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Riassunto esame Lingua e letteratura latina I, prof. Berno, libro consigliato Storia letteraria di Roma, P. Fedeli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Lingua e letteratura latina I della professoressa Berno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Storia letteraria di Roma, Paolo Fedeli. Gli argomenti trattati sono i seguenti autori: Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto, Stazio, Catone, Terenzio, Pacuvio, Accio, Lucilio, Cicerone, Cesare, Cornelio Nepote, Sallustio,... Vedi di più

Esame di Lingua e letteratura latina docente Prof. F. Berno

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ESTRATTO DOCUMENTO

donna degna d’amore. Dare una fisionomia concreta alle donne cantate da Orazio costituisce un

enigma insolubile, visto che tutte si celano dietro una folla di pseudonimi. Se n’è dedotto che

Orazio non canta reali esperienze di vita, ma si limita a imitare le sue nobili fonti greche, per cui

l’amore sarebbe solo un’esperienza letteraria. La concezione oraziana dell’amore si distacca dalle

regole del codice elegiaco per una minore esasperazione dei toni della vicenda: nell’amore Orazio

porta sempre una nota di malinconia, perché ha chiara coscienza del suo carattere precario e,

dunque, finisce per viverlo al passato. Ma la distanza maggiore dalla concezione elegiaca consiste

nel fatto che in Orazio non si può parlare mai di una scelta di vita e di poesia. Per Orazio, inoltre,

l’amore è dei giovani. Egli non risparmia neppure se stesso: per lui gli effetti della vecchiaia sono

evidenti, perché essa equivale ad assenza d’amore e a solitudine. La decadenza per un Romano

arriva presto, non appena si è varcata la soglia dei 40 anni. Per Orazio il tempo della vita equivale

a un viaggio, da un punto di partenza diverso per ognuno a un punto di arrivo uguale per tutti. La

fuga del tempo si avverte in ogni attimo, col futuro che diviene ben presto presente e poi passato.

Al tempo breve dell’uomo si oppone quello della natura: se quello della vita umana segue un

percorso rettilineo che non ammette ritorni, quello della natura si sviluppa invece, lungo un

tracciato circolare costituito dall’alternarsi delle stagioni, che muoiono, sì, ma per rinascere.

Inserito in un ambiente cosmico, anche il motivo del trascorrere del tempo finisce per configurarsi

come una lotta cruenta fra gli elementi della natura. Anche la giovinezza e le sue gioie

costituiscono un rapido ed effimero presente. Sorge così da questa riflessione sulla brevità del

tempo dell’uomo l’invito a carpere diem, a cogliere cioè il momento fuggente prima che sia troppo

tardi. Al tempo breve e limitato della vita corrisponde l’ideale dello spazio angusto, che equivale a

desiderio di rifugio e di protezione. Inoltre la poesia civile è espressione delle istanze ideologiche

del principato: la denuncia della corruzione dei costumi, l’elogio dei popoli italici e della loro

integrità, la rappresentazione del principe che regge sulle sue spalle il peso del potere, l’idea

dell’universalità del potere di Roma e della sua eternità, l’affermazione della continuità della

tradizione repubblicana nel principato, sono alcuni dei temi cari all’ideologica augustea che con

maggiore insistenza si presentano nella poesia di Orazio. L’adesione ai programmi politici del

futuro principe non implicò affatto un cambiamento della morale di Orazio. Occupa un grande

rilievo all’interno della raccolta il secondo carme del I libro. Il carme è la testimonianza delle prime

fasi di un culto di Ottaviano, anzi è il carme in cui la sua progettata e mai realizzata divinizzazione

è più esplicita: qui Ottaviano è considerato il salvatore di Roma. In Orazio si resta ancora a un

accostamento di Giove ad Augusto. Fra Giove e Augusto s’inserisce una serie di divinità, di eroi, di

personaggi insigni della storia di Roma, scelti in modo da alludere alla funzione del principe. I

carmi 1-6 del III libro costituiscono il ciclo delle cosiddette “odi romane”. L’unità è assicurata dal

metro comune, dallo stile solenne, dal fatto che nessuna delle sei odi è rivolta a un personaggio

particolare, dal ruolo centrale occupato da Augusto e dall’ideologia del principato. Il sentimento

dominante è il timore che Roma e la sua civiltà periscano, se non ci si affretta a prendere i

provvedimenti necessari. Fra le odi civili del IV libro, la quarta e la quattordicesima presentano

l’identico motivo ideologico e hanno un argomento analogo. Il motivo dominante nei due carmi è

quello della “teologia” della vittoria imperiale: gli auspici di ogni impresa militare appartengono

all’imperatore, che di conseguenza è il vero vincitore anche nelle imprese che non ha compiuto di

persona. Nell’ode 4, Orazio, divenuto ormai poeta nazionale, si fa interprete dei sentimenti comuni

nei confronti di Augusto, ora che le discordie interne sono state placate e i nemici sono stati

debellati. Il carme attesta l’atmosfera di completa fiducia fra il principe e il popolo romano.

CARMEN SAECULARE: Il 17 a.C. Augusto, dopo avere ormai debellato i nemici più pericolosi in

Occidente e in Oriente, decise di celebrare feste solenni, destinate a segnare la fine di un’epoca e

l’inizio di una nuova età. Per giustificare una tale celebrazione si tirarono in ballo i libri Sibillini, in

cui Augusto, che ne era custode, sostenne di aver trovato una profezia, secondo la quale in un

momento preciso della storia di Roma, sarebbe terminato un ciclo secolare e sarebbe cominciato

un nuovo ciclo. Calcolando il secolo alla maniera etrusca (110 anni), Augusto sostenne che il

nuovo ciclo doveva avere inizio proprio quell’anno. Proclamò, di conseguenza, i giochi secolari,

che ebbero luogo nel Campo Marzio e durarono tre giorni. Nell’ultimo giorno un coro di 27 fanciulli

e 27 fanciulle cantarono il carmen saeculare prima sul Palatino, poi sul Campidoglio. Una

descrizione della cerimonia fu incisa su due tavole, l’una in bronzo e l’altra in marmo; durante

lavori sulla riva del Tevere, nel 1890, fu rinvenuta una parte consistente dell’iscrizione su marmo,

che si conclude con le parole: carmen composuit Q. Hoatius Flaccus. Apollo e Diana sono collocati

all’inizio e alla fine della prima parte del carme, in cui Orazio si sofferma soprattutto sui motivi della

fecondità e della prosperità; e nell’ultima strofe occupano un posto d’onore, ma dopo Giove. Se,

poi, si passa ai contenuti politici, si può rimanere stupiti per l’assenza pressoché totale del senato.

La sua poesia civile fu ben altro che un’opera di propaganda o di piaggeria.

EPISTOLE: Fra il 20 a.C. e il 14, videro la luce i due libri delle Epistole, accomunati dalla presenza

costante di un destinatario dei singoli carmi, ma ben diversi per temi e per contenuto: il I libro,

infatti, si ricollega alle tematiche già sviluppate nelle Satire, mentre il II affronta argomenti di

carattere letterario. La presenza di un destinatario lontano è costante nelle Epistole e conferisce

alla voce del poeta un carattere più personale, imponendogli di tenere un atteggiamento consono

alla presenza di un interlocutore reale, a cui andranno rivolti consigli, moniti, suggerimenti,

riflessioni. Si può aggiungere che le differenze sostanziali risiedono nell’assenza, nel sermo delle

Epistole, dello spirito aggressivo di origine comica che aveva caratterizzato le Satire, e nella

diversa ambientazione: nelle satire, infatti, è privilegiata la città, mentre le epistole implicano uno

spostamento verso spazi lontani e appartati, proprio come l’angulus vagheggiato da Orazio.

L’elogio dell’aurea mediocritas è il motivo dominante dell’ultima opera oraziana. Assurge a regola

di vita che garantisce la serenità. La moderazione è necessaria anche nel rapporto coi potenti, in

cui da un lato occorre evitare l’adulazione e il servilismo, dall’altro bisogna imporsi una condotta di

vita riservata, badando bene a non urtare la loro suscettibilità. Si capisce bene come nelle Epistole

l’ideale del giusto mezzo, applicato alle relazioni sociali, sia destinato a entrare in conflitto con la

ricerca dell’autarkeia. Si capisce, dall’inizio della I epistola, che Mecenate ha invitato Orazio a

continuare nella sua attività di poeta lirico; il poeta, però, si stente troppo in là con gli anni e ritiene

che sia tempo di lasciare i versi di poco conto per mettersi alla ricerca del vero e dell’onesto. Suo

proposito è quello di alternare l’impegno pubblico con la meditazione sui precetti di Aristippo. La

prima virtù consiste nel fuggire il vizio, la prima saggezza nell’evitare la stoltezza. Per raggiungere

la tranquillità bisogna fuggire i piaceri, l’avidità, l’invidia, l’ira; occorre, insomma, frenare il proprio

animo perché non prenda il sopravvento e detti le sue leggi. Le due lunghe epistole del II libro

sono di contenuto letterario. La prima, ad Augusto, si sofferma sul ruolo della poesia nella società

contemporanea e ripercorre la storia dei mutamenti di gusto a partire dagli autori arcaici, tanto

ammirati dai contemporanei. La seconda, a Floro, è un addio alla poesia e, oltre a descrivere la

giornata del letterato romano, si sofferma sulla difficile conquista della saggezza. L’inesorabile

trascorrere degli anni ha sottratto ad Orazio non solo le gioie della vita, ma anche la poesia; per di

più egli vive in un mondo caratterizzato dalle risse fra i poeti, in cui il ruolo della città è nefasto per

l’ispirazione: è venuto il momento, dunque, di abbandonare l’attività poetica e di seguire la via della

saggezza, che permette di cogliere l’armonia della vita.

ARS POETICA: Alle due epistole letterarie si collega l’Ars poetica, concepita anch’essa sotto

forma di epistola diretta ai Pisoni. Si tratta di una serie di spunti sul modo di scrivere una poesia

valida, sui generi letterari (in particolare sul teatro), sulla necessità di contemperare l’ingenium con

l’ars. Anche nell’Ars ritorna la questione del teatro e risuonano gli accenti di condanna degli autori

arcaici. L’opera d’arte deve essere sempre il frutto di un attentissimo lavoro di revisione, e l’ideale

del poeta colto, raffinato e preoccupato solo di piacere a un pubblico ristretto di intenditori. Con

l’Ars poetica Orazio ha voluto dare ai principi dell’arte dotta validità assoluta, estendendo la loro

applicazione anche ai generi letterari più lontani dal gusto alessandrino-neoterico. Un’opera di

poesia deve essere unitaria: questo, però, non è un ideale facile da raggiungere. Chi scrive deve

scegliere un argomento proporzionato alle sue forze. Una particolare attenzione sarà riservata

all’ordine del discorso, badando bene a dire ogni cosa al momento opportuno. In quanto

all’elocuzione, si deve mirare soprattutto alla freschezza del lessico poetico. Oltre che della scelta

delle parole, in poesia bisogna preoccuparsi della forma metrica. Occorre sapere a quali generi

siano appropriati i diversi metri. Al metro deve unirsi uno stile conveniente al genere. Lo stile deve

adattarsi alle passioni rappresentate. L’autore drammatico dovrà riservare un’attenzione speciale

ai caratteri dei personaggi, nel rispetto della verisimiglianza: in particolare dovrà attribuire ad

ognuno il carattere tipico della sua età. Ogni dramma, poi, deve avere una lunghezza adeguata e

mantenersi entro una divisione in cinque parti, e sulla scena non dovranno agire attivamente al

tempo stesso più di tre personaggi. Il coro accompagnerà l’azione intervenendo con discorsi

improntati ad alti principi etici. Se ci si vuole avvicinare alla perfezione e meritare la gloria, occorre

praticare continuamente i modelli greci. I Romani ripresero tali forme drammatiche, ma rimasero di

molto inferiori ai Greci in elaborazione artistica. Per diventare poeti, in primo luogo è necessaria

una seria preparazione filosofica, attraverso cui rendere le caratteristiche essenziali di ogni

personaggio. Un poeta può proporsi di giovare o dilettare o entrambe le cose insieme. L’ideale,

però, consiste nel saper unire l’utile al dilettevole, riuscendo graditi al lettore e al tempo stesso

ammaestrandolo. Vale la pena di raggiungere la perfezione in poesia, perché da essa sono

segnate le tappe del progresso umano. Per raggiungere l’eccellenza in poesia, alle doti naturali

deve affiancarsi lo sforzo dell’apprendimento, perché inclinazione e tecnica sono entrambe

necessarie. Va incontro a seri guai il poeta invasato, perché la gente dotata di senno lo eviterà.

TITO LIVIO

VITA: Nacque a Padova nel 59 a.C. da una famiglia di elevata condizione sociale. Solo

dieci anni dopo la nascita di Livio, nel 49 a.C., Padova avrebbe avuto la cittadinanza romana e il

titolo di municipio. Egli fu il primo storico latino non appartenente all’aristocrazia senatoria. Livio

visse a lungo a Roma, quasi interamente assorbito dalla compilazione della sua opera

monumentale: non perseguì la carriera politica, ma mantenne una posizione di prestigio all’interno

del circolo augusteo. Sarebbe morto a Padova nel 17 a.C. La produzione filosofica liviana era

costituita da dialoghi, che si situavano a metà strada fra la filosofia e la storia. L’opera che occupò

l’esistenza di Livio a partire dal 27 a.C. fu la monumentale storia del popolo romano (Ab urbe

condita libri). Va detto, però, che Livio in un caso parla di Annales e più volte di libri. In origine

doveva trattarsi di 142 libri, ma ce ne restano solo 35. La perdita dei rimanenti è dovuta sia alla

mole dell’opera – e dunque alla sua difficile trasmissione – sia al fatto che fin dall’età antica

cominciarono a circolare “sommari” dei libri di più agevole lettura e trasmissione, che ci sono stati

tramandati al posto degli originali. I libri superstiti sono stati raggruppati in decadi. L’interesse

maggiore di Livio andava alla storia più recente. Non sappiamo con certezza sino a quale anno

giungesse l’opera liviana: le perioche si fermano al 9 a.C., anno dei funerali di Druso. È possibile,

però, che sia stata la morte a impedire a Livio di giungere sino al libro 150 e di concludere l’opera

con la fine della vita di Augusto (14 d.C.). Nella redazione della sua opera storica monumentale

Livio sembra muovere da un saldo rispetto dell’assetto annalistico.

AB URBE CONDITA: All’intera raccolta è premesso un proemio, nel quale vengono chiarite le basi

teoriche del discorso storiografico liviano. La praefatio liviana è intessuta dei luoghi comuni dei

poemi. Fra il racconto delle origini e quello delle vicende contemporanee Livio confessa di preferire

il racconto delle origini, perché grazie ad esso può allontanare la vista dai mali delle guerre civili, a

cui la sua generazione è stata costretta ad assistere. In Livio al rifugio nel passato si unisce il

rifiuto totale del presente, che è bollato in blocco come un male. Emerge da ciò una visione

profondamente pessimistica. Ciò che a Livio interessa non è tanto la ricerca delle cause, quanto

piuttosto il recupero degli antichi valori. L’indagine politica, economica e militare è lontana dagli

intendimenti dello storico latino: ciò che a lui sta a cuore è l’ammaestramento attraverso gli

exempla tratti dal passato glorioso di Roma. Su questa via l’antecedente teorico più importante di

Livio è Cicerone. Inoltre nella praefatio l’attenzione ai mores e agli exempla antichi porta con sé un

rinnovato interesse per il passato mitico. Nella I decade è contenuta la storia di Roma dalle origini

mitiche, a partire dalla fuga di Enea da Troia, fino alle guerre contro i Sanniti: la narrazione termina

con l’invasione e l’incendio di Roma da parte dei Galli, un avvenimento che per lo storico

costituisce un confine fra due epoche. Dopo la prima pentade, il VI libro si apre con una nuova

introduzione, in cui Livio mette in rilievo la maggiore certezza dei dati in suo possesso per la storia

successiva all’invasione e afferma che la ricostruzione della città, dopo tale evento, può essere

considerata come una seconda fondazione. E’ opinione diffusa che Livio segua una o due fonti

principali e usi il restante materiale a sua disposizione per correggere dettagli dei testi più

importanti. Livio preferisce gli annalisti più recenti, mentre solo raramente cita quelli appartenenti

ad un’epoca più antica, come Fabio Pittore. Più semplice è il discorso sulle fonti della III decade,

nella quale è inclusa la narrazione delle guerre contro Cartagine a partire dalla II guerra punica

(dal 218 sino al 201 a.C.). Da Fabio Pittore Livio prende l’argomentazione dell’aggressione

cartaginese a Roma e della buona volontà da parte dei Romani di evitare a ogni costo lo scoppio

della guerra. Diversamente da Fabio Pittore, che riversava tutta la colpa dell’ostilità di Cartagine su

Asdrubale e sulla sua famiglia, Livio accusa l’intero senato punico, che vede compatto e concorde

nell’aggressione a Roma. Da Polibio, che appare la fonte principale di questa parte della sua

opera, Livio ha tratto la visione dello scontro fra le due città e dell’importanza delle operazioni in

Spagna per lo scoppio della II guerra punica. Per lui al centro della storia stanno gli eroi, da

Romolo ai re, ai grandi capi popolari, alle personalità eminenti dell’antica repubblica, ai grandi

generali. Nell’opera liviana è difficile cogliere i legami fra gli avvenimenti, proprio perché la vicenda

storica appare opera solo delle grandi figure idealizzate della tradizione repubblicana. La IV

decade e la prima metà della quinta sembrano organizzate piuttosto per gruppi di cinque libri: la

prima pentade tratta la seconda guerra macedonica, contro Filippo V; la seconda narra gli

avvenimenti sino alla guerra con Antioco di Siria, mentre la terza giunge sino alla conclusione della

terza guerra macedonica, contro Perseo (167 a.C.). La fine della seconda guerra punica è vista da

Livio come la conclusione di un’epoca. In sostanza Livio accredita la versione della differenza fra le

guerre puniche, scoppiate in seguito ad un’aggressione, e quelle ad Oriente, maggiormente legate

a un disegno espansionistico. Poiché i vari interventi militari sono visti come conseguenza di

aggressioni del nemico, sono sempre difese la buona fede e la generosità dei romani. Livio si

schiera decisamente in favore della politica espansionistica dei Romani, definendo giusto e

legittimo il predominio di Roma sugli altri popoli. Alla creazione dell’impero hanno contribuito,

secondo Livio, da un lato la fortuna, che s’identifica con la provvidenza divina, dall’altro la virtus dei

Romani. Nella V decade Livio indica i limiti della politica di Scipione e fa notare che Roma, non

occupando direttamente l’Oriente, fu costretta a continui interventi, che tuttavia non le permisero di

stabilizzare la situazione. La polemica moralistica compare nella narrazione dei cambiamenti

sociali a Roma e dell’ascesa di nuove classi, legate al commercio. Conseguenza di ciò sono state,

per lo storico augusteo, le sempre più frequenti malversazioni di magistrati romani a danno dei

provinciali, la corruzione di molti uomini politici, il decadimento morale, l’indisciplina nell’esercito: in

sostanza sono queste le cause della crisi della repubblica. La sua tecnica consiste nel seguire una

fonte principale e nel limitarsi a registrare di tanto in tanto le varianti di altre fonti: in tal modo egli

finisce per riscrivere le opere degli storiografi che l’anno preceduto, senza preoccuparsi troppo di

controllare l’esattezza. Letterato piuttosto che storico, lavorando di seconda mano egli si sarebbe

preoccupato solo di “drammatizzare” e di rendere letterariamente più gradevole quanto trovava

nelle sue fonti, ponendo al centro dei suoi interessi l’esaltazione dei valori della tradizione, su cui si

fonda la supremazia di Roma sul mondo.

OVIDIO

VITA: È Ovidio stesso a fornirci notizie della propria vita. Apprendiamo che nacque a

Sulmona nel 43 a.C., secondogenito di una ricca famiglia del ceto equestre. Gli venne impartita

un’educazione di tutto rilievo, nell’ambiziosa prospettiva di una carriera forense e politica. Venne,

quindi, mandato a Roma per ascoltare le lezioni dei retori più rinomati, e lì si distinse per ingegno e

per singolari capacità oratorie. Completò la sua formazione in Grecia, secondo una prassi del

tempo. Una volta tornato a Roma, però, ricoprì solo magistrature minori. Alla fine decise di

dedicarsi alla poesia, abbandonando la carriera politica. Prese a partecipare attivamente alla vita

mondana di Roma e a frequentare il circolo di Valerio Messalla Corvino. Lì conobbe Tibullo che era

figura di spicco; frequentò anche Properzio e Orazio, mentre conobbe Virgilio solo fuggevolmente.

Ebbe tre mogli. Intorno al 15 a.C. pubblicò la prima edizione degli Amores, in cinque libri. Fra il 10

e il 3 a.C. compose le prime quindici Heroides. Il successo arrise subito a Ovidio, che divenne il

poeta alla moda, non solo per l’elegia amorosa, ma anche per la composizione di una tragedia

oggi perduta, la Medea. Ovidio continuò sulla via dello sperimentalismo innovativo, componendo

tre opere di didascalica amorosa in distici elegiaci: i primi due libri dell’Ars amatoria furono

pubblicati nell’1 a.C.; prima dell’1 d.C. furono editi i medicamina faciei femineae, contenenti ricette

di cosmetici utili al mantenimento e all’incremento della bellezza femminile; nell’1 d.C., infine,

apparvero il libro III dell’Ars, interamente dedicato alle donne, alle quali fornisce le armi per la

conquista e il mantenimento del proprio uomo, e i Remedia amoris, in cui il poeta, assunti i panni

del medico, insegna a guarire da una passione senza speranza. Concluso il ciclo erotico, Ovidio si

dedicò al genere epico-mitologico: le Metamorfosi furono iniziate intorno al 3 d.C.: esse narrano in

quindici libri una serie di prodigiose vicende legate al tema della trasformazione in una natura

diversa. Nello stesso periodo attese alla composizione dei Fasti, in cui si proponeva di spiegare

l’origine delle festività e delle cerimonie religiose, seguendo il calendario romano. Nell’8 d.C. venne

inaspettatamente colpito da Augusto con la condanna alla relegazione sulle coste del Mar Nero,

nella città di Tomi. Diversamente dall’esilio, la relegazione offriva il vantaggio di non privare chi dal

provvedimento fosse colpito né dei beni né dalla cittadinanza romana. I motivi del duro

provvedimento restano ignoti e il poeta stesso è reticente in materia. Il contenuto dell’Ars amatoria,

che illustrava le tecniche per portare a buon fine amori adulterini, appariva in netto contrasto con

l’opera di moralizzazione dei costumi intrapresa da Augusto. Durante il viaggio e nei dieci anni di

esilio, Ovidio compose numerose elegie ed epistole elegiache incentrate sul motivo dell’auspicato

ritorno a Roma e della infelice condizione di esule in una terra barbara e inospitale: esse sono

riunite nella raccolta dei Tristia, in cinque libri, e nei quattro libri delle Epistulae ex Ponto. Inoltre

Ovidio compose anche l’Ibis, un’invettiva in distici elegiaci che prende il titolo e il tono da un

perduto carme di Callimaco, e si rivolge contro un anonimo calunniatore che aveva infangato il

nome del poeta, tradendone l’amicizia. Neanche Tiberio revocò il provvedimento preso dal suo

predecessore e nel 17 d.C. Ovidio morì a Tomi, dove fu sepolto.

