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Riassunto esame Letteratura italiana, prof. Zancan, libro consigliato Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa

Riassunto per l'esame di Lineamenti di letteratura italiana del prof. Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa ( cap. V-VIII). Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918), La crisi del regime liberale e l’età... Vedi di più

Esame di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea docente Prof. M. Zancan

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conservatrice, nazionalista e reazionaria. Al fascismo aderirono tutte quelle forze contrarie allo Stato liberale,

ritenendolo incapace di realizzare la grandezza dell’Italia: i nazionalisti, i seguaci di D’Annunzio, i futuristi e gli

anarcosindacalisti. Nel corso degli anni Trenta, la cultura del Fascismo si identifica sempre di più con la

riscoperta retorica della romanità, mischiando ad essa i peggiori aspetti della nostra tradizione e storia: il

Classicismo di facciata, il culto della bella frase, il rigonfiamento del torace di fronte a chi è più grande di noi,

l’estetica e l’arte come norme di vita. In tale contesto si sviluppano due interessanti movimenti: il movimento di

“Strapaese”, diretto dal senese Mino Maccari, e il movimento di “Stracittà”, legato alla rivista “900”, fondato

da Bontempelli e Malaparte, che esaltava il rapporto fra fascismo e modernità. In questo periodo, Benedetto

Croce si oppose fermamente al fascismo, esprimendo la “religione della libertà”.

Incominciano ad operare durante gli anni della guerra i giovanissimi Piero Gobetti ed Antonio Gramsci, i quali

si pongono il problema di rigenerare dalle fondamenta la vecchia cultura italiana, sul solco di Salvemini,

Einaudi, Croce, Sorel, Prezzolini, etc. Il punto di riferimento della loro riflessione sociale è la Torino degli anni

successivi alla Prima guerra mondiale. Gobetti ne La rivoluzione liberale rimane fedele ad una prospettiva

borghese di governo della società. Egli era favorevole ai “consigli operai”, sostenendo che solamente con uno

sviluppo capitalistico dinamico le forze borghesi e quelle operaie avrebbero potuto incontrarsi. Gramsci, invece,

focalizza direttamente la sua attenzione sull’esperienza operaia dei “consigli”, che egli interpreta sotto il profilo

politico, culturale ed economico. Tuttavia sconfitti entrambi nello scontro con il fascismo vittorioso, le loro idee

permangono nei partiti e gruppi d’opposizione, il Partito comunista e il movimento “Giustizia e libertà” (poi

Partito d’azione).

In questo contesto, la ricerca letteraria appare più schiva ed appartata. Nascono diverse riviste importanti; tra

queste è da menzionare “La Ronda”, la quale rivendica il ritorno dell’arte alla sua indipendenza in un rinnovato

“Classicismo”. Essa polemizzava contro la “Voce”, per la sua degradante commistione di letteratura e impegno

morale, di arte e civiltà. Altra rivista degna di nota è “Il Baretti” diretta da Pietro Gobetti, che si propone serietà

di propositi e animo antiretorico. Componente essenziale di questo atteggiamento è la preoccupazione di non

rinserrarsi entro i limiti provinciali. La rivista fiorentina “Solaria” porta avanti questo discorso, divenendo

ambito di interessi più letterari ed estetizzanti; allo stesso modo “Letteratura” eredita da “Solaria” uno dei

direttori (Bonsanti) e molti degli interessi. Si forma in Italia, in questi anni, una vera e propria civiltà letteraria,

che vede protagonisti i “poeti nuovi”, cioè Umberto Saba, Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti; seguiti negli

anni Trenta dagli “ermetici”, cioè Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Mario Luzi, etc. Umberto Saba,

triestino, è il poeta dell’appassionata concentrazione sentimentale e del sentimento perenne della vita. Le sue

poesie sono raccolte nel Canzoniere, opera in parte autobiografica, scritta con mano fermissima e quasi classica.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da un padre lucchese emigrato, e qui trascorse la

sua adolescenza e giovinezza, derivandone la condizione dello “sradicato” e del “nomade”. Nel 1912 lasciò per

sempre l’Egitto e si trasferì a Parigi, dove trascorse anni importantissimi per la sua formazione: conobbe Picasso,

Braque, Modigliani e divenne amico intimo di Apollinaire. Successivamente fu soldato semplice sul Carso e, in

tale contesto, iniziò a scrivere i suoi primi versi, raccolti poi nella raccolta Il porto sepolto apparsa nel 1916. Del

1919 è, invece, Allegria di naufragi. Dopo la guerra si trasferì a Parigi e nel 1933 pubblicò la raccolta

Sentimento del tempo, dove si fa più forte il suo rapporto con la tradizione poetica italiana, i suoi modelli sono

soprattutto Petrarca e Leopardi. Successivamente si trasferì con la famiglia in Brasile fino al 1942, dove insegnò

letteratura italiana. Rientrato in Italia, fu nominato accademico d’Italia e professore per “chiara fama” di

letteratura italiana moderna e contemporanea nell’Università di Roma. Morì a Milano nel 1970. Il giovane

Ungaretti si rifà soprattutto alla tradizione simbolista (piuttosto che a Mallarmé o Leopardi, il cui stile

influenzerà le raccolte mature), ispirandosi molto ai Calligrammes dell’amico Apollinaire. Perciò, egli nasce

senza volerlo come un poeta fortemente avanguardista, che rappresenta la parola in stato di crisi. Inoltre, nella

sua poesia vi è un fondamento esistenziale e biologico profondissimo. La parola di Ungaretti analizza una realtà

contraddittoria, ciò che già c’è prima che tutto il resto ci sia. La sintassi ungarettiana si basa su un linguaggio più

dimesso e quotidiano e si fonda su di una metafisica, diversamente a quella di Montale. Le sue poesie sono

racconti da cui il tempo è stato risucchiato per lasciare il posto ad una durata indefinibile, dagli esiti smisurati.

