemonte sabaudo Carlo Alberto abdicò, dopo la sconfitta di

Novara del 23 marzo 1849, in favore del figlio Vittorio Emanuele II il quale era orientato a

mantenere il regime costituzionale e quindi a preservare lo Statuto Albertino. In Piemonte potettero

trovare ospitalità moltissimi profughi provenienti da altri paesi (ci fu una estrema tolleranza per

alcune libertà); Torino divenne la capitale degli esuli e dei reduci.

Intorno agli anni '50 penetra sulla scena Camillo Benso conte di Cavour, il quale venne scelto come

Ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, e diventò capo del governo dal 1852 al 1859 e dal

1860 al 1861. Lui era un liberale molto moderato, con lui prese avvio un lento decennio di

preparazione. Cavour ed il Regno di Sardegna erano consapevoli che la via rivoluzionaria del '48 si

era rivelata perdente, fallimentare (e ha manifestato il punto debole nella sua divisibilità) e quindi

l'unica concreta possibilità di procedere sul percorso della unificazione nazionale era quella di una

possibile alleanza diplomatica con una o più potenze europee, che al momento opportuno avrebbero

aiutato gli italiani e in altri momenti (quando non c'era bisogno di aiuto) li avrebbero lasciati stare.

Cavour fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed

economico, dell'anticlericalismo, dei movimenti nazionali e dell'espansionismo del Regno di

Sardegna ai danni dell'Austria e dello Stato Pontificio.

L'ETA' DI NAPOLEONE III (Capitolo III)

4.1 La Francia alla ricerca di una nuova grandeur

L'età di Napoleone III, soprattutto nel primo decennio del regno vide, quindi, la convergenza di due

aspetti della gestione imperiale. Da un lato la modernizzazione tecnocratica, soprattutto sul versante

dell'espansione del sistema ferroviario, che passò da tremila sedicimila chilometri di linee,

funzionale alla costruzione di un mercato nazionale; d'altra parte, la convergenza col mondo

cattolico rispondeva anche all'esigenza di acquisire il consenso del mondo contadino, soprattutto

quello della piccola proprietà coltivatrice che, dopo essere stata creata dalla grande rivoluzione, era

divenuta la base sociale di sostegno di qualsiasi politica conservatrice e tradizionalista. La

trasformazione di Parigi secondo il piano definito da Haussmann, prefetto della Senna, fra il 1853 e

la caduta dell'Impero rispondeva a due finalità; la prima era di dare a Parigi grazie ai grandi

boulevard l'aspetto di una città capitale imperiale d'alto rango, imponente e vistosa, vero cuore

pulsante politico, culturale e artistico per tutta Europa; la seconda era di bonificare i borghi della

cité che potessero divenire sedi di incubazione e di attuazione di azioni rivoluzionarie e di

sommosse senza che l'esercito e le forze di polizia avessero adeguate capacità repressive.

A questa grandeur in politica interna corrispose una politica estera fortemente espansiva che nelle

aspirazioni dell'imperatore doveva restituire alla Francia quel ruolo di leadership europea che aveva

detenuto con Napoleone I. Il primo cospicuo impegno internazionale della Francia riguardò la

guerra contro la Russia in alleanza con la Gran Bretagna e con l'Impero Ottomano. La guerra,

meglio conosciuta come guerra di Crimea, ebbe origine da un conflitto di competenza fra Francia e

Russia sui Luoghi Santi che erano sotto la sovranità ottomana. L'Austria inizialmente non

intervenne perché paralizzata dai contrasti interni; giunti a metà 1854 l'Austria sembrò orientata ad

intervenire. Nel gennaio 1856, a seguito di ulteriore ultimatum austriaco che minacciava l'intervento

e aveva per oggetto principale la cessione del controllo russo sulla Bessarabia, la Russia cedette e si

aprirono le trattative di pace a Parigi fra il febbraio e l'aprile 1856. La situazione italiana, inoltre,

dava segni di forte turbolenza perché il partito mazziniano, che era temuto da Napoleone III, come

da Cavour, era in forte ripresa. Lo dimostrava il tentativo, finito in tragedia, di Pisacane di guidare

la rivolta anti-borbonica con lo sbarco a Sapri (giugno 1857) e lo confermava l'attentato fallito alla

stessa vita di Napoleone III messo in atto da Felice Orsini (gennaio 1858), un ex mazzianiano

romagnolo; per paradosso l'imperatore si commosse delle parole di Orsini che prima di salire sul

patibolo fece appello a Napoleone III perché si impegnasse per l'indipendenza italiana.

La proposta di alleanza anti austriaca pervenne a Cavour da un emissario dell'imperatore che

raggiunse il conte a Torino nell'aprile 1858; il suo obiettivo era rafforzare la presenza francese in

Italia a scapito di quella austriaca e che questo fine poteva essere sostenuto dal Regno di Sardegna.

Da qui scaturì quell'incontro segreto fra Cavour e l'imperatore a Plombières. Le condizioni

dell'accordo prevedevano che in caso di vittoria contro l'Austria il Regno di Sardegna si estendesse

fino all'Isonzo e sul lato meridionale comprendesse i ducati e le Legazioni romagnole. Nel centro

Italia si sarebbe costituito un regno autonomo comprensivo del Granducato di Toscana e delle terre

pontificie dell'Umbria e delle Marche. Nel Mezzogiorno, il Regno delle due Sicilie avrebbe

mantenuto la corrente estensione territoriale ma avrebbe dovuto vedere la sostituzione dei Borboni

con Luciano Murat, mentre Roma e le terre circostanti sarebbero rimaste sotto la sovranità dello

Stato Pontificio, riservando al Pontefice anche il ruolo di presidente della nuova Confederazione

italiana. Nel gennaio 1859 si arrivò alla firma del vero e proprio Trattato di alleanza attraverso il

quale l'imperatore s'impegnava a scendere in campo a fianco del Regno di Sardegna contro

l'Austria, solo in caso di aggressione di quest'ultima. All'ultimatum austriaco del 23 aprile seguì il

27 l'inizio materiale dell'ostilità. Le battaglie di Palestro e Magenta furono favorevoli alle truppe

franco piemontesi; a fine giugno nella battaglia di Solferino, San Martin e Medole, la più grande

battaglia campale del Risorgimento italiano con migliaia di caduti e di feriti da ambo le parti si

concluse a favore dei franco piemontesi. Nel 1859 abbiamo dunque la Seconda Guerra di

Indipendenza. Napoleone III per vari motivi decise di aprire una trattativa di armistizio con l'Austria

che si concluse a Villafranca nel 1859; l'armistizio fu consolidato nella pace di Zurigo l'anno

successivo.

4.4 La Prussia potenza espansiva ed in crescita

La vicenda prussiana del ventennio 1850-70 fu per certi aspetti speculare a quella austriaca. Anche

il Regno di Prussia restò uno stato arretrato sotto il profilo istituzionale. Dopo l'assunzione del trono

a pieno titolo (1861), Guglielmo chiamò al cancellierato Bismarck le cui idee di politica estera e

interna collimavano con le sue. Sotto il profilo della politica interna, Bismarck condivideva con il re

l'avversione verso l'opposizione liberale che si era costituita in Parlamento come partito

progressista. Quando Bismarck divenne cancelliere (1862) la riforma dell'esercito prussiano volta

farne una macchina da guerra all'avanguardia ed in grado di sostenere la politica etera del Regno era

stata già avviata. Nel 1865 Bismarck aveva già in preparazione la guerra con l'Austria e a questo

fine ebbe un incontro con Napoleone III utile a raggiungere l'alleanza con l'Italia che era ancora

molto condizionata dalla politica estera francese; l'imperatore dette il via libere all'alleanza con la

recondita speranza che l'ulteriore spallata data all'Austria nella penisola aprisse nuove prospettive

espansionistiche per la Francia. L'Italia naturalmente accedette all'alleanza pochi giorni prima dello

scoppio della guerra che si svolse fra il giugno e il luglio 1866 e che per il Regno d'Italia fu la Terza

guerra d'indipendenza volta all'acquisizione delle terre rimaste ancora, dopo la Seconda, sotto

controllo austriaco. Alla fine di agosto fu firmata la pace di Praga che dava vita alla Confederazione

degli Stati tedeschi del Nord presieduta da Guglielmo I, mentre veniva sciolta la Confederazione

germanica. L'esercito tedesco aveva acquisito una superiorità tecnica, d'armamenti e organizzativa

che garantì alla Prussia una rapida vittoria (contro la Francia di Napoleone III) con conseguenze di

lunga durata sugli equilibri di potenza in Europa. Nel frattempo in Italia, nel 1870, Roma divenne la

capitale in quanto i francesi non erano più in grado di difendere quel territorio a causa per esempio

della guerra Franco-Prussiana. Con l'unificazione del Regno d'Italia, la nascita dell'Impero tedesco e

la fine del Secondo Impero francese, possiamo ritenere che si stia concludendo una fase della storia

europea e se ne stia aprendo una completamente nuova, e che Francia, Italia e Prussia avranno un

ruolo decisivo per disegnare gli scenari da cui avrà origine la Prima Guerra Mondiale.

Nasce la Germania che adotta il termine di Reich, ovvero Impero. Si parla di Secondo Reich in

quanto il primo nella mitologia politica tedesca era riferito al Sacro Romano Impero (il regime

hitleriano vorrà forgiarsi con il titolo di terzo Reich). Con la Nascita della Germania cambia la

situazione in Europa, ma in questo decennio altrettanti importanti cambiamenti si verificano anche

al di fuori del nostro continente. Pensiamo alla guerra civile americana, dopo la quale gli Stati Uniti

diventano una potenza industriale e militare mondiale, oppure al cambiamento di potere che avviene

in Giappone (il Giappone nel 1860 era un paese feudale, chiuso con i rapporti con l'estero dal punto

di vista commerciale, e 40 anni dopo diventa una potenza imperiale capitalista molto potente).

Proprio in quegli anni il movimento operaio europeo ed internazionale inizia a strutturarsi in forme

sempre più definite e articolare, e ad avere una fisionomia ideologica più naturale. Nel 1864 a

Londra si costituisce l'Associazione internazionale dei lavoratori, conosciuta come Prima

Internazionale, che aveva lo scopo di creare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici di

sinistra. È una associazione costituita da una miriade di gruppi presenti in molti paesi europei e, in

parte, anche negli Stati Uniti. Questa Associazione, che è il risultato di una operazione condotta

dall'esule tedesco Marx, è composta da una convivenza variegata di anime: posizioni teoriche di

Marx e Engels (socialismo rivoluzionario), componente anarchica, componente repubblicano-

democratica (anche i mazziniani aderiscono alla Prima Internazionale), ciò che rimaneva del

movimento cartista in Gran Bretagna... Ci fu un contrasto ideologico tra anarchici e marxisti in seno

alla Prima Internazionale; per gli anarchici non c'era un percorso rivoluzionario senza

l'abbattimento vero e proprio dello Stato, mentre i marxisti parlavano di “conquista dei pubblici

poteri”, concezione che ricorrerò anche negli anni successivi negli statuti di diversi partiti europei,

compreso quello socialista italiano. La Storia dell'Internazionale è stata profondamente segnata

dopo la sconfitta della Comune di Parigi del 1871 (francesi sconfitti dai prussiani).

L'UNITA' D'ITALIA (Capitolo quinto)

5.1 La sconfitta e la restaurazione reazionaria

L'impianto costituzionale definito della Statuto Albertino non lontano dal costituzionalismo puro

tedesco. Ci sono alcune prerogative che costituzionalmente non competevano al Parlamento ma al

potere esecutivo (la dichiarazione dell'entrata in guerra spettava al sovrano). Lo Statuto diceva che

il re poteva scegliere i suoi ministri e che quando viene sciolto il Parlamento il governo non doveva

decadere bensì rimanere nel pieno possesso delle sue prerogative in quanto espressione della

volontà del sovrano. Il problema era che in Italia la storia politica e la prassi parlamentare andò in

un'altra direzione rispetto al modello tedesco, a partire da Cavour. Fin dai tempi dei conte si

instaurò una prassi secondo la quale il governo doveva essere “sentito”; ci furono trattative di

mediazione tra i leader parlamentari. Il sistema italiano fu uno di quelli in cui per comprendere la

natura delle cose bisognava tenere conto della distinzione tra Costituzione formale e Costituzione

materiale. La Costituzione formale è il documento solenne che contiene i principi e le norme

dell'organizzazione dello stato indipendentemente dall'applicazione. La Costituzione materiale

invece è il modo in cui la carta costituzionale viene interpretata ed applicata.

Il testo costituzionale del 1848 era molto generale e non entrava nel dettaglio delle singole

questioni. Nella storia degli ultimi due secoli infatti le costituzioni erano sempre molto generali e di

“larga maglia”, mentre le costituzioni democratiche sviluppatesi in seguito furono molto più lunghe

ed entrarono maggiormente nei dettagli, soprattutto per quanto riguarda le questioni su cosa bisogna

fare quando deve essere modificata. Le costituzioni liberali erano concesse dal sovrano (octroyée)

mentre quelle di oggi sono costituzioni non solo più lunghe e più complesse, ma anche più rigide e

consento ad una maggioranza parlamentare di cambiare aspetti della Costituzione stessa. Lo Statuto

Albertino era talmente generico che il fascismo restò al potere per vent'anni sotto una dittatura

senza averi dovuto mai toccare aspetti dello Statuto. Nella vicenda storica italiana c'è però anche da

tener ben presente un altro aspetto molto importate: il rapporto tra lo Stato e la Chiesa Cattolica che

aveva sede nel territorio nazionale. Pio IX riprese la linea che era stata assunta da Gregorio XVI con

l'enciclica Mirari vos (1832) contro le aperture del cattolicesimo liberale e in particolare contro la

tesi del francese Lammenais che ipotizzavano la separazione dello stato della Chiesa e la

contestuale piena acquisizione della libertà di coscienza da parte dei cittadini.

Pio IX che inizialmente aveva manifestato orientamenti di tipo liberale, dopo il '48 cambiò quindi

idee e posizioni; Pio IX è stato il pontefice a cui hanno portato via lo Stato Pontificio, attaccato

militarmente nella seconda guerra d'Indipendenza, anche se grazie alla Francia si riuscì a preservare

il potere temporale a Roma. In realtà la caduta del potere temporale del pontefice, che tuttavia era

solo un aspetto della questione romana, avvenne solo ad opera dei bersaglieri comandati dal

generale Cadorna con l'invasione dello Stato Pontificio e la breccia di Porta Pia il 20 settembre

1870 quando, dopo la caduta dell'Impero napoleonico a seguito della sconfitta di Sedan con la

cattura dell'imperatore, il pontefice aveva perso il suo protettore internazionale. La Convenzione di

settembre era oramai svuotata e l'Italia poteva uscire dalla minorità internazionale verso la Francia

nella quale era rimasta dal compimento dell'Unità. Solo da questo momento la Chiesa venne

realmente privata dal potere temporale (potere politico esercitato dalla Chiesa). Per quanto riguarda

l'Europa l'unica casa regnante era l'impero austro-ungarico, agli altri Stati europei le disgrazie del

Papa non interessavano più di tanto. Papa Pio IX resto in carica per moltissimi anni e di fronte a

quanto accadde in Europa nel '48, spostò progressivamente la Chiesa cattolica su posizioni diverse.

Nel dicembre 1864, con il “Sillabo degli errori del nostro tempo”, il Pontefice condannava i mali

del secolo; fra questi il liberalismo e il socialismo, ma anche il cattolicesimo liberale. E condannava

i corollari di queste dottrine, ossia la separazione fra lo stato e la Chiesa e l'opportunità per la

Chiesa di liberarsi del potere temporale. La coincidenza temporale non era fortuita, anche se il

Sillabo aveva avuto una lunga gestazione, perché nel settembre precedente la questione di Roma

capitale tornò alla ribalta, anche se apparentemente stabilmente rinviata. Sempre di più il Pontefice

si chiudeva nella difesa dello stato teocratico per difendere principi legati alla Restaurazione ed

ormai superati. La concezione del Sillabo era che nel mondo tutti discendono dalla grazia di Dio, la

quale è mediata esclusivamente dal Pontefice.

Quando cessa il potere temporale, lo scontro tra Stato e Chiesa diventa totale; sul piano

internazionale l'opinione pubblica cattolica e le cancellerie delle potenze cattoliche, in particolare

l'impero austro ungarico, avrebbero potuto invocare reazioni dure anti italiane a tutela degli

interessi del pontefice. Per fronteggiare questa difficile situazione fu varata la legge delle

Guarentigie (1871), ossia delle garanzie che lo stato italiano riservava al pontefice nelle sue

funzioni di capo della Cristianità, Tale legge riservava alla Santa Sede ogni autonomia nell'esercizio

delle sue funzioni, compresa quello di criticare apertamente l'azione del governo italiano, senza

alcun possibile condizionamento da parte di quest'ultimo, e riservava al Vaticano e alle sedi delle

case cardinalizie lo status di extraterritorialità. Veniva abolito ogni obbligo di giuramento di fedeltà

allo stato da parte degli ecclesiastici. L'unica possibilità d'intervento che lo stato si riservava era il

placet e l'ecequatur, ossia un istituto per il quale i parroci e i vescovi, nominati in completa

autonomia da parte della gerarchia ecclesiastica, potevano raggiungere la sede di destinazione solo

previa autorizzazione dello stato italiano. Ciononostante, il pontefice rigettò la legge delle

Guarentigie e nel 1874, alla vigilia delle prime elezioni politiche successive a Porta Pia, approvò

l'emanazione di un decreto noto come Non expedit che invitava i cattolici italiani dall'astenersi dal

partecipare all'elettorato attivo e passivo, ossia d'andare a votare e di farsi eleggere alle elezioni

politiche. Al contrario, i cattolici partecipavano alle elezioni amministrative perché i comuni erano

considerati espressione della tradizione profonda del paese e, in quanto tali, espressione della

cultura cattolica (da notare infatti che con l'abolizione del non expedit non partecipazione al voto

non aumento di molto in quanto molti cattolici votavano già prima). Il non expedit si applicava solo

alle politiche non amministrativa. Non expedit: non è opportuno, non conviene.

Poiché la quasi totalità dei cittadini italiano erano di religione cattolica le condanne della gerarchia

ecclesiastica e l'accusa alla classe dirigente del regno di non rappresentare la comunità nazionale, il

paese reale, e di essere solo espressione del paese legale, ossia di istituzioni senza consenso,

costituivano un attacco pesante portato all'unità e alla coesione nazionale. Questo non significa che

non esistessero i cattolici “conciliatoristi”, ossia disponibili a superare il conflitto, anche in

considerazione del fatto che la tutela dell'esercito del potere spirituale del pontefice era tutelato e la

caduta del potere temporale era stato solo un beneficio fatto alla Chiesa. Infatti i cattolici italiani

non seguirono totalmente gli indirizzi della Chiesa romana. Ci furono dei tentativi di conciliazione

anche con i Papi successivi a Pio IX (Leone XIII, Pio X) che però fallirono in quanto il problema

riguardava sempre il potere temporale.

Il pontefice aveva ancora diritto, in quanto sovrano, di trattare con i sovrani di tutto il mondo anche

in quei paesi dove la maggioranza non era cattolica. Era un capo di Stato che poteva mandare i

propri ambasciatori in questi diversi paesi. Questi erano ambasciatori appartenenti ad uno stato

molto prestigioso seppur piccolo territorialmente.

Alcune date importanti:

− 1861: nel gennaio di questo anno delle colonne del periodico “L'Armonia”, espressione delle

posizioni cattoliche più intransigenti, don Margotti lanciò la famosa formula “né eletti né

elettori”. Era rivolta agli elettori cattolici che, secondo queste posizioni, avrebbero dovuto

astenersi dal partecipare al voto, come elettori e come candidati, alle prossime elezioni per la

formazione del Parlamento nazionale dopo i plebisciti celebrati nel Mezzogiorno.

− 1904: su richiesta di alcuni gruppi cattolici soprattutto milanesi e bergamaschi venne

sospeso il non expedit nel territorio lombardo. Sempre in questo anno fu sciolta l'Opera dei

Congressi, un'organizzazione cattolica italiana nata nel 1874.

− 1909: i casi di sospensione pontificia del non expedit furono più numerosi e si estesero a

livello territoriale.

− 1913: il non expedit venne sospeso in tutto il territorio nazionale.

− 1929: Patti Lateranensi è il nome con cui si riconoscono gli accordi di mutuo

riconoscimento tra il Regno d'Italia e la Santa Sede, grazie ai quali per la prima volta

dall'Unità d'Italia furono stabilite regolari relazioni bilaterali tra Italia e Santa Sede (questi

accordi furono negoziati tra il cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri per conto della

Santa Sede e Benito Mussolini come primo ministro italiano).

5.4 La Seconda guerra d'Indipendenza

E' necessario richiamare le due finalità perseguite dalla Francia e dal Piemonte. Per la prima

secondo il Trattato firmato nel gennaio 1859 era l'acquisizione di Nizza e della Savoia, ma anche il

cemento di un'alleanza col Piemonte che precostituiva condizioni d'influenza crescente dell'Impero

sulla penisola, anche se gli accordi di Plombiéres non vengono riproposti nel Trattato per quanto

riguarda la realtà centrale e meridionale. Per il Regno di Sardegna la direttrice di espansione verso il

Lombardo Veneto era l'obiettivo dichiarato e costante nella sua storia.

L'armistizio che fu sottoscritto unilateralmente da Napoleone III con l'Austria fu determinato anche

dalle forti pressioni del mondo cattolico francese in rivolta su sollecitazione della Santa Sede, oltre

che dalla minaccia prussiana di scendere in campo a difesa degli interessi austriaci e delle

dinamiche rivoluzionarie in atto nel centro Italia. Cavour rassegnò le dimissioni per non accettarlo.

La diplomazia britannica manifestò una chiara convergenza e sostegno verso il processo

risorgimentale italiano; era infatti divenuto evidente che le mire espansionistiche francesi sulla

penisola erano state limitate e che favorire l'allargamento del Piemonte all'Italia centrale era motivo

generale di riequilibrio nei rapporti fra le potenze europee continentali. Napoleone III fu costretto

anche dalla mediazione britannica ad accettare il processo annessionistico,e pretese solamente che

si tenessero dei plebisciti che sanzionassero l'unione con la volontà popolare. Alla fine di marzo

(1860) le elezioni per la VIII legislatura del Regno di Sardegna compresero la rappresentanza della

Lombardia, dell'Emilia Romagna e della Toscana, con 260 collegi, contro i 204 delle elezioni

precedenti.

5.5 L'impresa dei Mille e l'Unità d'Italia

Si parla di “spedizione dei 1000”: episodio del Risorgimento, avvenuto nel 1860, quando una

spedizione di un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partita il 5 maggio dalla

spiaggia di Quarto (Liguria) sbarcò in Sicilia (dopo varie diversioni i Mille giunsero nei pressi di

Marsala dove sbarcarono l'11 maggio prendendo la direzione di Calatafimi ove il 15 maggio si

svolse la battaglia decisiva contro l'esercito borbonico), e successivamente, muovendosi verso nord,

con una serie di battaglie vittoriose, riuscì a conquistare il Regno delle Due Sicilie, permettendone

l'annessione al nascente stato italiano. L'incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio

Emanuele II conclude la spedizione dei Mille (parola storica pronunciata da Garibaldi:

“Obbedisco”). Nel frattempo Cavour era riuscito a realizzare ciò che Napoleone III non voleva;

realizzazione del Regno d'Italia come estensione territoriale del Regno di Sardegna su tutto il

territorio nazionale. Sull'esperienza risorgimentale in Italia pesò un giudizio negativo basato

sull'idea che l'unificazione di tutto il territorio italiano fosse avvenuto solamente grazie

all'intervento ed al contributo degli stati stranieri.

5.6 Il brigantaggio e l'emergere della questione meridionale

Rispetto alla Germania, l'Italia era più sviluppata economicamente e socialmente; l'Italia rinunciò ad

una struttura federale che però era stata una ipotesi sviluppatasi durante il Risorgimento. L'Italia

ebbe inoltre problemi molto più gravi rispetto alla Germania dovuto all'esistenza di uno squilibrio

forte tra le zone più industrializzate del centro-nord ed il povero meridione.

Il brigantaggio è un fenomeno che si sviluppa nel Mezzogiorno nel periodo preunitario per poi

avere il suo massimo sviluppo negli anni successivi all'Unità d'Italia. Il decennio di occupazione

francese delle terre dell'ex Regno borbonico fu caratterizzato dalla presenza di bande armate che

terrorizzavano interi centri abitati, motivo per il quale il governo creò delle commissioni militari

che avevano il compito di sottoporre a giudizio tutti gli individui arrestati nelle pubbliche vie trovati

in possesso d'armi, imputati di furto o assassinio, spie, attentatori o soggetti che colludevano con i

briganti. Già Cavour aveva più volte segnalato la complessità della questione, ma la sua morte

precoce fece sì che ad occuparsene fosse il suo successore Bettino Ricasoli il quale decise come

primo atto di abolire le luogotenenze ed avviare il processo di accentramento amministrativo con i

decreti promulgati in modo da dare unità di direzione e d'impulso a tutte le parti del Regno.

Il brigantaggio fu un fenomeno articolato al suo interno e basato sull'esistenza e sull'attività di

formazioni armate che non riconoscevano la legittimità dello Stato, che rifiutavano di pagare le

tasse ed erano contro le leggi statali. Un ruolo importante lo ebbe il clero cattolico. Nell'estate del

1862, durante il governo Rattazzi, fu proclamato lo stato d'assedio per sedici province meridionali e

nel dicembre dello stesso anno fu istituita la Commissione d'inchiesta sul brigantaggio che avrebbe

dovuto assolvere al compito di fare chiarezza sul fenomeno. La Commissione riconosceva come

causa del brigantaggio la condizione sociale della quale era dichiarato responsabile lo stato

borbonico. Questa commissione inoltre propose la promulgazione di una legislazione speciale ad

hoc per la lotta contro brigantaggio e la camorra alla quale il governo stava già pensando. Così

nasce la “questione meridionale” termine usato per la prima volta nel 1873 che sta ad indicare le

differenze economiche, sociali e morali tra il nord ed il sud del paese che già nel periodo post

unitario erano molto evidenti.

L'unificazione era costata enormemente ed il principale problema fu il pareggio di bilancio per cui

c'è stato un vero e proprio indebitamento del paese.

5.7 Questioni interne dopo l'Unità

La destra storica e la sinistra storica indicano due raggruppamenti diversi del mondo liberale

italiano. La destra storica era quella che si rifaceva a Cavour, alla classe dirigente piemontese e alle

élite emiliane/toscane; apparteneva alla destra storica tutta quella parte del mondo liberale che si

riconosceva nelle posizioni di Cavour e d'Azeglio (“fatta l'Italia ora bisogna fare gli italiani”). La

sinistra storica invece era composta da quei rappresentati dei movimenti risorgimentali che avevano

accettato di inserirsi dentro il gioco parlamentare (ex nazionalisti anche). Gli esponenti della

Sinistra storica erano perlopiù esponenti della media borghesia, in maggior parte avvocati che

tentarono di riconciliare la politica democratizzando e modernizzando lo stato ed il paese. Il

massimo esponente della sinistra storica fu Francesco Crispi (“La Repubblica ci divide, la

monarchia ci può unire”). In parlamento ovviamente questi due schieramenti sono in opposizione.

Con la destra storica si iniziò a parlare di un governo dei migliori, di società degli ottimati per far

crescere il paese e migliorare le cose, mentre la sinistra storica aveva una idea più popolare. Inoltre

la destra storica era più ortodossa dal punto di vista delle politiche di bilancio (il pareggio di

bilancio divenne quasi un dogma assoluto). La sinistra storica parte da una maggiore elasticità,

accetta l'idea che lo stato può moderatamente indebitarsi per conseguire determinati obiettivi. La

mentalità della destra storica invece era la lesina, il risparmio.