AMORES: Probabilmente iniziato nel 20 .C. e pubblicati verso il 15 a.C., gli Amores erano

originariamente in cinque libri, che Ovidio ridusse a tre. Il nucleo centrale è rappresentato dal

racconto dell’esperienza d’amore del poeta con una donna: si tratta di Corinna. All’evanescenza

della sua figura e alla sporadicità della sua presenta si uniscono varie affermazioni

sull’impossibilità di accontentarsi di un unico amore e la sua dichiarata sensibilità al fascino di altre

donne belle. I motivi sono quelli tradizionali della poesia elegiaca. Mentre in Properzio e in Tibullo

l’esperienza d’amore era totalizzante, in Ovidio la scelta della poesia e della vita al servizio

d’amore è solo una delle varie possibilità di far letteratura e di concepire la vita: di conseguenza la

poesia si struttura in una forma letteraria coerente col mondo della città, in cui non sono più

impossibili i contatti fra impegno civile e vita dedita ai piaceri. In Ovidio al duro servaggio (servitium

amoris) imposto dalla donna amata è preferito quello nei confronti del dio Amore. Analogamente si

assiste a uno sdoppiamento del ruolo del poeta, che in quanto innamorato deve mantenersi fedele

allo statuto dell’amore elegiaco, ma in quanto poeta si colloca a un livello superiore di conoscenza.

L’ironia è anche un modo di esercitare un controllo sull’immissione nello spazio elegiaco di istanze

apparentemente estranee. È insomma il risultato dell’atteggiamento di un maestro d’amore che

viene a trovarsi in solidarietà con ruoli tradizionalmente antagonistici.

HEROIDES: Con la composizione degli Amores s’intreccia quella delle epistole amatorie, le

Heroides o Epistuale Heroidum, la cui pubblicazione dovette avvenire in due fasi diverse: nel lasso

di tempo fra le due edizioni degli Amores fu diffusa una prima raccolta di quattordici epistole scritte

da altrettante donne agli uomini da loro amati. Ogni lettera ha un valore autonomo. In un secondo

momento, Ovidio aggiunse al primo nucleo le epistole di tre personaggi del mito alle loro amanti,

ognuna delle quali è seguita dalla risposta della destinataria. A scrivere nella prima raccolta sono

sempre celebri donne del mito, ad eccezione della poetessa Saffo: la sua, però, è la quindicesima

ed ultima epistola del ciclo, che ci è stata tramandata a parte e la cui autenticità è stata messa in

dubbio da non pochi critici, anche perché all’anomalia della trasmissione testuale si aggiunge uno

stile non sempre vicino a quello ovidiano. Saffo resta l’unico caso di personaggio storico. È

senz’altro originale l’aver concepito una raccolta omogenea di epistole poetiche d’amore scritte da

eroine ai loro uomini, mentre un ulteriore aspetto di novità risiede nell’aver effettuato una fusione

del patrimonio mitico con i motivi convenzionali della tradizione elegiaca. Tuttavia da un lato il mito

recupera anche nobili antecedenti latini, dall’altro il repertorio elegiaco mette a disposizione gli

ingredienti tipici della situazione amorosa. Grazie alla confluenza di materiale epico-tragico e

poesia d’amore elegiaca il pathos tragico si stempera in effusione sentimentale, ma in compenso

la dimensione psicologica del personaggio guadagna in spessore e profondità. Come nell’elegia, la

dinamica dei carmi si riduce agli sforzi di conquista e di salvaguardia dell’amore da parte di donne

che proclamano la loro fedeltà e si lamentano dell’abbandono e del tradimento. Alla luce di tutto ciò

è inevitabile che l’atteggiamento delle protagoniste sia riscritto in chiave erotico-elegiaca.

L’attenzione riservata a momenti cruciali e talora drammatici dell’esistenza favorisce un inevitabile

processo di umanizzazione dei personaggi mitici. La maggior novità dell’epistola erotica ovidiana

risiede nel fatto che in essa ora sono le voci femminili a dolersi dell’assenza degli amanti. Abolita la

cornice narrativa, l’epistola diviene un lungo monologo che per di più non attende risposta, a causa

della totale eliminazione degli altri personaggi e del loro punto di vita. Si può essere certi che per

evitare i pericoli della monotonia Ovidio avrà modificato il corso dell’opera introducendo le epistole

doppie. I protagonisti delle epistole doppie, però, presentano singolari differenze: esse sono frutto

dell’evoluzione letteraria di un Ovidio che si va allontanando dall’elegia di tipo convenzionale per

avvicinarsi sempre più alla didascalica elegiaca. Si può dire che nelle Heroidea c’è uno spazio

minore per una presentazione in chiave ironica delle vicende sentimentali; al contrario, qui è il

patetico a dominare e a sconfinare talora nel tragico.

ARS AMATORIA: L’Ars amatoria è un vero e proprio trattato in tre libri, nel quale vengono esposte

le tecniche della conquista amorosa alla maniera delle opere didascaliche. L’Ars non si rivolge alle

matrone romane, ma alle etère e alle liberte, a cui è concessa maggiore libertà e spregiudicatezza.

In realtà, l’Ars era un affresco minuzioso della vita galante di Roma e dei costumi dei ceti abbienti,

che proprio in quegli anni Augusto aveva cercato di moralizzare, riconducendoli all’antica

semplicità e a un’austerità da tempo perduta. L’Ars, d’altronde, è descrizione dei luoghi d’incontro

e degli ambienti del bel mondo della capitale, in cui si può attuare nel modo più fruttuoso la

strategia della seduzione. Il libro I spiega il modo di conquistare la donna: dove incontrarla, come

sceglierla, quale tattica seguire per attrarre la sua attenzione e per capire la sua benevolenza,

quali stratagemmi usare per fare breccia nel suo cuore; nel libro II si forniscono ammaestramenti

sulla maniera migliore di mantenere viva la fiamma d’amore, mentre nel libro III, composto più tardi

degli altri, ci si rivolge alle donne, indirizzando loro quei precetti che in precedenza erano stati

rivolti ai giovani. L’aspetto formale è quello del grande poema didascalico. D’altronde l’intento

didascalico è dichiarato già dal titolo, che rinvia in modo chiaro alle artes oratoriae e promette al

lettore un’ordinata serie di precetti, grazie ai quali potrà organizzare la sua tattica amorosa. Il

precettore guarda dal di fuori e consiglia. Di fronte al repertorio di situazioni della poesia elegiaca

d’amore, il poeta precettore ha il compito di passarle in rassegna e di stabilire le regole che vanno

rispettate. L’innamorato a cui Ovidio si rivolge nell’Ars deve apprendere bene l’arte della finzione.

Per fingere, infatti, basta che l’innamorato dell’Ars reciti il suo ruolo d’innamorato, così come lo

concepiva la tradizione elegiaca. Di conseguenza l’inganno ben costruito acquista contorni positivi.

Il mondo dell’Ars non sarà caratterizzato dal rispetto del foedus amoris, che non costituirà più il

metro di giudizio della solidità di un rapporto affettivo: esso sarà contraddistinto, invece, dal

tradimento, dall’adulterio, dall’avventura erotica perseguita a ogni costo. L’assenza di una vicenda

d’amore, da un lato, fa sì che l’elemento passionale perda tutta la sua efficacia, dall’altro rende

inevitabile il ricorso a una serie di situazioni ritenute esemplari. La rinunzia alla retorica elegiaca e

la scelta di un punto d’osservazione esterno da parte del poeta-precettore producono una

inevitabile attenuazione del tono ironico. Le manifestazioni dell’amante elegiaco finivano quasi

sempre per sconfinare nell’irrazionale e nell’incontrollato. La logica razionale dei precetti dell’Ars

bandisce tutto ciò che, invece, costituiva l’essenza dell’elegia amorosa. L’innamorato naturalmente

si servirà della simulazione. Il discorso didascalico di Ovidio recepisce e riadatta altri nobilissimi

modelli. Ovidio nell’Ars porta a compimento quel progressivo allontanamento dai suoi

predecessori: mentre Properzio e Tibullo avevano considerato l’impegno di vita e di poesia

dell’innamorato elegiaco come antitetico all’impegno civile, Ovidio si sforza di riconciliare la poesia

elegiaca con la società, facendo della pratica amorosa uno dei tanti aspetti necessari

nell’esistenza umana.

MEDICAMINA FACIEI FEMINEAE: Ancora prima di porre fine all’Ars, Ovidio aveva pubblicato un

trattato sui cosmetici che le donne devono usare. Dell’originario poemetto ci sono giunti soltanto

100 versi, nettamente suddivisi in due sezioni d’identica lunghezza. La prima (vv. 1-50) costituisce

il proemio, mentre la seconda è aperta da un distico che preannuncia un elenco di ricette di

cosmesi relative alla cura del volto. Non si sarà lontani dal vero nel ritenere che Ovidio abbia

messo in versi una qualche raccolta di ricette di cosmesi che circolava a Roma. La poesia elegiaca

quindi si era trovata d’accordo con la morale comune: i cosmetici, insieme al lusso e alla passione

per le pietre preziose, appartenevano alla serie di valori negativi, dai quali il poeta d’amore cercava

di distogliere la propria donna. Ancora una volta, dunque, Ovidio entra in conflitto non solo con la

morale comune, ma addirittura con quella elegiaca, decidendo di dedicare un intero poemetto

proprio alla cosmesi.

REMEDIA AMORIS: Se l’Ars insegnava il modo di procurarsi l’amore, dai Remedia, di contro,

s’impara la maniera di liberarsi dalle sofferenze legate alla malattia d’amore. Il precettore dell’Ars

assume ora i panni del medico, che si preoccupa di curare i suoi malati proprio in forza di una

grande competenza in materia d’amore. Il proemio è seguito da un’ampia tractatio e da un

brevissimo epilogo. Il poeta-medico avverte che, se si vuole raggiungere lo scopo, bisogna

intervenire in alcune fasi ben precise del mal d’amore: o nel momento più opportuno o quando si

manifestano i primi sintomi o una volta passata la fase acuta. Segue l’elenco delle terapie: dalle

attività proprie di un civis al lavoro nei campi, dalla caccia ai viaggi. È inutile, invece, servirsi delle

arti magiche. Chi vorrà guarire dall’amore dovrà enfatizzare i difetti fisici e morali della donna

amata e magari inventarseli: ciò costituisce un deciso rovesciamento dei principi dell’Ars.

Bisognerà fare attenzione a eventuali ricadute. L’amore non deve scomparire di colpo, ma poco a

poco, in modo da giungere dolcemente alla fine. Mutatosi in medico, il poeta è costretto, dunque, a

rinnegare la sua Musa amorosa. L’antico precettore d’amore invita i suoi pazienti a non avvicinarsi

ai poeti erotici. L’aspetto più rilevante dei Remedia risiede nel fatto che, presentandosi come un

rigoroso trattato scientifico, essi finiscono per indicare la migliore terapia per il malato d’amore nel

recupero da parte sua di tutti quei valori del vivere civile che l’innamorato elegiaco aveva messo al

bando in nome di una ricercata desidia.

METAMORFOSI: Concluso con i Remedia e i Medicamina il ciclo erotico, Ovidio dà inizio verso il 3

d.C. alla composizione di opere di argomento mitico-epico: alle Metamorfosi e ai Fasti egli attese

contemporaneamente fino all’8 d.C. Le Metamorfosi, in 15 libri, hanno come argomento le

trasformazioni in piante, in animali o in fenomeni naturali di personaggi del mito, dal caos

primigenio fino a Cesare, trasformato in astro, e all’apoteosi di Augusto. Si tratta di una congerie di

miti, diversi per origine e per epoca, che spesso hanno fra loro un unico aspetto comune: quello di

raccontare una metamorfosi. Il gusto per la metamorfosi aveva caratterizzato la produzione

neoterica di epilli. Nella redazione dei singoli episodi, poi, Ovidio si serve di più di una tradizione

mitica ed è solito contaminare la versione più conosciuta con altre secondarie. Un modello illustre

sono gli Aitia di Callimaco. La veste formale è quella dell’epos: la scelta dell’esametro, le grandi

dimensioni dell0opera e il tono degli episodi che in essa occupano un posto preminente. Il lungo

poema era stato, al tempo di Callimaco, al centro di una vivace polemica letteraria: di esso si

erano contestati, oltre all’eccessiva ampiezza, la scarsa cura formale e l’esagerato interesse per le

imprese eroiche; gli alessandrini concepirono un nuovo tipo di poema epico, ridotto nelle

dimensioni, accuratissimo nello stile, incentrato sul patetico più che sull’eroico. Il proemio promette

un carmen perpetuum, tale da coprire la storia dell’universo dalla sua origine al tempo di Ovidio. In

realtà al progetto ambizioso corrisponderà una realizzazione diversa. Il gusto della narrazione

mitica ha di gran lunga il sopravvento sulla realtà, alla quale è riservato solo un minimo spazio. La

sua promesso di carmen perpetuum denuncia un’ambizione più grande: quella di realizzare

un’opera di carattere universale, capace di sfuggire agli schemi delle diverse poetiche. Ovidio è

stato capace di creare un poema dai toni multiformi, in cui dagli accenti dell’epos di stampo

omerico e virgiliano si passa a quelli tenui e leggeri dell’epillio alessandrino e dalla solennità della

poesia didascalica alle effusioni patetiche che caratterizzano la musa amorosa. Una novità

sostanziale risiede, appunto, nella creazione di un nuovo pathos, che colloca il poema ovidiano a

metà strada fra l’epos e l’elegia. La novità del poema ovidiano risiede proprio nella riuscita

combinazione di generi letterari e di toni stilistici altrimenti inconciliabili. La narrazione delle singole

leggende è preceduta da una breve introduzione, che permette di entrare subito in medias res; il

nucleo centrale è costituito dalla leggenda. All’effetto complessivo di unità concorre anche lo stile,

che è sostanzialmente uniforme. Il punto di partenza consiste nella svalutazione dell’elemento

eroico, che non costituisce più il nucleo del racconto e viene combinato con generi letterari e con

stili diversi. Il processo di ridimensionamento dell’eroismo epico implica in primo luogo la

dissoluzione dell’identità dell’eroe epico. Il mito nelle Metamorfosi non è immerso nell’atmosfera

religiosa da cui è caratterizzato l’agire degli dei e degli eroi nel mondo omerico e virgiliano. Le

figure mitiche depongono ogni dimensione ultraterrena e ostentano modi di comportamento,

passioni e sentimenti tipicamente umani, presentati talora nel loro aspetto più degradante. Nel

mondo delle Metamorfosi, i protagonisti si muovono come viandanti paurosi, che divengono facili

prede del caso o del volere degli dei. Tipicamente umana è la passione d’amore, che occupa un

ruolo dominante in un poema in cui la metamorfosi costituisce la tematica unificante. L’esperienza

erotica delle Metamorfosi ha non pochi punti in comune con quella delle Heroides. L’amore, però,

può durare anche al di là della metamorfosi. Nella metamorfosi c’è continuità con la vita

precedente: tutto riprende, sia pure sotto nuove forme, e le nuove nature portano con sé il ricordo

di quanto erano in passato. La straordinaria abilità di Ovidio ha modo di rivelarsi pienamente

proprio nell’illustrazione del processo di metamorfosi. La metamorfosi, infatti, è un fenomeno

ambiguo per il semplice fatto di essere mutamento e continuità al tempo stesso. La metamorfosi è

ambigua perché nella maggior parte di casi è punizione, però può essere anche un premio. E’

ambigua perché è un evento tragico, ma è anche riaffermazione della vita, sia pure sotto nuove

spoglie. La trasformazione si realizza seguendo un processo rigoroso. Ovidio si preoccupa

dapprima di fissare i caratteri oppositivi fra la primitiva e la nuova natura e, poi, quelli comuni; la

metamorfosi si realizza in modo completo quando tali elementi si sovrappongono e si confondono

e le diversità si annullano. Col richiamo al mirum e al carattere eccezionale del racconto

l’attenzione del lettore è garantita. Anche il linguaggio è in sintonia con la ricerca del mirum e del

paradossale. I continui cambiamenti stilistici riproducono i contrastanti e contraddittori aspetti del

reale, ma al tempo stesso mostrano lo sforzo di esibire straordinarie capacità di mutare toni e

forme espressive, nell’intento di stupide e sorprendere il lettore. In assenza di un protagonista o di

una coerente linea di sviluppo il vero elemento stabile e unificatore è costituito proprio dalla figura

del narratore. Il narratore principale delle Metamorfosi non mancherà di stimolare la partecipazione

del lettore e lo inviterà ad essere complice del distacco con cui egli guarda i personaggi.

FASTI: Con i Fasti Ovidio ritorna al distico elegiaco, che egli aveva abbandonato nelle Metamorfosi

per ricercare uno stile più adeguato agli argomenti narrati. Fastus è aggettivo che indica i giorni in

cui si può svolgere l’attività giudiziaria, vietata invece nei dies nefasti; il sostantivo plurale fasti

designa il calendario, che registra sia i giorni fasti sia quelli nefasti: il titolo, dunque, fa capire che

l’opera tratterà il calendario romano con le sue ricorrenze. L’opera, che canta le leggende e le

festività romane legate al calendario religioso, fu iniziata nell’1 o nel 2 d.C. e secondo il disegno

originario doveva constare di dodici libri, uno per ogni mese dell’anno: i Fasti restarono, tuttavia,

incompiuti dopo il VI libro. Ovidio tentò dopo la morte di Augusto di riprendere la fatica interrotta,

aprendo il I libro con la dedica a Germanico, il nipote di Tiberio, che godeva di una grande

popolarità a Roma. I Fasti dovrebbero celebrare mese per mese le feste del calendario e i riti ad

esse legati. Ma il poeta concepisce un’opera più complessa, in cui le nozioni di astronomia si

mescolano con la spiegazione di costumi e di tradizioni popolari, con la narrazione di fatti legati

alla leggenda delle origini, con digressioni mitologiche, con questioni etimologiche, con motivi di

antiquaria. I Fasti s’inseriscono nel vivo interesse per i tempi antichi che caratterizzò la cultura

augustea. Nel celebrare le tradizioni religiose del popolo romano Ovidio ricalca i motivi costanti

nella poesia d’ispirazione augustea, quali l’elogio della vita semplice e dell’ideale bucolico, la

presentazione degli eroi della repubblica, l’esaltazione dei valori religiosi, l’interesse per il più

lontano passato. L’adesione di Ovidio al programma augusteo sembra dimostrata dai non pochi

riferimenti alle festività introdotte da Augusto a celebrazione del suo casato e a perenne ricordo dei

momenti significativi della sua vita.

TRISTIA: Composti fra il 9 e il 12 d.C. a Tomi, nei cinque libri dei Tristia, presentando la propria

triste condizione, il poeta si propone di ottenere un’attenuazione della pena. Ovidio nel I libro dei

Tristia sviluppa una strategia diretta a fare di sé un personaggio di dimensione epica e ciò è

confermato dalla presentazione del viaggio verso Tomi come contrassegnato da una serie di

furibonde tempeste, nel solco della migliore tradizione epica. Per il poeta, Tomi e la sua regione

assumono subito i tratti della terra ai limiti estremi dell’impero, ai confini col freddo eterno,

circondata da popoli ostili. È evidente che per suscitare un’adeguata commiserazione verso la sua

sorte Ovidio deve adoperare le tinte forti. Non diversi sono i toni con cui vengono descritti gli

abitanti di quella terra inospitale: nella rappresentazione che ne fa Ovidio, Tomi è una colonia

greca ormai sommersa dall’incolta barbarie di una folla di Geti che, mescolata ai Greci, incute

spavento. Le suppliche ad Augusto si uniscono agli elogi della sua clemenza. Nell’elegia che

occupa per intero il II libro dei Tristia, Ovidio non solo dà ad Augusto una lezione di storia letteraria,

ma gli spiega anche che le sue prese di posizione non sono necessariamente giuste. Fra l’altro

insinua il dubbio che il principe abbia punito i suoi versi senza neppure averli letti. Se, infatti, li

avesse letti veramente, non avrebbe trovato nell’Ars un bel nulla da incriminare. A Ovidio relegato

in una terra lontana si presenta il problema di concepire un tipo di poesia che da un lato si

proponga quale finalità il compito di perorare la sua causa presso Augusto, dall’altro gli consenta di

mantenere aperto un canale di comunicazione col pubblico dei lettori. Ovidio mette subito in chiaro

che egli non vuole più essere maestro d’amore. Il II libro dei Tristia contiene anche una lezione di

storia letteraria impartita a un principe che dimostra di non averne un’adeguata conoscenza: in

essa la poesia del passato viene rivisitata per la presenza della tematica dell’adulterio, in modo da

giustificare il ruolo che nella storia di tale motivo occupa l’Ars. Ovidio non tira in ballo solo la poesia

d’amore, ma anche la tragedia e l’epica. La lunga lista dei poeti latini che hanno trattato multa

iocosa è aperta da Ennio e chiusa dagli elegiaci e da Ovidio stesso. Continuare, nonostante tutto,

a comporre versi elegiaci costituisce la sua sfida ad Augusto: mostrando che il rapporto col

pubblico è di sua esclusiva competenza, Ovidio nega implicitamente ad Augusto qualsiasi potere

sulla sua poesia e fa capire che, se i lettori non lo abbandoneranno, la condanna del principe sarà,

almeno in parte, vanificata.

