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Introduzione

Viene posta al centro la questione dei rapporti tra giornalismo e potere – tema strettamente legato a quello dei legami tra media e potere – e quella degli strumenti attivati dal secondo per influenzare e piegare ai propri fini il primo. Come sappiamo dagli studiosi di comunicazione, i mass media sono elementi essenziali per la vita delle istituzioni sociali; il tramite attraverso il quale si svolgono fatti fondamentali della convivenza civile; il luogo in cui si “costruiscono, si conservano e si manifestano” grandi cambiamenti culturali; gli strumenti capaci di definire, modellare, interpretare l'esistenza stessa degli uomini.

Anche i prodotti giornalistici (quotidiani, radiogiornali, telegiornali) rappresentano degli spazi in cui il potere viene costruito, dei mezzi – per nulla neutrali – attraverso cui le relazioni di forza vengono stabilite tra attori politici e sociali. Talvolta essi possono influire sulla sfera pubblica al punto da decretare l'esistenza o la scomparsa di un personaggio politico, il successo di un progetto di governo, gli esiti di un tentativo di scalata finanziaria.

Va anche osservato che se il mondo dell'informazione ha dovuto soggiacere, sin dalle sue origini, a numerosi tentativi di controllo, sia da parte dei privati, sia da parte dello Stato, talvolta i rappresentanti della professione giornalistica si sono messi al servizio di questi ultimi senza essere stati indotti a farlo da particolari pressioni o condizionamenti. In Italia come in altri paesi, specie a partire dagli ultimi decenni del secolo e soprattutto nel settore dei periodici, molti giornalisti si sono per giunta dovuti ritagliare un ruolo da manager aziendali.

Tutto questo non equivale ad asserire che la diffusione delle informazioni attraverso i media abbia agito sempre e solo in senso manipolatorio o funzionale al potere; al contrario essa ha spesso garantito l'affermarsi di altre preziose funzioni, nutrendo nuove aspirazioni, veicolando immagini e stili di vita provenienti da culture e paesi lontani, fornendo a persone socialmente molto diverse dei linguaggi comuni di relazione, favorendo il diffondersi di un maggiore pluralismo culturale e politico. I mezzi di informazione sono del resto anche dei tipici strumenti a doppia mandata: da un lato influenzano i gusti e le inclinazioni del pubblico, dall'altro ne vengono condizionati e tendono a ritagliarsi attorno ad essi. Qualsiasi giornale o telegiornale incarna una qualche forma di “partigianeria” e, prima ancora di “essere scelto”, “sceglie” i propri lettori o telespettatori, individuando i profili – politici, sociali e culturali – attorno a cui ritagliarsi.

Anche la sostanziale assenza di “editori puri” - e l'elevata presenza di industriali e finanzieri attivi nel settore informativo per ragioni diverse da quelle strettamente imprenditoriali – ha molto condizionato il livello e l'”indipendenza” del giornalismo in Italia. Sebbene il numero di giornalisti transitati senza troppe scosse attraverso cambi di testate, governi e regimi sia spesso un risultato piuttosto elevato, dovremo sforzarci di contestualizzare in maniera adeguata questa tendenza all'arrendevolezza e al camaleontismo manifestata dai professionisti della penna italiani a partire dagli anni successivi all'unificazione, senza nemmeno dimenticare che, a partire dalla legge 31 dicembre 1925, il lavoro giornalistico ha assunto lo status di “professione” al pari di quelle di medico o di avvocato. Una sentenza del tribunale civile di Roma dell'aprile 1901 aveva ad esempio disposto che, nel caso in cui un mutamento sostanziale di indirizzo politico di un giornale avesse snaturato l'obiettivo della prestazione, rendendola non corrispondente alla coscienza e alle intime convinzioni del giornalista, quest'ultimo avrebbe potuto richiedere la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni.

Giornali finanziati dallo stesso governo o da un medesimo imprenditore possono risentire significativamente dei modi che il direttore e i giornalisti hanno di recepire gli stimoli ricevuti. Ancora oggi molti osservatori ricordano come la figura del giornalista tenda a suscitare sentimenti oscillanti tra l'ammirazione e la diffidenza, tali per cui un professionista dell'informazione possa risultare, nello stesso tempo, “un testimone imparziale”, “un osservatore cinico”, “un interprete partigiano”, “un ribelle” o “uno smaliziato travisatore”.