Esempio lampante e straordinario ne è Soldati. Parola e sentimento tendono a coincidere, e il lettore sa che ciò

che non viene detto bisogna cercarlo nell’alone misterico che circonda ed espande il quadro. La parola ci

riconduce ad un mistero inconoscibile. Questa fase caratterizza soprattutto le liriche della raccolta Sentimento

del tempo. Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 e fu influenzato notevolmente dagli ambienti scabri e

salsedinosi liguri, tanto che la “liguricità” di Montale è fuori discussione. Partecipò alla guerra come ufficiale e,

tornato a Genova, intrecciò rapporti fecondi con l’ambiente triestino e quello torinese. Presso le Edizioni Gobetti

pubblicò nel 1925 il suo primo volume di poesie, Ossi di seppia. Successivamente si trasferì a Firenze, dove fu

fino al 1938 direttore del Gabinetto Viesseux. In quegli anni collaborò con molti giornali e riviste e fu vicino a

“Solaria”. Nel 1939 pubblica presso l’editore Einaudi la sua seconda raccolta di poesie, Le occasioni. Nel

secondo dopoguerra Montale s’iscrisse al Partito d’azione e fondò “Il Mondo”. Si trasferì a Milano dove divenne

redattore del “Corriere della Sera”. La bufera e altro, Satura, Diario del ’71 e ’72 apparvero in questi anni. Fu

nominato senatore a vita nel 1967, ricevette il Nobel per la letteratura nel 1975 e morì a Milano nel 1981. Ossi di

seppia è la prima raccolta di poesie composte durante la fase ligure del poeta e contiene sessantuno

componimenti. Il titolo, oltre a rimandare ad una delle sei sezioni della raccolta, fa riferimento al carattere scabro

e consumato delle tematiche e delle forme poetiche. Alcune delle sezioni (come Riviere) sono costituite da un

solo componimento e non tutte le liriche hanno un titolo. Montale esprime la propria lettura del mondo,

rendendola pregna di un simbolismo intenso e profondo. Egli tende ad evitare il lindore neoclassico dei

rondeschi sia il sentimentalismo di Ungaretti e Saba. Il carattere scabro della sua poesia, l’aderenza agli oggetti,

l’essenzialità dell’ambiente, il ritmo musicale sorvegliato, l’invito all’intimità sono i tratti peculiari del lirismo

montaliano. Montale, inoltre, condivide con il famoso poeta Thomas Eliot, il quale nel 1922 pubblica il

poemetto The Waste Land, una spogliazione progressiva del reale, un denudamento semantico, una progressiva

essenzialità della parola. Anche in Montale c’è un rapporto con la tradizione, a tal punto che si può ben dire che

egli arriva a un nuovo “sublime italiano”, a cui arriva a seguito di un’estrema scarnificazione del linguaggio e

abbassamento di tono. La raccolta Le occasioni è del 1939; la prima edizione è costituita da 49 testi, nella

seconda se ne aggiungono altri quattro. L’opera è divisa in quattro sezioni, distinte per numeri romani. Solo la

seconda, composta da venti brevi componimenti, porta il titolo di Mottetti. La terza sezione è costituita da un

solo componimento, Tempi di Bellosguardo. Il titolo di Occasioni si può intendere in due modi: come eventi

della vita in cui ci si imbatte e lasciano un ricordo scritto; oppure come eventi in cui l’ispirazione poetica si

presenta ad intermittenze, seguendo logiche interne non sempre spiegabili. Rispetto ad Ossi di seppia, alla

condizione naturale subentra nelle Occasioni una nuova dimensione cittadina, in cui sono presenti anche figure

femminili. L’esempio più alto di questa raccolta è La casa dei doganieri. In Montale la crisi del moderno è

perfettamente introiettata e ciò che egli rappresenta nelle sue poesie è la “disarmonia” della realtà che lo

circonda in virtù di un disadattamento psicologico che è proprio di tutte le nature poetiche.