Per quanto riguarda il colonialismo la classe dirigente della destra aveva coerentemente l'idea che

l'Italia fosse un paese povero e che avrebbe dovuto fare molti passi in avanti per arrivare a

competere con le altre potenze europee (“politica del piede di casa”: non si poteva ancora

competere con Francia, Germania, Austria e Gran Bretagna a causa della ancora persistente

strutturale vocazione agricola). La sinistra era l'espressione di una cultura che voleva bruciare i

tempi e riteneva un dovere ed un compito dello Stato incentivare lo sviluppo industriale; è proprio

la sinistra storica ad essere colonialista ad avere l'idea che l'Italia debba e possa diventare una

grande potenza economica e militare in fretta.

Era necessario quindi dotare il paese di un sistema postale unitario, come era necessario garantire la

presenza di prefetture, questure e commissariati di polizia, stazioni dei Carabinieri e uffici finanziari

e scolastici, scuole e tribunali su tutto il territorio nazionale che fossero l'espressione di uno stato

presente ed operante per la popolazione di tutta la penisola. Si aggiungeva l'onere finanziario

derivato dall'assunzione da parte dello stato nazionale del debito degli ex stati regionali; per onorare

gli impegni i governi dovettero usare due leve; la prima era fiscale ed implicava l'aumento della

pressione tributaria su molte voci d'imposta (soprattutto sulla rendita fondiaria dal momento che

l'attività agricola era di gran lunga la prima attività economica del paese e questa era l'imposta più

produttiva per l'erario), la seconda era da ricondurre all'introduzione dell'arruolamento obbligatorio

che sottraeva per molti anni le braccia da lavoro dei contadini più giovani e robusti alla terra.

Parte Seconda. L'Europa e il mondo dalla conclusione dei risorgimenti nazionali

alla Grande Guerra (1870-1914)

GLI IMPERI CENTRORIENTALI: GERMANIA, AUSTRIA E RUSSIA (Capitolo sesto)

6.1 La guerra franco-prussiana tornante della storia d'Europa

Il 1870, come data spartiacque della storia politica del XIX secolo, è definita dalla guerra franco-

prussiana. La vittoria della Confederazione degli stati del nord guidata dal cancelliere Bismarck

provocò il riequilibrio dei rapporti di potenze nell'Europa continentale a tutto favore dell'impero

germanico che nacque come conseguenza di questa guerra. Essa provocò la caduta dell'impero di

Napoleone III in Francia che aveva perseguito disegni di dominio in Europa e nel mondo e

precostituì le condizioni per la nascita del regime repubblicano in Francia. Gettò le premesse per il

decollo industriale dell'impero degli Hohenzollern che godette di una dimensione territoriale e di un

peso demografico assai superiore a quello che aveva la Francia sconfitta. Il 1870 segnò inoltre la

conclusione dei Risorgimenti nazionali in Europa.

Le origini del conflitto fra l'impero di Napoleone III e la Confederazione degli Stati del Nord

scaturirono dalla volontà di potenza prussiana che intese abbattere il predominio europeo della

Francia e dal disegno di completamento dell'unificazione della Germania sotto la guida di Berlino.

D'altra parte, l'impero francese vedeva minacciata la propria egemonia nell'Europa continentale

dopo la sconfitta subita dall'impero asburgico per mano prussiana nella guerra del 1866. Questa

guerra durò solamente alcune settimane (si parla di guerra lampo) e fu contrassegnata dalla

superiorità schiacciante delle truppe tedesche. Tra le ragioni per le quali nel 1914 i paesi europei

intrapresero la Prima Guerra mondiale c'era la profonda convinzione che le guerre moderne, proprio

per il rafforzamento delle tecniche di fuoco e per il notevole e rapido sviluppo delle comunicazioni,

potessero essere guerre brevi, anche se il tutto risultò una “bufala”: l'esempio che avevano in mente

era proprio la guerra franco-prussiana.

La mentalità della cultura militare per quanto riguarda questa guerra era “il massimo risultato

politico con il minimo sforzo”. Per quanto riguarda proprio la Germania, sull'onda di questa vittoria

il cancelliere Bismarck riuscì a far accettare, a tutti gli Stati di lingua tedesca, l'idea della

formazione della Germania unita.

6.2 Il primo decennio di governo bismarckiano del Reich unito

Il Reich nasceva per egemonizzare l'Europa continentale e la nascita fu proclamata non a caso in

Francia, proprio a Versailles (quando finirà la Prima guerra Mondiale al Congresso di Versailles del

1919 verrà dichiarato che la Germania fu l'unica responsabile del disastro). Lo Stato tedesco si

costituisce come federazione di diversi Regni (Guglielmo I era l'imperatore di Prussia) tra i quali

alcuni sono città libere e altri Regni veri e propri (es; Baviera). In questa Confederazione c'è una

aggregazione di entità statali diverse non per lingua ma per tradizione, per religione e per i diversi

gradi di sviluppo da un Regno all'altro. Vennero creati due rami del Parlamento:

4) Reichstag: eletto a suffragio universale maschile

5) Camera delle realtà locali: singoli Stati locali mandano un numero determinato di

rappresentanti in base alla popolazione della propria “regione”.

La rappresentanza prussiana aveva garantita la maggioranza.

Il tipo di modello che adottarono nell'Europa dell'epoca fu visto come un modello diverso e

contrapposto al modello politico britannico. Quello tedesco era il modello costituzionale puro,

mentre quello britannico era un sistema parlamentare. Per quanto riguarda il modello tedesco, a

norma di costituzione, il massimo rappresentante (cancelliere) veniva indicato/scelto dal sovrano ed

era legittimo in quanto godeva appunto della fiducia del sovrano stesso, inoltre non era richiesta la

fiducia dei due rami del Parlamento per questa decisione (in nessun altro sistema politico che avesse

un Parlamento si poteva pensare di governare senza avere la fiducia da parte del Parlamento). I

Parlamenti nel corso del periodo precedente erano nati con la funzione prioritaria di mettere dei

limiti al potere dei sovrani, in particolar modo su ciò che riguardava l'approvazione dei bilanci

statali. Attraverso questo modello costituzionale puro il governo, non avendo bisogno della fiducia

delle camere, aveva la possibilità di muoversi di volta in volta a partire dal fatto che le camere non

avevano il potere di escludere il sovrano e “mandarlo a casa”. Nella realtà tedesca ci fu un esercizio

del potere da parte di Bismarck che andò al di là del dettato costituzionale; governò per esempio

anche senza l'approvazione del bilancio. Nell'Europa della seconda metà dell'Ottocento Bismarck ed

il modello costituzionale puro piacevano ai vari sovrani; il sovrano era sovrano perché non c'era

legittimazione, diverso invece era il disegno nelle Costituzioni democratiche, dove la legittimazione

del potere avveniva dal basso con una delega vero l'alto.

In politica interna, le finalità del cancelliere nel primo decennio unitario andavano verso il

rafforzamento del potere centrale e l'uniformizzazione giuridica e amministrativa. A questo fine, nel

1872 fu approvato il codice penale federale, mentre il codice civile comune per tutto il Reich arrivò

solo nel 1900. Nel 1875 fu creata la Banca centrale (Reichbank) e nello stesso anno l'impero si dotò

di un servizio postale comune. Quattro anni più tardi fu costituito un ordinamento giudiziario

omogeneo con un tribunale federale con sede a Lipsia. Il modello politico tedesco è definibile come

un modello autoritario sotto tanti punti di vista; un borghese per esempio non poteva arrivare a

raggiungere certi gradi dell'esercito. La Germania nel periodo di Bismarck si caratterizzò anche per

una produzione legislativa molto avanzata e curata, soprattutto per quanto riguardava le leggi sociali

di protezione del lavoro e dei lavoratori. Vengono infatti adottate tutta una serie di misure nel

campo del lavoro. Bismarck si poteva quindi anche il problema del consenso popolare ed ebbe

ripetuti scontri con vari partiti presenti nel Parlamento che la pensavano in maniera differente. Il

cancelliere perseguì per sei anni una politica fortemente avversa al mondo cattolico che fu

qualificata come Kulturkampf. Gli obiettivi di Bismarck erano di rafforzare i poteri centrali

dell'impero e il dominio della componente prussiana, di matrice religiosa luterana, contro gli stati

meridionali, ove prevaleva la componente cattolica; questa politica repressiva giunse fino allo

scioglimento di circoli e associazioni cattoliche, all'arresto di religiosi accusati di minacciare l'unità

dello stato, alla statalizzazione e alla laicizzazione dell'istruzione, alla messa fuori legge dell'ordine

dei Gesuiti e all'imposizione del matrimonio civile a chi contraeva matrimonio religioso.

Kulturalkampf; lotta culturale → insieme di leggi penalizzanti per il movimento cattolico. L'idea era

che il partito cattolico tedesco, che era molto forte, per definizione non fosse sufficientemente

fedele alle istituzioni del Reich, in quanto i cattolici obbedivano prima di tutti al Papa. Per ribadire

le posizioni dottrinarie assunte col Sillabo, Pio IX convocò nel giugno 1868 il Concilio Vaticano I,

ventesimo Concilio della storia della Chiesa. Il Concilio, che si riunì a fine 1869 e che dopo la

caduta del potere temporale (20 settembre 1870) fu sospeso, convalidò le tesi di condanna della

modernità laica e approvò il dogma dell'infallibilità pontificia. Questo dogma era funzionale a

rafforzare l'autorità suprema del Pontefice sulla gerarchia nel momento in cui la prospettiva della

perdita del potere temporale era percepita come un possibile indebolimento della compattezza della

Chiesa. Dogma dell'infallibilità: il Papa quando esercita le funzioni della religione cattolica è

infallibile. Tale principio di dottrina rafforzava l'autorità del pontefice e ne faceva un'autorità

sopranazionale, indiscutibile sul terreno della dottrina religiosa. Essa era stato adottato, dopo un

contrastato percorso, proprio per garantire la compattezza gerarchica della Chiesa cattolica nella

prospettiva ormai prossima della fine del potere temporale. Questo dogma provocò non pochi

problemi soprattutto in Germania dove circolava la convinzione e l'idea che i cattolici sarebbero

stati più tenuti ad obbedire più al Papa che al Kaiser (titolo imperiale tedesco).

La politica di Bismarck fu fallimentare nel tentativo di comprimere la componente cattolica. Infatti

la Kulturkampf si configurò come una vera persecuzione religiosa che rafforzò, invece che

indebolire, il partito del Centro rappresentato nel parlamento; a partire dal 1878 il cancelliere

abbandonò la lotta anticattolica e si avvicinò al partito del Centro.

6.7 La lotta antisocialista di Bismarck

La politica antisocialista di Bismarck si calava in questo contesto politico e culturale di avversione

del ceto dirigente tedesco verso ogni movimento che potesse incrinare la compattezza e la forza

della nazione. Poiché il partito socialdemocratico tedesco condivideva la visione internazionalista

della solidarietà di classi fra i lavoratori, esso era visto come un nemico nazionale. A questo motivo

di avversione si aggiungeva la naturale ostilità dei ceti imprenditoriali emergenti verso un

movimento operaio e socialista organizzato che promuoveva il conflitto sociale in fabbrica e nella

società civile a difesa degli interessi dei lavoratori. Gli industriali come gli agrari tedeschi, già

organizzati in potenti associazioni, chiedevano contemporaneamente a Bismarck protezione

doganale e ordine sociale. La prima fu introdotta con i provvedimenti del luglio 1879, il secondo fu

garantito con una legislazione antisocialista varata nell'ottobre 1878 con l'appoggio dei liberali

conservatori e che colpiva l'organizzazione del partito e la stessa possibilità di comunicare con una

propria stampa il disegno politico e sociale socialista.

Oltre allo strumento repressivo, il cancelliere promosse una legislazione sociale che mise la

Germania all'avanguardia fra i paesi industrializzati; essa riguardò l'assicurazione contro le malattie,

l'assicurazione contro gli infortuni e quelle contro l'invalidità e la vecchiaia. Questi provvedimenti

intendevano dimostrare che le rivendicazioni socialdemocratiche erano inutili e che la destra

tedesca era sensibile alle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori ed autosufficiente nel

provvedervi. Ciononostante, quando Bismarck fu dimissionato dal nuovo imperatore Guglielmo II,

nel marzo 1890, la rappresentanza parlamentare socialdemocratica aveva raggiunto le 35 unità.

6.11 La Russia di Alessandro II e le “grandi riforme”

I predecessori dello zar Alessandro II avevano avuto un atteggiamento assolutistico e molto chiuso

nei confronti di qualsiasi ipotesi di riforma interna. La Russia era un paese arretratissimo dal punto

di vista economico, e non aveva nessuna delle caratteristiche dello stato moderno, né dal punto di

vista politico né amministrativo. Il regno dello zar Alessandro II coincise con l'abolizione della

servitù della gleba, sancita dal Manifesto di emancipazione (1861). A questa riforma ne seguirono

altre. Con la riforma del 1864 le amministrazioni locali acquistarono autonomia e favorirono la

diffusione di presidi sanitari e dell'istruzione elementare, anche se restarono sotto il controllo della

nobiltà. La riforma del sistema legale contrassegnò la separazione del sistema giudiziario

dall'amministrazione, favorendo la diffusione di istituti minimi di garanzia e la nascita stessa della

categoria degli avvocati. Il bilancio dello stato e la stessa gestione della moneta fu garantita dalla

nascita della Banca di stato (1866) e dalla creazione di un'unica tesoriera. La leva militare fu ridotta

da 25 a 6 anni, liberando forza lavoro. Inoltre, la rivolta della Polonia (1863), domata con una dura

repressione l'anno successivo e sottoposta ad un processo di russificazione, e l'attentato allo zar del

1866 furono grossi ostacoli al progredire delle riforme.

Tornando alla prima riforma, le conseguenze della liberazione operata dallo zar, ed estesa dalle

proprietà nobiliari alle terre della famiglia imperiale, fu colossale nel numero dei soggetti coinvolti

e nella portata economica e sociale. Inoltre all'emancipazione fece seguito il trasferimento a

comunità agricole (mir), non a singoli contadini, salvo che in Ucraina, di circa la metà delle terre. I

proprietari furono indennizzati con un anticipo in buoni del tesoro erogati dallo stato rimborsabili in

49 anni dai contadini. Non si trattò di una riforma facile né i suoi effetti furono sempre positivi.

Provocarono turbolenze e reazioni sociali anche violente nelle campagne russe, tanto più perché

intervenivano in una struttura sociale affetta da secolare immobilismo. Fu dunque una riforma

importante anche se produsse effetti di dinamismo sociale molto limitati. Nelle campagne russe

tutta una serie di tradizioni passate rimasero in vigore per un lunghissimo periodo anche se il

contadino era considerato giuridicamente libero. In Russia si formerà poi una industria finalmente

di tipo moderno volta a catturare i contadini nella parti più ricche del paese, per esempio a San

Pietroburgo dove c'erano i vecchi arsenali militari. La Storia russa ha un andamento del tutto

originale; non esisteva un vero Parlamento, non esisteva una Costituzione scritta, non esistevano i

partiti politici ed il potere era autocratico.

6.13 La nascita dei partiti di modello occidentale

All'interno della Russia alcuni gruppi sociali e intellettuali già ne l'”800 maturarono orientamenti di

rottura rivoluzionaria; ci fu una attività molto diffusa di terrorismo; gruppi studenteschi con l'idea

che bisognava eliminare il re ed i ministri russi. I movimenti populisti a sfondo anarchico furono

favoriti dalla costituzione dei mir. Essi intendevano interpretare e sollecitare le potenzialità di

rivolta della comune contadina senza puntare all'organizzazione di partito, che di per sé era

considerata autoritaria, ma in una prospettiva di liberazione dal basso, con un processo

spontaneistico, dal potere autocratico dello zar e della nobiltà. Il movimento fu duramente represso

con i processi di massa del 1877 senza essere riuscito a provocare la rivolta generalizzata dei

contadini (il fratello di Lenin aderiva a questi gruppi e fu trovato morto impiccato). La sua

trasformazione dette adito alla nascita di formazioni terroristiche, come “Volontà e popolo”, che

teorizzarono l'assassinio individuale, soprattutto di personaggi simbolo del potere: dall'ufficiale, al

funzionario, al nobile per arrivare fino allo zar, e che divennero endemiche in un paese nel quale le

libertà civili politiche non erano garanzie e il dissenso non poteva esprimersi in forme legali e

accettate. Era forte la tendenza radicata nel populismo russo a regnare in termini di eccezionalismo;

“non è detto che la Russia debba seguire le stesse tappe di sviluppo dei corrispondenti paesi

Europei. Può infatti essere che un sistema socialista ed egualitario si formi attraverso nuove e

diverse fasi, sulla base di una originalità di sistema”. Un ruolo importante nelle campagne russe lo

avevano le comunità di villaggio, i cui capi famiglia avevano delle prerogative specifiche, tra le

quali quella di adottare provvedimento per favorire i più poveri.

Mir era l'organo decisionale di origine medievale delle comunità rurali russe che fu abolito nel 1905

in cui i contadini erano usufruttuari in comune delle terre che lavoravano. Al mir spettavano la

riscossione delle tasse, la ripartizione dei salari e infine il reclutamento delle forze armate, ogni mir

godeva di grande potere all'interno delle singole comunità. Dopo il 1861 il diritto di proprietà della

terra passò dalle mani della nobiltà al popolo contadini. Si prospettava una possibile forma di

società agricola ma allo stesso tempo collettivista. Il mir era dunque una assemblea che aveva la

facoltà di assegnare il lavoro su determinate terre alle famiglie bisognose, per un certo numero di

anni. L'introduzione di forme di partito simili a quelle occidentali giunse solo alla fine del secolo.

Nel 1898 venne fondato il partito socialdemocratico, per mano di Plechanov, (diverso dal partito

socialista rivoluzionario, nato dal populismo russo, che si rifaceva ad una matrice ideologica non

marxista → direzione verso il capitalismo e la moderna società borghese) d'ispirazione marxista che

al suo secondo congresso (tenutosi a Bruxelles nel 1903) si articolò in due fazioni:

2) i bolscevichi (maggioritari, anche se in realtà erano la corrente minoritaria fino al 1917) che

proponevano un'organizzazione di partito ristretta e compatta di rivoluzionari di professione,

fortemente ideologizzata, che da posizioni di minoranza e di guida delle masse perseguisse il

disegno di abbattimento del potere dello zar (Lenin);

3) i menscevichi (minoritari) che concepivano una organizzazione più ampia, radicata nella

società civile, e con metodi di lotta più vicini al modello socialdemocratico tedesco.

Nel 1901 nacque, su promozione di Cernov, il partito socialrivoluzionario che raccoglieva l'eredità

del populismo russo, assumendo posizioni estreme e adottando tecniche di tipo terroristico. Nel

1903, infine, nacque l'Unione della Liberazione che era un partito la cui base sociale e la cui

ideologia erano simili a quelle dei partiti liberali di tipo occidentale. Nel 1905 divenne partito

costituzionale democratico per mano di Miljukov, denominato dei Cadetti dalle iniziali di questi due

termini. Si trattava di una formazione politica che doveva rappresentare la Russia della

modernizzazione industriale e dei nuovi ceti che ne erano l'espressione e che prospettava una

riforma istituzionale e degli organi della rappresentanza analoghi a quelli che si erano affermati

nell'Europa occidentale.

La Russia era arretrata dal punto di vista economico, sociale, politico ed istituzionale. L'unica

apertura sul fronte della rappresentanza era data da istituti per la rappresentanza amministrativa.

Tutto questo processo avviene infatti in assenza di un Parlamento.

6.14 La sconfitta col Giappone e le nuove riforme

La sconfitta militare subito dal Giappone fu di nuovo, come dopo la guerra di Crimea, un grande

acceleratore di riforme. In tutta la Russia e in particolare nelle grandi città scoppiarono rivolte, che

culminarono nella cosiddetta domenica di sangue del 22 gennaio 1905, duramente represse. Le

stesse forze armate manifestarono pericolosi segni di ribellione che avrebbero potuto portare il

regime dello zar al collasso. È noto fra questi l'ammutinamento della corazzata Potemkin (ci furono

episodi di insubordinazione nell'esercito e nella marina). Dopo lunga incertezza che denotò

l'incapacità di Nicola II di affrontare con prontezza e determinazione situazioni di emergenza e a

seguito dello sciopero generale dell'ottobre 1905, lo zar emanò il Manifesto di ottobre con il quale

garantiva la libertà e la formazione di un parlamento elettivo (duma). Si parlò di rivoluzione del

1905 a SanPietroburgo. Questa manifestazione aveva il suo leader principale in Capon. Quando nel

maggio 1906 fu materialmente costituita la prima duma,lo zar varò le leggi fondamentali che la

inquadravano in un modello costituzionale puro, tale per cui il governo rispondeva solo allo zar e

quest'ultimo manteneva poteri molto forti. La prima duma formata a suffragio quasi universale, e la

conquista del 38% dei seggi da parte dei Cadetti, sembrò avviare la Russia verso la normalizzazione

parlamentare. Non fu così, perché ci fu lo scioglimento della prima duma a seguito del conflitto fra

governo e zar; ci furono nuove elezioni cui partecipò la sinistra che vide una grossa affermazione e

il nuovo scioglimento per mano del presidente del Consiglio Stolypin, con successivo cambiamento

della legge elettorale che restituiva il controllo del 50% dei seggi alla nobiltà.

Il biennio 1906-1907 vide la recrudescenza del terrorismo (anche il partito bolscevico dopo il 1905

aderisce ad una strategia di tipo terroristico, anche se venne accettato e riconosciuto come

legittimo). Le vittime furono circa 5000 e fra queste anche i figli del primo ministro. Stolypin

affiancò la politica reazionaria volta a reprimere la sinistra rivoluzionaria, ma anche a contenere le

spinte riformatrici che venivano dai Cadetti, con una politica che rafforzasse nelle campagne il ceto

favorevole alla conservazione. Il disegno politico puntava a consolidare la figura del contadino

proprietario, favorendo la cessione della terra delle comuni in proprietà individuale ai capifamiglia.

Inoltre lo stesso Stolypin cadde per un attentato nel settembre 1911. Si iniziò a parlare di Soviet

indicando con questo termini diversi organi politici della Russia e dell'Unione Sovietica; si tratta di

associazione di operai, sindacati di operai e rappresentanti del popolo. I rappresentanti delle varie

fabbriche costituivano ad esempio i Soviet locali. Il Soviet di SanPietroburgo tentò di fare politica e

per questo divenne una sorta di soggetto politico.

Ulteriori riforme (Cina e Messico)

Nel frattempo ci fu una Rivoluzione anche in Cina nel 1911 che portò alla nascita della Repubblica

cinese, dopo la formazione della Lega cinese nel 1905 che era un movimento di impostazione

ideologica nazionalista che voleva restaurare il potere cinese dal dominio e dalle pressioni degli

occidentali e del Giappone. La dinastia regnante era di origine mancese (Manciuria: Nord della

Cina) e l'obiettivo di questo movimento era restituire il potere agli Han, dopo anni di dominio di

questa dinastia considerata “barbara”. Ci fu un crollo a causa dell'estrema debolezza dell'impero

cinese, nonostante la vastità del territorio. Da non sottovalutare l'accordo segreto del 1907 tra

Russia e Giappone al fine di spartire alcune aree di influenza cinese; alla Russia venne data la

Manciuria settentrionale e la Mongolia, mentre al Giappone la Manciuria meridionale e la penisola

coreana che venne dichiarata colonia giapponese. Nel 1910/11 ci fu un dilagare di insurrezioni

locali che furono guidate dal partito nazionalista cinese (Guomintang) insieme ad una parte dei

governatori militari locali che si resero sempre più conto che l'impero non aveva più tante

possibilità di sopravvivenza. Queste rivolte locali sfociando in una dichiarazione fatta da un

consiglio delle province che dichiara appunto la fine dell'impero cinese e la nascita della

Repubblica. Tra la fine del 1911 e l'inizio del 1912 la corrente progressista di Sun Yat-sen dovette

concedere la presidenza ad un militare; venne coniato il termine di Signore della guerra, riferito ai

capi militare che nel nuovo contesto della Repubblica cercavano di instaurare uno propria

autonomia totale. Il signore della guerra è una persona che detiene il controllo militare e civile di

un'area grazie a forze armate legate a lui da un rapporto di fedeltà. Inoltre ci fu l'ultimatum de “Le

Ventuno Richieste” che fu un diktat presentato in termini ultimativi dal Giappone alla Cina il 18

gennaio 1915, che avrebbe reso la Cina in uno stato di completo vassallaggio, politico, economico,

diplomatico, nei confronti dell'impero nipponico. Con “Le Ventuno Richieste” il Giappone mirava

ad acquisire una posizione di forza in Manciuria, a controllare lo Shantung e a sottoporre il governo

cinese ad una larvata forma di protettorato. Infine la Cina cadde così sotto il controllo dei signori

delle province.

Sempre nel 1911 ci fu una rivoluzione in Messico. Fu una rivoluzione interna durata 10 anni circa

con epicentro soprattutto nelle regioni agricole; fu una rivola contadina di massa contro i grandi

proprietari terrieri e il governo centrale che era diventato una sorta di dittatura: la dittatura di Diaz.

Zapata e Pancho Villa erano considerati i maggiori leader contadini che divennero il simbolo di

questa rivoluzione. C'era anche una componente operai molto forte nella rivoluzione. La

rivoluzione messicana portò nel 1920 alla creazione di un sistema che è il sistema attualmente

presente nel paese. L'origine era fortemente progressista, e si arrivò ad una forte corruzione interna.

Il partito di governo si considerava infatti l'erede delle rivoluzioni (partito rivoluzionario

istituzionale). Oggi il Messico è una grandissima potenza dal punto di vista industriale, anche se è

uno dei paesi più corrotti al mondo nel quale è presente una criminalità organizzata spaventosa.

Nel frattempo in Europa c'è una spinta generalizzata verso nuovi spazi di partecipazione popolare,

con la creazione anche di nuovi partiti. A parte la situazione Russa, vanno a compimento nel

continente europeo dei processi di trasformazione politica innescati appunto dalle rivoluzioni de

l'800. FRANCIA, INGHILTERRA E SPAGNA (Capitolo Settimo)

7.1 La nascita della Terza Repubblica e la comune di Parigi

Il primo decennio di vita di quella che poi si consolidò come Terza Repubblica fu assai incerto.

Anzitutto perché essa nasceva dalla sconfitta militare che aveva portato con sé la perdita

dell'Alsazia e della Lorena (unite al Reich tedesco e che saranno una delle tante ragioni di contrasto

che porteranno alla Guerra Mondiale), ferita permanente e mai rimarginata, e l'obbligo del

pagamento di 5 miliardi di franchi oro. Inoltre, perché alle elezioni per l'Assemblea nazionale

vinsero i realisti con una maggioranza schiacciante. La soluzione immediata fu promuovere alla

presidenza del Consiglio Thiers, che era un monarchico in grado di ottenere anche l'appoggio dei

repubblicani e che poteva evitare lo scatenamento della guerra civile.