Sul piano dell'evoluzione degli strumenti di informazione e della comunicazione, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del XX secolo si sono verificati sviluppi di particolare rilievo. Sistemi come internet hanno favorito per la prima volta nella storia la formazione di canali “orizzontali” di dialogo, attivabili in tempo reale e quasi ovunque attraverso le e-mail, i blog e altri sistemi; questi canali hanno finito per accrescere il ruolo del pubblico. Le evoluzioni nel settore informatico hanno finito per aprire quindi la porta a una frontiera rivoluzionaria e non priva di rilevanti risvolti pratici, anche nella direzione di una crescente “democratizzazione” dell'accesso ai media. Il loro potenziale “democratico” ha dovuto sin dall'inizio confrontarsi con un crescente “concatenamento delle grande aziende mediatiche”. Se oggi attraverso il web tutti cittadini sono potenzialmente in grado di inviare e condividere messaggi e informazioni, non tutti – a causa della particolare morfologia della rete – godono delle stesse prerogative di fare breccia tra il pubblico. Gran parte del traffico si concentra anzi su pochi nodi privilegiati, con una concentrazione gerarchica di pagine e contatti determinata dal peso specifico degli operatori.

Si tratta di una delle conseguenze della particolare connotazione storico-politica di un paese come l'Italia, in cui una ristretta oligarchia economica e politica ha guidato tutti i passaggi decisivi della sua vita, riproducendo un modello spiccatamente “gerarchico nella distribuzione della ricchezza e del potere”, di cui un tratto essenziale appare proprio il controllo dei canali di informazione.

1. Le premesse

All'alba di una storia

L'apertura di una nuova era per la storia dell'editoria si lega a un preciso luogo, Magonza, e a una specifica figura, il tipografo tedesco Johann Gensfleisch zur Laden il quale attorno al 1450 diede vita al primo esemplare di Bibbia stampato con “caratteri mobili”. Sebbene le lontane radici di questa tecnologia di stampa non vadano probabilmente ricercate in Europa ma in Asia, il sistema adottato da Gutenberg permise la realizzazione in Occidente di “una separazione e un'estensione delle funzioni umane” sino a poco tempo prima immaginabile, rendendo il prodotto stampato una delle pochissime merci realmente riproducibili in serie.

La scoperta di Gutenberg rese possibile lo sviluppo delle prime timide espressioni di “giornalismo” ante litteram. Fu il caso dei cosiddetti avvisi e fogli di notizie. Inoltre attorno agli anni Sessanta del Cinquecento a Venezia si diffusero i broglietti, il cui nome deriva dalla piazza antistante il Palazzo Ducale (il brolo), dove la gente si incontrava per fare affari o anche solamente per scambiarsi pettegolezzi. I pubblici poteri si preoccuparono sin dall'inizio di sfruttare a proprio vantaggio il crescente potenziale di questi strumenti e di attivare su di essi severi controlli, arbitrarie interferenze e pesanti discriminazioni, attraverso, ad esempio, la concessione del privilegio di stampa.

I primi anni del Seicento segnarono la nascita di un aspetto divenuto peculiare del giornalismo “moderno”: il carattere periodico delle pubblicazioni, all'interno delle quali le notizie iniziarono a essere disposte secondo un criterio gerarchico. Dal punto di vista tecnico, il cronista del Seicento lavorava senza grandi supporti di personale, potendo contare al massimo sulla collaborazione di qualche aiutante. Relativamente moderni e indipendenti dal potere politico furono in Olanda i cosiddetti corantos: fogli a cadenza settimanale o bisettimanale generalmente attivi grazie al lavoro di un certo numero di corrispondenti che inviavano notizie dai principali centri.

Tutto questo permise la nascita di un'altra figura tipica del giornalismo “moderno”, quella del “lettore abituale”. Nella Penisola italiana questi primi fogli a cadenza periodica nacquero tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del Seicento in centri come Venezia, Firenze, Genova, Roma, Bologna, Milano e Torino.

Il XVII secolo si chiuse con un avvenimento di un certo rilievo per i destini del giornalismo e della carta stampata: nel 1695 il governo inglese, non rinnovando il cosiddetto Licensing Act (provvedimento con cui era stato ribadito il regime di censura preventiva), pose il suo sigillo su una nuova dialettica tra stampa e potere: il successo fu solo parziale per i fautori della libera informazione. Esso non mise infatti in discussione il diritto di intervento a posteriore su quanto stampato e nemmeno il regime di tassazione sulle pubblicazioni periodiche.

