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DANTE ALIGHIERI (1265 - 1321)

Dante nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia guelfa della piccola aristocrazia,

classe sociale che si avviava verso la decadenza a causa dell'ascesa di quella

borghese. Ciò nonostante il poeta ebbe la possibilità di coltivare i propri studi che

riguardavano le tre arti del "trivio" e le quattro del "quadrivio", e ricevette

un'educazione accurata. E' un giovane impegnato ed attento, molto sensibile ed

appassionato, tanto nello studio quanto nell'amicizia, nella fede e nell'amore.

Fin da subito Dante mostra il proprio attaccamento per la città di Firenze, come

cavaliere nel 1289 e poi successivamente ricoprendo cariche più elevante

quante gli uffici vennero aperti anche a coloro iscritti ad un'arte (Dante scelse la

sesta arte maggiore, ovvero quelal della medicina e della filosofia). Intanto, nel

1266, con la battaglia di Benevento e la caduta di Manfredi, i Guelfi avevano

ripreso il dominio di Firenze e governavano non più disturbati dai Ghibellini ma

lacerati al loro interno da varie fazioni concorrenti e contrapposte. La vita del

poeta fu segnata dall'incontro con Beatrice all'età di 9 anni nel 1274. Ma

quell'innamoramento puerile si rinnova nel momento i cui i due si incontrano

nuovamente nove anni nel 1283: il sentimento verrà interiorizzato da Dante, in

bilico fra effusione lirica e gioco allusivo. Nel

1300 viene assunto al Priorato, diventando uno dei sei priori che costituivano il

supremo potere della Repubblica fiorentina. Il poeta ha la sfortuna di agire in un

periodo molto difficile della vita del Comune: le fazioni dei Bianchi e dei Neri, gli

uni più propensi ad un'apertura del governo verso i magnati e l'aristocrazia e ad

una maggiore autonomia dal papato, gli altri più orientati verso le classi della

ricca borghesia mercantile erano in continua lotta tra loro.

L'assunzione di tale impegno costerà a Dante molto cara perché da essa

avranno origine molte delle sue sfortune future. Il poeta ha la sfortuna di agire in

un periodo molto difficile della vita del Comune: le fazioni dei Bianchi e dei Neri,

gli uni più propensi ad un'apertura del governo verso i magnati e l'aristocrazia e

ad una maggiore autonomia dal papato, gli altri più orientati verso le classi della

ricca borghesia mercantile della città e più vicini alle esigenze di ingerenza sul

Comune da parte del papa, erano in continua lotta tra loro e non permettevano

una vita pacifica e serena dilaniandosi in continue risse anche molto sanguinose.

I Bianchi facevano capo a Vieri dei Cerchi, i Neri avevano per capo Corso

Donati, personaggio fiero e violento, privo di scrupoli e pronto ad appoggiarsi al

papa ed ai Francesi pur di mantenere il dominio della città. All'epoca del Priorato

di Dante è papa Bonifacio VIII della famiglia romana Caetani, deciso a tutti i costi

a ridurre Firenze sotto la propria volontà per aumentare l'influenza politica della

Chiesa e del guelfismo più estremista. Dante priore cerca con ogni modo di

mantenere l'autonomia di Firenze, anche a costo di rendersi impopolare.

Nel 1301 le pressioni di papa Bonifacio VIII si fanno insopportabili al punto da

spingere Carlo di Valois a guidare i guelfi neri su Firenze, cosa che accadrà

mentre Dante sarà assente della città, in quanto facente parte di un'ambasceria

inviata a Roma per mantenere la pace. Nel momento in cui i Guelfi Neri

impogono il proprio predominio i Bianchi vengono perseguitati aspramente e

dispersi, colpiti da condanne ingiuste; lo stesso Dante nel gennaio del 1302

viene esiliato. Cercò di rientrare nella città natale organizzando una sorta di

rivolta insieme agli altri esiliati, ma tutte le prospettive più felici trovarono la

propria fine nel 1304. Sconfitto e frustrato, non gli rimane

che sentirsi orgoglioso della propria solitudine e della propria sventura; a testa

alta assume la fisinomia dell'offeso ingiustamente, dell'innocente vilipeso

nell'onore e nella dignità. Ma questo non è un semplice dato biografico, o di

indagine psicologica, in quanto diventando la molla che sopra ogni altra spinge il

poeta alla composizione delle sue opere principali (e sopra tutte la Comedìa),

che come vedremo sono un'interessante specchio intellettuale completo della

storia del tempo, ci permette di collegare la sua sconfitta individuale con il crollo

di un sistema intero di organizzazione politico-sociale e morale. Dante diventa

l'esempio del mutamento che sta investendo il mondo medievale del periodo

Comunale e il suo esilio diventa così una sorta di lente di ingrandimento utile a

leggere la decadenza del papato e dell'Impero e della corruzione che ormai

dilagava nella civiltà dei Comuni, specialmente in quello di Firenze. Il suo è uno

stato d'animo che dà alle vicende personali un rilievo assolutamente esemplare.

