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Principio democratico: 1) le decisioni devono essere direttamente o indirettamente ricondotte a scelte

popolari, 2) principio maggioritario dove il criterio di decisioni dello Stato converge nel consenso della

maggioranza

Eguaglianza dei cittadini come comune valore, universalità del suffragio come principio di legittimazione dei

moderni sistemi democratici ed infine eguaglianza di voto (Plinio: “i voti si contano e non si pesano” ovvero

son dotati dello stesso valore).

Le democrazie contemporanee si presentano come democrazie rappresentative, considerate come una

democrazia incompiuta e per questo vi è una tensione verso la democrazia diretta, nella quale affiora una

sorta di “complesso di inferiorità”.

J.J.Rousseau contestava le democraticità delle istituzioni parlamentari inglesi poiché rendevano libero il

popolo il solo giorno delle elezioni e lo lasciavano schiavo per l’intera durata della legislatura.

La piazza telematica può apparire come l’aggiornato omologo dell’agorà.

Vedere la democrazia rappresentativa come una democrazia incompiuta non tiene però conti di due dati

essenziali: 1) l’ineliminabile tasso di utopicità della democrazia diretta, 2) la responsabilità, ovvero la forma

della responsabilità politica dei rappresentanti nei confronti del corpo elettorale. Difatti le istituzioni

democratico-rappresentative rispondono del proprio operato; essendo strutturate sulla base di

un’alternanza tra maggioranza e opposizione contengono la possibilità di alternativa (e di alternanza) che

rende effettiva la sanzione elettorale (si creano anche dei periodi di “raffreddamento” e “razionalizzazione”

grazie alle scadenza elettorali). Dunque la democrazie rappresentativa si presenta come un aliud e non un

minus.

Il principio maggioritario nelle liberal-democrazie risulta temperato da regole volte a bilanciarlo per evitare

che una maggioranza politica, una volta insediata al potere, legittimamente revochi la stessa regola

maggioritaria. Visto che le minoranze di oggi potrebbero essere le maggioranze di domani venne integrato

il principio per la tutale delle minoranze politiche ribattezzando l’espressione con “principio maggioritario-

minoritario”.

Ma la vera tensione che nasce è quella tra democrazia e libertà , dove si pone l’ idea-base della tutela del

singolo nei confronti dello Stato. Le libertà non si differenzierebbero dai diritti politici (diritto di voto, diritto di

petizione, diritto all’ espletamento delle funzioni pubbliche elettive etc) ma si configurerebbero come

altrettante “funzioni pubbliche” assegnate al singolo ovvero come situazioni giuridiche soggettive limitabili

in nome degli interessi collettivi. Carlo Esposito nel 1957 sosteneva come una simile conclusione era

possibile nei ordinamenti dove la Costituzione subordini talune libertà alla democrazia, un esempio è il

caso delle costituzioni nei paesi socialisti come la Costituzione sovietica del 1977. Essa infatti

funzionalizzava le libertà di parola, di stampa, di riunione al “rafforzamento” e allo “sviluppo” dell’

“ordinamento socialista”, sempre nella misura in cui non mettessero in pericolo le linee generali più o

meno rigidamente prefissate. Nell’ ordinamento costituzionale italiano non può ammettersi in quanto

contempla una serie di diritti di matrice individualistica riconosciuti all’ uomo in quanto tale.

Nell’ambito degli apparati pubblici vi è il principio della divisione dei poteri, la quale avviene attraverso un

modello che è quello del burocrate, come lo vedeva Weber, ovvero un operatore neutrale chiamato ad

attività eminentemente tecniche.

La seconda tecnica di separazione ha come oggetto il potere, il quale risulta scomposto in funzioni. Per

Schmitt in uno Stato ispirato al principio democratico, la legge dovrebbe essere identificata con “tutto ciò

che il popolo vuole” (lex est quod populus iussit) ovvero una volontà sovrana priva di ostacoli al di fuori dei

principi democratici, è il concetto di “legge politica”. E solo nel quadro dello Stato di diritto che la legge

assume il carattere di atto rivolto a porre delle regole; nella democrazia assoluta è assoluta la volontà del

popolo. Il potere di disporre in via generale ed astratta è appannaggio degli organi appartenenti al circuito

democratico-rappresentativo, mentre quello di provvedere in termini individuali e concreti spetta ad organi

sganciati da tale circuito.

