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La questione meridionale e i problemi del realismo

Nobiltà e borghesia nell'Italia unita: Consalvo Uzeda

Il raggiungimento dell’Unità nazionale porta l’Italia verso un governo liberale e al progressivo emergere della prima borghesia italiana. Prima del Risorgimento, la classe dirigente italiana era rappresentata dall’aristocrazia terriera alleata con la Chiesa; ma dopo l’Unità (1861), comincia a formarsi una nuova classe media costituita da commercianti, mercanti e piccoli proprietari terrieri, che entra in conflitto con la vecchia aristocrazia. Fra i maggiori scrittori dell'800, Federico de Roberto e Giovanni Verga si soffermano ad analizzare proprio gli aspetti di questa nuova borghesia italiana.

In seguito all'unificazione, si accentua il divario profondo tra nord e sud, che caratterizza il paese ancora oggi. Nel meridione, la formazione di una nuova classe di proprietari terrieri scaturì dalla decisione di espropriare le vaste proprietà della Chiesa per rivenderle sul libero mercato, il che significava per i nuovi ricchi, acquistarle a basso costo. Inoltre, mentre la politica dei Borboni aveva sempre mirato a favorire i poveri rispetto alle classi medie, la nuova legislazione piemontese favorì l'aumento dei prezzi agricoli, accentuando ancor di più il divario tra i ceti privilegiati e la plebe. Così, gli scrittori di maggior peso di questo periodo, non poterono non avvertire questa tragica novità.

Dell'aristocrazia offre un quadro eloquente Parini: si tratta di una classe frivola, parassitaria, disimpegnata, indegna delle proprie origini e dei suoi antenati. È una classe di uomini inconcludenti e moralmente pericolosi per il cattivo esempio che offrono, ma essere ricchi non vuol dire necessariamente essere potenti, quindi, all'aristocrazia non restava che il prestigio del rango sociale. Al nord, gli aristocratici si fondevano pian piano con il resto della società, mentre al sud essi persistevano nel rimanere oziosi, legati scioccamente al passato. Questo profilo è incarnato perfettamente nella figura di Consalvo Uzeda, protagonista dei Vicerè di De Roberto.

Tuttavia il principe Consalvo, ultimo rampollo di una casata spagnola di Sicilia, si distingue dai suoi consanguinei e si serve delle nuove circostanze storiche successive all'unità, per conquistare un potere effettivo. Quindi, il romanzo mostra la riscossa dell'aristocrazia che finge di abbandonare i propri pregiudizi per inserirsi nel nuovo sistema liberale e borghese. Il personaggio di Consalvo rappresenta il modo d’essere, pensare e agire della classe dirigente della Nuova Italia; e il conflitto che si genera tra lui e il padre riflette il contrasto politico tra il vecchio e il nuovo modo di esercitare il potere.

L'immagine di Consalvo è quella di un aristocratico che si appresta a conquistare il mondo della borghesia per perpetuare, anche se in modi diversi, l'antico potere feudale. La sicurezza di sé deriva da secoli di privilegi e questo atteggiamento cambia solo per effetto della storia, la quale spinge Consalvo a imboccare una strada diversa, a “convertirsi”. Così, inizia a studiare economica politica, diritto costituzionale, scienze dell’amministrazione. Questo cambiamento si deve a due circostanze: l'incontro/scontro con una nuova realtà storica. Il giovane, infatti, viaggia nelle maggiori città italiane ed europee dove scopre con rammarico che il mondo che voleva conquistare esigeva il possesso di una strumentazione tecnica di cui egli era privo; la riflessione sulla realtà storico-politica del tutto diversa dalla precedente realtà siciliana. La conquista della politica, pertanto, diventa l'imperativo categorico di Consalvo. Quindi, è necessario <>, saperla maneggiare con abilità più cinica rispetto agli altri concorrenti.

Il proposito di De Roberto è mostrare come la struttura che sosteneva il potere nel suo passaggio dall’età feudale a quella borghese, da monarchia assoluta a monarchia costituzionale, non era cambiata; quindi, la storia obbligava le classi dirigenti a mutare abitudini e idee, fornendo loro propositi più civili. Pertanto, lo sguardo di De Roberto è quello dello scrittore realista.

