L'intercultura in bilico di L. Agostinetto
Capitolo 1: Realtà multiculturale, pedagogia interculturale
Realtà pedagogica
Complessità, pedagogia, sostenibilità
Beck spiega che il disorientamento deriva dal fatto che siamo testimoni oculari di alcune rotture all’interno della contemporaneità, una di queste riguarda la rapida composizione della multiculturalità della nostra società, derivante dai flussi migratori contemporanei. Il fenomeno della multiculturalità è tanto cruciale quanto sconosciuto e ridotto a stereotipi, basati sulle contrapposizioni minacciose così in accordo con la paura, da risultare indecifrabile alla coscienza e conoscenza.
Le amministrazioni locali e i contesti educativi, soprattutto, si rendono conto dell’importanza di affrontare la tematica della multiculturalità in modo diverso: se riguarda la nostra società fino a farne parte, conviene conoscere realisticamente questa caratterizzazione sociale, comprenderne limiti e costi, riconoscere le potenzialità e i benefici, al fine di non subire conseguenze pedagogia interculturale acquista nuova centralità.
Vi sono due ragioni che giustificano il ricorso ad un'ottica educativa per gestire le problematiche delle potenzialità multiculturali:
- La pedagogia come scienza pratico-prescrittiva, impegnata ad assumere il reale e le condizioni nelle quali si declina affinché siano modificabili in senso evolutivo, tale modificabilità (in peda educabilità) si realizza all’interno di una logica progettuale.
- La pratica educativa è una risposta “profonda”, che sostiene e responsabilizza il suo destinatario, il quale diventa agente del proprio cambiamento.
L’educazione rappresenta la via meno immediata, ma più sostenibile (per efficacia e durata) alle problematiche multiculturali e all’esigenza dell’incontro con l’altro. La pedagogia quindi risponde alle istanze di riconoscimento della realtà multiculturale al fine di un suo sviluppo, è ciò che si chiama intercultura.
Pedagogia interculturale e società reale
Con il termine multiculturale possiamo intendere la compresenza di persone con appartenenze culturali differenti in uno stesso contesto socio-territoriale. Non tende necessariamente a connotarsi in senso positivo, ma si gioca su diversi ordini di “differenziali”.
L'intercultura vuole costruire la risposta educativa ai cambiamenti e alle problematiche contemporanee di convivenza e integrazione tra diverse provenienze culturali nelle società complesse.
L’educazione interculturale può essere definita come il progetto pedagogico sulla realtà multiculturale, la cui finalità è la promozione di una tutela e di un arricchimento reciproco, a partire dallo scoprimento delle potenzialità dialogiche e di incontro con l’alterità.
Rizzi afferma che se è vero che si parte da situazioni problematiche è anche vero che l’immigrazione è un’occasione evolutiva, di cultura e civiltà, essendo esperienza d'incontro, di accezione, di ascolto e collaborazione per tutti, in una reciprocità di diritti e doveri. È dunque necessario promuovere un'idea di intercultura come orientamento alla capacità di tutti di muoversi attivamente e pacificamente con e in diversi contesti culturali, ampliando e ridefinendo così i propri confini e destinatari. Il contributo pedagogico si sostanzia come intenzionalità e progettualità educativa.
Le finalità interculturali
Come progetto pedagogico sulla multiculturalità, l’educazione interculturale è guidata da una serie di finalità che costituiscono il riferimento per i vari tipi di intervento e rappresentano le direzioni orientative di uno sviluppo civile in quest’epoca di complessità e interdipendenze.
Educazione all’apertura e al decentramento
La pedagogia interculturale mira alla costruzione di una relazione positiva tra gruppi di diverse culture. L'educazione a un pensiero aperto (open mind) rappresenta il superamento degli stereotipi e dei pregiudizi, e la disponibilità a conoscere e farsi conoscere. La relazionalità è anche decentramento ossia capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro per coglierne il pensiero, questo implica anche un'apertura verso di sé e i propri pensieri, e far sì che l’incontro sia un’occasione per ripensare a se stessi. Cima sostiene che lo scambio non può essere passivo, poiché implica una creazione di legami: se rimaniamo solo sulla nostra vista, cresce solo questa.
