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Storia europea della letteratura italiana – Ottocento

Alberto Asor Rosa

L’eco dei rivolgimenti politici francesi e europei spinge numerosi intellettuali italiani a elaborare possibili soluzioni per un nuovo assetto istituzionale dell’Italia. Le tesi proposte si iscrivono in due filoni ideologici: quello democratico e giacobino e quello conservatore e liberalmoderato. L’età delle rivoluzioni e di Napoleone è contraddistinta in ambito artistico dal Neoclassicismo, che propugna il ritorno all’antico non solo nell’arte e nella letteratura, ma anche nelle forme di rappresentazione del potere: si pensi allo “stile Impero” napoleonico. Uno degli aspetti caratterizzanti di questa corrente di gusto è il recupero diretto dell’arte antica, soprattutto greca. Emblematica è l’opera di Winckelmann, archeologo e storico dell’arte, secondo il quale la rappresentazione della bellezza è possibile solo attraverso l’imitazione dell’arte greca. Altro elemento di novità del Neoclassicismo è il rapporto strettissimo fra arti figurative e letteratura. Ciò è dimostrato dall’influenza esercitata sui maggiori letterati del periodo da Antonio Canova, artista neoclassico per eccellenza.

Nell’ambito della questione della lingua, spicca da una parte la posizione di Cesari, che addita il modello da seguire nella lingua degli scrittori del Trecento (purismo). Sul fronte contrapposto si pone invece Cesarotti, che propone una lingua basata sull’uso. Innovativa è anche la tesi di Monti, che parla di una lingua comune nazionale. Fra i generi letterari più praticati in ambito neoclassico, si segnalano la prosa illustre (Pietro Giordani) e le traduzioni (Vincenzo Monti con l’Iliade). La poesia neoclassica italiana non si presenta come una realtà omogenea e monotonale, ma esprime con accenti diversi le multiformi tensioni che la animano: dal recupero del mondo antico all’inquietudine “preromantica” di fronte al presente.

Ugo Foscolo

Ugo Foscolo si colloca al culmine dell’intera tradizione classicistica settecentesca. Al tempo stesso, straordinarie appaiono le sue capacità di rielaborazione e di rinnovamento. Con Foscolo prende corpo lo stereotipo del genio. Cambia con lui, innanzitutto, la figura del letterato italiano tradizionale. In Foscolo è la voce della poesia che riprende il sopravvento. Era nato nel 1778 a Zante da madre greca. Nel 1785 aveva preso lezioni ne seminario di Spalato, soprattutto nelle materie classiche. Quando si trasferisce a Venezia sembra avesse difficoltà a parlare un corretto italiano.

Nel 1795, appena diciassettenne, entra nel salotto della nobildonna Isabella Albrizzi, sua iniziatrice amorosa e intellettuale, la quale favorisce i suoi primi contatti con gli ambienti letterari del tempo. Già nel 1796 stende i suoi primi componimenti poetici e pone mano al progetto di quel che poi sarà l’Ortis. Si sviluppano in questa fase le due forse più intense relazioni amorose della sua vita: quella, difficile e dolorosa, con Isabella Roncioni, promessa sposa a un altro; e quella con la nobildonna Antonietta Arese.

Nel 1802 pubblica l’edizione completa delle Ultime lettere di Jacopo Ortis e nel 1803 la prima edizione delle Poesie. Nel 1807 dà alla luce il carme Dei Sepolcri. Con l’appoggio di Monti ottiene nel 1808 la cattedra di eloquenza presso l’Università di Pavia, soppressa tuttavia qualche mese più tardi. Dovrà lasciare l’Italia nel 1815 per non dover prestare giuramento di fedeltà richiesto dagli austriaci. Dopo un breve soggiorno in Svizzera, ripara in Inghilterra, dove resterà fino alla morte.

L’impeto giovanile, la spinta a battere nuove strade, l’entusiasmo e la passione contraddistinguono in maniera indelebile il suo modo di esprimersi. Non si può dire certo che Foscolo sia stato un autore prolifico. Semmai, è autore che punta sull’intensità del singolo risultato per far meglio apparire un’evidente inversione di rotta dopo i primi anni giovanili. Mise sempre al primo posto l’indipendenza di giudizio e la salvaguardia della propria autonomia intellettuale e sentimentale.