L’ermetismo fu una corrente poetica che, negli anni Venti e soprattutto Trenta, fece della parola un culto

esclusivo. Questa corrente poetica incluse i maestri Ungaretti e Montale e, soprattutto, i loro seguaci

(Quasimodo, Luzi, Gatto, Sereni, etc.). “Ermetismo” è un termine classico che rimanda alle dottrine di Ermete

Trismegisto, leggendario maestro esoterico, e fa riferimento al carattere chiuso, spesso poco comprensibile, di

questa poesia. Uno tra i poeti ermetici più significativi fu il siciliano Salvatore Quasimodo, che nelle raccolte

Oboe sommerso, Poesie, Ed è subito sera affronta tematiche mitiche e mediterranee. Tale compattezza di idee e

ricerche formali non può dirsi tale anche per la narrativa, che nel corso del Novecento aveva tre punti di partenza

diversi: il Verismo naturalistico, il romanzo dannunziano e il frammentismo dei vociani. I romanzi più

interessanti sono quelli che, partendo da questi presupposti, puntano verso direzioni autonome ed originali. Lo

scrittore più significativo di questo periodo fu Carlo Emilio Gadda, esponente di spicco del gruppo di

“Solaria”. I suoi romanzi più importanti furono, senza dubbio, quelli che apparirono su “Letteratura”, i più

riusciti e famosi, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) e La cognizione del dolore (1963). Altro

scrittore interessante fu Massimo Bontempelli autore dei romanzi Vita e morte di Adria e dei suoi figli e Gente

nel tempo, caratterizzato dal “realismo magico”, cioè la presentazione di situazioni inverosimili e sovrannaturali

con una descrizione realistica. Non a caso il contrasto fra ideale e reale è un luogo comune della letteratura

italiana di questa fase che va tra la fine della Prima guerra mondiale e gli anni Trenta (sulla scia

dell’insegnamento pirandelliano). Scrittore notevolissimo fu anche Alberto Moravia con il suo capolavoro Gli

indifferenti. Egli si ispira soprattutto ai classici russi e al naturalismo francese. Gli indifferenti sono

un’esperienza di grosso realismo moderno ma anche di critica all’ambiente e ai personaggi rappresentati. Il

realismo è la rappresentazione di una condizione umana senza porosità, tutta intessuta di relazioni ininterrotte.

Moravia presenta al suo lettore delle storie esemplari, che egli ha l’illusione di fruire grazie alla maestria dello

scrittore che lo sottrae alle sue inibizioni e complessi. Altro capolavoro è il romanzo breve Agostino, la storia di

un adolescente, turbato sessualmente e psicologicamente da alcune esperienze vissute durante una vacanza.

Scrittori da menzionare sono pure Corrado Alvaro, impegnato nell’analisi della condizione borghese cittadina e

moderna, con la raccolta di racconti Gente in Aspromonte, in cui emerge l’interesse dello scrittore per le realtà

regionali e provinciali dei ceti subalterni; e Ignazio Silone con Fontamara, romanzo sociale che descrive la

povera vita di un paese abruzzese. Bruno Cicognani ed Enrico Pea sono scrittori toscani che si inseriscono nel

solco della letteratura a carattere regionale. All’interno di questo quadro assumono un rilievo particolare

Federigo Tozzi, il quale con i romanzi Con gli occhi chiusi, Il podere e Tre croci rappresenta l’infelice e

soffocante condizione dei personaggi tipici della provincia toscana; e Aldo Palazzeschi, vicino da giovane alle

posizioni dei crepuscolari, della “Voce” e dei futuristi, i cui romanzi più importanti sono il Codice di Perelà, Il

controdolore, i Due imperi mancati, Stampe dell’Ottocento e Sorelle Materassi. Della successiva generazione di

scrittori è da ricordare soprattutto Vasco Pratolini, che in molti dei suoi romanzi utilizza il filtro dei ricordi

d’infanzia per dissolvere i connotati realistici della provincia toscana, recuperandone la sostanza umana

profonda. Verso la metà degli anni Trenta si verifica la comparsa di un nuovo antifascismo. Per il fascismo

nemici da battere erano i capitalisti, i proletari e i borghesi. Tematiche antiborghesi approfondiranno soprattutto

Elio Vittorini e Pratolini. Il distacco dei gruppi intellettuali dal fascismo avviene durante la guerra di Spagna, in

cui appare chiaro che esso difenda gli interessi dei gruppi più chiusi e reazionari. Nella fase del distacco,

appaiono le opere più interessanti del periodo, come Conversazione in Sicilia di Vittorini degli “astratti furori”.

Capitolo settimo – L’età della Resistenza e dell’antifascismo (1944-1956)

La caduta del fascismo fu determinata da fattori sia interni che esterni. Sono soprattutto da annoverare la cattiva

conduzione della guerra, le sconfitte militari e la crisi dell’economia. A poco a poco, abbandonarono il supporto

al fascismo anche i gruppi economici dominanti e la casta monarchico-militare e fu possibile a Vittorio

Emanuele III nel 1943 un colpo di stato con il quale rovesciò Mussolini e nominò al governo Pietro Badoglio,

nel tentativo di creare un fascismo senza fascisti. Anche le masse popolari si schierano sempre di più contro il

fascismo, soprattutto la piccola e media borghesia. Il distacco tra masse popolari e regime rendeva possibile

l’iniziativa dei partiti politici d’opposizione. Si verifica così, tra il 1943 e il 1945, l’esperienza democratica della

