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Riassunto esame Letteratura italiana, prof. Zancan, libro consigliato Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Lineamenti di letteratura italiana del prof. Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa ( cap. V-VIII). Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918), La crisi del regime liberale e l’età... Vedi di più

Esame di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea docente Prof. M. Zancan

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Sunto Lineamenti di letteratura italiana contemporanea, prof. Zancan, libro consigliato

Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, cap. V-VIII, di Alberto

Asor Rosa

Capitolo quinto – L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918)

La politica crispina determinò nel 1898 forti moti di ribellione che furono repressi dalle forze dell'ordine, mentre

Luigi Pelloux diveniva Presidente del Consiglio. La situazione precipitò quando, nel 1900, venne ucciso, per

mano di un anarchico, il re Umberto I. Quando venne sciolta la Camera e si passò a nuove elezioni, gli

oppositori riportarono un grande successo, dimostrando che la politica di Crispi aveva generato resistenze

persino nella borghesia. Così la politica borghese, da conservatrice ed autoritaria, si fa liberale e riformista,

promuovendo lo sviluppo economico e l'inserimento delle masse lavoratrici nella vita dello Stato. Decisiva fu la

linea politica di Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dal 1903 al 1914, che favorì in Italia la nascita di

una grande industria e si aprì nei confronti delle forze popolari ed operaie. Notevoli progressi furono raggiunti,

inoltre, nei campi della lotta contro l'analfabetismo e della scuola. Tuttavia, Giolitti non resse alle opposizioni

createsi all'interno del suo stesso partito, che favorivano uno sviluppo capitalista e appoggiarono la conquista

della Libia (1911) e l'entrata in guerra dell'Italia (1915), cui Giolitti tentò di opporsi. Giolitti fu una figura

d'intellettuale primonovecentesco tutta legata alla pratica politica e presentava molti lati impopolari agli occhi

degli Italiani colti e semicolti di quel periodo. Non a caso, i movimenti intellettuali che si formano durante

questo periodo sono di stampo antigiolittiano. Una tendenza spiccatamente antigiolittiana è il sindacalismo

rivoluzionario, ispirato alle teorie di Sorel, che critica Giolitti di aver ostacolato le lotte operaie nel tentativo di

opporsi al potere. In questo contesto, inoltre, Positivismo e Naturalismo entrano in crisi in quanto si afferma

l'irrazionalità del reale e lo studio dell'intelletto umano, considerato come unica fonte di razionalità e

conoscenza. La nascita del Decadentismo in Italia è, infatti, da iscriversi all'interno di questo mutamento di

prospettive. Al Positivismo subentra la nascita dell'idealismo, di cui si fanno portavoce l'abruzzese Benedetto

Croce e il siciliano Giovanni Gentile, accomunati fino al 1913 dagli stessi interessi. Le loro vicende si

intrecciano a quelle di alcuni intellettuali e pensatori fiorentini, come Papini e Prezzolini, riuniti intorno alla

rivista "La Voce", diretta da Prezzolini stesso, nell'intento di apportare una modificazione intellettuale allo Stato

ed alla politica. Il piano tuttavia fallì poiché, non solo all'interno della "Voce" si formarono correnti ideologiche

contrastanti, ma anche perché, in questo contesto, vi fu la rottura fra Gentile e Croce, che da questo momento

presero strade completamente diverse.

Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli sono i protagonisti del Decadentismo italiano, del quale

rappresentano due varianti quasi opposte. D'Annunzio, infatti, esalta l'estetismo superomistico e un forte

vitalismo, proiettati verso l'esterno, nella conquista di tutto il territorio circostante; Pascoli si fa portavoce,

invece, di una poesia solitaria e malinconica, ripiegata sull'interiorità umana e sulla cura del particolare e della

parola. Benché D'Annunzio (nato nel 1863) sia più giovane di Pascoli (nato nel 1855), egli appare ancora legato

ai miti di fine Ottocento, rispetto a Pascoli che è invece proiettato verso la ricerca poetica primonovecentesca.

Essi, tuttavia, frequentano gli stessi ambienti culturali (come il “Convito” di De Bosis, nel quale D’Annunzio vi

pubblica Le vergini delle rocce e Pascoli alcuni dei suoi Poemetti conviviali –entrambi sono esteti militanti della

Bellezza-) ed hanno come punto di riferimento lo stesso maestro, Giosuè Carducci. L’interesse primario di

D’Annunzio era quello di rendere la propria vita “un’opera d’arte” sulla scia dei poeti maledetti francesi. Era

nato nel 1863 a Pescara da una famiglia ricca ma non nobile, e aveva studiato presso il convitto Cicognini di