Per completare il quadro vi è bisogno di un tassello, il principio di legalità, in forza del quale gli atti

individuali e concreti debbono trovare il proprio fondamento in regole generali ed astratte (cioè in norme

giuridiche).

Tali norme non debbono limitarsi ad attribuire agli organi dell’ amministrazione e giurisdizione il potere di

decidere ma devono fissare i parametri generali per cui l’ eventuale decisione deve ispirarsi. Il principio di

legalità si converte così in principio del giusto procedimento.

Vezio Crisafulli esige che:” tra la legge e l’atto applicativo, tra la norma e il provvedimento, sussistano un

margine, uno stacco tale da consentire quella raffrontabilità dell’ atto di volta in volta, per non vanificare il

principio di legalità..”. Si assicura così da un parta la democraticità dell’azione pubblica (tutte le attività

statali sono decisioni elaborate in ambito del circuito democratico-rappresentativo) e dall’ altra parte

salvaguardare le ragioni della libertà (sottraendole al principio maggioritario).

CAPITOLO 4

FEDERALISMO e RAGIONALISMO

Le diverse tecniche di organizzazione territoriale del potere di cui fan parte le costituzioni contemporanee

possono farsi risalire alla nascita dello Stato moderno: dello Stato che si qualifica “costituzionale” (che fa

la sua apparizione verso la fine del secolo XVIII con la rivoluzione americana e quella francese).

Attraverso un atto (la Costituzione) si tendono a fissare i limiti all’esercizio del potere sovrano.

I due eventi rivoluzionari cui si deve la nascita appunto del costituzionalismo moderno erano accumunati

dall’ idea-base che bisognava individuare un punto di equilibrio tra l’autorità limitata e la libertà garantita ma

erano tuttavia divisi in riferimento alla struttura dello Stato.

Modello francese: principio dell’unità e indivisibilità dello Stato, Art.1: “Il Regno è uno ed indivisibile..”,

interessante rilevare come anche l’ Art.5 della costituzione italiana riconosca il principio dell’unità ed

indivisibilità della repubblica ma dall’ altro lato enuncia il contrapposto principio del riconoscimento della

promozione delle autonomie locali (su questa scia una soluzione analoga è stata accolta dalla Costituzione

portoghese del 1976 e Costituzione spagnola del 1978).

“Gli amministratori non hanno carattere rappresentativo. Essi sono agenti eletti a tempo determinato dal

popolo, per esercitare, sotto la sorveglianza e l’autorità del Re, le funzioni amministrative”.

Modello federale nordamericano: lo Stato presenta i caratteri di un’entità complessa, pluralisticamente

articolata; si tratta di uno Stato composto, in quanto è costituito a sua volta di Stati. Nonostante il periodo è

lo stesso della Rivoluzione francese, la differenza stava nel fatto che in Francia il processo di unificazione

nazionale si era realizzato più di due secoli prima della rivoluzione; ai legislatori rivoluzionari era riuscito

quello che non era riuscito ai monarchi assoluti ovvero lo smantellamento delle residue strutture di

ascendenza medioevale. Si era dato vita ad un universo giuridico bipolare dove si fronteggiavano lo Stato

ed il cittadino.

Negli Stati Uniti invece la rivoluzione era coincisa con l’avvento dello Stato moderno e della Costituzione

(1787) che lo ha sanzionato, anteriormente esistevano tredici entità sovrane ovvero le tredici ex colonie

che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1776.

