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Riassunto per esame di "Storia contemporanea" (libro adottato: "Corpi posseduti" di Dino Mengozzi)

I corpi nel XIX secolo

Nella somma di tanti valori spirituali, il corpo con i suoi attributi "bassamente" carnali finisce per sparire. Così, nell'attenuazione della fisicità, insieme al corpo, passano in secondo piano o spariscono anche sofferenza, paura, mutilazioni, menomazioni. Secondo Alain Corbin, gli storici nel complesso hanno peccato di non aver prestato attenzione alle modalità di trattamento dei corpi nel corso delle rivoluzioni del XIX secolo. Di qui, insiste Corbin, la profonda ignoranza in merito all'effettivo svolgimento delle guerre civili. Non diversamente si potrebbe dire della prima guerra mondiale. Solo di recente la storiografia ha imboccato la via del lutto, dei corpi menomati, dei traumi psichici.

Il Risorgimento e il corpo

Nel XIX secolo non è ancora scattato il tabù della morte né il processo di civilizzazione. Il Risorgimento italiano non risentiva ancora di tali censure. Nulla di più lontano dalla nuova sensibilità romantica, che aspirava alla consacrazione dell'individualità e all'indipendenza della vita privata. La repressione esercitata dal tiranno era così destinata a suscitare scandalo non solo perché violava la libertà, ma anche perché urtava in un nuovo statuto del corpo. Garibaldi scansava la corte di una giovane inglese attratta da lui, rispondendole: "La mia vita è lì per l'Italia". Uomini e donne (come Jessie White) dunque, rapiti a se stessi, rapiti da una missione che li sovrasta e li possiede, appunto. A questa ideologia essi hanno da offrire in primo luogo, un corpo, un destino. Anzi, quel corpo appare in questa prospettiva come il luogo di un patto di fedeltà, un esempio visibile. Un patto da riconfermare con giuramenti, sacrifici, offerte di dolore.

Transizione del corpo nel XIX secolo

Il corpo nel XIX secolo viveva una fase di transizione. Il secolo detto della borghesia vittoriana è considerato dagli storici una società senza corpo, perché il corpo era relegato in una vita fragile, dominata dalla fatica e dalle malattie, che rendevano la vita umana breve e incerta. Il corpo ottocentesco costituiva una premessa al trionfo del corpo, che si avrà nella seconda metà del XX secolo.

L'ideologia del Risorgimento

L'Ottocento italiano è segnato da un processo di ideologizzazione di ogni aspetto della vita sociale, per via dell'unificazione nazionale. L'ideologia vuole la sua parte, impossessandosi dell'anima e imponendo il primato della missione patriottica, ma quel corpo preteso al suo servizio resiste, oppone febbri, malattie, deliri, suicidi, fughe. Il Risorgimento costituisce una costruzione dall'alto, specie nel definire un corpo nazionale, uniforme. A chi appartiene quel corpo? All'ideologia nazionale, allo Stato o alla famiglia? Quanta estesa è la sovranità dell'individuo sul proprio corpo, se sempre prima viene il dovere, il sacrificio, il martirio?

La società e la sovranità del corpo

La società dei grandi magazzini e delle merci esposte inquietava la società senza corpo. Il corpo avanzava le proprie rivendicazioni, alla ricerca dei propri godimenti, della propria indipendenza e sovranità su se stesso. Ma i venti di guerra, che mettevano fine alla Belle Époque, interrompevano il compimento del corpo borghese.

La figura dell'eroe nel Risorgimento

Nel Risorgimento vale l'assunto che anche l'eroe ha un corpo. La prospettiva scelta qui intende, appunto, restituire un corpo all'eroe, un corpo fisico prima di tutto, per toglierlo dal mondo piuttosto disincarnato delle figure mitiche. È stato Alberto Mario Banti a dare una fisionomia agli eroi risorgimentali, eroi tristi, che richiamano nella mentalità comune il sacrificio di Cristo.

Evoluzione delle pratiche sui corpi

Notare come le pratiche sui corpi evolvano nel corso del Risorgimento, tendendo all'estremo il canone e quasi forzandolo ad elaborare nuove figure retoriche, nonché una nuova strumentazione concettuale. Intorno al tema del martirio si formava una letteratura specifica, derivata spesso dal genere degli elogi funebri e dalla letteratura patriottica, ma che poi si specializzava costruendo un vero e proprio genere narrativo, che continuerà a riprodursi e a ripetersi nell'Italia unita di fine secolo.