Prato, dove si era distinto per le sue vaste conoscenze poetiche. Le sue due prime raccolte, Primo vere e Canto

novo, si ispirano alla poesia carducciana, pur rinnovata da un’autentica sensualità. Successivamente si trasferisce

a Roma e vi rimane fino al 1889, dove frequenta salotti mondani ed ambienti intellettuali, brillando di luce

propria. Da un lato, le esperienze poetiche di D’Annunzio, come le Elegie romane e il Poema paradisiaco,

testimoniano una raffinatezza letteraria preziosa, dall’altro le esperienze narrative, come Terra vergine, pur

partendo da un sostrato verista, approfondiscono la condizione delle plebi contadine abruzzesi, mettendone in

risalto le barbarie a la ferinità. L’esperienza romana più significativa, nonché primo romanzo della maturità, è Il

piacere (1889). Il romanzo narra la storia del conte Andrea Sperelli, dandy romano, il quale frequenta salotti

raffinati e lussuosi ma avverte la crisi dei vecchi valori, in risposta alla quale assume un atteggiamento

estetizzante. Anche l’amore negato per l’enigmatica Elena Muti costituisce per il protagonista un ulteriore

motivo di sofferenza e declino. In questa parabola discendente, Sperelli scopre che non esiste una legge, ma che

tutte sono possibili e dunque realizzabili. Più la decadenza intacca la sua psiche, più egli reagisce chiudendosi

nel principio estetico della poesia, che diviene dunque l’unico principio di salvazione. Solo l’arte e la bellezza

divengono le uniche vie di fuga per Andrea, che proclama “il verso è tutto”. Trasferitosi a Napoli, coltiva un

forte interesse per la filosofia di Nietzsche e per i drammi di Wagner. Dal primo assimila il concetto di

Superuomo (Ubermensch) e un forte estetismo ellenizzante, che da questo momento diventerà il Leitmotiv di

tutta la sua opera; dal secondo assimila l’immagine grandiosa e magniloquente delle tragedie amorose e militari.

Romanzi significativi di questo periodo sono Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce, La figlia di Iorio, in

cui il poeta descrive l’ambiente e i contadini della sua terra natale, accentuando i tratti mitici e ferini, e Il fuoco,

opera autobiografica in cui il poeta descrive l’appassionante relazione con l’attrice Eleonora Duse in una

Venezia sempre più decadente e funerea. La particolarità del poeta D’Annunzio è la sua “multianimità”, la

capacità, cioè, di utilizzare diverse esperienze per rendere ancora più compatta e sfolgorante la sua immagine;

persino il mito del “superuomo” non è sufficiente per descrivere in toto la sua fisionomia. Nel 1898 si trasferisce

a Settignano con Eleonora Duse, dove conduce una vita fastosa. A questo periodo è da ricondurre la

composizione dei libri delle Laudi (del cielo del mare della terra degli eroi), ognuno dei quali prende il nome di

una stella della costellazione delle Pleiadi. Tra il 1903 e 1904 appaiono Maia, Elettra ed Alcyone, seguiti nel

1912 da Merope e nel 1918 dai Canti della guerra latina. Secondo la critica, D’Annunzio, liberatosi dagli orpelli

esteriori, raggiunge il massimo del lirismo in Alcyone, nel quale emerge il suo grumo lirico profondo. Nel 1910

fugge in Francia, dove scrive alcuni componimenti in lingua. Nel 1915 fa rientro in Italia e si arruola

nell’esercito, nonostante l’età avanzata e, in una circostanza drammatica, viene ferito e perde un occhio. Durante

il lungo periodo di convalescenza, in condizione di semi-cecità, raccoglie nell’opera Il notturno (1921) i ricordi

di guerra e alcune osservazioni sulla vita. In questo contesto emerge sempre di più la natura “alcyonica” del

poeta, più intima, appartata, essenziale. Nell’ultima fase della sua vita, D’Annunzio si trasferisce in una fastosa

villa a Gardone, sul lago di Garda, sacrario delle sue memorie e chiamato nel 1923 “ Vittoriale degli italiani”.

D’Annunzio era ormai un poeta nazionale, glorificato dal fascismo. Morì nel 1938 al suo tavolo di lavoro per

un’emorragia cerebrale. Agli antipodi dell’esperienza del Poeta Vate D’Annunzio, si colloca quella introversa e

appartata di Giovanni Pascoli, caratterizzata da alcuni traumi psico-sentimentali che determinarono la sua

personalità ed esistenza. Era nato a San Mauro di Romagna nel 1855, da una famiglia umile ma non povera (il

padre era amministratore della tenuta dei principi Torlonia). Nel 1869 il padre venne ucciso, per mano ignota,

con una fucilata mentre rientrava a casa; questo evento segnerà indelebilmente la psicologia e la carriera

letteraria del poeta. Studiò fino al 1871 presso il collegio degli Scolopi e nel 1873 si iscrisse alla facoltà di lettere

dell’Università di Bologna. Qui fu allievo di Carducci e amico di molti suoi allievi; si legò all’Associazione

internazionale dei lavoratori ma venne presto arrestato per aver partecipato ad una manifestazione studentesco-

operaia, passando alcuni mesi in carcere. In tale occasione, gli venne revocata la borsa di studio erogata dal

comune che Pascoli utilizzava per pagarsi gli studi. Nel 1882 si laurea in lettere classiche con una tesi sul poeta

greco Alceo e viene nominato professore di lettere classiche nei licei (prima a Matera, poi a Massa e a Livorno).