Sul finire del 1310 Dante è colto da una grande speranza: il nuovo imperatore di

Germania, Arrigo VII di Lussemburgo, sta per scendere in Italia allo scopo di

mettere pace tra i partiti, restaurare l'autorità della legge e dello Stato e

ricondurre in patria gli esuli Dante lo salutò per questo come inviato dal Signore a

riportare l'ordine e la pace sulla terra. Tuttavia, l'iniziativa non ebbe buon fine e

ciò segno un ulteriore profonda delusione nel cuore del poeta. Successivamente

si spostò a Ravenna dove vi soggiornò e morì nel 1321.

- LA VITA NUOVA (1292 - 93)

- RIME (realizzate nel corso di tutta la sua vita, trattano di temi diversi che

mostrano la crescita artistica del poeta)

- CONVIVIO ( 1304 -07)

- DE VULGARI ELOQUENTIA (1304 - 05)

- DE MONARCHIA

- COMMEDIA ( Inferno 1306-07, Purgatorio fino al 1312, Paradiso 1316 - 21)

Francesco PETRARCA (1304 - 1374)

Francesco Petrarca è il primo scrittore della storia della letteratura italiana

consapevole del proprio ruolo e il primo grande intellettuale europeo che abbia

avuto conscienza del proprio "mestiere" di poeta. Si trattava di un uomo che

sapeva riconsocere il valore dello spazio e del tempo, che si sentiva individuo

nella storia con un preciso ruolo culturale da svolgere. E da un nuovo senso della

storia e della cultura derivavano la sensibilità del poeta verso le opere degli

antichi e il suo desiderio di lasciare memoria di sè attraverso i propri scritti

letterari. Con la figura di Petrarca la letteratura e la poesia si affermarono come

discipline di grande dignità, in nulla inferiori a scienze ritenute fondamentali come

la giurisprudenza o la medicina. Nella

formazione e nell'attività di Petrarca riveste un ruolo d'eccezione il rapporto con

gli autori dell'antichità latina e greca. Petrarca riceve i primi codici di classici latini

dal padre e nella sua biblioteca trovano posto non solo gli autori latini, ma anche

i Padri della Chiesa e alcuni autori greci, soprattutto in traduzione latina tra cui

Omero, Platone ed Aristotele. Quest'ampia disponibilità di codici permette a

Petrarca di maturare un amore per i testi originali della cultura filosofica e

letteraria degli antichi. Petrarca percorre le pagine di questi volumi interrogandosi

sull'attendibilità e la correttezza dei testi spesso corrotti dal lavoro di copiatura

eseguito durante il Medioevo. E tanto più amati sono gli autori letti, quanto più

nascosta e radicata è la loro presenza, la loro voce che si fonde con quella del

poeta. Questi autori, tanto ammirati, mettono radici nella parte più intima della

sua anima, parlano con lui. E' dunque un'imitazione intima e necessaria, nata da

esigenze profonde, quella che lo spinge ad imitare gli antichi. Per Petrarca la

lingua dell'anima, della confessione intima, rimane il latino = nella consolidate

forme del latino egli si muove con più spontaneità, vi si affida per la

composizione di opere di argomento filosofico ed erudito e soprattutto vi si

abbandona senza esitazioni per esprimere le sue più segrete riflessioni. Il poeta

si avvicina anche al volgare, durante il soggiorno a Bologna, ma quest'ultimo è

un codice linguistico che non gode della tutela dei "padri" e ha ancora bisogno di

affermarsi. Nel ricorrere al volgare il poeta è più controllato, cauto, lo sottopone

al vaglio del suo rigore. Questo spiega perchè la sua produzione latina sia

maggiore rispetto a quella in volgare, che comprende solo i "Trionfi" e il

"Canzoniere".

IL CANZONIERE - si distingue da tutte le espressioni poetiche precedenti per la

volontà di proporsi come "opera unitaria", consapevolmente costruita per

raccontare un'esperienza biografica e poetica esemplare e irripetibile. Il modello

letterario più importante per la composizione del Canzoniere tuttavia è, la Vita

Nuova di Dante. In quell'opera la morte di Beatrice aveva spinto il poeta a

ripensare e a raccontare la propria vicenda amorosa e poetica. Petrarca si ispira

a questa esperienza, arricchendo ed elaborando il tema dell'assenza con

implicazioni tematiche nuove, maturate nel dialogo con gli amatissimi classici.

I temi sono molteplici:

1. AMORE - Il Canzoniere è prima di tutto il diario dell'amore del poeta per Laura,

una donna incontrata, il 6 aprile del 1327 in una chiesa di Avignone. Il poeta

rappresenta il sentimento amoroso sotto vari aspetti: il potere salvifico della

donna, la solitudine del poeta, l'assenza dell'amata, la sua bellezza. Quello con

Laura è un sentimento amoroso difficile e contraddittorio, che oscilla fra

l'inclinazione del poeta a cedere all'illusione e alle vane speranze e la crudeltà

della donna, bella e indifferente. La morte di Laura nel 1348 imprime una svolta

alla vicenda che si rifletta nella divisione del Canzoniere nella sezione delle "rime

in vita" e in quella delle "rime in morte" di Laura.

