Un vampiro di Luigi Capuana
Nella produzione fantastica italiana, diversamente da quella europea, non ci sono molti racconti che hanno per protagonisti i vampiri. Questo, probabilmente, a causa del ritardato sviluppo di questo modo letterario. Infatti, “Un Vampiro” di Capuana è il primo di questa esigua produzione. Il brano può essere definito fantastico in parte, per l’elemento di non-risposta razionale agli eventi che si sono presentati.
Il titolo
È Capuana stesso a intitolare il brano “Un Vampiro”, anche se all’interno del testo questo termine non è mai utilizzato, neanche nella scena madre quando l’essere soprannaturale succhia il sangue al neonato.
Struttura del testo
Il brano ha una struttura che si compone di tre parti:
- Introduzione al racconto fortemente dialogico e asimmetrico fra lo scienziato e il poeta
- Narrativa: diviso in due parti, nella prima Giorgi racconta i fatti (in maniera più equilibrata) con un’analessi; nella seconda abbiamo un narratore esterno
- Epilogo del racconto, con cambio del narratore.
Il narratore
Il brano poggia su una struttura mimetica, diversamente dai comuni brani fantastici, nei quali il narratore è omodiegetico. In “Un Vampiro” il racconto regge su una struttura dialogica, dapprima molto asimmetrica (lo scienziato vuole accreditare la propria teoria prima dei fatti). Solo alla fine appare un narratore eterodiegetico e onnisciente.
I personaggi
Al centro del dialogo iniziale ci sono due personaggi, il poeta e lo scienziato, due figure fortemente opposte che rappresentano due culture differenti. All’interno del racconto fantastico stanno a indicare uno l’essere inaffidabile (il testimone del fenomeno fantastico è sempre inaffidabile, è un elemento tipico del fantastico), sognatore e facilmente suggestionabile; l’altro essere sicuro delle sue posizioni e delle sue risposte, con un atteggiamento prevaricante e presuntuoso, tipico della scienza.
Paradigma di realtà
È un elemento fondamentale all’interno dell’opera, perché esso è definibile come fantastico. L’interesse di Capuana, scrittore verista e raccoglitore di fiabe del folclore locale (siciliano), è rivolto al territorio di confine fra scienza e non-scienza. Il volume “Fatale Influsso” al quale l’opera appartiene è dedicato a Cesare Lombroso, scienziato positivista che si interessò anche dei fenomeni soprannaturali.
Pathos visivo
L’apparizione è fortemente usata in questo racconto e il soprannaturale, giocando con la percezione di chi percepisce, si manifesta in maniera progressiva.
Elementi che accomunano “Un Vampiro” di Capuana a “L’Horlà” di Maupassant
- La casa: luogo in cui avvengono le manifestazioni. Secondo Freud, la casa sta a simboleggiare se stessi, lo spazio familiare. L’invasione della casa da parte di un essere estraneo, misterioso sta a significare la presenza di qualcosa di sé di cui non si ha il dominio o conoscenza, è l’invasione dell’Altro.
- Qualcuno/qualcosa che si manifesta come una presenza inquietante all’interno dei propri ambienti: in “Un Vampiro” la manifestazione avviene in casa dei due coniugi, nella loro camera da letto.
- Progressione con la quale questo qualcuno/qualcosa si manifesta: la prima volta la manifestazione è fonetica, la seconda volta è fonetica prolungata e la terza è cinetica. La presenza inquietante segue a manifestarsi con la possessione della moglie di Lelio Giorgi e con la materializzazione di una parte del corpo. L’aspetto espressivo che crea una crescita della tensione si costruisce facendo comprendere al lettore di non essere davanti a una teoria, ma davanti a un racconto. Inoltre, il fatto che questa volta anche Lelio Giorgi sentisse i rumori dà credibilità alla manifestazione.
Nesso fra amore e morte
Come nei due innamorati de “I Fatali”, l’amore fra Silvia e il giovane fatale conduce a uno stato di deperimento della ragazza, anche in “Un Vampiro”, il Vampiro si nutre dell’essere che ama, esprimendo così il senso di possessione dell’altro che fa morire l’altro.
