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IL TESTO DRAMMATICO ἁ

«Testo drammatico» rimanda a «dramma», la cui radice deriva dal greco δρ ω (faccio, agisco),

mettendo l’accento sull’azione come elemento costitutivo dell’arte teatrale. Il testo drammatico ha

a che fare con le azioni, in una doppia accezione: è costituto da azioni e viene agito, cioè viene rap-

presentato. Il fatto che il testo drammatico contenga azioni non vuole dire che non abbia alcuna

relazione con la narrativa o con la poesia, in particolare con l’epica.

Una definizione di testo drammatico potrebbe essere la seguente: un testo di diversa lunghezza, di

genere comico o serio, in prosa o in versi, scritto per essere rappresentato sulla scena. Ma su que-

sto «per» va fatta una precisazione, dato che esistono autori che scrivono per un attore o una com-

pagnia e autori che, pur adottando la forma drammatica, non mostrano interesse per la messinsce-

na delle loro opere.

L’utilizzo di un testo drammatico è doppio: prevede certamente la lettura, ma una fruizione rappre-

sentata solo dalla lettura sarebbe monca: il vero esito e la completezza di un testo drammatico

sono raggiunti solo quando esso viene messo in scena. Questa particolarità fa differire il testo

drammatico sia dal testo narrativo sia dal poetico, che prevedono unicamente la lettura.

Sia il testo narrativo sia il testo poetico possono diventare occasioni per una riscrittura dramma-

tica, oppure possono offrire lo spunto per un allestimento scenico. In entrambi i casi è evidente

che, mentre il testo narrativo o poetico sono realizzati nella loro interezza grazie alla sola lettura,

essa non completa il senso di un testo drammatico. Se ogni testo drammatico ha una sua autono -

mia che prescinde dalla rappresentazione in teatro, è impossibile equiparare i testi drammatici a

qualunque altro testo letterario, senza nessuna specificità: un testo drammatico ha bisogno della

messinscena come sua naturale conclusione.

Il testo drammatico può essere scritto in versi o in prosa: la scelta viene suggerita per lo più dalle

consuetudini letterarie dell’epoca ma, in tempi moderni, anche da scelte di poetica. In alcuni perio-

di le prescrizione letterarie sono obbligatorie: è il caso del testo drammatico classico, sia tragico

che comico; in altri periodi, gli autori godono di maggiore libertà.

Nel teatro contemporaneo, la differenza tra l’uso della prosa e del verso non è una regola stabi-

lita in rapporto al genere, ma è soprattutto una questione di stile.

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I GENERI TEATRALI

La tragedia

Il teatro occidentale nasce con la tragedia, di cui si accreditano due etimologie, ancora dubbie:

secondo una tradizione risalente agli alessandrini (III sec. a.C.) τραγωιδια significherebbe

– «canto per il capro», riferendosi sia al capro-premio della gara di canto, sia all’animale sa-

crificato alla fine del rito sacro al quale sarebbe legata l’origine della tragedia;

per la più antica etimologia τραγωιδια significherebbe «canto dei capri», con riferimento ai

– coreuti che agivano travestiti da capri – l’obiezione è che i satiri caprini sarebbero apparsi

solo molto più tardi, in età ellenistica, mentre nella tradizione attica i satiri avevano sem-

bianze equine.

L’interesse principale di questa interpretazione sta nel mettere la tragedia in relazione al

dramma satiresco, dal quale si sarebbe poi emancipata, acquistando una nobiltà che il

dramma satiresco non possedeva.

Come dell’etimologia, le notizie dell’origine e delle caratteristiche primarie sono incerte, talvolta

contraddittorie – ma sono interessanti in quanto ognuna di esse si mantiene nell’evoluzione della

tragedia, determinando le caratteristiche.

In primo luogo, bisogna ricordare l’originario rapporto con il culto di Dioniso. È certo

– che le competizioni tragiche promosse da Pisistrato (535 – 532 a.C.) avvenivano ad Ate-

ne durante le Grandi Dionisie, feste in onore del dio e del ritorno della primavera. Il le -

game della tragedia con il culto di Dioniso è rafforzato dall’affermazione di Aristotele,

secondo cui la tragedia era inizialmente improvvisata, sulla base dei canti di ditirambi,

antichi canti dionisiaci.

