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madrigali per tutte le occasioni. Le finalità pratiche prevalgono sugli intenti artistici. La poetica

dell'imitazione fonda un meccanismo di replica e di ripetizione, in altri termini, consente di

costruire testi di argomento e finalità disparati attraverso un assemblaggio ogni volta leggermente

variato dalle stesse tessere linguistiche e tematiche.

Accanto alla corrente dei petrarchisti alti si individua un filone trasgressivo che riprende i

tradizionali atteggiamenti parodici nei confronti della letteratura più elevata vivi fin dalle origini e

continua moduli burleschi e di intonazione popolareggiante che avevano caratterizzato soprattutto

molta poesia toscana. È il toscano Francesco Berni il rappresentante più tipico di una poesia

comico-burlesca che da lui ha preso il nome di “bernesca”.

Altro autore di rime è Michelangelo Buonarroti raccolte in volume nel 1623. Pur rifacendosi al

linguaggio petrarchista Michelangelo torce le strutture linguistiche in forme inusitate nel tentativo

di rendere quasi plasticamente esperienze interiori come il nascere dell'ispirazione e della prima

idea artistica. Ne scaturisce una poesia suggestiva e di grande modernità; resta il sospetto che a

volte le ardite soluzioni linguistiche e stilistiche di Michelangelo dipendano più da una non

completa padronanza del mezzo linguistico che da un vero intento sperimentale.

Gaspara Stampa (1523-1554)

Nasce a Padova nel 1523 da una famiglia milanese, di buoni natali, ma scarsa fortuna che morto il

capofamiglia, si trasferì nel 1531 a Venezia, dove si svolse l'educazione letteraria e musicale della

futura poetessa. La Stampa fu una figura centrale della vita culturale veneziana del 500: donna colta

e raffinata, condusse una vita libera e spregiudicata; fu probabilmente una cortigiana ed ebbe molti

amanti fra i quali occupò un posto di rilievo il conte Collatino di Collato, come è ampiamente

documentato nei suoi componimenti poetici. Questi, nel numero di 131, furono raccolti in un

canzoniere pubblicato dalla sorella Cassandra, virtuosa del bel canto, con il titolo di Rime, lo stesso

anno della morte di Gaspara, 1554.

Le Rime

il canzoniere della Stampa contiene in larga parte sonetti dettati dall'infelice passione per il conte di

Collato. A questi se ne aggiungono altri dedicati o ad altri amori o al tradizionale contrasto fra la

passione dei sensi e l'aspirazione a una vita spirituale. Altri sono ispirati alla intensa e raffinata vita

sociale condotta dalla poetessa fra circoli di letterati e case signorili. La Stampa ha dato alle sue

Rime un ordinamento che ricorda lo schema del canzoniere petrarchesco, nel senso che colloca

verso la fine della raccolta i componimenti che esprimono pentimento per la vita dissipata trascorsa.

Alcune di queste poesie sono scritte per essere cantate. Molti studiosi hanno indicato nella

musicalità la cifra caratteristica della Stampa, la quale, specie nelle poesie amorose, riesce a trovare

un elegante equilibrio fra il petrarchismo di maniera e l'effusione di un sentimento sincero.

Giovanni Della Casa (1503-1556)

Nasce a Firenze nel 1503. Da giovane, con il padre, gravita intorno alla corte del papa Medici,

Leone X, a Roma. Compie studi umanistici e giuridici fra Bologna e Padova, città in cui ha modo di

conoscere Pietro Bembo. Intorno al 1530 inizia la carriera ecclesiastica e nel 1532 si trasferisce a

Roma, sotto la protezione della famiglia Farnese, alla quale appartiene papa Paolo III. Nel 1537 è

nominato chierico dalla camera apostolica, nel 1540 è incaricato di riscuotere le decime pontificie a

Firenze, nel 1544 è nominato vescovo di Benevento e è inviato come nunzio apostolico a Venezia.

Nel frattempo grazie ai suoi scritti ha conseguito grande rinomanza come letterato e umanista. Ma il

titolo di cardinale non lo avrà mai. Con la morte di Paolo III, che era stato suo protettore, con

l'inasprirsi del clima controriformistico che il Concilio di Trento stava diffondendo, e sebbene Della

Casa avesse collaborato attivamente al concilio e si fosse pure distino nella lotto all'eresia, le sue

fortune cominciano a declinare. Nel 1535 si ritira nell'Abbazia di Nervesa, nel Trevigiano, dove

rimane un paio d'anni. Quando la fortuna sembra di nuovo volgere a suo favore è colto dalla morte

1556.

Le Rime

Il canzoniere di Della Casa, pubblicato postumo nel 1558, conta solo 64 componimenti, divisi in

due parti, secondo il modello petrarchesco del passaggio dal peccato al pentimento. L'analisi dei

meccanismi della passione costituisce il motivo dominante della raccolta, nella quale, non mancano

componimenti d'occasione, scambi epistolari con altri rimatori e rime più cupe, legate alle delusioni

della carriera ecclesiastica, al pentimento, all'attesa della morte. Della Casa mostra di saper cogliere

la lezione più profonda di Petrarca, facendo della poesia uno scandaglio dell'io e introducendovi

motivi autonomi e personali, interrogativi drammatici sul senso della vita, su Dio, sulla solitudine e

la vecchiaia.

Francesco Berni (1497-1535)

Nasce nel 1497 nel Pistoiese da un'agiata famiglia fiorentina. Dopo i primi studi compiuti a Firenze,

nel 1517 si trasferisce a Roma, al servizio del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena, all'epoca

famoso letterato. Anche lui gravita intorno alla corte di Leone X, come Pietro Aretino. Come

Aretino nel 1522 è allontanato da Roma dopo l'elezione di Adriano VI, ma già l'anno dopo, quando

ad Adriano succede il cardinale Giulio de' Meidici, con il nome di Clemente VII, rientra nella Curia,

al servizio del datario pontificio Giovanni Matteo Giberti, esponente della corrente che voleva

riportare rigore morale nella Chiesa di Roma. Come per molti altri intellettuali dell'epoca il Sacco di

Roma del 1527 costituisce un punto di svolta della sua vita: dopo il sacco lascia Roma e soggiorna

prima a Verona e poi a Padova, per far ritorno a Firenze al servizio del cardinale Ippolito de'

Medici. Coinvolto in intrighi di corte muore, forse avvelenato, nel 1535.

Le Rime

Larga produzione di rime: sonetti seri e giocosi e capitoli satirici in terza rima scritti lungo tutto il

corso della vita. Con l'Aretino, di cui fu nemico dichiarato, è protagonista di una polemica contro la

letteratura classicista con l'intento di mettere in discussione l'ordine e l'armonia che il classicismo di

Pietro Bembo aveva imposto nei primi decenni del 500. I capitoli sono componimenti in terza rima

di argomento satirico e burlesco. Berni li dedica a oggetti umili, che esalta esageratamente in uno

stile alto ed enfatico, in una successione di parole, versi, frasi, versi accumulati senza alcune

coerenza. Anche i sonetti hanno soggetti umili e indugiano su particolari meschini e desolati,

deformati espressionisticamente fino a caricarsi di un feroce intento dissacratorio.

La novella: nei primi decenni del secolo prevalgono le novelle diffuse in forma “spicciolata” (più

celebre è la Historia di due nobili amanti di Luigi da Porto, Giulietta e Romeo) o racconti

eccentrici, perfino nella lingua, come le novelle in latino del napoletano Gerolamo Morlini

pubblicate nel 1520. Il genere novellistico gode di un grande favore anche negli ambienti comunali

e cittadini, soprattutto della Toscana. La sua fortuna è rilanciata agli inizi degli anni Quaranta,

quando l'industria editoriale comincia a pubblicare molte raccolte. Vi è dunque una leggera

discrepanza fra gli anni di scrittura dei corpi novellistici e la loro effettiva diffusione presso il

grande pubblico. Novellatori di spicco: Agnolo Firenzuola, soprannome del fiorentino

Michelangelo Giovannini, autore di una raccolta di novelle intitolata i Ragionamenti. Sempre a

Firenze alcuni anni più tardi è attivo Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca. La sua raccolta di

novelle, Le cene, giuntaci incompleta, è costruita su un impianto alla Boccaccio, con una cornice

nella quale si racconta che durante tre sere di carnevale 4 giovani e 6 ragazze si riuniscono a cena e

ciascuno di loro racconta una novella. Sono novelle nelle quali prevalgono i colori cupi e un

realismo grottesco, a volte crudele, riscattato in parte dalla vivacità della lingua che si rifà al parlato

fiorentino. Attingono al patrimonio fiabesco le 75 novelle, suddivise in 2 libri, pubblicati nel 1550 e

1553 con il titolo Le piacevoli notti, del bergamasco Giovan Francesco Straparola, di cui poco

sappiamo, tranne che fu a Venezia dal 1530 al 1540.e proprio sull'isola di Murano è ambientata la

cornice della sua raccolta di novelle, affidate al racconto di una brigata di commensali della quale fa

parte anche Pietro Bembo.

Angelo Firenzuola (1493-1543)

Nasce a Firenze nel 1493, prende successivamente il nome di Firenzuola dal paese d'origine della

famiglia. Dopo gli studi giuridici entra nell'ordine religioso dei vallombrosiani, a rappresentare il

quale nel 1516 è inviato presso la Curia pontificia. A Roma comincia la sua carriera letteraria: sono

gli anni dei pontificati di Leone X e Clemente VII, durante i quali Roma è uno dei centri culturali

più vivi d'Italia. Qui Firenzuola si ammala di sifilide, perde i benefici ecclesiastici che costituivano

le sue uniche rendite ed è costretto a chiedere lo scioglimento dei voti, che gli è stato accordato. Nel

1534 ritorna in Toscana, a Prato, e nel 1538 è di nuovo accolto nell'ordine monastico. Muore in

circostanze misteriose nel 1543.

La Prima veste dei discorsi degli animali

è la prima traduzione in volgare delle favole indiane del Panchatantra, che Firenzuola conosceva in

una tradizione latina del Duecento e in una spagnola del Quattrocento. Al tempo stesso è anche un

rifacimento: Firenzuola non si limita a tradurre le favole, ma le trasferisce nel contado pratese, in un

tempo indefinito, attribuendo al contesto favolistico una connotazione domestica, enfatizzata anche

da una lingua che nella semplice eleganza introduce tratti popolareggianti. Le favole non sono

organizzate dentro una cornice o suddivise in giornate, ma disposte una dopo l'altria, secondo il

fluire naturale di una conversazione all'interno della quale sono raccontate come esempi morali. Al

primo livello della narrazione dialogano fra loro intorno all'arte del buon governo il re Lucrotena e

il filosofo Tiabono; a mò di esempio Tiabono narra una storia di animali: quella del montono che

alla corte del re leone trama contro il bue e finisce vittima delle sue stesse trame, finendo per essere

giustiziato da quello stesso re che proprio lui aveva istruito sui rischi del potere. All'interno di

questo lungo apologo sull'infido ambiente delle corti si snodano i racconti veri e propri, altri

apologhi morali che animano la conversazione fra gli animali.

Matteo Maria Bandello (1485-1561)

Nasce a Castelnuovo Scrivia, terra che ai tempi faceva parte del Ducato di Milano. Appartiene a una

famiglia benestante che conta anche un priore del convento domenicano delle Grazie a Milano. Da

giovinetto è studente proprio in quel convento, e poi all'università di Pavia, dove si laurea. Nel 1504

entra nell'ordine domenicano e negli anni seguenti entra in relazione con gli ambienti nobiliari della

città di Milano dove risiede, pur allontanandosene frequentemente per viaggi e incarichi

diplomatici. Dopo l'entrata dei francesi a Milano nel 1515 si rifugia a Mantova presso i Gonzaga,

per far ritorno a Milano dopo che è stato restaurato il poter degli Sforza (1522). Ma il successivo

arrivo degli spagnoli 1525, oltre a far decadere gli Sforza, comporta anche la confisca dei beni che

Bandello possedeva in città. Dopo aver soggiornato in vari centri dell'Italia settentrionale, nel 1529

si stabilisce a Verona, cortigiano del capitano della città, Cesare Fregoso. A Verona conosce

Bembo. Nel 1541 poi si trasferisce ad Agen, in qualità di precettore de figlio di Cesare Fregoso –

che era stato ucciso da sicari spagnoli -, seguendone la vedova ospite del re Francesco I. Dal 1550 al

1555 regge il vescovato di Agen, che era destinato al piccolo Fregoso, e si dedica alla raccolta delle

sue novelle. Muore ad Agen nel 1561.

I Quattro libri delle novelle

I primi 3 libri, contenenti 186 racconti, sono pubblicati a Lucca nel 1555; il quarto a Lione, con 28

nuovi racconti. Il novelliere di Bandello si distingue dagli altri cinquecenteschi soprattutto perchè

non adotta la tradizionale cornice alla Boccaccio; l'unico elemento che dà unitarietà alla raccolta è

costituito dalle lettere con le quali l'autore indirizza ciascun racconto a un destinatario. I racconti

sono presentati come il prodotto di conversazioni cortigiane, degni di essere ricordati per la loro

singolarità, la loro esemplarità, la loro funzione di insegnamento morale. Gli argomenti trattati sono

vari: la storia passata, la cronaca contemporanea, unite dall'essere tutti fonte di interesse e di

insegnamento per quella società che si diletta a trattarli e ad ascoltarli. Rappresentano un catalogo di

fatti memorabili, con una maggioranza di casi privati, fra i quali spiccano quelli patetici e tragici, e

delineano un ritratto significativo di una società variegata e in fase di cambiamento. Anche il

linguaggio rinvia al mondo delle corti: è lontano dal modello idealizzante classicistico e si

caratterizza per la mescolanza di vari linguaggi regionali, con abbondanza di settentrionalismi e

presenza di francesismi.