Il dualismo fra la Francia più profonda e conservatrice e Parigi esplose il 18 marzo 1871 con la

Comune di Parigi, proprio quando la sede dell'Assemblea nazionale veniva trasferita da Bordeaux a

Versailles, simbolo del potere monarchico. I provvedimenti che furono adottati dai comunardi

abolivano la tripartizione e divisione dei poteri; affermavano il principio del controllo popolare

della giustizia; sostituivano la polizia col popolo armato; laicizzavano l'istruzione; appiattivano lo

stipendio dei funzionari su quello degli operai e prevedevano la riorganizzazione della Francia

come Federazione di piccoli comuni. Si trattava di un esperimento rivoluzionario che terrorizzò le

borghesie di tutta Europa, oltre che francese, e che indusse Thiers a chiedere la liberazione di

100000 soldati da parte di Bismarck per liquidare la Comune. I comunardi fucilarono sessanta

ostaggi, fra i quali l'arcivescovo di Parigi, mentre l'esercito guidato dal generale Mac Mahon

sterminò 20000 comunardi, mentre altri 10000 furono processati e deportati. Per circa 15 anni

questa Terza Repubblica è stata una realtà politica molto instabile; nel 1877 per opera del generale

Mac Mahon c'è stato il tentativo di realizzare un colpo di stato militare, che però fallì.

7.2 la stabilizzazione della Repubblica e le riforme

Solo intorno alla metà degli anni '80 si arrivò ad una stabilizzare della Repubblica; si giunse infatti

ad una normalizzazione che poteva dirsi pressoché compiuta.

La repressione fu così dura che per una generazione il movimento operaio e socialista francese non

riuscì a riorganizzarsi. La vittoria ella repressione indebolì anche le forze repubblicane,

contribuendo per un decennio a rendere assai precaria la sopravvivenza della Repubblica. Il motivo

di fondo per cui non si giunse alla restaurazione della monarchia fu che i monarchici erano divisi in

quanto legati ad esperienze contrapposte. Alle elezioni politiche del 1876 e poi a quelle reiterate

l'anno dopo la netta vittoria dei repubblicani bloccò gli ultimi tentativi di restaurazione monarchica

del presidente della Repubblica Mac Mahon che rassegnò le dimissioni nel 1879 a seguito della

vittoria repubblicana anche al Senato. Nel 1880 il ritorno del Parlamento da Versailles a Parigi,

l'amnistia ai comunardi, la reintroduzione del 14 luglio (presa della Bastiglia) come festa nazionale

con associato inno della Marsigliese ebbero un valore simbolico e sostanziale di stabilizzazione

repubblicana. Negli anni ottanta furono varate innovative riforme con la liberalizzazione della

stampa e il riconoscimento del diritto di pubblica riunione, mentre per il diritto di associazione si

dovrà arrivare al 1901; il riconoscimento della legittimità dei sindacati professionali; l'introduzione

del sindaco elettivo anche se non a Parigi; l'introduzione della legge sul divorzio e sulla possibilità

di lavoro estivo; la scuola pubblica gratuita e laica fino a 13 anni etc...

La riforma del sistema elettorale con l'introduzione nel 1881 dello scrutinio di arrondissement e poi

nel 1885 dello scrutinio di lista, miravano a chiarire e omogeneizzare le posizioni politiche della

destra e della sinistra. In realtà, alle elezioni dell'ottobre 1885 questo nuovo sistema favorì

l'avanzata della destra, che in Francia aveva natura fortemente clericale e che continuava ad essere

considerata una minaccia per la Repubblica.

7.3 Dal tentato colpo di stato di Boulanger al caso Dreyfus

La sinistra repubblicana e radicale era divisa sulla questione politica estera e in particolare della

revanche della Francia contro la Germania che l'aveva umiliata. Mentre i repubblicani opportunisti

tenevano una linea prudente e moderata, pur rispettando il principio della rivendicazione delle terre

sottratte, i radicali avevano posizioni oltranziste. Si affermò la figura del generale Boulanger che,

pur provenendo da posizioni repubblicane, raccolse i favori della destra, sia in termini finanziari, sia

di consenso. Ma il colpo di stato, concepito nell'anno centenario della grande rivoluzione (1889),

non fu attuato e lo stesso Boulanger fuggì a Bruxelles. Il ritorno al vecchio sistema elettorale

uninominale a doppio turno, pur nel confermato suffragio universale, non fu sufficiente a

rasserenare il clima politico del paese.

In questo contesto scoppiò il caso Dryfus, capitano ebreo di origine alsaziana assegnato allo stato

maggiore che fu accusato, con false prove, di spionaggio a favore della Germania tramite l'addetto

militare presso l'ambasciata tedesca di Parigi. Il caso sarebbe rimasto confinato nelle aule

giudiziarie, se non fosse stato per il fatto che le prove erano state palesemente manipolate per

coprire un alto ufficiale non ebreo; che l'obiettivo della persecuzione giudiziaria era un ufficiale

ebreo e per di più di origine alsaziana, quindi responsabile di un tradimento che, a maggior ragione,

esaltava l'avversione anti-ebraica dello stato maggiore, oltre che della destra nazionalista; e che,

soprattutto, con questo caso tutta la destra francese, politica, istituzionale e sociale, cercava la

rivincita dopo le sconfitte subite negli anni precedenti. La battaglia divenne apertamente politica

quando Emile Zola pubblicò sulla testata “L'Aurore” il suo J'accuse, lettera aperta al presidente

della Repubblica (gennaio 1898), nel quale enumerava per punti tutte le violazioni e gli abusi che

erano stati perpetrati contro il capitano Dryfus. Questa vicenda dal punto di vista di Dreyfus si

risolse positivamente in quanto lui fu riabilitato dopo un secondo processo, anche se dal punto di

vista politico si potrà parlare di crisi di fine secolo. In seguito le elezioni ci sarà uno spostamento

dell'elettorato francese verso sinistra, con vittoria consistente dei radicali. Infatti molti di coloro che

si schierarono a favore di Dreyfus in questa battaglia fondarono nel febbraio 1898 la Lega dei diritti

dell'uomo che ebbe poi una valenza non solo interna, ma internazionale.

Queste vittorie portarono ad una rigida separazione tra lo Stato e la Chiesa attraverso alcune leggi

emanate dallo Stato agli inizi del '900, in seguito ad un conflitto duraturo con la Chiesa cattolica.

7.6 Trade Unions e Labour party

Già tra la fine de l'”800 e l'inizio del '”900 ci fu una trasformazione del sistema politico inglese di

vasta portata, senza però rivoluzioni e senza passaggi troppo traumatici, in virtù delle

trasformazioni di un partito che di fatto è un partito socialista e che prende il nome di Labour Party.

La grande stabilità politica e forza economica della Gran Bretagna erano anche legate alla presenza

di questo movimento operaio che, pur potente e organizzato nelle Trade Unions, aveva concentrato

tutte le sue forze sulle rivendicazioni economiche e normative, piuttosto che su obiettivi politici.

Quindi anche nei momenti massimi crisi economica non assunsero mai il significato di attacco alle

istituzioni del paese. Dopo la riforma del 1884, molti operai poterono accedere al voto politico e si

orientarono a sostegno dei liberali che rappresentavano la sinistra nel parlamento britannico. Solo

nel 1893 il minatore Keir Hardie rivendicò il superamento dell'economicismo dell'unionismo

fondando il Labour Party come partito autonomo della classe operaia (il voto operaio si indirizzava

soprattutto verso il partito liberale dei Whig). Nel 1900 nacque il Labour Rapresentative Committee

che nel 1906 riuscì a rappresentare ai Comuni 29 deputati grazie all'alleanza progressista fra liberali

e laburisti. Si trattava di un gruppo parlamentare e di un partito che erano direttamente espressi dal

sindacato. L'alleanza fu cementata dal comune impegno liberoscambista, dal momento che i liberali

come i laburisti rappresentavano ceti industriali che difendevano le possibilità di esportazione dei

manufatti britannici. Per la prima volta, l'impero veniva accusato di essere causa di ostacolo alle

riforme sociali interne. La risposta dei governi liberali fu il rilancio della politica riformatrice con il

varo dell'Old age pension act che introduceva le pensioni di vecchiaia per i lavoratori a partire dal

settantesimo anno d'età (1908). La Germania nel frattempo varò proprio nel 1908 la prima

corazzata, nell'ambito di un ambizioso piano di riarmo navale che minacciava la supremazia

britannica sui mari.

7.7 Riforma costituzionale e declino dei Lords

Nel 1909 i liberali presentarono e fece approvare di Comuni il People's budget che introduceva nel

sistema fiscale la tassazione progressiva. La legge fu rigettata dalla Camera dei Lords, nella quale

sedevano per diritto ereditario i maggiori esponenti della nobiltà britannica e che venivano

direttamente colpiti dal provvedimento. Iniziò allora una lunga battaglia politica che acquistò il

profilo dello scontro istituzionale e di principio fra la camera elettiva (Comuni), che rivendicava il

diritto di varare le leggi, e la camera di diritto ereditario (Lords) che si opponeva. Lo scontro si

spostò nel paese dove nel 1910 si tennero ben due tornate di elezioni politiche che segnarono la

definitiva vittoria dei liberali e che permisero il varo del Parliament Act (1911). la Camera dei

Lords perse il diritto di veto quando un provvedimento di legge fosse stato votato per due volte

dalla Camera dei Comuni. Anche la questione irlandese fu nuovamente affrontata, giungendo al

varo del Home rule act (1912) che devolveva ad un parlamento irlandese, dal quale erano escluse le

se contee dell'Ulster, tutta la materia relativa alla alla politica interna, fatta eccezione per la difesa e

la politica fiscale. Si parlò di “New Liberalism”. In realtà tutto questo non venne applicato e ci fu

una rivolta a Dublino.

L'ITALIA E L'ASCESA DI UNA POTENZA DEBOLE (Capitolo Ottavo)

8.10 Crispi, i socialisti e la sconfitta di Adua

Crispi considerava il partito socialista una minaccia per lo Stato. Il partito era stato fondato da

Turati, un avvocato milanese di origine radicale, a Genova, nell'agosto 1892, scindendo

definitivamente i socialisti dagli anarchici internazionalisti e dagli operaisti intransigenti. Turati era

riuscito ad aggregare componenti diverse della Sinistra in una prospettiva di superamento del

radicalismo. Il partito nasceva col fine dei riscatto della classe operaia, ma in esso potevano militare

tutti coloro, proletari e borghesi, che si riconoscessero nel suo programma di riscatto sociale e di

realizzazione della società socialista. Pur condividendo tutti la prospettiva ultima della realizzazione

della società socialista, la fondamentale divisione correva fra coloro che ritenevano essa dovesse

essere conquista graduale e coloro che intendevano applicare con intransigenza metodi estremi di

rigetto della società borghese. Nel tempo queste due posizioni si sarebbero coagulate nella

componente riformista e in quella massimalista. Il partito socialista al momento della sua nascita era

debole; la sua forza e il suo seguito scaturivano dal movimento sindacale che era in fase espansiva

nell'Italia avviata all'industrializzazione. Mentre negli anni Novanta si venivano diffondendo nel

Settentrione, ma anche nel Mezzogiorno del paese, le Camere del Lavoro, organizzazioni di

carattere territoriale che riunivano le leghe di mestiere, industriali e rurali, e dalle quali il neonato

partito traeva linfa vitale. L'elemento innovativo era rappresentato dal fatto che a partire dall'anno

successivo alla nascita, il gruppo parlamentare socialista si era costituito in “frazione” parlamentare

del partito. Tre anni dopo, nel 1895, nasceva un altro partito organizzato nel paese, dal tronco del

movimento mazziniano più ortodosso, il partito repubblicano. D'altra parte, le esauste finanze

pubbliche imponevano una maggiore pressione fiscale che fu attuata con provvedimenti impopolari,

come la tassa sul sale, e con il tentativo di elevare di due decimi l'imposta fondiaria. Quest'ultimo

disegno di legge provocò la rivolta politica e sociale degli agrari, costringendo Crispi a ritirare il

provvedimento e a ripiegare sull'ulteriore aumento del dazio sul grano, che dava gettito alla finanza

pubblica, ma che aveva il deprecabile effetto di elevare il costo delle farine e del pane, gravante

maggiormente sulla popolazione più povera, soprattutto urbana. Sospese i lavori del catasto

estimativo e provò anche, senza riuscirvi, a sbloccare il latifondo siciliano. In sostanza, Crispi

perseguì una politica contraddittoria, tale da alienarsi i sostegni della deputazione settentrionale,

della Destra e della Sinistra, e da impaurire potenti interessi meridionali. Tentò il rilancio della

politica coloniale, ma perse definitivamente il sostegno della maggioranza dopo la sconfitta di Adua

nel 1896.

8.11 La crisi di fine secolo

Con la caduta di Crispi si chiuse definitivamente il tentativo di portare avanti una politica di

sviluppo nella quale gli interessi meridionali non fossero piegati agli interessi del nord del paese.

Subentrò alla presidenza del Consiglio l'esponente della Destra che aveva concorso a sfiduciarne

Crispi, Rudinì, che inaugurò una politica prudente di chiusura dell'avventura coloniale e di

riavvicinamento alla Francia con la quale nel 1898 fu di nuovo firmato un trattato commerciale. Le

leggi anti-socialiste di Crispi furono abrogate. Ma i problemi più gravi che il nuovo governo

dovette affrontare avevano natura interna ed erano sostanzialmente di profilo politico-istituzionale

ed economico-sociale. Le forze considerate minacciose erano i cattolici e i socialisti.

L'intransigenza di papa Leone XIII su questo punto restava immutata, anche se la Chiesa, con

l'enciclica Rerum Novarum (maggio 1891), aveva orientato le organizzazioni cattoliche verso

attività positive di azione economica e sociale. I cattolici si erano dedicati all'organizzazione di

leghe sindacali, di società cooperative, di casse rurali che rafforzassero il radicamento cattolico nel

mondo del lavoro, ottenendo successo soprattutto nelle campagne. Nel 1897, poi, un esponente

politico della Destra, Sidney Sonnino, che sarà per due volte presidente del Consiglio, pubblicò

sulla “Nuova Antologia” un articolo dal titolo Torniamo allo Statuto nel quale proponeva di

reintrodurre nella vita politica e istituzionale del paese la fiducia esclusiva del sovrano al governo in

carica. Di fatto avrebbe significato introdurre l'istituto del cancellierato di modello tedesco,

impedendo, come in Germania, alle opposizioni socialiste di poter incidere sulla politica di

gabinetto.

Questa situazione provocò rivolte e tumulti dalla primavera 1898, a partire dalla Romagna, per

estendersi in tutto il paese e trovare a Milano l'epicentro a maggio con gli assalti ai panifici e la dura

repressione militare, quando il generale Bava Beccaris fece sparare sulla folla. Rudinì interpretò i

moti come il risultato di un disegno eversivo che non c'era e rinnovò la politica crispina degli stati

d'assedio che furono estesi a tanta parte del paese. Furono arrestati esponenti cattolici, socialisti

(anche Filippo Turati), repubblicani, poi rilasciati dalla magistratura, nella convinzione che fosse in

atto un attacco ben orchestrato contro le istituzioni.

Dopo la caduta di Rudinì, il nuovo presidente del Consiglio Pelloux ritenne di presentare

all'approvazione della Camera misure drastiche di contenimento delle opposizioni, soprattutto

socialiste, con strumenti giuridici permanente di natura repressiva, contro le associazioni

considerate sovversive, e di controllo preventivo sulla stampa. Questa iniziativa spinse leader come

Giolitti e Zanardelli all'opposizione e favorì la convergenza su posizioni di avversione alla politica

di Pelloux componenti del mondo liberale e di quello socialista. Fu proprio Giolitti ad avanzare una

proposta politica opposta alla tesi della chiusura del sistema: piuttosto si doveva esperire il dialogo

e l'apertura alle opposizioni affinché le istituzioni del paese, monarchia compresa, fossero

rivitalizzate da un consenso più ampio e socialmente diffuso nel paese.

8.12 La svolta liberale

La lotta ai “decreti liberticidi” si concluse con la vittoria liberale e socialista. Anche l'assassinio del

re Umberto I che avvenne a Monza nel luglio 1900 per mano dell'anarchico Gaetano Bresci che lo

voleva punire per la medaglia conferita al generale Bava Beccaris, non dette adito a contraccolpi

reazionari. Il successore al trovo Vittorio Emanuele III era favorevole alla linea Zanardelli-Giolitti

che, dopo un intermezzo segnato dal governo Saracco, si affermò nel febbraio 1901 con la nascita di

un governo presieduto dal primo, con Giolitti agli Interni. Iniziò con questo governo la stagione

politica che nella storia italiana viene definita “età giolittiana”, anche se Giolitti tornò alla

presidenza del Consiglio solo nell'ottobre 1903, e che si concluse, dopo la celebrazione del suffragio

quasi universale, con lo scoppio della guerra mondiale. La svolta immediata non si concretizzò

tanto e subito nelle riforme varate, quanto piuttosto nell'apertura del governo verso le opposizioni di

sinistra e del ministro dell'Interno verso i conflitti sociali promossi dalle organizzazioni operaie per

rivendicare miglioramenti salariali e normativi per i lavoratori. Per la prima volta Giolitti dichiarò

che i conflitti sociali e l'uso dello sciopero come strumento di lotta non riguardavano lo stato, ma

solo le parti coinvolte. Lo stato non si doveva schierare perché le istituzioni rappresentavano tutti i

cittadini e non una parte sociale. Solo se la lotta fosse stata portata alle istituzioni periferiche o

centrali dello stato, questo sarebbe intervenuto con mezzi repressivi. Naturalmente questo valeva

per le regioni del centro-nord, perché nel Mezzogiorno e nelle isole il dominio politico e sociale

delle antiche gerarchie sociali restava intatto, anche con il sostegno delle forze dell'ordine. Si

trattava al solito di una politica di rafforzamento della maggioranza e delle istituzioni perseguita

dall'alto, cui non corrispondeva un analogo e parallelo processo dal basso di nazionalizzazione delle

masse. Giolitti perseguì una politica discreta e prudente di avvicinamento alla Chiesa; Giolitti in

questa politica fu favorito dalla successione al soglio pontificio (1903) di Pio X e dal conseguente

scioglimento dell'Opera dei Congressi da parte del nuovo papa (1904), preoccupato per gli

orientamenti ad organizzarsi in partito politico che venivano emergendo da taluni ambienti

dell'Opera. La politica di “conciliazione silenziosa”, senza tuttavia ipotizzare il superamento della

separazione fra stato e Chiesa né pensare a formule concordatarie, si tradusse sia alle elezioni

politiche del 1904 sia a quelle del 1909 nel sostegno cattolico ai candidati giolittiani in taluni collegi

nei quali correvano il rischio di perdere contro il candidato della sinistra.

8.13 Le riforme di Giolitti

Quanto al Mezzogiorno fu adottata la politica delle leggi speciali- si trattava di provvedimenti

specifici per singole aree: legge per la Basilicata, legge per Napoli, legge per la Calabria, legge per

la Sardegna. In termini di sviluppo sociale e politico, si consolidava l'Italia a due velocità. I

fenomeni di malcostume e di corruzione anche elettorale del Mezzogiorno non solo non erano

combattuti dal governo, ma talora erano utilizzati a fini di stabilizzazione politica della

maggioranza. L'età giolittiana fu anche periodo storico di grandi riforme. Da ricordare la nascita del

Consiglio superiore del lavoro (1902) nel quale sedevano rappresentanti sindacali e che

precostituiva la possibilità di esercitare un controllo anche periferico sulle condizioni dei lavoratori;

la legge che limitava l'utilizzo del lavoro femminile e minorile (1902); la legge istituita dalle

aziende municipalizzate (1903) che allargava le condizioni economiche per i cittadini; la legge sulla

statizzazione delle ferrovie (1905) che seguiva alla allora meno rilevante statizzazione del servizio

telefonico (1903). Giolitti introdusse il suffragio universale nel programma del suo governo del

marzo 1911 estendendolo a tutti i cittadini maschi anche analfabeti purché avessero compiuto il

trentesimo anno d'età e avessero prestato il servizio militare. Giolitti era convinto che con un

programma come questo, che prevedeva il suffragio universale e la creazione del monopolio delle

assicurazioni sulla vita con l'INA, che avrebbe finanziato le pensioni degli operai, i socialisti

sarebbero entrati nel governo. In realtà, il gruppo socialista votò il programma del governo, ma non

volle farne parte.

8.14 La crisi del giolittismo

Quando fu celebrato il suffragio universale (ottobre 1913) ormai il sistema giolittiano era in crisi. I

socialisti si erano definitivamente convertiti su posizioni di netta avversione al governo e allo stato,

rifiutando ogni apertura al dialogo. La destra estrema aveva espresso dal 1910 un movimento

organizzato denominato nazionalista che si sarebbe poi trasformato in partito. Esso rivendicava una

politica aggressiva ed espansiva, esprimeva l'avversione radicale antisocialista e aveva stabilito

collegamenti organici con gruppi industriali armatoriali e siderurgici. Il presidente del Consiglio

affrontò il suffragio universale grazie al sostegno del mondo cattolico organizzato nell'Unione

elettorale che era presieduta dal conte Ottorino Gentiloni. Il sostegno del voto cattolico veniva

conferito ai candidati giolittiani (previa sottoscrizione da parte di essi nelle diocesi). Il patto

Gentiloni che era segreto e ufficialmente non noto a Giolitti, non implicava l'abolizione su tutto il

territorio nazionale del Non expedit, ma solo la sua sospensione. Esso contribuì a garantire la

ricostruzione di una maggioranza giolittiana di oltre 300 deputati, anche se indebolita rispetto alla

legislatura precedente, pur in condizioni di avanzata dei socialisti che conquistarono 52 seggi. La

componente più intransigente sui temi della laicità della sua maggioranza, i radicali, abbandonarono

il sostegno al governo non appena fu reso pubblico dal conte Gentiloni l'effetto del patto sulla

rielezione dei deputati giolittiani, provocando nel marzo 1914 le dimissioni del governo. Nel

gennaio 1919 nacque il partito popolare, partito di ispirazione cattolica che accelerò il declino del

ceto politico liberale.

La cosiddetta “settimana rossa”, ossia la seconda settimana del giugno 1914 che vide diffondersi nel

paese la protesta e il conflitto sociale anche con manifestazioni di natura eversiva, era indicativa di

un processo di radicalizzazione politica in fase di avanzamento, piuttosto che di declino. Lo scoppio

del conflitto mondiale nell'agosto 1914 contribuì a consolidare le posizioni estreme piuttosto che

attenuarle.

CULTURE E IDEOLOGIE NELL'ETA' DEL DOMINIO DELLA BORGHESIA EUROPEA

(Capitolo Decimo)

10.9 I caratteri del movimento operaio e socialista europeo

In Inghilterra prevalse e si diffuse l'organizzazione sindacale (Trade Unions) volta a rivendicare

miglioramenti salariali e normativi per i lavoratori con azioni di conflitto sociale che di rado

assumevano un profilo di lotta politica contro i poteri costituiti. In Francia le spinte rivoluzionarie si

erano già manifestante nel corso della rivoluzione del '48 e si ripeterono con la Comune di Parigi

del 1871 che seguì alla sconfitta militare di Napoleone, la caduta del Secondo Impero e la nascita

della Repubblica. In Germania, la Socialdemocrazia (1875) manifestò il non superato dualismo fra

componenti intransigenti e gradualiste, mentre a lungo restò aperta la questione delle relazioni da

instaurare fra il partito e il sindacato in materia di guida generale del movimento operaio. In Italia,

la nascita del partito socialista fu tardiva (1892), sia per le divisioni interne al movimento sia per il

ritardo del processo industriale. Negli Stati Uniti il movimento socialista come movimento di classe

non ebbe mai reale capacità di insediamento proprio per la natura della società americana.

La società socialista, a cui si aspirava, sarebbe stata per definizione giusta perché di eguali e priva

di ogni forma di dominio politico e economico. La divisione di fondo fra le varie anime del

socialismo europeo non stava nel fine, che era realizzare la società socialista, ma nei mezzi per

realizzarlo che potevano essere per taluni estremi, ricorrendo anche alla violenza fisica, e per altri

graduali, affidati a strumenti legittimi di lotta sociale.

Questi partiti si costituiscono in seno allo sbandamento dell'Internazionale. Tutti avevano dei tratti

comuni: partecipazione alle scelte elettorali; costruzione di un rapporto stretto ma allo stesso temo

basato su una grande organizzazione di ruoli (il mondo dei sindacati era e doveva essere diverso

dalla sfera politica. I sindacati non si presentarono come forze anti-sistema e non mettevano in

discussione gli aspetti politico-istituzionali); obiettivo primario creare una società che superi la

società borghese; creare le condizioni al fine di poter concedere il diritto di voto a tutti, uomini e

donne, letterati e illetterati, al di là delle condizioni di censo, al fine di rappresentare anche le classi

più povere (suffragio universale). In tutto questo però ci sono delle contraddizioni, per esempio il

fatto che il suffragio universale era già un obiettivo dei liberali democratici (l'ideologia socialista

voleva superare la società liberale/borghese).

10.10 L'associazione Internazionale dei Lavoratori

Il primo esperimento internazionalista fu fatto con la fondazione dell'Associazione Internazionale

dei lavoratori, poi ricordata come Prima Internazionale, che fu fondata a Londra presso la St.Martin'

Hall il 28 settembre 1864. Essa connetteva il disegno di riscatto sociale del mondo del lavoro con la

solidarietà espressa dai lavoratori inglesi e francesi alla rivolta polacca contro il dominio russo. Lo

stesso Mazzini ha avuto un peso rilevante nella redazione del programma della Prima

Internazionale.

Bakunin era un esiliato russo, sfuggito alla polizia segreta zarista, che aveva vissuto in Italia

promuovendo sul piano locale e sul piano internazionale movimenti e azioni rivoluzionarie. La sua

confluenza nell'Associazione Internazionale scatenò però un conflitto ideologico e politico

durissimo con Marx. Le posizioni dei due rivoluzionari erano incompatibili per le diverse radici

culturali e per le opposte prospettive politiche; Marx aveva fiducia nelle conquiste sociali e

politiche,mentre al contrario Bakunin che proveniva da un paese dalle strutture agricole feudali,

puntava direttamente alla mobilitazione dei ceti subalterni di natura rurale contro il latifondo

dominante. Ciò comportò che le teorie e i metodi di azione di Bakunin trovassero seguito nei paesi

socialmente più arretrati come l'Italia e la Spagna. Il contrasto politico ed ideologico fu così

marcato da mettere in crisi l'Internazionale, che fu formalmente trasferita a New York e di fatto si

esaurì perdendo la presa diretta sulle società europee in via di industrializzazione. Va tenuto

presente che la sconfitta della Comune di Parigi e la sua repressione violenta (maggio 1871),

assestarono un duro colpo al movimento internazionalista europeo. La decapitazione del movimento

socialista francese, il più maturo e avanzato dell'Europa continentale in quel momento, indebolì in

modo grave le prospettive stesse del socialismo europeo; in Inghilterra esso continuò a crescere e a

diffondersi nella sua versione sindacale, senza esprimere fino alla fine del secolo un autonomo

partito politico, nella forma del partito laburista; in Germania la nascita del Partito

socialdemocratico nel 1875 si scontrò a lungo con la dura lotta ingaggiata da Bismarck contro di

esso fino alla fine degli anni Ottant. In Italia solo negli anni ottanta si affermarono due nuclei

organizzativi: il partito operaio, che aveva sede a Milano e in Lombardia e che, al di là del nome,

aveva una natura sindacale, e il partito rivoluzionario delle Romagne. Dall'esaurimento di queste

esperienze politiche e della conversione su posizioni di classe di intellettuali e borghesi che

provenivano da posizioni democratico-radicali nacque, grazie alla definitiva decantazione degli

anarchici, il Partito dei lavoratori, poi denominato Partito socialista italiano.