IBIS: Al primo periodo dell’esilio appartiene l’Ibis, un poemetto di 642 versi rivolto a un ignoto

detrattore, che forse va ricercato fra gli anonimi personaggi contro i quali Ovidio rivolge i suoi strali

nei Tristia. Dall’Ibis possiamo desumere che l’anonimo personaggio cercava di colpire il poeta

caduto in disgrazia spingendo il principe a mutare la sua relegazione in un ben più duro esilio. Il

titolo del poemetto, che prende il nome da un uccello egiziano dalle immonde abitudini, il quale si

nutre di rifiuti e persino dei propri escrementi, rinvia immediatamente il lettore all’omonimo

componimento di Callimaco, che secondo le fonti antiche era diretto contro Apollonio Rodio.

Conformemente a quanto aveva fatto Callimaco, Ovidio si limiterà per il momento a una lista di

maledizioni. Per la sua lunga serie di maledizioni l’Ibis si inserisce fra le arai, le formule di

maledizione ben note in epoca ellenistica. Da Ovidio, dunque, il distico elegiaco viene piegato

anche a esigenze di polemica, per le quali sarebbe stato più ovvio attendersi l’uso del giambo.

L’arma della diffamazione personale era stata ampiamente praticata dai modelli elegiaci, anche se

essi non erano mai scesi sino alla maledizione o alla devotio.

EPISTULAE EX PONTO: Iniziati nel 12 a.C., i primi tre libri delle Epistulae ex Ponto erano già

terminati l’anno dopo. Ovidio chiarisce subito che la diversità del titolo non corrisponde a un

mutamento di condizione di vita: di conseguenza continuerà ad essere triste il contenuto dei versi,

perché triste continua a essere la sua situazione. Di nuovo c’è la scelta aperta e dichiarata della

forma epistolare. Diversamente dalle elegie dei Tristia, i cui destinatari restavano anonimi, qui i loro

nomi compaiono e rivelano una fitta trama di amicizie con personaggi influenti e talora molto vicini

al principe. Nel rivolgere le sue richieste di aiuto Ovidio si sforza di far appello al ruolo che i

destinatari occupano nella società. Le tematiche principali sono le stesse dei Tristia. Però,

nonostante tutto, l’atteso gesto di clemenza non giunge. Anche nelle Epistulae ex Ponto le

lamentele per la relegazione a Tomi coinvolgono la natura selvaggia dei luoghi e le scorribande dei

nemici. Però quei Geti sempre descritti a tinte fosche come barbari pronti a farsi giustizia da soli,

vengono progressivamente recuperati e inseriti nel mondo di Ovidio. Essi saranno il suo pubblico e

Ovidio li ripagherà componendo poesia in onore dell’imperatore; ma lo farà in getico. Nell’ultimo

periodo di vita di Augusto le speranze di Ovidio si concentrano in modo particolare su Germanico.

Diversamente dai Tristia par di notare qui una più accentuata inclinazione di Ovidio al canto dei

temi celebrativi. Nei confronti della moglie le epistole svolgono la stessa funzione didascalica che

un tempo l’Ars aveva sviluppato nei confronti dei suoi lettori amorosi. Per Fabia il poeta costruisce

nelle Epistulae ex Ponto un personaggio modellato sulle eroine del mito, che da un lato la nobilita,

dall’altro la vincola ad agire alla luce del loro esempio. Per se stesso il poeta costruisce, come già

nei Tristia, un personaggio di eroica dimensione. Le Epistulae ex Ponto sono caratterizzate da una

forte ripetività e appaiono prive di mordente e d’incisività.

SENECA RETORE

Sotto il principato l’oratoria andrò incontro ad una rapida decadenza, le cui cause principali

risiedono nell’esaurirsi della lotta politica, che aveva alimentato le grandi contese forensi. Furono le

scuole di retorica a rappresentare la sede in cui fare sfoggio delle doti nell’eloquenza. Gli

insegnamenti dei retori e gli esercizi dei loro allievi si svilupparono, di conseguenza, attorno a

tematiche fittizie. Talora poteva trattarsi di vere e proprie azioni giudiziarie oppure potevano essere

sviluppati anche complessi discorsi, detti suasorie, per convincere un personaggio del passato a

prendere o no una decisione determinante. E’ evidente che un’eloquenza priva di contatti con la

realtà era destinata a lungo andare a isterilirsi. Massimo testimone dell’importanza delle

declamazioni all’epoca di Augusto è per noi Anneo Seneca retore. Nacque a Cordova da una

famiglia del ceto equestre verso il 56 a.C. Trasferitosi a Roma dopo la battaglia di Filippi, nella sua

lunga vita ebbe modo di ascoltare i più famosi oratori del tempo. A Roma morì intorno al 40 d.C.,

quasi centenario. Restano solo due frammenti della sua opera storica, una Storia di Roma, che

muoveva dall’epoca dei Gracchi per giungere sino ai tempi suoi. L’opera retorica di Seneca ci è

stata tramandata dai manoscritti; restano solo poche linee della Vita del padre. In origine l’opera

era divisa in dieci libri di controversie e in più d’uno di suasorie. Nella prefazione Seneca chiarisce

di essersi deciso, su pressante invito dei figli, a tramandare il ricordo dei retori che essi non

avevano potuto conoscere. Nel presentare ai figli i declamatori celebri che essi non avevano

potuto conoscere, Seneca intendeva dotarli di esempi da imitare o da evitare; al tempo stesso si

proponeva di accordare fama duratura ai retori di maggior valore e di preservare le loro parole dai

tentativi di plagio. In ogni libro vengono sviluppati da sei a nove casi giuridici fittizi. Il sia pur limitato

campionario di controversie è sufficiente per capire quale fosse in esse il peso della componente

romanzesca. Su tutto domina il gusto dell’orrido. Gli argomenti stessi delle controversie e delle

suasorie fanno capire che ad esse è indifferente il rispetto della verità storica. Ma le inesattezze

non mancano neppure nel campo della storia romana. Dai declamatori si esigeva, inoltre,

un’abbondanza di stampo asiano, e questa necessità li portava a soddisfare le esigenze

dell’uditorio con ripetute divagazioni ad effetto. Tutte queste forzature non preoccupavano

l’uditorio, che era interessato alla declamazione in sé. Pur nel sostanziale rispetto di un’asiana

impostazione stilistica, i singoli declamatori presentano notevoli diversità, che corrispondono alle

caratteristiche che di loro mette in luce Seneca.

VIRTRUVIO

Le discipline tecniche avevano avuto un grande sviluppo a partire dall’età di Cesare;

tuttavia dei numerosi trattati di quel periodo sui campi più diversi è rimasta solo una minima parte

degli scritti di Varrone. Abbastanza ci è giunto, invece, della prosa tecnica dell’epoca della dinastia

giulio-claudia. Si tratta in genere di manuali che si propongono uno scopo pratico e attingono a

piene mani alla parte più valida della trattatistica precedente. Domina la tendenza

all’enciclopedismo. Ben poco si sa della vita di Virtruvio e incerti restano l’anno di nascita e quello

di morte. In precedenza aveva militato nell’esercito di Giulio Cesare, con l’incarico di progettare le

macchine da guerra e di provvedere alla loro manutenzione. Era ormai vecchio quando scrisse il

De architectura in 10 libri, che terminò e dedicò ad Augusto fra il 23 e il 22 a.C. L’architetto e la sua

formazione occupano un ruolo centrale nel trattato virtruviano. Per lui il sapere dell’architetto è

costituito dall’apporto di numerosi ambiti disciplinari e di conoscenze relative ai campi più diversi.

Nel De architectura è espressa salda coscienza della necessità di un complesso sistema di

interventi per rendere migliori, con l’ambiente, le condizioni di vita dell’uomo. Il clima ha un suo

ruolo determinante nelle soluzioni architettoniche. Una particolare attenzione dovrà essere rivolta

alla costruzione degli edifici pubblici. Questi precetti mostrano un’attenta considerazione da parte

sua per tutto ciò che serviva a migliorare la qualità e la durata della vita umana.

COLUMELLA

Originario di Gades in Spagna, Columella visse al tempo di Seneca e appartenne

probabilmente a una famiglia di proprietari terrieri. Trasferitosi a Roma si dedicò allo studio e, da

ricco possidente, alla pratica dell’agricoltura. Il suo trattato De re rustica (“L’agricoltura”) ebbe due

redazioni. La redazione definitiva è in 12 libri tutti in prosa, tranne il X (De cultu hortorum), che è in

esametri. L’apparente stranezza si giustifica come un atto d’omaggio alla breve trattazione

virgiliana, nel IV libro delle Georgiche, relativa ai giardini. Origine e scopi dell’opera sono chiariti

nella praefatio. Columella preferisce la teoria aristotelica della giovinezza eterna della terra, che

non può invecchiare come una creatura mortale perché è la madre di tutte le cose e non può

isterilire come se fosse soggetta a malattie. Per lui la colpa è dei proprietari, che delegano la cura

dei campi al peggiore degli schiavi, ben diversamente dagli antenati, che se ne occupavano

personalmente e con grande scrupolo. All’agricoltura Columella intende rivendicare la dignità di

scienza, legata ad un ampio complesso di competenze, che è indispensabile alla sopravvivenza

dell’uomo. Egli si scaglia contro la decadenza dei tempi, in seguito alla quale gli abitanti del Lazio

sono costretti a importare il grano dalle province per non morire di fame. Quello di Columella è un

vero e proprio atto di fede nei confronti dell’importanza dell’agricoltura e della vita dei campi. Una

parte importante è riservata all’organizzazione del lavoro servile, che va razionalizzato in modo da

divenire economicamente redditizio. Quella di Columella è l’opera di uno specialista della materia,

che si prefigge fini pratici e dà prova di buona competenza. Si tratta di una prosa elevata, che

riesce a conciliare i tecnicismi con un linguaggio piano e scorrevole ed evita la monotonia delle

ripetizioni con un ampio ricorso ai sinonimi.

CELSO

Non si sa nulla sulla vita di Celso: si pensa che sia stato attivo sotto Traiano. Scrisse un

manuale di vaste dimensioni, in cui si occupava di agricoltura, medicina, retorica, filosofia, diritto e

arte militare. A noi sono giunti gli otto libri De medicina, che costituiscono una testimonianza

insostituibile della scienza medica del mondo antico. Proprio questa circostanza ha indotto molti a

ritenere che Celso abbia esercitato la professione di medico. Celso si serve di uno stile essenziale,

che però non rifugge da ricercate eleganze e predilige i parallelismi, asindeti e polisindeti,

l’armonioso dipanarsi dei periodi e dei kola. Uno stile sobrio, quindi, ma non privo di raffinatezza.

APICIO

Marco Gavio, detto Apicio, nacque intorno al 25 a.C. Dotato di grandi ricchezze, poté

permettersi ogni stravagante raffinatezza gastronomica; ghiottone incallito, trascorse la vita in un

lusso eccessivo, finché, sperperata una gran parte dei suoi beni, decise di suicidarsi col veleno.

Col nome di Apicio è a noi giunta una raccolta di quasi 500 ricette suddivise in 10 libri, col titolo di

De re coquinaria (“Gastronomia”). La lingua è di una estrema e spesso elementare essenzialità e

semplicità.

POMPONIO MELA

L’ampliamento dei confini dell’impero diede un forte impulso agli interessi geografico-

etnografici e favorì lo sviluppo di conoscenze meno approssimative su luoghi e popoli. L’esponente

più noto degli interessi geografici del periodo è Pomponio Mela. Originario di Tingentera egli visse

molto probabilmente al tempo del principato di Claudio. Scrisse il De chorographia (“Descrizione

della terra”) in 3 libri, che è il più antico trattato latino di geografia a noi giunto. L’opera si sviluppa

sotto forma di periplo, cioè di un viaggio per mare lungo le coste. Il De chorographia ha tutto

l’aspetto di un’opera che è frutto di compilazione, sulla base di un accurato vaglio di fonti greche e

latine. A conferire interesse all’opera sta il fatto che essa non è un semplice elenco di nomi e di

luoghi, ma è anche la descrizione delle caratteristiche dei popoli e dei loro usi e costumi, con una

combinazione di notizie esatte e di particolari che sono frutto di fantasia.

MANILIO

Di Manilio non si sa nulla: sotto il suo nome la tradizione manoscritta ci ha conservato un

poema didascalico in cinque libri (Astronomica) in esametri. Il poema fu scritto negli ultimi anni del

regno di Augusto e nei primi di quello di Tiberio. L’opera di Manilio è retta da una concezione

fantastica, secondo la quale non solo l’universo, ma anche la storia dell’uomo sono dominati da

forze superiori che ne predeterminano le vicende. La materia astrologica è trattata con ricchezza di

argomentazioni e con un ampio uso di un linguaggio tecnico di difficile comprensione. Chiaro

appare lo sforzo del poeta didascalico, che intende condurre per mano il lettore nella progressiva

scoperta di una materia ardua e ostica. Nonostante i non rari trattati di astrologia, nessun poeta

aveva concepito in precedenza il disegno di un poema astrologico. Manilio sa bene che suoi lettori

saranno sempre pochi eletti, ma non se ne fa un problema e anzi proclama con orgoglio che

l’universo intero è il suo interlocutore ideale e la verità costituisce lo scopo della sua opera.

Prevalente è l’influsso dello stile lucreziano, nel linguaggio scientifico, nelle formule tipiche del

discorso didascalico, nel modo d’introdurre e concludere gli argomenti o nel passare da un

argomento all’altro. Come Lucrezio, accanto agli arcaismi fece ampio uso di neologismi. Con

l’oscurità dello stile contrasta la scorrevolezza del verso.

FEDRO

Antichissime sono le origini della favolistica, di cui si rinvengono tracce addirittura in testi

sumerici. Inventor del genere favolistico era ritenuto Esopo a cui vengono attribuite raccolte di

favole che avevano gli animali quali protagonisti: sulla base del loro modo d’agire si potevano

individuare modi di comportamento tipicamente umani e capire quali fossero accettabili e quali

riprovevoli. La favola però era penetrata in generi stilisticamente dimessi, come la commedia e

soprattutto la satira. Sono poche e per lo più tratte dalla sua opera le notizie biografiche su Fedro,

che introdusse a Roma il genere letterario della favola esopica. Era originario della Macedonia. A

Roma giunse da fanciullo, in stato di schiavitù dal momento che afferma di aver frequentato una

scuola romana e di avervi letto Ennio. Si può congetturare che in seguito per le sue benemerenze

culturali sia stato affrancato da Augusto, dato che i manoscritti della sua opera parlano di lui come

un libertus Augusti. Durante il principato di Tiberio cadde in disgrazia, perché alcune delle sue

favole sarebbero state interpretate da Seiano come attacchi personali contro di lui; per tale motivo

il potente ministro di Tiberio avrebbe intanto a Fedro un processo e lo avrebbe fatto condannare.

Dopo la rovina di Seiano il poeta si rivolse ad altri liberti influenti per ottenere la riabilitazione; ma

pare che i suoi tentativi non abbiano avuto un esito favorevole. Dedicatari dei suoi libri di favole

sono alcuni liberti, ricchi e influenti. Dipende da Fedro stesso la disposizione delle favole nella

raccolta a noi giunta: c’è il sospetto, però, che una parte sia andata perduta. Oggi si è certi della

loro autenticità e si è soliti aggiungere le 32 favole alle edizioni di Fedro, col titolo di Appendix

Perottina. L’unico dato certo è costituito dall’eliminazione di Seiano, il cui comportamento è

denunciato a chiare lettere nel III libro: il suo terminus post quem, dunque, è costituito dal 31 d.C.

Del tutto ipotetica è anche la data della sua morte, che alcuni fanno cadere intorno al 50 d.C. Per

la sua produzione favolistica Fedro avrebbe potuto adottare l’esametro. Egli, invece, preferì

adottare il senario giambico, che rinviava ai dialoghi della commedia ed era considerato il metro

più appropriato ad esprimere la lingua parlata; in tal modo legò la sua produzione favolistica a un

livello letterario “basso”. Scegliere la favola esopica significava adottarne l’aspetto peculiare, che

era quello della sostituzione di uomini e divinità con animali parlanti, il cui modo di comportarsi

alludeva costantemente al comportamento degli uomini. La narrazione favolistica prevede una sua

interpretazione in chiave moralistica, oppure può essere fornita dopo la narrazione stessa. In

Fedro compaiono anche rinvii ai suoi problemi personali o aneddoti ambientati a Roma, in cui

agiscono notissimi personaggi della storia romana. Egli pone in grande rilievo la funzione

pedagogica della favola. Nella tradizione esopica la favola era intimamente connessa allo stato

servile del suo autore e intendeva far capire agli umili l’impossibilità di evadere dal loro status e la

necessità di apprendere i modi per sopravvivere, adottando un accorto regime di vita. Fedro

riprende questa concezione fatalistica e concepisce la favola come un genere letterario che

consente agli umili di presentare il loro mondo di sottomessi senza correre rischi. Per Fedro

accettazione del regime politico significa anche acquiescenza nei confronti delle strutture sociali.

Essendo la brevitas un principio basilare della favola, è naturale che il dialogo sia serrato e si

strutturi in frasi brevi ma efficaci. Anche lo stile è adeguato alle necessità del racconto: non a caso

Fedro sceglie lo stile medio, che meglio si adatta alla narrazione delle vicende quotidiane, e una

lingua semplice e chiara.

SENECA

VITA: Nacque a Cordova, in Spagna, forse il 4 d.C. da una famiglia ragguardevole del ceto

equestre. Il padre, Seneca il Retore, aveva trascorso a Roma la maggior parte della sua vita. A

Roma Seneca ricevette una raffinata educazione, nella quale ebbero un ruolo di preminenza gli

studi filosofici. Di grande importanza alla sua formazione fu la frequenza della scuola dei Sestii,

dove ebbe modo di seguire gli insegnamenti di Sozione e di Papirio Fabiano. L’impostazione della

scuola dei Sestii contemperava i precetti della filosofia stoica con gli interessi scientifici di stampo

pitagorico e imponeva un rigido regime di vita. Tuttavia l’ascetismo e le rinunce a cui si sottopose

finirono col minare la sua salute: per rafforzare il fisico Seneca si risolse a mettere da parte i severi

studi filosofici e a compiere un viaggio in Egitto, per ritemprare il suo fisico a contatto con un clima

diverso. Tornato a Roma diede inizio alla carriera politica e si dedicò agli studi retorici, in cui

mostrò subito un notevole talento. Questore intorno al 32, ebbe accesso al senato; sotto l’impero di

Caligola ebbe modo di segnalarsi per i suoi scritti di carattere filosofico e scientifico, oltreché per le

doti dell’eloquenza. La crisi dei rapporti tra imperatore e nobilita sotto Caligola e Claudio, ebbe le

sue ripercussioni anche su Seneca, che cadde in disgrazia e fu oggetto di persecuzioni. Con

l’avvento al potere di Claudio la situazione peggiorò per Seneca: nel 41, infatti, condannò alla

relegazione in Corsica Seneca, dopo averlo accusato di adulterio con Livilla e processato in

senato. Dal duro esilio Seneca implorò l’intercessione presso l’imperatore di Polibio, un influente

liberto, ma non ottenne successo. Nel 48 d.C. Messalina fu uccisa; il posto a fianco dell’imperatore

venne preso dalla scaltra e ambiziosa Agrippina, che tramò perché il proprio figlio Domizio, il futuro

Nerone, fosse prescelto come successore di Claudio. Ella ottenne dall’imperatore la revoca

dall’esilio per Seneca. Richiamato a Roma, Seneca fu addirittura nominato istitutore del giovane

principe e nel 50 ricoprì la pretura. Claudio morì nel 54, avvelenato da un piatto di funghi; il

diciassettenne Nerone venne acclamato imperatore e Seneca, suo consigliere, assurse a una

posizione di primo piano nella corte, tanto che nel 56 ebbe il consolato. A fianco di Nerone Seneca

rimase sino al 62, e in questo periodo insieme col prefetto del pretorio Afranio Burro fu il

consigliere di maggior peso dell’imperatore. Tuttavia sia lui sia Burro furono costretti ad accettare

le sanguinarie manifestazioni della reale natura di Nerone, e non fecero nulla per impedire prima

l’assassinio nel 55 di Britannico, il figlio tredicenne di Claudio, poi quello della madre Agrippina, nel

59. Questi avvenimenti segnarono una svolta nell’atteggiamento di Seneca, da un lato complice di

Nerone e divenuto pericoloso per lui, dall’altro criticato dall’opinione pubblica non solo per l’aiuto

fornito al principe, ma anche per le ricchezze accumulate in quegli anni, a dispetto della sua

professione di fede stoica. D’altra parte gli uomini di cultura stavano ormai mutando il loro

atteggiamento di fiducioso sostegno in un’aperta ostilità. Un tale atteggiamento non poteva essere

tollerato da Nerone: Burro morì, probabilmente avvelenato, nel 62; Seneca non ottenne un

congedo ufficiale dall’imperatore che capiva che dal legame di amicizia col filosofo avrebbe avuto

tutto da guadagnare; Seneca, cercò, tuttavia di tenersi sempre più lontano dalla corte e si rifugiò

negli studi nelle sue ville. Nel 65 la congiura dei Pisoni, così detta perché ordita da Calpurnio

Pisone, mecenate e protettore dei letterati, spazzò via la generazione degli uomini di cultura che

un tempo avevano riposto le loro speranze in Nerone: fra i congiurati era il poeta epico Lucano,

nipote di Seneca. Fallita la congiura Seneca capì di non avere scampo, allo stesso modo dei suoi

familiari (i fratelli, oltre al nipote) e, suicidandosi, tolse a Nerone il piacere della vendetta. Solo una

parte dell’ampia produzione senecana è giunta sino a noi. Sono andati perduti i discorsi, alcuni

trattati di fisica e di geografia, opere filosofiche e scientifiche. La fama di Seneca favorì, come nel

caso di Virgilio, la produzione di opere di dubbia attribuzione. Alcune opere, poi, sono sicuramente

spurie, anche se vanno sotto il suo nome. Oltre al corpus di opere filosofiche riunite sotto il titolo

complessivo di Dialogi, ci sono pervenuti alcuni trattati filosofici non inclusi in tale raccolta, le

Epistulae ad Lucilium, le tragedie e la satira scritta subito dopo la morte dell’imperatore Caludio,

l’Apocolocyntosis.