2. LA PRECARIETà DELLA VITA - La morte di Laura contituisce un evento

emblematico nella lettura della vita e della poesia dell'autore. Il tempo della peste

è il tempo della morte che sottrae gli affetti e spinge a riflettere sul passato e

sugli errori che si sono commessi. Petrarca sa che l'amore sensuale per Laura è

stato un giovanile errore che lo ha allontanato da Dio e che gli ha procurato solo

vergogna e pentimento. D'altra parte il "sentimento del tempo" e della fragilità

esistenziale è il nucleo portante e ispiratore da cui prende avvio la poesia

petrarchesca; l'errore amoroso si configura come esemplare e si confronta di

continuo con l'eterno a cui Petrarca non dimentica mai di dover tendere.

3. LA PERCEZIONE DEL TEMPO - Il Canzoniere è scandito da percezioni

temporali che sempre oscillano dal passato, in cui si rivolge la memoria, al

presente che riflette sul passato, al futuro dell'eternità su cui si concentra lo

sguardo del fedele. Il passato è il tempo del ricordo, della rievocazione

dell'amore; il presente è il tempo della consapevolezza, della coscienza

dell'errore; il futuro è invece il tempo in cui Petrarca vorrebbe guardare in modo

saldo, un tempo in cui l'innamoramento si è già placato.

4. AMORE E PAESAGGIO - Un altro legato all'amore per Laura è costituito dai

luoghi, che tendono a perdere i loro contorni reali e fisici e a diventare luoghi

letterari, deputati ad esprimere un particolare stato d'animo.

5. L'INTERESSE POLITICO - Petrarca è anche un uomo profondamente calato

nella realtà storica del suo tempo, resa difficile e conflittuale dal tramonto del

modello comunale e dal profilarsi della nuova realtà signorile in cui cerca una sua

collocazione

STILE - Il Canzoniere decreta per la prima volta la supremazia del genere lirico,

destinato a essere un tratto costante della letteratura successiva. Petrarca rende

canonici il sonetto e la canzone aprendo le strade per il madriegale. Nel verso

petrarchesco grande importanza ricopre il livello fonico non solo per la sonorità

delle parole, ma anche per il ritmo e il verso, le sue pause, le sue accentazioni, in

un legame profondo tra significante e significato, tra i suoni del verso e i sospiri

del poeta.

1. "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi" Canzoniere, Sonetto con schema rime

ABBA ABBA ADE DCE

In questo sonetto il poeta descrive il suo amore per Laura facendo riferimento

alle movenze della lirica stilnovistica, avvicinandosi tanto alla Vita nuova di Dante

quanto al periodo napoletano di Boccaccio. Il sonetto appare diviso in due parti:

nelle prime due quartine Petrarca celebra la bellezza fisica della donna, ma nelle

ultime due compare prepotentemente il tema stilnovistico della donna angelo che

gli ruba il cuore. A differenza di Dante, però, Petrarca basa la descrizione della

donna sul suo ricordo, affidandola alla mediazione della soggettività; alla

sofferenza continua e disperata del poeta corrisponde infine il presente

dell'ultimo verso in cui il poeta declama di amare Laura anche se la donna non

dovesse essere più così bella come un tempo, ciò evidenzia anche un altro

aspetto importante della lirica del Canzoniere, ovvero il passare del tempo e la

caducità del tutto.

2. "Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono" Canzoniere I, sonetto con schema

rime ABBA ABBA ADE CDE

E' il sonetto che apre il Canzoniere, con funzione di proemio, fornisce al lettore una

chiave interpretativa per l'intera opera, rivelando la ormai precisa volontà del poeta di

dare una struttura organica e unitaria alla propria raccolta. Il sonetto è formato da 2

quartine e 2 terzine. Dopo aver presentato con forte autocritica la propria storia di

traviamento, il poeta esprime la sua speranza di trovare nel suo pubblico, formato da

tutti coloro che hanno provato l'esperienza dell'amore, pietà e perdono. Subito, però, si

sostituisce il sentimento amaro della vergogna per l'illusione amorosa che ha fatto del

poeta motivo di chiacchiere per tutta la gente; dunque dopo il traviamento amoroso, non

restano che il pentimento e la consapevolezza dell'illusiorietà dei beni materiali.

Nel proemio svolge un ruolo significativo il lettore, a cui Petrarca si riferisce con il "voi"

iniziale. Si rivolge ad un pubblico vasto che non fa riferimento solo ad una classe elitaria

e a quest'ultimi si rivolge l'Io del poeta che narra la propria storia d'amore, il proprio

percorso esistenziale cercando anche il supporto dei lettori stessi. L'intera lirica è inoltre

scandita dal cont

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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