Resistenza al fascismo. La definitiva caduta del fascismo fu determinata dall’instaurazione della Repubblica

mediante referendum popolare (2 giugno 1946), all’interno della quale si muovono le grandi organizzazioni di

massa (partiti e sindacati) nel rispetto della Costituzione (approvata nel 1947). Così la borghesia tiene

saldamente le redini del governo fino all’inizio del 1960. In questi anni l’Italia andava facendosi sempre più

industriale e meno agricola. In questo periodo, gli intellettuali antifascisti usciti dalla Resistenza aspirano a

realizzare un programma di rinnovamento civile e morale nella persuasione che soltanto ora fosse divenuto

possibile realizzare un’idea di Nazione compiuta ed armonica. Questo tentativo fu tenacemente perseguito dalla

rivista “Il Politecnico”, fondata e diretta da Elio Vittorini per l’editore Einaudi, che si proponeva di realizzare

una nuova cultura, aperta ai bisogni delle masse. Inoltre, Vittorini ribadiva una netta separazione tra politica e

cultura, sostenendo la superiorità di quest’ultima sulla prima. Da ciò scaturì una violenta polemica tra Vittorini e

Palmiro Togliatti, dirigente del Partito comunista. Tale polemica isolò “Il Politecnico”, affrettandone la crisi,

determinata anche dall’allontanamento dei gruppi intellettuali democratici dalle proposte di Vittorini. Si

rafforzarono anche quei gruppi legati alla Resistenza: il Partito d’azione e il Partito comunista, crescita favorita

anche dalla pubblicazione dei Quaderni del carcere, tra il 1947 e il 1951, di Antonio Gramsci. Egli sosteneva

soprattutto la cultura nazional-popolare e una riforma intellettuale e morale a stampo borghese. Anche i cattolici

rientrarono nella vita politica del Paese, anche se la cultura rimane laica. I giovani scrittori del periodo

successivo alla guerra, lasciano intendere che la guerra abbia cambiato tutto, in primo luogo loro stessi, e che

quindi sia necessario fondare una nuova cultura su nuovi valori. Gli scrittori si faranno, dunque, interpreti ed

esaltatori dei sentimenti degli uomini comuni. Divenne importantissima la cinematografia neorealista, i cui

risultati migliori furono raggiunti da Rossellini, De Sica e Visconti. In campo letterario, invece, la situazione si

presenta molto più discontinua e, talvolta, insoddisfacente. Alberto Moravia è ormai uno scrittore borghese

affermato, che riceve un’eccezionale fortuna derivatagli dal romanzo Gli indifferenti. Egli continua a

rappresentare la storia di un’impotenza che, divenuta meccanismo biologico elementare, passa di travestimento

in travestimento senza mutare il proprio ingranaggio. Nei romanzi Il disprezzo e La noia tale meccanismo è

diventato così scontato da assumere un’aria vagamente surreale. Elio Vittorini con Uomini e no del 1945 riesce a

dimostrare quanto sia difficile fare della letteratura sulla base di un impeto volontaristico (gli “astratti furori”).

Di grande importanza risulta, invece, il volume Diario in pubblico del 1957 in cui l’autore pubblicò molti dei

suoi articoli e saggi precedenti, nel tentativo di fornire un’autobiografia intellettuale ideale. Originale esempio di

letteratura populista è Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, che rappresenta uno squarcio di realtà

umana subalterna. Cronaca familiare è una dolente ricostruzione dei rapporti intercorsi tra lo scrittore e un

fratello immaturamente scomparso. Diverso è il caso di Cesare Pavese in quanto le vicende storiche e politiche

non scalfiscono il suo nodo esistenziale profondo, votato a vedere nelle cose ciò che c’è di duraturo e

d’impenetrabile. L’interesse per il mito si manifesta soprattutto nell’opera etnografica e mitologica Dialoghi con

Leucò del 1947, ma anche in opere come La casa in collina e La luna e i falò del 1950. Il suo suicidio è molto

probabilmente da ricollegare all’incomprensione dalla quale fu circondato e a un profondo disadattamento alla

vita. Tra i neorealisti antifascisti vanno anche collocati gli scrittori meridionali che hanno fatto oggetto delle loro

opere le condizioni del Mezzogiorno d’Italia e delle plebi meridionali. Opera importantissima di questo filone è

Cristo si è fermato ad Eboli del medico e pittore torinese Carlo Levi. Egli era stato confinato in Lucania, la

ragione d’Italia in quel momento più isolata, che egli rappresentò con un gusto per l’arcaico e il primitivo, in

bilico tra leggenda e realtà. Altri scrittori meridionali furono Francesco Jovine con Le terre del Sacramento e

Carlo Bernari con i Tre operai. Fondamentale è il teatro di Eduardo De Filippo che, trattando tematiche

socialmente impegnate e caratterizzazioni popolari con l’uso del dialetto napoletano, si innesta negli anni

direttamente successivi alla guerra. Egli aveva fatto tesoro del teatro napoletano di Scarpetta e Viviani e della

drammaturgia di Pirandello: da ciò ne deriva una visione fortemente deformata della vita, in cui il comico e il

tragico si intrecciano. Tra le sue molte commedie sono da ricordare soprattutto Natale in casa Cupiello, Questi

fantasmi!, Le voci dentro, Filumena Marturano e Sabato, domenica e lunedì, che riflettono in maniera

drammatica le tensioni del dopoguerra. Come era accaduto con la Prima guerra mondiale, anche la seconda

provoca una produzione grandiosa di diari, testimonianze e racconti e romanzi ispirati a quelle dure esperienze.

