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Sunto Lineamenti di letteratura italiana contemporanea

Capitolo quinto – L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918)

La politica crispina determinò nel 1898 forti moti di ribellione che furono repressi dalle forze dell'ordine, mentre Luigi Pelloux diveniva Presidente del Consiglio. La situazione precipitò quando, nel 1900, venne ucciso, per mano di un anarchico, il re Umberto I. Quando venne sciolta la Camera e si passò a nuove elezioni, gli oppositori riportarono un grande successo, dimostrando che la politica di Crispi aveva generato resistenze persino nella borghesia.

Così la politica borghese, da conservatrice ed autoritaria, si fa liberale e riformista, promuovendo lo sviluppo economico e l'inserimento delle masse lavoratrici nella vita dello Stato. Decisiva fu la linea politica di Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dal 1903 al 1914, che favorì in Italia la nascita di una grande industria e si aprì nei confronti delle forze popolari ed operaie. Notevoli progressi furono raggiunti, inoltre, nei campi della lotta contro l'analfabetismo e della scuola.

Tuttavia, Giolitti non resse alle opposizioni createsi all'interno del suo stesso partito, che favorivano uno sviluppo capitalista e appoggiarono la conquista della Libia (1911) e l'entrata in guerra dell'Italia (1915), cui Giolitti tentò di opporsi. Giolitti fu una figura d'intellettuale primonovecentesco tutta legata alla pratica politica e presentava molti lati impopolari agli occhi degli Italiani colti e semicolti di quel periodo.

Non a caso, i movimenti intellettuali che si formano durante questo periodo sono di stampo antigiolittiano. Una tendenza spiccatamente antigiolittiana è il sindacalismo rivoluzionario, ispirato alle teorie di Sorel, che critica Giolitti di aver ostacolato le lotte operaie nel tentativo di opporsi al potere. In questo contesto, inoltre, Positivismo e Naturalismo entrano in crisi in quanto si afferma l'irrazionalità del reale e lo studio dell'intelletto umano, considerato come unica fonte di razionalità e conoscenza.

La nascita del Decadentismo in Italia è, infatti, da iscriversi all'interno di questo mutamento di prospettive. Al Positivismo subentra la nascita dell'idealismo, di cui si fanno portavoce l'abruzzese Benedetto Croce e il siciliano Giovanni Gentile, accomunati fino al 1913 dagli stessi interessi. Le loro vicende si intrecciano a quelle di alcuni intellettuali e pensatori fiorentini, come Papini e Prezzolini, riuniti intorno alla rivista "La Voce", diretta da Prezzolini stesso, nell'intento di apportare una modificazione intellettuale allo Stato ed alla politica.

Il piano tuttavia fallì poiché, non solo all'interno della "Voce" si formarono correnti ideologiche contrastanti, ma anche perché, in questo contesto, vi fu la rottura fra Gentile e Croce, che da questo momento presero strade completamente diverse.

Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli

Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli sono i protagonisti del Decadentismo italiano, del quale rappresentano due varianti quasi opposte. D'Annunzio esalta l'estetismo superomistico e un forte vitalismo, proiettati verso l'esterno, nella conquista di tutto il territorio circostante; Pascoli si fa portavoce, invece, di una poesia solitaria e malinconica, ripiegata sull'interiorità umana e sulla cura del particolare e della parola.

Benché D'Annunzio (nato nel 1863) sia più giovane di Pascoli (nato nel 1855), egli appare ancora legato ai miti di fine Ottocento, rispetto a Pascoli che è invece proiettato verso la ricerca poetica primonovecentesca. Essi, tuttavia, frequentano gli stessi ambienti culturali (come il "Convito" di De Bosis, nel quale D’Annunzio vi pubblica Le vergini delle rocce e Pascoli alcuni dei suoi Poemetti conviviali – entrambi sono esteti militanti della Bellezza) ed hanno come punto di riferimento lo stesso maestro, Giosuè Carducci.

L'interesse primario di D’Annunzio era quello di rendere la propria vita "un’opera d’arte" sulla scia dei poeti maledetti francesi. Era nato nel 1863 a Pescara da una famiglia ricca ma non nobile, e aveva studiato presso il convitto Cicognini di Prato, dove si era distinto per le sue vaste conoscenze poetiche. Le sue due prime raccolte, Primo vere e Canto novo, si ispirano alla poesia carducciana, pur rinnovata da un’autentica sensualità.

