Domande storia contemporanea
Temi biologici che diventano fatti culturali: morte
La nuova storia s'interessa della storia sociale, secondo cui i dati biologici possono diventare costruzioni culturali: lo storico Ariès ne intuì due, la nascita e la morte. Per Ariès, il tema biologico della morte diviene un fatto culturale poiché vi è tutto un sistema di rappresentazione dietro di esso. Nel Medioevo vi era una morte magica che colpiva all'improvviso e la cui causa era sconosciuta. Nel 1300, invece, vi era la morte dell'io: l'individuo si sente solo e, per garantirsi un domani 'eterno', si rivolge ai santi e lascia i suoi beni in eredità alla Chiesa che pregherà per lui abbreviando i tempi di attesa in purgatorio. Nel romanticismo, poiché l'individuo si emancipa e stabilisce legami affettivi con gli altri, la morte diventa del tu: è una morte negli occhi dei propri cari tant'è che l'individuo inizia a rivolgersi agli affetti in modo tale che possano pregare per la sua anima solo per riconoscenza. Tale morte è arrivata anche nell'epoca attuale. Tuttavia, nella seconda metà del '900, intervenne il tabù della morte che pose il divieto di parlare di essa e colui il quale era stato colpito dal lutto, come se fosse infettato dalla morte, veniva lasciato da parte. Questo tabù è progressivamente scomparso nei tempi moderni poiché l'individuo è diventato così potente da non averne più paura.
Temi biologici che diventano fatti culturali: nascita
Le radici della nuova storia vanno rintracciate nel 1929, anno di fondazione della rivista “Les Annales” che pone l’attenzione sulla storia sociale, secondo cui i dati biologici possono divenire costruzioni culturali entrando, così, nel sistema di rappresentazione sociale: lo storico Ariès ne intuì due, la nascita e la morte. Per Ariès, il sentimento dell’infanzia consiste in una recente costruzione culturale formatasi dopo il Rinascimento tant'è che è solo nell'800, secolo dell'infanzia, che appaiono i primi trattati medici sulla cura e l'igiene dei bambini e sarà, poi, il '900 a porre forte attenzione su questi ultimi. Infatti, nel Rinascimento i pittori ritraggono bambini, benché malati, grassi, perché pieni di vita e di avvenire. Questo ci permette di capire come la nascita di un bambino è, di fatto, una costruzione culturale poiché rientra nella mentalità di una società che ha un surplus demografico e di mortalità infantile. Nel 2005, invece, Papa Giovanni Paolo II, emanando il decreto di abolizione del Limbo, promuove l’immaginario dell’infanzia (ormai divenuta una misura della sensibilità comune) al fine di eliminare l'idea che i bambini morti prima di essere battezzati non sarebbero destinati alla misericordia di Dio in Paradiso.
Corpo come costruzione culturale
La nuova storia s'interessa della storia sociale, secondo cui i dati biologici possono divenire costruzioni culturali entrando, così, nel sistema di rappresentazione sociale. A tale concezione è possibile collocare una vera e propria storia del corpo (utilizzando fonti di documentazione come archivi fotografici e ospedalieri, registri degli orfanatrofi e per il reclutamento nell’esercito) poiché esso entra nella storia come costruzione culturale: ogni società, in base al suo sistema etico-culturale, si rappresenta il corpo in un certo modo. La visione del corpo è, infatti, da sempre influenzata dal dualismo corpo-anima: in passato, a causa della forte tradizione religiosa, vi era una grande separazione tra queste due parti tant'è che la mente/anima (parte nobile) veniva elevata e il corpo screditato (parte animale). Ciò lo si nota nella Gioconda. Tuttavia, nel corso del tempo, il corpo acquisisce maggiore importanza e tale dualità va frammentandosi finché, la psicanalisi di Freud, secondo cui la ragione non è più l'unica guida sicura per il corpo perché l’inconscio interferisce con essa, la mette definitivamente in crisi. È così che nel '900 la presenza della fisicità e la grande consapevolezza del corpo prendono piede, sebbene il peso dell’anima e della ragione non siano del tutto scomparsi.
