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Storia letteraria di Roma

Livio Andronico

Con Livio Andronico ha inizio la produzione letteraria latina. Greco di Taranto, Andronico fu portato a Roma come schiavo intorno al 270 a.C. da Livio Salinatore, nella cui casa divenne precettore. Livio Andronico fu un traduttore delle opere greche in latino e nei confronti dell’Odissea omerica operò in tre direzioni: innanzitutto prediligendo l’Odissea all’Iliade dimostrò un gusto tipicamente alessandrino, più consono alla mentalità romana del tempo; in secondo luogo Livio Andronico adattò l’Odissea al mondo romano, traducendo in latino i nomi greci, romanizzando le divinità greche. In terzo luogo, infine, egli perseguì una sistematica ricerca di doctrina: talora arcaizzò volutamente oppure ricorse a un linguaggio paludato o privilegiò gli elementi patetici tanto cari agli autori ellenistici.

Livio Andronico, inoltre, non adottò l’esametro omerico, ma rimase fedele al saturnio, l’antico verso italico. Livio Andronico è anche il primo autore scenico latino. Della sua produzione ci sono giunti tre titoli di commedie di argomento greco (palliate) e conosciamo otto titoli di tragedie, per lo più incentrate sul mito troiano.

La commedia nuova aveva totalmente abbandonato la carica aggressiva e la tendenza alla critica politica; l’interesse era rivolto piuttosto alla complessità dell’intrigo e alla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Tragedie e commedie latine si basavano, come quelle greche, sull’alternanza di deverbia (parti recitate) e cantica (parti cantate). Ad organizzare gli spettacoli erano i magistrati stessi che assoldavano le compagnie mediante un contratto col capocomico.

Le occasioni più importanti per le rappresentazioni sceniche erano i ludi Romani, i ludi plebei, i ludi Apollinares, i ludi Megalenses. Gli attori erano per lo più schiavi o liberti e in ogni caso appartenevano ai ceti subalterni. Anche gli autori di teatro erano accomunati ad essi dalla medesima sorte. Le compagnie teatrali erano costituite da soli uomini, che interpretavano anche i ruoli femminili. I teatri erano mobili.

Nel 207 a.C. Livio Andronico compose un carmen in onore di Giunone Regina, quando i consoli Claudio Nerone e Livio Salinatore si preparavano ad affrontare l’esercito di Asdrubale. A Livio Andronico fu affidato l’incarico ufficiale di comporre il partenio in onore di Giunone Regina, che fu cantato da 27 vergini divise in tre cori; era un carme espiatorio e al tempo stesso propiziatorio. Sulla struttura del carmen non siamo in grado di dire nulla di certo, data l’estrema scarsità delle notizie.

Nevio

Nacque in Campania intorno al 275 a.C. e militò nell’esercito romano verso la fine della I guerra punica, che si combatté fra il 264 e il 241 a.C. Fu soprattutto autore di teatro. Non possiamo determinare la connotazione sociale: se da un lato sappiamo che non apparteneva al ceto servile ed era un cittadino libero, dall’altro gli studiosi discutono ancora se egli sia stato un cittadino romano vero e proprio o un civis sine suffragio. Non possiamo stabilire neanche a quale tendenza si sia ispirata la sua produzione.

Della sua produzione comica abbiamo trenta titoli e un numero esiguo di frammenti. I titoli richiamano la commedia attica “di mezzo” e quella “nuova”. Possiamo dedurre che egli si servì della contaminatio da una testimonianza di Terenzio. La Tarentilla era certamente la più apprezzata fra le commedie di Nevio e la più nota. È anche l’unica commedia di cui sia possibile ricostruire la trama. La Tarentilla è importante perché da un lato testimonia la leggerezza della vita in ambiente magno-rego, dall’altro la serietà dei costumi romani.

Nel genere tragico Nevio compose drammi di argomento greco, tratti per lo più da Euripide per via della sua “modernità”. Delle tragedie neviane si ricordano solo pochi titoli, per lo più afferenti al mito troiano. Degno di nota è il titolo Lycurgus: si tratta del mitico re di Tracia, punito da Dioniso per la sua avversione al culto bacchico.

Nevio compose per primo drammi di argomento romano, detti praetextae perché gli attori vestivano la toga pretesta, che era l’abito tradizionale, orlato di porpora, dei magistrati romani. Nevio ed Ennio introdussero in Roma il poema epico d’ispirazione nazionale e diedero vita a un teatro con caratteristiche romane: seppero utilizzare in modo adeguato le risorse della lingua, dello stile, della matrica. Nevio compose un poema epico orginale, il Bellum Poenicum. Anch’esso era scritto in saturni e consisteva in un unico carme continuo.