In sostanza quindi la Prima Internazionale si sbandò per la forte divergenza verificatasi in molti

paesi tra la componente che riconosceva in Karl Marx e la componente anarchica. Gli anarchici

vedevano come unica strada la rivoluzione armata e violenta, mentre i socialisti avevano l'obiettivo

di realizzare un processo che portasse ad una società egualitaria/socialista. Il testo politico più

famoso di quel tempo era il “Manifesto del partito comunista” (1848) di Marx ed Engels. Dopo la

Comune di Parigi si apre una riflessione che inizia a considerare la possibilità di sfruttare le

istituzioni della società liberale borghese abbandonando la strada della Rivoluzione violenta. Nel

1877 ci fu uno dei tentativi insurrezionali più importanti, per concezione e per risultati

propagandistici, attuato nella zona del Matese da un gruppo di aderenti alla Federazione Italiana

dell'Internazionale, detto in seguito “banda del Matese”; vi aderirono molti dei personaggi più

rappresentativi dell'anarchismo italiano dell'epoca (alcuni di essi riuscirono poi a scappare, altri

vennero ammazzati).

10.11 I congressi fondati della Seconda Internazionale e le due anime del socialismo europeo

Il rilancio delle idee e delle organizzazioni socialiste venne nel 1889 con la fondazione della

Seconda Internazionale. I congressi di fondazione furono tenuti a Parigi, sede, nel luglio di

quell'anno, di una Esposizione universale volta a celebrare il centenario della grande rivoluzione. I

congressi di fondazione furono due, ambedue celebrato nel mese di luglio. Il primo, promosso dalle

Trade Unions britanniche, raccolse i movimenti e gli esponenti che si richiamavano ad un approccio

possibilista e gradualista dell'azione del movimento socialista; il secondo raccolse gli intransigenti

che intendevano dare una interpretazione ortodossa al pensiero di Marx e che rigettavano ogni

ipotesi di compromesso con la rappresentanza politica e con le strutture economiche della

borghesia. Da questo secondo congresso scaturì la nuova Internazionale dei lavoratori.

Nel frattempo nella primavera del 1890 ci furono le elezioni politiche in Germania che portarono

alla caduta di Bismarck. La leadership internazionale del partito tedesco ora poteva presentarsi

come legittimo interprete di Marx ed Engels anche per il fatto che questi erano tedeschi. Alcune

figure di leader conosciute come i teorici socialisti a livello mondiale appartenenti al partito

tedesco: Liebknecht, Karl Kautsky, Rosa Luxemburg.

Fin da quando si costituì a Parigi, l'Internazionale socialista era di tipo federale; ogni partito

normalmente doveva chiedere di poter aderire, ma allo stesso tempo manteneva una totale

autonomia sulla propria realtà nazionale. All'interno dei singoli partiti si avevano però differenze

significative su parecchi ambiti, ad esempio su quelle che erano le forme di partecipazione alle

elezioni politiche oppure sul fatto di accettare o meno cariche istituzionali... Ogni partito insomma

poteva decidere come meglio credeva. La Prima Internazionale invece venne accusata di

autoritarismo a causa ad esempio dell'espulsione di un partito che perseguiva metodi anarchici. La

Prima Internazionale si basava infatti su una forte rigidità del suo modello; nacque sì dotandosi di

un ufficio centrale con sede all'Aja, ma era un ufficio solamente di coordinamento, non aveva in

realtà alcun vero potere decisionale. Nella Seconda Internazionale i vari partiti erano liberi di fare

scelte differenti, che non venivano magari condivise da tutti i partiti, ma questo non provocava

alcuna scissione interna al sistema. In Francia per esempio per la prima volta (1900) un esponente

socialista (Millerand) accettò l'incarico di ministro e partecipò al governo borghese nazionale.

La Seconda Internazionale fu infatti una realtà organizzativa basata su linee ideologiche abbastanza

chiare e pluralistiche al proprio interno se non su un punto, ovvero su ciò ce riguardò la rottura

drastica nei confronti degli anarchici, i fautori della rivoluzione violenta senza alcuna via

alternativa. I socialisti in senso stretto si battevano per promuovere leggi di protezione sociale, leggi

sul lavoro che ad esempio portassero ad un numero massimo di 8 ore la giornata lavorativa (1

maggio 1890: tentativo di sciopero, nuove conferenze e nuovi comizi). La scelta del giorno 1

Maggio come festa dei lavoratori era dovuta proprio a quanto accadde qualche anno prima negli

Stati Uniti d'America; a Chicago, nel corso di una manifestazione per le 8 ore giornaliere di lavoro,

furono individuati i presunti responsabili (operai anarchici) che avevano gettato delle bombe contro

i poliziotti in segno di protesta (marketplace → monumento ai poliziotti caduti quel giorno), e per

questo furono processati e impiccati. La definitiva separazione degli anarchici avvenne in occasione

del congresso di Zurigo (1893) che segnò la demarcazione fra azione politica ispirata ai principi di

Marx e azione anarchico insurrezionistica. Questo evento seguiva alla nascita in Italia del Paerito

dei lavoratori, poi Partito socialista, fondato a Genova nel 1892 in occasione delle celebrazioni

colombiane. I gruppi anarchici hanno sempre avuto nel corso del tempo un peso non irrilevante

nelle associazioni di massa del partito operaio. Il loro ruolo però venne scemato progressivamente

(1936/39 guerra civile in Spagna in cui gli anarchici ebbero una influenza sempre più

marginale/radicalizzazione estremistica degli anarchici negli Stati Uniti ma anche in Europa).

L'Europa dell'ultimo decennio del secolo fu funestata da una serie di omicidi politici di matrice

anarchica, come l'attentato del presidente francese Carnot (1894), quello al re d'Italia Umberto I

(1900) e l'assassinio del presidente degli Stati Uniti.

Dentro a questo processo un ruolo fondamentale l'ha avuto il pensiero di Marx (morto nel 1883):

− Marx era già morto (“Il Capitale”)

− Paradossalmente la Seconda Internazionale si rifaceva al pensiero non solo politico ma

anche economico di Marx (lotta tra classi)

− Alcune correnti si appellarono all'autorità scientifica di Marx

− Marx ed Engels (morto nel 1894), figli delle rivoluzioni del '48, continuarono ad aspettare

che si creassero, proprio come nel '48, le condizioni per una vera rivoluzione; Marx, dopo la

Comune di Parigi, si rese conto che la rivoluzione sul modello classico francese rispondeva

ad una fase storica determinata

− Idea che la Rivoluzione sia un concetto che può determinarsi in forme differenti; esiste

infatti non solo la Rivoluzione come evento in sé, ma anche la Rivoluzione come processo

di lunga durata basato sulla possibilità di conquiste immediate e parziali (proprietà

collettiva/nuovi diritti sul lavoro/protezione sociale).

POPOLAZIONE, AGRICOLTURA, INDUSTRIA, FINANZA E COMMERCIO

(Capitolo Undicesimo)

11.1 La crescita demografica

Caratteristica comune a tutti i popoli europei nel corso del XIX secolo, fino alla prima guerra

mondiale, fu un tasso di crescita demografica particolarmente elevato. I fattori principali di questa

crescita furono la diminuzione della mortalità, soprattutto infantile, grazie ai grandi progressi

compiuti dalla fisiologia e degli strumenti terapeutici e alle migliorate condizioni di vita. Sul piano

continentale essi furono assai più elevati in Europa piuttosto che in Africa e in Asia. Inoltre anche

all'interno degli stati europei la crescita non fu uniforme. La Germania godette della crescita più

elevate, con una popolazione che passò da 35,9 milioni di abitanti nel 1851 a 65,3 nel 1901.

analoghi ritmi ebbe la Russa europea che passò da 57,2 a 103,4 milioni di abitanti nello stesso

periodo. Fu più contenuta la crescita britannica e quella italiana, rispettivamente da 22,6 a 38,7

milioni e da 25 a 32,4. Va tenuto presente che sia la Gran Bretagna sia l'Italia alimentarono cospicui

flussi migratori o trasferimenti permanenti di popolazione; la prima soprattutto in virtù dell'enorme

impero coloniale e la seconda soprattutto verso le Americhe negli ultimi anni del secolo, in

particolare delle regioni meridionali. Relativamente più bassi furono i tassi di crescita della

popolazione francese che passò nello stesso periodo da 36,4 a 40,6 milioni di abitanti; questa

anomalia può essere almeno in parte spiegata con la struttura contrattuale dell'agricoltura francese,

nella quale prevaleva la figura del contadino proprietario, per cui si tendeva a limitare le nascite per

non correre il rischio dell'impoverimento della famiglia derivante dal frazionamento ereditario della

proprietà. Faceva eccezione a questa tendenza l'Irlanda, unico paese europeo che da una

popolazione di 6,6 milioni di abitanti nel 1851 calò nel 1901 a 4,5 milioni. Il fenomeno si spiega

con la grande carestia che colpì l'Irlanda a metà del secolo e i conseguenti flussi migratori,

soprattutto verso gli Stati Uniti, che svuotarono l'isola.

Il fenomeno dell'emigrazione verso l'America fu comunque cospicui e spiega la crescita impetuosa

degli Stati Uniti e, in minor misura, dei paesi dell'America Latina. I tassi di natalità negli Stati Uniti

nella seconda metà del XIX secolo si mantennero particolarmente elevati, ma non sono sufficienti a

spiegare una crescita demografica che passò da 23 milioni a 76 milioni nella seconda metà del XIX

secolo e che raggiunse i 100 milioni nell'anno dello scoppio della Grande guerra. Questo fenomeno

di crescita si accompagnò in Europa all'aumento della popolazione urbana che fu corollario della

diffusione della industrializzazione; le città europee con più di 100 mila abitanti passarono da 23,

agli inizi del secolo, a 135 nel 1900. non si trattava solo di un fenomeno di dilatazione di antichi

centri urbani, ma anche di creazione ex novo laddove esistevano risorse minerarie cospicue

soprattutto di carbone, che era la fonde energetica primaria per i motori a vapore, e di minerale

ferroso per gli altiforni.

Ciò che cambiò anche fu la sfera dei comportamenti sessuali delle persone. La domanda era: quanti

figli fare? Ci fu una forte diffusione dei sistemi contraccettivi per cui si passò da quelli naturali a

quelli meccanici. Si trattava di andare contro a dei precetti morali che le Chiese in genere avevano

sempre difeso, oltre ad aver sempre inibito costumi volti alla autoregolamentazione delle nascite. Ci

fu una vera e propria emancipazione delle donne per quanto riguarda i costumi di tipo tradizionale.

11.3 Dinamiche di sviluppo industriale ed equilibri di potenza

Il periodo storico che va dalla fine del XIX secolo alla Grande guerra, che vide lo sviluppo

accelerato dell'industria e della finanza europea, coincise con quella che viene chiamata seconda

rivoluzione industriale. Questa è connotata:

3) dal crescente utilizzo di nuovi fonti energetiche, in particolare il petrolio, necessario per la

locomozione del motore a scoppio e quindi dalla diffusione del trasporto di persone e merci

su strada;

4) dal progressivo perfezionamento e dalla diffusione dei sistemi di trasferimento dell'energia a

distanza, l'elettricità;

5) dalla scoperta e utilizzo di metalli non ferrosi, come l'alluminio;

6) dall'enorme progresso tecnologico dell'industria chimica che fu in grado di produrre

materiali nuovi e duttili, come la gomma.

Anche se siamo indotti a valutare lo sviluppo industriale in termini nazionali, per l'impatto che esso

ebbe nei singoli paesi, in realtà esso avvenne a macchia di leopardo, in aree collegate da interessi di

scambio produttivo e commerciale e che potevano integrarsi anche al di là delle barriere nazionali.

La seconda rivoluzione industriale si aggiunse e talora s'intrecciò con la prima, ancora in atto nei

paesi più arretrati. In questi ultimi l'attività manifatturiera legata all'agricoltura, quindi l'industria

tessile, quella conciaria, quella conserviera, continuò ad essere il settore trainante dello sviluppo,

secondo il modello classico britannico di avvio della rivoluzione industriale. Questo processo a due

velocità fu conseguenza della sfasatura temporale dello sviluppo e del fatto che la costruzione di un

mercato nazionale, oltre che delle relazioni economiche internazionali, era legata allo sviluppo

ferroviario. Questo fu un grande fattore trainante dello sviluppo economico nella seconda metà del

XIX secolo. Complessivamente nel mondo si era passati da 35000 km a 1 milione di km di strade

ferrate. Questo sviluppo impetuoso bene rappresenta la centralità che la costruzione di un sistema

ferroviario ha significato per la finanza e per l'industria. Per la finanza, perché nei paesi dove i

capitali erano scarsi, come l'Italia, era necessario fare appello al capitale straniero che era, in

prevalenza, in Europa, di origine francese o britannica. Per l'industria, perché l'espansione delle

ferrovie produceva un indotto multi-settoriale nel settore tessile, del legno, del vetro ecc...

Soprattutto l'industria siderurgica e quella meccanica erano fortemente stimolate alla crescita.

Il sistema ferroviario fu anche di stimolo alla nascita di un'industria siderurgica italiana con la

creazione della Terni nel 1884. Quanto al carbone, la produzione britannica mantenne il primato

fino al 1890, per poi perderlo a favore degli Stati Uniti, mentre la Germania arrivò ad una

produzione nazionale pari a quella britannica alla vigilia della guerra. A fronte di questo, la Francia

nel 1914 copriva un senso della produzione britannica e tedesca, mantenendo un deficit nazionale

che la costringeva all'importazione. Nel complesso, se compariamo i tassi di crescita del reddito

nazionale globale nei cinquant'anni che precedono la Grande guerra, gli Stati Uniti, con un tasso

annuo del 4,3% sormontarono tutti i paesi europei.

L'origine della crisi di fine secolo fu dovuta al fatto che in una fase di sviluppo del capitalismo si

erano mantenuti bassi i salari e gli stipendi delle persone. Grazie successivamente alla pressione

sociale dei sindacati si arrivò ad un aumento degli stipendi (+ domanda spendibile a disposizione).

Una delle cause della crisi fu anche dovuta al fatto che arrivarono sul mercato europeo prodotti

agricoli statunitensi, e questo portò ad una fase nella quale il grano americano (con l'aggiunta dei

costi per il trasporto) costava addirittura meno rispetto a quello prodotto localmente (stessa cosa

valse anche per altri tipi di merci). Un'altra forma di reazione alla depressione economica fu il

tentativo di coinvolgere all'interno del mercato anche quelle aree del mondo che non erano ancora

state coinvolte oppure lo erano state ma in maniera solamente marginale. L'obiettivo era quindi

trovare nuovi mercati attraverso i quali aumentare i propri orizzonti. In Asia erano presenti paesi

abbastanza ricchi come la Cina, l'India e il Giappone, il problema era trovare il modo di coinvolgere

questi paesi nei meccanismi di tipo capitalistico. Cambiano fortemente gli equilibri internazionali,

la Germania era in grado di competere con la Gran Bretagna attraverso tutta una serie di fattori e

settori (quello siderurgico su tutti). Ci fu una vera trasformazione del Giappone che bruciò le tappe

di sviluppo industriale; fu un paese che passò bruscamente dall'essere feudale all'essere una potenza

industriale di primissimo rango nel giro di 30 anni circa, attraverso una rivoluzione interna.

Possiamo dire quindi che le crisi sono strutturalmente fasi di innovazione, che portano ad un

impulso decisivo per quanto riguarda le nuove applicazioni tecniche, che consentono di aumentare

di molto la produttività del lavoro, aumentando il salario dei lavoratori oltretutto.

Iniziarono inoltre ad essere introdotti regimi di protezione doganale per far fronte alla crisi (eccetto

in Gran Bretagna), ma questo portò ad una forte concorrenza e rivalità tra i vari paesi, ed a vari

scontri diplomatici e politici.

11.4 La finanza e il sistema bancario

Il capitale finanziario esercitò un ruolo determinante nella crescita industriale. Anche in questo

caso, l'Inghilterra e la Francia detenevano una posizione dominante, determinata da un vantaggio

iniziale. Il loro precoce ruolo storico come stati nazionali, connesso alla politica di potenza

esercitata, e la precocità con cui avevano imboccato l'industrializzazione avevano prodotto in quei

paesi un surplus di capitale finanziario che operava sotto forma di banca di affari. Il modello della

banca d'affari, vera e propria multinazionale della finanza, era presente in modo assai marginale in

altre realtà europee. Questo tipo di banca d'affari, che aveva nei Rothschild uno degli esempi più

famosi, conviveva con un sistema bancario a sportelli, volto alla raccolta del risparmio delle

famiglie, con altre forme di raccolta dei risparmio e con un istituto bancario centrale, come la Banca

d'Inghilterra e la Banca di Francia, che aveva funzioni di emissione e di controllo dei mercati

monetari e finanziari.

I paesi a sviluppo industriale ritardato soffrivano di carenza di capitali. Le grandi banche d'affari

europee compensarono, all'inizio, soprattutto sul versante dell'investimento ferroviario e, in parte,

quello edilizio, questa carenza di capitali. Lo squilibrio fu riequilibrato dagli anni Ottanta dalla

creazione della banca mista in Germania e poi in altri paesi come l'Italia che ne recepirono il

modello. Si trattava di un tipo di banca nuova che aveva sportelli e quindi una presenza diffusa sul

territorio e raccoglieva il risparmio delle famiglie, ma contemporaneamente svolgeva anche il ruolo

di banca d'investimento. Essa operava come banca d'intermediazione fra un capitale diffuso, che

non si tramutava direttamente in capitale di rischio, e l'investimento industriale. Significava

introdurre il piccolo risparmio nell'ambito dei circuiti internazionali. Lo sviluppo impetuoso del

capitalismo ha alle sue basi questa ristrutturazione dei mercati finanziari. In Germania, il maggior

esempio di questo tipo di banca era la Deutsche Bank che partecipò, assieme ad altre banche

tedesche, alla fondazione nel 1894 della Banca commerciale italiana, mentre altre banche tedesche,

di rango inferiore, ebbero un ruolo importante nella nascita nel 1895 del Credito Italiano.

Trattandosi di banca che operava come intermediatore fra il risparmio delle famiglie e

l'investimento industriale, essa trasferiva il rischio, in modo indiretto e talora occulto, sui

risparmiatori. Con la conseguenza che, in caso di crisi economica grave e di potenziale fallimento

della banca, gli effetti si sarebbero diffusi con un meccanismo a catena sul risparmio dei depositari

piuttosto che, come nel caso delle pure banche d'affari, di coloro che si erano assunti il rischio di un

investimento finanziario. Questo risultò evidente nel 1907, quando si verificò la prima battuta

d'arresto del grande balzo avviato nella seconda metà degli anni Novanta, e ancor più con la grande

crisi del 1929, che travolse grandi banche in Germania e in Austria e portò le banche miste italiane

sull'orlo del collasso. Si interpretò tutto quanto quello che stava accadendo con il termine Società di

massa. I paesi più progrediti dell'Europa e gli Stati Uniti potevano essere definiti con questo

termine. Per società di massa si intende una categorie di tipo sociologico; la sociologia è la più

caratteristica scienza delle scienze sociali dell'età contemporanea. Questa disciplina nasce nella

prima parte de l'”800 e vuole essere la scienza che studia la società (questa parole non esisterà fino

al 1820/25 ed era inconcepibile fino ad allora perché riguardava come la scienza si sia tradotta in

parallelo, con la trasformazione in un modo specifico di guardare alla società). La società diventa

oggetto di studio e di analisi scientifica e quindi, per sociologia si intende il guardare la società nella

quale viviamo con lo stesso sguardo adottiamo per guardare la natura, gli animali, gli astri, gli esseri

umani, al fine di trarne delle chiavi di lettura della società stessa. La conoscenza scientifica è

possibile e avviene perché ci si struttura al fine di rilevare dei dati importanti. La società prima di

tutto deve essere capita e poi interpretata. Con il termine Società di massa quindi intendiamo

l'insieme dei processi attraverso i quali settori sempre più ampi della popolazione accedono a certi

standard di vita, che riguardano quattro sfere: modi di produzione; istruzione; consumo (anche

quello immateriale); partecipazione politica. Per ognuno di questi quattro ambiti sarebbe possibile

rilevare, attraverso indicatori precisi ,la portata di un processo che coinvolge sempre più persone

dentro la sfera pubblica. Settori sempre più ampi della popolazione accedono a standard di vita

particolari. Sempre più forte è il ruolo dell'opinione pubblica nelle società di massa; con opinione

pubblica intendiamo il peso che nelle società capitalistiche avanzate ha il sistema della stampa.

L'opinione pubblica è l'opinione prevalente nei grandi mezzi di comunicazione di massa, ovvero

l'insieme dei giudizi, delle opinioni, delle valutazioni e delle prese di posizione proposte al pubblico

di massa dai grandi mezzi comunicativi (soprattutto la carta stampata e la rivista ha avuto un ruolo

notevole). Nelle società tradizionali assolutiste questa era un libertà non consentita; i giornali infatti

esprimevano il punto di vista del sovrano.

11.5 Sviluppo del commercio e globalizzazione dei mercati

Globalizzazione: processo di interdipendenze economiche, culturali, sociali, tecnologiche e

politiche i cui effetti positivi e negativi hanno una rilevanza planetaria, tendono ad uniformare il

commercio, le culture, i costumi e il pensiero. È un processo di lunghissima durata cominciato per

certi versi con l'età moderna, con la colonizzazione delle Americhe per esempio.

Nella seconda metà de l'”800 vengono chiarite alcune dinamiche di fondo per quanto riguarda la

società capitalistica, dinamiche che, parzialmente modificate, troviamo ancora ai giorni nostri. Ci un

ventennio (tra il 1850 e il 1870) caratterizzato da una fortissima espansione del capitalismo

commerciale e finanziario che porterà però, dalla fine degli anni '70 fino agli anni '90, ad una

prolungata crisi economica. Si parla di grande depressione dovuta in particolar modo alla

contrazione dei commerci internazionali, alla caduta del livello dei prezzi, e ad una diminuzione

drastica dei profitti e degli interessi bancari. Durante questo ventennio di recessione sul finire del

secolo si mettono a fuoco,, nel dibattito pubblico ma anche tra intellettuali, le caratteristiche di

questo “strano” mondo nel quale viviamo ancora oggi; nel mondo pre-capitalistico la crisi del

settore primario incise molto soprattutto nel mondo agricolo, mentre le crisi più recenti hanno avuto

origine da un eccesso di abbondanza e crescita. I meccanismi di crisi si riferivano al capitalismo

come sistema che incentivava la produzione di merci. Il limite era infatti che le merci andavano

vendute a prezzi vantaggiosi per il commerciante, il quale doveva ricavarci un profitto ragionevole.

Il dato di fondo era l'anarchia dei mercati. questo era un valore che veniva esaltato, un valore

riconosciuto come assoluto in quanto i commercianti dovevano investire in sistemi produttivi

sempre più efficaci al fine di ricavarsi fette di mercato sempre più grandi. Si parla di spiriti animali

del capitalismo; l'atteggiamento ribelle, a volte addirittura ribaldo, degli imprenditori davanti alle

regole fa parte degli spiriti animali del capitalismo in tutti i Paesi in cui il capitalismo si è

impiantato e quindi non soltanto in Italia: si nutre di ideologie anti-stataliste e di convinzioni

fondate molto spesso sull'idea che i burocrati siano per definizione ottusi, sull'idea che è

l'imprenditore ad avere il bagaglio migliore di informazioni e sull'idea che sa lui ciò che è bene fare

e ciò che è bene per lui è bene per gli stessi consumatori. È un capitalismo che aggredisce al fine di

conquistare nuovi mercati, proprio come fa un animale per conquistarsi un nuovo territorio. La

debolezza è che per varie ragioni questo meccanismo con il tempo si inceppa in quanto si inizia a

produrre troppo rispetto a quello che i mercati possono veramente assorbire. Iniziano a verificarsi

tutta una serie di fallimenti e recessioni in quanto non esiste ancora alcuna regolamentazione

riguardante la quantità di produzione: in sostanza si verifica un forte squilibrio tra offerta e

domanda spendibile (insieme dei redditi che le persone sono disposte a tirar fuori

indipendentemente dalla classe di appartenenza). Lo squilibrio è connaturato al capitalismo.

La crescita del commercio mondiale dal 1870 al 1914 fu impetuosa, moltiplicando per più di tre

volte quella iniziale. Essa fu favorita in una prima fase dalla diffusione nei paesi europei di principi

del libero scambio di origine britannica. Infatti mentre essi furono largamente applicati nelle

transazioni intra-europee e con il resto del mondo fino agli anni Ottanta, gli Stati Uniti introdussero

la protezione daziaria per le proprie imprese manifatturiere pochi anni dopo la fine della guerra

civile (1865). Nel complesso, i trent'anni che precedettero la Grande guerra furono connotati da un

grande slancio verso la globalizzazione dei mercati. La divisione dei ruoli e delle competenze

produttive assegnava alle potenze europee, e in particolare a Inghilterra e Francia, un ruolo di

esportatori di manufatti e di capitali verso il mondo, mentre le enormi aree di dominio coloniale

erano fornitrici di materie prime di origine agricola o mineraria. I soli Stati Uniti acquistarono

contemporaneamente il ruolo di paese esportatore di derrate alimentari e di manufatti.

L'introduzione generalizzata degli anni Ottanta delle tariffe protezionistiche ebbe effetti assai

rilevanti sui mercati interni dei paesi europei. In Italia la protezione doganale sui cereali favorì nel

Mezzogiorno l'agricoltura più arretrata, mentre fu colpita l'esportazione del vino, dell'olio e degli

agrumi. Questa fu la causa del blocco dello sviluppo economico del Mezzogiorno e della correlata

espulsione dal mercato del lavoro di milioni di lavoratori agricoli che furono costretti a prendere la

via dell'emigrazione, mentre la combinata protezioni di alcuni settori merceologici della produzione

manifatturiera favorì il decollo industriale del Nord del paese.

RELAZIONI INTERNAZIONALI E POLITICA COLONIALE DOPO LA CADUTA DI

BISMARCK (Capitolo Dodicesimo)

Dal colonialismo all'imperialismo

Il concetto di colonialismo risulta efficace fino alla seconda metà de l'”800 e si riferisce al

fenomeno storico per cui alcune potenze europee acquisiscono il pieno controllo su dei paesi

extraeuropei che sono o privi totalmente di stato o si basano su uno stato frazionato, come l'India

per esempio. Il colonialismo ha avuto configurazione diverse a seconda che si parli del modello

Spagnolo-Portoghese, di quello inglese ecc... Essendo il colonialismo un concetto in parte nuovo,

per alcune potenze europee ed extraeurorpee, come gli Stati Uniti d'America per esempio, parlare di

colonialismo vero e proprio appare inopportuno e inappropriato. La politica estera degli Stati Uniti

per esempio diventa incomprensibile su questi termini.

Bisogna quindi parlare di imperialismo in alcuni casi, ovvero di quel concetto più ampio di

colonialismo in quanto quest'ultimo termine con il passare del tempo diventa sempre meno efficace.

Ci sono grandi potenze che si occupano di questioni delle quali è difficile capirne veramente gli

interessi e gli obiettivi principali. Il colonialismo possiamo dire che è un fenomeno al giorno d'oggi

scomparso e archiviato, l'imperialismo no. C'è da dire anche che il colonialismo scompare molto

tardi, solo nella seconda metà del '900 (l'ultima potenza coloniale fu il Portogallo (1970) e

l'indipendenza di molti astati africani avviene solo intorno agli anni '60 del '900). Il colonialismo

quando decade viene sostituito da nuove forme come per esempio il neocolonialismo (pensiamo alla

situazione dell'America Latina già nell'”800) e l'imperialismo che è una nuova forma di esecuzione

di controllo di potenze su altri paesi basata su certi scopi e obiettivo ben precisi (es: realizzazione

canale di Panama). Il termine imperialismo nasce alla fine de l'”800 in relazione a varie vicende tra

cui il passaggio formale dell'India alla Gran Bretagna a seguito del quale la regina Vittoria

acquisisce il titolo di imperatrice delle Indie (dal 1876 fino alla sua morte). Si parla di Età Vittoriana

per sottolineare il fatto che la regina Vittoria ha regnato quasi per tutto l'Ottocento (1837-1901).