Evoluzione della dualità corpo-anima
È possibile intraprendere una vera e propria storia del corpo poiché esso entra nella storia come costruzione culturale: ogni società, in base al suo sistema etico-culturale, si rappresenta il corpo in un certo modo. La visione del corpo è, infatti, da sempre influenzata dal dualismo corpo-anima: in passato, a causa della forte tradizione religiosa, la separazione tra queste due parti era grande tant'è che la mente/anima (parte nobile) veniva elevata e il corpo screditato (parte animale). Ciò lo si nota nella Gioconda. Tuttavia, nel corso del tempo, il corpo acquisisce maggiore importanza e tale dualità va frammentandosi finché, la psicanalisi di Freud, secondo cui la ragione non è più l'unica guida sicura per il corpo perché l’inconscio interferisce con essa, la mette definitivamente in crisi. È così che nel '900 la presenza della fisicità e la grande consapevolezza del corpo prendono piede, sebbene il peso dell’anima e della ragione non siano del tutto scomparsi. Il corpo diventa così un manifesto pubblico che permette di comprendere l’identità dell’individuo: la considerazione di una persona dipende dalla sua esteriorità. Se il corpo è ben curato, allora ha una buona anima ed è ciò che porterà a parlare di ‘trionfo del corpo’.
Che cos'è la "bellezza" per le società europee nel corso del Rinascimento?
La bellezza che viene ad affermarsi nel Rinascimento è una bellezza declinata al femminile che rivela nell’individuo un dono della natura: è, quindi, nemica del trucco poiché in grado di intervenire su di essa ingannando ciò che Dio non ha dato. Tuttavia, le sue radici sono da rintracciare qui poiché, per la prima volta, a piccoli passi si intravede la formazione del corpo: come si nota nella ‘La Bella’ di Tiziano, questa bellezza divina timidamente tende ad essere terrestre attraverso un marginale intervento del trucco (ossia della biacca, utilizzata per spiritualizzare il corpo e per nascondere la reazione della pelle al pudore). Tale ‘umanizzazione’ della bellezza è soprattutto nel viso tant'è che a trionfare è il “sopra” in quanto era considerato la parte più decorosa del corpo. Il “sotto”, invece, ritenuto immorale, era nascosto e la sua unica funzione era quella di fare da basamento al “sopra”. La bellezza è, quindi, virtuosa, sottesa ad un codice di moralità che seduce l’uomo non per ingannarlo, ma per essere moglie e madre e che rappresenterà, in seguito, anche segno di differenziazione sociale. L’uomo, invece, come si nota nel dipinto di Bronzino è un deposito di forza, potenza, virilità, con i segni della mascolinità che deve impressionare più che sedurre.
Che cos'è la "bellezza" per le società europee nel corso del Seicento?
La bellezza che viene ad affermarsi nel ‘600 è una bellezza espressiva, che si naturalizza tant'è che la sua umanizzazione si fa maggiore: il corpo dall’essere in relazione con le ‘materie celesti’ passa a relazionarsi con sé stesso tant'è che la bellezza fisica acquisisce interiorità e profondità. Infatti, sebbene i volti e lo sguardo continuino ad essere privilegiati come nel secolo scorso, quest'ultimo è rivelatore dell’interiorità, dei sentimenti e delle emozioni delle persone. Come mostra Vermeer in "Ragazza con il cappello rosso" è così che la bellezza va personalizzandosi e, per tale ragione, aumentano anche le pratiche di abbellimento per correggere i difetti. L’ideale di bellezza che rappresenta il corpo femminile seicentesco è il corsetto (simbolo di prevalenza sociale) che, rendendo la vita stretta e il petto ampio, diviene lo strumento quotidiano dell’abbigliamento, segno dell’eleganza e di una sensualità controllata e virtuosa. Non solo, a fare la bellezza delle donne e degli uomini sono anche le buone maniere (Bonnart “Le Gentilhomme”): gli atteggiamenti fisici e le linee del corpo, infatti, denotano come la società del XVII secolo non era fondata sull’uguaglianza ma sull’onore e sull’ascendenza.
Che cos'è la "bellezza" per le società europee nel corso del Settecento?