Il momento che si interpose (1777 – 1781) fu quello della Confederazione che era venuta a crearsi, la

quale si presentava come un’unione internazionale volta a dar vita ad “una salda lega di amicizia per la

difesa e il benessere comuni”. Alla Confederazione spettava il potere di pace e guerra, stabilire relazione

diplomatiche, stipulare trattati ed alleanze, proibire l’importazione etc..

La Federazione si presentava come un autentico Stato, disponeva di un proprio governo, un proprio

Parlamento, un proprio esercito etc; i cittadini erano, ad un tempo, cittadini degli Stati membri e cittadini

della Federazione.

Nei rapporti con gli Stati membri la Federazione non opera in posizione di sovranità ma nell’ambito delle

competenze riconosciute dalla Costituzione.

I processi federativi si estesero anche in Europa, predestinata al federalismo su la Svizzera con la

Confederazione dei Cantoni del 1815 mentre nel 1848 è nata la Federazione con un testo che dopo una

revisione del 1874 è rimasto in vigore fino al 2000 quando è stato sostituito dalla nuova Costituzione.

Analogo il processo sviluppatosi in Germania dove lo Stato federale ha fatto la sua prima apparizione nel

1867 (dopo la guerra asutro-prussiana) per assumere il suo assetto definitivo nel 1871, con la Costituzione

bismarkiana dello stesso anno. Federalismo mantenuto anche nella Costituzione di Weimar del 1919 e con

il Grundgesetz del 1949 (Legge fondamentale di Bonn). Questa continuità fu ovviamente interrotta dal

nazionalsocialismo poiché aveva una vocazione totalitaria (eliminazione della Federazione nel 1934).

Il processo di unificazione italiano avrebbe dovuto svilupparsi in senso federale poiché vi erano tutti

presupposti ma alla fine si arrivò al fenomeno della “piemontesizzazione” dell’ Italia, trovando espressione

in un modello di ordinamento amministrativo direttamente derivato dalla tradizione francese.

Nel 1931 si ebbe un cambiamento di profondo rilievo quando hanno fatto la loro apparizione le regioni,

“inventate” dalla Costituzione della Repubblica spagnola per venire incontro alle esigenze autonomistiche

di alcune etnie con tradizioni culturali differenti (basti pensare a Catalogna e paesi baschi). Nono il

regionalismo spagnolo fu comunque spazzato via dal franchismo ma aveva dimostrato che era possibile

una terza via oltre quella francese e nordamericana.

Anche in Italia per rispondere alle tensioni autonomistiche (es: Sicilia, Valle d’Aosta), tra il 1946 e 1947

vene riesumato il tipo istituzionale dello Stato regionale rompendo con la tradizione centralistica pregressa.

Ruolo importante lo ha avuto anche l’eterogeneità del Paese dovuta alla conformazione geografica e alle

diversità di ordine socio-economico che ha fatto in modo ci fosse una disciplina giuridica uniforme, dalle

Alpi allo stretto di Messina per non danneggiare, ad esempio, agricoltura, urbanistica o artigianato.

L’ articolazione regionale inoltre poteva essere un efficace antidoto nei confronti di involuzioni autoritarie

come la non lontana esperienza fascista. Infine si sarebbe riuscito in questo modo ad essere più vicini alle

decisioni riguardanti il settore dei servizi sociali, più “vicine” agli amministrati, come sanità, trasporti,

beneficenza dell’assistenza scolastica, favorendo così lo sviluppo di una coscienza democratica, da cui

avrebbe tratto vantaggio l’intera comunità nazionale.

Negli anni ’70 il panorama generale ha registrato un profondo cambiamento, in primo luogo per la concreta

istituzione delle Regioni ad autonomia ordinaria nel nostro paese, in secondo luogo per la diffusione anche

all’ estero. In Spagna in quanto, per effetto della Costituzione del 1978 si è avviato un processo di

decentramento con la creazione delle 17 Comunidades autònomas, la cui espressione “copre” l’ interno

territorio nazionale. In Portogallo invece poiché la Costituzione del 1976 ha previsto che solo i territori

insulari delle Azzorre e di Madera si costituissero in regioni autonome. Infine anche il Belgio dove il

regionalismo degli anni ’70 si è rivelato la tappa intermedia di un processo di federalizzazione completatosi

poi nel 1993 mediante la revisione in senso federale della Costituzione. Nel 1997 anche il Regno Unito è

entrato nel novero degli Stati regionali grazie all’ istituzione di tre regioni devolute: Scozia, Galles e Irlanda

del Nord.