(Il termine imperialismo si trova anche in alcuni libri dell'epoca: “L'imperialismo” di Hobson,

“L'Imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin).

Con l'Imperialismo vi è un aumento della rivalità tra le potenze che sfocia in processi conflittuali

molto forti. Tutto questo rimanda all'impero Ottomano, cioè a quella entità molto debole

economicamente ma geograficamente molto vasta; nella disgregazione di questo impero molto

importanti furono le ambizioni imperialiste della Russia zarista nei confronti di tutta una serie di

territori che erano sotto il dominio Ottomano come ad esempio l'area balcanica.

12.1 Il Congresso di Berlino (1884-1885) e l'espansione imperiale degli stati europei

Si inizia a parlare di Panslavismo,intendendo il movimento culturale diffuso negli ambienti colti

slavi in seguito al romanticismo e alle guerre napoleoniche. Mirava alla presa di coscienza dei

popoli slavi di radici comuni, e si poneva come obiettivo quello di creare un unico stato nazionale.

Si pensava che la Russia per le sue tradizioni avesse il dovere di ergersi a difesa delle comunità di

lingua slava e di religione ortodossa nell'Europa centro-meridionale e nei territori ancora sottoposti

al dominio Ottomano. Le relazioni internazionali fra le potenze europee e il processo di

riallineamento delle alleanze dopo la caduta di Bismarck s'intrecciò spesso con i disegni di

espansione delle potenze coloniali del mondo. Solo a partire dagli anni Novanta del XIX secolo le

direttrici di espansione imperiale delle potenze europee acquistarono centralità nelle relazioni intra

europee. Nel 1878 c'è stata a Berlino una conferenza per iniziativa diplomatica di Bismarck,

considerata fondamentale per il discorso sull'area balcanica. Venne stabilita l'indipendenza della

Serbia, del Montenegro, della Romania e della Bulgaria (anche se per quest'ultima ci furono delle

complicazioni). In realtà la questione balcanica fece solamente da sfondo per la sistemazione di

alcune questioni mediterranee fra la Francia e la Gran Bretagna. Ciò che fu al centro del Congresso

tra i capi di governo delle grandi potenze fu contraddittorio in quanto si faceva riferimento a valori

nazionali nonostante per quei paesi balcanici fosse un concetto impossibile da realizzarsi in quanto

questa area non era altro che un mosaico ed intreccio di popolazioni di tipo diverso che spesso non

andavano neanche troppo d'accordo. C'era quindi una affermazione del principio nazionale

applicato ad una realtà nella quale la convivenza pacifica era tutt'altro che semplice. Qualunque

passaggio avvenisse nella politica internazionale portava sempre a dei seri problemi anche a causa

del fatto che l'impero austro-ungarico non era solo multinazionale, ma anche multi-religioso; in

Serbia le correnti Panslaviste erano molto forti e la propaganda era fortissima nei confronti dei paesi

appartenenti a quest'impero.

Ci fu la definitiva spartizione dell'Africa ma solo negli ultimi anni de l'”800. Rimanevano

comunque ancora vasti territori che non erano sotto il controllo diretto da parte di qualche potenza.

Ancora nella Conferenza coloniale che fu convocata da Bismarck sempre a Berlino (novembre

1884) l'azione della diplomazia tedesca, che pure rivendicò alla Germania il possesso di alcuni

territori africani, in particolare dell'Africa orientale, dell'Africa sud-occidentale, del Camerun e del

Togo, fu volta a spingere gli interessi russi verso l'Estremo Oriente. Ciò era funzionale ad allentare

la presenza della Russia nei Balcani e a rendere più facile la tenuta delle relazioni con l'Austria. La

Conferenza fu convocata sulla base di principi analoghi a quelli del congresso del 1878: dirimere il

potenziale conflitto fra potenze europee. Le grandi potenze europee si mettono quindi d'accordo per

una spartizione consensuale di ciò che romane dell'Africa. Si parlò di “Corsa all'Africa”. L'Italia

venne praticamente esclusa da tutto ciò e nel frattempo la Liberia e il Regno di Etiopia (che

sconfisse l'Italia nel 1896 nella battaglia di Adua → fu un caso internazionale) mantenevano una

propria autonomia.

Le principali protagoniste dunque furono la Gran Bretagna, la Francia, la Germania (anche se in

misura minore rispetto alle prime due) e il Belgio che acquisisce il Congo, area ricca di riserve

minerarie (il re del Belgio Leopoldo aveva costituito un'impresa privata volta all'esplorazione e alla

conquista del Congo, ma l'espansione della presenza belga nell'area aveva dato adito a frizioni

crescenti con le colonie confinanti e in particolare con l'antica colonia portoghese dell'Angola).

Tutto questo portò in Africa una serie di processi basati sulla rivalità tra le grandi potenze.

L'idea della Gran Bretagna era quella di avere all'interno dell'intero continente africano una linea di

comunicazione che andasse dal mediterraneo fino all'area più meridionale del continente nero, al

fine di migliorare ed ampliare i propri traffici e commerci internazionali.

12.4 La nuova politica tedesca

Anzitutto, l'alleanza franco-russa aveva una prevalente ispirazione anti-tedesca, anche se per la

Russia significava avere la solidarietà francese nelle sue aspirazioni di espansione in Estremo

Oriente in funzione anti-britannica. Dall'altra parte la Francia era riuscita a minimizzare questo

aspetto, dal momento che aveva tutto l'interesse ad avvicinare la Gran Bretagna. Inoltre per la prima

volta si prospettava un panorama europeo nel quale il rischio per la Germania di conflitto

contemporaneo sul fronte del Reno e su quello orientale diveniva reale; esattamente quello che

Bismarck aveva costantemente cercato di evitare per venti anni. Nella sua visione l'Europa era

attraversata da una forte rivalità tra Germania e Francia e non a caso la Germania unita era nata da

una vittoria militare proprio contro la Francia nel 1870. Bismarck voleva cercare di creare un

sistema europeo di Grandi Alleanze che rendesse possibile lo scatenamento di una nuova guerra con

la Francia. Ciò che voleva appunto evitare Bismarck è che si creasse una alleanza tra rancia e

Russia perché con la guerra la Germania si sarebbe trovata al centro del conflitto e quindi attaccata

sia a est che a ovest.

Allora il capo di stato maggiore tedesco, generale von Schlieffen, reimpostò tutta la strategia di

guerra della Germania in un possibile conflitto su due fronti, cercando di dotare l'esercito tedesco

della dislocazione logistica e degli strumenti offensivi utili a piegare rapidamente la Francia, per poi

riconvertire tutto il potenziale militare tedesco sul fronte orientale. I tempi di mobilitazione della

Russia si prevedevano lenti in relazione alle enormi distanze da coprire, con collegamenti ferroviari

che solo allora erano in via di implementazione, e questo poteva dare alla Germania, nel breve

periodo, un vantaggio competitivo sul fronte francese. Inoltre nel 1898 e nel 1901 furono varate dal

parlamento tedesco due leggi navali che finanziavano enormi investimenti nella costruzione della

marina militare tedesca, tale da dotare la Germania di uno strumento militare sugli oceani in grado

di sostenere le sue aspirazioni di potenza imperiale. Va aggiunto anche la Germani alla fine del XIX

secolo veniva sviluppando una politica di espansione nel Medio Oriente. Nel frattempo fu

allontanato dalla cancelleria Bismarck (1890) perché sul trono di Prussia arrivò Guglielmo II che

mal sopportava mal vedeva il ruolo e la politica di Bismarck. Ci fu l'alleanza tra i tre imperatori

(quello di Russia, quello della Germania e quello dell'impero austro-ungarico) ma la rivalità tra

Germania e Russia diventò sempre più forte e inarrestabile ed il problema principale fu che la classe

dirigente tedesca aveva sottovalutato le preoccupazione che Bismarck aveva (la Germania si

sarebbe trovata al centro dello scontro e attaccata dalla Russia da una parte e dalla Francia

dall'altra). Fu infatti siglato un accordo tra Russia e Francia, proprio come Bismarck aveva

prospettato. In questo quadro complesso e in rapida evoluzione l'assassinio del re Alessandro

Obrenovic in Serbia, avrebbe avuto nel breve periodo talune valenze significative, sia nel confronto

fra impero asburgico e Russia nei Balcani, sia nell'allineamento dell'impero ottomano su posizioni

filotripliciste al momento dello scoppio della guerra mondiale.

12.5 La guerra boera

In questo fine secolo ed inizio del nuovo, inoltre, una guerra coloniale nella quale si trovò coinvolta

l'Inghilterra contribuì ad accentuare il conflitto diplomatico anglo-tedesco. Si tratta della guerra dei

boeri, popolazione di origine olandese che aveva colonizzato il Sud Africa nel XVII secolo e che la

Gran Bretagna intendeva spingere verso nord, sia per interessi economici legati alle miniere d'oro e

di diamanti, sia per assicurarsi l'esclusivo controllo del passaggio dall'Oceano Atlantico all'Oceano

Indiano. Si trattava infatti di una guerra coloniale sui generis, di bianchi contro bianchi, e l'Europa

si spaccò schierandosi sul piano diplomatico e degli orientamento dell'opinione pubblica su

posizioni avverse alla Gran Bretagna, soprattutto nel mondo germanico. Tuttavia, l'aperta solidarietà

tedesca verso il presidente Kruger (politico sudafricano, leader della resistenza boera contro il

governo britannico del Sudafrica) accentuò le difficoltà della guerra e fece sentire all'Inghilterra il

suo stato d'isolamento in Europa. La posizione tedesca non era il preludio di un intervento militare,

bensì l'espressione di un'azione politico-diplomatica volta a costringere la Gran Bretagna a scendere

a patti con la Germania, intimidendola. Alla fine però ci fu l'affermazione della Gran Bretagna e fu

raggiunto un compromesso con le comunità boere.

12.6 Convergenza franco-britanniche sulla questione del Marocco

Troviamo verifica di questo nuovo orientamento della politica estera britannica nell'accordo anglo-

francese definito Entente cordiale (aprile 1904) col quale l'Inghilterra riconosceva alla Francia

diritti preminenti d'intervento in Marocco, in caso di turbolenze interne a quel paese. D'altra parte,

la Francia riconosceva ufficialmente l'occupazione britannica dell'Egitto. Questa garanzia britannica

si rilevò molto utile per la Francia perché l'anno successivo la Germania manifestò chiare

aspirazioni ad intervenire nelle questioni marocchine. Il disegno tedesco era di arrivare a restaurare

l'isolamento internazionale della Francia nella convinzione che le grandi potenze non avrebbero

osato sfidare la potenza della Germania sulla questione e avrebbero preferito dissociarsi dagli

interessi francesi. Alla Conferenza di Algesiras (marzo-aprile 1906) l'Inghilterra confermò il proprio

sostegno agli interessi francesi in Marocco cui si associò anche la diplomazia italiana infliggendo

una sconfitta diplomatica alla Germania. Questa azione provocò la reazione della Germania che

interpretò l'intervento francese come una unilaterale imposizione di protettorato sul Marocco.

Questa reazione riaprì la questione marocchina che si concluse solo nel novembre del 1911 con

l'accordo franco-tedesco di cessione al dominio coloniale della Germania di territori del Congo

francese e prospicienti il lago Ciad e di riconoscimento tedesco del protettorato francese sul

Marocco, ufficialmente proclamato nel 1912.

12.7 La conquista della Cirenaica e della Tripolitania

Questo conflitto d'interessi mediterraneo fra Francia e Germania fu anche il detonatore che fece

scattare la guerra di conquista italiana della Cirenaica e della Tripolitania. Ci fu un accordo

mediterraneo franco-italiano che venne consolidato nel giugno 1902 da una dichiarazione di

reciproca neutralità in caso di guerra di aggressione redatta dal ministro degli Esteri del governo

Zanardelli, Prinetti e Barrère. Il disegno giolittiano di consolidare i rapporti con il partito socialista,

ancora controllato da una maggioranza riformista, sconsigliava d'intraprendere guerre coloniali che

avrebbero ostacolato il suo fine politico con conseguenze imprevedibili. Tuttavia lo scoppio della

crisi marocchina lo costrinse all'azione perché astenersi avrebbe significato in quel momento

rinunciare definitivamente alla Libia, anche in conseguenza dei crescenti interessi tedeschi a Tripoli.

Alla fine di settembre 1911 il governo italiano lanciò un ultimatum all'impero ottomano, operando

in tutta fretta l'occupazione di Bengasi e di Tripoli e delle zone costiere e proclamando la sovranità

italiana sulla Cirenaica e sulla Tripolitania il 5 novembre successivo. Per l'incapacità dell'esercito

italiano di piegare militarmente la Turchia sul suolo libico, l'Italia fu costretta a spostare la guerra

nell'Egeo, minacciando il cuore stesso dell'impero ottomano in una partita militare e diplomatica

assai difficile per i forti interessi delle potenze occidentali nell'area.

L'occupazione progressiva di dodici isole (Docecaneso) dell'arcipelago delle Sporadi costrinse la

Turchia ad aprire le trattative di pace che si conclusero il 18 ottobre 1912 con la firma del Trattato

di Losanna che imponeva il reciproco ritiro delle truppe turche dalla Libia e di quelle italiane dal

Dodecaneso, previo riconoscimento della sovranità italiana sulla Cirenaica e sulla Tripolitania.

12.9 Le guerre balcaniche

Le cose si aggravarono nei Balcani e l'impero decise di annettersi alla Bosnia (1908) che era

amministrata dall'Impero austro-ungarico in seguito a Berlino 1878. alla base di questa decisione

c'era la preoccupazione del ruolo che lo Stato indipendente della Serbia stava acquisendo nella

penisola balcanica (aggregazione dei paesi jugoslavi). Ci furono così tre guerre nei Balcani.

Dall'ottobre 1912 si sviluppò la prima guerra balcanica che vide schierati contro l'impero ottomano

la Lega balcanica, formata da Serbia, Bulgaria, Montenegro e Grecia. L'obiettivo dell'attacco era la

spartizione della Macedonia. La guerra fu disastrosa per la Turchia che perse quasi tutti i territori

europei. Essa si concluse con la pace di Londra (dicembre 1912) prodotto di una conferenza

internazionale ove, accanto agli stati vincitori della guerra, sedevano anche gli ambasciatori delle

grandi potenze, assai interessate agli equilibri dell'area e soprattutto al destino degli Stretti. Agli

inizi del 1913 ci fu una ripresa della resistenza turca, considerata seconda guerra balcanica, che fu

il tentativo di reagire al diktat dei vincitori che avevano sottratto la Macedonia e se l'erano partita,

garantendo alla Bulgaria lo sbocco sull'Egeo. Questa seconda ripresa del conflitto si concluse con la

nuova pace di Londra del maggio 1913. ma il ciclo delle guerre non si era concluso (terza guerra

balcanica) perché la Bulgaria commise l'errore di riaprire le ostilità per sottrarre alla Grecia il

possesso di Salonicco. La Bulgaria fu sconfitta da un'alleanza che si estendeva dalla Grecia alla

Serbia con l'aggiunta della Romania. Il risultato fu, con la pace di Bucarest (agosto 1913), che la

Dobrugia meridionale fu assegnata alla Romania. La Turchia riacquistò Adrianopoli e la Macedonia

fu divisa fra Serbia e Grecia, mentre quest'ultima otteneva anche il controllo di Creta e la Tracia

occidentale. Gli Stretti restarono in mano turca.

Nel complesso l'aspirazione austriaca che la Serbia venisse fortemente ridimensionata dalla guerra

non fu ottenuto. L'Austria riuscì ad impedire che la Serbia ottenesse lo sbocco sul mare

promuovendo, col favore dell'Italia, la nascita di uno stato autonomo, avverso agli slavi meridionali,

ossia l'Albania, affidata ad un principe tedesco. Le prime tensioni si manifestarono su questioni di

confine con l'Albania e provocarono l'intervento militare servo e la dura reazione austriaca

nell'ottobre 1913. In questo caso prevalgono gli interessi imperialistici delle grandi potenze; ognuna

mirava a raggiungere determinati obiettivi (Italia → porto di Trieste). Nei Balcani ci sono tensioni

di tutti i tipo e nessun paese possiamo dire prevalga veramente sull'altro.

Parte Terza. Le due guerre europee e la distruzione dell'Europa (1914-1941)

LA GRANDE GUERRA (Capitolo Tredicesimo)

Alcune caratteristiche del conflitto

Alcuni storici sostennero che la storia contemporanea e alcuni dei fenomeni di massa abbiano avuto

avvio dalla Prima Guerra mondiale in avanti. È importante distinguere quelle che furono le cause

più vicine/immediate da quelle di lunga durata, ovvero quelle più strutturali.

Tra le cause immediate ricordiamo ad esempio;

6) la guerra ebbe origine da un attentato a Sarajevo il 28 giugno 1914. questo attentato deve

essere letto nel contesto di un insieme di conflitti che si erano già aggravati negli anni

precedenti

7) continua situazione di conflitto nell'area balcanica

8) venir meno dell'equilibrio tra le maggiori potenze europee

9) ultimatum austriaco alla Serbia

Tra le cause di lungo periodo ricordiamo ad esempio;

− contenzioso tra Francia e Germania per la storia dell'Alsazia e della Lorena

− forte concorrenza tra i mercati mondiali

− accaparramento di appalti in tutto il mondo

− progressivo indebolimento del ruolo egemonico della Gran Bretagna. Quella egemonia

incontrastata della Gran Bretagna non esisteva quasi più a causa dei forti sviluppi,

soprattutto in campo navale, da parte della Germania. In realtà tra il 1914-1918 vere e

proprie battaglie navali non ce ne sono state; possibilità di garantire comunicazioni navali

tra Stati Uniti e Europa

13.1 Il detonatore del conflitto

La causa immediata dello scoppio del conflitto fu l'attentato di Sarajevo nel quale persero la vita

l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria-Ungheria, e la moglie (28 giugno 1914).

L'attentato avvenne in Bosnia, per mano del bosniaco Gavrilo Princip che agì per conto di una

società segreta (mano nera), che perseguiva il fine di unire tutti gli slavi meridionali in una

federazione jugoslava. L'assassinio aveva la sua motivazione di fondo nel fatto che l'arciduca era il

massimo esponente del partito trialista, ossia della corrente di coloro che perseguivano l'obiettivo

della riorganizzazione politica dell'impero con il conferimento agli slavi di una posizione paritetica,

alla stregua di austriaci e ungheresi. Il partito trialista aveva forti opposizioni presso la corona. Si

può quindi concludere che l'eliminazione di Francesco Ferdinando non aveva certo fatto dispiacere

a queste correnti. Era convinzione diffusa che il governo di Belgrado avesse ordito il complotto

degli attentatori. Da questo presupposto scaturì l'ultimatum austriaco al governo serbo (23 luglio)

perché accettasse sul territorio un'inchiesta internazionale d'accertamento delle responsabilità

dell'attentato (la pretesa era che a condurre le indagini fosse direttamente la polizia austriaca in

quanto la polizia serba era complice dell'attentatore. Princip faceva parte di una organizzazione

segreta illegale e clandestina conosciuta dalla polizia serba). Avrebbe permesso l'inchiesta purché

sottoposta alla costituzione serba e alla legge internazionale. Ma la formulazione delle condizioni lo

impediva. In questa linea d'intransigenza, il governo austriaco sapeva di avere la solidarietà della

Germania.

In astratto l'azione austriaca prospettava una guerra limitati all'area balcanica, ma alcune condizioni

impedirono questa soluzione circoscritta della crisi. Anzitutto lo impedì la parziale mobilitazione

russa (26 luglio), con il richiamo dei riservisti a dimostrazione della solidarietà verso Belgrado che,

a sua volta, fece scattare i presupposti del piano Sclieffen, alimentato dalla paura

dell'accerchiamento della Germania e dalla convinzione di Berlino che la partita militare poteva

essere vinta solo sui tempi brevi, assestando un duro colpo alla Francia sul fronte occidentale per

liberare le enormi forze necessarie al confronto sul fronte orientale. Ma questa azione significava

ledere la neutralità del Belgio con il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio, che avrebbe

trascinato immediatamente l'Inghilterra in guerra. Nel luglio del '14 ci fu quindi un intreccio di

comunicazioni diplomatiche e minacce tra tutti i paesi europei. A guerra conclusa divenne un

teorema accettato da tutti che la responsabilità fosse della Germania e non dell'Austria-Ungheria.

13.2 Contesto internazionale di crisi e avvio del conflitto

Alla vecchia e non rimarginata ferita della sottrazione dell'Alsazia e della Lorena da parte della

Germania con la guerra del 1870, che alimentò per più di quarant'anni sentimenti di revanche della

Francia, si era aggiunta la competizione navale e commerciale tedesca con l'Inghilterra. Pur senza

che i governi nazionali ne avessero piena percezione, gli strumenti d'arma che la tecnologia militare

aveva sviluppato a partire dalla fine del XIX secolo (cannoni a retrocarica, esplosivi ad alto

potenziale, gas, mitragliatrici a tiro rapido, mine, siluri, sommergibili, aerei da combattimento...)

erano tali da precostituire una guerra lunga e sanguinosa. La vittoria sarebbe stata assicurata dal

livello tecnologico degli armamenti, dalla capacità produttiva e quindi dal profondo coinvolgimento

della società civile totalmente piegata al sostegno della guerra. Si realizzò un trasferimento

sostanziale del processo decisionale dei governi agli stati maggiori sulla base del presupposto che

solo l'acquisizione di un grosso vantaggio militare iniziale sarebbe stato rapidamente risolutivo e

condizione di vittoria. Al rifiuto serbo delle condizioni poste dall'ultimatum, la duplice monarchia

fece seguire la dichiarazione di guerra alla Serbia (28 luglio) cui seguì la dichiarazione di guerra

della germana alla Russia e, il 3 agosto, alla Francia con il passaggio di truppe tedesche sul

territorio belga che provocò la dichiarazione inglese di guerra alla Germania (4 agosto). Intervenne

due giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Russia, che aveva solidarizzato

con la Serbia e di quest'ultima alla Germania. L'11 e il 2 agosto scattarono le dichiarazioni di guerra

di Francia e Gran Bretagna all'Austria. A sua volta il Giappone dichiarò guerra alla Germania (23

agosto) per acquisire il controllo dei territori tedeschi del Pacifico: il territorio di Tsingtao con

Chiau-chow e le isole degli arcipelaghi delle Marianne, delle Caroline e delle Marshall.

13.3 I partiti socialisti europei e la guerra

In taluni stati la sinistra socialista fu posta di fronte al dilemma della linea da assumere dopo che la

Seconda Internazionale aveva più volte dibattuto nei suoi congressi, fino all'ultimo di Basilea del

1912, la linea da tenere in caso di guerra. La conclusione era stata che il movimento socialista e

operaio avrebbero dovuto schierarsi su posizioni di netta avversione e lottare per la pace.

La Socialdemocrazia tedesca votò i crediti di guerra adducendo a motivazione il fatto che la guerra

era volta contro l'autocrazia russa. Questa linea si trascinò dietro anche la Socialdemocrazia austro-

ungarica. Il partito socialista francese, dopo l'assassinio del suo leader Jean Jaurès (31 luglio 1914)

che aveva teorizzato essere il socialismo il prolungamento della repubblica e auspicato la

formazione di un esercito d'impronta repubblicana e popolare, si aprì alla collaborazione con il

governo Viviani di Union National. I laburisti britannici si schierarono col governo nazionale.

L'unico grande partito socialista che tenne ferma la posizione neutralista fu quello italiano che si

fece promotore di due congressi a Zimmerwald e a Kienthal, in Svizzera, nel settembre del 1915 e

nell'aprile 1916. Da questi congressi uscì la riaffermazione dell'avversione alla guerra fatta per

interessi economici e di potenza e pagata col sangue dei lavoratori e la richiesta della pace

immediata, senza annessioni e senza indennità. Lenin che guidò la minoranza oltranzista del

congresso, chiese la trasformazione della guerra da guerra imperialistica in guerra civile. Era

l'anticipazione di quel disegno rivoluzionario che portò avanti in Russia dopo la caduta dello zar. Su

proposta di Lenin venne ripreso l'aggettivo comunista (nei decenni successi a Marx questo aggettivo

venne accantonato) in quanto si era creata una situazione internazionale particolare che raggruppava

gruppi favorevoli all'entrata in guerra. La parola socialista era diventata troppo equivoca. Nel 1917

ci fu la prima rivoluzione dall'entrata in guerra ed in alcuni paesi il malcontento provocò scioperi

nelle fabbriche, proteste e conflitti.

Box 13.1 Una guerra totale di dominio

La convinzione che la gestione del conflitto, con i tempi e le modalità imposte dagli stati maggiori,

sarebbe stato rapidamente risolutivo si rivelò fallace. L'attacco tedesco alla Francia non ottenne il

successo sperato. Per cautelarsi dal rischio dell'occupazione della capitale il governo fu trasferito in

sicurezza a Bordeaux. Sul fronte orientale l'offensiva russa verso la Prussia orientale fu fermata

dall'esercito tedesco comandato dal maresciallo Hindenburg che conseguì notevoli successi militare

nelle battaglie dei Laghi Masuri (settembre) e di Tannenberg (ottobre), costringendo alla resa

centinaia di miglioria di soldati russi. Al contrario, l'esercito russo ottenne consistenti successi

militare contro gli austriaci nelle battaglie di Leopoli, conquistando parte della Galizia e l'Ungheria

orientale.

Alle soglie dell'inverno la guerra lampo si era esaurita per il fallimento dei suoi presupposti e per il

consolidamento dei fronti occidentali e orientali. La guerra si veniva configurando sempre più come

una guerra di stati-nazione nella quale la finalità di dominio totale, con il loro implicito corollario di

annientamento dell'avversario, si avvitavano su se stesse precostituendo esiti finali comunque

estremi e drammatici. In questo contesto di guerra delle nazionalità si calava il tema

dell'irredentismo e della guerra agli imperi multietnici. Nell'intreccio complesso delle motivazioni

che avevano condotto al conflitto, gli aspetti romantici del riscatto delle nazionalità oppresse con il

loro richiamo ai precedenti delle guerre risorgimentali soccombevano di fronte al disegno di

domino europeo e mondiale che muoveva le potenze in guerre. La natura di guerra totale ed

estrema, fino all'annientamento dell'avversario per l'acquisizione di poteri di dominio preordinati e

globali avevano dato al conflitto una dinamica e portato ad esiti che niente avevano a che vedere

con i principi ispiratori delle guerre risorgimentali.

13.4 L'allargamento del conflitto e l'intervento degli USA

La impossibilità di chiudere il conflitto provocò il suo allargamento ad altri stati che intervennero

perseguendo disegni settoriali e limitati e conducendo una specie di guerra parallela, sia pure

all'interno di fronti schierati. La Turchia entrò in guerra nell'ottobre 1914 allineandosi con gli imperi

centrali per contenere l'espansionismo russo nei Balcani e verso gli Stretti; analogo schieramento

assunse la Bulgaria nell'ottobre 1915 per la sua avversione all'espansionismo russo e per la

promessa tedesca di avere tutte le terre serbe e greche che desiderava. L'Italia entrò in guerra

schierata con l'Intesa (maggio 1915), ma in realtà, in una fase iniziale, dichiarandola solo all'Austria

e conducendo una propria guerra separata. Il Portogallo entrò in guerra nel marzo 1916 a seguito

della dichiarazione di guerra della Germana per il sequestro di navi tedesche operato su richiesta

britannica. La Romania si schierò con l'alleanza franco-britannica nell'agosto 1916, la Grecia e la

Cina entrarono in guerra rispettivamente nel luglio e nell'agosto 1917, sul fronte dell'Intesa in

funzione anti-turca, le prime, e la seconda per contenere il Giappone.