Nel 1895 diviene professore straordinario di grammatica greca e latina presso l’Università di Bologna; poi

insegna letteratura latina a Messina e di nuovo grammatiche classiche a Pisa. In questo periodo, le nozze della

sorella Ida perturbano a tal punto il poeta che si vede costretto a trasferirsi con la sorella Mariù a Castelvecchio,

nella casa che diventerà il nido per la coltivazione degli affetti famigliari e della creazione poetica. Nel 1906

ricoprì la cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna, al posto di Carducci, che si era ritirato appena

un anno prima di morire; restò a Bologna fino al 1911, quando le sue condizioni fisiche peggiorarono a causa di

una cirrosi epatica, per poi morire l’anno successivo, nel 1912. Bisogna dire che Pascoli fu innanzitutto un

classicista, perfetto conoscitore del greco e del latino, che scriveva in volgare; al contrario di Carducci che fu

principalmente un italianista interessato ad argomenti classici. Aveva una conoscenza così completa ed accurata

del latino che durante tutta la sua vita scrisse numerosi componimenti in lingua latina, rispettandone le forme

metriche. Il genere da lui prescelto era il “poemetto” (da “poemata”), che non esisteva nell’antichità e consiste in

un componimento di non lunghissima estensione (circa due-trecento versi) in cui viene tratteggiata una

determinata situazione per trarne una morale. Moltissimi di questi scritti hanno una forte impronta cristiana. In

Pascoli, dunque, emerge un evidente bilinguismo letterario, che non è accademico o scolastico, ma

perfettamente poetico. Non a caso, Pascoli ottenne ben tredici volte la prestigiosa medaglia d’oro al concorso di

poesia latina di Amsterdam. La poetica di Pascoli, che è riscontrabile in tutte le sue poesie, viene esposta in un

importante manifesto teorico, Il fanciullino. In questo scritto di poesia, Pascoli sostiene che in ognuno di noi vi è

un fanciullino, il quale, diversamente dall’uomo comune che cresce e diventa adulto, rimane sempre bambino.

Con ciò Pascoli intende dire che sopravvivono in noi una voce interna ed una sensibilità che non corrispondono

ai nostri pensieri maturi; e questa sensibilità la possiedono indifferentemente tutti, anche coloro che credono di

non avere alcuna vocazione per la poesia e ne fanno a meno. Il fanciullino è, quindi, la voce della poesia,

l’essenza stessa dell’ispirazione poetica. Sempre ne Il fanciullino, Pascoli ritiene che la poesia non può essere

insegnata e, quindi, non può esistere una scuola di poesia che, già di per sé, è rara e poco esprimibile. Aggiunge,

poi, la difficoltà di fare poesia in Italia: per raggiungere così alti livelli, infatti, la sua ricerca letteraria fu

estremamente faticosa e lunga, spesso contraddittoria. I temi trattati nelle poesie pascoliane sono vari, fra questi

alcuni ricorrono con più frequenza: è il caso del tema funerario, morbosamente presente in tutta la sua opera.

Basti pensare che la sua prima raccolta, Myricae (introdotta dall’epigrafe virgiliana: “Arbusta iuvant humilesque

myricae”), si apre con la poesia Il giorno dei morti. Il tema funerario è in realtà ben giustificabile e

comprensibile: sappiamo infatti che l’esistenza di Pascoli fu molto tormentata, caratterizzata prima dalla morte

del padre e, successivamente, dall’allontanamento della sorella Ida, dalla morte della madre e di un fratello. Per

cui, possiamo ben dire, che il tema funerario non è presente solo a livello letterario, ma ingloba tutta la vita del

poeta, creando un profondo vuoto. E Pascoli tenta di colmare questo vuoto costruendo il proprio nido familiare

in cui coltivare (e ricordare) gli affetti familiari; famiglia e morte, dunque, generano un ulteriore livello

gnoseologico, quello del ricordo: attraverso il ricordo della propria vita, Pascoli dà equilibrio alla sua scossa

esistenza. Pascoli opera, inoltre, un grande rinnovamento del linguaggio, liberandolo da orpelli e fronzoli e

dando ad esso una forte connotazione piscologica (oltre che musicale); in questo senso si può dire che Pascoli si

accosti molto di più ai poeti primonovecenteschi piuttosto che a Carducci o D’Annunzio. L’ultima opera di

Pascoli è un discorso tenuto nel 1911 a Barga per i morti e i feriti della guerra di Libia, ossia La grande

proletaria s’è mossa. Pascoli tratteggia l’Italia come una nazione proletaria che ha mandato i suoi figli in giro

per il mondo a colonizzare nuovi territori per riportare in auge il suo antico valore, corroso dall ’ “inerzia di

popolazioni nomadi e neghittose”. In tal senso, Pascoli giustifica la conquista coloniale in nome della

conservazione del sostrato agricolo che in Italia, a causa dell’espansione dell’industria, non poteva più

sopravvivere.

Durante questa fase si fa strada una nuova triade di poeti nazionali (Carducci, Pascoli, D’Annunzio), i quali

rivolgono la loro attenzione alla giovane nazione e alle esigenze di autoidentificazione e di legittimazione.

