Letteratura a sud
Obiettivo e premessa
Conoscere le peculiarità della letteratura meridionale del '900, tra tradizione e innovazione (analisi e critica testuale di sillogi narrative - raccolta antologica di opere di vari autori -, secondo diversi approcci critico-metodologici).
Ideale prosecuzione degli atti relativi al convegno "Sguardi dai/sul Sud: Meridione, Mediterraneo e Sud Globale" (Bari, 2009), per fornire una linea d’interpretazione trasversale all’idea stessa di letteratura meridionale, connessa alle peculiari concezioni di “Sud” che le appartengono, un Sud locale e al contempo globale, che riunisce sincreticamente in sé vecchio e nuovo, da indagare evidenziando differenze e continuità esistenti tra i vari territori presi in esame.
È certo che la civiltà occidentale si sia arrogata una sorta di “primato civile”, dall’alto del quale ha sempre considerato il Sud (o comunque le varie periferie) come “sottrazione di civiltà”, un “punto di fuga” ove proiettare ogni genere di fantasia regressiva al riparo dalla morsa della Civilization, ove l’angoscia di esserci dell’homo economicus cerca sollievo/una sovrastruttura applicata in mancanza di reale e diretta conoscenza/una dimensione estranea ai segni dell’antropizzazione, lontana dall’utopia razionalistica incarnata dalla modernità progressista, e dunque connotata di una pulsionalità oscura e selvatica, quasi decadente, di una bellezza creaturale arcadica, ctonia, primigenia; una dimensione, insomma, falsamente mitizzata/idealizzata per oscurarne l’endemica arretratezza e gli aspetti più essenziali e problematici, connessi ad una perenne condizione di sfruttamento socio-economico e sudditanza socio-culturale contingente alle esigenze dei vari potentati “colonizzatori”, privi di alcuno scrupolo (critico e morale) per la sua identità autentica, per le tante specificità locali che contribuiscono, ora come allora, a determinare l’idea di un “Sud globale”.
E seppur la modernità vissuta nel Meridione non sia mai stata “originale”, incapace di autodeterminarsi e fondarsi in maniera autonoma e indipendente rispetto ai paradigmi elaborati e imposti dal/nel Nord, è bene percepirne le varie dimensioni interne come tante “soglie”, come riverberi emotivi che riguardano ogni cittadino del mondo: non banali “negativi” della civiltà settentrionale/occidentale, ma ambienti da tenere in debita considerazione, da conoscere approfonditamente (a partire dall’analisi delle espressioni letterarie che in essi si sono sviluppate), per rendere realizzabile un’utopia di progresso che non voglia ridursi a mero sviluppo economico-tecnicistico.
"Formiconi di Puglia" di Tommaso Fiore
Tommaso Fiore (1884-1973): scrittore e convinto Meridionalista, Socialista, Federalista ed Antifascista, pubblicò nel 1952 Un popolo di formiche, opera vincitrice del Premio Viareggio; nella pagina redatta a mò di prefazione della successiva edizione dal titolo Formiconi di Puglia (1962), con sottotitolo Vita e cultura in Puglia (1900-1945), dava così ragione della nuova titolazione:
“Non so perché a un senatore saltò in testa di inalberarsi, obiettando che la Puglia è fatta di giganti, tutti giganti noi siamo…”
E ancora:
“Col permesso del senatore, formiche ci sentiamo, o poco più su, formiconi di Puglia”.
Questa replica rimanda senza dubbio al linguaggio evocativo della tradizione umanistica, che vuole contrapposta la dimensione del grande/sublime (incarnata dai giganti) alla dimensione del piccolo (le formiche), disvelando in chiave umoristica segrete risorse, l’autorevolezza, la modestia e l’arguzia derivate dalla cultura popolare.