La narrativa: nei primi decenni del 500 il genere di consumo, più polare, rimane il romanzo

cavalleresco. Enorme diffusione dovuta soprattutto all'industria editoriale. A monte c'era il

grandissimo successo dell'Innamorato di Boiardo, un romanzo che aveva ulteriormente rinverdito le

fortune di un genere che pure godeva già di un grande favore. Gli stampatori speculano

ripubblicando romanzi quattrocenteschi, che non avevano niente a che fare con il romanzo di

Boiardo, attribuendo loro titoli come Innamoramento di messer Tristano, Innamoramento di messer

Lancillotto. Nessuno dei romanzi pubblicati nel primo trentennio si eleva al di sopra del livello di

letteratura di consumo: fra i tanti autori merita di essere ricordato Francesco Cieco da Ferrara,

autore del Mambriano, poema in 45 canti pubblicato nel 1509. Il quadro cambia dopo l'edizione del

1532 del Furioso. Da questa edizione il poema ariostesco comincia a soppiantare quello di Boiardo.

Teofilo Folengo (1491-1544)

Nasce a Mantova da una nobile famiglia decaduta. Nel 1508 entra nell'ordine benedettino nel

convento di Sant'Eufemia a Brescia, assumendo il nome di Teofilo. Dal 1513 al 1516 vive al

convento di Santa Giustina a Padova, dove comincia a scrivere le Maccheronee. 1524 esce dal

monastero e stabilisce a Venezia praticando l'attività di precettore privato nella casa nobiliare di

Paolo Orsini. 1534 riammesso all'ordine benedettino. Dopo aver soggiornato tra il 1538 e il 1542 in

conventi siciliani, si stabilisce infine nel Veneto, presso Bassano del Grappa, dove muore nel 1544.

Folengo scrive le sue opere più significative in una lingua artificiale detta “macaronico”. È una

lingua che contamina una struttura morfosintattica latina con locuzioni e costruzioni volgari e con

una massiccia immissione di parole che sono una superficiale latinizzazione di termini volgari, con

una netta propensione per quelli dialettali. Scopo della lingua è suscitare ilarità: il latinus grossus

(cioè sgrammaticato). Questo strano linguaggio si era formato parecchi anni prima, negli ambienti

goliardici di Padova come satira, priva di ambizioni letterarie, del latino sgrammaticato e infarcito

di volgarismi dei professori universitari. Poi fra 400 e 500, ancora nell'Italia Settentrionale, il

macaronico si era trasformato in una lingua letteraria, dotata di intenti satirici e parodici. In realtà è

più aderente alle loro intenzioni pensare che essi non agissero in nome della libertà inventiva e del

più sfrenato plurilinguismo, ma perseguissero l'intento di deridere il latino degli umanisti

contemporanei, un latino che si stava imbarbarendo perdendo la purezza del periodo d'oro

dell'Umanesimo. Le opere in macaronico di Folengo furono tutte raccolte in un libro a stampa

intitolato Opus Merlini Cocaii poetae mantuani macaronicorum, attribuito a un misterioso Merlin

Cocai e pubblicato più volte, dal 1517 al 1552. Tra le opere più significative si segnala il poemetto

Zanitonella, dedicato agli amori tra due villani della campagna mantovana. Il capolavoro di Folengo

è un grande poema in esametri, il Baldus, che si presenta come una parodia della produzione

romanzesca in volgare e dell'epica classica. La scrittura di Folengo è intrisa di inventività e

linguisticità fantastica.

Il Baldus

Il poema epico-cavalleresco di Folengo, scritto in esametri classici e in linguaggio maccheronico, si

rifà in chiave parodica all'Eneide del poeta latino Virgilio, mantovano come Folengo, e al poema

cavalleresco 4-500!L'opera, che nella finzione risulta narrata dal poeta Merlin Cocai, inizia con il

racconto degli amori contrastati di Guidone di Montalbano e di Baldovina, figlia del re di Francia.

A Parigi Guidone lascia sola Baldovina, che dà alla luce Baldo. Lui è il protagonista → cresce bene,

ma poi si unisce a una banda di farabutti, che lo porta a finire in carcere. Seguono fughe e imbarchi.

Il racconto è contrassegnato da avventure fantastico-grottesche che si svolgono in un mondo

sotterraneo, fino agli inferi, combattendo diavoli e streghe. Ad un certo punto lo stesso Merlin entra

in scena, lasciando così il poema inconcluso. Il mondo del Baldus è fuor di misura, la vita non

sottostà a regole. Introduce nell'universo letterario la materia bassa del mondo dei contadini che si

esprimono nel loro linguaggio crudamente realistico.

Il teatro e Angelo Beolco:

il teatro è un'invenzione cinquecentesca. I caratteri di fondo della commedia rinascimentale sono

fissati già dal primo testo messo in scena, la Cassandria di Ludovico Ariosto, rappresentata a

Ferrara nel 1508. Definiamo questi caratteri con “commedia erudita” o “commedia regolare”,

consistenti in una struttura fissa costituita da un prologo seguito da cinque atti (vd. Orazio, ne L'Ars

Poetica). Le commedie si rifanno soprattutto al teatro di Plauto e Terenzio. Ne riprendono gli

intrecci e i personaggi, caratterizzati dall'essere dei tipi umani che incarnano sentimenti, vizi e

desideri universali: il desiderio sessuale, l'amore, l'avidità. Solo a Ferrara viene costruito nel 1531,

per iniziativa di Ariosto, un teatro permanente. Gli spettacoli teatrali sono promossi da signori, e

allora si svolgono all'interno di una corte, o in assenza, da gruppi di intellettuali raccolti in

compagnie teatrali di dilettanti, e allora avvengono nelle accademie o nei palazzi privati. Per

l'allestimento delle scene molto spesso si fa ricorso ad artisti di grande prestigio; Raffaello intervenì

nella messa in scena dei Suppositi di Ariosto a Roma nel 1519. la lingua della commedia vaia

notevolmente da autore a autore. Caratteristica comune è di essere scritta in prosa. Fra le commedie

regolari la Calandria di quel Bernardo Dovizi. Rappresentata per la prima volta ad Urbino nel 1513.

Il teatro a Siena: compito di scrivere e mettere in scena le commedie è assunto da accademie o da

associazioni di dilettanti appassionati (vd. Siena). Nel 1531 un gruppo di artigiani cittadini di

mediocre cultura dà vita alla Congrega dei Rozzi. Hanno una vastissima produzione, e mettono in

scena in forma caricaturale e satirica figure di villani o abitanti del contado e usano una lingua

adeguata al ruolo sociale dei protagonisti, e perciò infarcita di forme dialettali e di locuzioni

popolareggianti. Sempre nel 1531, con la commedia anonima Gl'Ingannati, appare sulla scena

un'accademia di intellettuali e di aristocratici che introducono una componente nuova di tipo

sentimentale, rivolta, in particolare a un pubblico femminile.

Il teatro a Venezia e nel Veneto: l'area veneta porta nel teatro quella propensione a una forte

espressività linguistica, appoggiata spesso all'uso del dialetto, e alla rappresentazione del

proletariato cittadino e dei lavoratori della campagna che affondava le sue radici in tradizioni locali

quattrocentesche. Anche qui ad assumere l'iniziativa delle rappresentazioni sono libere compagnie

di dilettanti, le più note delle quali erano quelle di giovani aristocratici riuniti a Venezia nelle

Compagnie della Calza. Merita di essere segnalata la Venexiana.

Bernardo Dovizi, detto il Bibbiena (1470-1520)

Nasce a Bibbiena nel 1479. Dedica la sua vita al servizio dei Medici. Al seguito di Leone X

abbandona Firenze per Roma, quando i Medici sono cacciati da Firenze alla fine del 400. Come

segretario di Giovanni soggiorna alla corte di Urbino, dove stringe amicizia con Pietro Bembo e

Castiglione. 1516 inviato come nunzio pontificio in Francia, ma la sua politica filofrancese suscita

la diffidenza del papa, al quale voci maligne attribuiranno anche una qualche responsabilità nella

morte improvvisa del 1520.

La Calandria

Bibbiena, letterato dilettante, ha scritto forse più di una commedia, ma la Calandria è l'unica che ci

sia pervenuta. Rappresentata la prima volta a Urbino nel 1513, è aperta da un Prologo che giustifica

l'uso della prosa perchè aderente al parlato reale, la modernità dell'ambientazione e l'adorazione del

volgare. La Calandria mette in scena le vicende di due gemelli, Santilla e Lidio, che si erano persi

di vista da bambini a causa dell'incendio della loro città per opera dei turchi avvenuto nel 1500.

Lidio è creduto morto; Santilla travestita e ribattezzata Lidio, è affidata a un mercante Perillo e da

lui adottata. Ne seguono una serie di comici equivoci e di beffe. Alla fine l'intreccio è sciolto per

mezzo di una serie di rivelazioni di identità: i due fratelli si ricongiungono. La trama è

convenzionale, ma sviluppata con ritmo veloce e maestria conduttiva. La lingua, vivace ed

espressiva, è un toscano attenuato dal lungo soggiorno romano dell'autore, una lingua abbastanza

vicina all'ideale di lingua cortigiana sostenuto da Castiglione nel Cortegiano.

Pietro Aretino (1492-1556)

Nasce ad Arezzo da un calzolaio di cui rinnegherà il nome preferendogli quello della città natale.

Trascorre la sua giovinezza a Perugia; nel 1517 si trasferisce a Roma, ospite del banchiere senese di

Agostino Chigi. A Roma frequenta la corte del papa Leone X, e quella del cugino del papa, il

cardinale Giulio de' Medici, per la cui elezione al soglio pontificio, dopo la morte di Leone X si

spende molto, nel 1521, calunniando i potenziali avversari con versi satirici, noti come Pasquinate

perchè appesi anonimi alla statua di Pasquino. Fallita la sua campagna elettorale, dopo l'elezione di

Adriano VI al soglio pontificio (1522) si allontana da Roma, ma vi ritorna nel 1523 quando alla

seconda occasione è eletto papa con il nome di Clemente VII, il cardinale Giulio. Rompe con la

corte pontificia nel 1524 a causa della pubblicazione dei Sonetti lussuriosi, scritti per illustrare

sedici disegni erotici del pittore Giulio Romano. Aretino si ferma a Mantova, poi segue il capitano

di ventura Giovanni de' Medici (Dalle Bande Nere) e infine nel 1527 si stabilisce a Venezia, dove

afferma la propria personalità di personaggio pubblico e sviluppa la sua carriera di scrittore e

polemista indisciplinato. Muore a Venezia nel 1556 dopo aver tentato invano, l'anno precedente, di

diventare cardinale.

Il Marescalco

Appartiene al primo periodo della produzione teatrale. Scritta probabilmente a Mantova negli anni

26-27, subito dopo la fuga da Roma, e stampata a Venezia nel 1533. Trama lineare e semplice

incentrata sul personaggio che dà il titolo all'opera, un marescalco, cioè un ufficiale addetto alle

scuderie del duca di Mantova, che non sopporta le donne ed è gay. Il marescalco è oggetto di beffa:

questi gli manifesta l'intenzione di farlo sposare nel giro di una giornata. Cortigiani complici, che lo

convincono sulla positività del matrimonio. Eccezione solo un personaggio, il marito pentito

Ambrogio. Il marescalco preferirebbe morire piuttosto che prendere moglie, ma alla fine della

giornata, disperato, cede alla volontà. Solo a quel punto scopre di essere stato beffato. La donna

promessagli in realtà è un grazioso paggio, la cui vista lo riempie di gioia. La commedia si conclude

con nozze gay che rimediano al male della giornata.

Quest'opera si segnala per molti spunti satirici e polemici: prima di tutto contro le corti, ambiente

infido, luogo di intrighi, dove il potere si manifesta anche in modo crudele.

Angelo Beolco (Ruzante) (1496-1542)

Nasce nel contado padovano intorno al 1496 da Gianfrancesco, medico e per un po' rettore di

medicina. Benchè figlio illegittimo, nato prima del matrimonio del padre, è allevato in famiglia

insieme ai fratellastri in un ambiente colto e signorile. Morto il padre riceve una modesta eredità

che non lo esime dal lavoro di amministratore delle terre per conto dei fratelli. Nel 1520 esordisce

giovanissimo come autore di commedie e capocomico di una compagnia di attori semiprofessionale

da lui costituita con un gruppo di amici. Dal 1520 al 1526 recita le sue commedie in case patrizie e

in luoghi pubblici di Venezia alla presenza di un pubblico colto e nobile, assumendo molto spesso

la parte di Ruzante, contadino padovano, ignorante e disgraziato, tanto da divenire egli stesso noto

con il nome del suo personaggio. In questi anni conosce Alvise Cornaro, che coltiva interessi per

l'idraulica e l'architettura e cura il vasto patrimonio terriero con razionali sistemi di produzione.

