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Forme della drammaturgia

di Concetta D’Angeli

Premessa

Quando un'opera drammatica viene portata in scena, di solito, regista e attori compiono dei piccoli tagli e aggiustamenti o delle vere e proprie manipolazioni del testo. Queste operazioni sono in genere affidate al copione. Il copione è interamente subordinato alla rappresentazione teatrale, ma può coincidere anche per intero con il testo drammatico.

Il canovaccio, che faceva parte della normale dotazione scenica delle compagnie dei comici dell'arte, indica la base di partenza nella quale può compiersi sia il lavoro di improvvisazione degli attori sia la scrittura del drammaturgo.

La sceneggiatura teatrale si ha invece quando il drammaturgo compie un lavoro di adattamento per il teatro, a partire da testi che appartengono ad altri generi letterari come romanzi o racconti.

Infine, il libretto è un testo drammatico che viene musicato e si completa al momento della messinscena, ma anche quando si lega a un testo musicale.

Cap. 1 Il testo drammatico

Il testo drammatico rimanda al dramma, la cui radice deriva dal verbo greco faccio, agisco. Il testo drammatico ha quindi a che fare con variazioni; è costituito da azioni e inoltre viene agito, cioè viene rappresentato. Il testo drammatico è in sostanza un testo di diversa lunghezza, di genere comico o serio, in prosa o in versi, scritto per essere rappresentato sulla scena.

Tuttavia esistono autori di teatro che scrivono su misura per un attore o per una commedia e altri che adottano la forma drammatica ma non mostrano interesse per la messinscena delle loro opere. Fanno parte del primo caso autori come Carlo Goldoni e Thomas Bernhard. Tra gli autori che sembrano disinteressati allo spettacolo, possiamo invece citare il tragediografo latino Lucio Anneo Seneca, le cui tragedie erano solo lette e, in parte, Alessandro Manzoni, le cui tragedie non erano molto adatte alla messinscena.

Il testo drammatico può avere un duplice utilizzo: esso prevede innanzitutto la lettura, ma la completezza di un testo drammatico si ha solo quando esso viene messo in scena: in questo, il testo drammatico si differenzia nettamente sia dal testo narrativo che dal testo poetico, che prevedono unicamente la lettura.

Sia il testo narrativo che, più raramente, il testo poetico possono essere riscritti in forma drammatica oppure possono offrire lo spunto per un allestimento scenico. Nel caso della riscrittura, il testo di partenza si trasforma al punto da cambiare genere, entrando a far parte del genere drammatico. Questo succede con molta frequenza nel teatro di Luigi Pirandello, che spesso ricava drammi e commedie dalle sue novelle.

Nel caso invece di narrazioni o poemi usati come spunti per una messinscena, il testo di partenza si limita a offrire suggerimenti per uno spettacolo, per esempio nel caso di una lettura teatrale o drammatizzata della commedia di Dante, che però non equivale alla messinscena.

Tra il testo drammatico e il suo allestimento teatrale, c'è, per quanto riguarda il testo, un ulteriore elemento, rappresentato dal copione che è appunto il testo da utilizzare per la messinscena e che può essere eventualmente modificato in funzione delle necessità tecniche dello spettacolo e in rapporto al pubblico teatrale.

Il testo drammatico può essere scritto in versi o in prosa. In alcuni periodi storici, le prescrizioni letterarie relative all'adozione del verso o della prosa sono obbligatorie: questo succede nel testo drammatico classico, sia tragico che comico, e in quello elisabettiano. In altri periodi, invece, gli autori godono di maggiore libertà.

Queste regole si infrangono poi nel teatro contemporaneo, dove la differenza tra l'uso della prosa e del verso non è più una regola ma una questione di stile. Una pratica molto frequente nel teatro contemporaneo è quella di inserire, all'interno di testi scritti prevalentemente in prosa, sezioni in versi. Un esempio è dato dalle poesie che Federico Garcia Lorca introduce nei suoi drammi e dalle canzoni di Brecht che servono a interrompere la tensione emotiva dello spettacolo in modo da impedire l’immedesimazione del pubblico.

Cap. 2 I generi teatrali

La tragedia

Il termine tragedia deriva dalla parola greca "tragos" che significa capro e "odé" che significa canto. In questo senso, la tragedia ha due etimologie, entrambe incerte: secondo una tradizione risalente agli alessandrini del III secolo a.C., la parola tragedia significherebbe "canto per il capro" e, a sua volta, questa definizione si può intendere sia come il capro-premio della gara di canto, sia come l'animale sacrificato alla fine del rito sacro.

