Luca Agostinetto: "L'intercultura in bilico: scienza, incoscienza e sostenibilità dell’immigrazione"
Il libro di Agostinetto inizia affermando che al giorno d’oggi, siamo ormai abituati all’idea di vivere in una realtà complessa e mutevole, perché, come dice Beck, siamo testimoni all’interno di una, o più, rotture all’interno della modernità. Una di queste rotture riguarda inevitabilmente il carattere multiculturale della nostra società, che deriva dallo sviluppo dei flussi migratori contemporanei.
La multiculturalità e la pedagogia interculturale
Quindi il tema principale di cui ci stiamo occupando adesso è proprio quello della multiculturalità che però, deve essere affrontato in modo diverso: non più in modo amministrativo o politico ma in chiave pedagogica. Come sappiamo, la pedagogia è una scienza pratico-descrittiva che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nel suo ciclo di vita. Essa è anche progettuale (perché l’educatore agisce sulla base di un progetto) e metabletica (cioè l’azione educativa per essere realmente educativa deve portare ad un cambiamento, una trasformazione in senso evolutivo).
Quindi parlare di multiculturalità in chiave pedagogica significa fare educazione interculturale partendo dal concetto di multiculturalità: multiculturalità e pedagogia interculturale sono però due concetti estremamente diversi:
- Con il termine multiculturalità possiamo intendere la semplice compresenza di persone con appartenenze culturali diverse in uno stesso contesto socio-territoriale. E questa è una realtà di fatto, una constatazione oggettiva evidente.
- Col termine educazione interculturale s’intende invece un progetto pedagogico sulla realtà culturale, basato sulle conoscenze delle altre culture, sulla necessità di dialogo tra culture diverse, ma soprattutto sul valore intrinseco di ogni persona che va al di là dell’appartenenza culturale.
- La finalità dell’educazione interculturale è la promozione di tutela e arricchimento reciproco a partire dalla scoperta della diversità (alterità). Quindi: agire in una società pluri/multiculturale affinché si favorisca l’integrazione tra culture differenti.
Per questo motivo si parla di pedagogia interculturale e non di pedagogia pluriculturale o multiculturale: infatti, pluriculturale o multiculturale, significa fare una constatazione di fatto, cioè significa riconoscere che in una data società convivono culture differenti, ma non significa necessariamente che ci sia integrazione o comunque interazione.
Le finalità della pedagogia interculturale quindi rappresentano le direzioni da prendere per uno sviluppo civile nell’epoca della complessità.
Fare educazione interculturale
Fare educazione interculturale allora, significa:
- Rafforzare la propria identità culturale in comunicazione con gli altri.
- Sviluppare una personalità più rispettosa e aperta verso l’altro e capace di decentramento (la capacità di saper uscire da noi stessi per andare verso l’altro e cogliere il suo pensiero e i suoi sentimenti).
- Prendere consapevolezza dei vari punti di vista e quindi essere capaci di accettare e convivere con il diverso riconoscendone i diritti.
- Promuovere la capacità negli uomini di muoversi pacificamente con diversi contesti culturali e in diversi contesti culturali.
- Educare al riconoscimento del valore irriducibile di ogni persona.
Non si tratta quindi di trovare il modo per non scontrarsi ma si tratta di passare dalla "cultura dell’indifferenza" alla "cultura della differenza". In quest’ottica possiamo parlare anche di un’educazione alla mediazione, che viene intesa come un impegno a educare al compromesso ma alla capacità di decentramento e di crescita anche del proprio sé.
Concetti dell’intercultura
- Etnocentrismo: (metto al centro la mia etnia= è una sorta di dogma assoluto) la mia appartenenza io la colloco al centro, come la più valida in assoluto e il resto lo giudico per differenza rispetto alla mia identità. Quindi è quell’atteggiamento per cui gli appartenenti ad una determinata società caratterizzata da una sua cultura specifica ritengono quest’ultima come la più valida in senso assoluto. Esempio del principio del terzo escluso.
- Auto preferenza: è il naturale e spontaneo attaccamento alle proprie tradizioni e al proprio sistema culturale. È legittimo che io mi sento meglio, a mio agio rispetto alle altre tradizioni. Come legittima è la paura dell’altro. L’auto preferenza non è etnocentrismo!
- Relativismo culturale: è quella teoria antropologica culturale secondo cui le culture sono prodotti umani e come tali non possono essere considerati l'uno dominante sull’altro. Quindi le culture sono un prodotto della storia dell’uomo e nessuna può essere considerata dominante. Quindi io giustifico le varie differenze culturali rispetto alle mie.
