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Mauro Forno – Informazione e potere

Le premesse

La stampa nasce nel 1450 a Magonza, con la stampa della prima Bibbia a caratteri mobili. Alcuni considerano la nascita della stampa addirittura il germe del capitalismo. Nacquero le prime forme di giornalismo ante litteram, come i fogli di notizie nati in Italia nel 1470, che erano monotematici. Da subito i governi iniziarono ad interferire con la stampa attraverso il “privilegio di stampa”, in vigore in quasi tutto l'Occidente fino alla fine del 700. Già da allora fu chiaro come anche forme così embrionali di giornalismo potessero esercitare una grande influenza sulle opinioni.

Nel 600 le informazioni iniziarono ad essere pubblicate regolarmente e con un criterio gerarchico. Il cronista al tempo lavorava da solo o in piccoli team e si occupava non solo della stesura ma anche della raccolta delle informazioni e di tutta la logistica. Famosi furono i corantos olandesi, fogli a cadenza settimanale che fruttavano l'evoluta rete di comunicazione del paese. In Inghilterra si diffusero i primi fogli che si occupavano di cronaca e che presentavano i primi annunci pubblicitari, che resero le pubblicazioni indipendenti dai regnanti.

In Italia i fogli a cadenza periodica nacquero nel 1630 in centri come Venezia, Firenze, Genova, Roma e Milano. Nel 1695 il governo inglese abolì il Licensing Act aprendo una nuova dialettica sulla libertà di stampa, abolendo la censura preventiva, aprendo quel percorso che porterà l'Inghilterra ad essere uno dei baluardi della cultura dell'informazione. Nel 1702 nacque il Daily Courant, un quotidiano che per primo promise un'informazione corretta e trasparente, introducendo tra l'altro concetti come la deontologia giornalistica e la regola delle 5 w.

Negli anni successivi in Inghilterra si diffusero molti quotidiani, tra cui il The Times che nacque nel 1788, proponendo per primo una grafica simile a quella dei quotidiani contemporanei. Nel 1789, negli USA fu approvato il Primo Emendamento che garantì la libertà di espressione (ancora in vigore). In Italia nel 700 nuovi fogli specialistici (economia, agricoltura, medicina) affiancarono le gazzette più tipicamente vicine al potere.

Fu la Rivoluzione Francese, e la conseguente parentesi napoleonica, a dare la definitiva spinta al neonato mondo giornalistico con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo (1789). In Italia partirono le prime forme di contrasto alla libertà di stampa da parte del Regno Lombardo-Veneto, che riteneva pericolose “per la pubblica quiete” le informazioni provenienti dalla Francia.

Con la Restaurazione, il temporaneo clima liberale venne ovviamente soppresso, non cancellando però del tutto i passi fatti: non si tornò più infatti alle gazzette legate alle case regnanti. Nell'800, la litografia permise l'integrazione di illustrazioni qualitativamente superiori e i “compilatori unici” vennero sostituiti da team formati da direttore, collaboratore e redattore.

Stampa all'inizio del 1800

Con il ritorno degli antichi sovrani ritornò però l'obbligo di autorizzazione della stampa, che causò un diffuso servilismo dei giornalisti. Nel Regno Lombardo-Veneto gli austriaci soppressero i giornali locali e istituirono la Gazzetta di Milano. I territori sabaudi furono invece influenzati da una durissima censura ecclesiastica. Migliore la situazione toscana che vide diffondersi testate umoristiche.

Dopo il 1820, con i moti rivoluzionari in Italia e Spagna, le aspirazioni liberali tornarono a diffondersi. Nel 1828, Mazzini pubblica sull'Indicatore Genovese le prime aspirazioni di unità nazionale. Moltissime testate nacquero e vennero poi censurate dagli austriaci. Da Marsiglia, Mazzini nel 1832 fonda la pubblicazione clandestina Giovine Italia, organo dell'omonima associazione politica insurrezionale. Nonostante la censura attiva anche nel Regno Sabaudo, l'imprenditore Pombari riuscì a diffondere la propria testata illustrata in grande tiratura, grazie alla raffinatezza tecnologica del suo stabilimento.

Nacquero le prime testate non indirizzate a intellettuali ma al popolo, pensiamo alle “Letture Popolari” di Lorenzo Valerio a Torino, che si rivolgeva alla gente comune in modo da suscitare una lotta condivisa contro la povertà e la miseria.