La questione meridionale e l'impassibilità verghiana

Tra quelli che si erano battuti per l’Unità d’Italia, ben pochi conoscevano le condizioni del Mezzogiorno e della sua gente, per cui si era diffusa l'idea di un paese ricco per natura, ma condannato alla miseria dal malgoverno borbonico e dalla corruzione degli abitanti, quindi, si pensò che il governo liberale dell'Italia unita avrebbe migliorato la situazione. Solo con l'inizio del nuovo secolo ci si rese conto che il Mezzogiorno non era una zona ricca e rigogliosa e che la politica sino ad allora aveva convogliato capitali e ricchezze soltanto al Nord.

Prima dell’Unità, il meridione era stato un paese con una pressione fiscale moderata, con vasti beni demaniali e un governo la cui prima preoccupazione era quella di mantenere bassi i prezzi dei generi alimentari. Dopo il 1861, cominciò a perdere la propria autonomia: le imposte aumentarono vertiginosamente e l’abbandono del protezionismo industriale causò la chiusura di molte fabbriche. Dopo l’Ottanta, la depressione agricola segnò una nuova battuta d'arresto per il Sud, mentre il Nord cominciava la sua rapida ascesa grazie alle tariffe doganali.

Quindi, il Meridione, con i suoi prodotti deprezzati, doveva acquistare manufatti resi più cari dal protezionismo: la conseguenza fu la perdita di quei capitali di cui più aveva bisogno. Il primo a rendersi conto del problema e a esporre la questione meridionale come conseguenza di una precisa scelta politica, fu Antonio Gramsci.

In Alcuni temi della questione meridionale, afferma che tutta l’esperienza del giolittismo e il successivo tramonto del regime liberale, suggeriscono che il contrasto tra Nord e Sud era diventato insuperabile. La questione meridionale poggiava le sue basi su uno Stato fondato sull’alleanza tra la borghesia del Nord e i grandi proprietari terrieri del sud; sul mantenimento di una struttura agraria arretrata e sull'emarginazione del lavoro contadino meridionale. Quindi, si trattò di una scelta consapevole che escludeva i contadini meridionali dalla possibilità di agire positivamente sui meccanismi dello Stato; così, il nucleo industriale moderno della nazione fu raggiunto a scapito del Sud, sempre sacrificato e degradato.

La questione del Risorgimento e dell'unità non coinvolse la popolazione meridionale, piuttosto, la tendenza naturale dei contadini fu di resistere a qualsiasi esercito invasore che sopraggiungesse a requisire le loro provviste alimentari; in politica, quindi, essi infatti si batterono in favore delle vecchie dinastie. In sostanza, la loro ostilità era più forte verso l'oppressione subita da parte dei proprietari terrieri locali che non da parte della corona. Inoltre, c'è da precisare che al sud gli uomini erano per la maggior parte analfabeti, le strade inesistenti, il commercio quasi nullo, la terra coltivata solo a tratti, il mare solcato dai pirati. La mancanza d’acqua, la malaria e i briganti costringevano le popolazioni ad ammassarsi in grandi villaggi lontani dai luoghi di lavoro.

In breve, l'idea dell’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge era inesistente e il clero esercitava una decisiva influenza su una popolazione che apprendeva solo in chiesa le norme morali e politiche. In Sicilia erano la malaria, i sistemi di conduzione delle terre, il tipo di colture o la densità della popolazione a condizionare la vita degli abitanti. Quindi, era necessario provvedere a colture che potessero essere lavorate da persone che abitavano a distanza, che potessero essere abbandonate nei mesi più freddi e non esigessero manodopera femminile. Non vi era una sola classe povera, lo era l’intera isola.

La questione meridionale, quindi, era un problema di miseria; e in Sicilia era tutta l'isola ad essere ridotta in povertà. L'isola era caratterizzata da: latifondi di tipo feudale, proprietari assenteisti, società segrete, da uno stato di ribellione che si esprimeva nella nascita di società segrete, da una forte emigrazione; mancavano inoltre i capitali e si ricorreva all'usura. Il tutto è documentato da Giovanni Verga ne I galantuomini, una delle Novelle Rusticane.

Il racconto è nel tempo, ma anche fuori tempo, perché non si sa se sia ambientato prima o dopo il 1860, quindi, sembra che Verga non voglia fare alcun riferimento alla situazione siciliana prima e dopo l'unità, ritenendo che sia la medesima. I galantuomini sono i proprietari terrieri che raggirano, ingannano, ricattano e che incarnano i principi dello sfruttamento economico. Il galantuomo è sordo a ogni ragionevole giustificazione del contadino ed applica il detto <mors tua vita mea> e si prende gioco di lui. L’uomo diventa soltanto un oggetto, necessario ma rischioso.