Successivamente si trasferisce a Roma e vi rimane fino al 1889, dove frequenta salotti mondani ed ambienti intellettuali, brillando di luce propria. Da un lato, le esperienze poetiche di D’Annunzio, come le Elegie romane e il Poema paradisiaco, testimoniano una raffinatezza letteraria preziosa, dall’altro le esperienze narrative, come Terra vergine, pur partendo da un sostrato verista, approfondiscono la condizione delle plebi contadine abruzzesi, mettendone in risalto le barbarie e la ferinità.

L’esperienza romana più significativa, nonché primo romanzo della maturità, è Il piacere (1889). Il romanzo narra la storia del conte Andrea Sperelli, dandy romano, il quale frequenta salotti raffinati e lussuosi ma avverte la crisi dei vecchi valori, in risposta alla quale assume un atteggiamento estetizzante. Anche l’amore negato per l’enigmatica Elena Muti costituisce per il protagonista un ulteriore motivo di sofferenza e declino. In questa parabola discendente, Sperelli scopre che non esiste una legge, ma che tutte sono possibili e dunque realizzabili.

Più la decadenza intacca la sua psiche, più egli reagisce chiudendosi nel principio estetico della poesia, che diviene dunque l’unico principio di salvazione. Solo l’arte e la bellezza divengono le uniche vie di fuga per Andrea, che proclama "il verso è tutto". Trasferitosi a Napoli, coltiva un forte interesse per la filosofia di Nietzsche e per i drammi di Wagner. Dal primo assimila il concetto di Superuomo (Ubermensch) e un forte estetismo ellenizzante, che da questo momento diventerà il Leitmotiv di tutta la sua opera; dal secondo assimila l’immagine grandiosa e magniloquente delle tragedie amorose e militari.

Romanzi significativi di questo periodo sono Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce, La figlia di Iorio, in cui il poeta descrive l’ambiente e i contadini della sua terra natale, accentuando i tratti mitici e ferini, e Il fuoco, opera autobiografica in cui il poeta descrive l’appassionante relazione con l’attrice Eleonora Duse in una Venezia sempre più decadente e funerea.

La particolarità del poeta D’Annunzio è la sua "multianimità", la capacità, cioè, di utilizzare diverse esperienze per rendere ancora più compatta e sfolgorante la sua immagine; persino il mito del "superuomo" non è sufficiente per descrivere in toto la sua fisionomia.

Nel 1898 si trasferisce a Settignano con Eleonora Duse, dove conduce una vita fastosa. A questo periodo è da ricondurre la composizione dei libri delle Laudi (del cielo del mare della terra degli eroi), ognuno dei quali prende il nome di una stella della costellazione delle Pleiadi. Tra il 1903 e 1904 appaiono Maia, Elettra ed Alcyone, seguiti nel 1912 da Merope e nel 1918 dai Canti della guerra latina. Secondo la critica, D’Annunzio, liberatosi dagli orpelli esteriori, raggiunge il massimo del lirismo in Alcyone, nel quale emerge il suo grumo lirico profondo.

Nel 1910 fugge in Francia, dove scrive alcuni componimenti in lingua. Nel 1915 fa rientro in Italia e si arruola nell’esercito, nonostante l’età avanzata e, in una circostanza drammatica, viene ferito e perde un occhio. Durante il lungo periodo di convalescenza, in condizione di semi-cecità, raccoglie nell’opera Il notturno (1921) i ricordi di guerra e alcune osservazioni sulla vita. In questo contesto emerge sempre di più la natura "alcyonica" del poeta, più intima, appartata, essenziale.

Nell’ultima fase della sua vita, D’Annunzio si trasferisce in una fastosa villa a Gardone, sul lago di Garda, sacrario delle sue memorie e chiamato nel 1923 "Vittoriale degli italiani". D’Annunzio era ormai un poeta nazionale, glorificato dal fascismo. Morì nel 1938 al suo tavolo di lavoro per un’emorragia cerebrale.

Agli antipodi dell’esperienza del Poeta Vate D’Annunzio, si colloca quella introversa e appartata di Giovanni Pascoli, caratterizzata da alcuni traumi psico-sentimentali che determinarono la sua personalità ed esistenza. Era nato a San Mauro di Romagna nel 1855, da una famiglia umile ma non povera (il padre era amministratore della tenuta dei principi Torlonia). Nel 1869 il padre venne ucciso, per mano ignota, con una fucilata mentre rientrava a casa; questo evento segnerà indelebilmente la psicologia e la carriera letteraria del poeta.