Beolco amministra le terre del Cornaro ed entra a far parte del piccolo gruppo di intellettuali che

ruotano intorno al nobile costituendo una piccola corte. Beolco si divide tra gli impegni di

amministrazione e quelli di teatrante. Attività di autore di commedie particolarmente intensa tra la

fine del anni Venti e il 1533.fra il 29 e 31 si reca più volte a Ferrara per allestire spettacoli in

occasione di festeggiamenti alla corte estense. Muore improvvisamente nel 1542 poco prima del suo

debutto come attore tragico nella recita della tragedia Canace di Sperone Speroni, animatore

dell'accademia padovana degli Infiammati.

Le principali caratteristiche del teatro di Beolco sono la presenza predominante del personaggio di

nome Ruzante e l'uso del dialetto. Ruzante, un contadino dalla psicologia elementare, privo di

generosità, avido, incline ai piaceri del corpo e renitente al lavoro e alla fatica, anche crudele.

La Pastoral

Non è propriamente una commedia: scritta in versi è piuttosto un'egloga dialogata in lingua toscana

al cui interno si inseriscono parti in pavano e parti in dialetto bergamasco. L'esito del testo teatrale è

farsesco, ma le prime scene anno un tono serio, malinconico e perfino cupo. Trama: Milesio si

innamora di una ninfa Siringa, che lo respinge. Milesio medita il suicidio, Mopso lo distrae, ma

Milesio si uccide. Quando Mopso trova il cadavere sviene. Entra in scena Arpino, un pastore, che

vedendoli li crede morti. Sulla scena entra anche Lacerto convince Arpino a seppellire i corpi nel

tempio di Pan. Lacerto si allontana e Mopso chiede aiuto ad un contadino, Ruzante, per trasportare

il corpo di Mopso. I due, pur facendo fatica a comprendersi, grazie a Ruzante, si accorgono che

Mopso è vivo. Arpino chiama un medico che poi dovrebbe aiutare anche il padre di Ruzante. Ma la

storia finisce bene, il padre di Ruzante muore (era tirannico). L'egloga commedia finisce con i

protagonisti che si recano in ringraziamento al tempio di Pan e si mettono a ballare con gli

spettatori.

Beolco fa parlare il suo contadino come un contadino. Non rinuncia alla parodia letteraria, come

non rinuncia a ridicolizzare il personaggio di campagna. Il riso nasce dal rappresentarlo nella sua

diversità.

La trattatistica e il dialogo: in questo periodo un ampio repertorio di trattati, per lo più in forma di

dialogo, esplora i comportamenti dell'uomo in società e delinea i modelli culturali ai quali quei

comportamenti dovrebbero ispirarsi. La produzione trattatistica spazia in molti ambiti, dal rapporto

amoroso ai comportamenti da tenere in società, e mira spesso a definire l'archetipo ideale di figure

di particolare rilevanza sociale quali il gentiluomo, il cortigiano, il principe, l'ecclesiastico di rango.

I due tratti innovativi più rilevanti (di questi trattati) sono l'esprimersi in prosa volgare, a

dimostrazione che il volgare non solo si era emancipato dalla tutela latina, ma era ormai diventato

una lingua capace di affrontare qualunque argomento per qualunque pubblico, e la presenza di una

forte componente didattica. Troviamo, poi, parecchi trattati che dipingono un quadro storicamente

fondato della società contemporanea e che, per la capacità di costruire modelli imitabili, riescono a

influenzare non solo i comportamenti della loro società di riferimento, ma anche quelli delle società

a venire. → si pensi al Galateo di Della Casa.

Il Galateo (di Giovanni Della Casa)

Il trattato Galateo,overo de' costumi prende il nome da Galeazzo (in latino Galatheus) Florimonte,

vescovo di Sessa, su richiesta del quale è stato composto. Redatto a Nervesa tra il 1551 e il 1555,

negli anni di lontananza di Della Casa dalla vita politica, fu pubblicato postumo nel 1558 insieme

alle Rime. È costituito da una serie di insegnamenti sulle buone maniere da seguire nelle varie

situazioni della vita, dalla conversazione, al banchetto, al rapporto con le donne, che un vecchio,

dotato di una saggezza derivata in gran parte dall'esperienza, impartisce ad un allievo. L'ambiente

sociale di riferimento è il mondo più ampio e socialmente variegato della società aristocratica o che

come tale intende comportarsi. Nel suggerire le sue norme il Galateo disegna un incredibile affresco

della società cinquecentesca, una società che tiene molto al rispetto delle forme in tutti gli aspetti

della vita. Il libro persegue ideali del decoro e della misura e propone semplici regole di buon gusto

e di civiltà pratica; nel farlo usa uno stile piano e per niente artificioso e un linguaggio efficace ed

espressivo. Anche l'inserimento di novellette e aneddoti attenua l'originario intento didascalico.

Le Sei giornate (di Pietro Aretino)

Titolo complessivo è attribuito a due dialoghi (ciascuno scandito su tre giorni), il Ragionamento

della Nanna e della Antonia e il Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa, pubblicati

rispettivamente 1534 e 1536. Nel primo è illustrata la vita delle monache, delle maritate e delle

prostitute. La Nanna, che ha sperimentato tutti e tre i modi di vita, racconta come dietro l'apparenza

morigerata o fedele degli ambienti ecclesiastici e familiari si celi un vorticoso commercio sessuale,

pieno di inganni e sotterfugi. Nel secondo dialogo la Nanna insegna alla figlia Pippa come

esercitare l'attività della cortigiana, con un'appendice dedicata all'arte della ruffianeria. Con il

“dialogo puttanesco” Aretino utilizza in senso parodico la forma classicistica del dialogo per dar

voce a un mondo in cui i valori dominanti sono il sesso e il denaro. In piano accordo con i

contenuti bassi dei dialoghi, la lingua è ispirata al parlato ed è ricca di metafore oscene e di

trovate espressive che la rendono fiorita e originale.

La storiografia e Francesco Guicciardini: la visuale storiografica si allarga fino ad abbracciare la

politica internazionale e i grandi sommovimenti che caratterizzano la storia europea di questo

periodo. Dell'impostazione umanistica è ancora mantenuta l'idea di fondo della storia come campo

d'azione delle virtù umane, ma sono ormai rifiutati sia la concezione del racconto storico come

opera essenzialmente retorica, sia la costruzione a tesi. Machiavelli pur conservando molti aspetti

della tradizione umanistica, aveva compiuto numerosi passi in avanti collegando il racconto storico

all'analisi delle dinamiche politiche. Il salto decisivo lo si deve ad un altro fiorentino, Francesco

Guicciardini.

Francesco Guicciardini (1483-1540)

Nasce a Firenze da famiglia di grande prestigio: il padre personaggio di grande rilievo nella politica

fiorentina dell'ultimo scorcio del secolo. Dopo gli studi giuridici e la pratica dell'avvocatura, ottenne

i primi incarichi pubblici della Repubblica fiorentina. Il matrimonio con Maria Salviati, figlia di uno

dei più importanti cittadini di Firenze, avvenuto nel 1508, rafforzò la sua posizione sociale e

politica. Nel 1512 fu nominato ambasciatore presso il re di Spagna Ferdinando il Cattolico. Si

trattenne in Spagna fino al 1513 e là iniziò la stesura dei Ricordi. Rientrato a Firenze dopo il ritorno

dei medici, esercitò di nuovo l'avvocatura e riprese la carriera politica al servizio dei papi della

famiglia. All'inizio degli anni Venti conosce Machiavelli. Da Clemente VII fu nominato

luogotenente papale. Dopo l'imprigionamento del papa, il saccheggio di Roma e varie cacciate

Medicee da Firenze, nel 1521 ottenne dal papa l'incarico di governare Bologna, ma continuò ad

interessarsi della politica di Firenze, fino all'ascesa al potere di Cosimo I de' Medici, che segnò

l'avvio nel 1537 di un vero e proprio principato ereditario. Quello stesso anno si ritirò

definitivamente a vita privata e alla stesura della Storia d'Italia, l'unica delle sue opere pensata per

la pubblicazione. Il lavoro fu interrotto dalla morte avvenuta nel 1540.

I Ricordi

Non erano destinati alla pubblicazione. Nascono come meditazione personale sulla politica, dai temi

cittadini a quelli sulla natura dell'uomo. Ricordi ha il significato di “cose da ricordare” o “consigli”

e richiama la tradizione di quelle scritture familiari, frequenti nella Firenze del 3-400. La redazione

definitiva del 1530 comprende 221 ricordi e 91 del tutto nuovi. Nella loro forma definitiva i

“ricordi” si presentano come aforismi, brevi massime estremamente concise e di tono assertivo.

Temi affrontati sono vari: dallo scetticismo sulle generalizzazioni teoriche a quello sulla possibilità

dell'uomo di contrastare il caso e di agire sulla realtà, dalla critica della credulità a quella del potere

temporale dei papi.

Sulla base dei ricordi Guicciardini da forma a un genere nuovo, quello dell'aforisma, cioè una

massima di breve estensione, ma anche, spesso di grande respiro concettuale, che quasi sempre trae

spunto da dati concreti di esperienza.

Emerge che per Guicciardini non esistono leggi o regole della storia e della politica, non esistono

modelli antichi da imitare, che nessuna strategia predefinita può dirigere o prevedere il corso degli

avvenimenti: il mondo umano è soggetto al caso, cioè alla fortuna, e la sola virtù che l'uomo può

opporgli è la discrezione, cioè la capacità di cogliere le caratteristiche peculiari e incomparabili di

ogni situazione e comportarsi di conseguenza. Per lui l'azione umana è guidata dall'interesse, il

“particolare”. Non sempre coincide con l'egoismo.

La Storia d'Italia

Iniziata nel 1537, quando la sua carriera pubblica si era definitivamente conclusa. Questa destinata

alla pubblicazione, fu, pertanto, particolarmente curata sotto il profilo della lingua e dello stile e

sottoposta a una pluralità di revisioni, interrotte solo dalla morte dell'autore. Questa è costituita da

20 libri, suddivisi in capitoli, che raccontano gli avvenimenti che ebbero come teatro l'Italia dalla

discesa di Carlo VIII alla morte del papa Clemente VII. Ha andamento annalistico, ripercorre le

azioni guerresche e le manovre diplomatiche di grandi uomini, dà largo spazio ai discorsi che

rappresentano snodi fondamentali dell'azione e non manca di attribuire un valore morale al racconto

storico.

La scelta dell'arco cronologico è breve e ben determinato, e ha una dimensione europea. La storia

non è una rassegna di exempla e di virtù da imitare, ma è la ricostruzione logica e razionale di una

tragedia generata dalla concatenazione di eventi imprevedibili e dall'insipienza umana. Guicciardini

indaga la decadenza degli Stati italiani per capire i limiti dell'azione razionale degli individui,

interrogare la psicologia dei grandi personaggi, interpretarne i movimenti sulla base degli interessi

particolari. L'unica verità che Guicciardini accerta nel suo libro è quello dell'incostanza delle cose

umane e dell'arbitrarietà della fortuna. Anche se all'uomo è preclusa la possibilità di controllare

il mondo esterno, egli tuttavia non deve rinunciare a esercitare la propria razionalità e a difendere

così la propria dignità morale.

Dal punto di vista storiografico la Storia d'Italia si fonda sulla ricognizione delle testimonianze e

sul vaglio della loro attendibilità; caratteristiche che ne fanno il primo esempio di storiografia

moderna, quasi scientifica.

Letteratura della seconda metà del Cinquecento: la cultura e la letteratura della secolo metà 500

sono fortemente segnate dalle profonde trasformazioni della società e della spiritualità provocate

dallo stabilizzarsi del dominio spagnolo e dall'azione della Riforma cattolica. L'Italia spagnola è

una società statica, fortemente gerarchizzata. Rari sono i casi di artisti e di letterati che scalano le

gerarchie sociali per forza di merito e di rinomanza. Poi la spiritualità controriformista, che pure

rappresenta un ritorno a valori e a pratiche religiose messi in ombra da molti decenni di religiosità

mondanizzata, si esplica sul piano dei comportamenti sociali in un insieme di regole, di divieti e di

consigli pressanti che cooperano anch'essi a ingessare la vita culturale. È ovvio che pratiche diffuse

quali la censura preventiva, un codice sistematico di obblighi e divieti, la repressione di ogni

manifestazione di pensiero giudicata eterodossa finiscano per condizionare pesantemente la

coscienza collettiva e la stessa libertà interiore dei singoli. Ma dubbi, scupoli, autolimitazioni sono

anche il segnale che la nuova spiritualità riformista è stata interiorizzata.

Sul piano strettamente letterario è caratterizzata dal trionfo delle norme e delle regole. Il dilagare

della precettistica può apparire, e in parte è, una degenerazione della mentalità classicistica dei

primi decenni del secolo, ma testimonia anche quanto sia maturata la riflessione critica sull'arte e

sulla letteratura. Maturata al punto che le pratiche di pensiero a loro collegate disegnano i contorni

di una disciplina specifica collocata all'incrocio fra teoria letteraria, retorica ed erudizione.