Tecnologia e informazione

Dal 1450 al 1814 non ci furono rilevanti evoluzioni delle tecnologie di stampa. Arrivò però in quest'anno la stampatrice a vapore di Konig, che permise di stampare più di 1200 copie all'ora, e il telegrafo, in grado di comunicare informazioni a grandi distanze. Poco dopo, il modello americano della rotativa sostituì quello a vapore di Konig velocizzando ulteriormente la stampa. Nacque la corsa allo scoop e la spedizione postale dei quotidiani. Nel 1835 a Parigi nacque Havas, la prima agenzia di stampa. Seguirono la Reuters di Londra e, solo nel 1985, la torinese Agenzia Stefani in Italia.

La notizia iniziò ad acquisire valore economico e la pubblicità divenne la prima fonte di finanziamento dei giornali. In America settentrionale, nel 1833 stava avvenendo un boom demografico ed economico, i tassi di alfabetizzazione erano più alti che in Europa e la tutela legislativa per la stampa era migliore. La stampa si diffuse ampiamente e nacquero fenomeni come la penny press, ossia quotidiani venduti al prezzo politico di 1 penny, come The Sun, quotidiano venduto da strilloni con un taglio molto sensazionalistico, da molti ritenuto il padre del giornalismo moderno. Su un taglio più serio e rigoroso seguì il NY Times nel 1851.

Gli editti sulla stampa del 1847-48

Anche nei piccoli regni italiani sembrava cambiare qualcosa. Pio IX avviò una politica più tollerante verso la stampa (purché non offendesse la chiesa) e in molti regni la censura preventiva divenne repressiva (un timido miglioramento). A Milano, nei mesi compresi tra le Cinque Giornate e il ritorno al potere degli austriaci, nacquero una cinquantina di nuove testate, mentre a Venezia un centinaio.

Nel Regno di Sardegna, lo Statuto Albertino di Carlo Alberto introdusse l'Editto sulla stampa nel 1847, composto da 91 articoli, che di fatto eliminavano la censura preventiva ma non quella a posteriori e fissò una serie di regole, come i requisiti per la pubblicazione e il ruolo del “gerente responsabile”. Diverse testate, in questo clima temporaneo, poterono fare grossi passi in avanti: pensiamo a La Gazzetta del Popolo, il primo penny press italiano (5 lire).

L'Italia alla vigilia dell'unificazione

Con l'avvento di Cavour il Piemonte si impone come il centro per la stampa della penisola, tra le altre cose. Tra il 1857 e il 1858 nel Regno di Sardegna si raggiunse la cifra di 117 periodici, di cui 53 a Torino, che aveva 32 tipografie e 780 operai. Ben meno ricco il panorama negli altri regni della penisola. Per tutto il periodo pre unitario la vigilanza dei governi sulla stampa fu molto rigida, in particolare in relazione ai reati d'offesa e di apologia all'assassinio politico, oltretutto osteggiandola finanziando le testate amiche.

Dal 1861 alla crisi di fine secolo

La seconda rivoluzione di stampa

In alcuni paesi europei nascevano le prime leggi per i diritti civili e politici, nascevano nuovi sistemi fiscali e i primi sindacati. Si estendevano le reti elettriche, i prodotti in commercio aumentarono esponenzialmente. Dopo il 1875 la tecnologia per la stampa vide nuovi perfezionamenti che abbassarono i costi di produzione. Dopo l'unificazione del 1861, la legislazione sabauda fu estesa a livello nazionale, eliminando la censura preventiva. Alcuni esecutivi continuarono a sfruttare a proprio vantaggio alcune incertezze presenti nelle normative.

Dal punto di vista qualitativo, l'informazione post unificazione fu piuttosto modesta. L'analfabetismo era alto (75%), scarso diritto al voto (1,9%), alto prezzo dei quotidiani, ampi divari economici e sociali. La tiratura dei quotidiani di informazione passò dal mezzo milione del 71 alle 800 mil copie del 73 (a fronte di 26 milioni di abitanti), rapporto simile alle altre nazioni europee, ma la tiratura dei singoli quotidiani era molto bassa. Tutta la stampa post unitaria era comunque fortemente incline a contenuti elitari e politico-culturali, lontani dalla cultura della notizia. Forte era la volontà di creare spirito patriottico. Per molti giornalisti, lo scrivere era una seconda professione spesso sovrapposta alle proprie ambizioni politiche. Non erano rari i casi di testate create ad hoc per campagne elettorali.

Molto scarsa era la qualità delle informazioni: l'unica fonte erano i pochi quotidiani con maggiori fondi (e capacità di approvvigionamento di informazione) e l'Agenzia Stefani, che però barattava un'autocensura pro governativa in cambio di attivazione di tot abbonamenti da parte del governo. La situazione migliorò quando i giornali iniziarono a ricevere informazioni via telegrafo da Londra e Parigi.