Studiò fino al 1871 presso il collegio degli Scolopi e nel 1873 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna. Qui fu allievo di Carducci e amico di molti suoi allievi; si legò all’Associazione internazionale dei lavoratori ma venne presto arrestato per aver partecipato ad una manifestazione studentesco-operaia, passando alcuni mesi in carcere. In tale occasione, gli venne revocata la borsa di studio erogata dal comune che Pascoli utilizzava per pagarsi gli studi.

Nel 1882 si laurea in lettere classiche con una tesi sul poeta greco Alceo e viene nominato professore di lettere classiche nei licei (prima a Matera, poi a Massa e a Livorno). Nel 1895 diviene professore straordinario di grammatica greca e latina presso l’Università di Bologna; poi insegna letteratura latina a Messina e di nuovo grammatiche classiche a Pisa.

In questo periodo, le nozze della sorella Ida perturbano a tal punto il poeta che si vede costretto a trasferirsi con la sorella Mariù a Castelvecchio, nella casa che diventerà il nido per la coltivazione degli affetti famigliari e della creazione poetica. Nel 1906 ricoprì la cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna, al posto di Carducci, che si era ritirato appena un anno prima di morire; restò a Bologna fino al 1911, quando le sue condizioni fisiche peggiorarono a causa di una cirrosi epatica, per poi morire l’anno successivo, nel 1912.

Bisogna dire che Pascoli fu innanzitutto un classicista, perfetto conoscitore del greco e del latino, che scriveva in volgare; al contrario di Carducci che fu principalmente un italianista interessato ad argomenti classici. Aveva una conoscenza così completa ed accurata del latino che durante tutta la sua vita scrisse numerosi componimenti in lingua latina, rispettandone le forme metriche.

Il genere da lui prescelto era il "poemetto" (da "poemata"), che non esisteva nell’antichità e consiste in un componimento di non lunghissima estensione (circa due-trecento versi) in cui viene tratteggiata una determinata situazione per trarne una morale. Moltissimi di questi scritti hanno una forte impronta cristiana. In Pascoli, dunque, emerge un evidente bilinguismo letterario, che non è accademico o scolastico, ma perfettamente poetico. Non a caso, Pascoli ottenne ben tredici volte la prestigiosa medaglia d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam.

La poetica di Pascoli, che è riscontrabile in tutte le sue poesie, viene esposta in un importante manifesto teorico, Il fanciullino. In questo scritto di poesia, Pascoli sostiene che in ognuno di noi vi è un fanciullino, il quale, diversamente dall’uomo comune che cresce e diventa adulto, rimane sempre bambino. Con ciò Pascoli intende dire che sopravvivono in noi una voce interna ed una sensibilità che non corrispondono ai nostri pensieri maturi; e questa sensibilità la possiedono indifferentemente tutti, anche coloro che credono di non avere alcuna vocazione per la poesia e ne fanno a meno.

Il fanciullino è, quindi, la voce della poesia, l’essenza stessa dell’ispirazione poetica. Sempre ne Il fanciullino, Pascoli ritiene che la poesia non può essere insegnata e, quindi, non può esistere una scuola di poesia che, già di per sé, è rara e poco esprimibile. Aggiunge, poi, la difficoltà di fare poesia in Italia: per raggiungere così alti livelli, infatti, la sua ricerca letteraria fu estremamente faticosa e lunga, spesso contraddittoria.

I temi trattati nelle poesie pascoliane sono vari, fra questi alcuni ricorrono con più frequenza: è il caso del tema funerario, morbosamente presente in tutta la sua opera. Basti pensare che la sua prima raccolta, Myricae (introdotta dall’epigrafe virgiliana: "Arbusta iuvant humilesque myricae"), si apre con la poesia Il giorno dei morti. Il tema funerario è in realtà ben giustificabile e comprensibile: sappiamo infatti che l’esistenza di Pascoli fu molto tormentata, caratterizzata prima dalla morte del padre e, successivamente, dall’allontanamento della sorella Ida, dalla morte della madre e di un fratello. Per cui, possiamo ben dire, che il tema funerario non è presente solo a livello letterario, ma ingloba tutta la vita del poeta, creando un profondo vuoto.

E Pascoli tenta di colmare questo vuoto costruendo il proprio nido familiare in cui coltivare (e ricordare) gli affetti familiari; famiglia e morte, dunque, generano un ulteriore livello gnoseologico, quello del ricordo: attraverso il ricordo della propria vita, Pascoli dà equilibrio alla sua scossa esistenza. Pascoli opera, inoltre, un grande rinnovamento del linguaggio, liberandolo da orpelli e fronzoli e dando ad esso una forte connotazione piscologica (oltre che musicale); in questo senso si può dire che Pascoli si accosti molto di più ai poeti primonovecenteschi piuttosto che a Carducci o D’Annunzio.