Figure del combattente per la libertà

Almeno tre sono le figure maggiori in cui si identifica il combattente per la libertà nel Risorgimento italiano: il martire, l'eroe e il grande uomo. Visti nella loro fisicità, però, le differenze si riducono fin quasi a scomparire, perché tutte e tre hanno lo stesso corpo, un corpo esteriormente ordinario o quasi. L'eroe guerriero non ha un fisico eccezionale, può essere preda del nemico e diventare un martire. Il martirio è necessario all'eroe. Ma il suo carattere non cede, a costo di distaccarsi dalla casa dei genitori, dalla sua famiglia e dalla moglie. Così, dove c'è un eroe, c'è anche un martire. E l'eroe è un martire dovendo ubbidire alla "chiamata", alla propria vocazione.

Il culto dell'eroe nel XIX secolo

Lucy Riall ha notato che il XIX secolo è stato l'epoca dell'eroe. Secondo la studiosa, il culto dell'eroe divenne un elemento centrale del nazionalismo ottocentesco. Tutti i grandi uomini furono incompresi al presente e dunque figuravano come martiri. Anzi, la dimensione del tempo propria dei grandi era quella delle generazioni future. Essi erano stati grandi avendo meritato il futuro, ovvero il culto delle generazioni future.

Scoperta dei corpi posseduti

L'Italia delle repubbliche democratiche del 1796-1799 aveva i propri eroi e martiri. Due opere anticipavano almeno due soluzioni per la futura letteratura dell'eroismo e del martirio: un letterato impegnato e deluso da Napoleone, Ugo Foscolo, e lo storico democratico Vincenzo Cuoco. Nella costruzione dell'io romantico convergono romanticismo e liberalismo. Il soggetto trova in questa cultura l'esaltazione della propria unicità, della sua interiorità e destino.

Il corpo e l'io romantico

Il processo d'individuazione, tuttavia, come spiegano le scienze sociali da Freud a Maria Montessori, non prescinde dalla corporeità. Non sappiamo come in quella cultura la figura del corpo trovi un posto accanto al sentimento di unicità del sé. Non si tratta tanto della costruzione della individualità, ma quanto spazio possa trovare il corpo accanto all'io romantico. Per esempio, il corpo dell'Ortis tende a essere postumo a se stesso. La sua fisicità è piuttosto mentale, oscillando tra l'amore impossibile e l'ideologia patriottica. L'eroismo è richiesto al lettore dal momento che il corpo da ricordare deve avere una sepoltura, lasciare un segno sul suolo della patria. Non avendo una donna e una patria: il corpo è consegnato alla morte, unico orizzonte del possibile.

Il corpo-anima di Foscolo

Così, il corpo ideologizzato da Foscolo diventa un corpo-anima. Lo difenderanno quelli che vorranno ricordarlo per farlo vivere nella memoria. Toccherà a Cuoco, però, delineare la prima traccia del futuro archivio di martiri ed eroi, che entreranno nelle opere successive del martirologio risorgimentale. Nell'idea di storia di Cuoco l'intervento dei singoli dipana lo svolgersi degli eventi. I singoli spiccano e divengono protagonisti, nel bene e nel male, soprattutto vittime e persecutori.

Resistenza al potere assoluto

Ma chi potrebbe opporre resistenza a un potere assoluto che si esercita con l'arbitro sui corpi dei sudditi? Lomonaco sognava il ritorno di Napoleone, eroe vendicatore. Cuoco invece si affidava alla vendetta dello storico, il quale iscrivendo i nomi nel gran libro della posterità consegnerà i malvagi all'ignominia e le vittime alla gloria dell'immortalità. Per lui, lo storico può cancellare il futuro, precipitarlo nel silenzio, privandolo della posterità, quella forma di paradiso nel ricordo, che spetta ai grandi uomini, evocato da Foscolo in sintonia con la cultura romantica.

L'opera di Cuoco e Colletta

Tanto risplenderanno i nomi delle vittime, quanto buia sarà la stanza del persecutore. Di qui l'accurato elenco delle vittime, che lo storico trasforma in elenco di grandi uomini e in certi casi anche di grandi donne. La lista degli eroi di Cuoco sarà via via arricchita, allargata ad altri protagonisti, ma ciò che non cambia è il tipo d'omaggio, fondato sul richiamo al sentimento di riconoscenza, al dovere della memoria e dell'emulazione. I martiri promossi alla storia da Cuoco non sono che i nomi delle maggiori vittime della reazione borbonica. Aveva delineato un modulo, secondo il quale il martire non aveva accettato semplicemente di morire, ma aveva lasciato un gesto di orgoglio e di mancata sottomissione.