Decisivo fu l'intervento degli Stati Uniti, nell'aprile 1917 sul fronte dell'Intesa, per due sostanziali

motivi. Perché quando gli Usa entrarono in guerra a Londra restavano oro e titoli per finanziare

acquisiti per poche settimane; l'intervento comportò l'apertura di nuove linee di credito agli alleati

da parte del Tesoro americano quando il sostegno finanziario delle istituzioni private si veniva

esaurendo. E perché per certi aspetti anche gli Stati Uniti entrarono in guerra secondo logiche

autonome e indipendenti rispetto alle potenze dell'Intesa. Queste ultime, infatti a partire dal 1914

avevano condotto una diplomazia di aggregazione di forze e stati che, nella sostanza, rispondeva

alla logica dell'estensione del conflitto e del coinvolgimento di interessi di espansione di conquista

di singoli paesi, piuttosto che a quella, proclamata, della lotta contro le autocrazie. Il crollo del

regime dello zar nel 1917 poteva in astratto rappresentare un momento cruciale di svolta della storia

ideologica della guerra. Sul fronte dell'Intesa le potenze prevalenti, anche grazie all'aggregazione

degli Stati Uniti, potevano rivendicare una omogeneità di profilo democratico.

In realtà gli stati Uniti erano entrati nel conflitto a seguito della guerra sottomarina illimitata,

proclamata dalla Germania nel febbraio 1917, nella convinzione dello stato maggiore tedesco che

questo fosse l'unico mezzo atto a piegare i nemici. Nell'aprile 1917 intervenne la svolta nella

politica americana per la recrudescenza della guerra sottomarina, ma anche in questo caso gli Stati

Uniti non si sentirono coinvolti nella guerra in senso globale, ma solo contro la Germania che

minacciava i loro interessi. La dichiarazione di guerra USA all'Austria -Ungheria intervenne solo

nel dicembre 1917.

i 14 punti proclamati nel gennaio 1818, dopo il pieno coinvolgimento bellico degli Stati Uniti

vertevano su queste materie:

7) fine della diplomazia segreta

8) libertà di navigazione e di commercio

9) riduzione degli armamenti

10) attenzione agli interessi e alle spirazioni dei popoli soggetti a dominio coloniale

11) evacuazione della Russia e sostegno ad essa a favore della sua entrata nella comunità

internazionale dei popoli liberi

12) restaurazione dell'economia del Belgio

13) ritorno alla Francia della Alsazia e della Lorena

14) applicazione del principio di nazionalità nella definizione delle frontiere, comprese quelle

italiane

15) autonomia dei popoli dell'impero austro-ungarico e dell'impero ottomano

16) sistemazione equa dell'area balcanica con accesso al mare per la Serbia

17) garanzie internazionali per gli Stretti

18) ricostituzione di uno stato polacco indipendente e creazione della Società delle nazioni a

garanzia dell'indipendenza politica e territoriale degli stati.

In concreto l'applicazione rigorosa del principio di nazionalità come garanzia di pace futura non era

realizzabile in una Europa nella quale le nazionalità erano intrecciate in termini territoriali e politici

da sedimentazioni secolari.

13.5 Evoluzione del conflitto

Dopo l'arresto della grande offensiva dell'estate del 1914, la guerra si trasformò in guerra di durata.

Nel 1915 la ripresa dell'offensiva fu caratterizzata dalla seconda battaglia di Ypres (aprile), ove fu

fatto per la prima volta uso del gas. Essa fu concepita della stato maggiore tedesco per infliggere al

nemico una sconfitta con mezzi contro i quali l'esercito francese non aveva strumenti di difesa, per

poi riversare sul fronte orientale le risorse militari necessarie a sostenere l'Austria in galizia e

costringere lo zar alla pace separata con una grande avanzata. L'obiettivo fu raggiunto in parte; fu

conquistata Varsavia e occupata gran parte della Polonia russa, ma la Russia continuò a tenere.

Anche sul fronte italiano, che si era aperto in maggio, le offensive dell'Isonzo non ebbero il

successo sperato e la guerra si trasformò in guerra di posizione. Il fronte occidentale fu fronte di

trincea e quello nel quale le armate nemiche si giocavano la partita finale. Le enormi perdite furono

determinate dai reiterati assalti che avvenivano nella cosiddetta terra di nessuno. Questa era la

striscia di territorio che separava i fronti nemici e che era spesso coperta con filo spinato per evitare

rapide avanzate. I soldati erano costretti a vivere per mesi in trincea, fra topi, serpi, parassiti ed

escrementi, per poi lanciarsi all'attacco per conquistare pochi metri di terreno.

A Verdun fu combattuta, a partire dal febbraio 1916, la battaglia più cruenta della Grande guerra. Si

trattò di una lunghissima offensiva tedesca contro i francesi, che si protrasse fino all'estate e che

causò 700000 caduti sui due fronti di guerra. D'altra parte, sui mari, la battaglia dello Jutland, unica

grande battaglia navale del conflitto (giugno 1916), non fu risolutiva né per la marina britannica né

per quella tedesca; la prima accusò maggiori perdite in termini di tonnellaggio, ma la seconda fu

proporzionalmente più danneggiata. Inoltre la Germania era convinta che comunque il trasferimento

in Europa delle truppe americane sarebbe stato lento e che nel corso del 1917 non avrebbe ribaltato

i rapporti di forza. La previsione era corretta nel breve periodo, ma non lo fu nel medio periodo, né

sul piano materiale né su quello psicologico. Tale decisione interveniva quando anche a Berlino e a

Vienna cominciava ad aleggiare lo spettro della fame, mentre i fenomeni di diserzione su ambedue i

fronti, ma soprattutto su quello francese, diventavano sempre più diffusi e massicci. Nel frattempo

la crisi russa con caduta dello zar (marzo 1917), i governi L'vov e Kerenskij e poi la rivoluzione

bolscevica (novembre 1917) precostituirono la fuoriuscita della guerra dalla guerra della Russia con

l'armistizio di Brest Litovsk (dicembre 1917).

Nel corso del '17, la pace senza vincitori e vinti, sembrò essere l'unica possibilità di uscita dal

conflitto. Il nuovo imperatore austriaco Carlo I tentò inutilmente la via della pace separata nel

marzo 1917. Il pontefice Benedetto XV emise il primo agosto la Nota ai capi delle potenze in

guerra, che passò alla storia come Nota sull'inutile strage, con la quale chiedeva l'immediata

apertura delle trattative e anticipava taluni passaggi che sarebbero presenti nei 14 punti Wilson, fra i

quali il riconoscimento delle aspirazioni dei popoli all'autogoverno. Le reazioni furono negative sia

perché dopo tanti anni di guerra e tanti morti nessuno dei contendenti era disposto a trovare una

soluzione diplomatica al conflitto, sia perché i governi di una parte e dell'altra in guerra

interpretarono la Nota come una presa di posizione favorevole all'avversario nel momento in cui da

ambedue le parti si avvertivano segni di cedimento. Questa nota venne quindi ignorata dai capi di

governo e la soluzione della fine della guerra senza vincitori ne vinti fu scartata.

13.6 L'armistizio e il mito della pugnalata alle spalle all'esercito tedesco

La Germania aveva esaurito le sue forze ed era necessario il conflitto prima di subire una clamorosa

sconfitta. Ormai il peso anche militare degli Stati Uniti era divenuto massiccio, con un milione di

uomini sul campo, e non era più possibile sperare in un esaurimento delle forze franco-britanniche.

Il fattore fu alla fine decisivo nel determinare le sorti della guerra. Furono quindi i massimi capi

militari dell'esercito tedesco a chiedere la chiusura del conflitto e non si trattò di pugnalata alle

spalle del Reichstag, di liberali, socialisti, cattolici ed ebrei, che poi divennero capri espiatori per il

presunto tradimento inflitto all'esercito tedesco. Il cedimento militare degli alleati impedì alla

Germania di trattare un armistizio onorevole; l'Austria tentò invano, ad ottobre, di trasformarsi in

Federazione di stati, quando ormai la dissoluzione politica e militare era in atto. L'offensiva portata

delle truppe italiane comandate dal generale Diaz sul Grappa e il passaggio del Piave costrinsero

l'Austria a chiedere l'armistizio il 29 ottobre. Dopo la conquista di Vittorio Veneto e di Trento,

l'armistizio fu firmato a Villa Giusti il 3 novembre per entrare in vigore il giorno successivo.

A Praga e a Zagabria furono proclamati Cecoslovacchia e Croazia come stati indipendenti. La

Turchia fu costretta alla resa il 31 ottobre, dopo avere perso Siria e Palestina. A Berlino, il 9

novembre venne proclamata la repubblica. I negoziatori tedeschi non avevano alternative poiché

non esistevano più le condizioni di resistenza da parte della Germania; intanto il Kaiser era fuggito

in Olanda, mentre l'ultimo imperatore d'Austria, Carlo I, abdicò e si rifugiò anch'egli in Olanda,

quando a Vienna e a Budapest veniva proclamata la repubblica. La guerra si era conclusa con più di

otto milioni di caduti ed alimentando uno spirito di vendetta da parte dei vincitori del quale fu la

Germania a pagare il prezzo, dal momento che l'impero asburgico non esisteva più.

Perché parliamo di Grande guerra?

La prima guerra mondiale fu un evento deciso e devastante che fece da tornante storico. Nonostante

la seconda guerra mondiale fu più devastante rispetto alla prima in termini di distruzione materiale e

di numero di morti, la prima guerra mondiale fu un evento sconvolgente per tutta una serie di punti

e rispetto alle convinzioni radicate nel periodo precedente. Possiamo dire che nel '39 invece pochi si

sono stupidi dello scoppio della guerra (c'era appena stata nel '36 la guerra civile in Spagna). La

prima guerra mondiale fu vista come un cataclisma. Tutto questo ci rimanda a come fosse il clima

culturale dell'Epoca in Europa. Un ruolo importantissimo inoltre lo ebbero gli intellettuali europei

in quanto ci furono molti scrittori che erano anche contro la guerra. Va tenuto conto però che

durante il contesto generale del '14 erano presenti diverse correnti culturali in Europa che

apertamente fecero da apologia alla guerra (Manifesto futurista dal titolo “Guerra sola igiene del

mondo” del 1915. la guerra viene vista come la sede privilegiata da cui far spirare una ventata di

radicale rinnovamento dell'umanità e costituisce il terreno fertile per far nascere un uomo nuovo,

pur a prezzo di un gran numero di vite umane immolate in sacrificio di questo ideale palingenetico).

Box 13.2 La guerra come fattore di cambiamento economico e sociale

La guerra comportò la grande trasformazione delle economie dei paesi coinvolti.

I costi del conflitto furono esorbitanti: 43,8 miliardi di dollari per la Gran Bretagna cui vanno

aggiunti 15,8 dei paesi dell'impero britannico; 28,2 per la Francia; 14,7 per l'Italia; 16,3 per la

Russia; 47 per la Germania; 13,4 per l'Austria Ungheria. A fronte della enormità delle spese i

sistemi economici nazionali erano stati messi nelle condizioni di doversi approvvigionare di risorse

finanziarie largamente aggiuntive rispetto a quante potevano essere raccolte con l'aumentata

pressione fiscale.

La guerra trasformò radicalmente l'apparato industriale degli stati coinvolti sotto diversi profili.

Anzitutto in quasi tutti i settori merceologici le industria si adeguarono a rispondere alle commesse

belliche che provenivano dai governi, dilatando enormemente la base produttiva in termini di

maestranze e di capitali investiti grazie ai pagamenti a piè di lista che provenivano dallo stato

committente. D'altra parte, quest'ultimo esercitò poteri di indirizzo e di controllo crescenti

sull'apparato industriale e sulla produzione tramite strumenti creati ad hoc che mobilitavano in

profondità, sua pure in modo pragmatico e per esigenze belliche, la linea di astensione

dall'intervento sul mercato che era stata peculiare della storia della finanza pubblica degli stati

europei nel XIX secolo.

La guerra divenne un fattore colossale di cambiamento economico e sociale.

Le industrie nazionali si dilatarono a velocità vorticosa, moltiplicando fino a dieci volte le proprie

dimensioni; le risorse finanziarie nelle mani del capitale industriale divennero enormi, grazie alla

grande liquidità acquisita tramite le commesse pubbliche; i livello salariali aumentarono, anche se

furono spesso insufficienti a fronteggiare l'inflazione; soprattutto si modificò la composizione

sociale e di genere delle maestranze. In Francia, la manodopera femminile aumentò del 40,5%, in

Germania del 35% come in Inghilterra, in Italia del 22%. ma non si trattò solo di un fenomeno di

natura quantitativa; il ruolo della donna nel lavoro nelle organizzazioni sindacali e nella società

civile acquistò un peso ed una visibilità senza precedenti.

L'ITALIA IN GUERRA (Capitolo Quattordicesimo)

14.1 La frattura fra interventisti e neutralisti e le sue conseguenze

La questione dell'annessione della Bosnia ed Erzegovina (1908), avvenuta senza compensi all'Italia,

nonostante che l'art. 7 della Triplice li prevedesse in caso di modifica dello status quo nei Balcani,

aveva peggiorato le relazioni con l'Austria-Ungheria. Inoltre l'ultimatum alla Serbia aveva il

carattere dell'aggressione, mentre la Triplice Alleanza aveva carattere difensivo. Ciò permise

all'Italia la dichiarazione di neutralità senza essere accusata di avere rinnegato gli impegni contratti.

Ciò non toglie che vi fossero ambienti, soprattutto di ambito nazionalista, che premessero per

l'entrata in guerra dell'Italia a fianco degli imperi centrali. Tuttavia si trattò di un'azione di breve

periodo, facilmente contenuta dal governo Salandra che era anche a conoscenza della difficile

situazione dell'esercito italiano, impegnato dal settembre 1911 in una guerra coloniale tutt'altro che

conclusa, al di là della formale dichiarazione di sovranità italiana sulla Libia.

Inoltre nel paese le tensioni sociali erano particolarmente forti, come avevano dimostrato i moti

della settimana rossa, la seconda settimana del giugno 1914. Ad Ancona, il 7 giungo, in occasione

della festa dello Statuto durante la quale erano vietate manifestazioni antimilitariste, a seguito di

uno scontro fra manifestanti e forze dell'ordine ci furono tre morti e numerosi feriti. La protesta

dilagò nel paese con caratteristiche insurrezionistiche alimentata dalla sinistra estrema, socialista,

anarchica e repubblicana. La componente riformista e gradualista, al contrario, sia nella CgdL sia

nel PSI, intendeva manifestare il dissenso senza arrivare a rotture drastiche. Conseguenza fu che,

quando l'11 giugno il segretario generale della CgdL, Rigola, proclamò la chiusura dello sciopero

generale, si verificò una spaccatura frastica all'interno della sinistra di classe. L'ala massimalista, ed

in particolare Mussolini che ne era uno dei capi, arrivò ad accusare Rigola e la maggioranza

riformista di tradimento della classe operaia.

L'Italia cominciò ad essere corteggiata dalle potenze dell'Intesa, soprattutto dalla Russia, perché

stringesse con esse un'alleanza di guerra e, d'altra parte, il fronte interno, politico e sociale, si divise

fra neutralisti e interventisti. Il fronte neutralista era ampio e composito, sotto il profilo politico e

culturale, e assolutamente maggioritario nel Parlamento del paese. Lo era alla Camera perché la

maggioranza che sorreggeva il governo Salandra seguiva Giolitti nella sua linea di neutralità

pragmatica. Le premesse da cui muoveva Giolitti era che l'Italia era un paese debole e diviso. I

rischi del conflitto andavano quindi tenuti lontani, cercando di fare pesare la neutralità italiana nei

rapporti fra i contendenti. Il prolungamento della guerra, dopo il fallito tentativo tedesco di sfondare

sul fronte occidentale e di liquidare la capacità di resistenza della Francia, rafforzava e tesi di

Giolitti. La sinistra di classe italiana si ricompattò sul terreno dell'avversione alla guerra. Gli stessi

riformisti, che erano stati colpiti dalle vicende della settimana rossa, colsero nella dichiarazione di

neutralità assoluta e intransigente contro una guerra che si dichiarava essere voluta dalla borghesia e

dal grande capitale sulla pelle del proletariato l'occasione per cercare di riassumere la guida del

movimento.

Il movimento cattolico che aveva scarsa rappresentanza nel Parlamento, ma un forte radicamento

nel paese, assunse una linea di neutralità seguendo la posizione della Santa Sede; in realtà la

posizione del mondo cattolico non aveva i caratteri dell'avversione radicale e di principio

all'intervento italiano. Tuttavia pur mantenendo ferma la linea della neutralità, esponenti cattolici

manifestarono sensibilità per gli interessi nazionali e si associarono alla rivendicazione delle terre

irredente. Ora la guerra era vista come uno spettro che avrebbe colpito soprattutto il popolo delle

campagne. Inoltre il neutralismo del mondo cattolico trovava consensi e seguito nelle campagne

meridionali, mentre il neutralismo cattolico sommato a quello socialista avevano una presa sui

contadini del centro-nord. Più tardi la conversione all'intervento del ceto politico liberale, per

volontà del governo Salandra, determinò una frattura politica, culturale e sociale che fece arretrare

quel processo di nazionalizzazione delle masse che Giolitti aveva perseguito fino al 1914. questa

frattura e questa contrapposizione furono all'origine della incapacità italiana di superare la crisi del

dopoguerra.

Altrettanto composito era il fronte interventista. Anch'esso aveva natura trasversale perché copriva

un arco politico e ideologico che andava dall'estrema destra, rappresentata dal partito nazionalista

(associazione nazionalista italiana), fino alla sinistra estrema, formata da una componente

minoritaria di sindacati rivoluzionari e di socialisti massimalisti transfughi dal partito socialista. Il

tema ricorrente della campagna nazionalista era l'affermazione della grande Italia, nazione potente

ed espansiva, degna di acquisire terre al sole e di imporre la superiorità della propria cultura. Il loro

seguito era radicato in ambienti intellettuali e studenteschi, mentre i finanziatori erano quei gruppi

siderurgici e armatoriali che avevano interesse economico all'intervento. L'interventismo di sinistra

si articolava in due componenti. La componente democratica, espressa dal movimento irredento, dai

radicali, dai repubblicani, dai socialisti riformisti che avevano rotto col partito socialista nel 1912,

rivendicava le terre irredente, interpretando l'auspicata guerra italiana come quarta guerra

d'Indipendenza. D'altra parte questa componente dell'interventismo, proprio perché si basava sul

principio della nazionalità, come principio liberatorio dal dominio degli imperi multinazionali,

allargava la propria visione dalla liberazione degli Italiani di Trento e Trieste alla rivendicazione

d'indipendenza di tutti i popoli, balcanici e non, oppressi dal dominio straniero. La componente

minoritaria della sinistra estrema perseguiva l'intervento seguendo la logica del “tanto peggio tanto

meglio”, ossia riteneva che solo la guerra avrebbe favorito la rottura dell'ordine politico e sociale

costituito ed avrebbe aperto prospettive rivoluzionarie. Questa linea era bene rappresentata da

Mussolini che, da dirigente del partito socialista su posizioni massimaliste, era passato fra il

settembre e il novembre 1914, dalla neutralità all'intervento, fondando il quotidiano “Il Popolo

d'Italia” che divenne punta di diamante della campagna interventista (non dimentichiamo che

Mussolini prima era direttore del giornale “L'avanti!” ma poi venne espulso dal partito socialista).

L'Italia in guerra il 24 maggio 1915

L'Italia decide di rinnegare la Triplice Alleanza entrando in guerra con l'Intesa, costituita con

Francia, Gran Bretagna e impero zarista. La decisione del governo Salandra fu però inizialmente

quella di tenere l'Italia fuori dalla guerra per vari motivi:

4) impreparazione dell'esercito italiano

5) l'economia del paese non era in grado di sostenere una spesa tale

6) c'era ancora truppe impegnate in Tripolitania e Cirenaica a seguito della guerra di Libia

7) l'esercito italiano non aveva un ruolo politico spiccato.

L'esercito fa presente di aver bisogno di sapere quali fossero le decisioni del potere politico; in ogni

paese gli eserciti avevano piani precisi elaboratori da anni su come comportarsi nel caso dello

scoppio della guerra, mentre l'esercito italiano non aveva piani di guerra operativi. Il rapporto tra

governo ed esercito non fu per niente semplice e per una larga parte delle forze economiche l'idea

che nell'immediato l'Italia potesse rimanere neutrale fu vista in maniera positiva al fine anche di

poter fare affare con i diversi fronti. Nel 1914 gli scambi commerciali dell'Italia erano equamente

distribuiti in quanto non c'era alcuna prospettiva economica che portava l'Italia a scegliere un fronte

piuttosto che un altro.

Possiamo parlare di specificità del modello italiano grazie al raggiungimento di di questa situazione

attraverso la quale l'Italia ambiva a raggiungere il rango di grande potenza europea non entrando

però ancora in guerra a fianco di qualche altra potenza. Infatti il problema era: come diventare una

grande potenza restando fuori dalla guerra che si stava compiendo in Europa? L'Italia continuava a

sondare i vari paesi coinvolti al fine di capire quali vantaggi avrebbe ottenuto entrando in guerra a

fianco degli uni piuttosto che degli altri oppure restando e rimanendo neutrale. Il tutto divenne

oggetto di negoziazione diplomatica segreta per capire quali fossero gli scenari che si sarebbero

prefigurati con un possibile ingresso in guerra. Nel frattempo l'Italia comunque aveva delle

questioni aperte con l'impero austro-ungarico, soprattutto per quello che riguardava i territori di

Trieste e Trento. Si profila dunque la possibilità di entrare in guerra a fianco dell'Intesa in cambio di

una serie di promesse che saranno il contenuto di un trattato segreto tenutosi a Londra il 26 aprile

1915 (Patto di Londra). Già dall'autunno del 1914 diverse correnti dell'opinione pubblica italiana,

che all'inizio del conflitto mondiale avevano sostenuto il governo a favore della neutralità,

iniziarono a schierarsi a favore di un intervento a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, per

vedersi riconosciuti soprattutto i territori di Trieste e Trento.

Si profila nel paese da una parte un fronte di forze interventiste che erano a favore dell'entrata in

guerra a fianco dell'Intesa e dall'altra giocano un ruolo determinante alcune correnti che hanno un

peso molto limitato anche se in compenso hanno un forte impatto sull'opinione pubblica (pensiamo

al “Corriere della Sera” e al suo direttore Luigi Albertini ad esempio, oppure al periodico di cultura

di Prezzolini che era uno dei giornali più impegnati nell'interventismo). Tipico è il caso di

Mussolini che nel mese di ottobre del 1914 da direttore de “L'Avanti!” inizia ad assumere posizioni

possibiliste per quanto riguarda l'intervento in guerra a fianco delle potenze democratiche;

Mussolini venne espulso dal partito socialista e in seguito fondò un proprio quotidiano “Il popolo

d'Italia” che iniziò ad uscire dal 30 novembre 1914 sotto il nome di quotidiano socialista, rivolto

agli ambienti socialisti che erano a favore, come lui, dell'entrata in guerra. Questo quotidiano era la

voce di un interventismo che si definiva rivoluzionario. Entrare in guerra a fianco della Francia

poteva essere infatti anche l'occasione per una rivoluzione anche interna all'Italia.

Il ruolo di Gabriele D'Annunzio e la situazione italiana

Noto come autore di teatro, romanziere e poeta. Si trovava da alcuni anni in Francia perché aveva

accumulato tanti debiti; era già stato “arruolato” dal Corriere della Sera in occasione già della

guerra di Libia. Il suo stile era molto aulico e retorico e tra le sue tante opere ricordiamo “Le

canzoni delle gesta d'oltremare”, un raggruppamento di dieci canzoni scritte appunto in occasione

della Libia (questa esaltazione testimoniava il nazionalismo ed il patriottismo dannunziano). Nel

1914/1915 divenne un personaggio di straordinaria fama; ebbe un ruolo importante soprattutto nella

mobilitazione dell'opinione pubblica italiana. Il paese appare sempre più decisamente orientato

verso l'intervento a fronte di un governo che continuava a sondare da una parte e dall'altra il terreno.

In seguito al Patto di Londra, lo stato maggiore dell'esercito fu informato solamente a cose fatte, e i

militari ragionavano in termini di interessi strategici al fine della difesa del paese. I principali leader

politici erano stati tenuti all'oscuro rispetto a quello che in realtà stava realmente accadendo nel

paese. A Roma si dovette arrivare ad un voto parlamentare e nelle settimane di maggio ci furono

molti comizi e manifestazioni per cui si arrivò ad una vera e propria crisi istituzionale.

Salandra rassegnò le dimissioni nel maggio del 1915 ma con un vero colpo di mano istituzionale il

re lo rimandò davanti alle camere dicendo che quello era il governo che esprimeva il suo valore e

che se la camera non votava per lui era come votare contro il re, il monarca italiano (il volere del re

era intoccabile). Alla fine la camera dei deputati votò a favore; non si può parlare di colpo di stato

ma tra le prerogative del re c'era anche quella di disegnare i suoi ministri senza il voto di fiducia

parlamentare. Il Parlamento fu tenuto all'oscuro di tutto e nel frattempo durante un comizio

D'Annunzio invitò una folla di manifestanti ad andare ad assediare il ministero con aperto

incitamento ad assassinare Giolitti perché era ancora rimasto neutrale nel confronti dell'intervento

in guerra (a guerra finita il fascismo ha fatto di quelle giornate di maggio 1915 il riferimento storico

politico più immediato; si era potuto dimostrare che le forze extraparlamentari potevano piegare la

volontà del Parlamento).

14.2 Sonnino e il Patto di Londra

Tutta la partita era nelle mani del governo che, dai primi giorni del conflitto, fu corteggiato dalla

diplomazia dell'Intesa, in particolare russa, perché portasse l'Italia in guerra. L'impreparazione

dell'esercito, come veniva rappresentata al governo dal generale Cadorna, capo di stato maggiore,

consigliò il rinvio del conflitto e l'apertura di trattative. Giolitti era strenuo difensore della linea

della trattativa con l'Austria-Ungheria per ottenere tutte le concessioni possibili al prezzo della

neutralità italiana. Le trattative segrete con l'Austria dimostravano la disponibilità di quest'ultima di

cedere parte del Trentino, comunque solo dopo la fine della guerra, ma nessuna apertura alla

cessione Trieste. Questa posizione austriaca indebolì Giolitti.