La tragedia sarebbe consistita originariamente di un nucleo lirico, che si sarebbe poi

– evoluto in senso mimetico-dialogico quando dal coro si distaccò un attore singolo, la cui

funzione sarebbe stata di natura prevalentemente esplicativa. L’argomento tragico è for-

mato da antico materiale mitico-narrativo, legato al culto degli eroi.

Il primo teorico della tragedia è Aristotele, che ne fissò i principi nella Poetica (330

– a.C.): premesso che ogni arte è imitativa e antropocentrica, e che le persone imitate

possono essere migliori della normalità, peggiori o uguali, la Poetica precisa che le per-

sone imitate sono «persone in azione» e che le persone tragiche sono migliori della

normalità degli uomini. D’altronde, essi non devono apparire come modelli inattingibili,

pena la mancata realizzazione del processo di identificazione fra spettatore e spettaco-

lo, che è la condizione necessaria all’esperienza culturale ed emotiva della tragedia [→

catarsi].

Gli studiosi si sono interrogati sul carattere proprio della tragedia e la natura tragica di un testo

drammatico. Anche il drammi appartiene spesso al tragico, e non è impossibile attribuire caratteri

tragici perfino ad alcune commedie. L’estetica classicistica ha individuato il carattere distintivo del

tragico nell’appartenenza sociale alta dei personaggi (dei, eroi, condottieri,…) - questa norma na -

sce da un’interpretazione errata di Aristotele, che suggerisce di scegliere personaggi nobili per la

tragedia: ma tale nobiltà è morale e spirituale, non sociale.

Si è ritenuto che il tragico debba essere caratterizzato dalla sublimità dei temi affrontati. Ma in

questa caratterizzazione non si è valutata la relatività della cultura né la collocazione gerarchica dei

contenuti. Invece, è indubbio che a caratterizzare la tragedia concorra un elemento di irreparabili-

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tà, o meglio di conflitto irreparabile, che quasi sempre, ma non necessariamente, sfocia nella

catastrofe.

Il conflitto può contrapporre idee antitetiche, una fede e un sentimento o moti psicologici. Nel

teatro comico esistono conflitti, ma questi sono destinati a risolversi: ciò che rende tragico il con-

flitto è l’impossibilità di trovare ad esso una soluzione. La tragedia è caratterizzata non dall’esito fi-

nale luttuoso, ma dal fatto che il conflitto non si ricompone mai.

Il dramma

Per l’età moderna, parlare di tragedia non è adeguato, in genere è più corretto parlare di dramma.

A un certo punto della storia del teatro, la tragedia si è alterata nella sua configurazione formale e

in alcuni dei suoi elementi costituivi, tanto da produrre un nuovo genere teatrale. Il dramma è un

genere misto, intermedio fra la tragedia e la commedia, che risponde alle nuove esigenze sociali e

psicologiche della nascente società borghese. Fra i critici, però, la definizione di dramma è oggetto

di controversia:

Peter Szondi parla di dramma per tutti i testi tragici, che a partire dal teatro elisabettiano,

– alterano le caratteristiche della tragedia classica;

György Lukács sposta in avanti la nascita del dramma e ritiene che si possa far coincidere

– con la «Drammaturgia d’Amburgo» (1767), pubblicazione periodica curata dal drammatur-

go tedesco G. E. Lessing. In un suo saggio del 1910, Lukács afferma che la tragedia rappre -

senta il modo in cui delle energie misteriose estraggono dall’uomo la sua essenza, espri -

mendone l’essenzialità umana. Per questo, la tragedia non ha nulla in comune con la realtà

dell’esistenza temporale, ed è il contrario di qualunque realismo moderno.

Per George Steiner solo in età romantica si cominciarono a produrre delle «quasi-tragedie»,

– concluse dalla redenzione e dalla riconquista dell’innocenza. Il dramma non è l’erede della

tragedia antica, ma ne sancisce la morte. Non è che nella cultura moderna il tragico non

esiste: non esiste più quel tragico tipico della cultura greca classica.