Pietro Colletta e la lotta per il Regno borbonico

Pietro Colletta era quello che più da vicino si rifaceva alla lezione di Cuoco e all'interesse per il Regno borbonico. Colletta introduceva il primo grande eroe militare, Murat, un italianizzato. Tolto Murat, però, l'opera di Colletta non costruiva biografie né martirologi in senso proprio. Come in Cuoco, la narrazione concedeva spazio a personaggi protagonisti, sui quali Colletta indugiava con annotazioni psicologiche e morali, allo scopo di suggerire eroi, martiri o grandi uomini.

Rappresentazione del martire

Il tentativo di riconquista del Regno di Napoli da parte di Murat è descritto con toni di esaltazione ed eroismo. Murat muore mantenendo il controllo di sé, con molta dignità e da innocente. Murat non trascurava di prepararsi alla morte religiosamente. Il cuore della rappresentazione dell'ultimo giorno del condannato è naturalmente nel distacco dalla famiglia, alla quale sono dedicate le ultime volontà, un vero e proprio testamento. Il condannato affida la cura della propria memoria alla famiglia. Questa lettera risorgimentale è mobilitata alla costruzione di una galleria di martiri ed eroi e perciò da un lato ripropone i profili già noti, ovvero già resi noti dalla pubblicista risorgimentale, e dall'altro aggiungendone di nuovi.

Martiri e oppressione borbonica

Nel caso di Colletta gli inediti maggiori erano i due giovani militari, Morelli e Silvano. Colletta non insisteva sulle singole crudeltà. Preferiva quantificare l'insieme. Aveva una tesi da far valere: non si trattava per lui solo di singoli martiri, bensì di un intero popolo martirizzato. "In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte tutti per causa di pubblica libertà o di amore d'Italia." L'essenza del potere borbonico, in disfacimento, era vista da Colletta nella spietata repressione contro tutti, cui collaboravano le truppe austriache, e nella corruzione che si annidava nell'apparato di governo e nella stessa corte.

Trattamento dei corpi e distinzione tra regimi

I gradi della pena di morte erano segnalati dai colori delle vesti fatte indossare ai condannati. Era ancora il trattamento riservato ai corpi che segnava la distanza fra l'antico regime e la nuova considerazione dell'individualità. Il ritorno delle sepolture collettive, dopo la scoperta della fossa singola, fungeva da discrimine. Il corpo posseduto dall'ideologia è chiamato a mostrare le sue risorse straordinarie, la sua capacità di resistenza e sopportazione, che non si piega neppure al ricatto sentimentale, alle ferite degli affetti, all'isolamento dagli amici, alla solitudine, alla febbre e alle malattie, alle torture e alla morte. Il martire che si forma in questa rappresentazione è caratterizzato da un continuo richiamo al corpo, segnato dal limite delle resistenze umane.

La lezione del corpo e della fede

In fondo la lezione cercata era proprio questa: mostrare che il corpo sostenuto dalla fede sapeva andare oltre il confine ordinario della resistenza al dolore, fisico e morale. Un linguaggio alla portata di tutti, e che esaltava il martire collocandolo in uno spazio di sacralità, essendo l'estremo limite un confine proprio di corpi sacri. Il profilo dell'eroe negli anni '20 e '30 non era ancora quello d'un uomo d'azione, bensì d'un uomo del carcere. Il corpo imprigionato, sepolto nel buio delle celle catturava la retorica patriottica più del corpo dell'eroe.

Restaurazione e sfida ai corpi

La Restaurazione agisce sui corpi. L'età napoleonica è stata una sfida sul principio di autorità. L'istituzione dei cimiteri comunali, durante l'età napoleonica, aveva tolto i corpi dei defunti alla Chiesa consegnandoli allo Stato. L'emergere del tema della cremazione implicava la sovranità dell'individuo sul proprio corpo: libero il soggetto durante la vita, doveva esserlo non di meno nel disporre del proprio cadavere. Per questo insieme di motivi la repressione dei moti carbonari si esercitava con esemplarità sui corpi, mediante il supplizio e le carcerazioni. Riaffermare il potere dello Stato e della Chiesa sui corpi, dunque.

Reazione del potere assoluto

La reazione violenta sui corpi dei sudditi ribelli, da parte degli Stati assoluti, si esercitava secondo le formule dell'Antico regime, unendo trono e altare. La ribellione al principe era eguagliata a crimine di lesa maestà. La vendetta del sovrano avveniva secondo una pubblica scena di annullamento del corpo del ribelle. La costruzione dei cimiteri comunali era stata quasi ovunque sospesa durante la Restaurazione e i corpi defunti tornavano a essere consegnati alla Chiesa e dunque alle anonime fosse comuni.