L’educazione all’apertura è un percorso interculturale perché implica il superamento di un multiculturalismo in virtù della ragione relazionale (Donati), si tratta di passare dalla cultura dell’indifferenza a quella delle differenze e della convivialità di queste.
Educazione alla mediazione
Per mediazione s'intende come “l’impegno razionale a contenere le risposte immediate e reattive e a trasformarle in momenti di costruzione e di crescita, attraverso l’acquisizione di uno spazio intermedio che avvicina alla conoscenza e alla soluzione del problema”.
Il processo mediatorio contribuisce a ricomporre l'idea per cui l’incontro è possibile solo se l'altro si adatta a me. Come sempre avviene in educazione, le parti non restano immobili ma avviene un processo evolutivo e ciò non significa rinunciare alla propria identità, ma saperla “risignificare” in un processo mediatorio.
Secondo Cima la mediazione non è unire, ma creare uno spazio vuoto in cui porre la pedagogia, i modelli educativi, le metodologie e i valori. Uno spazio che dia conto dei diversi saperi e renderli attivi e significativi in relazione ai gruppi presenti. Educare in questo senso non significa educare al compromesso, ma alla capacità di decentramento e di crescita anche del sé, per un comune intendimento migliorativo e di sviluppo.
Educazione all'alterità, ai diritti e alla cittadinanza
Educare all’intercultura significa educare al riconoscimento del valore irriducibile che vi è oltre ogni appartenenza culturale: la persona, su tale valore è possibile l’incontro di ogni diversità.
Educazione all'alterità significa eliminare ogni tentazione semplificante e riduttiva dell’altro, compresa vedere solo gli aspetti strumentali dell’immigrazione: l'altro è da conoscere non solo in quanto forza lavoro, ma anche perché ha dignità di persona.
Non si tratta di assolutizzare i diritti dei migranti, ma di salvaguardare i diritti collettivi. Come sostiene Rizzi “l’educazione interculturale è la realizzazione dei diritti dell’uomo, è la lotta contro la discriminazione”.
Assume centralità la questione della cittadinanza, per i migranti quanto per gli autoctoni, la pedagogia interculturale ha come obiettivo la promozione del concetto di cittadinanza “a misura di persona” che sia trasversale alle diverse culture per non legittimare nessuna discriminazione o sfruttamento, cioè essere cittadini del mondo.
Capitolo 2: La cornice significante: il contesto dell’immigrazione
Lo sfondo contemporaneo
Beck sostiene che la parola chiave della contemporaneità sia “post”: “è la parola in codice per un disorientamento che si fa moda. Rinvia in un “oltre” che non sa nominare, ma resta legato ai contenuti che nomina e nega, nell’irrigidimento di ciò che è noto.”
A partire da un noto paradigma
Un paradigma di interpretazione della realtà può essere quello della globalizzazione, intesa come l’insieme di relazioni che attraversa le frontiere di tutti i paesi, provocando un processo di condizionamento e interdipendenza.
Questo termine si è affermato di recente, in ambito accademico non è ritenuto un concetto significativo fin dall’inizio degli anni '80. Sebbene il termine sia usato in senso molto lato e in modo contraddittorio, è diventato parte della coscienza globale. Non è facile trovare le origini della teorizzazione sociologica sulla globalizzazione, già Comte e Marx avevano posto delle riflessioni su ciò che oggi chiamiamo così.
Negli anni '60 ci furono i primi studi sulle nuove forme di comunicazione mass-mediali: l’immagine del villaggio globale di McLuhan del '62 indica già una condizione di restringimento della dimensione spazio-temporale. Un altro studio è quello di Lagos con tematiche come “Terzo Mondo” secondo un modello tra le nazioni che genera un sistema di stratificazione mondiale.
Negli anni '70 la teoria del Sistema-mondo di Wallerstain che rilegge il concetto di “economia-mondo” di Braudel, mettendo l’economia come principale motore della modernizzazione e intendendo lo sviluppo globale come un sistema capitalistico di scambio.
Il più ampio contesto migratorio
- La globalizzazione è un paradigma di lettura della realtà in cui l’accento viene posto, più che sui singoli elementi, sui processi di interrelazione che tra questi si vengono a creare.