DIALOGI. I Dialogi sono costituiti da 10 opere filosofiche per complessivi 12 libri. Il titolo della

raccolta è perso improprio perché non si è in presenza di averi e propri dialoghi filosofici: l’unica

parvenza di una struttura dialogica risiede nel fatto che talora Seneca di rivolge a un destinatario,

che però può essere fittizio, e di lui riporta brevi e semplici obiezioni; tuttavia nel suo caso si

avverte piuttosto l’influsso della diatriba cinica. I Dialogi comprendono: il De providentia, il De

constantia sapientis, il De ira (in tre libri), la Consolatio ad Marciam, il De vita beata, il De otio, il De

tranquillitate animi, il De brevitate vitae, la Consolatio ad Polybium, la Consolatio ad Helviam

materm. Durante gli otto anni dell’esilio in Corsica, Seneca compose scritti di carattere

consolatorio, che meglio si adattavano alla sua particolare condizione. Nelle consolationes si

svolgevano argomentazioni filosofiche atte a lenire la sofferenza e a renderla sopportabile. La

Consolatio ad Marciam fu scritta nel 37 sotto l’impero di Caligola, ed è la più antica opera di

Seneca a noi giunta. Marcia era la figlia di Cremuzio Cordo, storico del tempo di Tiberio, che non

aveva voluto tradire gli ideali repubblicani nella sua opera sulle guerre civili ed era stato eliminato

da Seiano nel 25 d.C.; la condanna implicava anche la damnatio dell’opera, che proprio Marcia,

però, aveva salvato dalla totale distruzione. Non è, ovviamente, della perdita del padre che Seneca

vuole consolare Marcia, ma di quella, ancor più dolorosa, di un figlio in giovane età, avvenuta tre

anni prima. Contenuti dell’opera sono i motivi convenzionali della topica consolatoria: era

tradizionale, nel caso di una morte prematura, chiamare in causa il tempo che fugge inesorabile e

il carattere ineluttabile della morte, nel tentativo di dimostrare che la morte non è un male, perché è

una tappa obbligata di una vita. Da ciò deriva la necessità di ringraziare la sorte per quello che ci

ha concesso, invece di biasimarla per quanto ci ha sottratto. Il De ira è dedicato al fratello Novato.

L’argomento centrale del trattato è la collegare, di cui si indagano le ragioni psicologiche e le

conseguenze in campo sociale. Nel De ira la collera incontrollata è considerata una caratteristica

saliente del tiranno, di colui, cioè, che non conosce alcun freno alla propria sconfinata bramosia di

potere. Nel De ira si delinea già una netta divisione fra il despota (rappresentato da Caligola) e il

buon imperatore (Augusto). Scritto subito dopo la morte di Caligola, il De ira sembra voler

suggerire al nuovo imperatore di esercitare il potere all’insegna della moderazione e della ragione.

La Consolatio ad Helviam matrem fu scritta intorno al 41, nel primo periodo dell’esilio in Corsica,

col fine di recare conforto alla madre, sconvolta dall’infelice destino che aveva colpito il figlio. Nei

confronti delle consolationes, quella alla madre Elvia presenta un notevole margine di originalità,

perché proprio chi è colpito dal destino avverso si fa portatore di argomenti consolatori. Scritta

intorno al 44 d.C., la Consolatio ad Polybium si propone di recare conforto a Polibio, un liberto

molto influente della corte di Claudio, secondo alcuni addetto agli archivi e alla cultura, secondo

altri alle suppliche, al quale era morto un fratello. Anche la Consolatio ad Polybium non si distacca

dai topoi consueti nelle consolationes: di conseguenza si assiste alla proclamazione dell’inutilità

delle manifestazioni di dolore, perché la morte non fa distinzioni di sorta. Tutto ciò è espresso con

una vena adulatoria non solo nei confronti di Polibio e del defunto fratello, ma anche nei confronti

dell’imperatore Claudio: alla sua misericordia Seneca si affida, sperando di ottenere da lui la tanto

sospirata grazia. La Consolatio ad Polybium ha un valore storico notevole: essa attesta l’emergere

di una nuova figura sociale, il burocrate modello, portatore di un’ideologia e di valori diversi da

quelli della tradizione nobiliare. Polibio è il fedele e sollecito servitore dell’imperatore. Il perfetto

amministratore dedica tutta la vita al governo, anche a costo di sacrificare la propria sfera privata.

Lo stesso imperatore è il supremo burocrate. L’Ad Polybium contiene non solo la descrizione di un

tipo di funzionario che si stava diffondendo durante l’epoca imperiale, ma anche il progetto ben più

ambizioso di un imperatore ideale. Il De brevitate vitae è dedicato a Polino, prefetto dell’annona

dal 48 al 55 e padre di Pompea Paolina, la seconda moglie di Seneca. Il trattato fu scritto all’inizio

del 49, subito dopo il ritorno di Seneca dall’esilio. Il De brevitate vitae è un protrettico, cioè

un’esortazione alla filosofia. Seneca si sofferma a constatare quale uso sbagliato del tempo faccia

l’uomo, che sciupa una parte consistente e si lamenta, poi, della sua brevità: quando, infine,

giunge al termine dell’esistenza, si accorge di averla vissuta realmente solo per pochi giorni. Il De

vita beata è dedicato al fratello Novato, già destinatario del De ira. Poiché Seneca sembra volersi

difendere dall’accusa di incoerenza tra la filosofia da lui predicata e la vita nel lusso e nelle

ricchezze alla quale non fu mai capace di rinunciare, il De vita beata apparterrà al periodo della

sua massima fortuna, fra il 54 e il 62. Può essere diviso in due parti: nella prima Seneca sostiene

che la vita felice è quella rivolta alla pratica della virtù; chiara è la polemica contro i seguaci di

Epicuro, che identificano il sommo bene col piacere. Nella seconda parte è sviluppata la polemica

contro quelli che criticano i filosofi, accusandoli di predicare nobilissimi ideali e di cedere, invece, al

lusso di una vita comoda. Nella sua concezione lo stoico non è solo capace di fare esercizi di

rinuncia, ma sa anche godere dei vantaggi della vita; non è un male che sia ricco, perché almeno

sarà capace d’impiegare nel modo più saggio le sue ricchezze. Scritto forse nel 62, al tempo del

ritiro di Seneca dall’attività a corte, e a noi giunto mutilo dell’inizio e della fine, il De otio era

probabilmente dedicato ad Anneo Sereno. Seneca difende il diritto per il saggio a non impegnarsi

nella vita pubblica e a rifugiarsi nella contemplazione: in tal modo egli fonde la concezione stoica

dell’otium con quella epicurea. Scritto intorno al 62 e dedicato ad Anneo Sereno, il De

tranquillitate animi è fra i dialogi quello che presenta la più accentuata struttura dialogica. Seneca

muove dalla descrizione del comportamento di chi ha un animo inquieto e suggerisce una serie di

rimedi: dalla moderazione alla parsimonia, dall’impegno in favore della collettività all’accettazione

con animo sereno delle avversità e della morte. Egli ricorda all’amico che il saggio stoico non si

lascia coinvolgere dagli ondeggiamenti della fortuna, perché grazie a lunghi anni di esercizio riesce

ad imporsi il controllo assoluto delle passioni. La parte più interessante del De tranquillitate animi è

quella che riguarda la partecipazione alla vita politica: secondo Seneca la filosofia stoica impone al

sapiente di occuparsi attivamente delle vicende dello stato, anche se ciò ostacola il

raggiungimento dell’equilibrio interiore. Il De tranquillitate animi sottolinea la funzione politicamente

attiva dell’aristocratico a fianco del principe. Di cronologia incerta, il De providentia costituisce la

risposta a una domanda di Lucilio, il destinatario delle epistole: se è vero che la provvidenza divina

governa l’universo, come si spiega che i buoni vengono colpiti dai mali e dalle sventure, mentre i

malvagi non di rado sono premiati? Seneca risponde che sono gli uomini a chiamare le avversità

quelle che in realtà sono prove alle quali gli dei li sottopongono per la loro perfezione morale. Di

conseguenza il saggio accetterà le sventure con animo lieto: tanto, come soluzione estrema, avrà

sempre la possibilità di ricorrere al suicidio per salvare la propria virtù. Dedicato ad Anneo Sereno,

il De constantia sapientis è opera d’incerta cronologia: terminus post quem è il ritorno dall’esilio.

Seneca intende dimostrare la veridicità del paradosso stoico, secondo il quale il saggio non può

essere toccato né da danni né da offese, perché è protetto dalla sua virtù, che lo rende

invulnerabile di fronte ai colpi del destino. Il motivo dell’imperturbabilità del saggio è illustrato col

ricorso ad esempi di uomini famosi per la loro straordinaria virtù, fra i quali spicca Catone

l’Uticense.

TRATTATI: La struttura base dei trattati prevede un dialogo fittizio col dedicatario-interlocutore;

identici, poi, restano gli strumenti della filosofia stoica e i procedimenti della diatriba, di cui Seneca

si serve per supportare le sue argomentazioni. Dedicato a Nerone, il De clementia appartiene al

primo periodo del suo principato: è Seneca stesso a fornirci il modo di stabilire una cronologia

sicura, quando ci parla di un Nerone diciottenne. Il testo non ci è giunto integro, perché

s’interrompe al secondo libro. La necessità della moderazione e del sacrificio del sovrano in vista

del benessere dei sudditi costituisce il tema centrale del De clementia, l’opera in cui Seneca tratta

nel modo più organico il problema della virtù del principe ideale. Fondamentale per Seneca è la

necessità che un sovrano usi la clementia come principio basilare del proprio governo. Nel tessere

l’elogio di Nerone, Seneca si abbassa ad un eccessivo atteggiamento adulatorio quando fa di lui

non solo un grande principe ma addirittura un principe ancor più grande di Augusto. Nerone è

elogiato perché non si è macchiato di alcun delitto. È evidente la forte dose di utopia su cui si

fondava il suo disegno politico, la cui realizzazione dipendeva totalmente dalla volontà e della

decisione del principe. Dedicato all’amico Ebuzio Liberale, il De beneficiis, in sette libri, è stato

scritto nel periodo che va dalla morte di Claudio al 64. Seneca vi denuncia violentemente la

tendenza tirannica dei monarchi e, in particolare, i numerosi processi di lesa maestà che

caratterizzarono l’impero di Tiberio. Nel De beneficiis Seneca afferma che il legame tra il

beneficato e il benefattore costituisce la base della convivenza umana e fornisce un’ampia

casistica, da cui risaltano la bontà del benefattore e la riconoscenza del beneficato. In alcune

pagine si allude alla rottura con Nerone; al suo comportamento Seneca oppone quello di Augusto,

che invece si era mostrano inconsolabile alla morte di Agrippa e Mecenate, nella piena

consapevolezza della loro insostituibilità. Per un principe è necessario circondarsi di collaboratori

valenti e virtuosi, che gli rendano meno gravoso l’esercizio di potere e con le loro doti diano lustro

al suo governo.

NATURALES QUAESTIONES: Nel 62 d.C. i sette libri delle Naturales quaestiones, dedicati a

Lucilio, si occupano della natura dei corpi celesti e dei fenomeni del cielo, delle acque, dei venti e

dei terremoti, delle nubi e delle comete. Le Naturales quaestiones dovevano essere terminate

all’inizio del 64. Fonti sono i numerosi filosofi e autori scientifici greci ricordati da Seneca, mentre

scarsissimi sono i rinvii a fonti romane. È necessario muovere dal concetto di natura, che rinvia in

modo prevalente a un ideale di ordine e di armonia, sia pure all’interno di un movimento e di un

mutamento senza sosta. Seneca proclama che fra gli elementi c’è una continua osmosi. La natura,

però, non sempre mostra il suo volto benevolo: poiché nulla per essa è impossibile, da un lato

saprà dar origine alle cose, ma dall’altro potrà distruggere tutto, assalendo all’improvviso e con

grande rapidità. Nelle Naturales quaestiones Seneca denuncia con vigore gli abusi dell’uomo nei

confronti della natura: la natura ha messo tutto alla portata dell’uomo, ma l’uomo ha voluto

complicare la propria vita e ha preso a desiderare il superfluo per soddisfare le esigenze del lusso.

Chiara emerge la denuncia di quanti già allora si adoperavano per alterare l’ambiente naturale o

addirittura per distruggerlo. Natura per Seneca è l’universo intero, in cui egli non vede nulla di

comparabile agli astri gel cielo. È lì che la natura si rivela come perfezione, come armonia, come

bellezza. Seneca tende a fornire spiegazioni razionali dei fenomeni, perché considera suo scopo la

liberazione dell’uomo dal timore irrazionale al cospetto dei fenomeni della natura. Grazie allo

studio razionale della natura l’uomo può raggiungere la conoscenza del divino e diviene partecipe

della sua essenza. Piena è la fiducia di Seneca nei progressi della scienza. L’uomo deve penetrare

nei misteri della natura, ma con animo improntato a grande modestia e con la coscienza del

carattere provvisorio di qualsiasi nostra osservazione, perché la natura non svela tutti insieme i

suoi misteri e molti ne lascerà, irrisolti, alle generazioni future.

EPISTULAE AD LUCILIUM: Col titolo di Epistulae ad Lucilium la tradizione ci ha conservato 124

lettere, suddivise in 20 libri di ampiezza diversa; ma la raccolta originaria doveva essere più ampia.

Scritte dopo il ritiro di Seneca dalla vita politica, fra il 62 e il 65, le epistole sono dirette allo stesso

Lucilio, a cui erano stati dedicati, oltre al De providentia e alle Naturales quaestiones, i perduti

Moralis philosophiae libri. Nei suoi confronti Seneca, intende svolgere il ruolo di guida spirituale,

nella convinzione di poter giovare non solo all’amico, ma anche ai posteri, con le sue riflessioni su

problemi etici: suo scopo è condurre l’amico alla conquista della saggezza, anche se Seneca deve

ammettere di non essere stato finora in grado di raggiungerla. E’ certo che Seneca ha voluto

conferire alla raccolta l’aspetto di un epistolario reale, introducendo qua e là allusioni a fatti privati

di Lucilio. Ciò nonostante sembra proprio che Seneca pensi alla pubblicazione, perché le sue

lettere non sono rivolte al solo Lucilio, ma anche ai posteri. Nell’uso della forma epistolare nella

letteratura filosofica Seneca aveva quali illustri antecedenti Platone e soprattutto Epicuro.

Ineludibile, poi, era il rapporto con l’epistolario di Cicerone. La tendenza dell’epistola a mutarsi in

ampio trattato di contenuto didascalico è progressiva nell’epistolario a Lucilio e corrisponde a un

percorso ideale verso la virtù, che muove da principi elementari per acquistare sempre più una sua

complessità. Lo scopo dell’opera è quello d’insegnare, attraverso il dialogo costante fra maestro e

allievo, il modo d’impossessarsi della libertà interiore e del dominio di sé. Mentre i trattati filosofici

si fondavano su una ben collaudata galleria di esempi convenzionali, l’epistola era anche un modo

per dialogare con l’amico su fatti personali della vita di tutti i giorni, che vengono impiegati a fini di

riflessione morale e costituiscono tappe importanti nella via verso la saggezza. I motivi personali,

dunque, servono a illustrare tematiche filosofiche. A ciò corrisponde l’adozione di uno stile che, pur

mantenendosi a livello alto, indulge agli stilemi della conversazione familiare, alla quale d’altronde

Seneca stesso proclama di adeguare il suo discorso. Alla base di tutto è l’esortazione a Lucilio

perché sappia progressivamente distaccarsi dagl’impegni politici e riesca a utilizzare nel modo

migliore la raggiunta condizione di otium. Il ritiro dalle cose del mondo e il ripiegamento su se

stesso scandisce la vicenda umana di chi, come Seneca, sente ormai vicina la fine, e lo fa capire

con la riflessione sempre più insistente sulla morte, sul senso del tempo e del suo incessante

trascorrere, sul suicidio come modo di uscire da una vita che altri vorrebbero condizionare.

Seneca, dunque, sta preparandosi a morire e capisce che il fine ultimo da raggiungere consiste

nell’eliminazione della paura della morte. Liberarsi dal timore della morte, dunque, significa per il

saggio conquistare la propria indipendenza dal mondo e dai suoi beni effimeri. La prosa di Seneca

è frutto di profonda elaborazione: si assiste alla nascita di uno stile che a taluni è apparso di

ineguagliabile efficacia, ad altri di grande artificiosità. La valenza “drammatica” dello stile filosofico

senecano è notevole. Seneca rifiuta il periodare di stampo ciceroniano dalla complessa

architettura, con il costante ricorso alla subordinazione (ipotassi); egli predilige uno stile

paratattico, con una continua frantumazione del corso logico del pensiero per mezzo di frasi brevi,

prive di legami fra loro, per lo più sentenziose. La prosa di Seneca affonda le sue radici in quella

asiana e nella predicazione dei filosofi cinici, e procedere per parallelismi, per opposizioni, per

anafore e col ricorso frequente all’antitesi e alla ripetizione.

TRAGEDIE: La tradizione manoscritta delle tragedie di Seneca si suddivide in due rami: il primo,

costituito dal codice Laurenziano 37.13, ci tramanda nove tragedie; il secondo ramo della

tradizione aggiunge alle nove tragedie una pretesta, l’Octavia. Tra i modelli greci ai quali si ispira,

Seneca mostra di preferire Euripide: è evidente nelle sue tragedie, l’attenzione alla genesi e allo

sviluppo dei sentimenti, con una predilezione per il tema della passione che travolge l’animo ed

annulla la volontà dell’uomo. Anche la problematica stoica occupa un posto importante nel teatro

senechiano. L’aspetto metrico segue schemi rigidi, col trimetro giambico all’andamento regolare

rigorosamente assegnato alle parti dialogiche, con la funzione del coro, ridotta a quella di un

commento moraleggiante fra un atto e l’altro e, dunque, con una divisione fissa in cinque atti. E’

ipotesi ampiamente diffusa che le tragedie di Seneca non siano state composte per la

rappresentazione in teatro, ma per la declamazione durante le recitationes. Una tale circostanza

non ha mancato d’influire sullo stile: l’enfasi, i toni macabri, l’indugio a volte eccessivo sui

particolari orridi, lo stile fastoso e barocco, la ricerca del pathos erano artifici particolarmente adatti

a drammi che dovevano colpire l’attenzione e l’immaginazione dell’ascoltatore grazie alla forza

espressiva della parola. Profonda è la differenza tra la tragedia greca, in cui è essenziale il

rapporto fra l’uomo e la divinità, e quella senechiana, in cui l’uomo, con la sua forza e la sua

debolezza, è al centro del dramma e per lui non è previsto alcun riscatto al di là della vita. D’incerta

determinazione appare la cronologia delle singole tragedie: l’unico elemento è costituito dalla

testimonianza di Tacito, secondo cui Seneca si sarebbe rivolto a un’assidua pratica della poetica

sulla scia della passione di Nerone per la poesia. Ad eccezione dell’Hercules Oetaeus, tutte le

tragedie hanno un finale a tinte fosche ed esibiscono particolari truculenti e sinistri. Tutte sono

caratterizzate dallo scatenarsi di sfrenate passioni, che travolgono i protagonisti e provocano

tragiche conseguenze. Sembra chiaro che l’interesse di Seneca è rivolto non tanto

all’organizzazione della trama quanto all’uso della parola. D’altra parte questa funzione dei

personaggi, che divengono portatori di temi d’ordine etico e politico, fa sì che essi adottino

necessariamente uno stile magniloquente e declamatorio. Nello stile tragico di Seneca si avverte

una forte presenza della componente retorica, che si esprime sia nella frequenza dei monologhi,

sia negli scontri dialettici fra i personaggi, che lottano verbalmente servendosi di frasi a effetto.

LUDUS DE MORTE CLAUDII: Quando nel 54 d.C. Claudio morì, Seneca non perse tempo per

prendersi una vendetta postuma sull’artefice del suo esilio in Corsica e compose un ferocissimo

libello contro di lui: si tratta di una satira menippea che porta il titolo di Ludus de morte Claudii ed è

il racconto dell’apoteosi alla rovescia di Claudio dopo la morte. Il titolo del libello non è certo:

diversamente dal Ludus de morte Claudii dei manoscritti più importanti, Cassio Dione cita

l’operetta di Seneca col titolo di Apocolocyntosis, parola greca che significa “trasformazione in

zucca”, in opposizione ad apothéosis. Alcuni hanno ipotizzato che il Ludus fosse mutilo alla fine:

più probabilmente il titolo greco non va inteso in senso letterale, ma più in generale nel significato

di “apoteosi alla rovescia”. Dal punto di vista letterario l’opera mostra la grande abilità stilistica e la

raffinata cultura del suo autore, che non esista ad adoperare registri diversi a seconda dei

personaggi. Nella sua prosa sono spesso inserite citazioni poetiche tratte da opere note, di cui si fa

la parodia, o brani poetici di invenzione senechiana. Ma la novità maggiore del ludus risiede nel

fatto che esso è un “pamphlet” politico, nato in un’occasione ben determinata e legato a una

particolare situazione della corte imperiale.

EPIGRAMMI: Sotto il nome di Seneca ci sono giunti circa settanta epigrammi in distici elegiaci,

tramandati da una raccolta tardoimperiale. Nonostante la presenza di avvenimenti e luoghi legati

alla biografia senecana, sembra proprio che si tratti di esercitazioni scolastiche o addirittura di una

intenzionale falsificazione.

PERSIO

VITA: Nacque a Volterra, in Etruria, il 34 d.C. da una famiglia ricca del ceto equestre.

Ricevette un’educazione di prim’ordine. Ad esercitare un influsso determinante sul giovane

aristocratico fu Anneo Cornuto, filosofo stoico, liberto della famiglia di Seneca e precettore anche

del poeta Lucano: la sua dottrina era improntata a un rigido rigorismo etico d’ispirazione stoica.

Anche l’ambiente frequentato da Persio era formato da nobili saldamente ancorati alla tradizione

tardorepubblicana e seguaci della filosofia stoica. Quando il poeta morì giovanissimo nel 62, all’età

di 28 anni, le sue prime opere furono distrutte da Anneo Cornuto, che aveva ricevuto l’incarico di

riordinare e pubblicare gli scritti dello sfortunato allievo. Per quanto riguarda, invece, le satire,

Anneo Cornuto le rivide e le affidò per la pubblicazione al poeta lirico.

SATIRE: Le sei satire, per un totale di 650 esametri, sono precedute da un proemio in 14 coliambi.