Con il trattato di Campoformio scopre con dolore che le ragioni della politica prevalgono inevitabilmente e duramente su quelle dell’ideale. A Milano, nel 1798, fonda con Gioia e Custodi il giornale “Monitore Italiano”. Nel corso dei suoi primi soggiorni milanesi, Foscolo conosce il gruppo degli esuli napoletani, e in particolare Vincenzo Cuoco: attraverso di loro si impadronisce del pensiero di Vico e ne adotta lo storicismo. In occasione del Congresso di Lione del 1802, Foscolo scrive l’eloquente e appassionata Orazione a Bonaparte. In particolare, la sua richiesta a Bonaparte era di ricostruire un ordine fondato sul diritto.

Negli anni successivi il progressivo consolidamento del dominio napoleonico in Italia emargina Foscolo dall’attività politica. Il rifiuto di sottostare al nuovo governo austriacante lo mette poi sulla via dell’esilio. Sul piano degli orientamenti filosofici, Foscolo abbraccia in pieno la lezione degli illuministi francesi. Foscolo porta fino alle estreme conseguenze il sensismo e supera ogni spiegazione trascendente e religiosa. Ha una coerente visione meccanicistica del mondo, secondo la quale il mondo si spiega da sé, con le sue proprie leggi.

Il problema è come l’uomo si collochi e agisca in un così rigoroso contesto, che sembrerebbe limitare le sue libertà. Questa collisione fra “libertà” e “destino” fa assumere una tonalità pessimistica alla poesia foscoliana. Nella sua formazione letteraria, oltre ai poeti antichi, è presente l’intera tradizione lirica italiana; e molti degli scrittori europei contemporanei. L’Essay on the Present Literature of Italy del 1818 condensa i giudizi del poeta sui principali autori della letteratura italiana contemporanea, che essenzialmente sono: Cesarotti, Parini, Alfieri, Pindemonte e Monti.

Di Parini Foscolo apprezza il modo con cui riuscì a “congiungere” “studio e cultura”; di Alfieri il “carattere”, con cui seppe difendere la sua opinione che “poeti, storici e oratori possono fiorire solo in una libera nazione”. Negli anni dell’esilio inglese, il lavorio indefesso sui materiali e sulle figure della tradizione più autentica diede vita ad alcune magistrali ricostruzioni storico-letterarie.

Fra il 1796 e il 1799 Foscolo compone numerosi versi, appartenenti alle cosiddette Poesie giovanili, il cui tratto caratteristico è il forte debito nei confronti della tradizione poetica precedente, in particolare montiana e pindemontiana, ma che già possiedono germi di novità destinati a sfociare nelle opere maggiori.

Prime prove certe dell’interesse di Foscolo per la stesura di un romanzo autobiografico-epistolare compaiono già in un suo Piano di studi del 1796. La composizione dell’opera cade tra il 1797 e il 1798. La prima redazione del romanzo comincia a uscire a Bologna nel 1798; quando però l’autore, per motivi militari, è costretto a lasciare in fretta la città, l’editore Marsigli affida a un giovane del luogo il completamento e il rifacimento della stesura. E questo e vero e proprio mostro appare nel 1799 con il titolo di Vera storia di due amanti infelici ossia Ultime lettere di Jacopo Ortis. Foscolo, venuto a conoscenza dell’accaduto, pubblicò una veemente protesta, cui fece seguito il lavoro di revisione e completamento dell’opera, apparsa a Milano nel 1802 con il titolo definitivo Ultime lettere di Jacopo Ortis. Una terza redazione, con sostanziose modifiche soprattutto di ordine politico, apparve a Zurigo nel 1816.

L’Ortis è un romanzo epistolare. Le lettere sono indirizzate dal giovane protagonista a un amico, Lorenzo Alderani, altrettanto giovane. Proprio ad Alderani si dovrebbe la pubblicazione postuma delle lettere di Jacopo. La prima lettera è datata 11 ottobre 1797: l’ignobile cessione della Repubblica di Venezia all’Austria da parte di Napoleone vi viene data per scontata, anche se il trattato di Campoformio fu firmato solo qualche giorno più tardi. Gli ultimi documenti sono del marzo 1799: l’azione dura dunque circa un anno e mezzo. All’inizio le lettere si succedono l’una all’altra in modo regolato e tranquillo. Da un certo momento in poi intervengono espedienti per suturare parti mancanti; ci sono inserimenti di altri testi. Verso la fine aumentano le interpolazioni dell’editore, fino alle pagine dedicate al tragico scioglimento della vicenda, dichiarato già prima che la vicenda inizi.