- La globalizzazione è un processo contraddittorio e ambivalente, che sfugge alla previsione delle scienze economiche e sociali. Si congiungono e contrappongono continuamente spinte dall’alto (poteri politici, economici, mediatici) e dal basso. Da un lato agiscono potenti fattori di unificazione e omogenizzazione: gli accorpamenti economici e industriali, le cooperazioni politiche, immagini e stili di consumo. Dall’altro lato vediamo imperi o federazioni sfasciarsi, nazioni e culture rivendicare la propria esistenza singolare, differenze etniche o religiose affermarsi con forza. Afferma Bauman “la globalizzazione divide quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause che dividono sono le stesse che promuovono l’uniformità del globo”.
- Ridefinizione del mondo tradizionale di considerare la dimensione spaziale e temporale, oggi la compressione delle distanze è legata ad un accelerazione dei tempi. Secondo Meyrowitz la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, non solo annulla il concetto individuale e sociale di luogo così come è stato a lungo inteso, ma ne introduce uno tutto diverso in cui il luogo è “dematerializzato”. Per cui la globalizzazione coincide con un deterritorializzazione come perdita della relazione naturale tra cultura e territorio geografico e sociale.
L’immigrazione non viene dal nulla
L’origine migratoria
La migrazione è un fenomeno osservabile fin dai tempi più antichi, Damiano parla di Homo migrans per sottolineare che si deve partire dalla natura dell’uomo per comprendere i fenomeni migratori, anziché leggerli come eventi storico/sociali. L’attitudine migratoria ha una trasversalità culturale: “se è vero che la cultura cominciò ad accrescersi quando l’evoluzione biologica era ancora in corso, è comprovato che l’Homo erectus che inventò la cultura, si diffuse con incredibili migrazioni dalla Cina all’Inghilterra e dal Mediterraneo all’Africa. Homo è un animale migrante”
Attalì afferma che se il nomadismo è un sigillo dell’umanità è necessario oggi è necessario conoscerlo oggi per meglio comprendere le nostre culture e civiltà: l’uomo è stato plasmato dal nomadismo, la storia altro non è che la successione di battaglie tra uomini nomadi e chi è stato nomade prima di loro. È errata perciò la concezione del nomadismo come un concetto contemporaneo.
È dal XVI secolo che hanno luogo le prime grandi migrazioni moderne: la scoperta dell’America propone nuovi orizzonti all’Europa alla ricerca di terre. Tutto il globo è interessato alle migrazioni, basti pensare che solo quelle volontarie tra il 1500-1800 hanno riguardato più di 200 milioni di persone. Queste si dirigono verso America e Australia, ma anche verso Africa ed Asia.
Sono migrazioni eurocentriche perché:
- È un luogo di emigrazione
- Colonizzazioni avvengono in un’ottica di sfruttamento
Non nuova, ma una diversa migrazione
Solo alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa diventa terra di immigrazione. Tra i fattori principali si ricorda:
- Da una parte la crescente domanda di forza lavoro
- Dall’altra i legami coloniali, l’aumento demografico e della povertà creano un’offerta migratoria senza precedenti, allo stesso tempo l’America continua ad essere centro di attrazione per i più poveri
L'aspetto delle nuove migrazioni ha cambiato di direzione, si parla di inversione del flusso migratorio (Gusso) per indicare il recente cambiamento nei flussi migratori che trasforma l’occidente da civiltà colonizzatrice a meta delle migrazioni.
Gusso individua 4 fasi:
- 1945-1955: diretto alle conseguenze della seconda guerra mondiale e al processo di decolonizzazione che ha visto circa 20 milioni di migranti.
- 1955/60-1973: migrazione di manodopera, l’Europa vede un'importante ripresa economica caratterizzata dall’aumento di consumo e produzione. Questi stessi stati incoraggiano l’immigrazione in quanto bisognosi di forza lavoro.