Tuttavia, con la diffusione dell’idealismo, che esalta il lirismo e il soggettivismo creativo, e delle teorie di

Benedetto Croce, si assiste al logoramento della tradizione e all’assorbimento delle esperienze dannunziane e

pascoliane. Croce, infatti, criticava sia D’Annunzio che Pascoli, criticando nel primo l’estetismo e la sensualità,

nel secondo la confusione torbida dei propositi, elementi insomma estranei alla vera arte. L’esigenza, infatti, di

superare il dannunzianesimo e il pascolianesimo connota gli intellettuali primonovecenteschi e si concretizza in

tre diverse esperienze: il Crepuscolarismo, il Futurismo e il frammentismo dei vociani. Accomunati sotto

l’etichetta del Crepuscolarismo stanno tutti quei poeti primonovecenteschi che rifiutano la grandezza ostentata,

la magniloquenza e il culto dell’eroico del carduccianesimo e del dannunzianesimo, ma anche l’elegia seriosa di

Pascoli. In reazione a questi fenomeni, si ha un abbassamento di tono e un ripiegamento su tematiche

intimistiche e sentimentali. I più importanti esponenti del Crepuscolarismo sono Sergio Corazzini e Guido

Gozzano, entrambi morti prematuramente. Dalle poesie di Corazzini, che si ispira ai decadenti francesi, emerge

un acuto senso di frustrazione sentimentale e uno straziante raccoglimento interiore. Gozzano, invece, pone al

centro della sua attenzione le inquietudini della piccola borghesia torinese, civilissima ma debole e passiva nei

confronti di una realtà in continuo movimento. I risultati più alti vengono raggiunti dal poeta nelle raccolte La

via del naufragio e I colloqui, in cui è forte la smitizzazione del sublime. Gozzano, tuttavia, rinuncia a

contrapporsi in pieno alla tradizione. Il Futurismo è, invece, un movimento dalla portata europea e che investe

più arti: dalla pittura, alla scultura e alla letteratura. L’esponente più noto del Futurismo italiano è Marinetti,

autore del Manifesto del futurismo e del Manifesto tecnico della letteratura futurista. E’ un vero e proprio

movimento avanguardista, caratterizzato da un violento spirito antiborghese e dal rifiuto della tradizione. Ciò che

i futuristi privilegiano in particolare è il dinamismo, il progresso della tecnica, l’esaltazione della meccanicità, la

dissoluzione delle forme convenzionali, la lotta contro l’arte da museo. Insomma, il Futurismo, in più ambiti,

segna una netta rottura con il passato. E’ significativo, inoltre, che gli esponenti di questa corrente confluirono

presto nel fascismo. Il Vocianesimo è un fenomeno letterario che coinvolge i giovani intellettuali riuniti attorno

la rivista la “Voce”, come Slataper, Jahier e Boine. Essi ritengono che un modo valido per contrapporsi alla

tradizione sia quello di dare “voce” alle inquietudini interiori e alle loro ansie. L’insoddisfazione e il risentimento

verso il mondo italiano porta questi poeti non a slanci superomistici e vitali, bensì ad un auto-analisi interiore

che si concretizza attraverso il frammento poetico, esigenza di una comunicazione secca, essenziale e simbolica.

Su questo solco si inseriscono le figure di due intellettuali isolati: Carlo Michelstaedter e Dino Campana.

Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia, allora sotto il dominio degli austriaci, nel 1887 da una benestante

famiglia ebraica. Si formò a Firenze presso l’Istituto di Studi Superiori e mantenne dei solidi rapporti con la

madre e le due sorelle. Il suo maestro di filologia greca e latina, Vitelli, gli assegnò il tema

dell’“argomentazione” per la tesi di laurea. Tuttavia il giovane, fortemente turbato e segnato dai contrasti

familiari, decise di suicidarsi, dopo aver terminato la tesi, con un colpo di revolver alla tempia. La sua opera

sarebbe andata perduta se alcuni suoi colleghi, nonché successivamente illustri docenti universitari, non avessero

raccolto e fatto pubblicare i suoi scritti. Tra questi, sicuramente il più importante è La persuasione e la rettorica,

ossia la tesi di laurea del giovane intellettuale, anche se il titolo fu dato dai suoi curatori. Il percorso che

Michelstraedter segue per raggiungere la sua verità è molto simile a quello compiuto da Nietzsche e, benché gli

autori citati da lui siano tutti classici (da Parmenide ad Aristotele), egli si rifà molto ai moderni. La

“persuasione” non è altro che la conquista totale della propria vita, sulla quale si esercita il pieno possesso . E per

avere il pieno possesso sulla propria vita bisogna vedere ogni presente come l’ultimo. Di primaria importanza è,

quindi, la ricerca assoluta di se stessi e tanto più si procede sulla via equilibrata della persuasione, tanto si è più

vicini alle cose lontane. La “rettorica” è, invece, qualsiasi mezzo che serve a convincere l’altro a fare o pensare

una determinata cosa. L’autore ritiene che la retorica prevale sulla persuasione e, dunque, ci porta lontano dalla

ricerca di noi stessi per concentrarci sugli altri. Dino Campana nacque nel 1885 a Marradi e morì in manicomio

nel 1932. Conosciuto più per le stramberie che per le doti intellettuali, vagò molto tempo in Italia, in Europa e in

