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Nell’età di Mario si scontrarono, nell’oratoria, tendenze diverse, rappresentate specialmente da

Marco Antonio e Lucio Licino Crasso, che Cicerone, cogliendo felicemente il carattere delle idee

dei due rivali, scelse a protagonisti della sua più vasta opera retorica, il De Oratore, facendo

sostenere al primo la sua tesi della inutilità della cultura e della necessità, invece, dell’inventio, e

affidando a Crasso il compito di esporre la sua convinzione circa la necessità, per essere buon

oratore, della cultura, oltre ai doni di natura.

L. Licino Crasso coltivava infatti un genere di eloquenza sostenuto da una ricca cultura generale

(filosofica,letteraria, giuridica, scientifica) e garbato, fine, ricco di arguzia, accuratissimo nella

espressione, perfettamente asiano nella brevità concettosa del periodo.

GLI STILI

Infatti nell’età mariana e negli anni della prima giovinezza di Cicerone, vigeva in Roma un tipo

di eloquenza che gli oratori romani del 1° secolo, fautori dell’opposto indirizzo, denominarono

asiana.

Ma non si deve credere che l’Asianesimo fosse un indirizzo unitario:

1 - accanto all’asianesimo di Egésia di Mileto (oratore asiatico del 3° sec. a.C.) che consisteva

nello spezzettare il periodo, quindi nel gusto per le punte brillanti, per l’ingegnosità e i concetti (e

che vedemmo caro a Licino Crasso e vedremo ripreso nell’età imperiale)

2 – vi era anche un altro tipo di asianesimo che, proprio nell’età di Cicerone, con Eschilo di Chido

ed Eschine di Mileto si orientò verso la scelta dei vocaboli poetici e l’ampollosità patetica.

Questo secondo tipo fu coltivato da Quinto Orternsio Ortalo (nel 95 a.C. inizia l’attività forense;

battuto da Cicerone esordiente, ne diventa poi amico e muore nel 50).

E proprio di Ortalo, Cicerone subì, nella sua formazione all’oratoria, la suggestione e il fascino ed

imitò lo stile nelle prime due cause cui prese parte e nelle quali sconfisse Ortalo usando le sue

stesse armi, cioè quelle dei periodi sonori, degli ornamenti barocchi, della gonfiezza e dell’enfasi.

Per colpa di Cicerone si suole parlare, già per gli anni della sua giovinezza, della presenza di tre

stili nell’oratoria: Asiano, Attivista e Rodiese (che sarebbe una via di mezzo fra il primo e il

secondo). Ma in realtà l’Atticismo in Grecia non era esistito: o nasceva verso gli anni 50 a.C. in

Roma come rivendicazione di purismo arcaistico.

Uno stile Rodiese non aveva dunque motivo di essere come stile “mediano” negli anni 80, quando

non c’era ancora il 2° termine di confronto.

In fondo Cicerone ci presentò questa scuola Rodiese solo perché voleva dare autorevolezza e

importanza alla formula da lui conquistata riconducendola ai due rétori Apollonio Màlaco e

Apollonio Molone, che tennero scuola a Rodi, insegnando a mitigare l’esuberanza degli ornamenti

asiani e a rifuggire dall’énfasi, richiamandosi ai modelli dei grandi oratori attici (=greci)

dell’Attica) Eschine e Demostene. Cicerone ascoltò Molone a Roma nel’87 e poi a Rodi nel 78 a.C.

Sulla base delle indicazioni Ciceroniane si suole considerare l’incontro di Cicerone a Rodi con il

retore Apollonio Molone come il momento dell’orientamento di Cicerone verso un tipo di oratoria

più sobrio quanto ad artifici espressivi e concettuali e più ricco di articolazioni e di raccordi nel

congegno sintattico della frase. In realtà Cicerone ha sempre teso all’effetto ed ha sempre modulato

l’oratoria secondo le diverse esigenze dell’argomento e dell’uditorio, con fiuto finissimo di

parlamentare e di avvocato.

L’Atticismo, coltivato da Licinio Calvo, Bruto, e, sotto certi aspetti da Cesare, quindi nell’età

della maturità di Cicerone, propugnò la più assoluta semplicità e stringatezza, il ritorno agli oratori

romani del periodo arcaico, ma solo in apparenza, perché di fatto anche gli attivisti furono

influenzati dal neo-purismo ormai imposto per sempre alla prova oratoria latina ( = evitare vocaboli

e frasi troppo vicini al sermo vulgaris, cioè alla parlata del popolo).

Gli attivisti rimproveravano a Cicerone la sua sovrabbondanza di argomentazioni e di parole

(che è l’insopprimibile eredità asiana della sua eloquenza, benché egli avesse creduto di rinnegare

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l’asianesimo sostituendo all’ eccesso di confettini e giochi dialettici l’ eccesso di parole e giri di

frase).

Cicerone dal canto suo contrattaccò gli attivisti rimproverando loro la ieiunitas, la povertà dei

mezzi espressivi.

Di fatto, la fluidità armonica di Cicerone, con un gusto spiccato per la costruzione simmetrica

(concinnitas), contrastava sia con l’andamento stringato e scarno degli attivisti, sia con l’andamento

altrettanto stringato e spesso affannoso dell’oratoria egesiana (cioè asiana del 1° tipo, quello caro a

Licinio Crasso).

Cicerone era quel che si dice un oratore di razza.

L’unico che, a detta di Quintiliano, fosse capace di contrastare la preminenza di Cicerone, era

Cesare, lodato dallo stesso Cicerone e poi, oltre che a Quintilliano, da Tacito (dial. de oratoribus),

da Frontone e da Marco Aurelio. Però non ci sono pervenuti documenti diretti dell’oratoria

cesariana per poter instaurare dei confronti.

