La rivoluzione russa
La caduta dello zar e i governi L’vov e Kerenskij
La manifestazione di maggiore portata e di più grande impatto nella storia mondiale del XX secolo della crisi del 1917 fu il crollo del potere dello zar in Russia. Essa avvenne a seguito di un processo di consunzione di un intero paese: la guarnigione di Pietrogrado, anziché sopprimere i moti, solidarizzò con la popolazione (marzo 1917, febbraio per il calendario russo).
La Duma espresse un governo provvisorio, lo zar abdicò in favore del fratello Michele, mentre contemporaneamente si formavano i soviet dei deputati degli operai e dei soldati, che si profilò essere un contraltare rispetto al governo in carica. Il governo L’vov varò una serie di provvedimenti liberalizzatori in tema di diritti civili e politici, oltre a riconoscere l’indipendenza della Polonia, tuttavia non ebbe l’accortezza di affrontare i due nodi principali che corrispondevano alle grandi aspettative del contadino russo: la terra e la pace.
Al tentativo di ribaltare il governo Kerenskij successivamente formatosi, da parte delle forze armate, portò alla liberazione di molti bolscevichi impegnati a combattere a fianco della resistenza popolare. A settembre i bolscevichi si impadronirono di Mosca e Pietrogrado.
La dottrina di Lenin
Il fattore determinante per la vittoria bolscevica fu il ritorno in patria di Lenin. Elaborò subito le Tesi di aprile, che davano al disegno rivoluzionario dei bolscevichi obiettivi pratici definiti: il trasferimento del potere ai soviet, la creazione della repubblica dei soviet, la pace, la nazionalizzazione del sistema produttivo e l’esproprio della terra. La prassi rivoluzionaria di Lenin precostituiva deliberatamente un potere dittatoriale: la dittatura del proletariato.
La rivoluzione d’ottobre
Nell’ottobre 1917, il soviet di Pietrogrado, sotto la guida militare di Trockij, acquisì il controllo della città e prese d’assalto il palazzo d’inverno. Poco dopo si costituì il governo dei commissari del popolo presieduto da Lenin, Trockij e Stalin. In quella condizione di precarietà, la sopravvivenza politica del potere di Lenin fu legata a due condizioni: la pace a qualsiasi condizione e la terra ai contadini. Pace di Brest Litovsk (1918) e provvedimenti di controllo di tutte le attività economiche e di nazionalizzazione della terra.
Comunismo di guerra e Comintern
In alcune zone si formarono governi provvisori antibolscevichi. Soprattutto dalla fine del conflitto, le forze occidentali fecero affluire truppe a sostegno del movimento dei bianchi. Il 16 luglio 1918 furono uccisi Nicola II e tutta la sua famiglia. La guerra civile ebbe fasi alterne, ma il 1921, con la pace di Riga, vide la definitiva vittoria dell’armata rossa. Nel corso della guerra civile era stata fondata a Mosca la Terza Internazionale, guidata da Zinov’ev, allo scopo di dare respiro mondiale alla rivoluzione russa. Veniva creato il PCUS, che si definiva come partito modello e guida.
La nuova politica economica e la successione a Lenin
La nuova politica economica NEP segnò una svolta nella conduzione economica della Russia: essa fu funzionale a rivitalizzare la produzione agricola ed industriale, reintroducendo elementi di economia libera. La produzione riprese a crescere e il mercato nero si ridimensionò.
Quando Lenin morì nel 1924, nel pieno della NEP, le diverse fazioni di bolscevichi si schierarono a sostegno dei due contendenti, Trockij e Stalin. Il primo aveva dalla sua l’essere stato uno dei maggiori esponenti rivoluzionari, mentre il secondo era il segretario del partito. La debolezza di Trockij derivò dalla sua avversione alla NEP e dal ribadire il principio che solo la diffusione nel mondo della rivoluzione l’avrebbe salvata anche in URSS. La sinistra bolscevica si schierò dunque con Trockij, la destra con Stalin, che l’ebbe vinta e condannò il primo all’esilio interno e poi all’espulsione dall’Unione Sovietica (1929).
Il dopoguerra e la mancata stabilizzazione internazionale
Cultura del dopoguerra, la società di massa e globalizzazione dei sistemi di potenza
La frattura della Grande guerra ebbe riflessi assai incisivi sulla cultura degli Europei e degli Americani: essa liquidò definitivamente i presupposti della cultura positivistica ed evoluzionistica. Ad esse si sostituì una visione del mondo che faceva perno sulla forza e sul suo corollario, ovvero l’uso della guerra come mezzo per imporre un nuovo ordine internazionale.
