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Esame di

Performance Measurement

Riassunti & dispense dal testo

Sistemi di Controllo

(R. N. Anthony, D. F. Hawkins, D. M. Macrì, K. A. Merchant)

McGraw-Hill

* * *

Andrea Sestino

SAPIENZA, Università di Roma

‘Management

CdLM in per le imprese’ - General Management

Anno Accademico 2014/2015

Indice

0. Introduzione al corso

1. La natura della contabilità direzionale

2. La classificazione dei costi in funzione del loro comportamento

3. Il Margine di Contribuzione e le relazioni reddito volume

4. I costi pieni ed il loro impiego

5. Ulteriori aspetti dei sistemi di determinazione dei costi

6. La determinazione dei costi basata sulle attività (ABC)

7. Costi standard, sistemi a costi variabili, costi della qualità e costi congiunti

8. L’analisi degli scostamenti di produzione

9. Varianze

10. Il contesto del controllo direzionale

11. Il processo di controllo direzionale

12. La pianificazione strategica e l’impostazione del budget

13. Reporting e valutazione delle prestazioni

15. Le decisioni di lungo termine e la scelta degli investimenti

16. Le decisioni di lungo termine e gli elementi necessari alla valutazione di un

investimento

17. Metodi alternativi al VAN ed alberi delle decisioni

Approfondimenti (in coda al file)

APP1 - Varianze ed applicazioni

APP2 - Budget & analisi

PERFORMANCE MEASUREMENT (9 CFU) dal testo ‘SISTEMI DI CONTROLLO’, McGraw-Hill

INTRODUZIONE

Le informazioni necessarie ad un’organizzazione appaiono molto diverse e variegate tra di loro. E’

ovviamente necessario schedare tali informazioni al fine di ottenere risultati soddisfacenti.

Evidentemente, queste possono essere intese nell’accezione di informazioni non quantitative

qualora non esprimono effettivamente una misura (es. il settore d’attività di un’impresa), piuttosto

che in informazioni quantitative, le quali forniscono una misura dell’oggetto alla base dell’analisi

e che a loro volta possono essere scomposte in informazioni monetarie ed informazioni non

monetarie a seconda dell’attitudine ad essere più o meno misurabili in moneta. Cosicchè il ricavo

del venduto di un’impresa generica, risulterà essere una informazioni sicuramente monetaria, tanto

quanto il numero di dipendenti, di fornitori o di clienti della stessa, pur essendo quantitativa non

risulterà certamente monetaria. Da questo, si deduce ancora, che l’insieme di informazioni

monetarie (o contabili), sono necessarie a trarre informazioni di tipo operativo, per il bilancio, per il

management nonché informazioni fiscali.

Le informazioni operative sono rappresentative della maggior parte delle informazioni contabili e

pertanto sono necessarie allo svolgimento delle attività (es. salari e stipendi, misura del TFR), a

differenza delle informazioni di bilancio le quali nello Stato patrimoniale sono necessarie a

individuare l’impresa dal punto di vista strutturale, analizzandola poi nella dinamica della gestione

in sede di conto economico, ed ancora analizzando dettagliatamente eventuali ed ulteriori contenuti

in sede di Nota integrativa, ed ancora verificare l’evoluzione delle consistenze nel flusso di cassa.

Mentre invece le informazioni fiscali sono necessarie ad adempiere agli obblighi fiscali, quelle

della contabilità direzionale diventano necessarie ai manager per poter svolgere i propri incarichi

direttivi.

Risulta allora, che è necessario individuare un concetto di Controllo di Gestione, che diviene

naturale da prevedere sia in fasi concomitanti che in fasi susseguenti all’attività svolta. Pertanto, il

controllo di gestione fornisce le informazioni monetarie e quantitative usate dal management per

prendere decisioni, programmare, controllare. Più precisamente a seguito della fase di

PROGRAMMAZIONE degli obiettivi da raggiungere, si attua la c.d. IMPLEMENTAZIONE.

Segue, la fase di controllo, la quale consentirà mediante l’analisi di opportuni feedback (=verifiche

che consentono di agire per migliorare l’assetto) di provvedere a correzioni dei piani (in fase di

programmazione ulteriore) piuttosto che attuare operazioni correttive (in fase di implementazione).