Lo si è ritenuto volgarmente atticista; ma per Cesare l’uso del vocabolo appropriato era una

seconda natura ( basta leggere i suoi diari di guerra); e d’altra parte un dominatore di folle non

poteva lasciarsi imprigionare da un’oratoria che riponeva tutta la sua cura nella scelta dei vocaboli e

nella stringatezza programmatica; ma doveva aggiungere calore e pathos e implacabile rigore

argomentativi e dialettico.

N.B. Dopo queste note che ti devono aver orientato con abbondanza di rilievi, vedi la vita di

Cicerone, leggi quanto il testo dice delle opere retoriche e studia bene il paragrafo delle orazioni

con particolare riguardo alle catilinarie e alle filippiche. Ricorsa che la 1° e la 4° catilinaria furono

pronunciate in senato, la 2° e la 3° al popolo, e che le date sono 7 novembre, 8 novembre, 3

dicembre e 5 dicembre del 63 a.C.

E ricorda che proprio le catilinarie segnano l’inizio della piena maturità dell’oratoria ciceroniana.

Per le filippiche devi sapere anche perché Cicerone chiamò con questo nome le sue 14 orazioni

contro Antonio.

(per la disputa fra asiani e attivisti, ricorda il fatto curioso che sia Egèsia di Mileto, esponente

dell’asianesimo, quanto gli attivisti romani del 1° secolo si proposero come ideale di eloquenza le

orazioni scritte da Lisia, il quale fu scrittore di orazioni (greco, originario di Siracusa). Nato verso il

445 e vissuto soprattutto ad Atene, Lisia adottò una prosa nuda e disadorna, ma per questo precisa

ed efficace, ed usò la lingua attica spoglia sia di qualsiasi influenza lessicale esterna, sia delle forme

proprie del linguaggio comune ateniese).

S T O R I A L E T T E R A T U R A

Le dissonanze e i dissidi che contrassegnano le grandi

42 a.C. Battaglia di Filippi (Ottavia- personalità dell’età di Cesare si vanno attenuando con

no e Antonio contro i cesaricidi) l’avvento della pace augustea che si riflette in una

40 Rappacificazione fra Ottaviano e maggiore armonia degli spiriti, in un più sereno equili-

Antonio, i cui rapporti si erano brio interiore.

guastati Tuttavia il passaggio avviene gradualmente, ed i

40-31 Progressivo deterioramento maggiori poeti dell’età augustea, Virgilio e o Orazio,

fra i due risentono ancora delle drammatiche esperienze

31 Battaglia di Azio: vittoria di Otta- sofferte nella giovinezza, e da queste ricavano la

viano . Morte di Cleopatra e An- profondità della loro meditazione sulla condizione

tonio. Finisce praticamente la umana.

Repubblica Augusto intendeva valersi della cultura e dei letterati

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in appoggio al suo programma di restaurazione dei

27 Ottaviano proclamato Augustus valori morali e religiosi della tradizione romana e

avvia il principato, cioè, afferma italica; e i letterati, almeno in una prima fase, diedero

la propria autorità, piena ed asso- un’ adesione non servile a questo programma, in

luta come quella di un sovrano, quanto esso si accordava con la loro sincera

senza però assumerne la veste, la- aspirazione alla pace (vedi Virgilio, Orazio. Non

sciando in vita, anzi, la costituzio- possiamo dire altrettanto di Properzio, che, pur

ne repubblicana per salvare le ap- essendo del circolo di Mecenate, è rimasto legato ai

parenze. Combatterà solo per di- temi erotici della sua elegia – apertamente ispirata a

fendere le frontiere dai Germani: modelli ellenistici, nonostante la tendenza esplicita al

17 a.C.: campagna fortunata di classicismo degli altri poeti del circolo – e solo dopo

Druso fino al Weser e all’Elba molte riluttanze si piegò ad accontentare Mecenate

9 a.C.: massacro di tre legioni ro- cantando, un po’ a modo suo, argomenti civili e

mane nella selva di Teutobur- dedicando qua e là qualche nota svagata e svogliata

go ad opera dei Germani. alla celebrazione delle gesta di Augusto.)

14 d.C. Morte di Augusto.

O

C I R C O L I D I P P O S I Z I O N E

1) – Il circolo di Asinio Pollione.Pollione, che da giovanissimo deve aver partecipato al cenacolo

dei poetae novi e lì deve aver conosciuto Virgilio più giovane di lui di solo sei anni, attivista,

uomo politico, deluso alla fine nelle sue ambizioni politiche, inaugurò una specie di circolo lettera-

rio dove diede inizio alle recitationes pubbliche di opere poetiche, e si sfogò un po’ contro tutti sia

politici che letterati con la malignità dell’uomo deluso.

2) – Il circolo di Marco Valerio Messala Corvino, tipico rappresentante di quell’aristocrazia re-

pubblicana riconciliatasi poi con Augusto, ma nel cui fondo sussisteva una segreta avversione al

nuovo ordine di cose. Da qui il disimpegno politico degli artisti del suo cenacolo, fra cui Tibullo e,

nei suoi primi esercizi poetici, Ovidio. Poesia erotica, frivola, lasciva, edonismo sottilmente

corrosivo. Però Tibullo ha un messaggio più ricco e sincero.

E T A’ A U G U S T E A

Tito Livio, l’unico grande prosatore di questa età, è anche l’unico letterato che ponga realmente al

centro della sua arte gli ideali della romanità.

I poeti invece non pongono i temi politici al centro della loro poesia, anche se non li ignorano:

essi dell’ideologia augustea accolgono e propagandano quasi esclusivamente il concetto della

missione universale di Roma, cui spetta di assicurare giustizia, pace, ordine sociale a tutte le genti.

Perciò da questo particolare momento storico i poeti traggono l’inclinazione a inserire le loro espe-

rienze personali in un quadro più vasto di meditazione sull’universale sorte dagli uomini.