America del Sud, prima di ammalarsi gravemente e venire internato. La sua raccolta più importante, nonché

espressione più alta di poesia italiana prima della Prima guerra mondiale, è Canti orfici, pubblicata a spese

dell’autore nel 1914. Il linguaggio subisce una trasformazione straordinaria, divenendo denso ed oscuro, spesso

mistico, simbolico. I Canti orfici sono un misto di prosa e di versi, i cui modelli sono senza ombra di dubbio il

prosimetro dantesco Vita nuova e il frammentismo decadente e simbolista. In Campana c’è l’intento di narrare

un’autobiografia poetica. Il nome “Canti”, sul solco dei canti leopardiani, si riferiscono ad una poesia orale,

svincolata dalla scrittura, che si trasforma, appunto, in canto; “orfici”, invece, fa riferimento ad un contesto di

poesia e di mistero, di canto profano e religioso ed alla figura mitica del cantore Orfeo. Come Orfeo è il poeta

delle origini, così Campana si immagina in una realtà in decadenza; Orfeo è sospeso tra il mondo umano e gli

Inferi, al tempo stesso Campana oscilla tra la ragione e l’irrazionalità; Orfeo insegue per tutta la vita Euridice,

per poi perderla, Campana cerca di idealizzare la figura di un eterno femminino, che sempre gli sfugge. La

poesia di Campana, dunque, rompe definitivamente con la tradizione, collocandosi al di fuori di essa.

Pirandello e Svevo arrivano alle soglie del Novecento già maturi: Pirandello ha 33 anni, Svevo 39; motivo per

cui essi attraversano il primo decennio del ‘900 più da spettatori che da protagonisti, raggiungendo la fama solo

dopo la guerra. Per età e posizioni ideologiche, essi sono più dei tardo-positivisti che idealisti; anzi, più

precisamente, sviluppano una vera e propria critica del Positivismo. I loro punti di riferimento sono Bergson per

Pirandello e Freud per Svevo che, come i loro seguaci, eseguono un’analisi scientifica del reale, che viene

filtrato ed analizzato dalla coscienza. Essi, come poi avrebbero fatto Pirandello e Svevo, avevano guardato cosa

c’era dietro o sotto la superficie delle cose, scoprendo che il loro senso nascosto, quello più profondo,

contraddice quello apparente. Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867; il padre, ex garibaldino, era

proprietario di alcune zolfare. Studiò prima a Palermo, poi a Roma e si laureò a Bonn con una tesi di linguistica

sul dialetto agrigentino. Del 1894 è la sua prima raccolta di novelle Amori senza amore. Nello stesso anno sposa

Maria Portulano, dalla quale avrà tre figli, anche se il matrimonio sarà funestato dalla crescente insanità mentale

dalla moglie, definitivamente internata nel 1919. L’attività intellettuale di Pirandello si sviluppa in questo

periodo in tre direzioni: quella saggistica, quella novellistica e quella romanzesca. La prima opera teatrale messa

in scena è Pensaci, Giacomino! del 1916, seguita da Liolà, Il berretto a sonagli e La giara nel 1917 (tutte

interpretate dall’attore siciliano Angelo Musco). Nel 1921 andarono in scena a Roma Sei personaggi in cerca

d’autore, seguiti l’anno successivo da Enrico IV. Nel 1929 fu rappresentata Questa sera si recita a soggetto e

Come tu mi vuoi nel 1930. Le opere teatrali di Pirandello furono raccolte nella raccolta Maschere nude. Ricevette

il Nobel nel 1934 e morì nel 1936. La produzione saggistica pirandelliana è molto importante per comprendere

l’ideologia letteraria dell’autore. Nel saggio L’umorismo, Pirandello spiega che l’umorismo è il “sentimento del

contrario”, il gusto cioè per la contraddizione e il relativo; esso non è solo il comico, da cui nasce e che è

l’avvertimento del contrario, ma qualcosa di più, la consapevolezza delle stramberie e delle contraddizioni

profonde che si celano dietro l’apparenza delle cose. Pirandello sostiene che nulla di ciò che appare, nella realtà,

è, ma tra ciò che essere e apparire c’è un profondo distacco, una deformazione incomprensibile. Questo

meccanismo, se osservato superficialmente, fa ridere (è, dunque, comico), se invece si va in profondità, dietro

l’apparenza delle cose, si scopre che le stranezze, le stramberie e le contraddizioni che facevano prima ridere,

possono invece essere molto dolorose e tristi, suscitando sofferenza e partecipazione (umorismo). Nel saggio

Arte e scienza, Pirandello sostiene che queste componenti non sono fra loro incompatibili, ma possono interagire

fra loro. Secondo Pirandello, obiettando la posizione di Croce, l’opera d’arte non può limitarsi ad una forma

sterile, ma il processo creativo in sé porta ad un continuo flusso che va da emozione ad emozione. Inoltre, in

numerosi saggi, riallacciandosi alle posizioni linguistiche di Graziadio Ascoli, Pirandello ritiene che in Italia non

esista una lingua viva, ma i colti conoscono quella artificiale dei libri e gli incolti solamente il dialetto natio. Per

questo motivo, tutta la sua opera è pervasa da un continuo sforzo di creazione linguistica, sì colta, ma il più

possibile viva e caratterizzata dalla coloritura del dialetto. Novelle per un anno è la raccolta dei racconti

pirandelliani, caratterizzata da una straordinaria sistematicità. Il titolo suggerisce che l’autore avrebbe

raccogliere 365 racconti, quanti sono i giorni di un anno. Tuttavia il piano non fu portato a compimento in

quanto i racconti raccolti sono poco più di 200, riordinati un po’ alla rinfusa, senza ordine tematico né

cronologico. Vi sono novelle lunghe e corte, descrittive e dialogiche. Quelle che colpiscono di più sono quelle

che descrivono le bizzarrie e le contraddizioni sia fisiche sia psicologiche dei personaggi rappresentati, con lo

scopo di far riflettere il lettore sulla natura dei casi umani. Tra i romanzi più importanti di Pirandello ricordiamo:

I quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno e centomila, Il fu Mattia Pascal e I vecchi e i giovani.

Ne I quaderni di Serafino Gubbio operatore il protagonista, un operatore presso la casa di produzioni

cinematografiche Kosmograph, vive un intenso malessere derivante dal suo mestiere di operatore, perdendo la

sua personalità in quanto la lente della telecamera arriva sempre di più a coincidere con il suo occhio. Uno,

nessuno e centomila descrive le vicende di un ricco borghese di provincia che, dopo numerose scomposizioni

psicologiche del suo essere, si degrada e finalmente tranquillo finisce in un ospizio per i poveri. Il capolavoro

indiscusso di Pirandello è Il fu Mattia Pascal: è la storia di un poveraccio di provincia che, creduto morto, decide

di approfittare dello stato di cose per cambiare nome (Adriano Meis) e cambiare vita. Dopo vari viaggi, si

stabilisce a Roma in una pensione e qui si innamora della figlia dell’oste, Adriana. Poco dopo, però, si rende

conto dell’insostenibilità di quella vita e, tornato al suo paese, decide di svelare la sua esistenza: scopre, tuttavia,

che la moglie ha sposato il suo migliore amico e che ormai niente può tornare come prima. Egli, così, diviene

l’ombra di se stesso, incapace di vivere la nuova vita e impossibilitato nel tornare nella vecchia. Vi è quindi, alla

base, una volontaria perdita d’identità non reversibile. Pirandello narra, dunque, come vera una storia che fa di

tutto per apparire falsa, ed anche il narratore, che pure è vero, fa di tutto per apparire inventato: in ciò sta la

maestria di Pirandello, nella capacità di far apparire la realtà come qualcosa di illusorio, e l’illusione come

qualcosa di reale. I vecchi e i giovani hanno un’impostazione più tradizionale, riallacciandosi a I Viceré di De

Roberto; esso ritrae gli stati d’animo del ceto intellettuale del paese a seguito dei moti risorgimentali. La raccolta

delle opere teatrali di Pirandello prende il nome di Maschere nude: il nome sta a rappresentare che l’esistenza,

quando è liberata dalle apparenze, rivela la sua autentica verità, spesso dolorosa. Il gioco della finzione investe

tutto: in Sei personaggi in cerca d’autore, i personaggi, che sono attori, diventano autonomi, si svincolano dal

loro ruolo principale, per esternare sul serio le loro sofferenze e i loro dolori. La natura sospesa dei personaggi

viene portata all’estremo, rendendo la realtà illusione e viceversa. E si tratta in ogni caso di una comunicazione

che diviene forte e pervasiva in quanto si instaura diretta con il pubblico, senza alcun filtro. Italo Svevo nacque a

Trieste nel 1861 in una famiglia numerosa. Figlio di un benestante commerciante ebraico, il suo vero nome era

Ettore Schmitz. Il suo pseudonimo sta a testimoniare la duplice identità della sua esistenza: esso infatti sta a

significare “italianotedesco”. Svevo non fu mai uno scrittore di professione: nella vita si occupò soprattutto di

commercio e industria. Sin da piccolo studiò i classici tedeschi e frequentò un istituto superiore commerciale.

Collaborò con qualche testata giornalistica e si occupò di teatro (recensì il Mastro-don Gesualdo di Verga). Nel

1890 iniziò a lavorare al suo primo romanzo, Una vita, che fu tuttavia respinto dell’editore Treves. Così Svevo

fu costretto a pubblicarlo a proprie spese presso un editore minore. Nel 1896 sposa Livia Veneziani, figlia di un

ricco industriale triestino e, in questo periodo, legge i romanzi francesi contemporanei e studia Schopenhauer.