PROGRAMMAZIONE ————> IMPLEMENTAZIONE ————> CONTROLLO

Feedback

(Correzione piani; Oper. correttive)

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

PERFORMANCE MEASUREMENT (9 CFU) dal testo ‘SISTEMI DI CONTROLLO’, McGraw-Hill

CAPITOLO 1 - LA NATURA DELLA CONTABILITÀ’ DIREZIONALE

Le informazioni di bilancio sono preparare soprattutto per gli attori esterni all’impresa (stakeholders) e

pertanto azionisti, banche e portatori di interesse vari sebbene tra i documenti principali del bilancio, ne

risultino alcuni evidentemente necessarie alla categoria del management. Questo ovviamente in un’ottica di

fornire una situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa in un dato momento.

La contabilità direzionale (management accounting) fornisce le informazioni utilizzate dal management

per poter porre in atto le attività di controllo, analisi e preparazione delle strategie e delle scelte che questi

prenderà nel tempo. Le informazioni utilizzate dal management sono ovviamente diverse: contabili e non

contabili, quantitative e non quantitative.

I DIVERSI TIPI DI INFORMAZIONI DELLA CONTABILITÀ’ DIREZIONALE ED IL LORO

UTILIZZO

Mentre la contabilità generale si occupa principalmente dell’insieme dei principi attui a garantire la

sussistenza dell’equazione A=P+CN, la contabilità direzionale (controllo di gestione) assume il compito

di: (1) misurare i ricavi, i costi e gli assets (attività d’impresa) e di (2) procedere al controllo. Ma ancora è

possibile assimilare una terza (3) funzionale, ovvero che supporti il management nella scelta tra più

alternative disponibili. Non esiste allora un’equazione base su cui focalizzare l’attenzione, bensì esistono

diverse articolazioni, prospetti e studi mirati alle diverse finalità da raggiungere. Ed allora, per ciascuno dei

tre scopi della contabilità direzionale, esistono tre modi di assemblare e costruire i costi:

(1) configurazioni a costo pieno (full costing accounting)

(2) configurazioni di costo per centro di responsabilità (responsibility accounting)

(3) configurazioni di costo differenziale (differential accounting)

Nell’analisi del costo pieno, occorre individuare lo stesso costo pieno come la configurazione che considera

e valorizza tutte le risorse che sono state utilizzate per compiere una determinata attività (es. produzione del

bene x). Il costo pieno, è una configurazione di costo costituito pertanto da una quota parte di costi diretti,

ovvero costi oggettivamente e direttamente imputabili all’attività svolta, e di una quota parte di costi

indiretti, i quali sono imputabili solo in parte all’attività svolta in quanto ‘spalmabili’ su più attività

pianificate. E’ ovvio che occorrerà allora identificare una sorta di ‘parametro’ che consenta una facile

imputazione del costo indiretto all’oggetto di calcolo. E’ il caso del driver del costo.

La configurazione a centro di responsabilità, invece, è una configurazione che rileva i costi per centro di

responsabilità. Definito il centro di responsabilità (CdR) una singola unità organizzativa guidata da un

manager, per raggiungere risultati ed attività, la configurazione analizza i costi derivanti dalla stessa.

Infine, fondamentale è la definizione di costo differenziale. In ogni momento e nella dinamica della vita

d’impresa, la linea manageriale trova a concentrare la propria analisi su diverse alternative. La scelta

dell’una, pregiudica l’altra o non la esclude, ma comunque conduce a risultati diversi. Pertanto è definito

costo differenziale, quella configurazione di costo che misura il variare del costo a seconda dell’alternativa

(=strategia) attuata.

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

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CAPITOLO 2 - LA CLASSIFICAZIONE DEI COSTI IN

FUNZIONE DEL LORO COMPORTAMENTO

Nel controllo di gestione è fondamentale capire il comportamento dei costi. Se una impresa

aumenta in misura significativa la quantità di beni prodotti o di servizi offerti, è certo che

all’aumentare del volume prodotto dovrebbero aumentare anche i costi: all’aumentare dei volumi,

tendenzialmente i costi aumentano. Tuttavia, l’incremento dei costi è in termini percentuali minore

dell’incremento dei volumi. Occorre distinguere una serie di tipologie di costo.

Si definiscono costi variabili (variable costs) quei costi il cui valore complessivo varia

proporzionalmente al variare della produzione (output), misurato con un opportuno driver.

Analiticamente, i costi variabili sono rappresentati con una retta crescente dall’origine - in quanto a

volume zero, non sono sostenuti - ed aumentano al crescere della produzione.