Il proemio appare costituito da due blocchi distinti, con temi diversi: nei vv. 1-7 Persio presenta la

sua poesia come non sorretta dall’ispirazione delle Muse e definisce se stesso come

semipaganus, cioè come cittadino a metà del villaggio (pagus) dei poeti ispirati. Persio, però, non

si limita a parlare di sé, ma attacca i rappresentanti della poesia elevata, che pretendono di godere

dell’ispirazione delle Muse. Con Persio, come poi con Giovenale, la tradizione della satira luciliana

e oraziana subisce un mutamento radicale. I motivi autobiografici, che della satira di Lucilio e di

Orazio erano stati una componente essenziale, in Persio divengono evanescenti: il poeta satirico si

isola dalla società, e di quel mondo corrotto che gli è estraneo diviene il giudice inflessibile,

convinto com’è d’essere depositario di quella verità che va contrapposta alle false credenze di

quanti vivono nell’errore. Si assiste alla scomparsa di una reale funzione interlocutoria del

destinatario. Si dissolve, dunque, la cerchia degli amici, per fare posto al pubblico dei lettori, ai

quali il poeta satirico rivolge la sua critica dei vizi della società: nei loro confronti l’autore di poesia

satirica si colloca ora a un livello di comunicazione che è diverso e più alto. Alle storture della

realtà quotidiana Persio reagisce con un tono d’indignazione moralistica. L’invettiva diviene la

forma espressiva obbligata, mentre il moralismo diviene per il poeta il modo di esprimere la propria

estraneità a quella società che egli respinge in blocco perché corrotta sin dalle radici. Nei versi

proemiali Persio mette alla berlina il modo comune d’intendere l’ispirazione poetica e afferma di

non aver mai bevuto alla fonte delle Muse. L’ironia di Persio colpisce i cattivi poeti: essi

compongono per denaro e per questo sono simili alle gazze ammaestrate. Ma la poesia di Persio è

ben diversa: essa si ispira ad Orazio e a Lucilio e mira a colpire il malcostume ed i vizi. Secondo

Persio la vera poesia non ha bisogno di essere schiacciata sotto il peso dell’eccessiva erudizione,

perché la sua forza scaturisce dalla rappresentazione della verità. Dallo stoicismo deriva la

concezione moralistico-pedagogica della satira di Persio. E’ un’esigenza d’ordine etico, infatti, a

muovere la satira, che è destinata a combattere i vizi e la corruzione alla stessa stregua di un

medico che cura le malattie. Della dottrina stoica Persio trascura i richiami all’impegno politico, ai

quali antepone la meditazione interiore, che per il conseguimento della virtù è condizione

indispensabile. Il sermo oraziano rimane una componente primaria dello stile satirico di Persio. A

Orazio, per di più, rinviano non solo espressioni e immagini, ma anche situazioni e motivi. Ma

anche dal punto di vista stilistico il modello è solo il punto di partenza per una satira del tutto

diversa: i toni pacati vengono sostituiti dall’aggressività e addirittura dal disprezzo, mentre

l’assenza del ruolo del destinatario rende impossibile la verifica dell’efficacia dei discorsi

didascalici. Manca, soprattutto, quella molteplicità dei punti di vita che è qui rimpiazzata dall’unico

punto di vista della morale stoica; analogamente il dialogo è sostituito dal monologo interiore.

Frutto di raffinata ricercatezza appare lo stile, a prima vista oscuro e involuto. La sua oscurità è il

risultato di una ricercata difficoltà, che il poeta presenta ai lettori perché meditino attentamente sul

suo messaggio.

LUCANO

VITA: Figlio di Marco Anneo Mela, il fratello minore di Seneca, nacque a Cordova nel 39

d.C. Al pari dello zio fu educato a Roma dai migliori maestri; successivamente si perfezionò in

Atene e fu allievo del filosofo stoico Anneo Cornuto. Secondo i biografi antichi, Nerone gli divenne

molto amico; non solo, infatti, mostrò di apprezzare i suoi primi tentativi poetici, ma addirittura gli

conferì la questura quando era ancora giovanissimo. Improvvisa giunse la disgrazia: Nerone,

geloso del successo poetico del giovane amico, gli divenne ostile e gli vietò di recitare i propri versi

in pubblico; per parte sua Lucano scelse una tattica di opposizione. Per reazione accentuò nel

poema epico i toni repubblicani, facendo di Catone l’Uticense il suo eroe, e si compromise poi

definitivamente unendosi ai fautori della congiura pisoniana. Scoperto il complotto, anche Lucano

fu accusato insieme allo zio Seneca e pur di salvarsi denunziò addirittura la madre Acilia. Non

riuscì, però, ad aver salva la vita e morì suicida per ordine di Nerone nel 65 d.C., dando prova

nella morte di fierezza e di coraggio. Le prime opere di Lucano non ci sono pervenute.

BELLUM CIVILE: Sia i manoscritti sia le antiche biografie di Lucano danno al poema il titolo di

Bellum civile e non c’è alcuna ragione di metterlo in dubbio, anche se ha preso saldamente piede

un secondo titolo, Pharsalia, originato dalle parole di Lucano stesso nel IX libro. C’è da tener

presente, però, che in questo contesto Pharsalia è chiaramente riferito allo scontro definitivo a

Farsalo, che darà l’immortalità sia al condottiero sia al suo cantore. Nella stesura del poema

Lucano usò soprattutto fonti storiche, in particolare Tito Livio. Non mancano tuttavia richiami ai

poeti augustei, in primo luogo a Virgilio, di cui ricorrono spesso citazioni, tratte specialmente dalle

Georgiche. Ma è presente anche Orazio. Il poema lucaneo, attualmente in dieci libri, appare

chiaramente incompleto. È molto probabile che il disegno originario contemplasse un’estensione

analoga a quella dell’Eneide (12 libri). L’intento dell’opera di Lucano non è solo quello di celebrare

la tradizione repubblicana e i suoi eroi, ma anche quello di narrare le vicende che portarono alla

fine della libertas e gettarono il seme del futuro dispotismo. L’epica di Lucano si rivela atipica non

soltanto se la si rapporta alla condizione virgiliana, ma anche se la si confronta con quella arcaica:

Nevio ed Ennio, infatti, avevano cantato, come Lucano, avvenimenti storici, ma l’avevano fatto con

l’intento di esaltare la superiorità di Roma e di elogiare grandi personalità della sua storia. Lucano,

invece, sceglie nella storia di Roma un conflitto interno, che vede schierati Romani contro Romani,

e lo analizza con un profondo pessimismo, cosciente com’è che la vittoria di Cesare s’identifica

con la perdita della libertas e con la caduta delle istituzioni repubblicane. L’inizio della rovina dello

stato è da lui individuato nell’accordo privato fra Cesare, Pompeo e Crasso, cioè nel primo

triumvirato. Il poema epico lucaneo intende reagire alla tradizione virgiliana. Per esprimere la

propria avversione all’atteggiamento di Virgilio, Lucano rifiuta di proposito l’uso del mito e si volge

a narrare un fatto storico. Virgilio, poeta augusteo, si era rifugiato nel mito perché la narrazione

delle origini dell’impero lo avrebbe costretto a parlare delle guerre civili; Lucano, per parte sua, fa

del poema epico non più una esaltazione delle gesta gloriose di Roma, ma un’arma di denuncia

della guerra civile, che aveva condotto alla fine della libertas repubblicana. Egli allude, infatti, al

suo modello, ma ne rovescia gli esiti. Quando Lucano si accinse alla composizione del poema

epico, il panorama culturale romano era sensibilmente cambiato rispetto all’epoca augustea; una

parte importante dei rappresentanti della cultura era passata all’opposizione. Anche il principato si

era evoluto dal modello augusteo. È in questo mutato panorama politico-culturale che Lucano

concepisce un nuovo poema epico: come tutti gli aristocratici della sua epoca egli è imbevuto di

stoicismo e ha davanti agli occhi l’ambizioso progetto di Seneca, che intende modellare la figura

del principe secondo gli ideali della stoa. Lucano concepisce una visione della solidarietà

universale in chiave profondamente pessimistica: nessuno ha la possibilità di scampare al

cataclisma della discordia. È probabile però che sia preferibile parlare di un pessimismo

progressivo, perché tutto lascia credere che inizialmente Lucano abbia salutato con favore

l’ascesa al trono del giovane imperatore. In Seneca tale evoluzione si era manifestata nella fuga

dalla corte e nel volontario isolamento, mentre in Lucano trova la sua espressione nella convinta

denuncia. Ritorna qui la polemica moralistica che tanta parte aveva avuto nelle opere degli storici

repubblicani. Il denaro aveva definitivamente pervertito i costumi: le elezioni e il favore popolare

erano sistematicamente comprati dai candidati; come logica conseguenza si era diffusa l’usura. È

possibile che i toni repubblicani siano stati accentuati dopo la fine dell’amicizia con Nerone. Mentre

il poema virgiliano ha un suo protagonista indiscusso, che è il rappresentante delle virtù positive e

proprio per questo persegue una missione a lui assegnata dagli dei, nel poema lucaneo invece si

può tutt’al più parlare di protagonisti, i quali esibiscono talora qualità positive (Catone), ma più

spesso di presentano con spiccate caratteristiche negative (Cesare e Pompeo). Pompeo non ha

affatto la tempra del protagonista, perché appare continuamente ondeggiante e indeciso, privo di

fiducia nei suoi uomini e addirittura in se stesso, ormai incapace di guidare un esercito alla vittoria.

Sin dall’inizio poi sono evidenti i caratteri negativi della figura di Cesare, le cui azioni appaiono

guidate da una brama sfrenata di potere e dal desiderio d’imporre la sua legge ai cittadini e allo

stato. Egli è il vero responsabile della guerra, perché ha concepito un progetto autocratico. È stato

lui a violare la legalità repubblicana decidendo di scendere in armi contro il governo legale.

Analogamente, sin dall’inizio, s’intuisce che la giusta causa è quella del senato. L’identificazione

della factio senatoria con la parte giusta avviene nel II libro, dove il Catone lucaneo si ribella e si

oppone alle scelte degli dei e a una prospettiva che vede come certa la distruzione di Roma. La

sua però è una ribellione disperata e sterile, perché concepita nella piena consapevolezza della

sconfitta. Sin dai primi libri, dunque, la figura di Catone primeggia moralmente al centro del poema,

perché egli è rappresentato come il depositario della virtus, al di sopra delle parti: sul piano etico

egli è il vero antagonista di Cesare. In Lucano si giunge ad affermazioni radicali, che implicano

addirittura la negazione dell’esistenza degli dei e la critica aperte alle più note tradizioni religiose. Il

suo stile appare ampolloso, barocco, rivolto a una ricerca degli effetti, vicino all’asianesimo, in cui

alla ridondanza espressiva si unisce il gusto per la sentenza ad effetto. Se ne ricava l’impressione

di un atteggiamento oratorio incline alla magniloquenza. Dalla predilezione per singole scene forti

deriva un tipo procedere per blocchi narrativi, che favorisce la frammentazione della narrazione

piuttosto che un andamento unitario. Tuttavia la maggiore novità introdotta da Lucano nella

tradizione epica risiede nell’invadente presenza della voce dell’autore, che interviene

continuamente col suo commento, con la sua protesta, con i suoi commenti e anche con le sue

modificazioni della realtà.

PETRONIO

VITA: La tradizione antica non ci fornisce alcuna notizia sulla vita di Petronio: in mancanza

di testimonianze dirette, una parte consistente della critica ha proposto l’identificazione dell’autore

del Satyricon con un personaggio degli Annales di Tacito, Gaio Petronio, proconsole in Bitinia e

console nel periodo neroniano, maestro di vita raffinata alla corte imperiale, tanto da meritarsi

l’appellativo di elegantiae arbiter. Secondo il racconto di Tacito, Gaio Petronio si suicidò per

l’accusa di cospirazione mossagli da Tigellino, il potente prefetto del pretorio. La personalità del

Petronio, colto e raffinato autore del Satyricon, presenta forti analogie con l’aristocratico

personaggio degli Annales, uomo di corte e dedito ai piaceri; il fatto, poi, che il personaggio

tacitiano sia definito arbiter elegantiae richiama alla mente il cognome Arbiter, tramandato da una

parte della tradizione manoscritta petroniana. La società descritta nel romanzo, infine, sembra

coincidere con quella dell’epoca neroniana.

SATYRICON: La tradizione manoscritta attribuisce titoli diversi all’opera petroniana. È ormai

invalso l’uso di adottare quale titolo la forma Satyricon, sottintendente libri; comunque alcuni editori

recedenti preferiscono il nominativo neutro plurale Satyrica, per analogia con i titoli del tipo di

Bucolica. Nulla si sa dell’ampiezza originaria del romanzo. Non pochi studiosi del passato hanno

giudicato impensabile che un romanzo come quello di Petronio abbia avuto un’estensione di più di

15 libri. Alcuni ipotizzano un rapporto privilegiato con la perduta fabula Milesia, che accordava

ampio spazio al riso e alle situazioni piccanti. Punto di forza di questa teoria è la presenza non

sporadica di novelle sia nel Satyricon sia nelle Metamorfosi di Apuleio. Tuttavia risulta sempre più

chiaro che in epoca classica la novella non vive una sua vita autonoma nei confronti del romanzo:

ciò appare confermato dal fatto che tutte le novelle inserite nel romanzo non costituiscono pure e

semplici divagazioni e digressioni, ma mantengono con la linea narrativa un solido aggancio e si

propongono un chiaro fine didattico. La novella, dunque, sarà uno degli elementi costitutivi del

romanzo. La presenza del prosimetrum nel romanzo petroniano ha spinto a vedere particolari

analogie con la satira menippea. Tuttavia la differenza sostanziale sta nel fatto che quanto in essa

costituisce un espediente formale diviene in Petronio un modo di organizzare e strutturare il

racconto. In conclusione, sembra inevitabile ammettere che i rapporti con la fabula Milesia e con la

satira menippea individuano solo due componenti del romanzo: da un lato la presenza, in alcune

parti, di un carattere licenzioso e dissacratorio, dall’altro la mescolanza di prosa e versi.

Nonostante l’indubbia importanza di tali componenti, né l’una né l’altra ci aiutano a decifrare il

romanzo nel suo complesso. È ben noto che i romanzi greci sono costruiti su uno schema con un

elevato grado di omogeneità: alla base degli sviluppi narrativi vi sono le peripezie di una coppia di

giovani innamorati; il loro è un amore contrastato che li costringe a continue separazione e ad

effimeri momenti di ricongiungimento, sino all’unione definitiva, che metterà fine alla narrazione.

Nel tono serio dominano gli elementi patetici, è assente l’aspetto erotico e casta è la presentazione

degli amori. Anche nel Satyricon la trama appare costituita dalle vicissitudini di una coppia

d’innamorati e contempla ingredienti convenzionali, quali il viaggio e la tempesta, il naufragio e il

salvataggio miracoloso. Accanto a tali analogie, altrettanto innegabili sono le differenze: la coppia è

costituita da un giovane e dal suo amasio, e il loro rapporto affettivo è tutt’altro che casto: alla base

di una quantità di situazioni comiche è proprio il lato erotico della vicenda. Più saldo, poi, appare il

contatto dei protagonisti e del narratore reale con l’aspetto quotidiano della vita. Nei confronti del

Satyricon è stata espressa più volte la critica di scarsa coerenza fra gli episodi e di mancanza di

una salda connessione logica: si è giustificato questo presunto difetto con il fine di puro

intrattenimento che avrebbe il romanzo e col suo sottostare alle leggi bizzarre del caso e della

fortuna. Le indagini più recenti sulla tecnica narrativa di petronio mostrano che il racconto procede,

sì, per blocchi distinti. Tuttavia intercorrono al tempo stesso fra un blocco e l’altro linee di continuità

talora sottili ma sempre precise. Fasci di motivi percorrono il romanzo e ne definiscono il carattere

vero. Particolarmente ricca di conseguenze sembra la presenza del motivo del labirinto, che

costituisce l’intelaiatura della cena sin dal suo inizio. Ma a guardar bene, ci si accorge che prima e

dopo la grande sezione centrale, costituita dalla cena, Petronio si è servito dello stesso motivo. La

Graeca urbs gli si configura subito come un labirinto, in cui è impossibile orientarsi: non solo

Encolpio ignora dove sia l’uscita ma vaga senza seguire una direzione ben precisa. Nella parte del

viaggio per mare, anche la nave-caverna di un Lica-Ciclope, alla quale i protagonisti si affidano,

presenta le caratteristiche di un labirinto: in questo caso si tratta di un labirinto con un’unica

apertura, in cui entrata e uscita coincidono. Si capisce, allora, che anche il perdersi e il ritrovarsi

dei personaggi, il loro accostarsi a luoghi solo apparentemente ospitali (la casa di Trimalcione, la

locanda, la nave) e l’essere costretti a fuggire, s’inseriscono nello stesso modo di procedere

labirintico. Il lungo vagare di Encolpio corrisponde a una sofferta ricerca di verità. I personaggi

sono essi stessi a determinare il loro destino, perché gli schemi e i modelli che hanno alle spalle

finiscono inevitabilmente per generare l’intreccio. Essendo, però, un eroe degradato, il

protagonista del romanzo petroniano nel suo agire sarà, sì, condizionato dal modello, ma finirà per

ribaltare gli esiti delle vicende parallele. Ma quello che Encolpio perde nei confronti di Ulisse in

grandezza eroica, lo recupera pienamente nelle caratteristiche sia pur negative della sua

humanitas, che riflettono un’epoca diversa e un mutato sistema di valori. Questo processo di

umanizzazione è evidente già nel diverso modo di narrare. Trimalchione viene presentato per la

prima volta ai lettori dallo schiavo del retore Agamennone: di lui viene subito dichiarato l’amore per

le stravaganti raffinatezze, che è unito all’angoscia per l’inesorabile trascorrere dell’esistenza;

Trimalchione, infatti, ha collocato nel triclinio una macchina del tempo, con un trombettiere che

deve continuamente ricordargli quanto della propria vita abbia perduto. Del padrone egli diviene

presto l’uomo di fiducia ed ha la fortuna d’ingraziarsi anche la padrona, e ad entrambi riserva

particolari servigi, in una famiglia che è priva d’eredi. Alla morte del padrone che l’ha affrancato

diverrà suo erede e, oltre alle fortune, ne riceverà anche il nome. Il colpo di genio consisterà nel

non contentarsi della proprietà terriera. Trimalchione capisce bene che i commerci possono

assicurargli più ampi guadagni e, venduti i terreni dell’eredità, si lancia negli affari. A questo punto

decide di ricomprare le terre che erano appartenute al suo padrone e molte altre, visto che le

sostanze glielo permettono. Raggiunta l’opulenza capisce che è inutile e rischioso continuare nella

vita degli affari e si ritira dal commercio, dopo aver investito in latifondi le sue sostanze. Nel

Satyricon l’agire di tutti i personaggi è frutto di accorte costruzioni letterarie e alla loro luce va

decifrato. Nella struttura del romanzo petroniano un ruolo determinante è tenuto dalle parti in versi:

il narratore interrompe la sua esposizione dei fatti per soffermarsi a commentarli con incisi poetici,

che si caricano di una forte valenza ironica proprio perché si pongono in forte contrasto col tono

della narrazione. L’ironia risulterà massimamente efficace, se nei versi si scorgerà un’allusione ai

modelli celebri o addirittura se i versi si presenteranno sotto forma di citazione parodica di tali

modelli. Per questo aspetto, non c’è dubbio che Virgilio sia il poeta latino preferito da Petronio.

Nell’ambito dei modelli del Satyricon un ruolo privilegiato è ricoperto dalla componente omerica,

chiaramente rintracciabile fin dall’inizio del romanzo. Su Petronio, dunque, agiscono

costantemente due ipotesti, l’Odissea e l’Eneide, nei cui confronti il Satyricon si configura come

ipertesto. Non stupisce che gli influssi dei due modelli si intersechino e spesso si confondano.

Molto più forte, naturalmente, è l’incidente dell’Odissea. La straordinaria novità consiste nella

presenza del realismo stilistico: i personaggi parlano a seconda del loro rango sociale o del loro

mestiere, fornendoci una testimonianza preziosa delle forme espressive del ceto emergente e

degli strati bassi della società. Petronio, dunque, riesce a riprodurre non solo il sermo familiaris e il

sermo plebeius, ma anche lo stile solenne, quello della conversazione urbana e tanti altri livelli

stilistici che si rendono necessari a seconda della situazione. Lo stile di Trimalchione è il miglior

esempio di questa continua variazione linguistica: i suoi sconclusionati discorsi vorrebbero

raggiungere le vette del linguaggio solenne; tuttavia egli cade rovinosamente nel sermo plebeius,

con continue violazioni della grammatica e della sintassi. Proprio la cena Trimalchionis costituisce

per noi una fonte preziosissima per la conoscenza del sermo plebeius, cioè della parlata volgare

delle classi inferiori dell’impero. Nel Satyricon la lingua comune è presente in interi discorsi di

personaggi, che la applicano alle situazioni della vita quotidiana. In nessun’altra opera della

letteratura latina hanno tanto spazio personaggi dei ceti inferiori, o compare un tale sforzo di

caratterizzazione delle situazioni e dell’epoca in cui essi vivono. I liberti, che nella cena fanno

corona a Trimalchione, sono anch’essi l’immagine di un modo che ormai sta esautorando l’antica

aristocrazia latifondista, perché si tratta di un mondo dinamico, ricco di fermenti nuovi, che

Petronio intuisce anche se, quale aristocratico è, non condivide. Ma la caratteristica essenziale del

Satyricon consiste nello sforzo di esprimere compiutamente i pensieri e i sentimenti delle classi

inferiori. I discorsi dei liberti durante la cena testimoniano il loro modo di vedere la realtà che li

circonda, e quindi, in sostanza, le loro ideologie. La figura stessa di Trimalchione vuol essere una

caratterizzazione in chiave critica delle nuove forze sociali emergenti. La sua ideologia, infine, è

contraddittoria: da una parte egli fa ogni sforzo per apparire un raffinato ed è felice di sbalordire i

suoi ospiti con portate sempre più ricercate e stupefacenti, dall’altra non può fare a meno di

denunciare il suo status di uomo che si è fatto da solo, specialmente quando ricorda la

modestissima origine e gli alti e bassi della sua fortuna. L’enorme ricchezza di Trimalchione

testimonia il successo economico di un ceto, quello dei liberti, che aveva ormai sostituito la

nobilitas nei posti più importanti dell’amministrazione dell’impero. C’è, tuttavia, un rischio da

evitare, e consiste nel vedere in Petronio una specie di rivoluzionario anche nella sua concezione

del mondo e dei rapporti sociali. In realtà, che egli sia il raffinato portavoce di una morale

sostanzialmente aristocratica è cosa che difficilmente può essere messa in dubbio. Ce lo prova il

ricorso costante alla tecnica dell’inversione, che talora può investire addirittura il dato stilistico. Nel

corso del romanzo il tipo d’inversione più praticato è quello dei modi di comportamento. Il ricorso

frequente di Petronio al meccanismo del rovesciamento ha il chiaro fine di proporre al lettore

raffigurazioni a tinte forti di determinati guasti. L’individuazione da parte di petronio di problemi

attuali, la satira pungente della società e dei costumi contemporanei, ci permettono sempre di

cogliere una sua attenta presenza. Petronio, per parte sua, non assume mai atteggiamenti

apertamente moralistici; tuttavia, servendosi dell’arma della parodia e dell’ironia, egli lascia capire

le sue prese di posizione al lettore.