Le scritture di guerra sono generalmente di tre tipi: la trasfigurazione romanzesca degli eventi vissuti o sentiti

raccontare; le rievocazioni documentarie; i testi in cui la guerra diviene una vicenda lirica, fortemente soggettiva.

Rievocazione commossa della ritirata del Corpo di spedizione italiano in Russia del 1942 è il romanzo Ricordi

della ritirata di Russia di Mario Rigoni Stern, romanzo eccezionale per la sua forza documentaria. Il sergente

della neve è la lotta che un singolo individuo conduce contro difficoltà di ogni genere da cui emerge una verità

superiore, persino straniata. La semplicità e l’essenzialità sono le caratteristiche di questo tipo di racconto.

Particolarmente notevole è la Storia di Tonle, ambientata negli anni della Prima guerra mondiale. Lo scrittore

Primo Levi affrontò nei romanzi Se questo è un uomo e La tregua l’esperienza devastante della deportazione

degli ebrei in Germania e dei campi di sterminio nazisti. La tendenza dominante in Levi è quella di spingere lo

sguardo “verso il fondo”, per scendere alle radici dell’umano, là dove il Bene e il Male si fronteggiano. Tutta la

sua opera è percorsa da un irriducibile ottimismo. Primo Levi non è una vittima ma un combattente e difensore

della sopravvivenza; egli trasforma l’esperienza del campo di concentramento in racconto e in letteratura,

precisando che se non avesse vissuto la stagione di Auschwitz, molto probabilmente non avrebbe mai scritto

nulla. Egli, dunque, come scrittore nasce ad Auschwitz e, in quanto tale, può parlare solo di Auschwitz. La

risposta all’orrore, inoltre, non lo cancella, bensì lo vince. Si dedicano a tematiche inerenti alla Resistenza e alla

partigianeria gli scrittori Beppe Fenoglio e Luigi Meneghello, i cui romanzi più famosi sono rispettivamente Il

partigiano Johnny e I piccoli maestri. Per entrambi si tratta di Resistenza in montagna, e cioè di guerra aperta

contro un nemico più unito, forte e armato. I partigiani di Fenoglio e Meneghello (e di Calvino) sono tormentati

dalla fame, dal freddo, dalla neve, dal fango, dalla ristrettezza economica e militare. Essi dormono male,

mangiano male, combattono male e l’attività in cui essi sono più impegnati è la fuga. La guerra di movimento

lascia il posto al “rastrellamento” che è imprevedibile e devastante. L’instabilità e l’incertezza costituiscono il

Leitmotiv della narrazione. In entrambi gli scrittori, inoltre, assume un rilievo particolare l’elemento popolare. Il

linguaggio di Meneghello è piano, colloquiale; quello di Fenoglio ha invece valenze multiple. I due autori

introducono, inoltre, nel romanzo italiano una componente epica che rappresenta un eroe italiano serio,

antiretorico, capace di lotta e di sacrificio. Gli scrittori “non impegnati” sono quelli che non aderiscono al

neorealismo e si mantengono fedeli alla ricerca iniziata negli anni Trenta e conservata anche durante la guerra.

Tra questi ricordiamo soprattutto Dino Buzzati con Paura alla Scala e Il deserto dei tartari, Tommaso Landolfi,

Guido Piovene con Pietà contro pietà e Lettere di una novizia e Antonio Delfini con Il ricordo della Basca.

Attività resistenziali consistenti svolse anche Alba de Céspedes, che fondò la rivista “Mercurio”. In questa fase

le scrittrici scelgono di rendere più marcata la presenza dell’identità femminile in campo culturale, mostrandosi

meno coinvolte al neorealismo ed interessante ad approfondire le loro personali ricerche. Nel 1938 Alba de

Céspedes scrisse il romanzo Nessuno torna, opera fortunatissima. Nel secondo dopoguerra pubblicò due romanzi

a forte intelaiatura narrativa e d’intenso scavo psicologico: Dalla parte di lei (1949) e Quaderno proibito (1952).

Dalla parte di lei è il racconto in prima persona di Alessandra che, dopo un’infanzia e adolescenza infelici, si

innamora di Francesco, uno dei capi della Resistenza romana, politico-intellettuale gravato da sensi negativi.