Il costo variabile unitario cvi moltiplicato per la quantità prodotta restituisce quello totale.

CT = cvu * x

I costi fissi (fixed costs), al contrario sono quei costi il cui valore non varia al variare della quantità

prodotta (output) misurata con un driver. In effetti, questo giustifica il perché questi si rappresentino

analiticamente con una retta parallela all’asse delle x, pertanto costante.

CT = CF

I costi fissi a loro volta sono analizzabile come:

- costi fissi impegnati, di importo generalmente rilevante i quali impegnano l’impresa per

temporali piuttosto lunghi;

- costi fissi discrezionali, assai più flessibili rispetto agli impegnati, impegnano l’impresa per

brevi periodo e consentono di adeguarne il valore al variare delle esigenze aziendali senza

tuttavia compromettere la performance d’azienda.

Esistono ancora dei costi c.d. costi semivariabili (semivariable costs) o costi misti, caratterizzati da

una quota di costi variabili e una quota di costi fissi. Analiticamente si rappresentano con una curva

crescente, la cui origine è collocata sull’asse delle y (perchè segnaletica di quota di costi variabili).

Il costo totale si forma infatti, con la quota di costo fisso costante ai quali si somma la quota di costo

variabile crescente al crescere del volume della produzione. 1

CT = CF + cvu(x)

1 Non si rappresentano con una retta parallela all’asse delle x ad un certo punto crescente, perché avrebbe tutt’altro

significato: ossia un costo dapprima costante e fisso, che per qualche ragione diviene poi variabile.

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

PERFORMANCE MEASUREMENT (9 CFU) dal testo ‘SISTEMI DI CONTROLLO’, McGraw-Hill

La relazione tra il costo totale e il volume. Il livello del

volume di attività genera degli effetti sui costi: l’effetto può

essere rappresentanti con un diagramma costo-volume, o

attraverso l’equazione

CT =CFT +(cvu (x)).

Questo significa che per un dato livello di volume, i costi

totali CT sono la somma dei costi fissi totali CFT e dei costi

variabili totali cvu(x). Queta relazione è valida per un certo

intervallo temporale, per un certo intervallo di volume (c.d.

intervallo di rilevanza) e per un dato insieme di condizioni

ambientali.

Il costo medio unitario, per sua natura di

calcolo si comporta diversamente dal costo

totale. IN effetti, considerato che ottenere il

costo medio significa dividere per la

quantità di volume prodotta, il costo medio

unitario resta costante se il costo è variabile,

e varia in relazione ai costi fissi. Ecco

perché il costo medio unitario assume

significato solo relativamente al volume per

cui è stato calcolato.

Al crescere del volume è possibile che i

costi talvolta diminuiscono: si dirà che si

avrà un trend positivo, e si stanno creando

buoni risultati.

Esistono altri costi, c.d. costi a gradino (step function costs). Questi costi si riferiscono a risorse

acquisibili solo in ‘blocchi’ minimi, al raggiungimento di un ‘nuovo gradino’. Cioè, sono dei costi

spesso imputabili alla componente umana d’impresa: pensiamo ad esempio che per ogni 10

lavoratori occorra un supervisore.

L’acquisizione di un nuovo lavoratore, posti a

9 quelli già posseduti dall’azienda, genererà

il costo di un supervisore. Questo costo sarà

sostenuto ancora, al gradino successivo,

ovvero quanto l’azienda assumerà altri e 10

lavoratori.

L’altezza del gradino, è il costo necessario

all’incremento di capacità. Il comportamento

è simile a quello dei costi fissi.

Esempio dal testo. Una officina è dotata di otto postazioni di lavoro. Se si impiegano cinque operai

e se ne assume un sesto, la capacità produttiva aumenta, e i costi della manodopera aumentano di

una quantità (=un gradino) equivalente al salario del nuovo assunto.

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

PERFORMANCE MEASUREMENT (9 CFU) dal testo ‘SISTEMI DI CONTROLLO’, McGraw-Hill

Esistono altri costi ritenuti variabili che in realtà non lo sono. Sono cosiddetti costi viscosi (sticky

costs): i costi viscosi, non variano al 100%

quando il volume di attività si riduce, ma si

contraggono meno rapidamente al

diminuire del volume, di quanto crescano

all’aumentare: per questo sono detti

‘viscosi’.