PLINIO IL VECCHIO

VITA: Il massimo erudito dell’epoca flavia apparteneva al ceto equestre ed era di origine

provinciale: nacque a Como nel 23 o 24 d.C., ma fu educato a Roma, dove seguì l’insegnamento

del retore Pomponio Secondo. Combatté in Germania sotto Claudio e fu amministratore dei redditi

imperiali in Spagna e in Gallia sotto Vespasiano. Una volta rientrato a Roma, collaborò

assiduamente con l’imperatore. Morì nel 79 d.C. a Stabia nel corso della terribile eruzione del

Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano, mentre in qualità di comandante della flotta di Miseno

portava soccorso alle popolazioni colpite: gli fu fatale l’ardore di conoscenza, che lo indusse ad

osservare troppo da vicino il fenomeno vulcanico. Dalla testimonianza del nipote capiamo che

Plinio il Vecchio volle essere un solerte funzionario imperiale. Passava il giorno e buona parte della

notte immerso negli studi, senza cedere a distrazioni di sorta. Da Vespasiano, poi, era convocato

ogni giorno e da lui accorreva prontamente, convinto com’era di dover porre il massimo impegno

sia negli studi, sia nei compiti civili e militari. Plinio il Giovane ci fa sapere che al momento della

morte lo zio lasciò una mole impressionante di appunti. Di tutte le se opere ci è giunta solo la

Naturalis historia. La parte più consistente della sua produzione perduta era di contenuto storico.

NATURALIS HISTORIA: La Naturalis historia si articola in 37 libri di argomento vario: cosmologia,

geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia e arti figurative. La mole delle

opere consultate è veramente impressionante; l’autore, infatti, afferma di aver letto duemila volumi

di oltre 100 autori greci e latini. La dedica a Tito riveste una particolare importanza perché Plinio vi

espone i principi che informano il suo modo di agire. Si avverte subito l’orgoglio di chi è

consapevole di avere scritto un’opera di tipo nuovo. Egli si propone di descrivere la natura nei suoi

aspetti più umili. Con fierezza egli proclama che nessuno fra i Latini ha mai tentato un’impresa

simile e che nessuno fra i Greci, da solo, ha trattato tutte le parti dell’argomento. La sua resta

un’opera di letteratura, non di scienza. Quella di Plinio, dunque, è una sterminata enciclopedia –

mai prima di lui realizzata – delle scienze naturali e di quelle attività umane che sono legate alla

scienza. Scopo di Plinio è la rappresentazione della realtà naturale, perché l’uomo possa servirsi

nel modo migliore di ciò che la natura gli offre. Sembra proprio che Plinio abbia voluto utilizzare

sino in fondo tutto il materiale di cui disponeva, spinto dalla sua straordinaria curiosità e dalla sua

sete di sapere. E’ questo il caso delle numerose notizie su fatti stupefacenti, su personaggi

straordinari e animali fantastici che sono disseminate nel corso dell’opera. La Naturalis historia è

per noi una miniera inesauribile di informazioni non solo sulle conoscenze scientifiche del tempo,

ma anche su singoli personaggi e avvenimenti, oltreché sullo stato delle notizie geografiche,

etnografiche e antrolpologiche dell’epoca. Un’opera erudita di questa mole ben si adatta all’epoca

dei Flavi, in cui i traffici e gli scambi tra le regioni dell’impero erano ritornati normali ed era rifiorita

la vita economica. Nella politica culturale, poi, i Flavi avevano particolarmente favorito, oltre ai

retori, gli eruditi, per i quali Vespasiano fondò a Roma una biblioteca, ed i medici. Un’opera come

quella pliniana, proprio per il suo carattere di summa enciclopedica, veniva incontro in modo

egregio alle esigenze nuove, perché non offriva solo curiosità e amenità scientifiche, ma era anche

un’esibizione di cultura storica e di doti retoriche. La cosmologia pliniana affonda sostanzialmente

le sue radici nello stoicismo: la natura, dunque, non va alterata e modificata. Se, poi, la natura

rivela aspetti negativi, ciò dipende dalla colpa degli uomini, che violano continuamente le sue leggi

e sono incapaci di convivere pacificamente con essa. Antica quanto Ippocrate, e ripresa poi da

Aristotele, è la teoria del “determinismo ambientale”, che instaura un rapporto diretto fra le

situazioni climatiche e ambientali, da un lato, differenze fisiche e caratteriali dall’altro. In una

concezione del genere è facile il passaggio all’elogio dell’intelligente e accorta attività dell’uomo

italico. Plinio dedica quattro libri alla descrizione di popoli, mari, città, porti, monti, fiumi. Nella

concezione degli antichi, che Plinio condivide, ogni intervento tale da modificare ciò che la natura

ha saggiamente disposto viene considerato come sacrilego ed espone al rischio della punizione

divina. Incuranti di tutto ciò, gli uomini compiono continue violazioni dell’habitat naturale, alterando

e spesso distruggendo il suo equilibrio fissato dagli dei. Al sentimento di viva partecipazione alle

vicende della natura, si unisce in Plinio un sentimento di piena comprensione nei confronti degli

animali, che si traduce talora in una loro umanizzazione. In più d’una circostanza gli animali sono

considerati alla stessa stregua degli esseri umani e, quindi, possono provare gli stessi sentimenti

degli uomini. Di conseguenza non sorprende che Plinio sia sconvolto dai massacri di bestie nel

circo e non perda l’occasione per denunciarne l’efferatezza. In Plinio la fiducia nelle capacità della

scienza e nella sua possibilità di mutare in meglio le condizioni di vita dell’uomo convive con un

atteggiamento che denota preoccupazioni d’ordine moralistico. Plinio appare legato a un fine

moralistico anche nei suoi attacchi agli uomini, colpevoli di avvelenare i fiumi e di volgere a loro

rovina gli elementi naturali e l’aria stessa, o nella sua diatriba contro quanti distruggono i monti per

procurarsi marmi preziosi. Queste e tante altre prese di posizione in favore dell’integrità della

natura non riescono ad annullare le contraddizioni che talora emergono dai suoi atteggiamenti.

STILE: Impietoso, come in altri casi, fu nei confronti dello stile di Plinio il giudizio di Eduard

Norden, che lo considerava uno dei peggiori autori in lingua latina: a questa decisa affermazione

egli era indotto sia dal riscontro di mancanza di accuratezza formale, sia dalla constatazione di una

presenza, talora caotica, di tecnicismi e barbarismi, di neologismi e di arcaismi. Ma Plinio sa

innalzare il suo stile quando si tratta di prorompere in una delle tante invettive moralistiche contro i

difetti umani o quando intende celebrare la perfezione della natura. E’ stato notato che una

particolare elaborazione stilistica è presente soprattutto nei primi libri. In generale si può dire che lo

stile di Plinio sia carente di quella scorrevolezza che rende attraenti, in altri autori, anche le pagine

di carattere tecnico e specialistico: esso non è solamente arido e disadorno, ma procede anche in

modo tortuoso.

QUINTILIANO

VITA: Proveniva dalla Spagna Tarragonese; era nato a Calagurris intorno al 35 d.C.: sua

padre era stato un insegnante di retorica e aveva voluto che il figlio ricevesse a Roma l’istruzione

dai migliori maestri. A quanto pare seguì gli insegnamenti di Remmio Palemone, il maggiore

grammatico del tempo. Terminati gli studi, rientrò in Spagna; a Roma fece ritorno nel 68 dove

esercitò per qualche tempo l’avvocatura; ma la professione che lo assorbì per tutta la vita fu quella

di maestro di retorica, in cui raggiunse un grandissimo prestigio, tanto da essere il primo docente

stipendiato dallo stato a partire dal 78. Verso il 90 Quintiliano si dedicò alla composizione

dell’opera che doveva contenere la summa dei suoi insegnamenti, l’Institutio oratoria in 12 libri:

essa fu pubblicata nel 96, l’anno stesso della sua morte. Nel 94 Domiziano lo scelse come

precettore dei due nipoti della sorella: in cambio Quintiliano fu compensato da lui con gli

ornamenta consularia, un’onorificenza che comportava privilegi e onori. Non a caso l’elogio

dell’ultimo dei Flavi ricorre spesso nell’Insitutio. C’è da tener presente che fu probabilmente la

politica culturale perseguita dai Flavi a convincere Quintiliano della bontà dei progetti del principe:

essi, infatti, reagirono all’eccessiva ellenizzazione della cultura favorita dai rappresentanti della

dinastia giulio-claudia, alla quale contrapposero l’ideale di un ritorno agli antichi valori, civili e

letterari. La restaurazione politica si traduceva così in campo culturale nella riproposizione della

letteratura del I secolo a.C. e, in campo etico, nel richiamo ai “sani” valori della tradizione.

Nell’ambito di questa operazione le scuole di retorica ebbero una funzione di primaria importanza e

Quintiliano fu tra i protagonisti del netto rifiuto dello stile di Seneca e di Lucano, in nome del ritorno

a Cicerone. Nei confronti dell’imperatore egli continuò a mantenere un atteggiamento di leale

fedeltà, anche quando il suo modo di governare divenne apertamente tirannico. Il complesso di

doti che all’oratore assegna Quintiliano lo pone al riparo da qualsiasi cedimento nei confronti del

potere e gli garantisce un’alta funzione civile: quella di rappresentare una guida preziosa e un

punto di riferimento ineludibile.

INSTITUTIO ORATORIA: L’Institutio oratoria ha come argomento la formazione del perfetto

oratore: in questo campo Quintiliano riprende da Cicerone, assunto esplicitamente come modello,

l’idea che l’educazione debba essere globale; ciò significa che essa comporta l’istruzione nelle

discipline più diverse. È dedicata a Vitorio Marcello, un homo novus di origine italica che aveva

fatto fortuna a corte ed era divenuto senatore; egli non verrà travolto dalla caduta della dinastia

flavia e sotto Traiano raggiungerà il consolato. Egli apparteneva alla nuova nobiltà di origine italica,

che aveva rimpiazzato a corte gli aristocratici romani di antico lignaggio: in quell’ambiente

Quintiliano doveva essere ben accetto, proprio per la sua funzione di maestro d’eloquenza e

d’istitutore dei rampolli della famiglia imperiale. Il fine di Quintiliano non era quello di scrivere un

semplice manuale di retorica, bensì quello di fornire una guida esaustiva per la formazione del

perfetto oratore, che deve essere dotato, secondo i canoni ciceroniani, di un’educazione completa

nell’arte del dire e di un gusto sicuro nella scelta dei modelli da imitare. Nel trattato di Quintiliano

viene ripreso il modello repubblicano del perfetto oratore, che deve essere dotato di ogni virtù e

deve tenere una condotta irreprensibile. Quintiliano rivendica alla retorica la dignità di cultura

formatrice dell’individuo: egli sviluppa una polemica costante contro le scuole filosofiche,

accusandole di non curare affatto la formazione letteraria e di non offrire ai loro allievi esempi di

coerenza. Un particolare interesse presenta l'’ampia sezione dell’Institutio oratoria in cui

Quintiliano si sofferma sulla fanciullezza del futuro oratore, momento decisivo nello sviluppo della

personalità. Soprattutto se rapportato ai suoi tempi, il pensiero pedagogico di Quintiliano appare

oggi di una singolare apertura ai problemi del fanciullo, posto di fronte al problema

dell’apprendimento scolastico. Quintiliano ritiene preferibile l’istruzione pubblica a quella privata.

Per Quintiliano l’istruzione pubblica comporta rischi minori, anche dal punto di vista morale, di

quella impartita da istitutori privati. Ne esce esaltata, in ogni caso, la centralità del docente, che

non deve soltanto possedere la cultura, ma soprattutto deve impostare il suo insegnamento a un

profondo senso di humanitas e di comprensione. Quintiliano non manca di sottolineare che spetta

al padre il compito delicato di dare inizio al processo educativo nella fase cruciale della puerizia, in

cui vengono poste le basi dell’esistenza futura. Nei confronti del bambino, Quintiliano manifesta

una piena comprensione, che si traduce in una totale fiducia nelle sue capacità di progresso, in un

rispetto prioritario delle sue inclinazioni naturali, in uno scrupolo assoluto di venire incontro alle sue

necessità, in un rifiuto convinto delle punizioni corporali. Quintiliano mette in luce l’importanza di un

insegnamento che deve svilupparsi gradualmente, lasciando ampi spazi al gioco. Tuttavia

bisognerà suscitare in lui lo spirito di emulazione e di competizione, badando bene, però, a fargli

comprendere l’importanza dell’impegno assiduo.

STILE: L’ampia trattazione dell’oratoria appare condizionata dalle posizioni di Quintiliano nel

dibattito generale sull’eloquenza. Il dibattito sull’eloquenza vedeva schierati su due fronti opposti i

seguaci di uno stile considerato moderno, di tipo senechiano, e quanti invece proprio in questa

“modernità” vedevano una causa importante della decadenza dell’eloquenza. Quintiliano si fa

sostenitore di un ritorno allo stile dell’eloquenza ciceroniana, che contrappone sia a quella dei

modernisti, sia a quella degli arcaisti. D’altronde egli attribuisce la decadenza stilistica di epoca

neroniana alla pratica ormai generalizzata delle declamazioni: egli vede nelle declamazioni il

segno di un imbarbarimento dei costumi, che ha traviato il gusto dei giovani. Nella sua reazione

classicistica Quintiliano considera Cicerone un modello ineguagliabile di stile oratorio, soprattutto

perché lo giudica il rappresentante sommo di un’eloquenza sana, che procede di pari passo con i

costumi sani. Decisa è, di contro, la condanna dello stile senechiano, considerato debordante e

pericoloso, sia perché privo del senso della misura nella ricerca degli ornamenti del periodo, sia

perché l’attrattiva esercitata dai suoi seducenti orpelli può essere tale da sedurre gli ascoltatori.

Quintiliano capisce bene che un buon maestro non deve solo dare precetti, ma ad essi deve

uniformare il suo modo d’agire: di conseguenza lo stile dell’Institutio oratoria sarà sostanzialmente

ispirato a quello ciceroniano, ma saprà adeguarsi in modo duttile ai problemi trattati e, soprattutto,

dovrà essere vivace ed elegante, in modo da ravvivare il tono delle discussioni di carattere tecnico.

Di qui deriva l’importanza da lui accordata alla variazione lessicale. L’Institutio oratoria rappresenta

il tentativo più riuscito e più organico della politica culturale dei Flavi: controllando e indirizzando

l’educazione del perfetto oratore, essi intesero formare il ceto dirigente secondo i modelli della

tradizione romana.

SILIO ITALICO

VITA: Il primo dei poeti epici di questo periodo, Silio Italico, costituisce un anello di

congiunzione fra le nuove tendenze e quelle dell’epoca neroniana. Ricco senatore e valente

oratore, era un membro dell’aristocrazia. Nacque fra il 25 e il 29 d.C. e fece fortuna sotto Nerone,

che per il 68 lo nominò console. Nel 69 sfruttò l’amicizia che lo legava a Vitellio e fu tra i

protagonisti di trattative segrete fra Vitellio e Vespasiano. Al termine dell’anno di proconsolato nella

provincia d’Aia, si ritirò, ormai ricchissimo, a vita privata, divenendo presto famoso come raffinato

collezionista di opere d’arte. Soprattutto nei confronti di Virgilio nutriva una confinata ammirazione,

tanto che ne aveva restaurato la tomba e ogni anno ne celebrava l’anniversario. Fu amico dei più

importanti letterati dell’epoca: Anneo Cornuto, Marziale ed Epitteto. Morì tra il 101 e il 104 nella sua

villa di Napoli. Egli non aveva simpatia né per la filosofia stoica, né per la letteratura dell’epoca

neroniana: le sue preferenze andavano agli autori del periodo augusteo.

PUNICA: I suoi Punica in 17 libri trattano in più di dodicimila esametri un argomento storico (la II

guerra punica da Sagunto a Zama, cioè dal 219 al 202 a.C.) e hanno come fonte principale la terza

deca di Tito Livio. Il racconto, tuttavia, è ricco di digressioni erudite e accorda grande spazio

all’intervento divino e all’elemento favoloso. Non a caso insieme a Livio la sua fonte preferita è il IV

libro dell’Eneide virgiliana, con la descrizione dell’infelice amore fra Didone ed Enea, considerato la

causa prima dell’eterna inimicizia fra Cartagine e Roma. Al suo poema Silio attese per lunghi anni

e non riuscì, forse, a terminarlo. Nella presentazione degli avvenimenti Silio si attiene alla loro

successione cronologica. Il risultato della scelta di Silio è costituito da un intreccio fra mondo del

mito e realtà della storia, in una scrittura epica che deve necessariamente ricorrere a situazioni

tipiche dei poemi epici. Il risultato della sua operazione, però, è tutt’altro che convincente, perché

la mitologia si presenta come un’artificiosa sovrastruttura, che da Silio viene applicata a momenti

molti noti della storia di Roma. Chiaro modello di Silio è l’Eneide. Però l’influsso dell’autore del

Bellum civile appare determinante nella composizione del poema di Silio, perché entrambi hanno

al loro centro la presentazione di una battaglia decisiva (Farsalo in Lucano, Canne in Silio). In lui

manca un vir, cioè un eroe protagonista attorno al quale si organizzi il racconto, che in lui è

rimpiazzato da una molteplicità indistinta di eroi. Nei Punica il personaggio che assume il rilievo

maggiore è il perfido Annibale, cioè proprio l’irriducibile nemico di Roma: come nel Cesare di

Lucano, dunque, la sua è una grandezza perversa, votata alla sete di dominio e sorretta da un

cieco furore. In ogni caso egli è antitetico nei confronti del pius Aeneas di Virgilio, alla cui pietas

oppone un disprezzo totale delle divinità, un’astuzia priva di scrupoli, un’insaziabile sete di sangue.

Il vero elemento unificatore del poema di Lucano è costituito, in realtà, dal suo atteggiamento

scopertamente moralistico: così la catastrofe di Canne deve insegnare che anche nei momenti più

critici dai Romani si esige la forza di reagire, sorretti come essi sono da un saldo possesso della

virtù. Anche Silio muove dalla convinzione di una progressiva decadenza dei costumi, a partire dal

conseguimento della massima potenza da parte di Roma; nell’ambito di una tale concezione la

seconda guerra punica segnava il culmine della grandezza romana. Silio resta ancorato a

un’esigenza prevalentemente letteraria e antiquaria, e la sua opera non appare saldamente

sorretta da reali basi ideologiche. Il tentativo di conciliazione dell’epos tradizione con quello

imperiale non appare pienamente riuscito. L’impressione complessiva è quella di una monotona

freddezza. In definitiva sembra proprio che abbia ragione Plinio il Giovane, quando sentenza che

Silio ha composto la sua poesia sorretto da cura formale piuttosto che da una valida ispirazione.

VALERIO FLACCO

VITA: Probabilmente anteriore a Stazio, fu autore di un poema epico in otto libri sulla

spedizione di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d’oro (Argonautica). Non si sa nulla

dell’origine e della data di nascita di Flacco e ben poco ci è dato di conoscere la sua vita. Per il

resto disponiamo della testimonianza di Quintiliano, che nell’Institutio oratoria si duole della sua

morte recente e la considera una grave perdita per le lettere: Valerio Flacco morì, dunque, intorno

al 95, in ogni caso prima del 96, anno di pubblicazione dell’Institutio oratoria. Appare probabile che

egli abbia atteso al suo poema epico sino agli ultimi anni di vita e l’abbia pubblicato sotto

Domiziano. Dal proemio sappiamo che anche Valerio Flacco tenne l’importante carica sacerdotale

di quindecimvir sacris faciundis: questa notizia ci fa capire che egli era di elevata condizione

sociale e apparteneva all’ordo senatorius.

ARGONAUTICA: Decisamente il poema epico di Valerio Flacco sembra incompiuto. Anche per le

Argonautiche di Apollonio Rodio si ritiene che sia andata perduta l’ultima parte, per un guasto nella

trasmissione del testo, e che il disegno di Valerio Flacco sia stato quello di raddoppiare i libri della

fonte greca. Valerio Flacco pensò di riproporre ai lettori dell’epoca flavia una nuova leggenda

antichissima e notissima, che nel mondo greco aveva trovato la sua più compiuta espressione

nelle Argonautiche di Apollonio Rodio: la parte conclusiva della leggenda, che non viene trattata

nel poema di Valerio Flacco, prevedeva il ripudio di Medea nonostante i due figli avuti da Giasone

e la terribile vendetta della maga; Euripide aveva trattato gli esiti del mito nella sua notissima

tragedia (Medea) e aveva ispirato Ovidio, Seneca, Lucano. È certo che le vicende trattate da

Valerio Flacco seguono pressoché fedelmente la narrazione di Apollonio Rodio, con una differenza

sostanziale: nel poema dell’autore greco è assente la guerra fra Eeta e Perse, che invece nel

poema di Valerio Flacco occupa i libri I e Vi. Sembra evidente che l’inserimento della vicenda sia

stato provocato dal desiderio di emulare la struttura dell’Eneide virgiliana. Valerio Flacco, quindi, si

accinse alla complessa operazione di riscrivere le Argonautiche di Apollonio Rodio, ma passandole

al filtro del modello virgiliano. Del modello principale egli eliminò le caratteristiche precipue del

gusto alessandrino: in lui, quindi, hanno uno spazio minimo i particolari eruditi, le digressioni di

carattere geografico, l’interesse per i popoli lontani e per i loro costumi, il gusto eziologico.