- 1973: crisi petrolifera che costringe a creare strategie politiche che mirano a tenere sotto controllo i flussi migratori
- 1973-1989: con la fine dell’era sovietica, ha innescato un movimento dall’est all’ovest dell’Europa, nel periodo ’90-’93 i movimenti si costituiscono per la maggior parte da richiedenti asilo politico
La fotografia che fa l’ONU è di un pianeta nomade: nel '98 stimava ci fossero 130 milioni di persone che lasciavano il proprio paese e oltre 561 milioni di turisti che annualmente uscivano dalle frontiere.
La strutturalità dei processi migratori contemporanei
È necessario considerare che all’origine delle spinte migratorie contemporanee vi sono sia fattori espulsivi che attrattivi.
Secondo diverse fonti e autori a costituire il principale fattore di spinta sulle migrazioni sarebbero:
- Gli squilibri demografici
- La distribuzione di ricchezze e disponibilità di risorse
I PSA (Paesi a Sviluppo Avanzato) hanno un valore di reddito pro capite 6 volte superiore rispetto ai PVS (Paesi in Via di Sviluppo): sebbene il PIL mondiale sia diviso a metà tra i due, nei PSV vive l’85% della popolazione e si registra un notevole tasso di incremento demografico, così il reddito dei PSA ammonta a 33.700$ mentre nei PVS a 5.800$. Anche all’interno degli stati più poveri la ricchezza è mal distribuita a sfavore delle fasce più deboli.
Secondo uno studio dell’Università dell’ONU il 2% della popolazione dispone della metà della ricchezza mondiale.
A questo intreccio tra popolazione e ricchezza, vanno aggiunti e considerati i fattori espulsivi, primi di tutti quello ecologico e di ordine politico. Vaste aree del pianeta stanno subendo processi di desertificazione, di perdita della fertilità e scomparsa di fonti idriche, a causa dell’inquinamento.
Anche le questioni politiche rappresentano fattori di spinte ai processi migratori, come ad esempio molti paesi al sud del mondo nei quali i contesti politici si caratterizzano per instabilità, conflittualità, scontri etnici, religiosi, o regimi dittatoriali.
L’immigrazione immaginata
La nostra incoscienza: immigrazione e dispercezione sociale
Per comprendere la realtà multiculturale c’è un ulteriore elemento da considerare: la percezione sociale di questa realtà, ossia il carattere che le persone attribuiscono al fenomeno dell’immigrazione.
Le persone si comportano sulla base delle idee che hanno della realtà, se l’integrazione è un processo reciproco e contestuale, essa passa attraverso le rappresentazioni e i comportamenti che ognuna delle parti assume verso l’altra.
È comune che l’immigrazione sia sovrastimata dalla popolazione autoctona, sia per quanto riguarda il fenomeno sia per quello che concerne le ricadute negative che essa ha sulla società di accoglienza. L’alterità dell’immigrato si gioca su un’ambivalenza: da una parte egli è sempre l’esterno, il marginale, dall’altra egli è “già parte”.
La ri-costruzione della dispercezione migratoria
Quest’ambivalenza finisce per aggravare gli effetti dei mass media: principali fattori di produzione di un’immagine contrastativa e distorta dell’immigrazione. Mostrano un’immagine distratta e stereotipata centrata sulla frammentarietà e sensazionalità degli episodi e su una sistematica selezione delle notizie, per il quale si crea una situazione preoccupante e pericolosa. In sostanza la comunicazione dell’immigrazione in Italia rappresenta conflitti, minacce, violenze e vittime.
Alla sicurezza viene spesso contrapposta l’immigrazione, quest’assioma si declina (a seconda degli avvenimenti della cronaca e degli eventi a forte eco mediatico) a molti diversi caratteri, sempre però riducibili a questo schema fondamentale. Nel grande calderone dell’immigrazione finiscono problematiche legate ad altri fenomeni sociali, allo stesso modo la periodica ridondanza di tematiche ricorrenti come l’invasività urbana dei cinesi, dei pericoli dei romeni, degli sbarchi di albanesi e sud africani. L’immigrazione viene percepita come pericolo.
L’immigrazione irregolare è un altro grande tema dei media, che viene confusa con clandestinità e associata a criminalità e pericolosità sociale. Questa visione mette in gioco la possibilità di integrazione e di costruzione di una società aperta all’accoglienza e alle dinamiche interculturali.
Il quadro concreto
Lo scenario
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