In questo racconto, vuole mostrare le sofferenze dei galantuomini che, per il grado di educazione ricevuta, per il loro saper scrivere, sono maggiori di quelle dei semplici contadini. La vergogna che prova il galantuomo quando cade in disgrazia, pur mantenendo la propria superiorità sociale, è percepita dal contadino, suo nemico di classe, che ne gioisce. Di fronte a questo atteggiamento. Il galantuomo si sente impotente, pertanto, non gli resta che tramutare questo dolore in rassegnazione.

Questa rassegnazione che contribuiva ad alimentare il pregiudizio dei settentrionali nei confronti di un Mezzogiorno ozioso, diventa la materia drammatica della prosa verghiana, ma anche una forma di ostilità in cui si cela una sorta di odio di classe. Il ricorso alla superstizione e alla Provvidenza ci introduce nella terza parte della novella, dove Don Piddu si trova a partecipare ai tradizionali esercizi spirituali che si tenevano abitualmente nel convento dei cappuccini durante la Pasqua.

In quelle notti, i più giovani uscivano volentieri dal ritiro per fare le loro incursioni nelle case delle mogli rimaste per 8 giorni senza marito. Di questa “libertà dicembrina” si avvale la disgraziata Marina, un'altra delle figlie di Don Piddu rimasta zitella a causa della miseria. In questo frangente, il contadino si innalza sul galantuomo che sa di lettere, perché non c'è parola per commentare l'accaduto, ma solo il silenzio, proprio del povero che non sa esprimersi.

Verso il disimpegno: la critica al socialismo

In Verga la strada del realismo percorsa in Italia da Manzoni, viene abbandonata: Verga tratta una materia drammatica, ma la pone sono indirettamente in relazione alle ragioni storico-politiche che l’hanno prodotta; infatti, essa viene giustificata come se fosse stata generata da una divinità.

Dopo Verga, un altro scrittore siciliano tratta della miseria contadina dell'isola tramite un’ulteriore spinta al disimpegno: si tratta di Luigi Pirandello, che affronta una materia drammatica senza nasconderne la drammaticità, ma risolvendo una situazione insostenibile tramite un elemento che tende verso il “teatrale”.

Tutto ciò è riscontrabile in una novella pubblicata per la prima volta sul <> (1911) intitolata Il libretto rosso e che è di un cinismo quasi feroce. In un borgo immaginario sulla spiaggia agrigentina, la vita degli abitanti è immersa nella miseria. Le donne non fanno che mettere al mondo figli e ad alleviare la loro sorte interviene la morte che li colpisce ancora in fasce; ma questa disgrazia si tramuta in Provvidenza.

La madre che ha appena perduto il neonato, si reca in municipio, prende un trovatello da allattare e con esso un libretto rosso che vale per parecchi anni un salario assicurato. Questo libretto rosso viene poi ceduto a trafficanti specialisti (i Maltesi) che lo usano a proprio vantaggio: anticipano alle sventurate quel poco di denaro che serve loro per fare il corredo da sposa alle figlie sopravvissute, quindi, riscuotono per i compensi cui il libretto rosso dà diritto. La denuncia di questo cinico mercato viene presentata con sarcasmo, ma Pirandello convince poi il lettore che si tratta di un racconto d’invenzione.

Un altro esempio di novella è Il bottone della palandrana in cui si narra di un brav’uomo che, venuto a conoscenza delle ruberie di un alto funzionario di una modernissima impresa d’affari siciliana, avverte la necessità morale di denunciare il cattivo comportamento del subalterno allo stesso proprietario dell’azienda. Ma, con sua grande meraviglia, si sente rispondere che il comportamento denunciato è in realtà altamente apprezzabile, dato che il nascente capitalismo si fonda proprio sulla corruzione e sull'uomo, non più come essere vivente, ma come cosa appartenente a un sistema globale.

Da questa consapevolezza, Pirandello non sa trarre altra conclusione se non che il mondo non fa che andare alla rovescia.

Nel VI capitolo dei Vicerè, si assiste a un esodo di due classi sociali opposte: quella plebea e quella patrizia; e, mentre i primi si trascinano lentamente sotto il peso della loro miseria, gli altri fuggono sulle loro agili carrozze verso le loro residenze estive. La differenza di classe è già evidente in questo diverso movimento verso la salvezza, incerta per gli uni, sicura per gli altri. Qui il De Roberto narra questo quadro in stretto rapporto con la realtà storico-sociale del tempo, in quanto si evince che ci troviamo negli anni immediatamente successivi al Sessanta e all'Unità d'Italia, in una Sicilia dove i mutamenti istituzionali e amministrativi e gli stessi lavori pubblici avevano generato solo delusione, malcontento e rabbia.