Conseguenza inevitabile della voluta adesione al poema virgiliano fu l’attribuzione all’impresa degli

Argonauti di un significato straordinario. Valerio Flacco individuò il carattere eccezionale

dell’impresa nella costruzione della prima nave e nell’inizio della navigazione. Inoltre anche per

altri versi Flacco interviene in maniera sostanziale: mentre, infatti, nel modello alessandrino gli dei

non davano un contributo sostanziale all’innamoramento, in Apollonio Rodio essi si rivelano

decisivi sia nel nascere della passione in Medea sia al corso degli eventi bellici. In Medea, inoltre,

non è attiva solo la tradizione di Apollonio Rodio, ma anche quella del personaggio ovidiano. Ne

deriva un personaggio in preda a una continua irrequietezza, tormentato dall’inquietudine, sempre

in bilico fra sentimenti contrapposti: Medea è vittima di un destino superiore, al quale non ha potuto

opporsi perché è stata Giunone a farla innamorare di Giasone. Gli atteggiamenti di Medea,

dunque, sono trattati con grande finezza psicologica e con una sensibilità nuova, su cui molto

hanno influito le suggestioni virgiliane: chiara è l’affinità con Didone, in particolare nel conflitto

interiore prima di cedere alla passione amorosa e nella follia che di lei s’impadronisce dopo

l’innamoramento. Il Giasone di Valerio Flacco vorrebbe essere un secondo Enea, dotato di

spessore morale e di nobiltà d’animo, ma al tempo stesso prode guerriero. Di conseguenza è

secondario il suo coinvolgimento della vicenda d’amore, che invece condiziona soprattutto l’agire

di Medea. Ma dell’eroe virgiliano egli non riesce a riprodurre la grandezza morale. Valerio Flacco è

un degno esponente di quelle tendenze del neoclassicismo d’epoca flavia. Il suo stile, quindi,

rifugge dalle punte enfatiche di Lucano o da quelle patetiche di Seneca tragico per ricercare un

ideale di misura e di compostezza: anche in questo caso il modello è Virgilio, da cui Flacco

riprende espressioni intere, limitandosi a lievi variazioni.

STAZIO

VITA: Personalità più complessa e dalla fama ben più duratura fu quella di Stazio, anch’egli

esponente dell’epica flavia, ma al tempo stesso autore di poesia lirica. Nacque a Napoli, da

famiglia di modeste origini, fra il 40 e il 50 d.C. Alla scuola del padre accorrevano i giovani anche di

altre regioni, richiamati dalla serietà degli studi, improntati a una perfetta conoscenza soprattutto

degli autori greci, e dalla notorietà dell’ambiente culturale napoletano. Quando, intorno al 70, il

padre trasferì la sua scuola a Roma, Stazio lo seguì, a Roma sposò la vedova di un autore di

musica, alla quale restò sempre legato da sincero affetto. Prese a comporre carmi d’occasione su

invito di doviziosi personaggi o per compiacere all’imperatore: da tutti riceveva in cambio doni e

ricompense. Un altro modo per avere rinomanza e per guadagnare denaro era costituito dalla

vittoria nei vari agoni poetici del tempo: prima del 78 Stazio trionfò ai ludi Augustali e poi nel 90 a

quelli Albani, con un carme a esaltazione delle campagne germaniche di Domiziano; però non

riuscì a imporsi nei ben più importanti ludi Capitolini del 94. La fama di Stazio restò legata

soprattutto alla sua produzione epica, che lo tenne impegnato per gran parte della vita: dodici anni,

infatti, furono necessari per la composizione della Tebaide, mentre l’Achilleide, alla quale aveva

messo mano nel 95, restò interrotta all’inizio del II libro per la morte del poeta. Postumo fu diffuso

anche il V libro delle Silvae, mentre gli altri erano stati pubblicati, con cadenza annuale, fra il 92 e il

95. Sostanzialmente la sua è la tipica figura di un poeta-cliens, costretto a servirsi della sua poesia

per poter sopravvivere. Morì intorno al 96.

TEBAIDE: La vicenda dei Sette a Tebe e della lotta fratricida di Eteocle e Polinice era uno dei miti

più noti dell’antichità. Stazio, di conseguenza, poteva disporre di un’infinità di fonti greche e latine,

a cominciare dai poemi ciclici postomerici. Su tali fonti probabili Stazio tace e solo nella

conclusione dell’opera rivela il nome del suo vero modello: l’Eneide virgiliana. Virgilio era per lui un

modello di struttura e di forma. Dall’Eneide e dall’epos omerico, poi, Stazio riprende una quantità di

topoi e di episodi significativi. Lo stile e la tecnica del verso, invece, hanno il loro modello

privilegiato nelle Metamorfosi ovidiane, mentre la concezione complessiva della vita e del mondo

non appare insensibile al fascino delle idee di Seneca. Inoltre l’incidenza del Fato e il suo ruolo

negativo sulle vicende umane richiamano la concezione tipica di Lucano. Entrambi i poemi epici,

malgrado la quantità dei personaggi che in essi agiscono, sono privi di un vero protagonista,

capace di determinare la vicenda in tutto il suo corso. A Lucano rinviano anche il gusto dell’orrido e

il prevalere dei colori cupi, oltre all’insistenza sui prodigi che sono annunciatori di sventura.

Barocco è stato definito lo stile della Tebaide, che molto risente di quello virgiliano, filtrato però

attraverso Ovidio e Lucano. Su tutto domina una cupa atmosfera di morte e alle stragi più orrende

collaborano addirittura gli dei dell’Olimpo, servendosi della violenza incontrollabile di divinità minori

come le Furie. In Virgilio gli dei avevano saputo comporre i loro dissidi e avevano garantito la

realizzazione di un futuro glorioso per i discendenti di Enea; qui, invece, le divinità agiscono per

distruggere un regno con tutta la sua dinastia e coinvolgono anche personaggi alieni dalla

violenza. Su questa cupa visione di un mondo sconvolto dalla guerra, si apre un tenue spiraglio di

speranza nella conclusione del poema, in cui irrompe la figura di Teseo, con i tratti del sovrano

giusto che si erge a difensore della giustizia.

ACHILLEIDE: All’Achilleide Stazio si dedicò subito dopo aver terminato la Tebaide. Probabilmente

si proponeva di cantare le vicende di Achille sino alla sua tragica fine, ma la morte non gli consentì

di andare oltre il primo episodio importante della vita dell’eroe. Il progetto del poema venne

realizzato solo sino al v. 167 del II libro, dove Achille s’imbarca sulla nave che lo condurrà a Troia.

La parte restante dell’Achilleide riguarda quindi un solo episodio della vita di Achille, quello cioè del

suo soggiorno a Sciro: per di più si tratta di un episodio dal contenuto insolito per un poema epico,

perché si sviluppa attorno alle vicende del travestimento e dell’innamoramento. Per tali motivi la

critica ha sempre individuato nell’Achilleide una piacevole e gradita leggerezza di stile, la cui chiara

intonazione elegiaca è stata contrapposta alla durezza e all’enfasi della Tebaide.

SILVAE: Il termine silva designa nel linguaggio retorico la “materia grezza” che deve essere

rielaborata. Come attesta Quintiliano, il termine indica un carme scritto di getto, in un momento

d’ispirazione, e lasciato allo stadio di abbozzo. Poiché, però, i carmi di Stazio non presentano

affatto una tale caratteristica, egli avrà inteso sottolineare il loro aspetto di componimenti

d’occasione e magari si sarà voluto vantare d’essere stato in grado di comporli di getto. Le Silvae

contengono 32 carmi, di ampiezza variabile, per un totale di circa 3300 versi, suddivisi in 5 libri,

utilizzando quasi esclusivamente l’esametro. I destinatari dei carmi sono anche i patroni del poeta-

cliente, che a lui si rivolgono in circostanze particolari della loro vita. Ne deduciamo che nella

società di epoca flavia la poesia finisce per assumere un ruolo importante: c’è, infatti, richiesta di

poesia da parte di personaggi in vista, che desiderano un’adeguata celebrazione dei momenti

significativi della loro vita pubblica e privata. Da loro Stazio doveva ricevere non solo protezione,

ma anche quei favori che di solito si attende un cliente. Sono particolarmente interessanti alcuni

componimenti encomiastici, che attestano l’affermarsi di un’ideologica del ceto burocratico del tutto

nuova rispetto alla tradizione nobiliare. Il funzionario modello, secondo Stazio, deve essere

innanzitutto fedele all’imperatore, perché solo grazie alla sua benevolenza può raggiungere un’alta

posizione a corte; inoltre deve mostrare la massima dedizione nell’esercizio del dovere, perché

suo compito precipuo è quello di aiutare il principe. In Silvae si assiste, dunque, all’affermarsi di un

ceto sociale nuovo, ricco ma di estrazione non aristocratica, inserito ormai ai vertici della

burocrazia; esso è legato al principato da vincoli saldi ed elabora una propria ideologia imperniata

sul concetto di dovere. Ma si assiste anche all’elaborazione di un modello nuovo di principe, che si

pone come obiettivo il buon governo e mostra di non desiderare il potere. Nelle Silvae Stazio poté

utilizzare un amplissimo repertorio di topoi, a seconda delle occasioni dei singoli carmi, che egli

rielaborò in modo da adattarli ai destinatari e al loro ruolo nella società dell’epoca di Domiziano.

Nonostante la tenuità dei temi cantati, le Silvae attestano un’approfondita ricerca di effetti stilistici e

un impiego accurato di ardite figure retoriche; la diversità degli argomenti trattati evita la monotonia

dello stile e mette in rilievo il ricorso a un’accorta variatio.

MARZIALE

VITA: Il termine epigramma ha in origine il significato di “iscrizione” e indica testi realmente

scritti su oggetti o su monumenti funebri. In Grecia l’evoluzione del genere era culminata nelle

raccolte di epigrammi di epoca alessandrina e tardo ellenistica. A Roma si può assistere già in

Ennio alle prime manifestazioni dell’epigramma celebrativo. Fra il II e il I sec. A.C., però, si afferma

per influsso ellenistico l’epigramma dai contenuti personali. Come carme breve di argomento vario

in distici elegiaci l’epigramma si afferma a Romo all’inizio del I sec. a.C. ad opera degli autori della

generazione preneoterica. Per probabile influsso degli epigrammi in distici del liber catulliano, si

era andato generalizzando l’uso del distico elegiaco quale metro del genere, a danno dei metri

lirici. In epoca imperiale il genere epigrammatico ritorna in auge con Marziale. Con lui il genere

attenua le caratteristiche di canto di tematiche intime e personali per divenire sempre più

condanna di modi di comportamento della società contemporanea o espressione di atti d’omaggio

nei confronti di patroni influenti. Originario di Bilbilis, nacque fra il 38 e il 41 d.C. e morì fra il 102 e

il 104. Intorno al 64 si recò a Roma in cerca di fortuna, confidando nell’aiuto dei conterranei che,

come Seneca, nella capitale avevano raggiunto una posizione di grande rilievo. A Roma avrebbe

potuto esercitare l’avvocatura, tuttavia Marziale detestava un’attività simile; perciò preferì la

condizione più modesta di cliente, che gli consentiva di coltivare le sue aspirazioni poetiche. Una

prima raccolta di epigrammi fu pubblicata nell’80 d.C. (Liber de spectaculis) in occasione

dell’inaugurazione dell’anfiteatro flavio da parte dell’imperatore Tito. Fra l’83 e l’85 uscirono altre

due raccolte di epigrammi, Xenia e Apophoreta. Tali componimenti, però, non riuscirono a dargli né

l’agiatezza né una vita tranquilla ed egli continuò sempre più insoddisfatto a trascinarsi nelle

anticamere dei potenti. Nella capitale continuò sempre a sentirsi un non integrato. Cedette, infine,

alla nostalgia della terra natale e fece ritorno a Bilbilis nel 98. Ma la sua vita di cliente non cessò

neppure in Spagna; per di più l’ambiente spagnolo, gretto e provinciale, non gli forniva gli stimoli

necessari ad alimentare la sua vena poetica. La prima raccolta di epigrammi a noi giunta è il

cosiddetto Liber de spectaculis. La trentina di epigrammi a noi giunta, scritta in occasione

dell’inaugurazione dell’anfiteatro flavio, ha il chiaro fine di ottenere il favore del principe. Le due

raccolte, Xenia e Apophoreta, sono costituite da epigrammi brevissimi, di appena un distico,

destinati ad accompagnare a guisa di biglietti poetici i doni che i Romani si scambiavano durante la

festa dei Saturnali o i regali che venivano dati agli ospiti durante i banchetti. Anche per queste

raccolte si deve parlare di poesia d’occasione, destinata ad avere successo presso i ricchi, dal cui

favore Marziale traeva sostentamento.

EPIGRAMMI: Nella raccolta a noi giunta, il Liber de spectaculis è seguito dai 12 libri degli

epigrammi e, poi, dagli Xenia e dagli Apophoreta. I 12 libri raccolgono quasi 1200 epigrammi di

lunghezza variabile, ma oscillanti nella maggior parte dei casi fra i 2 e i 10 versi. Il distico elegiaco

non è più il metro fisso, anche se è il più frequente. Marziale ha perseguito in ogni libro il criterio di

un’accorta alternanza di carmi satirici e di carmi dal contenuto serio. Della tradizione greca

Marziale rispetta la tripartizione in epigrammi funebri, votivi ed epidittici. Grande importanza riveste

l’elemento autobiografico, con una netta prevalenza dei carmi che esprimono l’inquietudine del

poeta. Di contro è assente il sentimento d’amore, sostituito dall’erotismo, specie in chiave

omosessuale. Lo spazio maggiore è quello dedicato alla poesia celebrativa, dal contenuto

adulatorio. Per l’epigramma di Marziale la poesia di Catullo costituisce un punto di riferimento

costante: da lui viene assimilata la predilezione per lo svolgimento vivace e per i toni polemici. Da

Catullo egli eredita anche la varietà metrica. Rispetto all’esperienza catulliana, gli epigrammi di

Marziale rappresentano la società che si muove intorno al poeta, più che la sua interiorità. Accanto

all’influsso di Catullo deve essere stato notevole quello della produzione epigrammatica greca di

epoca imperiale, che appare evidente nella vivace satira nei confronti dei difetti umani, fisici e

morali, e soprattutto nella struttura dei carmi. Contro l’epos Marziale sviluppa una polemica

costante, rivendicando ai suoi versi il merito di giungere direttamente al cuore delle cose, senza

giri di parole, e di essere privi di ogni inutile ridondanza stilistica. L’esclusione dell’enfasi epica

determina una totale adesione alle scelte realistiche, tanto nei contenuti quanto nella vivacità

stilistica. Il poeta si propone di mettere in risalto, servendosi della sua arguzia, i costumi depravati

dei contemporanei. Inoltre Marziale esclude dai suoi carmi una qualsiasi intonazione moralistica: la

sua poesia non si propone di correggere i difetti, ma persegue il fine di suscitare il riso. Gli attacchi,

quindi, saranno rivolti ai vizi piuttosto che a ben precisi colpevoli. Per esprimere nel modo più

efficace la propria condanna, Marziale predilige l’apostrofe diretta al personaggio fittizio che da lui

viene preso a bersaglio. L’elemento dialogico costituisce un espediente ben collaudato per

conferire realistica vivacità alla poesia. Lingua e stile corrispondono alle esigenze di realismo della

poesia di Marziale: la diversità dei contenuti e la vivacità dei toni richiedevano l’adozione di uno

stile vario, con un’ovvia preferenza per i modi colloquiali. La varietà dello stile deve corrispondere

alla varietà del mondo che il poeta intende presentare ai lettori. Gli epigrammi di Marziale sono

anche una testimonianza della complessità dei suoi rapporti di clientela con i personaggi più vicini

all’imperatore. Soprattutto a Domiziano e ai potenti liberti che lo circondano egli rivolge carmi

caratterizzati da forti accenti di adulazione. Il poeta inoltre aveva intessuto legami stretti con uomini

politici, con avvocati di notevole rinomanza, con facoltosi latifondisti, con imprenditori. Ma i suoi

epigrammi rivelano anche intensi contatti con i letterati più in vista dell’epoca, da Quintiliano a

Plinio il Giovane, da Silio Italico a Frontino e a Giovenale. In questa composita società di ricchi e

arricchiti però Marziale non si senti mai a suo agio e capì bene che la sua denuncia della

decadenza della società dava vita a una produzione letteraria di stampo realistico, la cui esigenza

era vivamente avvertita da un ampio pubblico di lettori. Di fronte alla sua produzione, però, i critici

storcevano il naso, considerandola un prodotto minore di poesia, espressione di volgari denunce. A

tali accuse Marziale cercò di rispondere, obiettando che i suoi carmi miravano a colpire i difetti,

non le persone.

PLINIO IL GIOVANE

VITA: Nacque a Como da famiglia ricca, il 61 o il 62; al momento dell’eruzione del Vesuvio,

nel 79, si trovava a Miseno con lo zio, che alla morte lo lasciò erede di terre in Etruria e in

Campani. Compì gli studi a Roma, dove ebbe Quintiliano fra i suoi maestri. Aveva solo 18 anni

quando prese a esercitare con grande successo la carriera di avvocato; ben presto entrò nel

senato e percorse la massima parte del suo cursus honorum sotto Domiziano. Poiché l’epistolario

di Traiano s’interrompe bruscamente, si ritiene che Plinio sia morto in Bitinia nel 112 o nel 113. Alla

sua morte la consistente eredità fu destinata alla costruzione delle terme e alla realizzazione di un

annuale banchetto pubblico nella città natale.

PANEGIRICO: L’unico suo discorso conservato è quello pronunciato il 1° settembre del 100 in

presenza di Traiano e del senato, per ringraziare l’imperatore di avergli accordato il consolato.

Plinio, dopo una rapida e sollecita opera di rielaborazione e di ampliamento, avrebbe diffuso il

Panegirico come opera libraria nel 101. Per il suo autore il Panegirico aveva un valore politico e

una funzione politica ben precisi: si trattava, infatti, di risollevare le azioni del senato, sia

riaffermandone l’importanza e il peso politico, sia cercando di forzare l’imperatore ad accettare

questa idea. Lo schema del Panegirico corrisponde in massima parte a quello del basilikòs logos

(il discorso di elogio del sovrano). Nell’encomio greco un posto di rilievo era occupato, come nel

Panegirico di Plinio, dalle imprese di guerra e di pace, ma con una enfatizzazione dell’attività

militare, tale da esaltare la virtus guerriera del principe. L’integrità morale del principe si riflette nei

buoni costumi dei sudditi. Nell’epilogo del discorso, poi, occorre citare la felicità dell’impero, la

prosperità delle città, la sicurezza di tutti, il rispettoso timore dei nemici, la riconoscenza e l’affetto

del popolo, e augurare all’imperatore e alla sua discendenza una lunga durata del loro potere. In

quegli anni il prestigio delle lettere latine era tenuto alto da due rappresentanti della cultura

senatoria, quali erano Plinio e Tacito. Più che dalle epistole, è dal Panegirico che si ricavano gli

elementi più importanti dell’ideologia del principato di Traiano. Nei primi anni di regno egli mise

subito l’accento sulla sua volontà di pacificazione e sul suo rispetto del senato e della tradizione.

Non a caso nel Panegirico si insiste sulla concordia ordinum, che sarebbe derivata dall’ascesa al

trono di Traiano. Plinio attesta che il comportamento di Traiano ha dato ai contemporanei la netta

impressione di un ritorno della repubblica. Nel Panegirico si insiste sulla collaborazione che

Traiano intese stabilire col senato: secondo Plinio con i suoi atti l’imperatore intendeva riportare il

senato all’antica dignità. Sotto di lui era cessato finalmente lo strapotere dei liberti, di fronte ai quali

persino i senatori dovevano fingere ossequio. L’imperatore si assume il peso del potere, al quale

sacrifica le gioie più intime, dà prova di moderazione nel trattare gli affari di governo, è instancabile

e sempre disposto ad ascoltare le richieste dei sudditi, si rivela implacabile nel punire gli abusi, ma

clemente nel giudicare. Le sue virtù lo rendono un optimus princeps e ne giustificano l’ascesa al

massimo potere. Lo stile è sublime, nel quale finiscono per dominare l’enfasi magniloquente e

l’amplificazione retorica. La devozione dei soldati verso il principe e il rispetto del principe nei

confronti dei suoi soldati sono sentimenti ampiamente enfatizzati da Plinio nel Panegirico. Per

Plinio il principato di Traiano fa rivivere gli antichi ideali repubblicani. Per questo motivo Plinio

accorda un’ampia parte al rispetto di Traiano per le magistrature repubblicane, a cominciare dal

consolato, e alla sua ostentata osservanza delle leggi. Ma il senato si accontentava del rispetto

della sua dignitas e, soprattutto, del conseguimento della tanta sospirata securitas.

EPISTOLARIO: L’epistolario pliniano è costituito da 10 libri e contengono circa 250 lettere. La

raccolta è dedicata a Setticio Claro, cavaliere e uomo di corte molto vicino all’imperatore. Chiara è

la differenza fra il X libro, che contiene lettere di carattere ufficiale, e i precedenti, che invece

contengono lettere private e sono destinati alla pubblicazione. In origine almeno una parte delle

lettere era realmente diretta ai destinatari. Plinio si ispira chiaramente al grande modello

dell’epistolario ciceroniano e ritiene Cicerone il modello insostituibile di eloquenza. Come Cicerone,

Plinio volle caratterizzare, grazie all’epistolario, le sue molteplici attività nella vita pubblica e

privata. La raccolta delle lettere pliniane costituisce la prima manifestazione dell’epistolografia in

quanto genere letterario. L’ordinamento delle lettere rivela una sapiente strutturazione, che

risponde a un criterio stilistico di varietà di temi e toni. Nella maggior parte dei casi si tratta di

lettere d’occasione, legate ai rapporti con amici e personaggi influenti; molte, però, costituiscono

un materiale prezioso e insostituibile, perché ci riferiscono lo svolgimento di sedute senatorie o

d’importanti processi, oppure ci danno il resoconto di rilevanti fatti di cronaca, di sontuosi banchetti,

di dotte recitazioni di testi. Dalle sue lettere emerge un quadro preciso della vita culturale del

tempo di Traiano e dei legami che unirono Plinio ai maggiori letterati del tempo. Centrale è sempre

la figura di Plinio, che assume anche un bonario piglio didascalico e dispensa consigli, ma non

riesce a nascondere il lato vanitoso del suo carattere. Le lettere ufficiali del X libro costituiscono un

documento prezioso in merito all’amministrazione di una provincia. All’enfasi del Panegirico si

contrappone, nelle epistole, la limpidezza di uno stile che riesce ad essere elegante anche nella

voluta ricerca di una colloquiale familiarità. Ampio è l’uso di citazioni letterarie. Ovviamente diverso

è lo stile del X libro, in cui domina il linguaggio burocratico-amministrativo, che si manifesta

nell’adozione di un lessico tecnico.