Alle spalle dell’Ortis si collocavano due modelli letterari di portata europea: La nuova Eloisa di Rousseau e I dolori del giovane Werther di Goethe. Quando Goethe scrive il Werther è anche lui giovanissimo. Anche il Werther è la storia di una passione infelice. Il breve romanzo è la descrizione del modo bruciante e possessivo con cui il sentimento amoroso si impadronisce totalmente del cuore di Werther. Non riuscendo a far breccia nel muro delle convenzioni sociali, Werther disperato si uccide sparandosi un colpo di pistola. Anche la storia narrata da Goethe, come quella di Foscolo, ha una radice autobiografica. L’amore folle e disperato spinge in primo piano la soggettività dell’amante. L’eroe si leva contro una comunità umana costituzionalmente inadeguata a capirlo: dall’altra parte l’elemento femminile, recepisce e condivide il sentimento dell’amante, ma non può capirne il carattere estremo della protesta e perciò si piega alle regole del costume dominante. La passione non può concludersi in un nessun modo positivamente.

Jacopo Ortis è un giovane patriota veneziano costretto a lasciare la città natale, dopo che questa è stata consegnata allo straniero, e a rifugiarsi sui colli Euganei, dove egli ha una piccola proprietà. Nella casa di un vicino conosce Teresa, e se ne innamora perdutamente. Teresa, però, è stata promessa da suo padre a un giovane proprietario, Odoardo. L’amore fra Jacopo e Teresa è perciò impossibile. Jacopo, in cerca di requie, lascia più volte i colli e vagabonda per l’Italia. Rientrato sui colli Euganei, vede Teresa, cui strappa un bacio. Trascorre gli ultimi giorni in una confusione disperata. Nel corso di una notte misteriosa si uccide piantandosi un pugnale nel cuore, a soli ventiquattro anni. Su tutto sovrasta un’immaginazione di tipo sepolcrale: Jacopo si vede spesso già immerso nell’ombra gelida della morte. La prosa dell’Ortis è più poetica che narrativa; insiste più sulla individuazione di stati d’animo soggettivi, frammenti di descrizioni, esplosioni di stati d’animo, che sullo svolgimento vero e proprio degli eventi. I toni confidenziali e sommessi si devono alla finzione epistolare. Talvolta i toni si alzano, divengono oratori.

Poesie è il titolo che Foscolo appose a una sua raccolta di liriche, apparsa in diverse edizioni a Milano nel corso nel 1803 e comprendente due Odi e dodici Sonetti. Il poeta risale alle fonti della grande poesia lirica italiana, privilegiando l’ode e il sonetto. Le Odi della raccolta presentano diversi elementi comuni. Innanzitutto il metro, quello tipico dell’ode settecentesca in forma di canzonetta. Il modello è chiaramente pariniano. Diversamente da Parini, però, la tematica si riduce e si concentra sull’esaltazione della bellezza femminile. Già nei titoli questa caratterizzazione neoclassica si evidenzia: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata. Essi sono in sostanza due apologhi su casi di bellezza minacciata, e poi recuperata e trionfante.

I Sonetti puntano più direttamente lo sguardo sulla condizione soggettiva, personale del poeta. Il sonetto viene recuperato da Foscolo per dare un ordine classico all’impeto travolgente e disordinato delle sue passioni. I sentimenti dominanti sono la malinconia e la disillusione; il senso del distacco e della perdita; la ricerca delle memorie perdute e degli affetti feriti. L’autobiografia balza in primo piano. L’ossessione mortuaria si sublima e si definisce con nettezza in una grande proposta di poesia civile, tutta volta al ristoro della decaduta condizione italiana. Il titolo esatto dell’operetta è Dei Sepolcri. Il tema dei sepolcri ritorna frequentemente nell’Ortis, nelle Poesie e nelle lettere.

Sullo sfondo c’è la tradizione della poesia notturna e sepolcrale inglese: Young, Hervey e soprattutto Gray. La genesi dell’opera passa attraverso diverse vicende. Ippolito Pindemonte, amico di Foscolo, aveva iniziato un lungo poema intitolato I cimiteri. Nel frattempo, Foscolo, aveva messo mano e rapidamente composto i suoi Sepolcri. Questi, essendo in dall’inizio dedicati all’amico Pindemonte, circolarono in un primo momento con il titolo di Epistola sui Sepolcri. Quando Pindemonte ricevette l’operetta foscoliana, abbandonò la composizione del suo poema. La prima edizione d’autore Dei Sepolcri vide la luce nel 1807 e fu definito “carme” piuttosto che epistola: ossia poesia lirica solenne, d’impronta classica.