Le richieste di Sonnino nei Balcani erano tali da costringere Vienna al rigetto; il governo, poi, anche

per indebolire le posizioni di Giolitti e per precostituire il sostegno dell'opinione pubblica

all'intervento sul fronte dell'Intesa, decisione ormai maturata nel febbraio 1915, aveva ordinato ai

prefetti di autorizzare le manifestazioni interventiste e di ostacolare quelle neutraliste, che erano in

larga prevalenza animate dai socialisti. Il 26 aprile 1915 il governo sottoscrisse segretamente il

Patto di Londra. All'Italia veniva riconosciuto, in caso di vittoria:

3) il Trentino e l'Alto Adige

4) Trieste e l'Istria, oltre gran parte della Dalmazia

5) il protettorato sull'Albania e Valona, che era già stata occupata dalle truppe italiane

6) le isole del Dodecanneso, che erano state occupate dall'Italia in occasione della guerra con la

Turchia per la conquista della Cirenaica e della Tripolitania, e il bacino minerario di Adalia

in Asia minore

7) Fiume restava esclusa dal Patto

Il Patto imponeva all'Italia di entrare i guerra entro trenta giorni; il re si era personalmente

impegnato all'intervento con i capi di stato dell'Intesa, avvertendo che qualsiasi soluzione contraria

avrebbe comportato la sua abdicazione. Giolitti che era il leader della maggioranza, che a suo dire

non conosceva i dettagli del Patto di Londra, rientrò a Roma e fece ulteriori pressioni per aprire le

trattative con gli Imperi centrali. Ai primi di maggio ricevette la manifestazione di solidarietà di 320

deputati e 100 senatori che si dichiaravano pronti a seguire la sua linea di neutralista. Il governo

presentò le dimissioni al re che le respinse, mentre nel paese si diffondevano manifestazioni a

favore dell'intervento con forti connotati anti-giolittiani. In un tenuto al Teatro Costanzi di Roma,

D'Annunzio arrivò a definire Giolitti “traditore della patria”.

Giolitti con il passare del tempo, da liberale rispettoso delle istituzioni, si allontanò da Roma,

mentre il 20 e il 21 maggio le Camere conferirono poteri straordinari al governo. Egli era stato

politicamente sconfitto e messo nella impossibilità di agire.

14.3 Evoluzione politica e militare del conflitto

Il 24 maggio le truppe italiane varcarono la frontiera orientale puntando verso l'Isonzo. Il disegno di

politica estera perseguito combinò aspirazioni irredente con finalità espansionistiche. Il disegno di

politica interna correlato fu di annientare la forza politica di Giolitti che poteva tenere in ostaggio il

governo con una maggioranza che si riconosceva nella sua leadership. Le conseguenze durature di

questa scelta furono di scavare un solco profondo di divisione nel Parlamento e nel paese in una

fase storica in cui il processo di integrazione nazionale era ancora non consolidato.

Le quattro battaglie dell'Isonzo nelle quali s'impegnò l'esercito italiano nel primo anno di guerra non

ottennero risultati apprezzabili. La conquista di Gorizia (agosto 1916) avvenne al prezzo di 20.000

morti. La spedizione punitiva, ossia l'attacco austriaco iniziato ai primi di maggio del 1916, indebolì

molto il governo Salandra che tentò invano di allargare la partecipazione al proprio governo ai

socialisti riformisti capeggiati da Bissolati. La sfiducia parlamentare lo costrinse alle dimissioni nel

giugno 1916. la nomina del giolittiano Orlando al ministero degli Interni volle essere anche un

tentativo di avvicinare la componente riformista del partito socialista guidata da Turati che, pur

condividendo la scelta della neutralità, voleva evitare che si approfondisse il solco della

contrapposizione del movimento socialista alla patria in guerra. Ma i risultati furono scarsi. Le

offensive dell'Isonzo si susseguivano. L'undicesima (agosto 1917) che fu anche la più sanguinosa,

con oltre 160.000 fra caduti e feriti, e che mise il nemico in difficoltà, pur senza raggiungere

risultati decisivi, costrinse l'Austria a preparare la controffensiva prima dell'inverno. Il passaggio

militare più drammatico della guerra coincise con l'offensiva austriaca e tedesca che si scatenò il 24

ottobre 1917 sul fronte nord dell'Isonzo nei pressi di Caporetto. Le conseguenze drammatiche dello

sfondamento che costrinsero le linee italiane ad arretrare per 150 chilometri, fino al Piave, furono

attribuite da Cadorna al tradimento del fronte interno e alla sobillazione anti italiana dei socialisti.

Fu un uso distorto della comunicazione volto a scaricare su altri le proprie responsabilità. La

persecuzione giudiziaria contro i socialisti si scatenò e, d'altra parte, l'ottusità politica dei

massimalisti, nel momento del massimo pericolo, resero impossibile ogni azione di riconciliazione

nazionale da parte dei riformisti.

Cadorna fu trasferito al comando interalleato e sostituito al comando supremo dal generale Diaz. La

feroce disciplina applicata fino ad allora, con immediate fucilazioni a fronte di vere o presunte

diserzioni, fu allentata. Fu anche messa in atto un'azione di recupero dei soldati sul piano

psicologico. La linea tattica adottata fu difensiva. Quando si scatenò l'ulteriore offensiva austriaca

sul fronte del Piave e del Monte Grappa, a dicembre, le truppe italiane resistettero. Analoga

resistenza, pur con la perdita di alcune quote sull'Asiago e con la creazione di teste di ponti

austriache sulla riva destra del Piave, fu ottenuta nella cosiddetta battaglia del solstizio del giugno

1918. La controffensiva italiana precostituì le condizioni della vittoria. Il 29 ottobre gli Austriaci

chiesero l'armistizio, mentre gli Italiani entravano in Vittorio Veneto. Il 3 novembre, giorno in cui

venne firmato l'armistizio, entrando in vigore il giorno successivo, gli italiani giunsero a Trento. Il

30 ottobre il Consiglio nazionale della città di Fiume, dove erano affluite truppe di tutti gli eserciti

alleati, aveva proclamato la volontà di unione all'Italia, facendo appello al principio di nazionalità e

al presidente Wilson.

La questione di Fiume e il mito della “vittoria mutilata”, ossia della tesi che i sacrifici compiuti

erano stati negletti dagli alleati, che si diffuse nel paese nel dopoguerra, furono motivi gravi di

indebolimento e di rapido declino del ceto politico liberale. Le fratture politiche e sociali provocate

o approfondite dalla guerra, gli errori commessi da diversi esponenti del ceto politico liberale in

declino, l'insipienza e la debolezza del re, l'intransigenza rivoluzionaria e la mancata assunzione di

responsabilità nella gestione della transizione da parte del partito socialista concorsero a favorire la

nascita, la diffusione da parte del partito socialista concorsero a favorire la nascita, la diffusione e

l'avvento al potere del movimento fascista guidato da Mussolini che, con la marcia su Roma

dell'ottobre 1922, precostituì la nascita della dittatura.

Sul fronte italo-austriaco si determina la stessa situazione presente in tutta Europa

I territori della Germania e dell'Impero austro-ungarico non furono violati; la guerra si concluse per

fattori non tanto sul piano bellico in maniera specifica ma per la corruzione del fronte degli imperi

centrali. Ci fu una progressiva incapacità di leggere le norme economico-finanziarie risolutive della

guerra. Forte fu la preoccupazione della marina tedesca di ostacolare le comunicazioni sull'atlantico

tra gli Stati Uniti e l'Europa (obiettivo: affondare le navi che dagli Stati Uniti si spostavano verso

l'Europa → affondamento da parte di un sommergibile tedesco della Lusitania, che era un

transatlantico britannico e che in realtà solo in parte era commerciale perché al suo interno

trasportava anche civili). Quando gli Stati Uniti decisero di entrare in guerra la Gran Bretagna nel

frattempo era rimasta con risorse finanziare molto ridotte; a Londra restavano oro e titoli per

finanziare acquisiti per poche settimane. La Gran Bretagna aveva ormai disinvestito tutti gli 835

milioni di sterline che erano state investite sul mercato americano prima della guerra.

In realtà però l'arrivo delle truppe americane fu lentissimo. In Francia per esempio c'erano a

malapena 150.000 soldati americani, ma ci fu un impegno incondizionato degli Stati Uniti dal punto

di vista economico. Il sostegno era stato dato attraverso investimenti privati (le banche americane).

Il processo fu molto lento in quanto la Germania riuscì a rallentare le operazioni sottomarine. La

formula diplomatica era di potenza associata; il governo statunitense ebbe notevoli problemi nel

giustificare al popolo americano la decisione di entrare in guerra in Europa. Ci fu uno scambio di

Note diplomatiche tra il governo francese e quello inglese; il governo statunitense del presidente

Wilson pose ai suoi interlocutori delle questioni su quali fossero effettivamente gli obiettivi della

guerra. Ci fu una situazione di stallo perché il problema era capire il perché e per che cosa si stava

facendo la guerra. L'idea era quella di una Europa post-bellica ridisegnata secondo linee di

nazionalità, ovvero in base all'idea che gli imperi centrali fossero imperi militaristi ma che questa

guerra doveva essere risolutiva, al fine di dare un assetto pacificato al mondo (diritto per ogni

popolo all'esistenza di nazione come indipendente). Le questioni nazionali furono fondamentali.

Da parte del presidente statunitense ci fu l'idea di costituire una “Società delle Nazioni” al fine di

una risoluzione pacifica dei vari contrasti che potevano verificarsi nel mondo. Wilson in questa

maniera dava modo di presentare la guerra come qualcosa che avesse un senso ed un obiettivo

specifico (obiettivo nobile per un programma preciso). Dopo la fine della guerra questa società

venne costituita anche se risultò fallimentare in quanto non riuscì ad evitare i conflitti (l'impianto

attuale dell'ONU è come quello della Società delle Nazioni in quanto il riferimento al principio di

nazionalità era presente fin dallo scoppio della guerra). Per un verso i punti di Wilson furono il

manifesto ideologico che donava nuova linfa morale ai vari popoli, ma al tempo stesso fu un

processo senza fine in quanto applicare il principio di nazionalità non fu facile, anzi.

I problemi del dopoguerra e le radici di questi si basarono su tutto ciò che venne deciso durante la

guerra stessa. Alla conferenza di Pace di Parigi tradurre questi principi in una risistemazione

dell'Europa diventerà infatti la fonte di nuovi contrasti.

LA RIVOLUZIONE RUSSA (Capitolo Quindicesimo)

15.1 La caduta dello zar e i governi L'vov e Kerenskij

La manifestazione di maggiore portata e di più pesante impatto nella storia mondiale del XX secolo

della crisi del 1917 fu il crollo del potere dello zar in Russia. Esso avvenne al termine di un

processo di consunzione nel quale la crisi alimentare e sociale si sommò ai fallimenti militari, alla

pesantezza delle perdite (1.650.000 morti e 3.850.000 feriti) e alla debolezza della monarchia per la

delega di fatto del potere da Nicola II alla zarina Alessandra, a sua volta nelle mani del monaco

Rasputin che l'aveva convinta dei suoi poteri magici di cura del figlio emofilico (secondo il

calendario Russo dell'epoca la rivoluzione avvenne nel febbraio; la Chiesa ortodossa usava ancora

l'antico calendario Giuliano e non quello Gregoriano, calendario utilizzato oggi). Rasputin era un

sedicente monaco che venne poi assassinato in una congiura di corte.

Per una dinamica politica spontanea nella quale lo zar non seppe intervenire, la Duma espresse un

governo provvisorio presieduto dal principe Georgij L'vov e formato da un blocco progressista che

andava dal partito dei Cadetti (Miljukov agli Esteri) e quello social-rivoluzionario (Kerenskij alla

Giustizia). Il 15 marzo lo zar abdicò a favore del fratello Michele che a sua volta rimise le sue

funzioni nelle mani della Duma. A Giugno poi tramite il primo congresso panrusso, i soviet si

dotarono di uno strumento di coordinamento grazie alle costituzione di un comitato esecutivo.

Comunque la maggioranza dei delegati era socialrivoluzionaria e menscevica, mentre i bolscevichi

controllavano meno del 20% dei delegati.

Con la fine dello zarismo ci fu quindi la formazione di un governo provvisorio che si fece capo di

gestire un disordine generalizzato dovuto al malcontento della popolazione. Fu un governo

fortemente sbilanciato in senso progressista all'interno della Duma. Il governo L'vov varò una serie

di provvedimento liberalizzatori in tema di diritti civili e politici e introdusse le otto ore di lavoro,

oltre a riconoscere subito l'indipendenza della Polonia. La questione dell'esproprio del latifondo e

del conferimento della terra ai contadini fu rinviato alla futura Assemblea costituente, mentre sul

fronte di guerra si cercò di trovare un motivo di consolidamento politico con una nuova offensiva

che fu fallimentare. Il governo fu prima rimpastato, spostando ancor più a sinistra l'equilibrio con il

socialrivoluzionario Kerenskij alla Guerra, poi sostenuto da un nuovo governo con quest'ultimo

presidente del Consiglio (20 luglio). Con l'appoggio dei Cadetti e con l'obiettivo di restaurare

l'ordine e il controllo delle forze armate, il capo di stato maggiore generale Kornilov inviò nella

capitale una guarnigione fedele atta a ricondurre tutto il potere nelle mani del governo, annullando

quello dei soviet. Kerenkij interpretò l'azione come un tentativo di colpo di stato militare e per

fronteggiare la situazione liberò molti bolscevichi fornendo loro le armi e fece appello alla

resistenza popolare. Ne conseguì che il governo fu considerato infido da parte del partito dei Cadetti

e dai militari e quindi delegittimato anche sul versante della guida politica del conflitto.

Ci furono numero scioperi e situazioni di protesta nella zona di Pietroburgo, negli stesi giorni della

mobilitazione contro le truppe di Kornilov (9-14 settembre) i bolscevichi si impadronirono dei

soviet di Pietrogrado e di Mosca. La formazione di un nuovo governo Kerenskij, nel quale i

socialisti erano in maggioranza (25 settembre), non fermò i piani dei bolscevichi.

Quel governo sostanzialmente eluse due questioni fondamentali:

4) la questione di una riforma agraria; il governo scelse di non fare nulla e di rimandare il tutto

a quando si fosse assediata una assemblea costituente alla quale poter domandare le scelte di

fondo su come agire nel paese

5) la questione della partecipazione alla guerra; si illusero che fosse possibile, democratizzando

lo Stato, proseguire la guerra su basi innovative. Questa fu una situazione aggravata dal fatto

che ancora prima che lo zar abdicasse e di conseguenza lo zarismo cadesse, il 12 marzo

1917, si era costituito il Soviet della città di Pietrogrado. Successivamente anche a Mosca e

in altre città importanti si costituirono questi Soviet cittadini.

Con il crollo dello zarismo si ha un governo provvisorio che però parallelamente si costituisce sulla

base di queste forme di organizzazione industriale-operaia che pretendono di costruirsi un loro vero

potere. Nell'estate del 1917 ci fu un aggravarsi della situazione interna e dopo il tentativo di

Kornilov di colpo di stato, per la prima volta nella storia russa, ci fu il fiorire di grippi politici (e di

conseguenza anche giornali) fino ad allora considerati illegali e clandestini. Questo comportò un

rafforzamento del partito bolscevico che prima aveva solamente un ruolo marginale all'interno del

panorama russo. I Bolscevichi venuti a sapere della fine dello zarismo decisero di rientrare in

Russia (si trovavano principalmente in Svizzera, paese neutrale) anche se rientrare in patria

significava oltrepassare l'Europa che era in guerra; la Germania mise a disposizione un treno

speciale per riportare Lenin e i Bolscevichi in patria. Conoscendo le posizioni radicali dei

bolscevichi e l'ostilità verso la guerra, i tedeschi vollero appunto rafforzare l'unico partito Russo che

diceva che dalla guerra bisognava uscirne, cercando inoltre di rendere la situazione russa più

instabile possibile.

15.2 La dottrina di Lenin

Il fattore determinante per la vittoria bolscevica fu il ritorno in patria di Lenin, ove poteva

contribuire a destabilizzare la situazione. Appena giunto a Pietrogrado, elaborò le Tesi di aprile che

davano al disegno rivoluzionario dei bolscevichi obiettivi pratici definiti. Fra questi in primis:

2) il trasferimento del potere ai soviet dei contadini e degli operai

3) la creazione della repubblica dei soviet

4) la pace

5) la nazionalizzazione del sistema produttivo

6) l'esproprio delle terra, pur mantenendo nell'ambiguità quale sarebbe stato il destino della

terra espropriata, cui i contadini russi aspiravano come possesso

Questo testo seguiva ad altri che Lenin aveva elaborato negli anni precedenti in esilio, in particolare

Imperialismo come fase suprema del capitalismo (1916) che rappresentava la guerra in atto come

una fase di passaggio nella spartizione economica e politica del mondo in grandi cartelli di dominio.

Nella sua visione, il conflitto di classe fra capitale e lavoro assumeva dimensioni mondiali venendo

a configurarsi come conflitto fra nazioni dominanti e popoli domanti e sfruttati che dovevano

mettere in atto azioni rivoluzionarie di rivolta. Questa tesi offriva una chiave di lettura di tipo

marxista alla lotta anticoloniale. Nell'agosto-settembre 1917, mentre il potere dei bolscevichi si

estendeva nei soviet, scrisse, senza giungere a completarlo, Stato e rivoluzione. Anche in questo

caso Lenin elaborava un testo funzionale alla prassi rivoluzionaria, me che aveva anche dei risvolti

teorici. I Soviet venivano rappresentati come strumento di superamento della democrazia borghese.

Nella fase della della transizione rivoluzionaria veniva quindi teorizzata la dittatura del proletariato

funzionale ad impedire azioni controrivoluzionarie della borghesia. Il pensiero di Lenin si

configurava quindi come profondamente revisionista delle tesi di Marx e di Engels.

Va tenuto presente che la debolezza teorica delle elaborazioni di Lenin ed anche la loro

contraddittorietà con la dottrina di Marx furono occultate dal loro essere funzionali alla prassi

rivoluzionaria che risultò vincente e che quindi trovò una convalida storica. Le tesi di Lenin

azzeravano i principi del costituzionalismo liberale che teorizzano la divisione dei poteri. La prassi

rivoluzionaria di Lenin precostituiva deliberatamente un potere dittatoriale e come tale estremo e

violento nel quale le garanzie personali erano prive di tutela. La dittatura del proletariato

precostituiva la dittatura di una oligarchia che facilmente sarebbe scivolata verso la dittatura

personale.

Stalin e lo stalinismo non furono quindi la conseguenza casuale della prassi leninista, ma ne furono

la degenerazione implicita. Lenin azzerò ogni possibile analisi del potere politico come realtà

autonoma da quello economico, oltre che delle sue dinamiche, e quindi degli strumenti utili a

governarlo ed a limitarlo. La sua dottrina era volta a dare la dimensione di lotta mondiale ai processi

di decolonizzazione che, già in atto fra le due guerre, esplosero dopo la seconda guerra mondiale.

Essa fu quindi la base ideologica utile a fornire all'Unione Sovietica, divenuta grande potenza, la

leadership della lotta anti-occidentale. In pratica, divenne dottrina funzionale al disegno di

conquista del potere globale di una grande potenza. Lenin inoltre faticò a far passare le sue

posizioni nei suoi stessi bolscevichi un quanto loro erano di formazione marxista classica (Lenin

dovette poi scappare in Finlandia perché ricercato). L'ultimo governo provvisorio è guidato

direttamente da Kerenskij, un socialista rivoluzionario che decise di scarcerare i bolscevichi e di

distribuire le armi nel tentativo di sconfiggere Kornilov. Il risultato fu la forte legittimazione dei

bolscevichi il cui motto era “Pace Subito”.

15.3 La Rivoluzione d'ottobre

Il 6 e il 7 novembre (24-25 ottobre) il soviet di Pietrogrado sotto la guida militare di Trockij acquisì

il controllo della città e assaltò il Palazzo d'Inverno, costringendo Kerenskij alla fuga (prorpio

quella notte perché il giorno dopo si sarebbe tenuto il congresso Panrusso). Il 9 novembre si costituì

il governo dei commissari del popolo (eletto dal congresso dei Soviet) presieduto da Lenin, con

Trockij (Esteri), Rykov (Interni) e Stalin (Minoranze nazionali). In quella situazione di precarietà, la

sopravvivenza politica di Lenin fu legata a due condizioni: la pace a qualsiasi condizione e la terra

ai contadini; la prima era il prodotto della stanchezza dopo più di tre anni di guerra, la seconda era

un'atavica e quasi sempre insoddisfatta richiesta dei contadini. Le elezioni dell'Assemblea

costituente fissate a novembre si svolsero a suffragio universale e la partecipazione fu piuttosto alta,

ma i risultati furono ben lontani da quelli ipotizzati dai bolscevichi, i quali rappresentavano ancora

una minoranza.

Sul primo versante le condizioni d'armistizio imposte dai tedeschi nel dicembre 1917 furono

durissime. Furono accettate solo per l'impostazione di Lenin che ravvisò nella chiusura del fronte

non solo il mantenimento di una promessa fatta, ma anche lo specifico della forza della posizione

bolscevica a fronte di quella che era stata la condotta di Kerenskij. Le condizioni consolidate poi

con la pace di Brest Litovsk nel marzo 1918 comportavano per la Russia:

3) la perdita del 27% delle terre coltivabili

4) tre quarti delle industrie e delle riserve carbonifere

5) cessione alla Turchia di una parte della Transcaucasia

6) accettazione dell'indipendenza dell'Ucraina, della Polonia e degli stati baltici per

complessivi 60 milioni di abitanti.

Il governo bolscevico prese una serie di provvedimenti immediati:

4) fu introdotto il calendario occidentale (Primo febbraio 1918)

5) fu trasferita la capitale a Mosca (marzo 1918)

6) furono presi provvedimenti di natura prettamente politica che miravano a consolidare il

potere dittatoriale dei bolscevichi

7) L'Assemblea Costituente fu sciolta con la forza il 19 gennaio

8) furono messi fuori legge il partito dei Cadetti, i social-rivoluzionari e i menscevichi

9) già da dicembre 1917 era stata avviata la costruzione della polizia politica sotto la guida

della Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio.

Prese avvio la guerra civile che fu sia guerra guerreggiata in zone di confine sia azione terroristica e

di destabilizzazione all'interno della zona controllata dall'armata rossa guidata da Trockij. Lo stesso

Lenin subì attentati organizzati dai social-rivoluzionari nell'agosto 1918.

La situazione russa precipita nella guerra civile in quanto ci sono i nostalgici dello zarismo da una

parte e ci sono i menscevichi e i socialisti rivoluzionari che stanno contro il governo bolscevico

dall'altra. Trockij assunse il comando dell'armata rossa sperando che nel frattempo, con il passare

del tempo, sugli altri fronti la Germania perdesse e venisse sconfitta. Lenin infatti sarebbe stato per

firmare subito a qualunque condizione mentre Trockij e gli altri dirigenti tentarono di traccheggiare

un po di più.

Inoltre l'impatto dell'opinione pubblica mondiale su questi fatti ebbe un ruolo importantissimo.

15.4 Comunismo di guerra e Comintern

Nel corso della guerra civile fu fondata a Mosca la Terza Internazionale (Comintern, marzo 1919) e

affidata alla guida di Zinov'ev (l'idea era però che la sede dell'Internazionale doveva essere a

Berlino e non a Mosca). Al primo congresso costitutivo i delegati che provenivano dall'Europa

furono molto pochi. Tuttavia essa fu funzionale a dare un respiro mondiale alla rivoluzione russa, a

Cifarla divenire u paradigma per tutti i partiti socialisti, ed in particolare per quelli dell'Europa

centrale e occidentale. Il secondo congresso, che si tenne nel luglio-agosto 1920, ebbe un seguito

numeroso e servì a Lenin per fissare i 21 punti (tra cui la scelta del nome comunista e non più

socialista, la costruzione, come partito, di strutture militari illegali finalizzate alla conquista del

potere) quali condizioni cui dovevano attenersi tutti i partiti che intendessero aderire

all'Internazionale comunista. Anzitutto il partito bolscevico, poi partito comunista dell'Unione

Sovietica diveniva partito modello e partito guida, esso era il depositario della leadership

rivoluzionaria e della coerenza ideologica e politica, articolata in alcuni punti chiave, fra cui il

centralismo democratico e la dittatura del proletariato. Inoltre, essa fissava alcuni capisaldi volti a

garantire la coerenza rivoluzionaria degli aderenti, fra cui l'espulsione dei partiti delle componenti

socialiste riformiste e il controllo di partito di gruppi parlamentari.

L'Internazionale divenne lo strumento della proiezione mondiale della rivoluzione nel pieno della

guerra civile. Era infatti ferma convinzione che la rivoluzione non sarebbe sopravvissuto in Russia

se non si fosse diffusa nel mondo. Poco dopo la conclusione del secondo congresso, la

controffensiva polacca e l'esaurirsi del biennio rosso in tutta Europa modificò radicalmente il

quadro internazionale. L'armata rossa riuscì a sconfiggere definitivamente i bianchi (composito

fronte antibolscevico) nell'autunno 1920. La rivolta della base navale di Kronstadt (marzo 1921) fu

l'ultimo episodio militare minaccioso per il regime leninista e duramente represso. Gli anni del

comunismo di guerra erano costati alla Russia venti milioni di morti per fame, epidemie e decessi

provocati dai conflitti armati. La vittoria finale dell'armata rossa fu determinata da due fattori:

5) sul piano militare i generali bianchi avevano messo in atto da territori esterni al cuore della

Russia delle guerre parallele che non riuscirono mai a coordinare con una strategie comune

6) il sostegno militare alleato fu incerto e minato da molti ammutinamenti.

Quanto al sostegno sociale la grande massa della popolazione, formata da contadini poveri,

nonostante gli ammassi obbligatori, sostenne i rossi. Ciò dipese dal fatto che i bianchi

rappresentavano ai loro occhi il vecchio ordine, mentre dai rossi poteva venire il possesso della

terra. Ci fu quindi l'instaurazione di regimi su base sovietica consigliare e ci fu anche un tentativo di

usare le prime trasmissioni radio-sperimentale in Russia. Con la nascita di questa nuova

Internazionale la politica è rivolta a seguire come si possa determinare una rivoluzione nei diversi

paesi. Questo dà modo alla Internazionale di presentarsi come l'unica alternativa allo scenario

vincitore che si stava designando nel mondo, e che era uno scenario di ulteriore guerra. Questa

Internazionale in realtà non ha portato a nulla e le esperienze in Baviera e in Ungheria hanno avuto

vita breve. Possiamo parlare di Biennio Rosso (1919-1920) intendendo quel fenomeno europeo e in

parte anche statunitense, che si basa su di un aumento della conflittualità sociale. I tentativi dei

comunisti sono solo un pezzo di storia del biennio rosso (è solo un aspetto).

Il biennio rosso è un fenomeno socio-politico. L'Internazionale comunista segna una forte

discontinuità (Trockij). La Rivoluzione russa del 1917 fu l'evento che storicamente datava una

lunga fase di trasformazione in senso collettivistico. Si trattava di fare il conto con una strategia

perseguita negli anni, anche perché la rivoluzione vera e propria in realtà non c'è neppure stata.

15.5 La nuova politica economica e la successione a Lenin

La nuova politica economica (NEP) segnò una svolta nella conduzione economica della Russia,

senza che questo significasse un allentamento del controllo politico. Essa fu funzionale a

rivitalizzare la produzione agricola e industriale, reintroducendo elementi di economia libera. La

produzione riprese a crescere e, sopratutto, nei mercati delle città affluirono di nuovo derrate

alimentari che i contadini non avevano più interesse ad occultare. Il mercato nero si ridimensionò

drasticamente. I commercianti (nepmany) e i contadini proprietari (Kulaki) acquistarono una forza

crescente negli anni della lotta per il potere fra i successori di Lenin, finendo per divenire tema di

conflitto. Il capo indiscusso della rivoluzione, colpito da ictus invalidante nel 1922, scomparve il 30

gennaio 1924 ed in suo onore Pietrogrado fu nominata Leningrado.