In effetti, il libro racconta e rielabora il senso di avvenimenti succedutisi nel corso di mezzo secolo in Puglia sulla scena di una società prevalentemente contadina; Fiore volge la sua lunga vista sui tanti aspetti di una civiltà umana, locale, attraverso la rivisitazione di vicende storiche utili a comprenderne l’essenza; narra delle sue rivolte ed utopie, come sarebbe stato analogamente rappresentato di lì a poco ne Le città del mondo vittoriniane, ripercorrendo una storia ciclica/un passato considerato la misura necessaria per comprendere il presente, ed arrivando infine al nocciolo della degradazione, nel tentativo di individuare le ragioni più profonde della “fatale decandeza” del Mezzogiorno.
(Cfr “rustichezza”/“selvaggia incuria”/“stolidezza”/degrado/barbarie/ignoranza/povertà materiale/inciviltà che ammorbavano “il più bel cielo d’Europa”, quello della “bella Partenope”, secondo Carlo Castone della Torre di Rezzonico)
“Ora, per capire a fondo le cose, non si può evitare di risalire più su, alla fatale decadenza del Mezzogiorno, alla decadenza del Regno”.
Tra i grandi uomini rievocati, al centro e ai margini della società civile, Peppino di Vittorio, sindacalista antifa di origini contadine, tra le fila del PSI prima e del PCI poi.
“Per bocca di Peppino, il mondo dei cafoni di tutta la terra ha trovato la sua voce. Nella causa dell’umanità derelitta, per bocca di lui, la società afferma e riconosce sé stessa”.
Profondamente tradizionalista nei principi perché legato al richiamo della terra e al valore del lavoro (purché si trattasse di un lavoro equamente tutelato e degnamente rappresentato, all’interno di un regime repubblicano), dotato di grande sensibilità umana e culturale Vs culture addomesticate, era tuttavia avverso alla spersonalizzazione apportata dal progresso tecnicistico/dal cosiddetto “miracolo industriale”, e alla fuga dai campi confluita nella grande emigrazione contadina novecentesca, “che pur dette un po’ di pane alla gente”, ma decretò il definitivo superamento di quella stessa società contadina che tentò così accoratamente di rappresentare.
Sempre nella premessa:
“E’ un pericolo dunque questo paventato miracolo? Spieghiamoci chiaramente. Il primo ‘miracolo industriale’, quello promosso da Giolitti, andò a finire come tutti sappiamo: l’onesto burocrate aprì le porte al fascismo. Ora noi siamo in sospetto che il ‘nuovo miracolo industriale’ non sia alimentato da più oneste intenzioni. E che razza di democrazia è questa?”
Il “più bel cielo d’Europa” nelle meditazioni “fisiche e storiche” di Carlo Castone della Torre di Rezzonico
Carlo Castone della Torre di Rezzonico (1742-1976): poeta e scrittore di nobili origini (fedele al riformismo illuminato, permeato da razionalismo positivista) nato a Como e vissuto a Parma sino al 1789, quando, bandito dalla città e dalla corte borbonica per infondate accuse di natura politico-religiosa (il suo nome venne fatto tra i frequentatori di una loggia massonica), decise di intraprendere un “felicissimo” viaggio in terra partenopea, documentato nel Giornale del viaggio a Napoli (1790) - risiedendovi stabilmente dal 1791 -, seguito dal soggiorno in Sicilia e a Malta negli anni 1793-1794, anch’esso tradotto in Giornale.
I viaggi da lui effettuati prima del 1790, in Nord Europa e nella “sua Inghilterra”, di cui lodava “l’industria, il commercio, la varietà delle miniere e gli arsenali del potere marittimo che non ha pari in tutto il mondo” hanno un colore diverso rispetto alle successive documentazioni odeporiche, da cui traspare un Rezzonico meno aperto ed entusiastico registratore di novità, e più concentrato su tematiche antiquarie, erudite, proiettate su sfondi esistenziali e poste in relazione a problematiche territoriali o riflessioni fisico-cosmologiche.
Sapienti esempi di letteratura odeporica, di taglio fortemente analitico-meditativo, intrisi di riferimenti classicheggianti a partire dalla constatazione delle bellezze architettoniche e paesaggistiche dei luoghi visitati, descritti in modo suggestivo nonostante divagamenti polemici spesso sconfinanti in esplicite condanne d’incuria, degrado urbano e disinteresse governativo; interventi densi di nordico moralismo ed “aristocratica avversione” nei confronti del “popolo minuto”/della “minuta plebe degli ignoranti”, affetta da un’endemica povertà materiale definita “dilagante flagello dell’umanità”.