Nel 1700, secolo dei Lumi, si imponeva un certo realismo tale per cui il bello non esiste che per l’uomo. La bellezza, quindi, non è più quella divina che rivela nell’individuo un dono della natura, ma diviene sentita perché governata dal sensibile più che dall’intellegibile: diventa gradualmente una costruzione quotidiana, terrena e individuale e, divenendo tale, diventa un corredo di sentimentalità ed un linguaggio della seduzione. Le forme del corpo, infatti, diventano più libere e il corpo è inteso come un tutto tant'è che si afferma una geometria dei corpi: una forma trapezoidale, indice di forza, per l’uomo e una forma a losanga, indice di bellezza e richiamo alla gravidanza, per la donna: la bellezza, dunque, non serve più solo per allietare l’uomo ma anche per attirarlo e progredire la specie. È, quindi, questo il secolo della valorizzazione del singolo: la dottrina degli umori viene sostituita dalla rappresentazione del corpo formato da fibre elastiche e toniche e, per questo, le persone iniziano ad intendere la bellezza come un'idea di efficienza fisica, buona gestione del corpo, salute e igiene (da qui il ricorso ai bagni di bellezza, camminate tonificanti ecc.).
Che cos'è la "bellezza" per le società europee nel corso del Sette-Ottocento?
Già nel ‘700, secolo dei lumi, la bellezza non è più quella divina che rivela nell’individuo un dono della natura ma diviene una costruzione quotidiana, terrena e individuale e, divenendo tale, diventa un corredo di sentimentalità ed un linguaggio della seduzione. È questo il secolo della valorizzazione del singolo: la dottrina degli umori viene sostituita dalla rappresentazione del corpo formato da fibre elastiche e toniche e, per questo, le persone iniziano ad intendere la bellezza come un'idea di efficienza fisica, buona gestione del corpo, salute e igiene (da qui il ricorso ai bagni di bellezza, camminate tonificanti ecc.). Alla fine del 700, dunque, il tema della bellezza entra a far parte delle popolazioni e solo nell’800 (secolo della scoperta del corpo) con la rivoluzione industriale, si ha l’emergere di un vero e proprio mercato della bellezza (i grandi magazzini) che diffonde l’idea di una bellezza costruita e rivelatrice di sé tant'è che, infatti, è in questo secolo che il trucco, sebbene sia già stato adattato alle circostanze personali nel ‘700, viene accettato come utile a costruire se stessi. La donna, quindi, si va virilizzando costruendo una bellezza artificiale e l’uomo, invece, si femminilizza curando sé stesso come facevano le donne (la Parigina e il Dandy).
Quali sono i principali canoni della bellezza femminile nell’Ottocento nel mondo occidentale?
L’800 è il secolo che segna la scoperta del corpo. Benché esso sia ancora modellato dall’esterno, la figura caratterizzante la donna nell’800 è quello di una “donna a S”, con vita stretta e busto allargato che, divenendo meno costrittivo (senza stecche), favorisce la mobilità della donna. L’importanza del busto, quindi, diminuisce poiché quel corpo informe (che le donne dovevano avere sotto di esso) è modellato da una prima cultura ginnica che lo definisce donandogli tonicità e forza tant'è che inizia ad impadronirsi dello spazio (le prime avanguardie femminili in materia, come Georges Sand, sono donne ‘rivoluzionarie’: si vestono da uomo). Ciò rappresenta il primo passo per scoprire il sotto ma a compiere la vera rivoluzione è il sellino (progressivo sostituto della crinolina): raccogliendo il tessuto dietro, fa sì che il vestito aderisca ai fianchi mettendoli, così, in luce. La bellezza, quindi, non è più rivelata dall’alto, ma è rivelatrice di sé, costruita (come mostra Corot in ‘Lettura Interrotta’) poiché c’è ancora qualche cosa che tiene la gonna lontana dalle linee anatomiche.