I vampiri
Sono individualità, sono come morti viventi, sono a metà fra la vita e la morte, per questo Mongeri, con un suo discorso “scientifico”, suggerisce all’amico un rimedio che proviene dalla cultura popolare, un rimedio al quale la scienza ancora non si piega, ma che lui stesso sta cercando di conoscere meglio. Tale metodo consiste nel disfare il corpo del defunto marito, solo così il morto sarà definitivamente morto.
Nella terza parte del racconto il narratore utilizza un tono ironico verso Mongeri: quest’ultimo pur avendo avuto la dimostrazione che quanto il rimedio della cultura popolare proponeva si era rivelato efficace, nella sua relazione da buon scienziato, non accennerà a ricredersi su questi rimedi poco scientifici, ma molto efficaci, sostenendo ancora l’idea di allucinazioni, suggestioni, induzione nervosa, tanti se e tanti ma.
Attenzione antropologica
L’attenzione alla cultura popolare è tipica di Capuana, come di Verga, entrambi veristi e il fantastico è un modo che pone la sua attenzione anche alla cultura popolare.
L'Alfier Nero di Arrigo Boito
Nel racconto “L’Alfier Nero”, possiamo prendere in considerazione una delle caratteristiche tipiche dei racconti fantastici: la tensione nel racconto è sempre molto sostenuta, diversamente da come avviene nei romanzi, dove a momenti di tensione si alternano momenti di pausa.
Nei racconti di Arrigo Boito, contrariamente da quelli di Iginio Ugo Tarchetti, la leva fondamentale non è tanto l’elemento sentimentale, che il narratore deve saper suscitare nel lettore, quanto l’elemento strutturale. Tale scelta stilistica di Boito è probabilmente dovuta dalla storia di librettista dello stesso scrittore. “L’Alfier Nero”, pubblicato nel 1867 nella rivista “Politecnico”, rappresentativo del pensiero illuminista-scientista, appartiene a un filone narrativo dedicato agli scacchi. In questo gioco, infatti, l’identificazione delle differenti pedine con delle figure umane è molto più evidente e tipico, rispetto al gioco della Dama. L’elemento dell’oggetto inanimato che si anima è centrale nel racconto.
Lo spazio
La novella di Boito è molto rigorosa nella sua costruzione di spazio e tempo (cronotopo). Lo spazio, molto particolare, ha un’impostazione di tipo teatrale, perché unitario, chiuso: il racconto, esclusi l’incipit e l’epilogo, si svolge tutto all’interno di una stanza, la hall di un albergo, e dalla stanza alla scacchiera che, per definizione, è un campo limitato. Andersson in preda alla follia porterà, alla fine del brano, la scacchiera nella realtà.
Il paese in cui è ambientato il racconto è la Svizzera, un non-luogo, nel quale vengono evocati altri luoghi, come la Giamaica e fatti ad essi collegati, come la rivolta scoppiata realmente nel 1865 e citata nel brano. Anche la citazione del romanzo “La capanna dello zio Tom”, edito nel 1851, della guerra che mise fine alla schiavitù, e di altri elementi e fatti realmente accaduti o esistiti, ci ricordano che il fantastico non è una fiaba, ma utilizza l’elemento di realtà fortemente perturbante.
Il tempo
Ha una struttura molto controllata, precisa, l’autore tiene conto del tempo a causa della partita degli scacchi, la quale ha una durata di circa 10 ore.
- Incipit – in media res
- Analessi (conversazione nella hall)
- La partita/sfida a scacchi (10 h)
- Epilogo
Il tempo della storia è di circa 12 ore, un tempo brevissimo; mentre il tempo del racconto è più lungo. L’elemento del tempo è scandito in media res, cioè il racconto comincia quando già è iniziato, per poi tornare indietro con un’analessi.
Il narratore è esterno e onnisciente, diversamente da altri brani fantastici, ed utilizza nell’incipit oltre alla metafora dell’analessi, quella dell’allocuzione (figura retorica quando ci si rivolge a qualcuno).
Ordine del simbolico
Il bianco e il nero che caratterizzano i due protagonisti e i pezzi degli scacchi sono intrisi di un significato simbolico. Al termine del suo racconto Giorgio Anderssen sparò un colpo contro il muro. Il narratore utilizza questo espediente per portare il racconto dal simbolico al reale.
Nella partita degli scacchi sono in conflitto non solo i due personaggi, ma anche i due popoli che essi rappresentano.
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