Quando Francesco si chiude nel suo io, dedicandosi totalmente alla milizia politica e civile, Alessandra, incapace

di sopportare questa perdita, lo uccida. Più intenso è Quaderno proibito, il diario di una donna qualsiasi, Valeria,

felicemente sposata e con due figli ormai adulti. Ella inizia a confessarsi (innanzi tutto a se stessa) quando per

caso acquista un quaderno di scuola dalla copertina lucida e nera, in cui incomincia ad annotare giorno per

giorno le sue riflessioni. La “scrittura”, in questo caso, diviene mezzo per svelare “l’esistenza”. A poco a poco

attraverso la sofferenza, ma anche la gioia, Valeria cresce su se stessa fino ad intravedere altre possibilità

dell’esistenza. Quaderno proibito è un romanzo sperimentale che si propone di ricondurre la realtà raccontabile e

quel mondo interiore che le donne non raccontano mai, sul piano del racconto letterario. Con de Céspedes le

donne diventano lo spettro interpretativo di un’intera realtà. Significativo è anche il romanzo sperimentale Nel

buio della notte del 1976, scritto quando l’autrice si era trasferita a Parigi per qualche tempo. Più letterata della

de Céspedes appare Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti Longhi), storica dell’arte e saggista. Di lei è da

ricordare il romanzo Artemisia pubblicato nel 1947. E’ la storia della pittrice Artemisia Gentileschi, figlia di

Orazio, pittore caravaggesco del Seicento. Attraverso la professione e gli affetti famigliari, la protagonista si

riscatta da un destino di subalternità e avvilimento. In Artemisia confluiscono le competenze storico-artistiche e

letterarie della Banti. Il risultato è un racconto complesso, in cui “memoria” e “descrizione” s’intrecciano.

Gianna Manzini affonda le sue radici in “Solaria” e “Letteratura” ed ha scritto diversi libri importanti: Lettera

all’editore, Un’altra cosa, Ritratto in piedi. Il suo libro più importante è La sparviera, storia di una malattia che

perseguita il protagonista sin dall’infanzia e per tutta la vita, fino a condurlo alla morte. La scrittrice più

propriamente neorealista di questo periodo è Anna Maria Ortese, autrice di Il mare non bagna Napoli, raccolta di

racconti, inchieste e discussioni, relativi alla miseranda condizione della città. Nel racconto Il silenzio della

ragione la scrittrice narra le speranze e il fallimento di un gruppo di giovani intellettuali napoletani, che avevano

tentato nel dopoguerra a dar vita a una nuova cultura. In campo poetico vi sono numerose oscillazioni ed è da

segnalare la frettolosa liquidazione dell’ermetismo, anche se ciò non impedisce agli ermetici di continuare a

produrre. Ricordiamo infatti i poeti Mario Luzi con le raccolte che vanno da Quaderno gotico a Nel magma,

Alfonso Gatto con Il capo sulla neve, Vittorio Sereni con Diario d’Algeria, Giorgio Caproni con Il seme del

piangere, Attilio Bertolucci con La camera da letto e il marxista Franco Fortini con Una volta per sempre. Anche

Pier Paolo Pasolini nasce come poeta ermetico dialettale in lingua friulana ed ottiene i più alti risultati nelle

raccolta Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo. Il poeta rompe i modi della tradizione ermetica e

ricerca strutture poetiche più distese e narrative, quale il poemetto (recuperando i Poemetti pascoliani). Egli

spezza anche la tradizione di Pascoli, di Carducci e di D’Annunzio, creando un impasto linguistico e stilistico

ambiguo. Pasolini inventò per questa fase della sua ricerca la formula dello “sperimentalismo”. Ben presto i

valori della cultura antifascista si logorano lentamente sia per i contrasti presenti all’interno della nuova cultura

sia per le ristrettezze in ambito politico, soprattutto nella sinistra. Gli anni Sessanta si aprono sulla ricerca di

nuove vie.

Capitolo ottavo – La Prima repubblica (1956-1989) – Sperimentalismo, avanguardie,

contestazione dei miti

Nei quarantacinque anni che vanno dal 1945 al 1989 l’Italia conosce un lunghissimo periodo di pace in

condizioni di sostanziale equilibrio politico. In questo arco di tempo si susseguono governi democristiani. Solo

nel 1981 il primo Presidente del Consiglio sarà il repubblicano Spadolini. Ha successo anche il Partito

comunista. La stabilità politica, la capacità imprenditoriale e la presenza di grandi masse lavoratrici, inoltre,

favoriscono la crescita economica del Paese. Questa crescita è anche favorita dal piano Marshall, grazie al quale

l’Italia, devastata dalla guerra, riceve fondi economici dagli Stati Uniti. In poco tempo, così, l’Italia da paese

agricolo, diviene fortemente industriale con la conseguenza che milioni di lavoratori e contadini, si spostarono

dal Mezzogiorno al Nord, trovando occupazione nelle grandi fabbriche e favorendo il processo di reciproca

conoscenza tra operai del Nord e del Sud. Al fenomeno dell’emigrazione verso l’estero, tipica del periodo tra

Otto e Novecento, subentra l’emigrazione interna con conseguente processo di grande urbanizzazione. Il dato più

evidente è la crescita di un’enorme classe operaia di fabbrica. Il ceto intellettuale soffre particolarmente questa

nuova situazione, ma si sforza per analizzare e descrivere il grande mutamento in atto. Verso la fine degli anni

Settanta nasce in Italia un vero e proprio “mercato culturale di massa”. Crescono, inoltre, l’intervento scolastico

e l’alfabetizzazione e vi è la formazione di una koinè di massa, che consente la comunicazione fra parlanti di

regioni e strati sociali diversi. La ricerca letteraria è ricchissima di temi e forme fino agli anni Ottanta, dopodiché

tende ad esaurirsi su se stessa, senza nuove proposte. Subentra un’incessante volontà di sperimentazione, nel

tentativo di superare i postulati precedenti.