Sfida ai poteri e sovranità dell'individuo

La sfida lanciata dai moti del 1820-21 era stata doppia: sottrarre il corpo del suddito al potere del principe per consegnarlo a una entità nuova, la patria italiana, e affermare, almeno in parte, la sovranità dell'individuo sul proprio corpo. La storiografia ha spesso fatto della scoperta dell'io il paradigma principale del liberalismo ottocentesco, isolando individualità eccezionali, in lotta contro tutti e tutto.

La famiglia e l'io

Gli storici della mentalità, invece, erano stati più cauti, non dimenticando che accanto all'io si erge la famiglia. Non è l'individualismo che si è affermato, è la famiglia, aveva sottolineato Ariès. La forza della fede, per Pellico, coincide con l'amore per i genitori.

Condizioni del carcere e resistenza del corpo

Condizioni ambientali del carcere, fame, malattie, febbri e deliri, collassi tendono il corpo oltre i limiti imposti dalla volontà, fino alla follia, come sarà per il forlivese Maroncelli e il cesenate Caporali. La fame uccideva per primi i corpi più robusti. La prigione restituiva corpi per sempre trasformati, mutilati, precocemente invecchiati. Il corpo dei martiri non era ancora del tutto formato fra 1821 e il 1832. Il corpo dei martiri si costituirà nella rivoluzione del 1848.

Invenzione del martirologio

Il martirologio patriottico diffuso da Vannucci inventa un genere letterario, costruito sull'incontro fra biografia ed elogio funebre. Le vicende dei martiri contengono una lezione: hanno il compito di svelare gli orrori dell'oppressione e attizzare l'odio contro i nemici. Con queste caratteristiche di massima, il martirologio di Vannucci diventa uno strumento retorico che sarà usato per tutto il Risorgimento.

Il panteon di Vannucci

Nel panteon di Vannucci vari tipi di lettori possono trovare ragioni d'interesse o riconoscersi: militari e volontari, repubblicani e monarchici, moderati e rivoluzionari, nobili, borghesi e popolani, uomini e donne, padri e figli. Ma che cos'è che fa del dolore il dolore per eccellenza? I rapporti del martire con le figure parentali. Egli è in primo luogo figlio di genitori che soffrono, in secondo luogo è marito e quindi padre. Non sono tanto i ferri alle caviglie, ben più lancinante è il tormento del prigioniero per il pensiero ossessivo del dolore inflitto ai genitori e in secondo luogo la tortura data dalla lontananza dalle figure parentali.

Il dolore dell'anima e il ruolo delle donne

I dolori dell'anima sono ritenuti più forti e necessari di quelli del corpo. Il motivo del figlio perduto è quello ritornante con una certa continuità. La cura del corpo del marito coincideva propriamente con la cura dei figli, che riscuotevano una preminenza affettiva. Queste donne sono chiamate a identificarsi col corpo ferito del marito e ne restano travolte per prime. Se già in Foscolo lo scambio della ciocca di capelli aveva suggellato la promessa di un amore eterno, così il martire non dimenticava di spedire alla moglie una ciocca di capelli, per sopravvivere al proprio martirio. La ciocca di capelli è un gesto che il martire riserva spesso anche alla propria madre.

Le missioni dei figli del martire

Almeno due le missioni che spettano ai figli del martire: la continuità e la vendetta. Nell'una il martire conta sui figli per la continuità dell'azione e parla come fosse già postumo. Nell'altra tocca ai figli preservare la memoria del genitore. Per Vannucci non corre molta differenza fra grandi uomini e martiri. I grandi uomini sono spesso anche martiri, se non altro perché furono degli incompresi ai loro tempi. E questa loro capacità di resistere ne ha fatto anche degli eroi.

Martirio e primato del presente

Nei fatti, il martirio è alla portata di tutti. E martire è, sì, colui che perde la vita, ma anche chi la consuma in carcere, nell'esilio e nella povertà, propugnando una causa grande e giusta. I martiri della patria erano superiori agli eroi antichi, delle repubbliche di Grecia e Roma. Il primato del presente sull'antico aveva lo scopo di sottolineare se mai una genealogia, non una contrapposizione. I martiri italiani erano considerati superiori allo stesso Napoleone, per la loro coerenza al servizio dell'Italia, di contro a Napoleone che aveva finito per ripiegare sul potere imperiale e personale, tradendo quegli ideali patriottici che pure aveva diffuso nella penisola.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher EllyGiova92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Mengozzi Dino.
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