L’apparizione di un’opera in cui erano narrati lo sbarco di Enea nel Lazio e la I guerra punica rappresentò un fatto notevole non solo nella cultura, ma anche nell’ideologia del ceto dominante. Già in quell’epoca cominciava a delinearsi un’immagine del cittadino romano che sarebbe rimasta paradigmatica, attraverso la celebrazione di determinati valori. Nella struttura Nevio si richiama ad una tecnica ellenistica, consistente nella fusione in un unico poema del racconto di guerra e del racconto di viaggi e peregrinazioni. Usa vocaboli erari e già desueti ai suoi tempi, oltre a calchi dal greco, e si serve anche della tecnica ellenistica della “allusione”, soprattutto a Omero e a Esiodo.

Il mito di Enea nel Lazio nobilitava le origini di Roma e di conseguenza esaltava quelle gentes patrizie che all’eroe si richiamavano. Inoltre nel poema si esaltavano i valori tradizionali romani, che ruotavano intorno all’immagine del “buon soldato” romano, da una parte, e del generale vittorioso, dall’altra.

Ennio

Ennio si rese promotore di una vera e propria riforma letteraria, il cui principio fondamentale consisteva in una maggiore aderenza ai canoni della poetica alessandrina. Fu Ennio a usare per primo l’esametro in un poema epico (gli Annales) e a sperimentare il distico elegiaco; nei suoi lavori teatrali si ispirò a Euripide. Nacque a Rudiae nel 239 a.C. e la sua condizione sociale doveva essere elevata. Militò nell’esercito romano durante la II guerra punica, alla cui conclusione venne a trovarsi in Sardegna.

Con Ennio nasce quel tipo di rapporto fra uomo di cultura e ricco protettore, che passerà alla storia col nome di “mecenatismo”. Il legame tra Ennio e Catone fu di breve durata: Catone lo portò a Roma e lo introdusse negli ambienti aristocratici della capitale. Sono attestati legami di Ennio con la cerchia degli Scipioni. Fu molto legato a Marco Fulvio Nobiliore, console nel 191 a.C. e al figlio di quest’ultimo, Quinto. Morì settantenne il 169 a.C.

Anche la produzione drammatica di Ennio comprende commedie e tragedie. Delle prime, non molto apprezzate dagli antichi, sopravvivono pochissimi frammenti e due titoli. Di lui ci rimangono una ventina di titoli di tragedie di argomento greco e un numero notevole di frammenti. Gli argomenti sono quelli del ciclo troiano o di altre celebri leggende della mitologia greca. Sono noti anche due titoli di tragedie di argomento romano: Ambracia e Sabinae.

Ennio si rifece in quasi tutti i suoi drammi alle tragedie di Euripide. L’interesse precipuo delle sue tragedie era rivolto ai problemi della persona umana; erano privilegiati proprio i casi in cui l’individuo veniva a trovarsi in posizione di conflitto con la società. Nei drammi di Euripide per la prima volta è espresso il rifiuto della vita politica, unito al desiderio di un’esistenza appartata; egli non risparmia critiche agli dei e ai miti tradizionali; ma al tempo stesso percepisce il bisogno di nuove forme di religiosità. I suoi personaggi sono coscienti di essere governati dalla fatalità.

L’antichità conosceva una raccolta di quattro libri di Satire composte da Ennio; ne rimangono pochissimi frammenti, di metro e argomento vario. Appaiono evidenti i legami fra i componimenti satirici di Ennio e la letteratura ellenistica. In particolare è molto probabile che Ennio abbia scelto come modello il libro dei Giambi di Callimaco. Ennio compose opere di contenuto vario: si tratta di scritti filosofici (Epicharmus; Euhemerus) e morali (Protrepticus); di un trattato gastronomico (Hedyphagetica); di un componimento licenzioso (Sota): di tali opere ci rimangono solo scarsissimi frammenti.

Annales

Gli Annales, l’opera epica di Ennio, furono divisi dall’autore in 18 libri (di cui ci restano circa 650 frammenti), in cui si narrava la storia di Roma dalle origini fino al 178 a.C., secondo lo schema degli antichi annali redatti dai pontefici. Nei primi sei libri Ennio narrava il mito troiano, la venuta di Enea nel Lazio, la leggenda di Romolo e Remo, la fondazione di Roma e le vicende della città fino alla guerra con Pirro. Il racconto delle guerre puniche occupava i tre libri centrali, mentre nove libri erano dedicati avvenimenti dell’ultimo periodo, successivo alla fine della seconda guerra punica.