L’accelerazione storica determinata dalla guerra configurò l’Europa del dopoguerra come quella delle società di massa. La cultura dominante della forza e del dominio indusse i vincitori ad imporre una pace “cartaginese”, con conseguenze nefaste sulla capacità di stabilizzare un ordine internazionale.
L’anomalia delle relazione internazionali fra le due guerre
Nuovi sistemi di potenza che si stavano affermando o si erano affermati nel corso del conflitto, tuttavia la transizione internazionale per un nuovo ordine non si era conclusa al termine del conflitto per due motivi sostanziali: gli Stati Uniti di Harding avevano ripreso un indirizzo fortemente isolazionista (presupposto il fatto che il Pacifico e l’Atlantico fossero le insuperabili barriere della fortezza americana), mentre la neonata Unione Sovietica (1922) rimaneva ancora ai margini delle relazioni internazionali, visto che le potenze occidentali consideravano la rivoluzione leninista un grave pericolo politico e sociale che doveva essere combattuto.
In pratica quindi, si erano formate in Europa e nel mondo del dopoguerra, condizioni anomale e distorte rispetto ai reali rapporti di forza mondiali fra le potenze: ciò concorse a far sopravvivere un sistema di relazioni internazionali nel quale gli stati nazionali europei e il Giappone, operavano nell’illusione di poter gestire il destino del mondo secondo la logica del concerto di quelle che erano state le grandi potenze.
I Trattati di pace e la sistemazione geopolitica del dopoguerra
La guerra aveva fatto crollare quattro imperi: l’austro-ungarico, il tedesco, quello russo e l’impero ottomano. Dalla Conferenza di Versailles scaturirono nuove realtà statuali: il Trattato di Versailles con la Germania, il Trattato di St. Germain en Laye con l’Austria, il Trattato di Neully con la Bulgaria, il Trattato di Trianon con l’Ungheria e il Trattato di Sevres con la Turchia. Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia acquisirono l’indipendenza a seguito della pace di Brest Litovsk (1918). Nel cuore dell’Europa nacque lo stato della Cecoslovacchia. Austria e Ungheria furono ridotte a stati nazionali autonomi, con il vincolo per la prima di non riunirsi alla Germania. Complessa fu la vicenda dell’ex impero ottomano.
La diplomazia italiana e la questione di Fiume
Complessa fu la questione della definizione territoriale con l’Italia: non vi fu contenzioso riguardo Trento, Trieste e il sud Tirolo, ma il presidente Wilson si oppose drasticamente alla cessione della Dalmazia settentrionale, perché questo avrebbe leso il principio di nazionalità dei Balcani. La diplomazia italiana non seppe gestire in modo adeguato la questione, tanto che Orlando e Sonnino abbandonarono la Conferenza (1919). In Italia si diffuse il mito della “vittoria mutilata”.
Vista l’incapacità politica di risolvere il problema, Gabriele D’Annunzio si presentò a Fiume accolto da una folla festante: fu un colpo durissimo alla credibilità del governo e di tutto il ceto politico liberale alla vigilia delle elezioni politiche. La questione sarà risolta solo con trattato di Rapallo (1920), che riconosceva a Fiume lo status di porto libero.
La sistemazione della Germania e la questione delle riparazioni
Il nodo della sistemazione dell’Europa del dopoguerra fu la Germania: sui suoi destini gravavano infatti diversi fattori negativi. C’era la necessità di stabilire la ricostruzione territoriale dello stato polacco, garantendone lo sbocco sul Baltico, mentre la Prussia orientale veniva separata da quella occidentale. Per paradosso quindi, mentre gli stati vincitori della guerra potevano arrogarsi il diritto di costituire sovranità multietniche, gli stati sconfitti erano gli unici ad essere ricondotti alla loro dimensione nazionale.
La questione delle riparazioni tedesche divenne cruciale: esse acquisirono sempre più nel tempo una valenza politica. Il fondamento giuridico delle riparazioni era il presupposto che la Germania fosse l’unica responsabile del conflitto. La questione si aggravò quando, con la sconfitta di Wilson e la svolta isolazionistica degli Stati Uniti, la Francia si sentì in dovere di perseguire il disegno di sicurezza con mezzi propri, occupazione militare della Ruhr: l’azione fu fallimentare e non sortì altro effetto che prostrare ulteriormente l’economia tedesca annientando il marco.