Caratteri dell’arte nell’età augustea:

classicità = equilibrio formale, senso della misura, dignità di stile derivanti dalla riconquistata ar-

monia spirituale.

Il grande celebratore banditore del classicismo sarà Orazio

Classicismo = ritorno ai modelli classici, scavalcando – almeno apparentemente – l’esperienza

neoterica, che si era ispirata ai poeti alessandrini del periodo ellenistico.

Ma questa è più una professione a parole che una realizzazione di fatto, in quanto su Virgilio

agì profondamente e durevolmente la giovanile esperienza neoterica, e lo stesso Orazio

insieme alle suggestioni poetiche di Lucrezio ha sentito anche quelle di Catullo se non altro

nel campo – molto importante in Orazio – della metrica:

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infatti, pur essendo poeta riflessivo ed equilibrato, Orazio ha prediletto i metri di Alceo e Saf-

fo, usati dai due poeti di Lesbo per esprimere ”l’immediatezza dei loro sentimenti e delle loro

passioni “.

Perchè questo? Proprio perché tra i poeti di Lesbo e Orazio c’era stata l’esperienza alessan-

drina; e Orazio, pur avendo spregiato i neoteroi, ha raffinatamente sfruttato la sapienza dei

poeti alessandrini nel riprodurre con accorta elegante pacatezza i modi della grande poesia

melica dell’età classica greca: ma poiché ai poeti alessandrini si erano ispirati i neoteroi, è

vero quanto abbiamo anticipato a pag. 5/6: i modi nuovi di rivivere i classici della grecità, i

poeti augustei li hanno imparati attraverso la mediazione dei poetae novi!

Questa tendenza al classicismo è tanto meno evidente nei poeti dei “circoli” dissidenti. Si

veda ad esempio Tibullo che, sviluppando la tendenza già implicita nei neòteroi e le premesse

l’elegia alessandrina;

di Cornelio Gallo, rese soggettiva

Properzio. addirittura, pur essendo del circolo di Mecenate, rivendicò a sé il merito di aver

recato in primo piano l’elegia erotica nelle derivazioni da Callimaco e da Filita (alessandrini!)

dai quali mutua anche il gusto delle favole mitologiche d’amore.

(N.B. Invece la mitologia manca totalmente in Tibullo)

universalità

nei poeti maggiori: Virgilio e Orazio

interiorizzazione dell’elegia alessandrina

nella poesia soggettiva d’amore di Tibullo e Properzio.

E T A’ A U G U S T E A

Virgilio

Vedi il testo della letteratura latina.

Ricorda: nei primi anni a Roma Virgilio entra in contatto con il circolo neoterico e in amicizia con

Asinio Pollione e Cornelio Gallo.

L’incontro con i poetae novi e con la filosofia Epicurea, insieme con l’amarezza per le

lotte civili e la vicenda della confisca dei beni sono alla base delle sue Egloghe

(Bucoliche):

Nelle Bucoliche cogliamo:

- l’influsso di Teocrito (poeta ellenistico)

- l’influsso dell’epicureismo: nella fuga dalla realtà travagliata delle guerre civili per

rifugiarsi nel sogno dell’Arcadia pastorale.

- il sentimento del dolore presente nell’uomo e nel mondo e quindi una nota elegiaca,

che attenua e sfuma di malinconia la serenità del mondo pastorale

Le Georgiche segnano la graduale conversione agli ideali di rinnovamento morale

presenti nel programma augusteo:

- viene riconosciuto, sia pure fra molte oscillazioni, il valore morale della sofferenza e

della fatica

- in esse l’amore virgiliano per la terra e per la vita degli umili si innesta, in

coincidenza col programma d’ Augusto, sulla celebrazione dell’antica Italia agreste.

- influssi della poesia lucreziana

- genere letterario: poema didascalico

ma, per il dono di poesia che è proprio di Virgilio, tutta la materia è trasfigurata dalla

poesia, dal sentimento personale del poeta cioè dalla sua visione della natura: della

vita agreste, legata a certi valori morali: il lavoro è liberazione dal bisogno e

redenzione morale. Il tutto sostenuto da un’arte perfetta, imparata a contatto con i

neoteroi 9

- visione del mondo: dalla trattazione dell’argomento il poeta si leva alla visione

generale universale dei problemi.

- Secondo la tradizione, nella prima stesura il IV libro chiudeva con le lodi di Cornelio

Gallo, che poi sarebbero state sostituite dall’epistilio di Aristeo (il doppio epillio

squisitamente alessandrino che parla della discesa del pastore Aristeo negli abissi

marini per interrogare la madre Cirene sul modo di riavere le api distrutte, e della

discesa di Orfeo nell’Ade per ricondurre sulla terra Euridice) per ordine di Augusto

quando C. Gallo cadde in disgrazia dell’imperatore e si tolse la vita (26 a.C.)

Nell’Eneide, al di là e prima dell’intento di lodare Augusto, c’è la volontà di cantare

non solo Roma, ma tutta l’Italia,(Pallante, Lauso, Camilla, Turno, sono eroi italici,

come italico di Mantova era Virgilio) e le tradizioni agresti dell’antico Lazio (vedi

l’incontro con Evandro nel libro VIII).

Nell’Eneide le guerre e le sofferenze appaiono dettate da un disegno provvidenziale,

che mira ad assicurare pace e civiltà alle genti mediante la fondazione di Roma (e qui

s’incontrano l’ideale di Panezio – vedi pag. 2 – e il programma politico Augusteo).

Tuttavia il sentimento poetico dominante di Virgilio rimane sempre la pietà per il

dolore umano; e il volere della Provvidenza rimane avvolto dall’ombra del mistero e

del dubbio, con una visione tragica ed elegiaca che non riesce a giungere

all’ottimismo.

O R A Z I O

Anche Orazio attraverso un’evoluzione per certi aspetti analoga a quella di Virgilio

(nel passaggio dai travagli dell’età di Cesare e del 2° triunvirato alle speranze dell’età

di Augusto), ma la profonda differenza di temperamento lo portò a soluzioni diverse.