De Roberto riesce a riprodurre le argomentazioni e le superstizioni popolari di fronte al dramma dell'epidemia di colera, per cui il popolo vorrebbe reagire ma non sa farlo e si sente in balia di persecutori non diversi da quelli antichi. Ma perchè questa collera popolare potesse esplodere, mettendo a nudo lo stato d'animo collettivo e denunciando il fallimento del Risorgimento e dell'unità nazionale, era necessario inventare un evento significativo che facesse esplodere questa protesta. Della ripresa del colera a Catania tra il 1866-67, non si ha testimonianza, quindi, si tratterebbe di una finzione artistica.

Il realismo di De Roberto, infatti, non consiste nel far “rispecchiare” personaggi e azioni in vicende storiche o di cronaca, ma nel raffigurare personaggi ed eventi di una data situazione storica che sappiano però sollevare questioni e problemi che, agendo sull’animo del lettore lo rendano consapevole delle storture sociali che la storia continuamente riproduce e lo stimolino pertanto alla reazione. E quanto più lo scrittore saprà descrivere i meccanismi di una società sempre in balia di conflitti e contraddizioni, tanto più darà il quadro “realistico” di una società e di una storia in continuo movimento.

Lo scrittore realista è colui che sa narrare le incessanti trasformazioni della società senza mai appagarsi di presunte verità. Quindi, lo scrittore ha il compito di smascherare le vuote parole dei nuovi politici e di fare emergere una realtà sociale diversa da quella mostrata. Ma quando lo scrittore si ferma alla mera rappresentazione, senza trarne le doverose conseguenze si avvia verso il disimpegno.

Il romanzo pirandelliano I vecchi e i giovani, scritto nel pieno dell’età giolittiana, narra gli avvenimenti di circa un decennio prima. La tesi generale che, all'eroica generazione dei garibaldini siciliani che con i piemontesi seppero realizzare l'unità della patria, oppone l'altra che tradisce i traguardi raggiunti e li distrugge con malgoverno e fomentando la guerra civile, è un segno chiaro del punto di vista dell'autore: il Bene è la vecchia Sicilia che ha saputo riscattarsi con il suo contributo alla realizzazione dell’unità italiana; il Male è invece la nuova Sicilia che ripiomba negli errori del passato con l'adesione ai Fasci siciliani.

Nell'opera emerge una Sicilia sostanzialmente abitata da masse animalesche e feudatari feroci, capaci solo di sfruttarle; con un governo corrotto (scandalo della Banca romana) che non muove un dito se non per reprimere; infine, il formarsi di associazioni proletarie che, con la loro violenza, trasformano la miseria in sangue. Quindi, Pirandello vuole infamare il socialismo proprio sul piano morale, infatti, la rivoluzione socialista viene presentata come un’altra forma della corruzione dei tempi e del tradimento dell’unica e vera rivoluzione dei “vecchi”: il pretesto per i “giovani” di distinguersi e di “fare politica”.

La crisi del realismo e la prosa della vita quotidiana

Ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni conduce una costante battaglia contro la corruzione della società del passato e del presente, denuncia gli errori e le violente sopraffazioni sia dei singoli che delle istituzioni, smaschera i pregiudizi insiti nella società; quindi, il suo realismo si nutre di questa carica polemica.

È in questo periodo che in tutta Europa, il romanzo abbandona la sua dimensione fantastica e si rivolge alla raffigurazione della vita del borghese e il romanziere diventa lo storico della vita privata. Ma questo realismo non è una semplice copia della realtà quotidiana, infatti, i grandi romanzieri tendono piuttosto alla <<raffigurazione realistica del tipico>>, cioè un realismo che convoglia in un personaggio le ragioni sociali che lo rendono importante. Attraverso la lettura del romanzo, bisogna cogliere gli ingranaggi fondamentali di una società che segneranno il destino di un’epoca e degli uomini che la vivono.

Ne I Promessi Sposi, i personaggi più problematici e realistici sono quelli che rispecchiano la tragedia della storia. Ad esempio, la vicenda di Gertrude <>

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Tomasello Giovanna.
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