Molte le descrizioni degli aspetti urbanistici/geo-morfologici più rilevanti e degli spettacoli della natura (come il Vesuvio). In riferimento a Napoli, ad esempio:
“Non credo che in tutta la terra trovar possa più grazioso angolo di questo”.
Ma sono poche e taglienti le osservazioni sul paesaggio umano; per quanto lo spettacolo desolante dei poveri lo colpisca sempre, nella sua aspra polemica moralistica, Rezzonico non comprende le ragioni degli uomini, che considera in superficie e con spirito d’insofferenza, come di chi guarda dall’alto in basso, da Nord a Sud:
- “Benevento parvemi una città piena di miseria nel popolo minuto, che assedia tutti gli stranieri chiedendo l’elemosina”;
- “Nella bella Partenope, la rustichezza e la selvaggia incuria de’ Lestrigoni ammorbano il più bel cielo d’Europa”;
- “Il volgo è sempre il volgo, e forse l’Italia ne abbonda più d’ogni altra parte d’Europa”;
- “L’Italia è il semenzaio de’ poveri e la Sicilia parvemi la più afflitta da questo gravissimo flagello dell’umanità, dal quale non si vedrà giammai liberata, se non si adottano le politiche misure degli oltramontani”.
Non manifesta dunque alcun coinvolgimento emotivo né spirito di umana comprensione della realtà popolare nella sua essenza più pura ed autentica, ma pur avanzando considerazioni inficiate da pregiudizievoli convenzionalismi ed elitarie discriminazioni di stampo aristocratico-borghese, sarebbe riuscito a rendere l’immagine di “un Sud ricco e degradato al tempo stesso, che attendeva dalla politica e dalla cultura riconoscimenti circa la propria dignità e promozione per un rinascimento e miglior utilizzo delle sue risorse. Un Sud che testimoniava, per Rezzonico, l’unità delle culture a fronte dei pregiudizi e delle strumentalizzazioni”.
Una poetica della precarietà: Rocco Scotellaro e la mistica antelucana
L’attualità della scrittura di Scotellaro (1923-1953), giovane sindaco di Tricarico, intellettuale di respiro internazionale e poeta attraverso e persino oltre il mondo rurale lucano, consiste forse nella percezione di uno stato di “precarietà” ineliminabile di fronte alla realtà/una condizione di “provvisorietà” a oltranza, condivisa da generazioni di giovani meridionali abituati a vivere perennemente in bilico tra senso di appartenenza/partecipazione ed esclusione/estraneità, essere e dover essere, attaccamento ed emancipazione, corporeità ed assenza, negli inter mundia come gli dei lucreziani, sospesi tra il cielo e la terra, ed è da considerare, secondo Levi, “il punto di partenza di un cammino arduo e entusiasmante, anche nelle sue cadute e nelle sue perdite, che segna ai giovani, nuovi e diversi, una strada da seguire, per l’amore di una somiglianza che è l’esperienza comune”.
La primigenia discrepanza/dicotomia fondativa, alla base del sentimento di “precarietà” / “provvisorietà” esistenziale che caratterizza la poetica scotellariana, ha origine da un “vuoto di funzione e di identità” (personale e professionale), certamente connesso al proprio destino individuale irrisolto, e al ruolo di intellettuale nazionale legato all’amata terra lucana e alle sue origini contadine; una discrepanza elevata nel novero di condizione condivisa in primis con i contadini “suoi fratelli”, irrimediabilmente precari ed errabondi.
In L’uva puttanella. Contadini del Sud (1955), romanzo autobiografico rimasto incompiuto e pubblicato postumo, Scotellaro si serve del motivo dell’homo viator per trasfigurare l’immagine del lavoratore che quotidianamente parte e torna dai campi, come un eroe mitico in missione; codifica inoltre il sentimento (di cui sopra) nella cosiddetta morale dell’ostrica, ricorrendo ad un ibridismo espressivo che sfocia in un...
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