Dopo aver partecipato nella giovinezza alle guerre civili ed aver provato delusioni ed

amarezze, che trovano espressione nelle poesie giovanili, gradualmente si ritrasse in se

stesso mirando al perfezionamento morale e al raggiungimento dell’equilibrio inte-

riore, secondo i dettami della filosofia epicurea.

A differenza di Virgilio, egli rinuncia ad affrontare il problema di Dio e della sorte

dell’uomo, e nella sua poesia lirica uno dei temi dominanti è proprio l’invito a questa

rinuncia. Ciononostante il tema della rinuncia e dell’invito a chiudersi in se stessi è pur

sempre collegato ai grandi temi della morte, del tempo, del destino, dai quali la poesia

di Orazio, in apparenza superficiale, riceve solennità e profondità di vibrazioni. (1)

Il freno dell’ironia e della perfetta misura formale è l’arma di cui Orazio si vale per

difendersi dall’emozione sentimentale troppo forte e dall’urgere dei problemi dell’e-

sistenza.

Egli riesce sempre a mantenere il dominio di sé, vincendo i segni dell’inquietudine,

che affiorano specialmente nelle Epistole. La celebrazione del principato augusteo, per

quanto sincera la si, voglia considerare, rimane un aspetto marginale della poesia

oraziana, che ha il suo centro nella meditazione lirica e nella riflessione intima delle

Odi e delle Epistole (specie Libro 1°)

N.B. Vedi testo di Letteratura e leggi le introduzioni alle Odi, alla satira e all’epistola

che abbiamo tradotto.

(1)come vedi, anche in Orazio troviamo il carattere dell’universalità, anche se in

chiave diversa che in Virgilio.

Ricorda:

- Gli Epodi e alcune satire del libro I (come la II,VII,VIII) riflettono il mondo inquieto

della poesia giovanile di Orazio: imitazione dei giambi di Archiloco e Ipponatte, poeti

greci celebri per la violenza di gran parte della loro produzione poetica (appunto in

giambi) 10 quasi romantica di Orazio;

Corrispondono al periodo della ribellione titanica,

vi cogliamo: fede epicurea più battagliera (orizzonti poetici meno vasti, però di quelli

dell’epicureo Lucrezio!); eccessiva prevalenza dei motivi pratici, del moralismo

declamatorio; ricchezza di fermenti, colori cupi, concitazione…tutte cose, specie

queste ultime, che il sorvegliatissimo Orazio della maturità lascerà cadere.

Ma già qui, specie nelle satire, si preannuncia l’Orazio classicista e si coglie un

sempre più accentuato e graduale passaggio ad un carattere di universalità.

(N.B. il classicismo negli epodi si coglie specialmente nel risalire direttamente ad

Archiloco e Ippomatte, senza passare attraverso la meditazione dei poetae novi e,

quindi, degli alessandrini).

- Nelle satire composte dopo il 38 (anno in cui Virgilio e Varo lo presentano a Mece-

nate) si fa gradualmente presente la riacquistata fiducia in sé e nelle sorti dell’Urbe

(da allora Orazio non ricadde più in crisi di sconforto): incomincia il periodo

dell’equilibrio e della sorridente saggezza del poeta.

- Le Odi segnano il momento lirico del poeta. In esse si nota una oscillazione continua

fra lo slancio e l’abbandono del vero poeta e l’inesorabile severità dal critico d’arte

che gli raggelava l’estro.

Gli abbandoni più schietti se li concedeva nei levia carmina (scherzose poesie d’a-

more), dove il gioco d’amore si smaterializza quasi sempre fino a così aerea levità di

tono che tutte le donne e tutti i nomi di donna finiscono per diventare puri pretesti per

un leggiadro arabesco poetico.

Nelle odi che proclamano il suo ideale del limite, dell’accontentarsi, troviamo toni di

sobria franchezza che ben si accorda con la sostanza cantata, la moderazione, e ci dà

forse le odi più perfette, proprio perché non c’è contrasto fra l’estro poetico e il

raffinatore senso critico.

Perfetti anche quei carmi dove, al di là della grazia ellenistica del particolare, sembra

tralucere un riflesso della poesia agreste di Virgilio per il quale la campagna è

modello e fonte di vita morale, di superiore idealità.

La lirica civile è un’indiscutibile e duratura creazione oraziana; tuttavia spesso in essa

si sostituisce alla vera poesia la grande eloquenza dell’oratoria commossa e

trascinante.

- Epistole. Già nel I libro (dedicato a Mecenate) si coglie un senso di raccoglimento, di

rinuncia e addio ai sogni e alla poesia: rispunta insieme alla riflessione intima, la

voglia di fare il moralista.

Nel 2° libro si accentra la tendenza alla regolarità e alla pedagogia (fino a cadere nella

retorica pedagogica)

ETA’ AUGUSTEA (vedi il testo di letteratura latina)

T I T O L I VI O

Ricorda:

- Livio fa degli ideali della romanità il centro della sua arte: per lui la storia di Roma è

come una storia sacra che sottolinea momento per momento il patto che vinvolava la

divinità al popolo eletto: nel libro 1° fa dire da Romolo riapparso dall’Olimpo sulla

terra: “va’, annunzia ai Romani che così vogliono gli dei: che la mia Roma sia caput

orbis terrarum”

- Sotto l’aspetto politico è il più tradizionalista fra tutti gli scrittori dell’età augustea

(Augusto lo chiamava scherzosamente pompeianus per il suo acceso repubblicane-

simo).

- L’unico punto di contatto con la sua età e col rigido moralismo di Augusto e con la

sua tendenza a restaurare i riti tradizionali: non per nulla Livio nomina Augusto

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sempre in legame con costumanze religiose.