Data fondamentale per la nuova scienza era il 1536, l'anno in cui il grande editore veneziano Aldo

Manuzio pubblica la traduzione latina di Alessandro de' Palazzi della Poetica di Aristotele. La

sua riscoperta è un punto di svolta. Intorno a quest'opera si apre un ampio dibattito, e numerosi

commenti tra cui quello del 1570 ad opera di Ludovico Castelvetro, intitolato Poetica d'Aristotele

vulgarizzata e sposta. Ari non aveva elaborato vere e proprie leggi per quanto concerne i generi

letterari. Eppure la sua poetica ha l'effetto di spingere ad approfondire gli aspetti relativi ai generi.

Approfondimento che sfocia in un aristotelismo più radicale di quello di Ari. Per esempio mentre

per quanto riguarda il teatro si era limitato a prescrivere l'unità di azione (cioè di impostare l'azione

drammatica su una sola vicenda principale), i teorici del 500 aggiungono le regole dell'unità di

tempo (la tragedia deve svolgersi in un arco di tempo limitato, una sola giornata) e dell'unità di

luogo (le azioni della tragedia devono svolgersi tutte in un medesimo luogo).

Il discorso sulla letteratura porta anche a studiare la tradizione volgare nelle sue configurazioni

storiche e a ideare una sorta di manualistica a uso e consumo degli scriventi. Si scrivono numerosi

commenti alle opere del passato ritenute classiche. Nascono così repertori, enciclopedie e

soprattutto rimari, libretti che elencano tutte le possibili combinazioni di rime della lingua italiana.

L'esasperazione codificatrice del maturo classicismo cinquecentesco dà vita a una maniera stilistica

del tutto inedita, cioè alla rottura dei canoni attraverso l'esibizione della loro convenzionalità e

artificiosità. È questa la sostanza del manierismo. Sia il termine che il concetto di Manierismo

provengono dalla critica d'arte. Uno dei primi a servirsene è Giorgio Vasari (1511-1575), pittore e

storico dell'arte. Secondo Vasari gli artisti suoi contemporanei fondavano il loro stile sull'imitazione

di grandi artisti rinascimentali, ma lo complicavano con una esibizione di virtuosismo tecnico.

Studiosi moderni applicano il concetto di Manierismo anche alla letteratura, intendendo con esso

una esasperazione delle regole classicistiche presente in maniera sporadica già in opere degli anni

30, ma perseguita con una certa sistematicità dagli scrittori della seconda metà del 500. l'effetto

finale può essere quello di una letteratura che si presenta eversiva nei confronti di quelle stesse

regole linguistiche e stilistiche di cui si nutre.

Il panorama dei generi di questo periodo appare caratterizzato da una sorta di irrigidimento

classicistico. Sulla commedia prevale la tragedia, sul romanzo cavalleresco di origini romanze il

poema epico di origini classiche. Ciò non impedisce che sulla scena facciano la loro comparsa

anche generi nuovi, o nati dall'incrocio di generi precedenti, come avviene per il “dramma

pastorale” o dall'evolversi in nuove direzioni di scritture consolidate, come succede con

l'autobiografia.

La lirica: accentua i suoi caratteri di genere “comunicativo” per eccellenza. Rimari e repertori

rendevano tutti poeti → gli editori pubblicavano raccolte antologiche di poesie di autori diversi. La

lirica più influenzata dal manierismo. La complicazione e la magniloquenza stilistica si associa a

motivi tematici propri del nuovo clima spirituale controriformista. Poesie di argomento religioso, o

moraleggianti. Il lirico più grande in assoluto del secolo è Torquato Tasso.

Celio Magno (1536-1602)

Nasce a Venezia nel 1536, poeta appartenente al circolo di lirici che si raccoglie intorno al colto

patrizio veneziano Domenico Venier. Precocemente orfano, si assume la responsabilità della

famiglia; funzionario di alto grado negli organi di governo veneziani, svolge numerosi incarichi

diplomatici anche fuori d'Italia. Negli ultimi anni della sua vita ha l'opportunità di fare della

letteratura la sua attività più importante. Muore a Venezia nel 1602.

Le Rime

Pubblicate nel 1600 in un volume unico insieme a quelle di un altro poeta veneziano, Orsatto

Guistinian. Raccolta più di 300 componimenti, di argomento vario, alcuni dei quali conservano

traccia della sua attività politica. La cifra caratteristica della sua poesia è un forte pessimismo che

pare andare al di là della semplice dimensione religiosa, per diventare una sorta di meditazione

sulla vanità della vita e sulla presenza incombente della morte. Gran parte della sua fama

moderna è dovuta a Leopardi, che ne ha inserito alcuni componimenti nella sua Crestomazia della

poesia italiana.

Il romanzo e il poema epico: L'Orlando furioso esce in contemporanea con la Poetica. Sono anche

gli anni in cui comincia a diffondersi la trattatistica di argomento letterario. Secondo la poetica

l'Orlando risulta difettoso, ma è sbagliato poiché questo non è un poema, al quale applicare le teorie

aristoteliche, ma è un genere nuovo: il romanzo. In parallelo si compongono poemi che si

adeguano alle regole aristoteliche. Antesignano del genere è l'Italia liberata dai Goti, composto da

ben 27 libri e pubblicato in varie riprese tra il 1527 e il 47, dal vicentino Giovan Giorgio Trissino.

Trissino, aristotelico rigoroso, racconta in endecasillabi sciolti la guerra sostenuta da Giustiniano,

contro i Goti, rifiutando gli aspetti fantastici e avventurosi tipici del romanzo.

Il teatro: anche la commedia partecipa alla tendenza più generale all'artificiosità: complica le

trame, impostandole su una continua variazione di luoghi comuni, e infittisce il dettato di giochi

di parole e di espressioni gergali.

Nella seconda metà del secolo si afferma sempre più la tragedia di ispirazione classica, nata nei

primi decenni del secolo. Si rivolge a un pubblico di persone colte e motivate. Le rappresentazioni

infatti avvengono in ambienti privati e di non grandi dimensioni. Anche per la tragedia uno dei

primi esempi è fornito da Giovan Giorgio Trissino, che intorno al 1515 compone la Sofonisba, con

la quale tenta di adeguarsi al modello della tragedia greca. Analogo tentativo compie verso la fine

del secolo Pomponio Torelli, in particolare con la Merope.

Il dramma pastorale: un particolare successo arride al dramma pastorale, difficilmente classificabile

secondo le categorie aristoteliche. Come già la bucolica, anche la favola pastorale o boschereccia

rappresenta vicende amorose ambientate in un mondo idealizzato. Dopo l'Aminta di Torquato

Tasso (1573), il capolavoro di questo genere è il Pastor Fido, che il suo autore, Battista Guarini

definisce tragicommedia.

Battista Guarini (1538-1612)

Discendente del famoso umanista e pedagogo, nasce a Ferrara nel 1538 e a Ferrara insegna poetica

e retorica, dopo aver studiato a Padova. Negli anni Sessanta torna a Padova, dove partecipa alle

attività della locale Accademia degli Eterei e stringe amicizia con Torquato Tasso. Dopo una lunga

serie di rapporti con gli Este, abbandona i signori. Trascorre l'ultimo periodo della sua vita,

contrassegnato da lutti e tragedie familiari, presso diverse corti italiane (Torino, Mantova, Firenze,

Urbino). Nel 1611 è a Roma, dove è eletto principe dell'accademia degli Umoristi. Muore nel 1612

a Venezia.

Il Pastor Fido

è una favola pastorale, genere teatrale di grande successo nelle corti tardo cinquecentesche, ispirata

al mondo bucolico della mitica Arcadia, un mondo ideale popolato di pastori e ninfe innamorati.

Guarini ne inizia la composizione fra il 1580 e il 1581, la conclude nel 1589, pubblica l'opera nel 90

e la rappresenta prima a Crema e a Ronciglione, poi a Mantova nel 1598. Composto in 5 atti,

preceduti da un Prologo e seguiti ciascuno da un coro. La trama è particolarmente complessa. In

scena sono le vicende del contrastato amore del pastore Mirtillo per la ninfa Amarilli e della ninfa

Dorinda per Silvio, vicende che, dopo varie peripezie, si concludono con le nozze di entrambi le

coppie. È una tragicommedia, unisce, cioè, i caratteri della tragedia (più volte sembra che l'azione

stia per precipitare verso esiti catastrofici) e quelli della commedia (lieto fine e agnizione).

La trattatistica: periodo di tendenza a raccogliere, catalogare, gerarchizzare si estende a tutti gli

aspetti della realtà sociale. Industria editoriale diffonde testi enciclopedici, come La piazza

universale di tutte le professioni del mondo di Tommaso Garzoni, manuali e trattati che

istruiscono, educano, formano le persone più svariate: donne, uomini, innamorati, vedovi, figli e

padri. In una messe così copiosa merita di essere ricordato il dialogo La civil conversazione di

Stefano Guazzo. Con una forma piacevole e accattivante, Guazzo organizza una mole imponente di

favole, proverbi, exempla, sentenze: nasce una sorta di enciclopedia di luoghi comuni ai quali i

nobili, o coloro che desiderano comportarsi da nobili, possono attingere per regolarsi nella vita di

relazione. Ma per l'impianto accattivante e l'efficacia didattica, conosce un successo editoriale in

Europa pari a quello di Castiglione.

Biografie e autobiografie: nascono opere enciclopediche dedicate alle vite degli artisti. La più

rilevante è quella del Vasari, le Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da

Cimabue insino a' tempi nostri (edite nel 1550, poi ampliate nel 68). è probabile che le Vite di

Vasari abbiano influenzato la scrittura di quella che può essere definita la prima autobiografia

moderna, cioè La Vita, di Benvenuto Cellini.

Benvenuto Cellini (1500-1571)

Nasce a Firenze, astista tra i più celebri del 500. Si forma nelle botteghe fiorentine, e giovanissimo

si segnala rissoso e violento. Fugge più volte da Firenze, e poco più che ventenne si trasferisce a

Roma, dove apre una bottega. A proteggerlo è prima Clemente VII, poi Paolo III. È proprio con il

figlio di quest'ultimo che avrà dei disaccordi, per cui lascerà Roma. Quando rientra a Roma, è

imprigionato a Castel Sant'Angelo, accusato di un furto durante il Sacco. Dopo una fuga

rocambolesca si rifugia in Francia, ma anche qui lascia i soliti strascichi di inimicizie e risse, e si

reca a Firenze, dove esegue per conto di Cosimo I de' Medici la statua di Perseo che regge la testa di

Medusa. Anche alla corte Medicea Cellini fronteggia animosamente la rivalità con altri artisti. In

questo periodo compone i Trattati dell'oreficeria e della scultura e l'autobiografia della quale

interrompe la stesura probabilmente nel 1565. Muore a Firenze nel 1571.

La Vita

Con questo titolo Cellini chiama la sua autobiografia, dettata a un garzone del 1558 al 1565, nella

quale racconta i fatti occorsigli fino al 1562. Prima parte: si arresta alla fuga da Roma del 1539.

Anni romani più interessanti, trattano lo splendore della corte papale, gli intrighi e le violenze,

l'assedio del 1527 e la carcerazione a Sant'Angelo. Seconda parte: dedicata agli anni trascorsi in

Francia alla corte di Francesco I e all'ultimo periodo fiorentino. Il libro di Cellini si distingue perchè

è una vera e propria autobiografia. L'autore narra le vicende della sua vita per affermare sé stesso e

le proprie ragioni contro tutti e i suoi numerosi nemici. Questa vita è romanzata secondo la

dicotomia amici-nemici. Cellini si mostra insofferente alle regole morali e sociali, nonostante la sua

opera e la sua vita dipendano dai signori il cui favore va conquistato e mantenuto. Un autoritratto al

quale dà particolare forza una lingua espressiva, vicina al parlato fiorentino.

Tra letteratura e filosofia: nell'età controriformista si sviluppa un filone di pensiero filosofico

antiaristotelico che ha uno dei suoi capisaldi del De reum natura iuxta propria principia del

cosentino Bernardino Telesio. Il massimo rappresentante di un sapere che abbraccia sapienza

filosofica, visione utopica, illusioni alchimistiche e suggestioni legate al mondo della magia è

Giordano Bruno.

Giordano Bruno (1548-1600)

Nasce a Nola, fece il suo ingresso nell'ordine dei domenicani nel 1572, ma già da prima circolavano

le prime accuse di eresia. Fra le sue letture, i commenti ai testi sacri di Erasmo (autore vietato ai

domenicani) e inoltre aveva cominciato a nutrire e a manifestare dubbi sul dogma della Trinità. Nel

1576 depone l'abito domenicano e peregrina per l'Italia. A Ginevra per un po' aderì al calvinismo.

Bruno poi manifestava interessi per l'ermetismo, il neoplatonismo, la magia, l'astrologia e la

mnemotecnica. Lo troviamo, poi, in Francia, Inghilterra, Germania e a Praga. Nel 1591 compose e

fece stampare 3 impo poemi filosofici in esametri latini accompagnati da commenti in prosa sul

modello del De rerum natura di Lucrezio. Nello stesso anno tornò a Venezia su invito di Giovanni

Mocenigo, interessato ai suoi studi di magia e memoria. Fu proprio il Mocenigo, forse deluso nelle

sue aspettative, a denunciarlo all'Inquisizione. Il processo fu lungo. Nel 1593 Bruno fu trasferito a

Roma nelle carceri del Sant'Uffizio. Sebbene in alcuni momenti sembrasse disposto ad abiurare, ala

fine prevalsero l'orgoglio e la certezza di essere dalla parte del vero. Fu condannato al rogo:

l'esecuzione avvenne nel Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600.