Nel 1896 pubblica il suo secondo romanzo, Senilità, di impianto autobiografico. I primi due romanzi dell’autore

furono del tutto ignorati dalla critica, a tal punto che egli si vide costretto ad abbandonare per molti anni la

scrittura dedicandosi ad attività commerciali. La coscienza di Zeno, tuttavia, ottenne sin da subito un grande

successo, anche internazionale. Italo Svevo morì nel 1929 a seguito di un non grave incidente stradale, che

tuttavia peggiorò le sue già scosse condizioni cardiache. Una vita e Senilità sono romanzi molto simili tra loro,

entrambi caratterizzati dalla narrazione in terza persona e in cui vi è la descrizione di una situazione e di un

protagonista (maschile). Una vita è la storia di un giovane provinciale colto ma povero, Alfonso Nitti, giunto in

città per fare fortuna. S’impiega in una banca e qui si innamora della figlia del proprietario, Annetta. La

relazione tuttavia non dura molto, sia per il carattere volubile della ragazza, sia perché Alfonso viene osteggiato

da coloro che gli stanno attorno. Così, pervaso da un profondo disagio esistenziale, il giovane, piuttosto che

sfidare in duello il fratello di Annetta, preferisce uccidersi. Senilità è la storia di Emilio Brentani, impiegato con

passioni letterarie, che vive con la sorella Amalia, ormai non più tanto giovane. Il protagonista si innamora di

Angiolina, una bella e sensuale ragazza del popolo e ne diviene l’amante. Anche Balli, amico di Emilio, è

profondamente attratto da Angiolina e, al tempo stesso, Amalia cova un forte sentimento nei confronti dell’amico

del fratello. Amalia così, non ricambiata e in preda alla disperazione, decide di suicidarsi; anche Emilio rimane

solo dopo una notte d’amore e nel ricordo confonde Angiolina e Amalia. Si tratta di storie di personaggi

mediocri, già destinati alla sconfitta, a cui si contrappongono figure femminili dominanti, dotate da una

prorompente intelligenza e sanità. La coscienza di Zeno, pubblicata nel 1923, è anch’essa la storia di uno

sconfitto. Il romanzo si apre con la Prefazione, in cui un medico psicanalista dichiara di aver spinto il proprio

paziente (Zeno) a scrivere un’autobiografia per motivi terapeutici. Dal secondo capitolo (Preambolo), quindi, la

narrazione si svolge in prima persona e il protagonista inizia a raccontare la sua storia, scandendola per tappe

ben definite. Seguono, infatti, altri sei capitoli, ognuno dei quali riporta un evento fondamentale della vita di

Zeno. Rispetto a Pirandello, in Svevo si attenua il conflitto con il reale e le sofferenze umane vengono affrontate

con l’ironia: Zeno Cosini è un inetto e, prima di affrontare i problemi della realtà circostante, deve risolvere tutte

le sue contraddizioni, le proprie debolezze, la propria inettitudine e le sofferenze fisiche. E l’unico modo con cui

Zeno combatte la propria inettitudine è l’arma dell’ironia, che porta il protagonista a prendere le cose non troppo

sul serio. L’inettitudine, così come la malattia, è uno stato d’essere che non può essere superato da Zeno e col

quale egli deve convivere per sempre. Proprio l’ironia è il vero carattere della coscienza sveviana, lo spazio entro

cui l’inettitudine viene relegata pacificamente. Infatti, solo scherzando Svevo può descrivere i mali e le

sofferenze del suo protagonista. E’ un dato particolare il dato che in Italia, in pieno Novecento, la coscienza della

crisi si manifesti tramite la comicità piuttosto che con la tragicità e ciò ci fa supporre che lo scrittore

novecentesco, abbandonato il titanismo superomistico e magniloquente, si scopra nient’altro che un uomo

mediocre, al pari dei personaggi dei suoi romanzi. Si assiste quindi a un generale abbassamento piscologico ed

esistenziale dei personaggi; inoltre, l’intreccio tra riso e lacrime è una condizione peculiare del romanzo italiano

del Novecento. La coscienza di Zeno fu accolta favorevolmente della critica e fu molto apprezzata anche da

James Joyce e da Eugenio Montale. Il conflitto bellico dà luogo ad una letteratura che mostra il dramma di una

guerra spesso dissennata e feroce. Alla fine di esso, molti erano della convinzione che tutta la vecchia Italia, con

la classe dirigente al completo, dovesse essere spazzata via, affinché il sacrificio di tante vite umane non

risultasse vano. E’ con questo groppo di rancore, dolore, lacrime ed insoddisfazione che la cultura italiana del

Dopoguerra dovette fare i conti e, inevitabilmente, da lì ripartire.

Capitolo sesto – La crisi del regime liberale e l’età del fascismo (1919-1943)

La guerra aveva danneggiato la produttività e la situazione finanziaria del Paese. Oltre a ciò, il vecchio ceto

dirigente liberale continuava a reggere l’Italia con metodi tradizionali, che dovevano necessariamente essere

superati. Nascono in questo periodo i partiti di massa: il Partito socialista e il Partito popolare. In tale

contesto, Giovanni Giolitti tentò di neutralizzare le ali estreme della politica e di irrobustire l’equilibrio dello

Stato. Al contempo cresce e si afferma il movimento fascista quando, nel 1919, Benito Mussolini fonda a

Milano i Fasci di combattimento. Il fascismo ebbe un così grande successo perché andava incontro alle esigenze

dei più reazionari e conservatori in quanto, da un lato si opponeva allo Stato liberale, dall’altro si scontrava con i

partiti popolari, che avevano dei programmi contraddittori con il suo. Nel 1922, Vittorio Emanuele III diede a