Nel pieno della NEP, le diverse fazioni dei bolscevichi si schierarono a sostegno delle posizioni dei

due contendenti, Trockij e Stalin. Il primo aveva dalla sua l'essere stato il secondo maggiore

esponente rivoluzionario, dopo Lenin, e vincitore della guerra civile come capo dell'armata rossa. Il

secondo era segretario del partito e questa posizione rappresentò la base fondamentale per il suo

successo finale. La sua tesi che il socialismo doveva e poteva essere realizzato in via immediata in u

solo paese, salvo a mantenere aperte le prospettive future di diffusione nel mondo, aveva la forza

del realismo ed era tranquillizzante per la maggioranza del partito che temeva una nuova

destabilizzazione proprio quando il saldo controllo del potere sembrava essere stato definitivamente

conquistato. La debolezza di Trockij derivò invece alla sua opposizione alla NEP e dal ribadire il

principio che solo la diffusione nel mondo della rivoluzione l'avrebbe salvata anche in URSS.

Nel 1925 Trockij aveva ormai perso la partita anche se la vittoria di Stalin fu sancita

definitivamente dal XV congresso del PCUS del dicembre 1927. Trockij fu condannato all'esilio

interno e poi all'espulsione dell'Unione Sovietica (1929). nel 1937 si stabilì a Città del Messico

dove fu ucciso da sicari di Stalin dopo lo scoppio della guerra mondiale (1940).

Nel 1931 aveva fondato la IV Internazionale che contestava l'Internazionale moscovita per

tradimento della dottrina marxista-leninista e per essere espressione di un'oligarchia di potere che

rinnegava il vero governo dei lavoratori.

L'epicentro della fine della guerra in Germania

Nel Parlamento tedesco il deputato cattolico Erzberg invitava il governo ad avviare trattative con il

nemico perché la guerra non stava portando i frutti sperati ma anzi soltanto un numero esagerato di

morti, anche se l'idea della guerra che si potesse vincere piegando il nemico era a portata di mano; il

più disponibile a prendere in considerazione questa prospettiva fu il governo degli Stati Uniti di

Wilson, anche se il presidente si trovò di fronte ad un atteggiamento molto “fermo” da parte degli

europei. L'esercito tedesco nel frattempo tentò un'ultima offensiva verso la Francia, ma venne

respinto e di conseguenza le truppe francesi insieme a quelle inglesi e americane si iniziarono a

spostare sempre più verso oriente. L'epicentro della fine della guerra riguarda le vicende che

accadono soprattutto in Germania; il 29 settembre del 1918 i due maggiori generali dell'esercito

tedesco Hindenburg e Ludendorff si recarono dal Kaiser facendogli capire che l'esercito non era più

in grado di affrontare la situazione e quindi non era più in grado di proseguire. Chiesero anche di

cambiare cancelliere. Il Kaiser affidò dunque la carica di cancelliere a Max von Baden (cugino

dell'imperatore). La sua condizione fu che prima di trattare la pace con le altre potenze bisognava

democratizzare il paese. Fu approvata una riforma costituzionale che trasformava lo Stato tedesco

parlamentarizzandolo. Max von Baden prospettò al Kaiser Guglielmo II l'idea di una abdicazione

nei confronti di un parente; il Kaiser si rifiutò perché vide questa cosa come molto umiliante.

Scoppiarono non solo scioperi nelle industrie, ma anche rivolte da varie parti dell'esercito e in

particolare nella marina. Il 9 novembre viene proclamata la rivoluzione ed il Kaiser scappò

all'estero, in Olanda (anche l'imperatore austriaco fece lo stesso).

In sostanza a formare il governo provvisorio fu il partito socialdemocratico; quello che è avvenuto

in Germania fu una rivoluzione alla cui origine c'era un forte ruolo giocato dalla socialdemocrazia.

Con la rivoluzione i vertici di questo partito fecero e promossero determinate scelte sulla base di 3

compromessi per porre fine alle rivolte interne e per riattivare un processo di promozione:

− il primo compromesso è con lo stato maggiore dell'esercito in cambio della impunità (in

cambio non ci sarebbe stata la messa in stato d'accusa dei vertici dell'esercito). Hindenburg

qualche anno dopo venne persino eletto presidente della Repubblica di Weimar

− Il secondo compromesso è con le organizzazioni degli industriali. Viene resa possibile

l'attività produttiva in Germania a fronte di alcuni provvedimenti come la giornata lavorativa

di 8 ore per esempio

− il terzo compromesso è con le classi dirigenti dei vari stati tedeschi. È un compromesso con

il quale si garantisce a queste classi che la Repubblica nascerà anch'essa su basi federali.

Nella rivoluzione del 1919 si costituiscono nuovi organismi politici molto simili a quelli dei Soviet

russi. Durante e immediatamente dopo il conflitto si verificano divisioni interne che portarono a

varie scissioni del partito socialdemocratico tedesco e che diedero vita al Partito socialdemocratico

indipendente tedesco nel 1917 e al partito comunista tedesco (Lega di Spartaco → maggiori

rappresentanti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht) nel 1919.

Nella guerra contro il governo bolscevico, i nostalgici dello zarismo (armate bianche) e i

rappresentanti dell'ultimo governo provvisorio (Kerenskij) erano intrecciati indissolubilmente tra di

loro. Nell'estate del 1918 ci fu lo sterminio di tutta l'ex famiglia reale da parte dei bolscevichi. La

guerra civile durò fino al 1921-1922 e coincise con una drastica militarizzazione della società russa.

Si parla di comunismo di guerra appunto per la drastica abolizione della proprietà delle terre e per il

maggiore sforzo nella produzione; la rivolta non era in nome della restaurazione dello zarismo ma

avviene in nome dei principi traditi dal nuovo governo.

Nel frattempo c'è la dissoluzione dell'impero ottomano; questo impero è ridotto alle dimensioni di

quella che è la penisola anatolica (Turchia). Ci fu una guerra con la Grecia che portò ad una

situazione complessa che si concluse nel 1913 con una nuova pace e che vide una trasformazione

interna di questo territorio anatolico grazie alla nascita della Turchia a guida nazionalistica.

La Germania ha avuto tanta importanza quanto la rivoluzione Russia sul piano mondiale in quanto

anche questo paese ha vissuto fasi molto complesse. Nella società tedesca, grazie all'esercito, ci fu

fin da subito una corrente ultra conservatrice convinta che la fine della guerra fosse stato il frutto di

un tradimento da parte di alcune forze politiche come per esempio i socialdemocratici e i cattolici.

Si parla di “pugnalata alla schiena o alle spalle” perché si pensa che la Germania sia stata tradita

dalla classe dirigente politica e dalla debolezza del kaiser. Questo mito portò alla caccia dei presunti

traditori.

IL DOPOGUERRA E LA MANCATA STABILIZZAZIONE INTERNAZIONALE

(Capitolo Sedicesimo)

16.3 I trattati di pace e la sistemazione geopolitica del dopoguerra

La guerra aveva fatto crollare quattro imperi: l'austro-ungarico, il tedesco, quello russo e l'impero

ottomano. Ciascuna delle aree investite dalla dissoluzione di questi imperi subì dinamiche

complesse, nelle quali principi di affermazione e di indipendenza nazionale si intrecciarono con

logiche di potenza e di dominio degli stati vincitori. La Conferenza produsse un complesso di

Trattati di pace che riguardavano i singoli stati alleati degli imperi centrali. Nell'ordine di

successione temporale, a partire dal giugno 1919 fino all'agosto 1920, furono firmati i seguenti

Trattati di pace con gli ex nemici dell'Intesa: il Trattato di Versailles con la Germania; il Trattato di

St. Germain en Laye con l'Austria, il Trattato di Neully con la Bulgaria, il Trattato di Trianon con

l'Ungheria e il Trattato di Sévres (agosto 1920) con la Turchia.

La Lettonia, l'Estonia, la Lituania e la Finlandia acquistarono l'indipendenza dall'ex impero dello

zar a seguito della pace di Brest Litovsk (marzo 1918) che anticipò, prima della conclusione del

conflitto, l'affermazione del principio di nazionalità nell'area del Baltico. Nella regione balcanica

nacque il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi divenuto Regno di Jugoslavia (1929), che

rispondeva all'aspirazione di Belgrado di costruire un grande stato balcanico con sbocco

sull'Adriatico.

Nel cuore dell'Europa acque lo stato repubblicano della Cecoslovacchia. Si trattò di un amalgama

instabile e conflittuale che prestò il fianco a forti condizionamenti esterni. Austria e Ungheria

furono ridotte a stati nazionali autonomi, con il vincolo, per la prima, di non riunirsi alla Germania.

La Romania colse dalla dissoluzione dell'impero asburgico, oltre che dall'arretramento della Russia

in preda alla guerra civile dopo la caduta dello zar, l'occasione per acquisire la Transilvania, la

Bessarabia, la Bucovina e la Dobrugia meridionale.

Complessa fu la vicenda dell'ex impero ottomano i domini di questo impero nel mondo arabo erano

stati spartiti fra Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (maggio 1916). L'Arabia

Saudita si era costituita in stato indipendente sotto il dominio di Hussein pascià, cui venne anche

promesso, nel corso del conflitto, di favorire la nascita di un grande stato arabo. La promessa non fu

mantenuta. Siria e Libano divennero mandato francese; la Palestina, la Giordania e l'Iraq mandati

britannico. Nel novembre 1917, con la dichiarazione del ministro degli Esteri Balfour, il governo

britannico riconobbe al popolo ebraico il diritto a costituirsi in national home in Palestina. Fu

l'avvio di un processo che favorì l'allargamento della colonia ebraica d'antico insediamento nella

regione grazie al flusso di immigrati e profughi, e in particolare negli anni Trenta e quaranta a

seguito delle grandi persecuzioni anti-ebraiche in Europa e nell'Unione Sovietica, e che si concluse

nel 1948 con la nascita dello stato di Israele.

Anche le colonie africane della Germania (Camerun, Togo e Africa Orientale tedesca) furono

spartite fra Francia e Inghilterra, salvo il territorio del Ruanda Burundi che fu unito al Congo belga

e l'Africa sud-occidentale che fu assegnata all'Unione sudafricana. Poiché l'Italia venne esclusa da

questa spartizione, Francia e Gran Bretagna permisero l'allargamento a oriente e a occidente della

Libia, mentre il territorio del Giuba passava sotto il controllo della Somalia italiana.

Il Trattato di Sèvres aveva espulso la Turchia dall'Europa, salvo Costantinopoli (Istanbul) e gli

Stretti, mentre la regione di Adrianopoli veniva ceduta alla Grecia. Oltre ad Adalia assegnata

all'Italia, la regione di Smirne assegnata alla Grecia e la Cilicia alla Francia, la Turchia perdeva

l'Armenia e il Kurdistan. La definitiva sistemazione della Turchia postbellica venne dal trattato di

Losanna (1923) grazie al quale la Turchia riacquistò nella quasi totalità i territori europei prebellici

e la sovranità degli Stretti, salvo la smilitarizzazione e il libero passaggio delle navi in tempo di

pace. Le isole del Dodecanneso passavano definitivamente alla sovranità italiana, mentre Cipro

restava britannica. L'Asia minore diveniva tutta sovranità turca, compresi Armenia e Kurdistan.

16.4 La diplomazia italiana e la questione di Fiume

Complessa fu la questione della definizione territoriale con l'Italia. Il presidente Wilson si oppose

drasticamente alla cessione della Dalmazia settentrionale all'Italia perché questo avrebbe leso il

principio di nazionalità nei Balcani, poiché la parte prevalente della popolazione non era italiana. La

diplomazia italiana non seppe gestire in modo adeguato la questione, perché da un lato rivendicò

l'applicazione integrale del Patto di Londra, che Francia e Gran Bretagna non potevano negare,

avendolo sottoscritto, pur non potendolo imporre agli Stati Uniti; d'altro lato, l'Italia aggiunse la

richiesta di Fiume sulla base del principio di nazionalità. In sostanza, quello che era un motivo di

contrasto fra due nazionalismi. Italiano e jugoslavo, divenne ragione di scontro fra la diplomazia

italiana e quella americana.

La rottura delle trattative provocò la caduta del governo Orlando (giugno 1919) e la sua sostituzione

con quello di Nitti, ancora più debole. Intanto in Italia si diffondeva, alimentata da correnti

nazionalistiche e combattentistiche, ma con eco dilagante nell'opinione pubblica, il mito della

“Vittoria mutilata”, espressione di derivazione dannunziana, ossia di vittoria pagata a caro prezzo e

che gli alleati non avrebbero voluto riconoscere e ripagare. Vista l'incapacità politica di risolvere il

problema, Gabriele D'Annunzio, eroe della guerra, a capo di militari dissidenti, di arditi, di futuristi,

di sindacalisti rivoluzionari si presentò a Fiume, accolto da una folla festante e senza che la

guarnigione italiana di stanza osasse fermarlo con la forza (settembre 1919).

Il trattato di Saint Germain en Laye con l'Austria (settembre 1919) assegnò all'Italia Trieste e

l'Istria, ma non la Dalmazia. Tutta la questione verrà risolta solo col trattato di Rapallo, firmato dal

overno Giolitti con la Jugoslavia (Novembre 1920). in base ad esso veniva riconosciuta la sovranità

italiana sull'Istria fino a Monte Nevoso e su Zara in Dalmazia. A Fiume veniva riconosciuto lo

status di porto libero. A Fiume nel frattempo era stata costituita una Repubblica autonoma,

denominata Repubblica del Carnaro, incubatoio dottrinale e politico della futura Italia fascista. Solo

col trattato di Roma (gennaio 1924) Fiume fu annessa all'Italia.

16.5 La sistemazione della Germania e la questione delle riparazioni

Il nodo della sistemazione dell'Europa del dopoguerra fu la Germania. Sui destini della Germania

gravarono diversi fattori negativi. C'era per esempio la necessità di definire la ricostituzione

territoriale dello stato polacco garantendone lo sbocco nel mar Baltico. Per fare questo fu necessario

dividere la Pomerania con un corridoio a sovranità polacca sottratto al territorio tedesco. Il porto del

corridoio sarebbe stato la città di Danzica che avrebbe ottenuto lo status di città aperta, non annessa

alla sovranità polacca. In pratica, il corpo territoriale della Germania veniva separato con la Prussia

orientale scissa da quella occidentale.

− La Polonia acquisì la Galizia e parte della Slesia.

− Lo Schleswig veniva assegnato alla Danimarca tramite plebiscito.

− A Occidente, la Germania restituiva l'Alsazia e la Lorena alla Francia e la regione di Eupen

e Malmedy al Belgio, tramite plebiscito.

− La regione mineraria della Saar veniva assegnata in gestione alla Francia per quindici anni,

salvo prevedere allo scadere un plebiscito di assegnazione definitiva.

− Il presidente Wilson si scontrò con Clemenceau respingendo la richiesta di quest'ultimo che

la Germania cedesse la regione renana, che avrebbe dovuto costituirsi in stato indipendente.

− La Francia fu costretta ad accettare la soluzione minimale della smilitarizzazione di 50 km a

partire dalla riva destra del Reno, oltre all'abolizione della coscrizione obbligatoria ed alla

riduzione dell'esercito tedesco alla consistenza di 100.000 uomini (di fatto solo i quadri di

carriera, ufficiali e sotto-ufficiali).

− Perdita delle colonie.

− Consegna di tutta la flotta tedesca

La questione delle riparazioni tedesche, previste dal trattato, divenne quindi cruciale. Esse

acquisirono sempre più nel tempo una valenza politica, oltre che economica. Il fondamento

giuridico delle riparazione stava nel presupposto, sancito dal Trattato, che la Germania fosse unica e

totale responsabile del conflitto.

La questione delle riparazioni riassumeva tutta la sua valenza economica quando la Francia tentava

di collegarla alla questione dei debiti interalleati, in particolare a quelli dovuti agli Stati Uniti. La

linea della rigida connessione delle due voci era difesa dalla Francia con l'argomento che l'alleanza

di guerra non poteva essere ridotta a fatto contabile. La questione si aggravò e si incancrenì dopo la

sconfitta di Wilson alle elezioni e la decisa svolta isolazionistica degli Stati Uniti. Il problema della

sicurezza collettiva in Europa, che era stato affidato alla Società delle Nazioni, ma anche alla

connessa volontà americana di giocare un ruolo di protagonista come garante acquistò un profilo del

tutto diverso e la Francia si sentì costretta ad usare gli strumenti a disposizione per sentirsi tutelata,

compreso l'uso politico delle riparazioni che giunse sino alla occupazione della Ruhr (gennaio

1923) per imporre con la forza i pagamenti, anche in natura, con conseguenze disastrose.

In sostanza la Germania doveva restituire delle somme consistenti di denaro, entro un certo numero

di anni, a paesi come Francia, Belgio, Polonia etc...Per l'entità delle riparazioni e per le modalità

con cui queste dovevano essere eseguite e portate a termine fu all'origine di numerose tensioni di

tipo politico ed economico in quanto era palese che la Germania stessa non era in grado di restituire

tutte quelle cifre entro quei tempi stabiliti. Si creò così un circolo vizioso in base al quale la

Germania fede largo ricorso a crediti/finanziamenti da parte degli Stati Uniti, e tutto questo non fece

altro che destabilizzare ulteriormente l'economia tedesca.

Questa fu una conferenza alla cui base stavano scelte gravide di conseguenze.

− La Russia non viene invitata; le potenze vincitrici non riconoscono il governo sovietico. Si

decidono le cose come se la Russia non contasse nulla e come se durante la guerra mondiale

non avesse fatto nulla.

− Non ci fu alcuna apertura nei confronti della Germania; non ci fu mai la minima possibilità

di apertura all'idea di trattare con la Repubblica tedesca, a partire dal fatto che ormai questo

paese fosse uno stato democratico in quanto aveva cacciato il kaiser. Il trattamento sarebbe

stato lo stesso anche se ci fosse stato il Kaiser.

− Il risentimento nei confronti del trattato era fortissimo.

− Tentativo di destabilizzazione ideato dal nuovo potere bolscevico. Fino al 1922 non c'è

stabilizzazione neanche dal punto di vista geografico in Russia; ci fu un tentativo di dare

vita ad una nuova ondata rivoluzionaria collettivista in Europa.

In questo disordine che si creò, in Germania alla fine della Guerra sembrò che qualcosa poteva

andare in quella direzione. In Ungheria si instaurò un modello simile a quello dei Soviet russi,

anche in Baviera si costituì una nuova Repubblica consigliare.

Ci fu una intenzione ben precisa da parte del gruppo dirigente bolscevico: nel marzo 1919 fu

organizzato un “convegno” dei gruppi che avevano scelto di staccarsi dalla vecchia Internazionale

socialista e si riconoscevano nella rottura rivoluzionaria avvenuta in Russia (Comintern).

ITALIA: CRISI DELLO STATO LIBERALE, BEINNIO ROSSO E DITTATURA FASCISTA

(Capitolo Diciottesimo)

La situazione italiana nel dopoguerra e le prime elezioni politiche

L'Italia fu il primo tra i paesi vincitori in cui la crisi del dopoguerra portò ad un tracollo del regime

liberale. Fu impressionante la velocità con cui questo fenomeno avvenne e che portò alla

costituzione de movimento fascista (marzo 1919) denominato Fasci italiani di combattimento,

promosso da Benito Mussolini. I fasci di combattimento furono all'inizio una delle tante e varie

organizzazioni che nacquero tra gli ex combattenti. Nell'ottobre del 1921 si trasforma in Partito

nazionale fascista. In soli tre anni quindi questo partito ha avuto la capacità di conquistarsi il potere,

e quindi uno spazio significativo nella politica italiana.

Che cosa accadde nelle prime elezioni politiche dopo la fine della guerra?

Nell'autunno del 1919 si svolgono le elezioni politiche generali con un criterio proporzionale; si è

passati dal sistema dei collegi uninominali ad una camera dei deputati attraverso la quale si

presentarono numerose liste. Il risultato fu clamoroso e devastante;

− il partito che prende più seggi e voti fu quello socialista

− il secondo fu il partito popolare italiano di ispirazione cattolica

− il partito liberale era frantumato in varie liste e la classe dirigente di questo partito per la

prima volta non acquisisce una maggioranza sicura. Nel Parlamento dovrebbe cercare

logicamente una qualche forma di alleanza con i cattolici

− alle elezioni presero parte anche i Fasci di combattimento nei collegi elettorali a Milano (il

giornale “Il Popolo d'Italia” aveva sede lì). I fasci non presero neanche un seggio ed

arrivarono ad acquisire a malapena 4000 voti, nonostante vennero candidati personaggi di

spicco e molto noti come Marinetti, Mussolini, Toscanini etc...

La domanda che sorge spontanea è: come è riuscito ad arrivare al potere questo partito?

Origini del fascismo italiano

1925-1926: attuazione dittatura tramite l'emanazione delle Leggi fascistissime (serie di norme

giuridiche che iniziarono la trasformazione di fatto dell'ordinamento giuridico del Regno d'Italia

nel regime fascista, ossia in uno Stato autoritario di tipo nazionalista, centralista, statalista,

corporativista ed imperialista), ovvero attraverso quell'atto formale che snaturò l'atto Costituzionale

dello Stato anche se lo Statuto Albertino non veniva toccato. Si consolidò così il regime fascista.

Nel marzo 1919 c'era stata la costituzione del partito.

Sansepolcristi venivano chiamati i partecipanti all'assemblea di Piazza San Sepolcro. La piazza fu la

sede nazionale del Partito Nazionale Fascista dal 1921 al 1924 e dal 1943 al 1945 del Partito

Fascista Repubblicano. Il termine Sansepolcrismo indicò quindi lo spirito originario del movimento

dei fasci di combattimento. Le caratteristiche e i partecipanti del movimento fascista furono:

− ex combattenti appartenenti alla piccola borghesia

− gli arditi del popolo, ovvero coloro che durante la guerra appartenevano alle prime linee

− studenti

Per quanto riguarda l'ideologia c'è da considerare l'unione di personaggi che avevano ormai

abbandonato la loro precedente ideologia attraverso la quale si ispiravano, come ex personaggi della

sinistra, ex sindacalisti rivoluzionari (per esempio Alceste de Ambris), ex socialisti come lo stesso

Benito Mussolini che aveva abbandonato il PSI per la sua posizione interventista nei confronti della

guerra, e gli anarchici. Mussolini, che era uno scrittore molto brillante, efficiente ed efficace, fondò

il giornale “Il Popolo d'Italia” che portò alla creazione dei “Fasci Italiani di Combattimento”.

Amadeo Bordiga, esponente più vicino a Mosca, ebbe un ruolo fondamentale nella scissione a

sinistra, in seguito alla quale nacque il partito comunista italiano. Fu infatti a capo della principale

corrente che portò alla fondazione del Partito Comunista d'Italia dopo la scissione avvenuta al

Congresso di Livorno del Psi nel 1921. Lottò apertamente contro l'egemonia stalinista nella Terza

Internazionale. Nell'ottobre del 1922 ci fu la Marcia su Roma e a Mussolini viene dato l'incarico, da

parte del re, di formare il nuovo governo. Fu un governo di ampia coalizione. Mussolini acquisì

ampia fiducia in pochissimo tempo. Questo fu un momento agghiacciante e terrificante per la storia

liberale; furono presi due provvedimenti:

− ampia delega per intervenire sul bilancio dello stato (provvedimento economico)

− cambiare la legge elettorale: 1923 legge Acerbo (provvedimento elettivo)

Mussolini ritornò ossessivamente più volte sul discorso che alla fine della guerra gli ex combattenti

dovevano guidare il paese. Era una interpretazione difficile ma molto efficace. Mussolini aveva una

forte abilità nel comunicare. Era un grande oratore. Nel frattempo ci fu l'occupazione della città di

Fiume, occupazione guidata da Gabriele D'Annunzio. Questi furono anni di confusione ed estrema

precarietà. Giolitti rimaneva ancora contrario all'intervento in guerra e sperava che si formassero

alcune coalizioni all'interno del governo, ad esempio tra i popolari e i socialisti. Sperava ancora nel

partito liberale.

Tra il 1919 e il 1922 il rapporto tra l'Internazionale comunista e il Psi richiedeva: l'espulsione dei

riformisti e l'adozione del nome comunista che avrebbe dovuto sostituire il nome socialista. Il Psi si

rifiutò di adottare queste misure per un senso di orgoglio ed appartenenza, anche se aderì comunque

all'Internazionale. Si arrivò successivamente ad una crisi manovrata da Mosca, che, facendo leva

sulle componenti più radicali del partito, cercava di fare pressione al fine di provocare la scissione

del partito stesso (scissione avvenuta a Livorno nel 1921).

18.1 Crisi politica e istituzionale del dopoguerra

Il dibattito sulla riforma della legge elettorale fu intenso nel dopoguerra. In esso s'intrecciavano

orientamenti contraddittori, come quelli che provenivano da sindacati e associazioni d'interesse che

chiedevano forme di rappresentanza corporativa. Era anche forte la pressione per l'astensionismo

del voto amministrativo e politico alle donne, sul modello di quanto stava avvenendo nei paesi

anglosassoni, in virtù del nuovo ruolo pubblico che la donna aveva assunto in Italia come in altri

paesi europei durante il conflitto. Nel 1919, grazie alla riforma del codice civile, la donna italiana

acquistò capacità giuridica, uscendo, almeno in modo parziale, da un completo stato di subalternità

all'uomo, padre o marito che fosse, nella famiglia. Il voto alle donne alla fine, non fu introdotto. Ma

la grande novità del sistema proporzionale a scrutinio di lista contribuì a dare forza nella politica

italiana alla nuova forma di partito, concorrendo ad accelerare il declino del ceto politico liberale

che non disponeva di un'organizzazione politica competitiva con quella dei popolari e dei socialisti,

non era in grado di presentare liste unitarie nei grandi collegi territoriali e si vedeva colpito nella

capacità di conquistare consensi nei piccoli collegi uninominali grazie al prestigio dei suoi

candidati.

D'altra parte, la legge elettorale proporzionalista favorì anche il partito socialista che nel dopoguerra

aveva ulteriormente rafforzato le sue posizioni estreme. Dal congresso tenuto a Bologna nell'ottobre

1919 era scaturita l'adesione alla Terza Internazionale leninista ed era stato confermato il disegno

rivoluzionario. La grande maggioranza del partito, che era massimalista, si era divisa solo sul

metodo per raggiungere l'obiettivo. Mentre la componente maggioritaria, detta degli elezionisti,

guidata da Lazzari e Menotti Serrati, intendeva portare il partito alla battaglia elettorale e alla

rappresentanza politica alla Camera, la componente minoritaria, sempre della maggioranza, detta

degli astensionisti e guidata da Bordiga e da Gramsci, affermava, con coerenza, la contraddittorietà

fra la presenza, sia pure rafforzata e in posizione di intransigenza, nelle aule parlamentare e il

disegno rivoluzionario. Questo obiettivo doveva essere perseguito fuori dal Parlamento, puntando

all'abbattimento delle istituzioni borghesi, come Lenin aveva fatto in Russia. Questa linea

astensionista era anche giustificata agli occhi di Bordiga e di Gramsci dal fatto che nel gruppo

parlamentare la minoranza riformista, guidata da Filippo Turati, sarebbe stata comunque più forte


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia contemporanea del prof. Scavino, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'età della globalizzazione, Rogari. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
- Premesse su ciò che avviene prima;
- La Restaurazione, la sua crisi e i Risorgimenti nazionali;
- L'Europa e il mondo dalla conclusione dei risorgimenti nazionali alla Grande Guerra;
- Le due guerre europee e la distruzione dell'Europa;
- Guerra calda e guerra fredda. Il conflitto globale;
- Verso un mondo multipolare. la caduta del muro di Berlino e la nuova globalizzazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Scavino Marco.

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