Produzione in latino e in volgare è vastissima.

Il Calendaio

è la sua unica commedia. Un intreccio complicato di tre storie parallele fa esplodere gli schemi

canonici della commedia regolata.

Particolare interesse rivestono i dialoghi, suddivisibili in cosmologici e morali, scritti tra il 1584 e

85. Affrontano argomenti di tipo scientifico-filosofico spesso con tonalità comico-satiresche. Fra i

dialoghi ricordiamo La cena de le Ceneri.

Lo spaccio della bestia trionfante

Primo dei dialoghi morali è dedicato all'estromissione dei vizi dal cielo: gli dèi infatti, per

riformarlo hanno deciso di sostituire alle costellazioni nuove figure che simboleggiano valori

essenziali per l'uomo. In questo dialogo Bruno introduce anche alcuni aspri spunti polemici in

materia di fede.

LUDOVICO ARIOSTO (1474-1533)

Parla spesso di sé nelle sue opere. Primo di 10 figli, nasce a Reggio Emilia, dove il padre Nicolò, di

origine ferrarese, ha la carica di capitano della Rocca. Nel 1484 può far ritorno a Ferrara e qui segue

i primi studi di grammatica e di latino. Nel 94, convince il padre a lasciarlo libero di seguire le

inclinazioni letterarie. Apprende il latino e greco, grazie all'umanista Gregorio da Spoleto, che lo

avvia alla conoscenza dei classici latini, delle opere umanistiche e della cultura filosofica di stampo

neoplatonico. Già dal 1497, Ludovico entra tra i cortigiani stipendiati degli Este, occupandosi del

teatro di corte. Con la morte del padre 1500, il lavoro a corte deve scendere a patti per provvedere al

sostentamento della famiglia. Nel 1504 prende ordini minori per godere dei benefici ecclesiastici ed

entra al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello di Alfonso, che nel 1505 succede al padre

Ercole I. Per il cardinale compie numerose missioni diplomatiche. Nel 1509 gli sono già nati due

figli maschi da relazioni occasionali o brevi. Nel 1513 incontra la donna della sua vita Alessandra

Benucci, con la quale ha una relazione stabile dopo che lei è rimasta vedova. Nei primi 15 anni del

secolo compie la prima redazione del Furioso, che esce nel 1516, e scrive due commedie in prosa,

Cassaria e Suppositi. 1517 anno fondamentale → si rifiuta di seguire il cardinale Ippolito nella sua

nuova sede in Ungheria. A causa del rifiuto incorre nelle ire del cardinale, che lo licenzia, finchè

l'anno successivo, il duca Alfonso non lo richiama al servizio. Nel 1521 seconda redazione del

Furioso. Dal 1517 attende alla composizione delle Satire, che concluderà nel 1525. Nel 22 accetta

l'incarico di governatore della Garfagnana, una terra impervia infestata allora dai briganti. Benchè

sia partito con riluttanza, assolve l'incarico brillantemente, con abilità diplomatica e cinico uso della

forza, riuscendo a pacificare la regione. Nel 1525 torna a Ferrara con un discreto gruzzolo con il

quale acquista una casa nella contrada Mirasole. Nel 1528 sposa segretamente Alessandra Benucci.

La situazione economica è ormai tranquilla, dato che il marchese di Pescara Alfonso d'Avalos gli ha

assegnato per i suoi meriti letterari una pensione annua di cento ducati d'oro. Si dedica al teatro,

rappresentando La Lena, il Negromante, e la Cassaria versificata, e soprattutto la terza redazione

del Furioso, che vede la luce nel 1532. Quello stesso anno accompagna Alfonso d'Este a Mantova

per incontrare l'imperatore Carlo V: qui l'imperatore gli conferisce il titolo di poeta laureato.

Muore l'anno dopo per le complicazioni di una malattia intestinale.

La figura intellettuale: la morte del padre costringerà Ariosto al servizio di corte, cioè a diventare

cortigiano, gentil'uomo stipendiato pronto a svolgere le più svariate funzioni.

Ariosto obbedisce alle convenzioni del genere e agli obblighi della propria situazione dedicando

l'Orlando furioso al cardinale Ippolito e conferisce dignità eroica alla dinastia estense cantandone i

mitici progenitori, Ruggiero e Bradamante. Ariosto sceglie il toscano letterario codificato da

Bembo nelle Prose della volgar lingua, proponendosi di raggiungere un pubblico nazionale. Per

sostenere le spese chiede un forte anticipo alla Camera ducale e, una volta completata la stampa, ne

fa un'accurata campagna di promozione, inviandola in omaggio ad alcuni destinatari privilegiati e

organizzando la distribuzione delle copie ai librai. L'Orlando furioso nella sua terza edizione è la

prima grande opera in toscano letterario, ormai italiano, scritta da un autore che non è nato in

Toscana.

Tratti salienti della produzione letteraria: le vicende dei cavalieri di Ariosto non solo si presentano

come continuazione di quelle raccontate dall'Orlando innamorato di Boiardo, ma si iscrivono in un

universo interamente letterario. Orlando è figlio della tradizione, lui e il suo mondo sono entrambi

convenzionali. L'opera ariostesca, pur presentandosi come meta-letteratura, cioè operazione di

secondo grado e pur assumendo la forma di gioco fantastico, finisce per gettare fasci di luce sul

cuore e sul comportamento umano e a riprodurre gli intrichi e i labirinti della realtà. Una realtà fatta

di desideri frustrati e di irrazionalità. Ariosto mostra come il gioco della letteratura sia una mimesi

della vita. Lungi dall'essere solo un poema fantastico, l'Orlando si confronta con la realtà storica:

numerosi sono i passi che riguardano eventi politici o culturali contemporanei, o per esaltare gli

Este, o per affrontare temi di notevole impatto come quello delle nuove armi o delle scoperte

geografiche.

La produzione lirica: fra il 1494 e il 1503 si dedica alla composizione di testi lirici in latino e in

volgare. Per i testi in latino, di carattere sia amoroso sia scherzoso sia riflessivo, i suoi principali

modelli sono i poeti latini Catullo, Orazio, Ovidio e Tibullo, oltre alla poesia umanistica di area

padana. La produzione latina rimane irrilevante. Ariosto continua invece a scrivere fino alla

seconda metà degli anni Venti un buon numero di rime in volgare. Le poesie di Ariosto non

guardano solo a Petrarca, ma spesso usa altri codici stilistici oppure preferisce rifarsi ai classici

latini, maestri di una poesia sensuale e delicatamente edonistica. Va notato che la scelta di Orazio

come uno dei prediletti non riguarda solo questioni formali, ma è significativa anche per gli ideali

propugnati, a cominciare dal gusto per l' “ozio letterario”, che rappresenta la condizione

indispensabile al letterato per osservare, giudicare e meglio assaporare la vita. La passione

principale della sua giovinezza è il teatro. Non solo egli è un abile organizzatore di spettacoli per

la corte ferrarese, ma si distingue come autore di commedie in prosa e in versi. Ariosto è il

fondatore della commedia “regolare” (composta da 5 atti, in genere preceduti da un prologo), in

particolare con i due testi in prosa scritti per i carnevali del 1508 e del 1509, la Cassaria e i

Suppositi. Ariosto torna al teatro dopo aver pubblicato la prima edizione del Furioso. Nel 1520 invia

a papa Leone X la commedia intitolata il Negromante, incentrata sugli inganni e la punizione finale

di un ciarlatano. Del 1528, o 1529, è la Lena, che prende il nome dalla protagonista, una ruffiana di

mezza età. Oggi considerata la commedia più riuscita di Ariosto.

Le Satire

Alla piena maturità di Ariosto appartengono le Satire, 7 componimenti in terzine, caratterizzati

dalla forma epistolare. Scritte tra il 1517 e 1525, pubblicate postume nel 1534. In esse partendo da

qualche contingenza autobiografica disegna un quadro, quasi sempre negativo, della società

contemporanea. Ad essa contrappone i valori sintetizzabili nell'ideale di mediocritas: si tratta in

sintesi dell'aspirazione a una parca autosufficienza che lo liberi dal bisogno e gli consenta di

dedicarsi alla poesia. Emerge poi un'esplicita polemica contro il mondo delle corti e la vita del

cortigiano, l'uno e l'altro dominati da valori fittizi come la ricerca degli onori, delle alte cariche, del

potere, della ricchezza.

Poi la struttura colloquiale e dialogica delle Satire comporta la scelta di un particolare registro

letterario, non alto, ma non per questo informale. Il lessico presenta un tono medio.

L'Orlando furioso

1504: prima stesura del romanzo;

1516: prima edizione a stampa, 40 canti, uscita a Ferrara;

1521: seconda edizione rivista, 40 canti, poche ottave aggiunte, poche correzione di inflessioni

padane;

1532: terza edizione, rivista secondo la lezione di Bembo, sei canti aggiunti, 46 canti.

1545: pubblicati postumi i Cinque canti che probabilmente avrebbero dovuto costituire una

continuazione del poema nell'edizione 1521.

La materia: segue le movimentate vicende d'amore e di guerra di una moltitudine di personaggio

appartenenti ai due grandi schieramenti, cristiano e saraceno, che si combattono in territorio

francese e oltremare. A Boiardo Ariosto fa implicito riferimento riprendendone il racconto nel

punto dove questi lo aveva lasciato interrotto. Da ciò nasce la curiosa caratteristica del Furioso di

essere privo di un vero inizio.

La trama del furioso procede lungo tre linee narrative:

1)guerra tra i cristiani e i saraceni che, guidati dal re Agramante, hanno invaso la Spagna e

minacciano da vicino l'Impero cristiano di Carlo Magno, re dei Franchi.

2)rappresentata dall'amore di Orlando, il più valoroso dei paladini di re Carlo, per la bella Angelica,

principessa del regno del Catai (la Cina).

3)imperniata sulla vicenda amorosa di Bradamante, ardita guerriera sorella di Rinaldo, e Ruggiero,

guerriero pagano destinato alla conversione, dal matrimonio dei quali avrà origine la dinastia

estense.

Nessuna delle tre linee della storia ha uno svolgimento continuo, anzi ti 3 filoni principali si

alternano e intrecciano fra loro e con molte altre storie minori, secondo la tecnica

dell'entralacement. Le varie e intricate vicende del romanzo sono tenute dal narratore, un alter ego

del poeta al quale spetta il compito di condurre e, allo stesso tempo, commentare l'intera storia.

Questi in molti luoghi segnala implicitamente o esplicitamente la propria strategia narrativa,

sottolineando la necessità di sospendere il racconto o di passare dalle avventure di un personaggio

all'altro.

Orlando: è un personaggio della tradizione letteraria. Compare per la prima volta come nipote e

paladino di C M, nella Chanson de Roland, la più celebre tra le canzoni di gesta composte in antico

francese. In essa Orlando è un guerriero prode e orgoglioso. I numerosi cantari popolari del 300 e i

romanzi del 400 che lo avevano assunto a personaggio principale ne avevano attenuato la

dimensione eroica, mettendolo a volte perfino in ridicolo. Alla fine del 400 Boiardo lo aveva

trasformato da eroe epico in cavaliere da romanzo, perdutamente innamorato della bella Angelica e

dimentico dei suoi doveri militari. Ariosto porta alle estreme conseguenze le premesse di Boiardo,

perchè conduce Orlando fino alla degradazione della pazzia per amore; nel finale fa sì che l'eroe

recuperi identità ed equilibrio mentale attribuendogli così, tramite l'abbruttimento e la successiva

rinascita, una chiara funzione esemplare.

Benchè nessun altro si abbandoni come Orlando a manifestazioni di inaudita violenza, le donne e i

cavalieri di cui il poeta, nella prima ottava, dice di voler cantare gli amori e le avventure sono quasi

tutte vittime di una irrazionalità che li fa andare fuori di senno. Li anima un desiderio, non solo

amoroso, destinato generalmente a non trovare soddisfazione. Il desiderio è la vera molla

dell'azione: spinge i personaggi al movimento, alla ricerca dell'oggetto amato o ambito, in una

continua serie di inchieste che vanno inevitabilmente a intrecciarsi e a scontrarsi le une con le altre.

I personaggi si perdono spesso durante la loro ricerca, come accade negli intricati sentieri della

selva, luogo deputato all'avventura fin dai romanzi cavallereschi medievali, o nei magici meandri

del palazzo del mago Atlante, metafora di un mondo in cui ciascuno insegue, con intelletto

ottenebrato, il proprio desiderio o la propria illusione. Dietro il turbinio delle vicende, dietro di quel

caos che produce sgomento e dolore si nasconde una moralità ironica e pensosa, alla quale il

narratore dà voce nei suoi commenti.

Il Furioso non è un poema moralistico o tragico: su tutte le vicende si sente l'ironia discreta del

narratore. Il racconto del recupero del senno di Orlando è un esempio emblematico di come Ariosto

tratti in modo serio e al tempo stesso giocoso i temi più alti. Astolfo l'eroe deputato alla ricerca del

senno di Orlando, compie una vera e propria discesa agli Inferi, poi sale al Paradiso terrestre e di lì,

accompagnato da San Giovanni, fino al mondo della luna, luogo metaforico dove finiscono le cose

perdute a causa dei pazzeschi eccessi degli uomini. Sulla luna Astolfo ritrova tutto ciò che l'uomo

ha smarrito o sprecato. Lì tutta la realtà umana appare giocosamente trasformata in modi fantastici

che ricordano le opere dello scrittore greco Luciano. E in fono, mentre mostra quale dine facciano le

grandi illusioni, anche quelle degli uomini considerati più savi, il narratore ammonisce sorridendo a

non agitarsi inutilmente.