Secondo la più antica etimologia, invece, la tragedia significherebbe "canto dei capri", con riferimento al componenti del coro che agivano travestiti da capri; tuttavia a questa etimologia c'è un'obiezione, dal momento che i satiri con caratteristiche caprine apparvero molto più tardi, in età ellenistica, mentre, nella tradizione attica, i satiri avevano piuttosto caratteristiche equine.

Quindi abbiamo notizie molto incerte e a volte contraddittorie sull'etimologia della tragedia, ma anche sulla sua origine e sulle sue caratteristiche principali. Una caratteristica della tragedia è il rapporto con il culto di Dioniso. Le competizioni tragiche, infatti, avvenivano ad Atene durante le "grandi dionisie", delle feste in onore di Dioniso che si celebravano ad Atene per il ritorno della primavera. Queste feste si componevano di 6 giornate: la prima era dedicata alla celebrazione del dio, nella seconda era prevista una gara tra tre commediografi che presentavano ognuno tre tragedie e un dramma satiresco.

Nella terza, quarta e quinta giornata si svolgevano le rappresentazioni di queste tragedie, mentre nell'ultima giornata veniva proclamato il vincitore che riceveva in dono il capro da sacrificare al dio Dioniso.

Il teatro in Grecia aveva una struttura particolare. La struttura era circolare con delle gradinate esterne per il pubblico. Di fronte alle gradinate c'era l'orchestra, lo spazio dove si situava il coro e al centro del coro una sorta di altare dove avvenivano i sacrifici. C'erano inoltre due corridoi esterni attraverso cui il coro entrava in scena.

La tragedia originariamente era probabilmente costituita da un nucleo lirico, che si è poi evoluto in senso mimetico-dialogico quando dal coro si distaccò un attore singolo, la cui funzione, nei confronti del coro, sarebbe stata quella esplicare il contenuto narrativo del canto corale.

Il primo teorico della tragedia è stato Aristotele che, nella Poetica, fissa alcuni principi e precisa che quelle imitate dalla tragedia sono "persone in azione"; in questo modo Aristotele pone l'accento sull'agire drammatico e sull'umanità in quanto soggetto di azione, inoltre afferma che le persone tragiche sono migliori degli uomini normali.

Esse, però, non devono essere dei modelli raggiungibili, altrimenti non si realizzerebbe il processo di identificazione degli spettatori con la vicenda rappresentata, la cosiddetta catarsi, che è la condizione fondamentale della tragedia. In termini di psicologia moderna, possiamo intendere la catarsi come un atteggiamento da adottare nella repressione delle passioni.

Secondo l'estetica classicista, il carattere distintivo della tragedia è che i suoi personaggi devono appartenere a una classe sociale elevata, e dovrebbero essere quindi dei, eroi, re, grandi condottieri, ecc. La tragedia deve inoltre essere caratterizzata dalla sublimità dei temi affrontati.

Ma a caratterizzare la tragedia è soprattutto l'elemento di irreparabilità o di conflitto irreparabile che, quasi sempre, sfocia nella catastrofe. Tuttavia la sola catastrofe finale non può attribuire carattere tragico all'opera di teatro, perciò un altro elemento ricorrente che caratterizza la natura tragica del testo è il conflitto che può contrapporre due idee antitetiche oppure molti psicologici divergenti all'interno di una stessa personalità.

Anche nel teatro comico sono però presenti dei conflitti; le commedie del drammaturgo latino Plauto, per esempio, sono piene di conflitti tra padri che odiano i figli per amore di una schiava oppure padri in contrasto a causa dei soldi, che i figli dilapidano. La differenza sostanziale con la tragedia, però, è che nel teatro comico i conflitti si risolvono.

Al contrario, ciò che rende tragico il conflitto è l'impossibilità di trovare una soluzione a esso. La caratteristica principale della tragedia non è quindi l'esito finale luttuoso ma il fatto che il conflitto è irrisolvibile. Il fatto poi che questo conflitto risolvibile si tramuti in morte è molto frequente, ma non è la condizione necessaria per una tragedia.