Nato nel 1893 e legato alle riviste “Solaria” e “Letteratura”, Carlo Emilio Gadda in questo periodo acquisisce

una fama universale, divenendo uno dei maestri del Novecento italiano. Diviene il modello per molti intellettuali

grazie alle due opere che in questo periodo pubblica definitivamente, La cognizione del dolore e Quer

pasticciaccio. Egli era nato a Milano in una famiglia borghese; si iscrisse al Politecnico, nel 1915 partì come

volontario al fronte prima di essere preso prigioniero. Nel suo Giornale di guerra e di prigionia, Gadda descrive

l’incapacità dei soldati e degli ufficiali italiani, oltre le proprie nevrosi. Si laurea nel 1920 in ingegneria e solo

nel 1931 si dedica esclusivamente alle lettere. Su “Letteratura” pubblica il romanzo, scritto nel 1936, anno della

morte della madre, La cognizione del dolore. Si trasferisce a Firenze, dove, oltre a stringere rapporti con

l’ambiente culturale e letterario, ripubblica in forma definitiva i suoi due romanzi più famosi. Muore a roma nel

1973. Gadda è un manipolatore linguistico eccezionale e “ricostruttore” di forme romanzesche che stanno e non

stanno dentro la tradizione. Egli, inoltre, ispirandosi a Manzoni e agli scrittori lombardi a lui successivi, pratica

la commistione di diversi piani linguistici, che s’integrano perfettamente, compiendo un’operazione di “realismo

moderno”. In lui agisce un sostanziale fattore nevrotico, probabilmente da attribuire alla sua malcelata ed

ossessiva omosessualità. Nelle sue opere ritroviamo l’ossessione del sesso e del dolore, la presenza incombente

della morte, un eccesso di soggettività frustrata. E per lui l’unico rimedio alla nevrosi è, appunto, la scrittura. La

cognizione del dolore, pubblicato in volume nel 1963, ambientato in un immaginario Sudamerica, narra la storia

di don Gonzalo Pitobutirro, che combatte le sordidezze del mondo provinciale che lo circonda; egli è in aspro

conflitto con la madre, per quanto amatissima, per le sue debolezze. In fin dei conti la Cognizione è un’opera

autobiografica, una vera e propria confessione. Quer brutto pasticciaccio de via Merulana, uscito in volume nel

1957, è ambientato a Roma e adotta l’uso del dialetto romano. E’ la storia dell’indagine condotta dal

commissario Ingravallo per scoprire l’autore dell’assassinio della signora Liliana Balducci, sua conoscente.

L’adozione del genere giallo permette a Gadda l’esplorazione delle innumerevoli ambigue realtà della Capitale.

Con Gadda il romanzo si apre agli sperimentalismi più audaci della ricerca letteraria novecentesca. Se, infatti, il

reale è incompiuto e contraddittorio, anche il romanzo lo sarà. Sia La cognizione sia Quer pasticciaccio, infatti,

non hanno conclusione. Dietro i romanzi di Gadda c’è una tragica autobiografia, che l’autore scioglie con la

moltitudine di nessi nevrotici e irrazionali.

Nel 1959 esce presso Einaudi “Il menabò di letteratura”, diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino, organo di

rinnovamento letterario fortemente sperimentale e linguistico. In linguaggio tecnico-editoriale “menabò”

significa l’abbozzo di un progetto grafico, in cui via via si inseriscono osservazioni e modifiche. Della rivista

escono dieci numeri, tra il 1959 e il 1967; la pubblicazione avveniva per blocchi tematici. La proposta più

significativa della rivista è quella di Industria e letteratura. Il ragionamento di base è che la rivoluzione

industriale ha indotto un mutamento antropologico, che deve avere ripercussione anche sul linguaggio e sulla

letteratura. Da ciò ne scaturì un vivace dibattito. A tal proposito, Umberto Eco parla del fenomeno

dell’alienazione come fondamentale per la vita dell’uomo moderno: è un fenomeno permanente, ma non tragico,

anzi “naturale”. Nel 1955, Italo Calvino, nel saggio Il midollo del leone ritiene che lo scrittore, facendo uso

dell’intelligenza, può credere all’individuo e rifiutare la sua dissoluzione, senza però pensare di poter rimuovere

il negativo. Questa linea è approfondita da Calvino nei saggi pubblicati sul “Menabò”; tra questi è da ricordare

“La sfida al labirinto” del 1962, in cui Calvino critica i vecchi e nuovi avanguardisti per la loro distaccata e

impassibile osservazione della reale, da cui la coscienza è totalmente esclusa. Per Calvino, invece, la realtà è

conoscibile e, dunque trasformabile tramite la “letteratura della coscienza”.