TORQUATO TASSO (1544-1595)

Tasso visse anzitutto per i libri: ma soprattutto per i propri. Lasciò un segno indelebile in tutti i

generi in cui volle cimentarsi. Parliamo di Manierismo in Tasso, a patto che con questo termine si

intenda una forma di classicismo esasperato in senso introspettivo.

Nasce a Sorrento l'11 marzo 1544 da genitori nobili. Madre era toscana, padre Bernardo Tasso,

originario di Bergamo, era poeta cortigiano. Nel 1552 Bernardo dovette lasciare Sorrento → Tasso,

che aveva iniziato gli studi a Napoli, seguì il padre a Roma; a Sorrento restarono la madre e la

sorella Cornelia. La vita di Torquato si avviava a essere quella di uno sradicato, privo di patria

fissa, mentre Napoli e Sorrento, sarebbero divenute una sorta di patria felice perduta. Cresciuto

all'ombra del padre Tasso assorbì tale modello. Tra il 57 e 59 visse a Urbino, dove ricevette

un'educazione da perfetto cortigiano e dove compose, con precocità sconcertante, alcune rime. Tra

il 59 e 60 raggiunse il padre a Venezia , dove abbozzò un poema epico sulla prima crociata, noto

oggi con il titolo di Gerusalemme. Fra il 61 e 65 iscrive a Legge, prima a Padova poi a Bologna,

ma ben presto si rese conto che non lo interessava e si appassionò alla poesia e alle lezioni di

poetica e retorica tenute dai teorici aristotelici quali Sperone Speroni e Carlo Sigonio. Nel 1562

Torquato, il Tassino (per distinguerlo dal padre), potè esordire a 18 anni con un breve romanzo

cavalleresco intitolato Rinaldo. Contemporaneamente si afferma come poeta lirico, componendo

versi amorosi per due donne: Lucrezia Bendidio e Laura Peperara. Nel 1565 Tasso fu chiamato da

Luigi d'Este a Ferrara. Nel 1571 si recò in Francia al seguito di Luigi d'Este. Nel 1572 passò al

servizio del duca di Ferrara Alfonso II. A Ferrara visse gli anni più felici e fecondi. Oltre a

numerose rime e all'abbozzo di una tragedia di argomento nordico (Galateo re di Norvegia),

compose il dramma pastorale intitolato Aminta e concluse il poema epico ispirato alla prima

crociata. La travagliata revisione del poema epico è affidata al vaglio di cinque supervisori di stanza

nella Roma post-tridentina (la revisione romana), a cura di Scipione Gonzaga, Sperone Speroni,

Pietro Angelo da Barga, Flaminio de' Nobili e Silvio Antoniano. Questa favorì l'insorgere di una

liceità morale e la riuscita artistica della propria opera, dopo le critiche ricevute dai suoi

revisori, Tasso abbandonò il poema al suo destino. Fra il 1576 e 1579, dopo essersi auto-accusato al

cospetto dell'Inquisizione di Ferrara, fuggì e intraprese una serie di peregrinazioni dettate

dall'angoscia e dalla depressione. Nome di questa malattia, allora, era la malinconia. Tornò a

Sorrento dalla sorella Cornelia, riparò a Urbino presso Francesco Maria della Rovere; viaggiò sino a

Torino, per offrire ai Savoia i propri servigi. Nel marzo del 1579 si recò a Ferrara in occasione del

matrimonio tra Alfonso d'Este e Margherita Gonzaga: nel corso dei festeggiamenti perse il controllo

di sé e inveì rabbiosamente contro il duca.

Il poeta venne imprigionato, in quanto pazzo furioso, in una cella dell'ospedale di Sant'Anna, dove

restò recluso per ben 7 anni. Nel corso di questa prigionia, nel 1581, il poema epico che egli aveva

tralasciato e che avrebbe voluto intitolare Goffredo, fu pubblicato contro la sua volontà con il titolo

di Gerusalemme liberata. Il successo fu subito clamoroso, il che indusse molti editori a pubblicare

senza autorizzazione dell'autore molti altri dei suoi manoscritti, contenenti soprattutto liriche e

prose d'occasione. In opposizione a queste lodi, ci furono anche critiche severe: il poema epico fu

attaccato soprattutto dalla neonata Accademia della Crusca. Si accese un grande dibattito una delle

più combattute querelle italiane. Questi fu costretto a difendere il proprio poema con una Apologia

della “Gerusalemme liberata”. Sennonchè, segnato dalla crisi religiosa, dalla follia e dalla

prigionia, il poeta aveva ormai cambiato non poche idee sul compito della poesia e la

Gerusalemme liberata si era fatta ormai distante dai suoi interessi. Negli anni del carcere Tasso

compose soprattutto Dialoghi in prosa di vario argomento (filosofico, morale, letterario), oltre a

numerose encomiastiche e sacre. Scarcerato da Sant'Anna, nel luglio del 1586, in un primo tempo

fu accolto alla corte di Mantova da Vincenzo Gonzaga, ma se ne allontanò ben presto, colpito da

turbe psichiche sempre più gravi. I suoi ultimi anni di vita Tasso li trascorse inquieto e malato alla

ricerca impossibile di sistemazioni stabili, soprattutto fra Roma e Napoli e facendosi accogliere,

ridotto in miseria, in monasteri per lo più benedettini o presso ricchi mecenati. I suoi unici beni

erano i libri , grazie ai quali continuò a dedicarsi alla letteratura, che egli considerò sempre la sua

unica missione: a Mantova ebbe l'agio di terminare la tragedia lasciata incompiuta a Ferrara,

intitolandola Re Torrismondo; compose nuove rime e provò a raccogliere le rime giovanili in

raccolte poetiche organiche; continuò a scrivere Dialoghi. Pubblicò un drastico rifacimento della

Gerusalemme conquistata e attese a un poema sacro in lode della Creazione divina del mondo: Le

sette giornate del mondo creato. Precocemente invecchiato, morì a Roma nel monastero di

Sant'Onofrio sul Gianicolo, dove era ospitato. Era il 1595 e Tasso aveva 51 anni.

Il poema epico è la stella polare della sua attività. Si accostò a questo genere con l'ambizione di

conciliare le ragioni dell'uso con quelle duella norma: si trattava di conciliare l'istanza di un'epica

regolare, conforme alla norma aristotelica, con l'istanza cortigiana del diletto. Attorno ai primi

anni Sessanta del secolo scriveva nei Discorsi dell'arte poetica che il diletto è il fine principale della

poesia e che il poeta il poeta ha il dovere di non riscuotere soltanto il plauso degli intendenti di

poesia, ma anche quello della moltitudine di lettori comuni.

La novità principale della scrittura tassiana fu quella di rappresentare (in termini aristotelici

“imitare”) in forma patetica l'instabilità di una condizione umana percepita come luogo di

contraddizione morale. Oggetto privilegiato di rappresentazione letteraria fu un mondo

interiorizzato, turbato dalle inquietudini e dalle passioni. Tasso aprì la strada a un genere

principe fra Seicento e Ottocento come il melodramma ma anche al romanzo psicologico.

L'orizzonte laico delle corti rinascimentali, giunto ormai al suo apice, si era a poco a poco

disgregato, lasciando il passo a una letteratura votata non tanto al diletto di un pubblico di tipo

cortigiano, quanto alla costruzione e all'edificazione di un nuovo lettore spirituale. Tasso

interiorizzò le censure morali che gli erano venute da rei revisori del suo poema, al punto da mutare

le proprie idee sul fine della poesia, privilegiando a poco a poco il docere (“insegnare”) rispetto

al delectare (“intrattenere”). Questa nuova percezione del proprio fare artistico si tradusse nella

drastica rottura con quella corte estense, che lo aveva accolto e celebrato fra gli anni Sessanta e

Settanta del secolo. Negli anni di prigionia di Sant'Anna si dedicò soprattutto a una nuova

scrittura di tipo filosofico. <<La medicina de' l'animo è la filosofia, con la quale io mi medico

assai spesso>>. Questa ricerca di una verità filosofica e spirituale, intesa come medicina

dell'anima, proseguì anche dopo la scarcerazione da Sant'Anna fino alla morte. I capolavori di

senili di Tasso sono opere a tratti enigmatiche, che interpretano la realtà con la lente

dell'erudizione.

La Poetica di Aristotele è giustamente considerata il primo modello di “teoria della letteratura”.

Tasso si sentì sempre indotto a riflettere sul proprio fare artistico, dedicando numerose opere

teoriche ai generi coi quali si era cimentato o stava per cimentarsi. È il caso dei Discorsi dell'arte

poetica composti intorno al 1561-62 <<per ammaestramento di sé stesso>> con l'intento di fissare

alcuni criteri che poi avrebbe realizzato nella Gerusalemme liberata. In questa Tasso mira anzitutto

a realizzare una struttura narrativa compiutamente epica (verosimile, unitaria e in stile

magnifico), all'interno della quale fossero ospitati i grandi ideali dell'Europa cristiana coeva, ma, al

tempo stesso tempo, anche gli amori e gli incanti tipici del romanzo cavalleresco moderno.

Quando sulla metà degli anni Ottanta esplose la querelle fra gli ammiratori del Furioso e quelli

della Liberata, Tasso fu costretto a difendere il proprio poema con un'Apologia della

<<Gerusalemme liberata>>. Prima di trasformare la Liberata in Gerusalemme conquistata, Tasso

ampliò e corresse i Discorsi dell'arte poetica alla luce delle sue nuove istanze letterarie facendone i

Discorsi del poema eroico. Quella di Tasso è una scrittura gravida di tensioni. Dopo la terribile

esperienza del carcere e della follia, la sua scrittura si rivela oltremodo fragile, segnata da

molteplici processi di auto-censura. Questo comporta un'anomala instabilità dei testi tassiani, che

non a caso furono per lo più pubblicati contro la volontà del poeta. Sorte analoga toccò a un gran

numero di altri tassiani. La fortuna editoriale di Tasso dovette passare in larga misura sopra le

intenzioni del poeta stesso.

L'epica appariva il genere d'avanguardia improntato alla norma classica, ma fino a quel momento si

era rivelato incapace di dilettare. Avido di fama e di gloria poetica, fra il 1559 e il 1560, il

giovanissimo Tasso provò a imboccare la strada più difficile dell'epos, componendo poco più di

cento ottave di un poema sulla prima crociata. Ma questo abbozzo è stato scoperto solo nel '700 ed

edito con il titolo di Gierusalemme (1561) perchè il poeta fanciullo si rese conto molto per tempo

che il poema epico che aveva intrapreso non avrebbe potuto competere con il romanzo cavalleresco.

Anche se irregolare, il romanzo cavalleresco restava la strada più sicura per il successo fra i lettori

moderni. Fu così che Tasso mise da parte il Gierusalemme e in pochi mesi compose e pubblicò il

breve romanzo cavalleresco in ottave intitolato Rinaldo (1562), ricco di amori e di incanti, secondo

il gusto favorito del Furioso. Si trattava di un compromesso che però non escludeva alcun tratti

tipici del genere epico: un surrogato di unità (il poema narra le avventura di un solo protagonista: il

giovane Rinaldo) e un surrogato di verosimiglianza.

Nel contempo, lungi dal deporre la vocazione epica primaria, Tasso la rinnovò e la potenziò,

cercando nuove soluzioni che gli permettessero di aggirare i problemi sorti ai tempi del

Gierusalemme. Nascono così i Discorsi dell'arte poetica, un breve e fondamentale trattato teorico,

nel quale il poeta fissa alcune soluzioni di compromesso fra epos e romanzo, per sanare la

contraddizione fra diletto e norma. I Discorsi dell'arte poetica sono databili intorno 1561-62, ma

furono pubblicati solo nel 1587 assieme alle cosiddette Lettere poetiche, quando ormai Tasso aveva

cambiato molte idee sul compito della poesia.

Temi dei Discorsi: verosimiglianza del racconto, un criterio pressoché ignoto al romanzo

cavalleresco, che è ricco di incanti piacevoli sì, ma del tutto inverosimili. Tasso afferma la necessità

di un poema epico verosimile e per questo torna a scegliere la materia storica, grazie alla quale le

finzioni del poeta acquistano verosimiglianza. Dall'altra, per non rinunciare agli incanti, che sono

ingredienti indispensabili al diletto del pubblico, progetta di introdurli nel suo poema ricorrendo al

potere di Dio e Satana. Solo così il lettore potrà credere alle finzioni che gli verranno narrate, dal

momento che il destinatario presupposto è un lettore cristiano. Altro tema chiave è la necessità di

contemperare l'unità richiesta al genere epico con la varietà propria del romanzo moderno.

Da una parte, afferma la necessità di rendere il poema unitario facendo ruotare il racconto attorno a

un'unica azione. Dall'altra, si ripromette di affiancare a questa azione alcune storie secondarie che

animano la trama, così da renderla tanto variegata quanto quella di un romanzo.