TACITO

VITA: Fonti della biografia di Tacito sono le non poche epistole che Plinio il Giovane gli

rivolge e quelle in cui si sofferma a parlare di lui. Tacito non proveniva da una famiglia aristocratica:

la sua estrazione sociale e il luogo di nascita ci sono ignoti, ma esistono buone probabilità che egli

sia stato originario della Gallia, dove sarebbe nato fra il 55 e il 58 d.C. D’altra parte la rapida

carriera e il matrimonio importante stanno ad attestare l’appartenenza di Tacito a una famiglia in

vista, di rango senatorio o del ceto equestre. A Roma compì gli studi di eloquenza e sposò nel 77

la figlia di Giulio Agricola. Percorse la prima parte del cursus honorum sotto i Flavi. Vespasiano gli

concesse il laticlavio, Tito la questura, Domiziano la pretura. Nel 97 ottenne il consolato. Passò

indenne attraverso l’anarchia militare e il periodo dei Flavi e morì, colmo di onori, console per la

terza volta, sotto Nerva. Nel 97-98 Tacito iniziò con l’Agricola la sua attività di storico; nel 98

scrisse la Germania e negli anni successivi le Historiae e gli Annales. Suo collega era l’amico

Plinio il Giovane. Mancano notizie di Tacito fino al 104-105. Nel 112 ebbe il prestigioso incarico di

governatore della provincia d’Asia. Del tutto oscuro è l’ultimo periodo della sua vita e nulla

sappiamo delle circostanze della sua morte, che avvenne sotto il regno di Adriano.

AGRICOLA: Nell’ampia prefazione dell’Agricola, Tacito esordisce sottolineando la profonda

differenza tra l’atteggiamento degli storici del passato e quello degli storici del presente: in passato

era possibile tramandare il ricordo delle azioni virtuose senza alcuno spirito di partigianeria e

senza che si pensasse a presunzione; ora, invece, si è costretti a chiedere scusa, nell’accingersi a

narrare la vita esemplare di un uomo. Dopo aver caratterizzato il regno di Domiziano nei suoi

aspetti più negativi, egli tesse l’elogio della nuova epoca inaugurata da Nerva e da Traiano, in cui

finalmente si torna a respirare. Ha inizio, a questo punto, la biografia di Agricola, in cui Tacito

segue lo schema di tipo plutarcheo, che prevede un’ordinata esposizione in ordine cronologico

delle vicende del protagonista. Le tappe della vita di Agricola sono scandite dalla presentazione

delle virtù, che fanno di lui un personaggio eroico. Un particolare rilievo è conferito al periodo delle

vittoriose campagne militari in Britannia, che durò per sette anni. Molto breve è la trattazione

riservata agli ultimi nove anni di vita di Agricola: d’altronde a Tacito preme sottolineare come egli

sia stato costretto a ritirarsi a vita privata a causa della gelosia di Domiziano e come, nonostante

tutto, egli non sia sfuggito all’ira del principe. L’opera è chiusa da un bilancio della vita di Agricola e

da una commossa apostrofe al defunto. Giulio Agricola non apparteneva alla nobiltà di sangue: egli

rappresentava il prototipo del provinciale, che aveva percorso una splendida carriera nell’esercito,

nelle province, nelle magistrature e aveva goduto del favore dei principi. Nonostante le sue

benemerenze e le sue doti, Agricola era stato emarginato a causa della diffidenza di Domiziano,

ma era riuscito a giungere indenne al termine della vita. L’Agricola si apre con un atto di omaggio

al nuovo regime, che aveva inaugurato un beatissimum saeculum. Tacito, tuttavia, non vedeva con

occhio del tutto ottimistico la nuova era, perché riteneva difficile che anche una gestione del potere

più giusta e capace d’instaurare un’atmosfera di fiducia riuscisse a far dimenticare gli orrori

dell’epoca precedente. Egli ricostruisce la carriera e la personalità di Giulio Agricola sulla base

dello schema delle biografie classiche, ponendo in successione le notizie sulle origini,

sull’educazione, sugli indizi della carriera e sulla personalità del protagonista: un ampio spazio è

dedicato al governatorato in Britannia, nel quale Agricola riportò molte e importanti vittorie militari.

A detta di Tacito furono proprio queste vittorie a renderlo inviso a Domiziano; ma Agricola tornò a

Roma dalla Britannia senza alcuno sfarzo e, pur avendo diritto al trionfo, si ritirò a vita privata e

mostrò tanta modestia e moderazione da non offrire mai al principe il minimo appiglio per

accusarlo. L’intera monografia tacitiana è un inno di lode di Agricola, non solo per le sue virtutes,

ma soprattutto per la moderatio di cui seppe dar prova in tempi tanto difficili. Non poche obiezioni

sono state formulate dagli storici nei confronti del ritratto di Agricola, col quale Tacito ha fatto del

suocero una vittima del regime di Domiziano. È stato notato che, in realtà, Agricola aveva fatto una

splendida carriera sotto i Flavi e tale carriera non si era affatto interrotta al tempo di Domiziano. Lo

storico avrebbe falsato la realtà dei fatti. Anche il sospetto di avvelenamento sarebbe del tutto

gratuito, dal momento che, con ogni probabilità, Agricola morì di morte naturale. Molti critici

ritengono che l’opera abbia uno scopo politico: quello di esaltare un tipo di condotta che

consentiva all’aristocratico di conservare la propria dignità senza mettere necessariamente a

repentaglio la vita. Lo stile è improntato a un’enfatica magniloquenza negli elogi di Agricola, ma

presenta un’ampia varietà di toni a seconda delle situazioni descritte. La critica ha notato l’influsso

determinante di Sallustio. Accanto a Sallustio, era inevitabile che Livio assurgesse a modello.

L’influsso dello stile ciceroniano è stato avvertito, invece, nel ricordo conclusivo di Agricola,

caratterizzato dall’ampio e composto periodare.

GERMANIA: Nel 98, poco dopo l’Agricola, Tacito pubblicò la Germania. La monografia è divisa in

due sezioni: nella prima di descrivono il paese, le genti che lo abitano, i costumi, le istituzioni

politiche e le credenze religiose; la seconda si sofferma sulle tribù più importanti. È possibile che

egli abbia attinto notizie da quanti in Germania si erano recati o per affari o per attività militare. Ma

le fonti di Tacito dovevano essere per lo più letterarie: Posidonio, Cesare, Sallustio, Livio, Strabone

e soprattutto Plinio il Vecchio. La monografia tacitiana va, tuttavia, ben al di là di un semplice

trattato scientifico e l’interesse dell’autore non si sofferma tanto su curiosità folcloristiche, quando

sui mores dei Germani e sulle virtutes della loro stirpe, allo scopo di capire per quale motivo essi

sappiano opporsi con tanta decisione alle armi romane. Da molti passi traspare un’evidente

simpatia per i costumi dei Germani, austeri e non ancora corrotti dalle mollezze della civiltà, per lo

spirito d’indipendenza e per l’amore della libertas. È implicita in questa esaltazione delle doti dei

popoli germanici una polemica nei confronti della situazione romana. In quanto alla libertas, essa

era un motivo costante nella polemica del tempo contro il potere imperiale. In definitiva, secondo

Tacito i Germani avrebbero potuto costituire un pericolo per Roma più per le virtù delle loro genti

che per ragioni di ordine strategico-militare. Lo storico si preoccupa di chiarire anche le debolezze

del loro ordinamento politico e della loro organizzazione nazionale. Appare esagerato sostenere

che la Germania abbia un carattere puramente etnografico e sembra più giusto considerarla una

monografia in cui all’interesse geografico si aggiunge quello storico-politico. Non a caso le virtù più

lodate nei Germani sono proprio quelle che secondo lo storico stanno venendo meno nel popolo

romano.

DIALOGUS DE ORATORIBUS: All’inizio del regno di Traiano, Tacito era un avvocato di primo

piano. E’ assai probabile, quindi, che sia proprio lui l’autore del Dialogus de oratoribus, un trattato

che è incentrato sulle cause della decadenza dell’oratoria a Roma. È dedicato a Fabio Giusto, un

senatore di origine spagnola amico di Plinio e di Tacito, che all’autore aveva chiesto quali motivi

avessero determinato la fine della grande stagione dell’eloquenza romana. Nella sua risposta

Tacito non introduce direttamente il proprio punto di vista, ma riporta una discussione alla quale

aveva assistito quando era giovane, nel 75: ne sono protagonisti il tragediografo Curiazio materno

e gli oratori Marco Apro, Giulio Secondo e Vispanio Messalla. Il trattato tacitiano è chiuso da un

importante intervento di Materno: le sue parole sono particolarmente significative, perché in esse

possiamo riconoscere il punto di vista dell’autore. Secondo Materno l’eloquenza ha sempre

rispecchiato la situazione politica da cui ha tratto alimento: proprio per questo moivo l’eloquenza

repubblicana è superiore a quella dell’epoca imperiale. Gli oratori repubblica non erano né più

bravi né più perfetti di quelli contemporanei: essi, però, ebbero la fortuna di vivere in un periodo di

libertà. Tuttavia proprio quell’ambizione sfrenata che aveva reso grande l’eloquenza repubblicana

decretò la fine della libertà. Il principato restaurò l’ordine, ristabilì la pace e la concordia, ma tolse

all’oratoria il terreno adatto alla sua prosperità; il dibattito politico era cessato, perché ormai gli

affari di governo erano affidati al volere di un solo uomo. Sotto i Cesari la decadenza dell’oratoria

era stata compensata dal ristabilimento di “onesti costumi” e dal “rispetto per l’autorità”. Con

l’intervento conclusivo di Materno, il Dialogus si pone nell’ambito delle tradizionali discussioni sulla

corruzione dell’eloquenza e sulle sue cause. Già in Seneca retore la causa principale della

decadenza dell’oratoria era ravvisata nella perdita della libertà. Nel Dialogus, nei confronti del

principato è già riscontrabile un atteggiamento ispirato a un sano realismo o a un realistico

pessimismo. La repubblica cadde proprio a causa dell’eccessiva libertà, che aveva prodotto i

peggiori abusi e il più grande disordine. Il nuovo regime offriva indubbi vantaggi, quali il

ristabilimento dell’ordine, della concordia e della sicurezza e della pace. Dal discorso di Messalla si

ricava un quadro suggestivo dell’oratoria imperiale: l’avvento del principato aveva avuto quale

prima conseguenza la fine del dibattito politico e della lotta fra le fazioni. Per forza di cose le doti

degli oratori dovettero cimentarsi in altri campi: nei processi civili e politici, nelle lotte sotterranee

che dividevano la classe dirigente, negli intrichi di corte. I processi di lesa maestà fecero la fortuna

dei grandi avvocati del principato, dei quali si ammira lo stile, violento ed elaborato, sempre attento

agli effetti. Il Dialogus, dunque, ci fornisce un quadro dettagliato sia della situazione dell’eloquenza

all’epoca dei Flavi e di Traiano, sia delle opinioni dell’autore in merito ai temi più dibattuti. La

tecnica di cui si serve Tacito è quella di riferire un dialogo, che aveva i suoi modelli più illustri in

Platone e Cicerone. La lingua del Dialogus deve molto al lessico e allo stile di Cicerone.

HISTORIAE: Alcune epistole pliniane ci attestano che Tacito, proprio intorno al 105 d.C., stava

attendendo alla composizione delle Historiae; l’argomento appartiene al passato recentissimo, in

quanto la narrazione prende le mosse dal 1° gennaio 69, allorché, tolto di mezzo Nerone, il

vecchio Galba si trovò a fronteggiare i primi ammutinamenti militari, chiari sintomi dell’imminente

guerra civile. La composizione delle Historiae cade negli anni centrali del principato di Traiano, fra

il 100 e il 110. Ci è ignora l’ampiezza originaria dell’opera: sappiamo solo, da San Girolamo, che in

origine le Historiae e gli Annales, considerati unitariamente, constavano di 30 libri. Muovendo dalla

notizia di Girolamo, alcuni attribuiscono 14 libri alle Historiae e 16 agli Annales. Le Historiae

narravano gli avvenimenti dal 69 al 96: esse andavano, dunque, dall’anno dell’anarchia militare,

che seguì la morte di Nerone, fino all’assassinio di Domiziano e alla caduta della dinastia flavia. Ci

sono giunti solo 5 libri, comprendenti il racconto delle vicende di Roma fino al 70, quando

Vespasiano, divenuto imperatore, si accingeva a reprimere la rivolta giudaica. I primi 4 libri narrano

le vicende dell’anno 69, mentre il V si sofferma su quelle iniziali del 70. Il materiale di cui Tacito si

servì nella redazione dell’opera fu imponente e di vario genere. Egli ebbe certamente modo di

ascoltare alcuni testimoni oculari degli eventi narrati e non mancò di far ricorso ai ricordi personali.

Esistevano inoltre numerose monografie, biografie, relazioni militari, a cui si aggiungevano le

opere storiche di contemporanei di Tacito: la fonte più nota è rappresentata da Plinio il Vecchio.

L’argomento della sua opera è incentrato in un periodo molto doloroso per la storia di Roma:

quattro imperatori, tre dei quali assassinati, si erano avvicendati nel breve volgere di tre anni; in

seguito alla guerra civile e alle numerose rivolte nei territori dell’impero la situazione a Roma era

terribile, gli assassinii e le delazioni erano all’ordine del giorno, mentre alcuni prodigi naturali

venivano interpretati come segno della collera divina. Subito dopo il prologo è tracciato un quadro

degli eventi anteriori al 1° gennaio 69, data dalla quale la narrazione prende le mosse. Tacito

espone brevemente le opinioni delle varie classi a Roma in merito al principato e passa poi in

rassegna gli eserciti di stanza nelle province, descrivendone gli umori e illustrando anche la

situazione delle diverse regioni dell’impero. Nonostante le sue buone intenzioni, Galba fu tolto di

mezzo. Il favore dei soldati andò a Otone, che seppe blandirli in modo adeguato e fu capace di

assecondare le loro bramosie; anch’egli però fu costretto a esperimentare a sua volta l’instabile

umore delle truppe, quando durante un banchetto tome di soldati invasero la sua casa e

terrorizzarono gli ospiti. Si era diffusa, infatti, la voce secondo cui l’imperatore si stava accordando

col senato, a tutto danno dell’esercito; solo a fatica Otone riuscì a calmare le truppe con un saggio

e misurato discorso. Anche questo avvenimento doveva rievocare tristi immagini alla mente dei

contemporanei di Tacito. Otone, personaggio moralmente discutibile, politicamente era più abile.

Quando fu sconfitto da Vitellio si diede la morte con grande coraggio, nell’interesse dello stato. Dei

tre imperatori del 69, Vitellio fu certamente il più spregevole e abietto. Quando gli eventi

precipitarono egli diede prova di grande viltà: cercò, infatti, a tutti i costi di trasmettere a qualcuno il

potere. Neanche Vespasiano si salva: i suoi sostenitori sono avventurieri disposti a tutto pur di

raggiungere il potere ed egli stesso non è più virtuoso di loro. Tacito rappresenta il senato come

uno spettatore impotente di fronte all’evolversi degli eventi e il più delle volte gravemente oppresso

dal timore per la propria incolumità fisica. Se il senato è debole e inetto, minacciose e potenti

appaiono le milizie, arbitre delle sorti dell’impero. Il loro è un ruolo da protagoniste assolute. Per

Tacito lo strapotere delle milizie è un tristissimo e infausto segno dei tempi. Neanche il popolo di

Roma esce indenne dall’analisi spietata delle Historiae: anzi, lo storico aristocratico dimostra un

supremo disprezzo per la “plebaglia”, che assiste agli eventi mutando spesso opinione e facendo

sempre il tifo per il più forte. La sua diagnosi della guerra civile deriva da una visione realistica

degli eventi. L’impero era profondamente mutato rispetto al tempo del suo fondatore: erano

emerse e reclamavano la loro parte forze nuove, fra le quali spiccavano i grandi comandanti

militari, detentori dell’unica arma in grado di far rispettare una scelta. Finì, quindi, per accadere

proprio quello che si temeva: il senato e il popolo di Roma dovettero assistere impotenti all’ascesa

al potere del primo imperatore non nobile e di origine provinciale della storia di Roma.

ANNALES: Il titolo Annales si è imposto sin dal XVI secolo, e trova la sua giustificazione nel fatto

che Tacito stesso adopera questo termine. Nel manoscritto che ci tramanda l’opera, essa ha il

titolo di Ab excessu divi Augusti, a cui però va sottinteso libri o annales. Con ogni probabilità la

redazione degli Annales si colloca negli ultimi anni di vita di Tacito, dopo il suo proconsolato d’Asia

del 112-113. Gli Annales dovevano trattare le vicende dalla morte di Augusto a quella di Nerone

nel 68, in modo tale da riallacciarsi all’inizio delle Historiae. La narrazione si ferma a metà del XVI

libro, con il suicidio di Trasea Peto, ma essa doveva continuare forse per altri due libri fino alla

morte di Nerone. I libri dal I al VI trattano il principato di Tiberio, quelli dal VII al X il principato di

Caligola e la prima parte di quello di Claudio, l’XI e il XII la seconda parte del principato di Claudio,

quelli dal XIII al XVI il principato di Nerone fino al 66. L’opera, però, non ci è giunta integra.

Numerosi furono gli autori da cui Tacito trasse materiale indispensabile alla realizzazione della sua

opera: Plinio Il Vecchio, Cluvio Rufo, Fabio Rustico, Servilio Noniano, Aufidio Basso, Agrippina

Minore, Corbulone, gli archivi del senato e quelli pubblici. Scopo di Tacito è la narrazione delle

vicende dei successori di Augusto fino a Nerone. Tacito fa professione d’imparzialità assoluta e

afferma di affrontare la narrazione sine ira et studio, perché si sente lontano sia dal rancore sia

dall’indulgenza. Il punto di partenza degli Annales è costituito dagli ultimi anni del regno d’Augusto:

è questo, per Tacito, il periodo in cui il principato trova una sua stabilità definitiva e, al tempo

stesso, appaiono i sintomi delle crisi future. Augusto era riuscito ad imporre il proprio modello di

stato al mondo romano, ma non aveva potuto evitare che rimanesse aperto il problema della

successione: tutti gli eredi da lui scelti e designati erano morti prematuramente. L’unico

discendente diretto del principe era il nipote Agrippa Postumo, ma su di lui non si poteva fare alcun

affidamento perché dava evidenti segni di squilibrio mentale. Non rimaneva che Tiberio, figlio

dell’imperatrice Livia, discendente della nobile famiglia dei Claudii: Augusto lo designò come

erede. L’attenzione di Tacito di sposta subito sugli intrighi orditi dall’imperatrice in favore del figlio:

si temeva, infatti, un pronunciamento a favore di Agrippa Postumo, giustificato dal legame di

sangue che lo univa ad Augusto. Solo a cose fatte il senato fu chiamato a ratificare formalmente la

successione: di fronte alla suprema assise Tiberio recitò da attore consumato, fingendo di

rassegnare il potere per lasciare liberi i patres di fare la loro scelta. Il principato di Tiberio ebbe un

inizio favorevole, grazie all’assennata amministrazione, ai cordiali rapporti col senato, all’ordine e

alla tranquillità che regnavano negli eserciti. Ma la perversa personalità del principe e gli intrighi di

corte portarono ben presto a una svolta. Fu nella seconda metà del regno che la situazione

precipitò, allorché Tiberio abbandonò Roma e si ritirò a Capri, lasciando in pratica il potere nelle

mani del potente e crudele Seiano. A ritmo sempre crescente si susseguirono i processi, nei quali

furono travolti illustri membri della nobilitas, come lo storico Cremuzio Cordo, né la situazione

migliorò quando Tiberio, resosi finalmente conto dello strapotere di Seiano, lo fece eliminare. La

parte degli Annales relativa a Caligola è andata perduta, ma si può esser certi del giudizio negativo

di Tacito perché il regno, che si era iniziato sotto i migliori auspici, si concluse in un bagno di

sangue: il principe fu ucciso, ma nel marasma generale Claudio, il futuro imperatore, fu scovato dai

soldati mentre si nascondeva dietro una tenda e venne designato solo perché era l’unico parente

vivo di Germnico. Il debole e imbelle Claudio nel racconto di Tacito appare in balia delle due mogli,

Messalina e Agrippina, e dei suoi liberti, ai quali affidò in pratica il governo dello stato. Nella corte

l’atmosfera era divenuta irrespirabile: congiure, vendette, uccisioni erano all’ordine del giorno.

Claudio venne tolto di mezzo dalla seconda moglie con un piatto di funghi avvelenati; a lui

successe Nerone, che usurpò il trono a Britannico, il giovanissimo figlio legittimo del defunto

imperatore. Anche per il regno di Nerone, Tacito rispetta la divisione in due parti ben distinte, la

prima delle quali è caratterizzata dal buon governo, mentre nella seconda i vizi del principe fanno

precipitare lo stato nella tirannide. Seneca e Burro sono gli artefici degli anni felici. La seconda

metà del regno di Nerone è dominata anch’essa dalla figura di un primo ministro potente e crudele,

Tigellino: gli ultimi anni del regno, caratterizzati da congiure e rivolte militari, sono particolarmente

drammatici e si concludono inevitabilmente con l’uccisione dell’imperatore. Sin dai capitoli iniziali lo

storico rivela di avere una visione totalmente disincantata della somma carica: egli non compie

alcun atto di omaggio verso il principato di Augusto, né gratifica l’imperatore del merito di aver fatto


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Riassunto per l'esame di Lingua e letteratura latina I della professoressa Berno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Storia letteraria di Roma, Paolo Fedeli. Gli argomenti trattati sono i seguenti autori: Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto, Stazio, Catone, Terenzio, Pacuvio, Accio, Lucilio, Cicerone, Cesare, Cornelio Nepote, Sallustio, Varrone, Catullo, Lucrezio, Cornelio Gallo, Properzio, Tibullo, Virgilio, Orazio, Tito Livio, Ovidio, Seneca Retore, Vitruvio, Columella, Celso, Apicio, Pomponio Mela, Manilio, Fedro, Seneca, Persio, Lucano, Petronio, Plinio il Vecchio, Quintiliano, Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, Marziale, Plinio il Giovane, Tacito, Giovenale, Svetonio, Frontone, Gellio, Apuleio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Berno Francesca Romana.

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