Nel 1702 nacque a Londra il primo quotidiano a cadenza “regolare” della storia della stampa, il “Daily Courant”. Proprio l'Inghilterra divenne anche teatro di un altro processo; lo sviluppo di un giornalismo di tipo “culturale”, non alieno da aspirazioni “moralistiche e pedagogiche”, di cui furono espressione alcuni settimanali come “The Weekly Review” e “The Examiner”, ma anche il trisettimanale “The Tatler” di Richard Steele e il quotidiano “The Spectator” fondato dal politico, scrittore e drammaturgo Joseph Addison.

Inoltre nel 1785 John Walter diede vita, sempre a Londra, a un quotidiano destinato a percorrere una lunghissima esperienza: “The Universal Daily Register”, poi divenuto nel 1788 “The Times”. Due anni dopo con la Costituzione federale di Filadelfia e con l'approvazione il 25 settembre 1789 del Primo emendamento, nelle ex colonie d'Oltreoceano fu disposto il divieto, per il Congresso, di fare leggi che potessero limitare il diritto di informazione.

Anche per l'Italia il Settecento fu un secolo di notevoli sviluppi nel campo della stampa. Se le gazzette continuarono a rivestire un ruolo di rilievo, nel secondo cinquantennio del secolo iniziarono ad affermarsi alcuni fogli rivolti soprattutto a un pubblico di ceti urbani interessati anche a un'informazione economica, agricola e medica. Con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, approvata il 26 agosto 1789, fu ufficialmente sancito il diritto di parlare, scrivere e stampare, fatto salvo l'obbligo di rispondere penalmente degli “abusi” compiuti nell'esercizio del diritto stesso. Il 7 novembre del 1797 Napoleone fece approvare, prima di lasciare Milano, una legge che delegava alla vigilanza del potere esecutivo la cosiddetta “polizia tipografica”.

Lo stesso pubblico dei lettori, per quanto ancora limitato, era del resto andato definitivamente allargandosi rispetto al periodo pre-rivoluzionario e la medesima espansione si era registrata in rapporto al numero delle testate pubblicitarie. Le notizie dall'interno iniziarono a prevalere su quelle dall'estero, mentre fu visibilmente migliorato il tasso qualitativo delle illustrazioni. Fecero la loro comparsa i primi quotidiani (tra cui il “Giornale Italiano” di Vincenzo Cuoco nato a Milano come trisettimanale nel 1804 e trasformatosi in quotidiano nel giugno 1805), all'interno dei quali i compilatori unici iniziarono a essere affiancati da altre figure, come quelle del direttore, del collaboratore e del redattore. Ci fu quindi un'evoluzione nella struttura e nelle funzioni dei giornali, strumenti ai quale erano ormai attribuite prerogative molto ampie.

Stampa e “giornalismo” all'inizio del XIX secolo

A livello governativo andarono rafforzandosi le certezze sui vantaggi ricavabili da un'oculata gestione della stampa; la sua crescente diffusione pose per la prima volta i regnanti di fronte al problema di doversi auto-rappresentare attraverso i giornali, di dover difendere e alimentare una propria “immagine pubblica”.

Nel Regno Lombardo-Veneto gli austriaci, dopo aver soppresso il “Giornale Italiano” e “Il Corriere Milanese”, rifondarono la “Gazzetta di Milano” e ne fecero il foglio privilegiato. Nei territori sabaudi invece operava addirittura una censura ecclesiastica molto dura e gli spazi per la trattazione di temi politici furono sin dall'inizio ridotti al minimo o riservati agli incolori fogli “ufficiali”. Migliore fu la situazione nel Granducato di Toscana, dove accanto al foglio ufficiale, il “Giornale Politico di Firenze”, riuscirono ad affermarsi alcune riviste, come il “Il Saggiatore” e vari giornali umoristici come “Il Raccoglitore” e “Il Vagliatore”, che tentarono qualche timida apertura rispetto ai problemi politici e sociali della propria patria. A Roma rinacque l'ufficioso “Diario di Roma”, mentre nel Regno delle Due Sicilie fu solo consentita la sopravvivenza di alcuni fogli ufficiali, come il “Giornale delle Due Sicilie”.

La tensione ideale del giornale milanese fu proposta nel Granducato di Toscana da un foglio come “L'Indicatore Livornese” (1829) e a Genova da “L'Indicatore Genovese” (1828), di cui fu collaboratore anche Giuseppe Mazzini. In vari centri dell'Emilia Romagna furono costituiti, ad opera di gruppi carbonari, governi provvisori che, prima di essere soffocati dall'intervento austriaco, favorirono la comparsa di nuove testate e il riorientamento politico di quelle esistenti; a Modena il “Monitore Modenese”, a Bologna fogli come “Il Moderno Quotidiano Bolognese”, “Il Precursore” e “Il Monitore Bolognese”. Mazzini da Marsiglia invece diede vita a una sua rivista, “La Giovine Italia”, organo dell'omonima associazione politica insurrezionale, uscita a partire dal marzo 1832 in sei fascicoli a cadenza irregolare.