La commedia

Un po’ dopo la tragedia, in Attica nasce anche la commedia. L’etimologia e l’origine della commedia

sono ancora più misteriose e controverse di quelle della tragedia: un’opinione condivisa fa derivare

la parola commedia dal verbo κωμάξειν (fare baldoria) o dall’unione di κωμος (processione lieta) e

ωδ (canto): si tratterebbe del canto che accompagna i corti delle feste dionisiache. Dunque, l’ori -

gine della commedia viene legata alle fallorie, cerimonie in onore di Dioniso, in cui si portava in

trionfo il fallo, accogliendo numerosi elementi di comicità rozza e scurrile.

La commedia si definisce in larga misura in rapporto al tragico, secondo un’interdipendenza ge-

rarchica dato che, fin da Aristotele, la commedia è stata intesa come un genere minore, privo della

nobiltà della tragedia. Anche la commedia di norma è costruita intorno a un conflitto, ma esso di

norma si risolve in un «lieto fine» comico. Ma, come la tragedia non sfocia necessariamente in un

evento luttuoso, il lieto fine non è per forza il felice appianarsi di ogni problema: è la soluzione del

conflitto, ma può trattarsi di una soluzione dolorosa e prossima al territorio tragico.

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La commistione dei generi

La netta distinzione fra tragedia e commedia è stata poco praticata, se non in particolari periodi

storici: nell’età moderna essa è divenuta dominante, secondo una tendenza che caratterizza tutti i

generi letterari. In qualunque epoca si produca, la mescolanza dei generi risulta molto produttiva.

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L’ORGANIZZAZIONE DELLA MATERIA DRAMMATICA

La divisione in atti

Il testo drammatico greco non conosce la divisione in atti: la tragedia è formata da un prologo che

fornisce informazioni sulla situazione da cui l’azione prende avvio; una parodo, che è la prima esi-

bizione del coro quando entra nell’orchestra, dove rimarrà per tutto lo svolgimento della tragedia.

Dopo la parodo si succedono gli episodi, che sono gli spazi della parola discorsiva e costituiscono le

diverse fasi dell’azione tragica vera e propria. Gli episodi sono intervallati dagli stasimi, cioè i canti

corali. La parte conclusiva della tragedia è costituita dall’esodo. Il coro, strettamente collegato all’a-

zione, partecipa in modo attivo al suo svolgimento – ma questo ruolo prominente si limita alla tra-

gedia attica: già in età ellenistica, il coro copre uno spazio minore e finisce per scomparire nella tra-

gedia latina.

Seneca reintroduce il coro, ma esso acquista un ruolo ridimensionato, di commento lirico sgan-

ciato dall’azione. L’innovazione che Seneca inaugura nella tragedia latina è la divisione in atti, che

passerà al teatro moderno in virtù del peso del modello tragico senecano. La prescrizione di divide-

re il testo drammatico in cinque atti (la «legge dei cinque atti») viene per la prima volta enunciata

nella Ars Poetica di Quinto Orazio Flacco (I sec. a.C.). Oggi, i critici discutono se tale legge sia deri-

vata dalla consuetudine dei drammaturghi greci classici, o se sia stata definita da Orazio per un bi-

sogno pratico: infatti, non si hanno testimonianze che la rappresentazione di un dramma greco ve-

nisse interrotta a intervalli regolari. I canti del corso servivano a scandire la vicenda, ma non si pos -

sono considerare pause dell’esecuzione.

All’interno di un testo drammatico, che cosa si intende per atto? Nel teatro moderno, il sipario che

cala è, per il pubblico, il segnale che un atto è stato completato, cioè che si è conclusa una specifica

sezione della vicenda drammatica complessiva. L’intervallo può consentire, oltre a effettuare ope-

razione pratiche per lo svolgimento dello spettacolo, di segnalare il passare del tempo.

La commedia greca classica è strutturata, sull’esempio della tragedia in:

un prologo in cui

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Drammaturgia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cambiaghi Mariagabriella.
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