L’esperienza della neoavanguardia crea una nuova generazione di scrittori che si collocano quasi tutti nel nord

Italia, connotandosi per il suo carattere fortemente settentrionale. In tale contesto si inserisce l’esperienza del

“Gruppo 63”, che deriva il suo nome da un convegno tenutosi a Palermo nel 1963. La neoavanguardia, dunque,

parte dal rifiuto dell’avanguardia storica. Essi puntarono a rinnovare il linguaggio, facendo di esso un modello

realistico in grado di ricostruire il mondo circostante, esploso in mille frammenti. I neoavanguardisti più

significativi furono Edoardo Sanguineti e Elio Pagliarani. Sanguineti, professore universitario, insigne dantista,

puntando sulla destrutturazione linguistica, rende la condizione di alienazione dominante del tempo. Sia nelle

poesie e nelle prose narrative significative risultano le associazioni stilistico-semantiche e la forza del suo

sincopato metrico. Pagliarani insiste nelle sue opere sul concetto di relazione circolare tra negativo e positivo, tra

distruzione e progettazione, nell’intento di ricercare nuovi significati da sostituire a quelli logorati. I romanzi

appaiono ad altro e sono deprivati di qualsiasi connotazione pseudo-realistica o pseudo-naturalistica. L’esempio

più riuscito è Capriccio italiano di Sanguineti. Tuttavia il Gruppo 63 si sciolse nel 1968-69 per i contrasti fra i

suoi componenti.

Gli anni Sessanta sono ricchissimi di innovazioni: il “Menabò”, Vittorini e Calvino, neoavanguardia,

sperimentalismo e rivoluzione linguistica. Del 1962 è Opera aperta di Umberto Eco, il quale ritiene che l’opera

d’arte sia un messaggio fondamentalmente ambiguo, una pluralità di significati che convivono in un solo

significante. In questa concezione “aperta” dell’opera d’arte confluivano anche le arti figurative, il dodecafonico

nella musica e le innovazioni letterarie di Joyce. In questo periodo entrano in Italia le “scienze umane”, la

psicologia, la sociologia, la logica e la semiologia. Del 1963 è la Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De

Mauro, che apre una prospettiva straordinaria di studio e confronto sui rapporti fra lingua e società, lingua e

dialetti, lingua letteraria e lingua dell’uso. La trasformazione del nostro Paese da agricolo in industriale modificò

in parte il panorama culturale, favorendo la nascita del filone dell’ “operaismo”. A Torino escono i “Quaderni

rossi” di Raniero Panzieri, poi “Classe operaia” di Mario Tronti e i “Quaderni piacentini”, la più poliedrica e

inter-artistica. Nel 1958 vengono pubblicate le opere di Majakovskij e di Brecht. Significativo è l’opera Scrittori

e popolo di Alberto Asor Rosa, in cui l’idea di fondo è che la ricerca prepotente dei critici progressisti di una

letteratura socialmente impegnata ha contribuito a impedire la nascita in Italia di una grande letteratura borghese

di livello europeo, apparendo impossibile un’alternativa. Negli stessi anni, Fortini muove la critica a Vittorini,

secondo la quale egli ritiene non si possa rifiutare la politica per gli stessi motivi per cui non si può rifiutare la

letteratura e la poesia. Notevole è anche la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, che istituì diverse

scuole popolari in Toscana e denunciò i limiti classisti dell’insegnamento nella scuola italiana. In questo contesto

si inserisce il teatro comico di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997. Egli istituisce un rapporto

interattivo con il pubblico, il quale si rivela a sua volta partecipe, non semplice spettatore. La sua opera più

significativa è Mistero buffo, del 1974, che esprime da un lato un’acre polemica contro la ferocia delle classi

dominanti, dall’altro esprime la voce delle classi subalterne: tutto ciò in un fantastico contesto medievale. Il

personaggio principale è un giullare. Il linguaggio utilizzato, soprattutto dai personaggi del popolo, è invenzione

di Fo, il “grammelot”, che dovrebbe ritrarre il linguaggio del 1300.

La narrativa italiana, dagli anni ’50 agli inizi degli ’80, è di straordinaria ricchezza. Al tradizionale regionalismo

subentra un indiscutibile “punto di vista italiano”. In tale contesto opera un gruppo di scrittori, nelle cui opere

della maturità appare chiara la crisi del neorealismo. Uno di questi è il bolognese Giorgio Bassani, autore di

alcuni racconti legati all’ambiente emiliano e ferrarese pubblicati in Cinque storie ferraresi, cui va accostato il

romanzo breve Gli occhiali d’oro. In lui la realtà, filtrata dalla memoria, appare in maniera molto indiretta. La

sua opera più nota è Il giardino dei Finzi-Contini, che narra la storia di una ricca famiglia ferrarese ebraica di

quel nome, destinata ai campi di sterminio. Di Carlo Cassola, romano e partigiano nel Volterrano, ricordiamo

soprattutto lo splendido racconto lungo Il taglio del bosco, che tratta la storia di un umile boscaiolo che, avendo

da poco perso la moglie, si rifugia nel proprio dolore dedicandosi esclusivamente al lavoro in montagna, con le


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Lineamenti di letteratura italiana del prof. Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Breve storia della letteratura italiana II, L’Italia della Nazione, Asor Rosa ( cap. V-VIII). Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’età dell'idealismo e l'Italia giolittiana (1897-1918), La crisi del regime liberale e l’età del fascismo (1919-1943), L’età della Resistenza e dell’antifascismo (1944-1956), La Prima repubblica (1956-1989) – Sperimentalismo, avanguardie, contestazione dei miti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Zancan Marina.

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