La novità maggiore degli Annales rispetto al Bellum Poenicum di Nevio consiste nell’abbandono del saturnio e nell’adozione dell’esametro, che era il verso dell’epos greco. Da questo punto di vista Ennio poteva considerarsi legittimamente il fondatore della letteratura latina. Ma la scelta dell’esametro è anche un consapevole atto d’omaggio nei confronti della tradizione omerica. Ennio infatti si proclamava l’Omero della letteratura latina, cioè il vero iniziatore dell’epica. In sostanza Ennio rivendicava la gloria di essere stato il primo a produrre un epos di alto valore artistico.

Tuttavia, mentre Omero e i suoi successori avevano trattato temi mitici legati a cicli leggendari, Ennio canta la realtà e le vicende contemporanee. Negli Annales lo stile solenne e ricercato proprio dell’epica, ricco di calchi di parole greche e di arcaismi, coesiste con passi di tono più dimesso e talora colloquiale. Il poema si incentrava sull’esaltazione della sapientia politica del popolo romano: Roma e l’idea di Roma costituiscono il motivo fondamentale.

Plauto

Nacque a Sarsina intorno al 255 a.C. La tradizione migliore lo chiama Titus Maccius Plautus, ma è sospetto che siano ricordati tre nomi per un poeta arcaico di cui non si sa neppure se abbia mai avuto la cittadinanza romana. Inoltre Maccius rinvia a Maccus che è il nome che Plauto si attribuisce in una commedia, ma rinvia anche alla nota maschera popolaresca atellana. Plauti erano detti i cani dalle orecchie penzolanti. La presenza di Maccius ci fa pensare a un periodo della sua vita in cui egli avrebbe recitato come attore di atellane.

La sua posizione sociale era molto modesta: le biografie antiche ci tramandano invece la notizia della sua povertà, che lo costrinse all’infamante fatica di girare la mola di un mulino. A Roma Plauto morì nel 184 a.C., l’anno della censura di Catone. Il numero delle commedie plautine era incerto anche per gli antichi. Nell’età di Cesare il dotto Varrone si preoccupò di mettere ordine nella gran mole di materiale che la tradizione aveva tramandato sotto il nome di Plauto (circa 130 commedie). Egli considerò sicuramente autentiche 21 commedie, ritenne che 19 presentassero alcuni elementi plautini e rifiutò decisamente come spurie le restanti 90.

Il criterio più sicuro per datare la prima rappresentazione di opere di teatro latine è costituito dalle didascalie che le precedono e indicano il nome dell’autore, il titolo, l’occasione della rappresentazione, i nomi dei magistrati preposti all’organizzazione degli spettacoli e quello del capocomico. Solo per alcune commedie c’è un consenso sostanziale: Asinaria, Mercator, Miles gloriosus e Cistellaria sono considerate le commedie più antiche e vengono datate prima del 201 a.C.

L’azione sulla scena plautina era continua e interrotta solo da intermezzi musicali. La struttura delle singole commedie rispetta uno schema fisso, che prevede un prologo, la parte in cui sono sviluppati gli intrighi e l’epilogo. Il prologo di norma anticipa già la trama della commedia e il suo scioglimento conclusivo. Prediletto da Plauto è il ricorso all’agnizione o riconoscimento; si tratta di un procedimento che consente di risolvere l’intreccio in modo favorevole, proprio quando le cose stanno volgendo verso un esito infausto. Un motivo caratteristico delle commedie plautine è anche il gioco dei sosia: Menaechmi, Bacchides e Amphitruo si servono di questa tecnica.

Il corso ai “simillimi” serve a porre gli spettatori di fronte a situazioni di grande comicità. Plauto, come già Livio Andronico e Nevio, rese in latino originali della commedia nuova. La Commedia Nuova si interessa della vita di ogni giorno, ponendo al centro l’uomo nel suo aspetto più intimistico e personale. Si tende ad una certa stereotipia degli argomenti e dei personaggi, proprio perché ciò che interessa è l’approfondimento psicologico. Il pubblico è colto, capace di apprezzare gli spunti “intellettualistici”. Cambia anche lo stile: si preferisce una lingua più uniforme e raffinata, regolare; viene abbandonata la ricca polimetria.

Il pubblico a cui il teatro romano si rivolgeva, invece, non era né colto né raffinato né socialmente omogeneo. Della commedia nuova quella plautina rispetta i ruoli fondamentali: ritroviamo quindi il senex, il vecchio padre di famiglia, spesso ossessionato dalla moglie dispotica e dal figlio spendaccione; l’adulescens, cioè il giovane innamorato e squattrinato; il servus, astuto tessitore di inganni; la meretrix, che è oggetto dell’amore dell’adulescens, e deve sottostare agli ordini di un leno e di una lena avidi e cinici; la matrona, che contrasta i tentativi erotici del marito e favorisce le avventure del figlio.