L’ultima opera di Pascoli è un discorso tenuto nel 1911 a Barga per i morti e i feriti della guerra di Libia, ossia La grande proletaria s’è mossa. Pascoli tratteggia l’Italia come una nazione proletaria che ha mandato i suoi figli in giro per il mondo a colonizzare nuovi territori per riportare in auge il suo antico valore, corroso dall’"inerzia di popolazioni nomadi e neghittose". In tal senso, Pascoli giustifica la conquista coloniale in nome della conservazione del sostrato agricolo che in Italia, a causa dell’espansione dell’industria, non poteva più sopravvivere.

Nuova triade di poeti nazionali

Durante questa fase si fa strada una nuova triade di poeti nazionali (Carducci, Pascoli, D’Annunzio), i quali rivolgono la loro attenzione alla giovane nazione e alle esigenze di autoidentificazione e di legittimazione. Tuttavia, con la diffusione dell’idealismo, che esalta il lirismo e il soggettivismo creativo, e delle teorie di Benedetto Croce, si assiste al logoramento della tradizione e all’assorbimento delle esperienze dannunziane e pascoliane.

Croce, infatti, criticava sia D’Annunzio che Pascoli, criticando nel primo l’estetismo e la sensualità, nel secondo la confusione torbida dei propositi, elementi insomma estranei alla vera arte. L’esigenza, infatti, di superare il dannunzianesimo e il pascolianesimo connota gli intellettuali primonovecenteschi e si concretizza in tre diverse esperienze: il Crepuscolarismo, il Futurismo e il frammentismo dei vociani.

Accomunati sotto l’etichetta del Crepuscolarismo stanno tutti quei poeti primonovecenteschi che rifiutano la grandezza ostentata, la magniloquenza e il culto dell’eroico del carduccianesimo e del dannunzianesimo, ma anche l’elegia seriosa di Pascoli. In reazione a questi fenomeni, si ha un abbassamento di tono e un ripiegamento su tematiche intimistiche e sentimentali. I più importanti esponenti del Crepuscolarismo sono Sergio Corazzini e Guido Gozzano, entrambi morti prematuramente.

Dalle poesie di Corazzini, che si ispira ai decadenti francesi, emerge un acuto senso di frustrazione sentimentale e uno straziante raccoglimento interiore. Gozzano, invece, pone al centro della sua attenzione le inquietudini della piccola borghesia torinese, civilissima ma debole e passiva nei confronti di una realtà in continuo movimento. I risultati più alti vengono raggiunti dal poeta nelle raccolte La via del naufragio e I colloqui, in cui è forte la smitizzazione del sublime.

Gozzano, tuttavia, rinuncia a contrapporsi in pieno alla tradizione. Il Futurismo è, invece, un movimento dalla portata europea e che investe più arti: dalla pittura, alla scultura e alla letteratura. L’esponente più noto del Futurismo italiano è Marinetti, autore del Manifesto del futurismo e del Manifesto tecnico della letteratura futurista. È un vero e proprio movimento avanguardista, caratterizzato da un violento spirito antiborghese e dal rifiuto della tradizione.

Ciò che i futuristi privilegiano in particolare è il dinamismo, il progresso della tecnica, l’esaltazione della meccanicità, la dissoluzione delle forme convenzionali, la lotta contro l’arte da museo. Insomma, il Futurismo, in più ambiti, segna una netta rottura con il passato. È significativo, inoltre, che gli esponenti di questa corrente confluirono presto nel fascismo.

Il Vocianesimo è un fenomeno letterario che coinvolge i giovani intellettuali riuniti attorno la rivista la "Voce", come Slataper, Jahier e Boine. Essi ritengono che un modo valido per contrapporsi alla tradizione sia quello di dare "voce" alle inquietudini interiori e alle loro ansie. L’insoddisfazione e il risentimento verso il mondo italiano porta questi poeti non a slanci superomistici e vitali, bensì ad un auto-analisi interiore che si concretizza attraverso il frammento poetico, esigenza di una comunicazione secca, essenziale e simbolica.

Su questo solco si inseriscono le figure di due intellettuali isolati: Carlo Michelstaedter e Dino Campana. Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia, allora sotto il dominio degli austriaci, nel 1887 da una benestante famiglia ebraica. Si formò a Firenze presso l'Istituto di Studi Superiori e mantenne dei solidi rapporti con la

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Zancan Marina.
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