Il dramma

In età moderna, parlare di tragedia non è del tutto adeguato e, in genere, è più corretto parlare di dramma. Infatti, a un certo momento della storia del teatro, la tragedia altera alcuni suoi elementi costitutivi, fino a produrre un nuovo genere teatrale al quale si dà il nome di dramma.

Il dramma è un genere misto, a cavallo tra la tragedia e la commedia e risponde alle nuove esigenze di una nuova classe che sta avanzando in questo periodo: la borghesia. Il primo teorico di questo nuovo percorso della tragedia moderna, Peter Szondi, considera dramma tutti i testi tragici che, a partire dal teatro elisabettiano, alterano le caratteristiche della tragedia classica.

Lukács, invece, ritiene che la nascita del dramma si possa far risalire al 1767-68, anno in cui comincia ad essere pubblicata la "Drammaturgia d'Amburgo", curata dal drammaturgo tedesco Lessing. Nella cultura moderna la tragedia non è scomparsa, solo che non esiste più la tragedia fondata dal teatro occidentale e che è scomparsa con la fine della cultura greca classica.

Riguardo le ragioni che rendono inconciliabili lo spirito tragico della cultura classica con quello della cultura moderna, Lukács in Metafisica della tragedia è convinto che elemento caratterizzante della tragedia è quello di riuscire a esprimere le verità umana, per questo motivo la tragedia non ha nulla in comune della realtà dell'esistenza temporale ed è perciò il contrario del realismo moderno.

La commedia

La commedia nasce in Attica nella seconda metà del V secolo. L'etimologia e l'origine della commedia sono ancora più misteriose di quelle della tragedia. Secondo un'opinione molto condivisa, la parola commedia deriva dal verbo greco fare baldoria o anche dall'unione tra processione lieta e canto: in questo caso si tratterebbe del canto che accompagna i cortei delle feste dionisiache.

Secondo questa etimologia, quindi, l'origine della commedia si fa risalire alle "falloforie", delle cerimonie in onore di Dioniso. Rispetto alla tragedia, la commedia si pone in rapporto gerarchico, dal momento che essa è stata sempre intesa come un genere minore e del tutto privo della nobiltà della tragedia.

Questa subalternità trae origine da una serie di pregiudizi che si hanno da sempre intorno al riso che è strettamente legato alla commedia, nel senso che la commedia fa ridere o almeno sorridere. Essa affronta temi che possono essere simili a quelli tragici, ma li affronta con un taglio comico: questo, però, non significa che li tratta in modo più superficiale.

Anche la commedia si costruisce intorno a un conflitto; questo conflitto, però, nella maggior parte dei casi si risolve e consiste nel cosiddetto lieto fine. Tuttavia, il lieto fine della commedia non coincide necessariamente con la felice soluzione di ogni problema. Il lieto fine, infatti, può trattarsi anche di una soluzione dolorosa: in questo senso, parecchi finali di opere teatrali di Molière, per esempio, hanno una conclusione ambigua tra il lieto fine e il tragico.

Dalla commedia antica alla nuova

Nella commedia antica abbiamo riferimenti politici e attuali, ma anche elementi fantastici; nella commedia nuova, invece, si punta soprattutto sulla verosimiglianza. Un altro elemento di distacco con la commedia nuova è il fatto che vi è via via la riduzione dell'elemento musicale fino alla sua eliminazione totale.

Permangono le convenzioni tipicamente teatrali come monologhi e a-parte. Nei monologhi in scena c'è solo l'attore protagonista, mentre nell'a-parte tutti gli attori sono in scena, ma il personaggio che deve comunicare con il pubblico si apparta, parlando con se stesso o con il pubblico per dare indicazioni.

Il monologo può essere molto lungo, mentre gli a-parte sono in genere brevi.

Commedia palliata

Più tardi, quando nei teatri romani si diffonde la commedia greca ellenistica, si sviluppa la commedia palliata. Questo tipo di commedia è costituita da un prologo, da una protasi, cioè una specie di antefatto, da tre episodi centrali (epitasi) o da una catastrofe e infine dello scioglimento conclusivo.

Le parti dialogate sono fatte da soliloqui, quando i personaggi parlano tra sé e sé o si rivolgono al pubblico, e da dialoghi quando i personaggi comunicano fra loro. Alle parti parlate si alternano i cantica, parti che vengono cantate dagli stessi attori.