Sviluppa alcune considerazioni sulla "scoperta" della vita privata nel corso dell'età vittoriana
Con l’età vittoriana l’Italia, attraverso lo Statuto Albertino (1861-1947), garantisce all’individuo uno spazio inviolabile: la sua abitazione. La vita privata, quindi, cambia ed è centrata sulla coppia borghese celebratrice di sentimenti (Monet “Camille”, 1873) ma che, al tempo stesso, sa calcolare l’uso del corpo poiché affinché venga garantito ai figli una vita di successo è necessario che siano meno (ciò, tuttavia, porterà conflitti tra genitori e figli: triangolo edipico). È una famiglia al maschile (l’autorità del marito gestisce la dote della moglie) ma ciò non significa che la donna non abbia un ruolo. Essa non è una “pura sottomessa”, perché dentro gli spazi privati comanda lei: alla donna tocca la famiglia, la sfera privata (sentimentale e religiosa), l’igiene, la cura e il governo della casa (è lei a governare il salotto, adibito alle discussioni politiche e alla ricerca del marito per le figlie e in questo riveste un ruolo determinante) e all’uomo tocca la sfera pubblica e politica. Il suo non essere schiava emerge anche dal fatto che per avere meno figli significava che nello spazio privato vi era qualcuno che sapesse dominare gli “assalti” della sessualità maschile e quel qualcuno era la donna.
Delinea, per sommi capi, il ruolo della donna nella società vittoriana, con particolare riguardo alla vita privata, nel ruolo di moglie e madre
Con la società vittoriana, la vita privata cambia. È una famiglia al maschile (il marito gestisce la dote della moglie) ma ciò non significa che la donna sia una “pura sottomessa”, perché dentro gli spazi privati comanda lei: alla donna tocca la famiglia, l’igiene, la cura e il governo della casa (è lei a governare il salotto, adibito alle discussioni politiche e alla ricerca del marito per le figlie e, in questo, riveste un ruolo determinante) e all’uomo tocca la sfera pubblica e politica. È una coppia borghese non solo celebratrice di sentimenti (Monet “Camille”, 1873) ma sa anche calcolare l’uso del corpo poiché affinché i figli abbiano successo è necessario che siano meno e per averne meno significava che nello spazio privato vi era qualcuno che sapesse dominare gli “assalti” della sessualità maschile e quel qualcuno era la donna. È una società che, all’infuori di piccole mansioni tipicamente femminili (inizia ad avere una zona di attività anche nella società (mansioni tipicamente femminili, come maestre, telefoniste, segretarie) e della religione declinata al femminile che con i miracoli (fatti dalle donne) arriva anche in pubblico, resta maschilista nella legislazione (nella separazione è più facile che la moglie abbia torto) e nella medicina (è una medicina maschile per cui le donne prede dell’isteria benché inizi aprirsi con la psicanalisi).
Delinea, per sommi capi, la formazione del "corpo borghese" in Italia e nell'Europa vittoriana nel corso del XIX secolo
Il XIX secolo è il secolo che segna la scoperta del corpo, di una bellezza più carnale e legata al desiderio. La bellezza non è più rivelata dall’alto, ma è intesa come conquista e, per questo, frutto di una costruzione (come Baudelaire afferma: ‘ognuno inventa sé stesso’). È in questo contesto che viene a formarsi il ‘corpo borghese’ che, di fatto, sostituisce quello aristocratico. A differenza del corpo altezzoso di quest’ultimo (spalle indietro e ventre in avanti in segno di prevalenza sociale e di una buona tavola), il corpo borghese non è più il corpo con la pancia ma è il corpo attivo, padrone dello spazio (pantaloni in segno di estrema mobilità). L’uomo borghese è l’uomo del vigore (pancia in dentro e petto in fuori), della ginnastica (inventa la maratona), con il busto diritto in segno di efficienza, vestito con la redingote, il cilindro (che gli conferisce il senso della padronanza sociale) e la cintura volta a favorire quella vita contenuta. Al contempo anche il corpo della donna borghese, benché sia ancora modellato dall’esterno (dal sellino), è il corpo di una “donna a S”, con vita stretta e busto allargato che, divenendo meno costrittivo, favorisce la sua mobilità.
Delinea, per sommi capi, la rappresentazione pittorica del corpo delle donne nell'arte europea dell'Ottocento tenendo conto delle innovazioni introdotte da Manet
Nell’800, le regole che governavano la rappresentazione pittorica (situata in contesti allegorici mitologici, storici ed esotici) del corpo delle donne, poiché non le erano concesse...
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