Riassunto per esame "Storia contemporanea"
Capitolo 1: Duro a morire
Per 20 anni dopo la marcia su Roma, il corpo del duce è stato amato dalla maggioranza degli italiani. Il carisma personale di Mussolini ha costituito la chiave di volta del consenso popolare al regime. Ai turisti in visita nella capitale, la tappa in piazza Venezia per vedere il duce sembrava un passaggio obbligato. Nell’Italia fascista, il duce si identificava fisicamente con il potere e il popolo si identificava fisicamente con il duce.
Descrizione fisica di Mussolini: cranio grosso, fronte alta e curva, mascelle potenti, naso robusto; sia nei volumi delle parti che nel rilievo del profilo, la testa del duce veniva immancabilmente presentata come quella eccezionale del tiranno. Era un corpo da vedere e non da toccare quello del duce, la conservazione della debita distanza tra chi comanda e chi obbedisce rappresenta un elemento essenziale del potere.
Nella tradizione monarchica occidentale, il corpo fisico del re era stato vissuto come un limite o comunque come una natura seconda rispetto al suo corpo politico. Nella filosofia del ducismo e dell’hitlerismo, al contrario, l’incatenamento al corpo è divenuto una risorsa, la fisicità del leader ha costituito l’essenza stessa della sua autorità. A differenza di Hitler, Mussolini era troppo sprovveduto in campo estetico per criticare le raffigurazioni artistiche delle sue sembianze.
L’immagine del duce seguiva i fanciulli oltre il termine dell’anno scolastico: nelle colonie estive al mare o in montagna, il ritratto di Mussolini faceva parte della dotazione consegnata a ciascun ospite. La centralità del corpo del capo contribuisce a spiegare la vena teatrale dei totalitarismi in generale e del fascismo in particolare. Il duce non ha solo incarnato il potere: lo ha recitato.
Il 16 marzo 1926 si apre il processo contro Amerigo Dumini e gli altri responsabili del delitto Matteotti. Tra gli spettatori c’era una donna (Gibson) determinata a vendicare l’assassinio di Matteotti con l’uccisione di Mussolini così pochi giorni dopo spara contro il duce in una strada di Roma, sfiorandolo appena. Inaugurata da Zaniboni e proseguita dalla Gibson, la serie di attentati costringe tutti gli italiani a considerare l’eventualità di un futuro senza Mussolini.
Nel settembre 1926 un marmista, Gino Lucetti, tenta a sua volta l’impresa di uccidere il duce, terzo attentato fallito, che contribuisce a rafforzare presso la pubblica opinione l’immagine di Mussolini come protetto dalla Provvidenza. Il corpo del duce non era un corpo come un altro. Poche settimane dopo il fallimento di Lucetti, un quarto tentativo di attentare alla vita di Mussolini: il 31 ottobre 1926 a Bologna, provoca lo smantellamento di quanto restava in Italia di istituzioni liberali: scioglimento di tutti i partiti politici ad eccezione del Partito nazionale fascista, soppressione della stampa d’opposizione, ripristino della pena di morte per reati politici, creazione di una polizia segreta (Ovra).
Tre giorni prima dell’attentato bolognese, festeggiando il quarto anniversario della marcia su Roma, Mussolini ha dichiarato alla folla riunita sotto il balcone di Palazzo Chigi: “La mia parola d’ordine è un verbo: durare!”. L’imperativo va collocato entro il contesto psicologico di una missione che il duce avvertiva come epocale, rimanda a una volontà di potenza ansiosa di sfidare il tempo e di ricercare l’eternità.
Il fascismo ha variamente elaborato il sogno di garantire al corpo del capo carismatico la durabilità dell’istituzione ch’egli incarnava e in qualche modo esauriva. Che la dittatura di Mussolini dovesse rivelarsi perpetua è quanto gli antifascisti italiani finirono col temere. Gli auguri di morte al duce vengono spesso rubricati come “offese al Capo del Governo”. Gli atti della polizia politica sono istruttivi nella misura in cui riflettono la paranoia dei tutori dell’ordine per l’incolumità fisica del duce. Nell’Italia fascista la paranoia ha raggiunto tale intensità da rappresentare in se stessa un indizio storiografico.
La polizia arresta un altro militante anarchico, Sbardellotto, il quale aveva prescelto la data del 2 giugno 1932 per sparare al duce. Anche Sbardellotto fallisce nell’intento, e come Schirru (anarchico partito da New York con l’intenzione di uccidere il duce), viene condannato alla fucilazione. Si rafforza il mito dell’invulnerabilità del duce: le pallottole passano, Mussolini resta. Il 22 maggio 1939, a Berlino, i ministri degli Esteri tedesco e italiano sottoscrivono il Patto d’Acciaio, impegnando i propri paesi al reciproco sostegno in caso di guerra.
L’opinione pubblica oscilla fra il rancore nei confronti di un Mussolini riconosciuto incapace di preservare l’Italia dai tormenti della guerra e il panico di perdere l’unico uomo che poteva garantire al paese un qualche futuro. Durante i mesi seguenti circolano false notizie sulle malattie o sulla morte del duce. A giudicare dalle carte di polizia, il mito del duce regge alla prova dell’entrata in guerra. Fino al 1941 inoltrato, i rovesci militari dell’esercito italiano non intaccano nel profondo l’immagine di un Mussolini salvatore, reso fallibile solo dalla mediocrità dei gerarchi fascisti che lo circondano.