I personaggi plautini vogliono essere in tutto e per tutto personaggi comici: questo perché il pubblico sa bene di assistere a un ludus e non a una raffigurazione di vicende della vita reale. Emblematico è il caso dello schiavo, che nel teatro plautino è il vero protagonista. Senza lo schiavo l’azione si ridurrebbe a ben poca cosa, perché spetta a lui il compito di inventare le straordinarie trovate che rimettono in modo l’intreccio. Plauto, inoltre, prende spunto dalla farsa italica, che lo inducono alla creazione di scene scurrili, all’uso di un linguaggio molto vivace, all’impiego dell’elemento erotico in funzione ridicola.

Introduce, poi, importanti modifiche strutturali: se la Commedia Nuova è divisa in atti, quella latina si svolge senza intervalli. La caratteristica peculiare delle commedie di Plauto è l’uso abbondante di parti liriche, in metri vari, che erano accompagnate dalla musica. Il peculiare impasto stilistico plautino risente in modo determinante della vivacità della lingua parlata. Su tutto domina la creazione di straordinari neologismi e di singolari nomi parlanti. Quello di Plauto è un teatro convenzionale, con pochi temi favoriti. Si tratta, sostanzialmente, di poche trame che potrebbero essere ricondotte ad una sola con poche varianti. La novità della commedia plautina risiedono nelle modificazioni operate sulla struttura della Commedia Nuova: eliminazione degli atti, azione continua e l’eliminazione del coro, abbondanza di parti liriche. Ma una delle cause principali del successo di Plauto consiste nello stile delle commedie: si tratta del linguaggio familiare di Roma, senza elementi dialettali o volgari, straordinariamente vivo. In alcuni casi troviamo lo stile solenne della preghiera o della tragedia. Inoltre Plauto crea vocaboli nuovi o innova profondamente a livello morfologico. Le commedie hanno tutte un lieto fine.

Sembra proprio che sia la legge del rovesciamento a dominare nel teatro di Plauto: si tratta di un’inversione dei rapporti normali che fa del testo plautino un “teatro carnevalesco”. La comicità vera affonda sempre le sue radici nel tragico della vita quotidiana e dalle situazioni più serie trae la sua linfa vitale.

Cecilio Stazio

Di lui possediamo poche notizie biografiche e delle oltre quaranta palliate da lui composte ci sono giunti solo scarsissimi frammenti. Proveniva dalla Gallia Insubre ed era uno schiavo affrancato: fu molto vicino ad Ennio. In un primo periodo la sua produzione teatrale non ebbe successo. S. Girolamo pone il momento di maggiore fortuna del commediografo nel 179 a.C. e la sua morte nel 168 a.C. Di Cecilio ci sono giunti circa 300 versi e 42 titoli di commedie: alcuni sono latini; altri affiancano al titolo latino quello greco; altri ancora, e sono la gran parte, mantengono il nome greco dell’originale.

Un’analoga tendenza a mantenere il titolo greco si riscontra in Terenzio, i due sono accomunati anche dalla predilezione per Menandro. Si è perfino dedotto dal prologo dell’Andria che Cecilio avrebbe rifiutato la contaminazione, perché Terenzio, che la praticava, citava come suoi antecedenti illustri nella stessa tecnica Nevio, Plauto ed Ennio, ma non Cecilio. In realtà i dati in nostro possesso sono troppo esigui per consentirci di ritenere sicura un’affermazione del genere.

Cecilio si muove ancora, almeno per l’aspetto della risata facile, della vivace e immediata comicità e della ricca polimetria, nel solco della tradizione plautina. A quanto pare, l’aspetto originale del suo teatro consisteva nella presenza di quei valori, primo fra tutti l’ideale di humanitas, che il circolo degli Scipioni cercava di diffondere nella società romana.

Catone

Proveniva dalla Sabina (nato nel 234 a.C. a Tuscolo) ed era un homo novus. Combatté contro Annibale in Sicilia e contro Asdrubale a Senigallia. Ricoprì diverse cariche, tra cui la questura, l’edilità, fu pretore, console e censore. L’intera azione politica di Catone fu rivolta, oltre che contro l’Africano, alla difesa della morale tradizionale. Egli individuava nella morale tradizionale il supporto politico.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Berno Francesca Romana.
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