- Come storiografo è indietro di una ventina d’anni: infatti i suoi gusti letterari sono più

vicini a quelli dell’età di Cesare: è vicino al colorismo sallustiano, anche se un po’ più

moderato; da Sallustio mutua lo spirito della monografia (infatti divide la storia in

blocchi: le decadi; e, avvicinandosi a parlare di fatti meno antichi, approfondisce la

psicologia dei singoli personaggi, come Sallustio aveva schizzato il ritratto fisico e

morale dei suoi; pone anche lui i discorsi in bocca a insigni personaggi)

Nello stile dipende evidentemente da Cicerone, in contrasto con l’atticismo di moda

al suo tempo, anzi disobbedisce ai canoni dello stesso Cicerone per non rinunciare al

colorismo poetico, adatto al suo innato senso del drammatico e del patetico.

- L’eterna grandezza di Livio sta nell’aver infuso agli eventi storici il palpito di

L’arte.

un’arte potente: quadri mossi, drammatici, rappresentati con scorsi potenti o raccon-

tati con uno stile frondoso, quasi di fiume in piena (lactea ubertas chiamerà

Quintiliano questa frondosità dello stile).

- Fu accusato di provincialismo linguistico (la patavinitas di cui lo riprende

Limiti.

Asinio Pollione)

La sua è più epopea che storia, cioè dal punto di vista storico è poco attendibile,

perché Livio non ha vagliato criticamente le fonti: infatti, se dove vi era discrepanza

evidente tra le fonti egli l’annotava senza prendere una sua decisione, il più delle

volte fondeva le varie fonti benché poco coerenti fra loro. E’ inesatto quindi il detto

dantesco: “Livio che non erra”

N.B. D’altra parte per gli antichi la storiografia era soprattutto opera d’arte (vedi

l’analogo concetto della storiografia nel nostro umanesimo)

Fra il Virgilio dell’Eneide e Livio v’è qualcosa di simile, specie nella ricerca di salda-

re il passato di Roma col presente, ma in Livio vi è minor ricchezza di valori umani

(l ‘attenzione è prevalentemente volta alle virtù civili)

- Data la mole dell’opera, non mancano momenti di stanchezza opaca

E T A’ A U G U S T E A

Il fervore intellettuale ed artisticocce aveva caratterizzato la prima fase dell’età di Augusto, si va

gradatamente spegnendo quando, secondo la logica storica, il principato liberale si rivela in

sostanza come un assolutismo mascherato. L’assenza di una vera libertà politica e il controllo che il

principe esercita sulle lettere portano alla decadenza dei grandi ideali e la letteratura tende a

diventare accademia e divertimento da salotto (ricorda le recitationes inaugurate da Asinio

Pollione) OVIDIO è colui che annuncia sul piano letterario la decadenza spirituale e morale.

La sua arte brillante e colorita manca di un fondo di solidi ideali e rispecchia la

società frivola che si forma alla corte di Augusto e nelle alte classi della capitale:

l’arte diventa virtuosismo/stilistico e sfoggio di bravura retorica.

Ma in Ovidio esistono anche aspetti originali e positivi, che troveranno sviluppo nella

letteratura del periodo imperiale:

- l’analisi sottile del sentimento erotico e della passione

- la rappresentazione del favoloso e del meraviglioso

- la raffinatezza della musicalità del verso (o musica verbale)

(vedi il testo della letteratura latina)

Proprio nell’età di Augusto ebbe la sua lunga incubazione il torbido arianesimo della letteratura

fiorita sotto la dinastia Giulio-Claudia.

Infatti l’atticismo era diventato programmatico nei letterati fedeli all’ideale augusteo, e quindi i

nostalgici del regime repubblicano, per opposizione, non seguirono l’atticismo (benché fosse stato

lo stile dei repubblicani d’età cesariana: Calvo, Bruto, ecc..) anzi la loro tendenza fu quella di

ritornare all’asianesimo. Si andò formando a poco a poco una letteratura viva nei suoi aneliti –

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anche se un po’ retorica nello stile – che mirava a scuotere dalle fondamenta l’edificio della

romanità trionfante costruito dalla prima generazione augustea.

D’altra parte l’atticismo augusteo non rifuggiva da effetti patetici.

Ne venne, negli oppositori, un ritorno all’asianesimo, ma ad un arianesimo particolare, a metà fra

quello brillante, preziosistico, spezzettato nelle frasi di Egèsia e quello ricco di più gonfia pateticità

di Eschilo Conidio.

Tale indirizzo finì per istillare il gusto degli effetti vistosi, dello sfoggio di artifici oratori, delle

coloriture snodate; ma ebbe anche il merito di aver raccolto un cospicuo materiale di analisi

psicologica (infatti si prediligevano, per le esercitazioni nelle scuole di retorica, i casi patetici e

paradossali) che influì sui passi migliori di Seneca, Petronio, Giovenale, Tacito, nel quale ultimo

cogliamoi più profondi succhi dell’asianesimo d’età augustea e post-augustea.

E T A’ I M P E R I A L E L E T T E R A T U R A

S T O R I A Dopo la morte di Augusto, il conformismo e il

14-37 d.C. Impero di Tiberio (figliastro vuoto degli ideali deprimo la vita letteraria.

di Augusto) Sotto Tiberio e Caligola soltanto la erudizione e la

37-41 Caligola (pazzo) minaccia la vita scienza offrono rifugio agli spiriti colti e trovano

di Seneca possibilità di sviluppo.