Gli anni ‘20
Il mutamento dei sistemi politici degli stati nazionali europei
L’accelerazione storica determinata dalla guerra segnò anche la trasformazione politica degli stati nazionali europei. Il fattore di cambiamento determinante era stata l’irruzione delle masse nella vita politica e sociale. Le forme della politica segnarono un cambiamento radicale con la liquidazione dei sistemi oligarchici della rappresentanza con l’affermazione nella competizione politica dei partiti di massa, che avevano una configurazione ideologica marcata ed erano portatori di visioni globali. Nuovi mezzi di comunicazione politica per avere un rapporto con le masse divennero determinanti, come la propaganda e l’uso dei nuovi media.
Nei paesi dove il consenso alle istituzioni era ampio e i valori di identità nazionale condivisi, questa transizione condusse al consolidamento di democrazie pluraliste; laddove la modernizzazione politica di tipo democratico era ritardata, gli esiti furono drammatici: Russia, Italia.
Gli Stati Uniti, laboratorio del mondo
La democrazia americana godette fino al 1929 di un’espansione economica senza precedenti, assumendo il ruolo di leadership economica e sociale per tutti i paesi lanciati sulla strada del progresso: il salto di qualità compiuto negli anni ’20 riguardava la nuova concezione delle relazioni fra industria e società civile. Produzione finalizzata al consumo delle masse, abbattimento dei costi, vasta immissione di beni sul mercato, aumento dei salari: aumentando la produzione sarebbero aumentati anche i profitti.
Alla vigilia della grande crisi, gli Stati Uniti erano una società di consumi di massa, fortemente urbanizzata. Tuttavia negli anni ’20 la leadership americana non era né voluta né cercata: il tema dell’isolazionismo era ancora il nodo cruciale della politica estera americana, a cui si andarono ad aggiungere forti spinte protezionistiche nel biennio 1921-22, e il proibizionismo. Vecchie e nuove organizzazioni di difesa dell’identità americana si diffusero (Ku Klux Klan).
Nel complesso, la società americana degli anni ’20 era caratterizzata da spinte contraddittorie: conservatorismo sociale combinato ad un forte dinamismo economico.
Gran Bretagna, declino imperiale e stabilizzazione democratica
L’Inghilterra aveva già fatto passi da gigante sulla strada democratica: nel dopoguerra il sistema dei partiti si trasformò, ma senza sostanziali rotture. Declino del partito liberale a favore di quello laburista, nuovo organo di rappresentazione della sinistra operaia. Configurazione politica bipolare (il partito comunista fu isolato dai laburisti e non ebbe seguito).
La questione irlandese venne per il momento risolta riconoscendo l’indipendenza dell’isola (1919), fatte salve le contee dell’Ulster, che restavano sotto la sovranità britannica (anche se solo nel 1937 si giunse all’accettazione completa dell’indipendenza della Repubblica d’Irlanda). La stabilizzazione della democrazia britannica avvenne in un quadro di sostanziale declino del peso economico e internazionale dell’Inghilterra. I costi esorbitanti del conflitto erano stati fattori irreversibili del declino, e l’industria britannica perse progressivamente la capacità di esportazione in quelli che erano stati i suoi terreni privilegiati. Volontà di tenere alto il valore della sterlina e su posizioni elevate i salari.
Francia, sviluppo economico e transizione democratica
La transizione democratica della Francia fu di successo, ma più difficoltosa rispetto a quella britannica: a destra la frattura fra clericali ed anticlericali pareva sanata, a sinistra ci si spostò su posizioni rivoluzionarie. Difficoltà della sinistra gradualista e conseguente affermazione della destra, che portò uomini di sinistra come Clemenceau a far leva su strumenti di sicurezza collettiva per la Francia.
A Versailles la diplomazia francese puntò ad adottare mezzi di sottomissione politica ed economica della Germania (occupazione della Rhur, 1923). Nel 1924 il governo Harriot, con l’appoggio esterno socialista ebbe breve vita; nel 1926 Poincaré formò un governo di centro-destra. Nel complesso la Francia del dopoguerra superò la crisi grazie alla condivisione dei valori della Repubblica, cui si associò l’orrore per la guerra.
Sotto il profilo economico, gli anni ’20 furono per la Francia un decennio di grande sviluppo economico: svalutazione del franco che favorì le esportazioni, basso tasso di sindacalizzazione, apporto di mano d’opera straniera.
La Repubblica di Weimar e la stabilizzazione democratica mancata
La Repubblica di Weimar fu un caso di transizione democratica mancata. Il modello era quello di una repubblica parlamentare, nella quale il governo era legato al rapporto di fiducia col Reichstag.