Nel complesso nel corso degli anni Trenta e Quaranta si andarono anche rafforzando significativi germi di un nuovo modello di stampa “politica”, capace di favorire la formazione di un'”opinione pubblica liberale”, se pure dai toni piuttosto moderati e cauti. Nel Piemonte di Carlo Alberto questa tendenza fu espressa da un tipografo e promotore di cultura come Giuseppe Pomba. I suoi moderni stabilimenti tipografici permisero per la prima volta a un editore italiano di pubblicare periodici a grande tiratura. Proprio a lui inoltre si deve il primo esperimento di settimanale illustrato: “Il Mondo Illustrato” (1846). Le maggiori aperture al progresso civile, sociale e culturale e alle nuove aspirazioni liberali e unitarie si manifestarono tuttavia in Lombardia, dove le esperienze di periodici come la “Rivista Europea” e il mensile “Il Politecnico” di Cattaneo furono testimonianza di una sempre maggiore fiducia nella stampa come fattore di crescita civile e di diffusione di cultura.

Non insignificante fu anche lo sviluppo di una stampa di carattere “popolare” promossa da esponenti della borghesia illuminata; interessata a superare la tradizione degli almanacchi, delle strenne e dei lunari essa fu ad esempio rappresentata dalle “Letture popolari” (di Lorenzo Valerio), periodico nato a Torino nel gennaio del 1937 e capace di raccogliere un certo consenso tra le classi artigiane, operaie e contadine.

Tecnologie e informazione: un meccanismo a doppia mandata

In un contesto politicamente, socialmente ed economicamente in evoluzione, divenne quasi indispensabile adattare gli strumenti tecnologici alle nuove esigenze, al fine di velocizzare i tempi di raccolta delle informazioni e ampliare i volumi di produzione dei giornali. In campo tipografico fu introdotta la stampatrice a vapore piano-cilindrica (brevettata a Londra da Friedrich Konig), capace di sfornare sino a 1200 copie all'ora; nel 1827 fu eseguito il primo esperimento di fissazione su lastra di una immagine fotografica; nel 1837 fu brevettato, per opera dell'americano Samuel Morse, il primo telegrafo per la trasmissione via cavo di testi e notizie. Anche il rivoluzionario sistema della rotativa si estese all'Europa, consentendo di triplicare i volumi di produzione e di ridurre considerevolmente i costi, rispetto alla stampatrice a vapore di Konig.

Tutte queste trasformazioni portarono però a conseguenze sul piano economico e sociale. L'introduzione del torchio a vapore nella tipografia del “Times” produsse ad esempio una durissima protesta da parte degli operai, una parte dei quali divenne ben presto in esubero. In altri casi, pensando all'introduzione del telegrafo, le innovazioni produssero un aumento esponenziale delle informazioni disponibili e quindi maggiori rischi di un loro “invecchiamento” precoce, con la conseguente comparsa di una durissima competizione fra giornali per ottenere scoop e giungere sempre per primi sul luogo dei fatti. In altri casi ancora, si pensi al miglioramento del sistema dei trasporti e dell'organizzazione postale, le innovazioni introdotte permisero la diffusione di testate in aree geografiche prima inaccessibili o raggiungibili con molto ritardo.

Ci fu dunque il rapido sviluppo delle cosiddette agenzie di stampa, ovvero strutture specificamente deputate alla raccolta e alla fornitura ai giornali delle informazioni. La prima di queste, la Havas, fu fondata a Parigi nel 1835; le informazioni inviate ai giornali non erano pagate con denaro ma con spazi pubblicitari, che venivano poi venduti dall'agenzia a commercianti e industriali. Furono create altre agenzie tra cui la Wolff a Berlino e la Reuters a Londra. Nel gennaio del 1853 nacque in Italia la prima struttura di questo tipo: la torinese Agenzia Stefani telegrafia privata.

In Inghilterra il nuovo Libel Act, approvato nel 1843, dispose la dispensa dei giornalisti dall'onere di prova per gli articoli di denuncia contro i funzionari dello Stato, garantendo un accrescimento del potere di “controllo”.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Scavino Marco.
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