L’occasione alla composizione del carme fu data dall’estensione all’Italia dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, che regolava gli usi cimiteriali, proibendo tra l’altro, per motivi igienici, la tumulazione delle salme dentro il perimetro urbano e favorendo la loro indistinzione o addirittura la loro irreperibilità. Il carme inizia con una doppia interrogazione retorica, rivolta all’amico Pindemonte: il sonno della morte non è meno duro ammesso pure che sia confortato dalle urne sepolcrali e dal pianto dei superstiti; quando il sole non rallegrerà più lo sguardo dell’osservatore e non ci sarà futuro, e il cuore non sarà illuminato dall’amore e dalle voci della poesia, non si potrà trarre alcun “ristoro” dalla presenza di un tumulo, che distingua le proprie ossa da quelle seminate ovunque dalla morte. Anche la Speranza, “ultima dea”, abbandona i sepolcri.

Una nuova legge, dice Foscolo, impone che i sepolcri siano allontanati dagli sguardi pietosi dei superstiti e addirittura privati del nome di coloro che racchiudono. Gli effetti di questa legge si vedono nella sorte toccata al corpo di Giuseppe Parini, seppellito senza avere tomba distinta, ormai scomparso e perduto nella fossa comune. Foscolo introduce un tema vichiano. Dal momento in cui gli esseri umani uscirono dalla condizione ferina, essi presero a sottrarre agli attacchi delle fiere e della corruzione i corpi dei loro cari. La tomba in questa visione è parte e segnale di un processo di civilizzazione, che coinvolge tutti gli istituti più alti della società umana. Prova ne siano le forme cimiteriali degli antichi, i quali fecero dei sepolcri l’occasione di una religione laica, fondata sul culto dei morti e non sulle vane credenze in un al di là favoloso. Altro passaggio decisivo del carme è quello per cui i sepolcri dei grandi infiammano l’animo grande a compiere alte imprese. Qui va collocato il vero architrave dell’intero carme. Le tombe possono essere alto esempio di vivere civile, se si dedica loro il culto che meritano.

Il poeta porta ad esempio la sua visita nel tempio di Santa Croce in Firenze alle tombe di Machiavelli, Michelangelo e Galilei, le uniche glorie italiane di cui possa vantarsi questa sfortunata nazione. Per avviare la parte iniziale della conclusione, il poeta si fa avanti in prima persona e prende la parola. Ugo Foscolo, errabondo per le avversità del tempo, viene chiamato dalle Muse, simbolo della poesia, a esaltare le gesta degli eroi. Il poeta, così, riacquista la sua funzione di vate, perché a lui spetta il compito di illustrare le grandi gesta degli uomini; la poesia riprende la sua funzione eternatrice, perché la forza della sua voce supera e trascende anche quella evocatrice dei sepolcri. Le Muse consentono alle opere dell’uomo, quando siano egregie, di sottrarsi all’azione corrosiva del tempo. Per rendere però più concreta la sua posizione, il poeta ricorre al mito di Troia. Il personaggio Omero, umano e terreno, ma poeta, riprende e compie l’opera ispirata dal dio: sono le Muse che chiamano i poeti ad “evocar gli eroi” e a preservare le loro gesta dall’oblio. Così, al di là del segno concreto e materiale del sepolcro, si leva la forza eternatrice della poesia, che non conosce né limiti né confini.

In una lettera del 1807 a un detrattore francese del carme, Foscolo ne proponeva la suddivisione in quattro sezioni. La prima comprende i vv. 1-90, e cioè dall’esordio fino alla deprecazione per la sorte dello scomparso Parini. È la parte più legata alla funzione affettiva e memoriale della tomba. La seconda va dal v. 91 al v. 150: comprende l’esaltazione della funzione vichiana del sepolcro, la contrapposizione dei sepolcri antichi a quelli cristiani, il richiamo al rapporto tra funzione del sepolcro e le “inclite gesta”. La terza, dal v. 151 al v. 212, introduce la tematica della funzione esortativa e ammonitrice dei sepolcri, l’esaltazione delle tombe dei grandi in Santa Croce e di Firenze. La quarta, dal v. 213 al v. 295, è dedicata alle Muse eternatrici e alla memoria di Troia. La lingua è eletta ed elevata; non è però né accademica né vocabolaristica.

Le Grazie avrebbero dovuto essere le protagoniste dell’opera poetica più impegnativa di Foscolo. Allo spirito delle Grazie si ispira infatti tutto il Neoclassicismo, cioè all’idea di una bellezza così raffinata da sfiorarne l’ispirazione originaria. “Grazie” era il nome latino di quelle divinità greche, le Cariti, considerate protettrici della bellezza, sia naturale sia artistica. Foscolo divise la materia in tre inni, rispettivamente dedicati a Venere, Vest

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Testi e questioni di letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Storini Monica Cristina.
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