41-54 Claudio si libera della prima mo- In quest’epoca dominata dall’adulazione emerge la

glie, la corrotta Messalina condan- voce indipendente dell’umile Fedro, che sotto la ve-

nandola a morte. Sposa la nipote ste della favola animalesca leva la sua protesta

Giulia Agrippina, sorella di Cali- contro l’ingiustizia che regna nel mondo, contro la

gola, che induce Claudio ad adottare sopraffazione dei potenti a danno dei deboli.

il figlio avuto da un precedente ma-

trimonio, Nerone, a scapito di Bri- Nell’ultima parte dell’impero di Claudio e sotto

tannico legittimo figlio di Claudio. Nerone si ha un risveglio della letteratura, che solo

554 Muore Claudio. Forse alla sua in minima parte si spiega con la relativa maggior

morte non fu estranea Agrippina libertà lasciata dagli imperatori ai letterati. Per lo

54-68 Nerone più i letterati di questa poca sono legati ai circoli

54 Assassinio di Britannico (veleno) aristocratici di opposizione al regime dispotico,

59 Matricidio (dopo che Agrippina era quindi predomina un atteggiamento di reazione alla

già sfuggita a un precedente attenta- nuova realtà dell’impero, e l’arte dell’epoca nero-

to a Baia) niana nasce da uno stato di rottura fra il letterato e

Nerone manda a morte Burro, il la società. Da queste condizioni, diverse da quelle

saggio prefetto del pretorio,e gli so- dei letterati della prima età augustea, sorge un’arte

stituisce Tigellino . Allonatana Se- quasi opposta a quella che si suole definire classica:

neca. Ripudia e fa uccidere Ottavia è un’arte tormentata e convulsa, incline alle tinte

per sposare Poppea cupe e ai violenti contrasti di luce e ombra, barocca

64 Incendio di Roma nelle immagini e nello stile.

65 Congiura dei Pisoni scoperta: vitti- Comunque essa è nettamente ORIGINALE e tenta

me anche Seneca e il nipote Lucano vie nuove sia esplorando nuovi contenuti, sia inno-

(poeta epico) vando il linguaggio e lo stile.

68 Caduta e morte di Nerone

Fine della dinastia Giulio-Claudia

La figura principale di quest’epoca è SENECA 13

E T A’ I M P E R I A L E

Dinastia Giulio – Claudia (14-68 d.C.)

- nato in Turchia; liberto di Augusto. Scrisse i primi libri sotto Tiberio. Uscito indenne o

FEDRO

quasi dal processo intentatagli da Seiano per il sospetto che nelle sue favole ci fossero malevoli

allusioni ai potenti del tempo, continuò a scrivere fino sotto Claudio (uno degli ultimi

componimenti è indirizzato a Fileto, liberto di Claudio).

E’ il primo autore della poesia latina che abbia fatto della favola la sua unica forma d’arte.

Nei poemi Fedro manifesta un singolare prurito della rinomanza letteraria, nella semplicistica

illusione di giungere alla gloria coltivando un genere di poesia quasi irrimediabilmente condannato

ad un inevitabile schematismo e ad una inevitabile monotonia e monocromia, per cui sotto

l’attraente scorrevolezza e la sapida brevità dei componimenti, la sua arte non giunge a farci vivere

effettivamente un personaggio e neanche un tipo

Opera: in 5 libri (ce ne dà la sicurezza Aviano, un favolista in versi vissuto forse nel IV secolo d.C.)

Stile: di gusto alessandrino:

- sorvegliata brevità delle favole

- ogni vocabolo soppesato e collegato al giusto posto

- raffinatezza della tecnica metrica

- densità epigrammatica della morale

Seneca ignorò volutamente Fedro.

Marziale è l’unico degli autori illustri che lo abbia ricordato.

L’opera di Fedro ci è giunta probabilmente incompleta. Forse le favole a noi giunte son quelle che

entrarono presto nelle scuole e dalle scuole furono raccolte e conservate.

Il Medioevo non conobbe direttamente le favole di Fedro, ma esse furono certamente alla base di

quella raccolta di favole in prosa che va sotto il nome di Romulus o Aesopus latinus.

Nel sec. XV Niccolò Perotto raccolse non si sa da quale fonte 30 o 31 favole di Fedro fin allora

sconosciute che vanno sotto il nome di Appendix Perottina. Non sappiamo quante in essa siano di

Fedro, quante di Aviano, quante dello stesso Perotto.

– (34-62 d.C.) Aulo Persio Flavio appartiene alla generazione che trascorse e bruciò la

PERSIO

sua giovinezza nella età Neroniana. Nato a Volterra nel 34 d.C.; a 6 anni perdette il padre; a 12

andò ad abitare a Roma. Visse sempre all’ombra della madre, della sorella, degli austeri maestri

(grammatici, retori, filosofi stoici) eppure, inesperto come era della vita, volle atteggiarsi a maestro

di vita. Ne nacquero 6 satire (era lento a scrivere) che tradiscono la formazione tutta e solo libresca:

in esse Persio ammassa tutti i luoghi comuni diatribici più vieti, in un linguaggio fra i più oscuri e

faticosi della latinità. Persio trovò nell’acre satira luciliana, meno umanamente comprensiva di

quella di Orazio, il modello più congeniale, tuttavia è indubbio che egli ricalcò non solo Lucilio ma

anche Orazio. Ricchissimo, si diede a voler imitare il tono della predica cinica!

Lo stile di Persio costituisce un isolato esempio di ricercato arianesimo mascherato da

Stile:

atticismo. Ebbe il torto di avviare nella satira di tipo graziano la tradizione dello stile oscuro, da cui

neppure G. Giovenale, poi, seppe liberarsi.

(segue)

E T A’ I M P E R I A L E

DINASTIA GIULIO – CLAUDIA (14-68 d.C.)

SENECA

Nella sua visione politica egli rimane sempre coerente, perciò già nel 39 d.C. per un suo discorso

pronunciato alla presenza di Caligola, incorse nell’ira dell’imperatore che gli risparmiò la pena ca-

14

pitale solo perché una sua favorita gli fece osservare che Seneca sarebbe morto tra breve per

consumazione.

Dal 41 al 49 fu in esilio in Corsica per essere stato coinvolto in un processo intentato da Messalina

contro Livella (sorella di Caligola) della cui bellezza era gelosa.