La debolezza delle istituzioni democratiche dipese da fattori interni ed esterni: fra quelli esterni in primo piano ci fu la pressione della Francia, fra quelli interni la diffusa convinzione che la sconfitta fosse stata determinata dal tradimento dei politici, che avevano colpito alle spalle l’esercito (all’interno della Repubblica sopravvissero veri e propri corpi separati che non le furono mai leali, fra questi il nucleo delle forze armate); inoltre la debolezza economica spostava sempre più avanti la ripresa tedesca, consolidando la sfiducia verso la Repubblica.
Dal 1919 al 1925 fu al governo il socialdemocratico Ebert (nel 1920 si assistette al primo tentativo di colpo di stato, tentato dal generale Kapp, ma il più pericoloso fu quello di Hitler nel 1923). La morte di Ebert e la vittoria alle presidenziali del maresciallo Hindenburg, sostenuto dalla destra, fu un altro sintomo della debolezza della Repubblica.
La grande crisi, Hitler al potere e la distruzione della Repubblica
L’equilibrio instabile che reggeva la Repubblica, crollò con la grande crisi economica, che colpì la Germania più duramente essendo un paese molto avanzato sulla via dell’industrializzazione. La disoccupazione crebbe vertiginosamente.
Gli effetti politici della crisi furono l’esplosione del conflitto fra socialdemocratici e ceto medio tedesco, che determinò un rapido processo di delegittimazione delle istituzioni repubblicane; la crisi era avvalorata dalla convinzione che la Germania fosse vittima di un complotto internazionale.
A partire dalle elezioni del 1930 si manifestò il fenomeno della radicalizzazione politica che vide, nel 1932, il trionfo del partito nazista. Il periodo di crisi era alle spalle: Hitler rifiutò la cancelleria puntando ai pieni poteri, che gli vennero conferiti da Hindenburg nel 1933.
Italia. Crisi dello stato liberale, biennio rosso e dittatura fascista
Crisi politica ed istituzionale del dopoguerra
Il declino del ceto liberale risaliva già a prima della guerra. I mutati orientamenti di Benedetto XV, superano il contrasto fra stato e Chiesa e modificarono radicalmente la situazione della politica cattolica: nel 1919 don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare italiano, che non era ancora il partito ufficiale dei cattolici, ma cattolico di ispirazione lo era ed interclassista, collegato alla CIL. Nuova forma di partito che si proponeva mediatrice fra istituzioni e società civile.
La prima vittoria del partito popolare fu l’introduzione del sistema elettorale proporzionale a scrutinio di lista; forte era anche la pressione per l’estensione del voto alle donne, che nel 1919 avevano acquisito capacità giuridica. Il nuovo sistema proporzionale contribuì a dare forza alla nuova forma di partito, accelerando il declino del ceto liberale.
Altri fattori si aggiunsero al declino del partito liberale: la decisione di Orlando di abbandonare le trattative di Versailles, subire l’occupazione di Fiume sotto il governo Nitti, ecc.
Aspetti economici e sociali della crisi
Sul piano economico e sociale, le occupazioni delle terre avevano spinto il padronato italiano a chiedere al governo di intervenire per contenere l’azione delle leghe rosse, senza che le autorità dello stato riuscissero a reagire.
Nel 1921 si assistette ad una grave crisi bancaria e il movimento operaio fu un in grado di mettere in atto azioni rivendicative di difesa dei salari, mentre il ceto medio doveva assistere all’ascesa politica ed economica di quei ceti subalterni che erano riconducibili alla sinistra di classe e cattolica, covando sentimenti di rivalsa.
La legislatura 1919-1921
I risultati elettorali del 1919 accelerarono la crisi. I liberali persero la maggioranza: i popolari gli avevano eroso consensi. Il governo Nitti si trovò costretto ad attivare la collaborazione coi popolari (laici insieme ad un partito d’ispirazione cattolica), ma si trattò di un’alleanza precaria. Il ritorno al potere di Giolitti nel 1920 sembrò essere il momento di svolta verso la ripresa di forza e credibilità delle istituzioni: si chiuse la questione di Fiume, venne risanata la finanza pubblica.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, prof Capozzi, libro consigliato L'età della globalizzazione, storia del mondo…
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Ungari Andrea, libro consigliato L'età della globalizzazione. Storia de…
-
Riassunto esame storia contemporanea, prof. Scavino, libro consigliato L'età della globalizzazione, Rogari
-
Riassunto esame Istituzioni di storia contemporanea, prof. Roccucci, libro consigliato Storia e globalizzazione, Ag…