Globalizzazione, flussi migratori e la situazione italiana
Come detto all’inizio, lo scopo della pedagogia interculturale è favorire l’integrazione tra culture, però per capire lo stesso concetto di integrazione, bisogna parlare di flussi: per prima cosa, i flussi migratori sono qualcosa di non recente anche se l’Italia ci fa pensare che improvvisamente l’emergenza immigrazione sia qualcosa di nuovo, un problema di oggi, ma così non è.
- Elio Damiano ha affermato che la migrazione è un fenomeno osservabile fin dai tempi più remoti della storia dell’uomo e a tal proposito, ci dice che per capire la migrazione, bisogna capire quella che è stata la natura dell’uomo. Egli afferma che come è esistito un uomo erectus, sapiens, è esistito anche un “homo migrans”. Damiano parte cioè dalle origini della nostra civiltà (Roma imperiale e Grecia antica) affermando che nella Grecia antica (5° sec a.C.) si contava una presenza di stranieri pari al 35% di schiavi e 20% di commercianti/pendolari definiti metoikos. Quindi fra schiavi e commercianti nella Grecia antica metà della popolazione non era autoctona ma vi era una presenza straniera di più del 50%. Allo stesso modo, anche Roma, la quale era diventata una delle grandi metropoli e meta ricercata da tanti, l’80% della popolazione era costituita da gente straniera. Ma la data importante che rappresenta un momento in cui gli spostamenti anche a livello intercontinentale diventano una sorta di migrazione è quella della scoperta dell’America nel 1492. Questa data cambia la geografia mondiale non solo perché si scopre l’America ma perché si scopre la geografia umana. Ciò che è interessante dire di questa data è che uno dei paradigmi interpretativi del nostro tempo (paradigma interpretativo del nostro tempo significa modalità di leggere la società contemporanea come complessa, liquida (Bauman), come società del rischio, o società della crisi), è la globalizzazione: il termine globalizzazione è stato adoperato a partire dagli anni ’90 per indicare quel processo di interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, che tende ad unificare il commercio, le culture, il pensiero e i costumi tra le diverse aree del mondo. Quindi con la globalizzazione le relazioni si sono estese a livello globale superando i confini fisici, culturali e politici quindi rappresenta il più ampio contesto migratorio a livello mondiale. Ma c’è da notare che il fenomeno della globalizzazione inizia dal 1492, quindi dalla scoperta dell’America e con questo termine, si intende quel processo attraverso il quale mercati, produzioni, consumi e anche modi di vivere e di pensare divengono connessi su scala mondiale, grazie ad un continuo flusso di scambi che li rende interdipendenti e tende a unificarli. Nel periodo successivo alla scoperta dell’America (fine 1400-1500) si calcola che ci fu uno spostamento di persone verso le Americhe di almeno 10 milioni di questi: 3 milioni provenivano dall’Europa, e gli altri 7 milioni dall’Africa importati come schiavi. Il primo flusso di migrazione si registra quindi nel 1492, con 10 milioni di individui che si spostano verso le Americhe. Questo flusso migratorio verso l’America è spiegato da Pierre George nel suo libro intitolato “Le migrazioni internazionali” in cui fa emergere il concetto di PDD (Pressione demografica differenziale tra luogo di origine e di destinazione): esso è il rapporto tra popolazione e risorse; oppure tra l’incremento della popolazione e il tasso di sviluppo economico. Banalmente, in minimi termini, si può dire ad esempio che se in Europa, la popolazione aumenta ma le risorse sono limitate, la soluzione è fuggire in altri posti dove le risorse sono illimitate (es. in America). Cosa favorisce questa migrazione? Da una parte l’aumento della popolazione in Europa (primi processi di urbanizzazione) e dall’altra, i grandi progressi dell’organizzazione tecnologica nella navigazione.