Un esempio sono i costi commerciali per

alcuni agenti. Al crescere dei ricavi, crescono

le provvigioni e al crescere delle vendite, si

devono reclutare nuovi agenti. Ma, tuttavia

molti agenti hanno comunque un minimo di

provvigione garantito, tale per cui che anche

se le vendite si riducono, i loro compensi non scendono sotto u determinato livello stabilito.

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

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CAPITOLO 3 - IL MARGINE DI CONTRIBUZIONE

E LE RELAZIONI TRA REDDITO E VOLUME

Come prerequisito è bene ricordare che la differenza tra reddito e profitto, non percepibile nei paesi anglosassoni (come

nel libro di testo) è invece percepibile di nostro. Si tratta perlopiù di una differenza di tipo valutativo: il reddito, è il

risultato finalizzato all’interesse di una terza parte; il profitto, è il risultato finalizzato al nostro interesse. Ecco perché ad

esempio in Italia si parla di reddito fiscale: i criteri - es. bilancio civilistico - lo orienta alla fiscalità - interesse di terzi,

Stato.

Il diagramma costo-volume può essere opportunamente arricchito aggiungendo la retta dei ricavi,

ottenendo un nuovo diagramma detto diagramma del profitto o diagramma costo-volume-

profitto. I ricavi, si suppongono partire dall’origine in relazione al volume prodotto e venduto,

mentre i costi, sempre crescenti anch’essi, partono su un punto dell’asse delle y, ricomprendendo

per ipotesi assai veritiera una quota di CF.

Il punto di interazione tra le curve è definito break even point (=punto di rottura), nel quale la

retta dei ricavi interseca la retta dei costi nel punto

RT = CT

RT = CFT + CVT —> RT = CFT + cvu(x)

Si definisce volume di pareggio quello in corrispondenza del BEP, e quindi il punto dove i ricavi

totali eguagliano i costi totali sostenuti alla produzione, tali da generare una condizione di pareggio

per l’impresa.

Con degli opportuni calcoli è possibile calcolare la quantità e il prezzo di pareggio:

RT=CT

p * x = CFT + cvu * x

Fondamentale è il calcolo della quantità. Ci si ricondurrà a una equazione in cui la quantità, è data

dai costi fissi fratto il prezzo di vendita al netto del costo variabile unitario.

p*x - cvu*x = CFT

(p-cvu)x = CFT

x= CFT / (p-cvu)

La differenza al denominatore, è detta margine di contribuzione unitario come differenza tra il

prezzo di vendita unitario (o RICAVO UNITARIO) ed il costo variabile unitario.

Andrea Sestino. SAPIENZA, Università di Roma

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CAPITOLO 4 - I COSTI PIENI ED IL LORO IMPIEGO

Un costo può essere analizzato in base al suo comportamento, e tuttavia il concetto di costo è

abbastanza ambiguo. Possiamo però così definirlo:

Il costo, è la valorizzazione monetaria delle risorse utilizzate (=consumate) o da utilizzarsi

per un qualche scopo.

La funzione del costo pertanto è una funzione:

a. che quantifica un impiego di risorse da utilizzarsi per raggiungere uno scopo (es. produzione).

b. utilizza un ‘comune denominatore’.

c. fà riferimento a uno scopo, un obiettivo: oggetto del costo.

Segue pertanto che un Oggetto del costo altro non è che il termine tecnico (cost object) per indicare

un prodotto, un progetto, uno scopo del quale si misurano i costi.

Per una qualsiasi impresa, oggetto del costo possono essere le produzioni, possono essere i clienti, i

processi ovvero qualsiasi entità per la quale si desideri disporre di informazioni di costo.

Occorre però ‘graduare’ i diversi costi. Abbiamo già definito i costi diretti come i costi direttamente

imputabili in maniera non ambigua all’oggetto di costo, e i costi indiretti come quei costi causati

congiuntamente da più oggetti di costo, e non riconducibili oggettivamente solo ed esclusivamente

ad uno.

Possiamo introdurre allora un nuovo concetto. Ovvero il concetto di COSTO PIENO (full cost),

ovvero tutte le risorse utilizzate per un determinato oggetto del costo. Se delle volte, determinare il

costo pieno è agevole, altre la presenza di costi indiretti deve ricondurre alla definizione di un

comune denominatore tra tutti gli oggetti di costo in modo tale che siano ripartiti gli stessi tra

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/06 Economia applicata

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher andreasestino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Performance measurement e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Barile Sergio.
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