Potere politico e giornali

L'intromissione del governo nella stampa fu fortissima nel post unificazione, soprattutto attraverso il Ministro dell'Interno Rattazzi, che istituì un registro dove i giornali venivano schedati e controllati. Il Ministero valutò anche l'introduzione di giornali propri che potessero sopprimere i competitor. La Corona – nonostante le garanzie dello Statuto Albertino – non si astenne da fare pressioni. I finanziamenti occulti alla stampa erano moltissimi, e spesso erano elargiti in modo improprio (fondi sanitari, ad esempio). Si diffusero i “giornalisti anfibi”, collaboratori del Governo che fornivano ai giornali amici notizie esclusive da Roma.

I giornali italiani dopo il trasferimento della capitale

La Breccia di Porta Pia del 1870 produssero un rifiorire di iniziative editoriali a Roma. Molte testate traslocarono nella nuova fonte di informazione politica, trovando però molto presto il fallimento a causa di un interesse scarso da parte dei lettori, sia di destra che di sinistra.

I governi della sinistra storica

L'arrivo al potere della sinistra storica nel 1876 con Depretis non cambiò la situazione, riproponendo le stesse strategie usate dalla destra per influenzare la stampa. Nacquero gli inserti culturali.

L'ascesa dei quotidiani milanesi

Dopo l'unificazione, furono soprattutto le testate milanesi a interpretare efficacemente la nuova borghesia imprenditoriale in ascesa, imitando la stampa anglosassone. Nel 1866 nasce Il Secolo, oppositore al crescente autoritarismo delle istituzioni, che raggiunse il record di 30.000 copie di tiratura. Era un giornale nuovo che guardava anche alle fasce sociali più deboli. Aveva corrispondenti, illustrazioni, giochi a premi. L'anno successivo, nel 1867, nasce La Gazzetta Piemontese, che nel 1895 diventerà La Stampa. A Roma nasce in questi anni Il Messaggero, incline al pettegolezzo, che raggiunge le 35 mila copie, ma anche Il Secolo XIX a Genova e il Il Resto Del Carlino a Bologna (20 mila copie).

È a Milano però, proprio in coincidenza della salita al potere della sinistra storica, che nasce quello che sarà il principe dei quotidiani italiani: Il Corriere Della Sera, inizialmente conservatore, iniziò a contendere al Secolo il primato cittadino. Gli interventi di diversi grandi investitori permisero al Corriere di raggiungere 120 dipendenti in pochi anni, assumendo una linea moderatamente conservatrice e liberista.

Le opposizioni cattoliche e socialiste

Se da un lato i quotidiani che supportavano la sinistra storica stavano mangiando terreno alle testate repubblicane e radicali, a proporsi con un nuovo peso considerevole furono le testate cattoliche e socialiste. Le prime, una decina, furono particolarmente intransigenti e conservatrici, in particolare l'Unità Cattolica, che diventò il principale quotidiano di orientamento cattolico, per tutto l'800 considerato una testata semi ufficiale della Santa Sede, stampata in parallelo alla testata ufficiale L'Osservatore Romano. Più moderati L'Eco di Bergamo e il Cittadino di Brescia. Le testate cattoliche divennero addirittura 29 nel 1904, rimanendo però sempre molto modeste sotto il profilo qualitativo.

A Lodi nasce nel 1868 La Plebe, prima testata (prima bisettimanale, poi quotidiano) socialista e anticlericale, dove scrisse anche Turati. Un'altra decina di testate socialiste si diffusero negli anni 80 dell'800 nonostante le continue opposizioni del Governo, tramite prefetture e polizia. Il neonato Partito dei Lavoratori Italiani (1892) si rappresentò prima con il milanese Lotta di Classe e poi l'Avanti!. A fine secolo la stampa socialista contava 37 organi di stampa.

Un mestiere amato e bistrattato

Nei primi decenni post unitari i quotidiani furono non solo organi d'informazione ma anche luoghi di affermazione politica e sfoggio culturale per il ceto medio. Spesso il linguaggio era dotto e forbito. Molti giornalisti erano giovani della piccola borghesia, spesso attirati dalla fama o dalla vicinanza politica, pronti a vivere una vita di insicurezze per amore della penna. Già allora il giornalista era a volte indicato come un apostolo di una missione e talvolta come un imbroglione, un mistificatore senza onore. Per molti era difficile rifiutare i soldi facili derivati dalla corruzione da parte di banchieri, politici e finanziatori.