- Massimiliano Fiorucci dice che il periodo più importante della storia dei flussi migratori è quello tra il 1500 e il 1800: infatti in questo periodo si calcola si siano spostate circa 200 milioni di persone che attraversarono l’Europa verso le Americhe e verso l’India. Ma soprattutto è il periodo della grandi imprese coloniali (colonialismo) e questo è dovuto sempre alla pressione demografica differenziale che porta la gente a spostarsi. Secondo Fiorucci, un altro periodo altrettanto importante da ricordare è quello tra il 1800-1900 in cui abbiamo il congresso di Vienna (1814-1815) e il primo conflitto mondiale (1914 - 1918). Tra questi due eventi passa un periodo di 100 anni in cui si ridisegna la cartina dell’Europa perché si spostano complessivamente fra gli 80 e i 100 milioni di persone. Infatti, Massimilano Fiorucci dice che in questi 100 anni ci sono 5 direzioni di flusso principali:
- 60 milioni di europei procede verso le Americhe e l’Oceania
- 10 milioni di russi procedono verso la Siberia per le risorse minerarie
- 1 milione di europei procede dalla parte meridionale dell’Europa verso l’Africa
- 12 milioni di cinesi e 6 milioni di giapponesi vanno a popolare la zona del sud est asiatico che era ancora inesplorato
- 1 milione di indiani si muovo verso il sud est asiatico e verso l’Africa
- E per quanto riguarda l’Italia? Dei 60 milioni di europei, tra cui polacchi, irlandesi, inglesi ad esempio che migrarono verso l’America, un buon 10% cioè 6 milioni, erano italiani contribuendo a formare questo flusso. Fiorucci dice che la quasi totalità degli italiani che sono migrati verso le Americhe si è concentrato nello spazio americano in meno di 10 anni (dal 1901 al 1910). In tutto questo, c’è da dire che i due conflitti mondiali creano un corto circuito, creano un blocco alle migrazioni tant’è che queste non si verificano più.
- Gusso secondo l’autore, il periodo successivo alle due guerre, quindi dal 1945 al 2015, si può definire come periodo dell’inversione di flusso migratorio perché l’Europa passa da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Questo periodo, si può suddividere in quattro fasi:
- 1945-1955: gli stati che avevano subito processi di colonizzazione, vedono la riacquisizione della sovranità territoriale (processo di decolonizzazione) e quindi ciò comporta un primo flusso di ritorno.
- 1955/60-1973: è il periodo della grande ripresa dove bisognava risollevarsi dalle guerre da tutti i punti di vista: bisognava ricostruire la Germania, la Svizzera, parte della Francia e dell’Italia. Viene riproposto il concetto di autarchia ma soprattutto c’è bisogno di manodopera e a tal proposito, l’Europa diventa un paese di “immigrazione” perché ha bisogno di gente che lavori.
- 1973-1989: crisi petrolifera (1973) che determina in Europa una crisi molto simile a quella che stiamo vivendo oggi: salta la forza lavoro e i paesi sono costretti a chiudere i collegamenti, attivando le prime misure espulsive. E poi caduta del muro di Berlino (1989).
- 1989-2015: conosce un nuovo flusso che dall’est del mondo si dirige verso l’ovest: con la caduta del muro, una massa di persone si sposta per il conflitto dei Balcani. Principale etnia presente oggi è la Romania.
Ad ogni modo, l’Italia ha vissuto una situazione a dir quanto anomala per tre eccezioni:
- Non ha vissuto lo scambio perché le politiche coloniali italiane non hanno avuto gli stessi effetti di quelli degli altri paesi (non c’è mai stata una significativa presenza di colonie).
- L’Europa, dopo la seconda guerra mondiale, è diventata un luogo di immigrazione; l’Italia invece, ha continuato ad essere luogo di emigrazione (gli italiani per esempio, continuavano ad andare dove c’era bisogno di manodopera).
- Dalla seconda guerra mondiale agli anni ’80, vi sono due elementi da considerare:
- La questione migratoria e degli immigranti era un problema esclusivamente interno.
- Il flusso principale migratorio è quello che va da sud a nord ma ricordiamo anche spostamenti che vanno dalla campagna alla città.
Ad ogni modo oggi siamo di fronte a una ripresa dei flussi migratori dall’est all’ovest europeo dovuto a una mancata stabilizzazione sociale politica ed economica. Secondo diversi autori è la correlazione tra due elementi diversi a costituire il fattore di spinta delle migrazioni: gli squilibri demografici da un lato (nei PVS vive l’85% della popolazione mondiale!) e la distribuzione di ricchezza e disponibilità di risorse dall’altro.
Ci sono anche altri fattori che spingono le persone ad andarsene: troviamo vaste aree del pianeta che stanno subendo processi di desertificazione, di scomparsa di fonti idriche, l’aumento delle carestie. Senza contare le questioni di ordine politico. Conflitti, instabilità e dittature e fondamentalismi che annullano libertà e diritti.
C’è un altro elemento che dobbiamo prendere in considerazione parlando della nostra realtà multiculturale, ovvero quello della “prospettiva delle persone”, cioè come le persone vedono il fenomeno dell’immigrazione e questo è un aspetto rilevante perché la gente si comporta esattamente sulla base delle idee che si fa sul fenomeno migratorio in questo caso allora, l’immigrato può essere considerato in modo ambivalente perché da una parte egli sarà sempre l’
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