La rovinosa spedizione militare in Russia reca il colpo di grazia alla reputazione di Mussolini. La Chiesa stessa prende ormai le distanze dal regime; il clero sceglie di prestare sostegno morale non al duce ma agli italiani. L’autunno del 1942 registra l’intensificarsi delle voci sulla cattiva salute di Mussolini, in corrispondenza con un effettivo peggioramento delle sue patologie gastriche. Mussolini codardo, Mussolini disonesto, Mussolini infedele: questa triade di accuse è destinata a fissarsi nella memoria collettiva dopo la scena di fine aprile 1945: quella di Mussolini in fuga con i soldi della Banca d’Italia e la compagnia dell’amante.
Vacirca ha scritto nel 1942 “Mussolini. Storia d’un cadavere”, trattava il duce come un uomo morto nella preistoria del suo corpo morto il 26 luglio conta più del 25: perché è l’estemporaneo martedì grasso durante il quale Mussolini viene oltraggiato, ucciso in effigie. A Roma i busti del duce vengono legati dietro ai tram e producono per la città un rimbombante rumore di latte vuote. La folla invoca per Mussolini e i gerarchi la ghigliottina a piazza Venezia, i tribunali militari, una morte più crudele possibile.
Non sbagliavano del tutto gli anonimi epigrafisti di Milano quando, a fine luglio 1943, trattavano il duce come già morto. Durante l’inverno del 1943-44, dopo la liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso e il suo insediamento a Salò come capo della Repubblica Sociale Italiana, molti italiani si mostrano convinti che il vero duce sia morto. I più appassionati fra i soldati repubblicani non avevano smesso di amare il corpo del duce. Le donne arruolate come ausiliarie nell’esercito di Salò adoravano ancor più di prima questo Cristo risorto per la salvezza della patria; ne veneravano la fotografia, sognavano di sentire la sua voce.
Ma gli uni e le altre si trovavano a fronteggiare la realtà di un Mussolini invecchiato, impresentabile al punto che la propaganda di Salò limitava la circolazione delle sue fotografie. Sul terreno della politica, Mussolini ha promosso almeno un’iniziativa degna di rilievo storico: l’esperienza della cosiddetta socializzazione. Sul piano propagandistico egli ha intrapreso la campagna di stampa firmata come Giramondo sulle colonne del Corriere della Sera.
Vent’anni di fascismo stavano a dimostrare quanto il corpo del duce fosse una cosa seria. C’era qualcosa di attardato e incongruo nella prosa di Giramondo. Nella prosa di Giramondo vi era qualcosa di incongruo perché il culto modernista del corpo metallico del dittatore era stato tradizionalmente officiato dai seguaci del duce, non dal duce stesso. La morale della favola raccontata nella storia di un anno “Mussolini è un uomo duro a morire” voleva riuscire tutt’altro che anacronistica.
Se Giramondo indugiava sopra la storia del corpo mai morto di Mussolini, era nella speranza di prolungargli la vita. La storia del corpo del duce è troppo importante per essere ridotta a cicaleccio sulla presenza di questo o quel dirigente comunista nel commando partigiano responsabile dell’azione, sull’ubicazione precisa delle vittime sul momento degli spari sul numero di colpi esplosi. Il duce e la sua amante sono stati uccisi al cancello della villa Belmonte di Giulino nel pomeriggio del 28 aprile 1945, da un commando di partigiani comunisti.
Tale commando era guidato da un colonnello “Valerio” e da un commissario “Guido”, entrambi uomini esperti. Della morte di Mussolini, il Partito Comunista intendeva offrire una rappresentazione infamante. Secondo Lampredi il duce ebbe un sussulto d’onore davanti ai suoi giustizieri: fu capace di sgranare gli occhi, di aprire il bavero del pastrano e di esclamare “mirate al cuore!”. Per l’opinione pubblica italiana del 1945 gli ultimi secondi di vita di Mussolini non avrebbero potuto riscattare i suoi ultimi giorni: giorni trascorsi alla disperata ricerca di una via di scampo, fino all’estremo stratagemma di vestire un cappotto e un elmetto tedesco per sfuggire ai partigiani che gli davano la caccia.
Ben diverso da questo spettacolo comico, lo spettacolo della fine di Hitler. Nonostante le pressanti sollecitazioni dei capi nazisti, il Fuhrer avevano rinunciare a scappare dal bunker di Berlino, suicidandosi prima dell’arrivo dei russi, egli sembrava aver dominato fino all’ultimo il proprio destino.
Capitolo 2: Il bue nazionale
Davanti al cancello della villa Belmonte di Giulino, il pomeriggio del 28 aprile 1945, una storia si chiude: quella del corpo vivo del duce. E un’altra storia si apre: quella del suo corpo morto. La pubblica esibizione dei corpi degli impiccati e dei fucilati è stata praticata dai militi della RSI come forma estrema di controllo della piazza italiana, la forma più muta eppure la più parlante possibile, gli uncini da macellaio hanno servito alla bisogna, come strumento di degradazione degli uomini a bestie.
Fin dai tempi della guerra di Spagna anche l’antifascismo europeo aveva maneggiato cadaveri. Per i repubblicani spagnoli, esporre i corpi morti degli avversari era stato un modo di negarne la moralità: perché all’aria aperta un cadavere si svela corruttibile. Gli antifascisti italiani non hanno atteso la liberazione di Milano e la morte di Mussolini per esibire come trofei di caccia i corpi dei nemici uccisi. Uno scontro armato fra partigiani e repubblicani si è risolto con la disfatta di questi ultimi; allora, i contadini del paese hanno infilato sulle forche i corpi dei fascisti caduti e li hanno appesi uno per uno agli alberi della strada principale del paese.
Come l’esposizione dei corpi di 3 antifascisti nella...
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