I personaggi della palliata sono tipi fissi: più che avere una caratterizzazione psicologica del personaggio, si hanno delle tipologie di personaggi. Tra le figure maschili ci sono il padre, ora severo, ora bonario, ora libertino e quella del giovane; tra le figure femminili, invece, abbiamo la schiava, la moglie, la cortigiana, la madre di famiglia.

Commedia plautina

Il primo commediografo latino di cui si leggono opere complete è Plauto. Pur prendendo spunto dalla commedia nuova greca, di cui mantiene intrecci e personaggi, l'autore modifica testi greci per adattarli al pubblico romano, introducendo elementi tipici della tradizione popolare.

Terenzio

Rispetto a Plauto, Terenzio è più fedele al modello della commedia nuova, anche se ricorre sempre al procedimento della contaminazione. Egli si propone di divertire il pubblico ma anche di educarlo e elevarlo moralmente.

La commistione dei generi

Per quanto riguarda la commistione dei generi, questa è stata praticata molto spesso nella commedia, mentre è diventata dominante in età moderna. Michail Bachtin attribuisce questa commistione all'influsso del romanzo: nel momento di maggior diffusione del romanzo, gli altri generi letterari, e dunque anche quello drammatico, tenderebbero ad assomigliarli.

In età moderna si fa frequente la commistione di tragedia e commedia: testi prevalentemente tragici ospitano frequentemente nuclei comici e viceversa. Questa contaminazione avviene secondo modalità formali diverse: per esempio, Shakespeare affida i nuclei comici a personaggi che compaiono marginalmente nell'azione.

Nella tragedia Macbeth, alla fine della cupa notte nella quale il protagonista e la sua moglie uccidono il re Duncan, c'è un monologo buffo del vecchio portinaio, subito prima che avvenga la scoperta dell'assassinio del re. Invece, in un'altra tragedia di Shakespeare, Re Lear, i temi della vecchiaia, dell'emarginazione e della follia sono trattati in modo serio quando si riferiscono al protagonista, mentre acquisiscono una nota comica quando sono riferiti al personaggio del buffone di corte.

Cap. 3 L'organizzazione della materia drammatica

La divisione in atti

La tragedia è formata da:

  • Un prologo (tutta la parte della tragedia che precede l'ingresso del coro), che fornisce informazioni sulla situazione da cui l'azione prende avvio e che può essere formato dal monologo di un personaggio o dal dialogo di più personaggi.
  • Una parodo, che è la prima esibizione del coro quando entra nell'orchestra, dove rimarrà per tutto lo svolgimento della tragedia. In via del tutto eccezionale, però, il coro può uscire e poi rientrare: in tal caso, il secondo ingresso del coro prende il nome di epiparodo.
  • Dopo il parodo si succedono gli episodi che costituiscono le diverse fasi dell'azione tragica e che possono essere 3 o 4.
  • Tra un episodio e l'altro giorno gli stasimi, cioè i canti corali. Tuttavia, già partire da Euripide, gli stasimi acquistano delle funzioni diverse e diventano dei virtuosismi poetici.
  • La parte conclusiva della tragedia è infine costituita dall'esodo, l'ultimo momento della tragedia e il canto d'uscita del coro. L'esodo è quindi lo scioglimento finale della vicenda, inoltre, un elemento particolare che lo caratterizza è il sole. A questo proposito, i greci per risolvere la vicenda all'interno di una tragedia usavano il meccanismo del deus ex machina che consisteva nell'apparizione di dei sulla scena per risolvere vicende intricate.

Le tragedie dovevano inoltre avvenire per unità di tempo, luogo e azione, dovevano cioè svolgersi nell'arco di tempo di ventiquattr'ore, il luogo dove avveniva la tragedia doveva essere unico mentre riguardo l'unità d'azione, si doveva raccontare un fatto unico che avesse un inizio, uno svolgimento e una conclusione.

Un altro aspetto importante della tragedia è la mimesis, cioè l’imitazione della realtà; attraverso l'azione raccontata delle varie tragedie si mettevano in scena episodi reali. Erano rappresentati dei conflitti, di passioni o delle azioni piuttosto forti, per cui il pubblico acquisiva consapevolezza. La tragedia svolgeva una missione catartica per il pubblico. I temi più frequenti, in questo senso, erano il tradimento, la gelosia, la vendetta, in ogni caso temi sempre legati alla sofferenza.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Zaccaro Giovanna.
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