Nel 49 fu richiamato a Roma da Agrippina perché educasse Domizio (Nerone), il futuro imperatore.

Seneca, il cui ideale politico era quello di un principato rispettoso delle pubbliche libertà, pretese

creare in Nerone il modello dell’imperatore filosofo e determinò alcuni atti significativi della

politica neroniana (un provvedimento per lenire la condizione degli schiavi, un progetto di riforma

fiscale – bocciato dal Senato che si sentiva leso nei suoi interessi privati.)

Quando Nerone, dopo 5 anni di governo, inizia apertamente una politica da rigido autocrate, Seneca

cade in una crisi di disgusto e di sconforto e nel 62, morto Burro, si decide al ritiro.

Seneca dunque fu dibattuto fra l’ideale filosofico della vita ritirata ed ascetica e l’anelito a

giovare agli altri uomini partecipando alla vita attiva.

Suoi maestri: stoici, cinici e neopitagorici, ma specialmente Papirio Fabiano, retore e filosofo

stoico: da lui e dal padre Seneca ricevette l’amore alla retorica e divenne così, ancor più di Cice-

rone, l’oratore della filosofia, di una filosofia stoica con preponderanti interessi morali.

Dante giustamente lo chiamò “Seneca morale”.

In Seneca l’oratoria è più sottile, quasi più insidiosa di quella di Cicerone: fine sprezza-

Oratoria

tura, moderna vivacità e varietà di raccordi, sapienza di scorci ed effetti improvvisi, sfaccettamente

d’un’idea in modo da renderla sempre nuova, da far penetrare nel vivo di un pensiero, il suo

pensiero, che è sofferenza, coscienza tormentosa di tutte le infinite contraddizioni della vita e

dell’anima umana.

Da qui la cronica asistematicità ed empiricità del suo pensiero!

Seneca non ci dà un “sistema” filosofico, non ha preoccupazioni gnoseologiche: il problema morale

assilla Seneca. ma un problema che è immanentistico e perciò Seneca non può essere avvicinato a

S. Paolo! Immanentismo, cioè Dio è nel sacrario dell’umana personalità, nella ragione intensa non

come indagatrice dei massimi problemi dell’universo (anche se ha scritto il De providenzia e le

Naturales quaestiones), ma come illuminatrice dei recessi umani secondo il principio dell’esame di

coscienza.

Ricorda: i caratteri della filosofia Senecana su esposti donde scatturisce la constatazione che egli

porta avanti il processo dell’interiorizzazione;

i caratteri della sua prosa, del suo stile nervoso e vibrante; aggiungi l’esasperazione delle passio-

ni e il gusto delle scene atroci e macabre nelle tragedie, segno evidente dell’epoca di rottura e di

crisi in cui furono scritte e annuncio di una moda letteraria che sarà seguita da molti scrittori e poeti

dell’età imperiale.

E vedi bene tutto il testo.

E T A’ I M P E R I A L E

DINASTIA GIULIO – CLAUDIA (Neroniana)

PETRONIO che lo stile e il decadentismo di Seneca (e di Lucano) ci hanno fatto

L’aura di modernità

intravedere nella Roma neroniana, raggiunge nell’opera di Petronio la sua più ampia e cristallina

espansione:

- nello stile

- nel genere letterario

- nell’atteggiamento spregiudicato di rottura nei confronti della tradizione letteraria e

dell’ambiente socio-politico-culturale dell’epoca.

15

Nonostante le sue esplicite simpatie per Virgilio e Orazio, e nonostante critichi i gusti stilistici

Stile.

della sua epoca (vedi la parodia dello stile lucaneo della Pharsalia nel “pezzo” in versi che

introduce sotto il titolo De Bello Civili), si professi cioè contrario alle tendenze dell’asianesimo

contemporaneo, lo stesso Petronio è, forse inconsciamente, asiano per il tono saltellante, vivido, irto

di punte e di frizzi; anzi egli rappresenta dell’asianesimo, come di tutta l’arte d’età neroniana, il

culmine e la purificazione. Ma egli piega questo arianesimo al suo genio:

la spinta verso il nuovo, che ora insita nel gusto asiano, viene da lui adattate alle esigenze della

sua creazione, con l’introduzione, nella cena di Trimalcione e nei passi più audacemente veristici,

di solecismi (1) della plebe e di barbarismi: quando occorre, Petronio si mette a parlare il

linguaggio delle cortigiane d’infimo rango, dei tavernieri, dei liberti ignoranti.

Si può dire che il Satyricon, misto di prosa e di versi, sia una Menippea che

Genere letterario.

presenta però la novità di essere gigantesca e divisa in libri.

(Le Satire Menippee sono l’opera più schiettamente letteraria di un grande erudito dell’età di

Cesare: Varrone Reatino, quello che nel De comoediis Plautinis determinò quali commedie di

Plauto dovessero ritenersi sicuramente autentiche. Il titolo Satire Menippee ci riporta da un

lato a Lucilio (Satira) e dall’altro a Menippo di Gàdara, il filosofo cinico greco che aveva

iniziato una forma originale di satira del costume che mirava, con linguaggio popolaresco e

vivacità di spirito e d’invenzione grottesca, a riformare la società umana mettendone in ridi-

colo vizi ed errori. L’aspetto più evidente, formalmente, dell’opera di Menippo era la me-

scolanza di prosa e versi.

Varrone lo seguì in questa mescolanza, cioè nella forma; ma nei contenuti, più che a riformare

il presente, Varrone mirò a celebrare nostalgicamente il buon tempo antico, contrapposto alla

corruzione presente. Tuttavia ci sono anche in Varrone trovate grottesche, battute spiritose,

immagini comiche di sapore italico, mescolanza di linguaggio popolaresco e di linguaggio

solenne usato a scopo parodistico… ma dai frammenti superstiti pare che manchino origi-

nalità e unità stilistica. Anche Seneca ci diede una menippea nel Ludus de morte Claudi o

Apokolokyntosis.)