Ordinamenti federali e regionali presentano alcuni elementi comuni che li differenziano dal tipo unitario

centralizzato come l’ esistenza di Comuni e Province (ovvero livelli territoriali di Governo in posizione

intermedia tra Stato Centrale ed enti minori), competenze (garantite dalla Costituzione) e la legislazione

(che è compresa tra tali competenze). Quest’ ultima è importante poiché negli Stati unitari è il solo il

Parlamento ad adottare leggi formali mentre appunto negli Stati Federali e in quelli regionali il modello

accolto è quello del policentrismo legislativo (dove concorrono cioè Assemblee rappresentative delle entità

periferiche: Lander, Regioni, Stati membri etc).

Per quanto riguarda la diversità dei processi di formazione si può ad esempio notare che mentre gli Stati

membro di una federazione tendono a conservare le funzioni tipiche di uno Stato (funzione legislativa,

funzione esecutiva e quella giudiziaria) mentre le regioni dispongono delle sole funzioni attribuite dallo

Stato al momento in cui si regionalizza, e di solito tali funzioni non comprendono la giurisdizione.

Nello Stato federale le competenze enumerate spettano alla Federazione mentre gli Stati membri sono

titolari di una competenza generale. Nei sistemo regionali invece, la competenza generale spetta allo Stato

e quelle enumerate alle Regioni.

Tra gli Stati federali e gli Stati regionali ci sono altri tre aspetti differenti:

1) Bicameralismo

Negli Stati federali esiste una seconda camera rappresentativa degli Stati membri, non rappresenta le

popolazioni ma le istituzioni: le istituzioni federate.

Sono equilibrate in termini numerici, ciò significa che prescindono dalla consistenza demografica di

ciascuna (Stati e Svizzera hanno due rappresentati mentre Germania e Austria hanno un escursione tra il

minimo e il massimo, nel Bundersrat tedesco è di tre a sei mentre in quello austriaco è di tre a dodici).

Questo perché in alcuni ordinamenti federali la Camera di rappresentanza territoriale si come un organo di

primo grado, in quanto eletto direttamente dal popolo (soluzione adottata da Stati Uniti e Svizzera) mentre

in altri presenta caratteri di un organo di secondo grado, cioè costituito di membri espressi dalle istituzioni

che sono chiamati a rappresentare (Austria e Germania). In quest’ultimo caso però troviamo

differenziazione delle tecniche usate poiché la Federazione austriaca vede l’elezione da parte dei

Parlamenti sub-statali mentre in Germania c’è una continuità con la tradizione che infatti vede il proprio

Bundersrat come un organo composto di membri dei Governi dei Lander.

Nel caso dell’ Italia, il tenativo di raccordare la composizione della seconda Camera (il Senato della

Repubblica) all’ articolazione regionale dell’ ordinamento ha dato risultati deludenti poiché le regole

introdotte non hanno trasformato il Senato in una Camera rappresentativa delle Regioni (come invece si

voleva). Le regole erano: Senato eletto “a base regionale” e con garanzia di rappresentanza minima

indipendentemente dalla consistenza demografica (7 senatori per la generalità delle Regioni, un senatore

per la Valle d’Aosta e 2 per il Molise che come regione venne istituita nel 1963).

Non fu possibile collegare i senatori alle Regioni, considerate come istituzioni ed inoltre il “numero minimo

di senatori” non evitò enormi squilibri tra le rappresentanze regionali (basti pensare che nel Senato attuale

la regione più popolosa è la Lombardia con 47 senatori mentre la Valle d’Aosta è presente con uno solo).


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ProntoRiassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Mengozzi Marta.

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