Scandalo Oblieght: vicenda del 1882 in cui il finanziere Oblieght, appoggiato dal ministro degli interni Nicotera, prende il controllo di molti quotidiani per poi cederli a una grande finanziaria francese vicina alla chiesa, che avrebbe potuto così interferire pesantemente nella vita politica italiana. Lo scandalo esplose e l'accordo saltò. Su molte testate si iniziò a fare satira pesante sul clima di corruzione, e il governo rispose con diversi arresti eccellenti tra direttori ed editori.

La tutela dei diritti e l'Aspi

Nel 1877 nacque l'Associazione della stampa periodica italiana (Aspi), nata principalmente per evitare i duelli fisici ancora presenti nel paese, spesso tra militari o giornalisti, che talvolta rimanevano anche uccisi. L'Aspi arrivò presto ad occuparsi anche della difesa dei giornalisti in caso fossero accusati di diffamazione a mezzo stampa, e spesso anche per difenderli dalle pressioni dei politici.

Scandalo della Banca Romana

Tale scandalo mostrò chiaramente il sistema clientelare tra stampa e finanza, oltre che politica. Già dal 1887 varie banche iniziarono a finanziare giornali per sostenere il progetto di un disegno di legge in merito al riordino del sistema bancario nazionale. Molti nomi noti, tra cui Carlo Levi e Costanzo Chauvet, furono coinvolti. Dopo questo scandalo le pratiche clientelari diminuirono leggermente e nuove iniziative editoriali presero piede. Durante gli ultimi governi del secolo (Crispi e Pelloux) non cessarono comunque le azioni di repressione sulla stampa, soprattutto quella socialista e anarchica. Il nuovo codice penale del 1889 peggiorò la situazione perché lasciò maggior margine ai giudici per le condanne ai giornalisti.

La sollevazione milanese del 1898 (governo Pelloux) nata dalle proteste popolari contro le difficili condizioni economiche fu teatro di una dura repressione giustificata tramite i giornali amici del governo che definirono le proteste “cospirazioni”. Gli scontri furono duri e coinvolsero anche donne e ragazzi. Molte associazioni e testate si opposero e vennero sciolte, tra cui Il Secolo. Solo nel 1906 una legge abolirà definitivamente la pratica del sequestro preventivo, fatta eccezione per le offese al pudore.

Dall'Italia giolittiana all'ascesa del fascismo

Potere e informazione all'alba del XX secolo

Dall'Olanda arrivò la tecnica del rotocalco, che rivoluzionerà la stampa di periodici illustrati (i rotocalchi, appunto). Nacque la stampa in offset. Nonostante gli episodi del 1898 e la crisi di fine secolo i fogli di opposizione non sparirono di certo. Il giornalista assunse più fortemente il ruolo di dissidente in ambito politico e civile. I primi anni del 900 sono caratterizzati da una crescente affermazione dei principi liberali e democratici. Aumento del reddito, dell'alfabetizzazione e della popolazione migliorarono le condizioni di vita di molte famiglie. Nacquero le prime forme di consumismo.

Scende il numero di quotidiani e si affermano i principali, che si rafforzano (tirature raddoppiate rispetto a fine secolo) e si concentrano soprattutto nelle grandi città del Nord. Il Corriere raggiunge le 200.000 copie. Nel 1902 vengono installate le prime linee telefoniche e le redazioni iniziano ad assumere figure come reporter, cronista, inviato speciale e correttore bozze. Nel 1910 nacque anche l'associazione degli editori, e l'anno successivo fu stipulato il primo contratto di lavoro con i giornalisti italiani. I costi salirono notevolmente per i giornali, che videro sempre più gruppi industriali finanziare e influenzare le testate (per influenzare indirettamente il Governo).

Il principale cambiamento dell'epoca fu sicuramente il suffragio universale maschile del 1913 che, insieme alla crisi del sistema giolittiano, causò la comparsa di nuove forze politiche e la fine del vecchio sistema di gestione del potere. Se l'800 fu il secolo del giornalismo politico (servile), nel 900 il giornalismo inizia a dare grande spazio all'economia e alla finanza. Molti editori fecero l'investimento propagandistico di puntare sulla guerra di Libia, dichiarata da Giolitti nel 1911, supportata da tutti i principali giornali tranne l'Avanti!, promuovendo una nuova Italia guerriera. I giornalisti lottarono apertamente anche contro la stampa straniera che condannò l'aggressione italiana; Marinetti

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pietrolicini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del giornalismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Benadusi Lorenzo.
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