Tasso prospetta una varietà di storie secondarie dentro l'azione principale. Altro aspetto teorico

da risolvere concerne lo stile. Si tratta di soppiantare uno stile caratterizzato da un andamento

amabilmente discorsivo e basato su una simulazione di oralità, con uno stile magnifico o sublime,

conforme alla grandezza delle azioni evocate. Nel terzo dei Discorsi dell'arte poetica, e poi ancora

in altre prose successive dedicate allo stile grave nella lirica, il poeta riflette così su quelle figure

artificiose (iperbati-anafore-enjambemente- chiasmi) che contribuiscono a colpire emotivamente il

lettore.

La Gerusalemme liberata

poema steso fra il 1562 e il 1575 e pubblicato con il titolo di Gerusalemme liberata da Angelo

Ingegneri nel 1581. Narra la liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme nel 1099, quando i

crociati espugnarono la Città Santa occupata dai Musulmani. Attorno a questa azione bellica

principale Tasso fa gravitare una moltitudine di storie secondarie basate soprattutto su amori e

incanti. L'esito è una struttura compiutamente epica all'interno della quale vengono ospitati gli

amori e gli incanti tipici del romanzo cavalleresco moderno. Durante gli anni della composizione si

fecero sempre più sensibili istanze morali e pedagogiche, dovute al clima della Controriforma. La

tensione fra èpos e romanzo interna al poema diviene anche una tensione fra bene e male: se la

missione epica costituisce il fine morale dei crociati, le trame secondarie costituiscono invece o un

errore, una deviazione trasgressiva e peccaminosa, oppure un rimedio voluto dal Cielo per

rimediare alla deviazione morale.

Nel racconto conflitti principali;

1)cristiani vs. pagani

2)forze del Cielo, che aiutano i cristiani, vs. forze dell'Inferno, che li ostacolano aiutando i pagani.

3)Goffredo, comandante dei cristiani vs. i suoi <<compagni erranti>>, vale a dire i crociati che,

cadendo in errore, si lasciano sedurre da obiettivi diversi da quello epico.

Il Cielo e l'Inferno permettono di far entrare nel poema la dimensione dilettevole del soprannaturale

che offre lo spunto per inserire nel testo un messaggio pedagogico-morale, che mostri al lettore la

potenza di Dio e lo metta in guardia contro le insidie dell'Inferno. La tensione fra Goffredo e

compagni erranti consente al poeta di approfondire la dimensione interiore dei crociati mostrando

i dissidi che tormentano i loro animi, drammaticamente combattuti fra il dovere epico collettivo e

le passioni – ira e amore – che inducono questi guerrieri ad abbracciare obiettivi individuali. Gli

episodi messi in moto dall'Inferno generano così un diletto trasgressivo, che consiste nel fascino per

ciò che è moralmente nocivo.

I personaggi: acquistano uno spessore psicologico del tutto nuovo. Con Tasso il racconto tende a

farsi interiorizzato e drammatico, vale a dire poggiare sui sentimenti e sulle emozioni dei

personaggi. Accanto a Goffredo, capo dei crociati, figura affascinante proprio per la sua

monolitica, sofferta integrità morale, troviamo i due principali campioni dell'esercito cristiano:

Rinaldo e Tancredi. Rinaldo, immaginario capostipite della dinastia Estense è l'eroe fanciullo e

istintivo, che si allontana dal campo cristiano, dopo aver ceduto all'ira nei confronti di Gernando e

che viene in seguito sedotto e tenuto prigioniero dalla maga pagana Armida, lei pure innamorata di

lui. Tancredi è l'eroe malinconico e notturno: guerriero perfetto ma tormentato e fiaccato nel suo

zelo di crociato dall'amore per l'amazzone pagana Clorinda. Anche tra le fila dei pagani asserragliati

in Gerusalemme troviamo due grandi campioni, accorsi in difesa del re pagano Aladino: Solimano,

eroe tragico ella sua ferocia disperata; e Argante, guerriero fortissimo caratterizzato da un'audacia

smisurata che sfocia di continuo nell'arroganza.

Nel poema l'amore è un ingrediente fondamentale, larghissimo spazio hanno i personaggi

femminili. Inoltre dato che il sentimento amoroso è per lo più presentato come qualcosa di proibito

e peccaminoso, le tre principali eroine sono pagane: Clorinda, Erminia, Armida.

Clorinda: caratterizzata da una forte ambiguità sessuale e religiosa. È un amazzone pagana ignara

delle proprie origini cristiane; solo in punto di morte ritrova la sua femminilità e torna alla sua

identità cristiana col battesimo. Come Tancredi ama la nemica Clorinda senza che questa se ne

renda conto, così la pagana Erminia ama l'ignaro Tancredi: principessa di Antiochia, Erminia è per

eccellenza il personaggio sentimentale del poema, perpetuamente protesa a realizzare il suo amore

impossibile. La figura femminile che compie le peripezie più incredibili è Armida la quale entra in

scena come astuta seduttrice, decisa ad allontanare dal campo crociato il maggior numero di

cavalieri cristiani, facendoli schiavi della propria bellezza: poi però contro ogni previsione, si

innamora di Rinaldo e lo porta con sé nella prigione incantata delle Isole fortunate; quando infine

Rinaldo fa ritorno al campo cristiano, gioca il suo ruolo di innamorata respinta in cerca di vendetta;

solo alla fine depone l'ira, promettendo fedeltà a Rinaldo. Gli amori che mette in scena Tasso sono

amori infelici o potentemente turbati; ha questi caratteri anche il primo grande episodio amoroso

del poema, la vicenda dei due martiri cristiani Olindo e Sofronia narrata nel canto II.

Dopo la revisione romana, a poema concluso, sempre più sfiduciato e disperato, il poeta finì per

disinteressarsi del proprio testo, dando luogo a una contraddizione senza precedenti: mentre il

poema, pubblicato contro la volontà del suo autore, riscuoteva un successo clamoroso con il titolo

di Gerusalemme liberata, Tasso, risoluto a correggere il poema, attese a una seconda versione, ben

più intonata al clima controriformistico. Nacque così, fra il 1588 e il 1592 la Gerusalemme

conquistata, pubblicata secondo la volontà di Tasso nel 1593. I lettori avrebbero subito decretato la

sfortuna del secondo poema e ribadito il successo del primo: l'unico in cui le intenzioni cristiane

convivono ambiguamente con il diletto del lettore, e le passioni sinceramente devote dei crociati

con il fascino proibito delle passioni profane.

La lirica: nonostante Tasso consideri la lirica come un genere minore, Tasso è il più grande lirico

italiano del Cinquecento: per l'elevatissimo numero di testi lirici che di lui ci sono giunti (+ di

1700), ma soprattutto per la straordinaria qualità della maggior parte di essi. Dalla reclusione di

Sant'Anna coltivò il genere sacro, abbandonando a poco a poco quello amoroso. Ciononostante i

generi di poesia encomiastica e d'occasione furono sempre i più rilevanti dal punto di vista

numerico. Tasso non si curò della circolazione dei propri testi lirici. Ma vari editori cominciarono

a pubblicare abusivamente i manoscritti della produzione lirica tassiana distribuendo in

tranches non autorizzate e spesso scorrette. Solo negli ultimi anni della sua vita Tasso provò a dare

una sistemazione organica a un certo numero delle sue poesie, scegliendo un criterio di tipo

tematico e progettando una prima parte di rime amorose, una seconda di rime encomiastiche e

d'occasione e una terza di rime sacre e encomiastiche. Spesso è proprio in queste raccolte che si cela

il Tasso lirico storicamente determinante. Nell'antologizzare sé stesso il poeta badò soprattutto a

dare un'immagine ufficiale del proprio io lirico, escludendo o riscrivendo molte fra le liriche che

erano state considerate le più innovative.

L'esperienza lirica di Tasso si pone come il punto d'arrivo di una lunga tradizione improntata al

modello di Petrarca e ai grandi petrarchisti del Cinquecento, a partire ovviamente da Bembo fino al

padre Bernardo Tasso. Se Bembo aveva indicato nella gravità e nella piacevolezza i due poli della

scrittura lirica, Tasso intensifica l'una e l'altra, con atteggiamento manierista, sperimentando

entrambi gli stili con una vena introspettiva e patetica.

Tasso concentrò questo carattere soprattutto nel genere per musica del madrigale, realizzando testi

di estenuata e morbosa delicatezza introspettiva.

Il teatro: nel fertilissimo 1573 si cimentò anche con i generi teatrali praticati a corte. Nacquero il

dramma pastorale Aminta e l'abbozzo di tragedia Galateo da Norvegia. L'Aminta, dramma bucolico

o “favola pastorale”, genere caratterizzato dal fatto che i protagonisti della vicenda sono pastori e

ninfe rappresentati in uno spazio naturale del tutto idealizzato. Il dramma di Tasso, composto

di cinque brevi atti in versi, fu scritto per la corte degli Este. La favola narra l'amore tormentato del

pastore Aminta per la ninfa Silva. Questa, selvatica e restia all'amore, respinge caparbiamente

l'amante, noncurante dei consigli di Dafne, più anziana e più esperta degli affari di cuore. Anche

dopo che Aminta la salva dalla violenza di un satiro, Silvia insiste nella sua durezza, negando al suo

amante qualsiasi gratitudine. Aminta si è confortato senza frutto dall'amico Tirsi, ma quando

apprende dalla ninfa Nerina che Silvia sarebbe morta nel corso di una battuta di caccia sbranata da

lupi, decide di gettarsi da una rupe. Nelle ultime battute della favola si scopre che Silvia in realtà è

sfuggita ai lupi, e che un cespuglio ha attutito la caduta di Aminta salvandogli la vita. Nell'ultimo

atto, il saggio pastore Elpino narra al coro che finalmente Silvia ha ceduto all'amore di Aminta.

Quest'opera riscosse fin dalla sua prima rappresentazione, nel 1573. Il testo fu stampato solo nel

1580. L'Aminta va letto come un dramma per la corte: il pubblico colto e scaltrito del palazzo

viene sistematicamente invitato dall'autore a identificarsi nella finzione pastorale e dietro la

rappresentazione di una natura idealizzata si celano in realtà le ragioni dei destinatari moderni.

Alcuni dei personaggi alludono ai cortigiani della corte degli Este; e in particolare Tasso adombra

sé stesso dietro il personaggio di Tirsi. Probabilmente l'operetta fu scritta proprio per celebrare p per

favorire un matrimonio dinastico, in grado di garantire una discendenza alla dinastia degli Este.

Tasso compose un'azienda teatrale in cui scompaiono elementi spiccatamente lucidi e acquista

rilievo assoluto la travagliata storia d'amore non corrisposto. Tasso mira così a trattare la vicenda

con accenti tragici e patetici, che si insinuano ambiguamente nell'ambientazione bucolica e serena

della vicenda. Dal punto di vista formale l'Aminta adotta il metro lirico del madrigale, con una

libera alternanza di endecasillabi settenari. La maggior parte dell'intreccio è condotta da racconti in

scena, secondo il modello del teatro classico, dove aveva largo spazio il cosiddetto angelos

(messaggero), che riferiva agli astanti fatti accaduti lontano dai loro occhi (e da quelli del pubblico).

Il Re Torrismondo

La tragedia occupava i vertici assieme al poema epico. Sul modello del teatro tragico greco, Tasso

compose nel 1573 un abbozzo di tragedia (Galealto re di Norvegia), che fu poi pubblicato nel 1582

contro la sua volontà. Dopo la sua scarcerazione, nel 1586 col titolo di Re Torrismondo,

dedicandolo al duca di Mantova Vincenzo Gonzaga che molto si era adoperato per la sua

liberazione da Sant'Anna. La tragedia rappresenta la complessità dei sentimenti d'amore e

d'amicizia, proiettando la loro ambiguità morale nello spazio altro dei regni del Nord. La

principessa di Norvegia Alvida è stata chiesta in matrimonio da Torrismondo re di Gozia (primo

abbozzo Galealto di Norvegia) con un inganno: Torrismondo spera infatti di cedere la donna

all'amico Germondo re di Svezia, il quale si è innamorato di Alvida, benchè padre di questa fosse il

suo mortale nemico Araldo. Torrismondo si innamora riamato di Alvida finendo per trovarsi diviso

fra sentimenti d'amore e di amicizia. Lo svolgimento tragico si complica e giunge al suo culmine

quando Torrismondo, dopo aver avuto un rapporto sessuale con Alvida, scopre che questa è sua

sorella. Sopraffatto dalla colpa anche Torrismondo si suicida, cedendo all'amico il proprio regno.

I nuclei tragici dell'opera sono due. Il primo consiste nella contesa fra amore e amicizia nell'anima

di Torrismondo, ossia in un problema di tipo cavalleresco analogo a quello narrato da Ariosto negli

ultimi canti dell'Orlando furioso, dove Ruggiero è diviso fra l'amore per Bradamante e l'amicizia

per Leone. Il secondo consiste nell'incesto involontari fra i due fratelli, inconsapevoli di esserlo,

ma attratti l'uno dall'altra. Questo nucleo tragico replica e rinnova la situazione rappresentata da

Sofocle nell'Edipo re, al cui centro sta l'amore inconsapevole del re di Tebe Edipo per quella che

non sa essere sua madre, Giocasta. L'inconsapevolezza si rivela così un problema essenziale

nell'orditura dell'intreccio tragico: se infatti Alvida e Torrismondo fossero coscienti del rapporto

fraterno che li lega, il pubblico non potrebbe immedesimarsi in loro, né piangere con loro sulle

ambiguità congenite alla condizione umana.