Forse fu il Ludus di Seneca a suggerire a Petronio di dare forma di Menippea al Satyricon –

che è in verità un romanzo -, per dare ad un genere ancora disprezzato come quello del ro-

manzo maggior dignità letteraria e avere la possibilità di inserire nel racconto tutte le di-

gressioni suggeritegli dalla fantasia, non esclusi i “pezzi” poetici che gli servivano per la paro-

dia letteraria. ma “parodistico”

Quindi possiamo definire l’opera di Petronio “romanzo”, anzi, romanzo erotico”

(e qui ritroviamo l’aggancio alla satira menippea).

Abbiamo detto parodia del romanzo erotico perché l’opera è fondamentalmente modellata sul

romanzo erotico in voga, ma con una grossa novità: la coppia è una coppia maschile, nelle cui vi-

cissitudini entrano scene sentimentali, tradimenti, riconciliazioni, effusioni patetiche o disperate,

tentativi di suicidio. Non mancano nel Satyricon gli altri ingredienti del romanzo erotico: naufragi,

processi, colpi di scena…

Ma accanto alla parodia del romanzo erotico ellenistico, troviamo anche la satira letteraria,

abbiamo visto, e la satira del costume. Ma non possiamo attribuire all’opera intenti moralistici!

che Petronio formula sulla materia trattata, è un giudizio di gusto: egli cioè mette

L’unico giudizio

in caricatura il cattivo gusto imperante in arte e nella vita (vedi la cena di Trimalcione).

Dunque non condanna morale, ma condanna estetica!

Al di sopra della materia opprimente (ambienti chiusi, racconti di magia, sfarzo eccessivo che

diventa pesante, elementi funebri e macabri inseriti nel grottesco… tutte cose che concorrono alla

impressione di soffocamento), al di sopra della società di cui fa specchio il romanzo, si leva Petro-

(1) solecismi = sgrammaticature 16 e con la sua

nio non solo col suo spirito brillantissimo e vivacissimo, ma anche l’ironia distaccata

superiore capacità artistica:

il vasto repertorio della materia, che avrebbe potuto restare amorfo e sbiadito, diventa, sotto la

penna di Petronio una narrazione coerente e piena di vita:

c’è una grande coerenza di tono, una stretta aderenza a una visione realistica del mondo evocato, e

una immediata e felice potenza di caratterizzazione: tutti i personaggi e tipi vivono ciascuno di vita

propria, colmi di sangue e di linfa, schizzati con due o tre tocchi che ce li rendono subito

indimenticabili (vedi la moglie di Trimalchione)

POSSIAMO DIRE CHE IL SATYRICON E’ ANCHE LA PRIMA GENUINA E GRANDE

OPERA VERISTICA DELLA LETTERATURA MONDIALE.

Atteggiamento di rottura. Troviamo, nell’opera di Petronio, spregiudicatezza riguardo ai canoni

della letteratura aulica; audacia nell’aderire a un mondo precluso quasi interamente all’interesse dei

letterati;

modernità, felicità e immediatezza di creazione in un campo in cui non vi erano precedenti se non

episodici o occasionali.

Petronio fu, nella letteratura della sua età, irregolare di genio che diede di quell’età la sintesi più

felice con sopraffino disinteresse artistico.

Se non fosse sopravvenuta la stroncatura classicistica dell’età flaviana, forse questa prorompente

modernità avrebbe avuto seguito in altri autori.

VEDI TESTO E ANTOLOGIA

E T A’ I M P E R I A L E

S T O R I A L E T T E R A T U R A

68-69 Guerra Civile con la rapida suc- Alla fioritura dell’età neroniana succede nell’età dei

cessione di Galba, Otone, Vitello. Flavi un nuovo irrigidimento in forme accademi-

69 Vespasiano viene acclamato impera- che: gli imperatori esercitano un pesante controllo

tore dalle sue legioni sulla cultura, e favoriscono il classicismo (modelli

69-96 DINASTIA FLAVIA: dell’età augustea), che è sempre ben visto dai go-

69-79 Vespasiano verni autoritari.

79-81 Tito, sotto il cui regno avviene la Il teorico dell’imitazione classicheggiante è

eruzione del Vesuvio (79) e l’ inau- Quintiliano (35-96), sostenitore d’un’educazione

gurazione dell’Anfiteatro Flavio retorica e formalistica e nemico dello stile moderno

(Colosseo) di Sene-ca.

81-96 Domiziano, figlio di Vespasiano Ovviamente l’erudizione e la cultura scientifica

come Tito, ma diverso dal fratello: trovano un clima favorevole, come ci viene testimo-

riduce ulteriormente la potenza del niato dall’enciclopedia scientifica di Plinio il Vec-

senato avviando, in politica, il “do- chio, importante più per l’abbondanza di materiali

minato”, facendosi chiamare “domi- raccolti che per la capacità di approfondimento e di

nus ac Deus” sintesi.

Ottimo amministratore, severo contro Nell’età dei Flavi quasi tutti i poeti si riducono

gli abusi, largo nel concedere il di- alla fredda imitazione del poema epico di tipo

ritto di cittadinanza, fu d’altra parte virgiliano: Silio (25-101); Stazio (40- 96?), il poeta

assolutista in politica e perseguitò i incontrato da Dante in Purgatorio, che oltre alla

cristiani . I senatori lo odiarono e prolissa Tebaide e alla non finita Achilleide, coltivò

contribuirono alla congiura che lo però anche il genere lirico nelle Silvae.

spense. Tacito ce ne lasciò un ritratto Al di fuori della cultura accademica si pone delibe-

pessimo. ratamente il poeta satirico Marziale (40-104):

17


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vventrella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dimundo Rosa Alba.

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