Mussolini l’incarico di formare il governo: l’Italia che Mussolini portava al re era quella della borghesia

conservatrice, nazionalista e reazionaria. Al fascismo aderirono tutte quelle forze contrarie allo Stato liberale,

ritenendolo incapace di realizzare la grandezza dell’Italia: i nazionalisti, i seguaci di D’Annunzio, i futuristi e gli

anarcosindacalisti. Nel corso degli anni Trenta, la cultura del Fascismo si identifica sempre di più con la

riscoperta retorica della romanità, mischiando ad essa i peggiori aspetti della nostra tradizione e storia: il

Classicismo di facciata, il culto della bella frase, il rigonfiamento del torace di fronte a chi è più grande di noi,

l’estetica e l’arte come norme di vita. In tale contesto si sviluppano due interessanti movimenti: il movimento di

“Strapaese”, diretto dal senese Mino Maccari, e il movimento di “Stracittà”, legato alla rivista “900”, fondato

da Bontempelli e Malaparte, che esaltava il rapporto fra fascismo e modernità. In questo periodo, Benedetto

Croce si oppose fermamente al fascismo, esprimendo la “religione della libertà”.

Incominciano ad operare durante gli anni della guerra i giovanissimi Piero Gobetti ed Antonio Gramsci, i quali

si pongono il problema di rigenerare dalle fondamenta la vecchia cultura italiana, sul solco di Salvemini,

Einaudi, Croce, Sorel, Prezzolini, etc. Il punto di riferimento della loro riflessione sociale è la Torino degli anni

successivi alla Prima guerra mondiale. Gobetti ne La rivoluzione liberale rimane fedele ad una prospettiva

borghese di governo della società. Egli era favorevole ai “consigli operai”, sostenendo che solamente con uno

sviluppo capitalistico dinamico le forze borghesi e quelle operaie avrebbero potuto incontrarsi. Gramsci, invece,

focalizza direttamente la sua attenzione sull’esperienza operaia dei “consigli”, che egli interpreta sotto il profilo

politico, culturale ed economico. Tuttavia sconfitti entrambi nello scontro con il fascismo vittorioso, le loro idee

permangono nei partiti e gruppi d’opposizione, il Partito comunista e il movimento “Giustizia e libertà” (poi

Partito d’azione).

In questo contesto, la ricerca letteraria appare più schiva ed appartata. Nascono diverse riviste importanti; tra

queste è da menzionare “La Ronda”, la quale rivendica il ritorno dell’arte alla sua indipendenza in un rinnovato

“Classicismo”. Essa polemizzava contro la “Voce”, per la sua degradante commistione di letteratura e impegno

morale, di arte e civiltà. Altra rivista degna di nota è “Il Baretti” diretta da Pietro Gobetti, che si propone serietà

di propositi e animo antiretorico. Componente essenziale di questo atteggiamento è la preoccupazione di non

rinserrarsi entro i limiti provinciali. La rivista fiorentina “Solaria” porta avanti questo discorso, divenendo

ambito di interessi più letterari ed estetizzanti; allo stesso modo “Letteratura” eredita da “Solaria” uno dei

direttori (Bonsanti) e molti degli interessi. Si forma in Italia, in questi anni, una vera e propria civiltà letteraria,

che vede protagonisti i “poeti nuovi”, cioè Umberto Saba, Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti; seguiti negli

anni Trenta dagli “ermetici”, cioè Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Mario Luzi, etc. Umberto Saba,

triestino, è il poeta dell’appassionata concentrazione sentimentale e del sentimento perenne della vita. Le sue

poesie sono raccolte nel Canzoniere, opera in parte autobiografica, scritta con mano fermissima e quasi classica.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da un padre lucchese emigrato, e qui trascorse la

sua adolescenza e giovinezza, derivandone la condizione dello “sradicato” e del “nomade”. Nel 1912 lasciò per

sempre l’Egitto e si trasferì a Parigi, dove trascorse anni importantissimi per la sua formazione: conobbe Picasso,

Braque, Modigliani e divenne amico intimo di Apollinaire. Successivamente fu soldato semplice sul Carso e, in

tale contesto, iniziò a scrivere i suoi primi versi, raccolti poi nella raccolta Il porto sepolto apparsa nel 1916. Del

1919 è, invece, Allegria di naufragi. Dopo la guerra si trasferì a Parigi e nel 1933 pubblicò la raccolta

Sentimento del tempo, dove si fa più forte il suo rapporto con la tradizione poetica italiana, i suoi modelli sono

soprattutto Petrarca e Leopardi. Successivamente si trasferì con la famiglia in Brasile fino al 1942, dove insegnò

letteratura italiana. Rientrato in Italia, fu nominato accademico d’Italia e professore per “chiara fama” di

letteratura italiana moderna e contemporanea nell’Università di Roma. Morì a Milano nel 1970. Il giovane

Ungaretti si rifà soprattutto alla tradizione simbolista (piuttosto che a Mallarmé o Leopardi, il cui stile

influenzerà le raccolte mature), ispirandosi molto ai Calligrammes dell’amico Apollinaire. Perciò, egli nasce


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Lineamenti di letteratura italiana del prof. Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa ( cap. V-VIII). Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918), La crisi del regime liberale e l’età del fascismo (1919-1943), L’età della Resistenza e dell’antifascismo (1944-1956), La Prima repubblica (1956-1989) – Sperimentalismo, avanguardie, contestazione dei miti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Zancan Marina.

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