L'Epistolario

Le prime compongono uno degli epistolari più ampi e affascinanti della letteratura italiana: più di

1600 lettere che documentano la vita del poeta dalla fanciullezza fino alla morte. Le lettere

poetiche, ossia le missive ai revisori del proprio poema stese al tempo della revisione romana,

nonché due libri di Lettere familiari d'argomento privato. La scrittura epistolare per Tasso fu

innanzitutto una forma di autocoscienza letteraria, ma anche un'espressione del proprio

travagli esistenziale, uno strumento per dare voce alle proprie inquietudini. Tasso si rappresenta di

continuo come vittima di sé stesso e dei propri nemici immaginari. Nelle lettere da Sant'Anna, in

cui Tasso descrive le proprie visioni, frutto di deliri e di ossessioni morbose. La cosiddetta follia di

Tasso la quale, comunque, la si voglia giudicare ispira al poeta una straordinaria scrittura onirica,

estremamente attenta a registrare con precisione cinica la percezione di angosce e di incubi

inquietanti.

I Dialoghi

Il dialogo è un genere molto diffuso nella letteratura italiana del 400 e 500. Un genere che si ispira

al modello di scrittura filosofica inaugurato da Platone poi ripreso da Cicerone. Il corpus di 28

Dialoghi che ci è giunto nasce dalla crisi esistenziale successiva al 1578: è una scrittura che da lì in

poi Tasso pratica sino alla morte senza però dar luogo ad un percorso organico, bensì muovendosi

in varie direzioni a seconda dell'urgenza dei problemi e delle occasioni contingenti. La segreta

bellezza dei Dialoghi nasce dalla raffinatissima e inquieta tessitura retorica, con la quale Tasso

si addentra nei problemi più urgenti nell'orizzonte di un uomo del secondo 500.

Questo senso di inquietudine è accentuato dal fatto che spesso Tasso inserisce la propria voce di

gentiluomo malinconico fra gli interlocutori dei dialoghi fittizi, parlando dietro la maschera di

Forestiero Napoletano. Dialoghi più celebri si ricordi il Messaggero dove Tasso tratta il tema delle

ambascerie degli angeli e delle ambascerie fra gentiluomini. Il Malpiglio secondo overo del fuggir

la moltitudine dove la biblioteca viene immaginata come unico rifugio dalle inquietudini e dalle

instabilità della vita.

La Gerusalemme conquistata

Dopo la scarcerazione oltre a comporre vari dialoghi, nei suoi ultimi anni di vita Tasso torna a

progettare grandi poemi in versi. Egli provvede a ricostruire su nuove fondamenta il poema epico

apparso contro la sua volontà. Prima di dedicarsi alla Liberata, aveva composto i Discorsi dell'arte

poetica, così nel 1588 e il 1592 Tasso la riscrive non tanto espugnando gli episodi romanzeschi,

quanto frapponendo alcuni elementi allegorici, teologici e sapienziali, che ne alterano

completamente il significato, correggendo gli elementi profani dall'interno. L'altro grande asse di

riforma del poema consiste nella maggiore conformazione del poema al modello omerico

dell'Iliade, con il risultato che il nuovo testo, anziché privilegiare il movimento narrativo

dell'intreccio, insiste invece sui costumi dei personaggi, puntando a trasformare il racconto in una

sorta di grande galleria morale. Dopo il 1593, quando l'opera fu pubblicata in 24 libri, il suo autore

provvide a motivare le ragioni della riscrittura con un'altra, ennesima, opera teorica: è il Giudicio

sovra la <<Gerusalemme>> da lui medesima riformata, rimasto incompiuto per la morte

dell'autore.

Il Mondo creato

La Conquistata lasciò subito perplessi gli ammiratori di Tasso, che continuarono a preferire

l'ambigua miscela di diletto trasgressivo e pedagogia cristiana realizzata nella Liberata. Ciò che

rende così difficile la lettura della Conquistata, in particolare, è il suo contraddittorio statuto di testo

nuovo dentro al corpo di un testo vecchio. La musa sacra di Tasso epico ebbe modo di esprimersi

molto più liberamente in quello che è l'ultimo approdo della sua scrittura epica: Le sette giornate

del mondo creato. Tasso abbandona l'ottava rima e adotta l'endecasillabo sciolto, per amplificare in

stile magniloquente, sorretto da una retorica fortemente pedagogica, il racconto della Creazione

presente nel libro biblico della Genesi. Il poema diviso in 7 libri, fu composto fra il 1592 e il 1595,

ma ebbe una pubblicazione postuma, prima nel 1600 e poi nel 1607. A ostacolare la pubblicazione,

infatti, pesarono a lungo le interdizioni della Chiesa post-tridentina, che non ammetteva, salvo rare

eccezioni, traduzioni e/o trasposizioni in versi dei libri biblici.

Nel clima ormai affermato della Controriforma, quando il genere sacro diventa il primo fra i generi

lirici, Tasso si dedicò alla composizione di vari poemetti spirituali. Oltre alle rime sacre Tasso

scrisse un poemetto sulla fondazione dell'ordine benedettino degli Olivetani, commissionatogli dai

monaci napoletani che lo avevano ospitato: il Monte Oliveto. Parallelamente, intrattenendo vari

rapporti anche con i benedettini Cassinesi, abbozzò un poema agiografico sulla Vita di San

Benedetto. Ma soprattutto, praticando il nuovo genere spirituale delle “lagrime” inaugurato qualche

anno prima da Luigi Tansillo con le Lagrime di San Pietro, compose nel 1593 due poemetti in

ottave dedicati alla Passione di Cristo: le Lagrime di Maria Vergine e le Lagrime di Gesù Cristo.

SEICENTO

Le coordinate storiche: il Seicento è il secolo dell'assolutismo: monarchie che si pretendono di

diritto divino esercitano un potere non condizionato dalla legge e dagli altri organi statali. Francia e

Spagna presentano la più compiuta realizzazione di tale ordine istituzionale. I rapporti di forza tra i

due principali regni cattolici regni cattolici si rovesciano intorno alla metà del secolo, quando la

pace di Westfalia (1648) pone fine alla cosiddetta guerra dei Trent'anni. Dopo quella data la

divisione fra un'Europa cattolica e una protestante non è più messa in discussione. Mentre la

Francia si impone come Stato egemone (in particolare sotto il lungo regno, dal 1643 al 1715, di

Luigi XIV, detto il Re Sole), la Spagna si avvia rapidamente al declino politico ed economico.

Una decadenza che ancora non tocca la vita artistica e culturale, tanto è vero che per lo splendore

delle sue realizzazioni il Seicento spagnolo è definito el siglo d'oro. L'Inghilterra, nella prima metà

del secolo questo regno è agitato da una serie di lotte civili in difesa dei diritti parlamentari e di lotte

religiose fra protestanti, anglicani e cattolici, lotte culminate nella guerra civile sfociata nella

decapitazione del re e nell'instaurazione di una repubblica guidata da Oliver Cromwell. Dopo la

sua morte, però, il regime monarchico viene nuovamente restaurato. La monarchia inglese a seguito

di guerre interne e di lotte di successioni, finirà per perdere il carattere assolutistico e si trasformerà

nel 1688 in un regime monarchico-parlamentare. Le tappe fondamentali sono costituite

dall'emanazione nel 1679 dell' Habeas Corpus (legge che tutelava i del cittadino contro gli arresti

arbitrari) e del Bill of Rights, la dichiarazione dei diritti, con la quale il parlamento sancisce il suo

diritto di controllare l'operato della corona.

La vittoria politica di queste classi sociali costituisce un importante presupposto per lo sviluppo

economico: esse, infatti, sono protagoniste di un radicale rinnovamento nel campo dell'economia

nel quale si possono ravvisare i prodromi del sistema di produzione capitalistico.

L'Italia, soggetta al dominio diretto o indiretto della Spagna fin dalla metà del Cinquecento, è

coinvolta nel declino politico ed economico della potenza egemone. La crisi spagnola produce un

inasprimento della pressione fiscale, la stagnazione economica e un sensibile impoverimento

della popolazione. Carestie ed epidemie di peste, una criminalità endemica sotto forma di

brigantaggio aggravano ulteriormente le condizioni di vita e spingono a molti di aperta ribellione

al dominio spagnolo. Tra le più violente si ricordano quella contro il dazio sulla frutta guidata a

Napoli dall'umile pescivendolo Masaniello e quella di Messina del 1674 contro una nuova

imposizione fiscale sulla seta, principale ricchezza manifatturiera della città. Anche negli stati che

non dipendevano dalla Spagna la crisi si fa sentire a diversi livelli. Solo Venezia, benchè

ripetutamente impegnata a combattere i turchi, riesce a conservare intatta la sua autonomia,

difendendosi anche dalle ingerenze del Papato, e a mantenere pure, nonostante un progressivo calo

dei traffici e delle manifatture, una condizione economica privilegiata rispetto agli altri Stati. Non a

caso rimane un punto di riferimento in particolare per quelli invisi alla Chiesa. Nel panorama degli

Stati italiani il cambiamento più rilevante è costituito dall'espansione in area piemontese dello Stato

sabaudo. Torino, la nuova capitale dei Savoia, diventa, per la prima volta nella storia di quest'area

geografica, un centro di attrazione degli intellettuali italiani.

Nel Seicento nasce la scienza moderna. L'espressione “rivoluzione scientifica” con la quale si

etichetta l'insieme delle scoperte tecniche e scientifiche avvenute in questo secolo vuole per

l'appunto sottolineare quanto sia netto lo stacco tra la cultura scientifica e filosofica seicentesca e

quella del passato. Il termine rivoluzione, da un lato, rimanda a una serie imponente di scoperte

verificatesi quasi in ogni ambito del sapere scientifico; dall'altro, al radicale cambiamento che esse

determinarono nel metodo di indagine, nella stessa concezione della ricerca scientifica e nella

visione del mondo e dell'uomo nell'universo. Se le scoperte geografiche, a partire da quella del

Nuovo Mondo, hanno progressivamente allargato gli orizzonti alla culture extraeuropee, quelle

astronomiche scacciano l'uomo e la terra dal centro dell'universo. L'astronomia è il vero punto di

partenza della rivoluzione scientifica. Le osservazioni di Tycho Brahe, Keplero e Galileo Galilei

sul sistema solare e sui movimenti della Terra e degli altri pianeti intorno al Sole, prove tangibili

della fondatezza della teoria eliocentrica, sono alla base di una radicale trasformazione dell'idea che

l'uomo ha di sé stesso. Se la terra non è più il centro e l'universo non è finito, anche la posizione

dell'uomo entro questi nuovi spazi senza centro e senza confini si relativizza. Le osservazioni dei

fenomeni celesti consentite dai nuovi strumenti tecnici portano anche a elaborare un nuovo metodo

di ricerca scientifica, il metodo sperimentale, propugnato da Galilei.

Sul problema del metodo di ricerca si incentrano le riflessioni di alcuni tra i maggiori filosofi del

secolo, dal francese Renè Descartes, nel Discorso sul metodo, all'inglese Francis Bacon, ne Il

nuovo sistema del sapere, a Galileo Galilei, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi. Le loro opere

sono accomunate dal rifiuto di ogni sapere precostituito e del principio di autorità,

tradizionalmente incarnato da Aristotele. L'idea che le verità fondamentali della natura fossero già

state interamente svelate dal filosofo greco paralizzava l'indagine scientifica, tanto più che

l'ideologia dominante impediva a coloro che tentavano una diversa via di contraddire ciò che lo

stesso Aristotele aveva detto. Contro i dogmi, i nuovi pensatori accampano il primato

dell'esperienza verificabile nel percorso di conoscenza. Mente il tradizionale metodo di analisi, di

tipo deduttivo, partiva da astratte leggi generali, per poi classificarvi i fenomeni osservati, Baconte

teorizza un metodo induttivo che capovolge i termini del ragionamento. Prima osservare il

dettaglio e poi regola generale.

Le scoperte scientifiche e le riflessioni che ne conseguono pongono in modo impellente il problema

del rapporto tra scienza e fede e, di conseguenza, di quello fra scienziato e Chiesa. La verità della

scienza non era quasi mai entrata in conflitto con quelle della fede, ma piuttosto le aveva fornito

solide basi all'interno di una visione finalistica e provvidenziale del reale. La scienza comincia a

muoversi autonomamente, fondandosi sempre più sui dati dell'esperienza e su prove verificabili,

anche quell'accordo comincia a logorarsi. Finchè risulta chiaro che le verità della scienza non

coincidono necessariamente con quelle della fede e che, in ogni caso, l'osservazione scientifica non

può essere finalizzata alla dimostrazione di una verità precostituita.

La Chiesa reagisce rafforzando quelle strutture di controllo della società e della cultura che aveva

creato, a partire dalla metà del XVI secolo, per contrastare il diffondersi della Riforma luterana e

per consolidare la sua egemonia nei paesi cattolici. Interviene in maniera capillare e severa sulla

vita culturale in tutte le sue forme, servendosi della rete dei tribunali d'Inquisizione per reprimere le

manifestazioni di pensiero ritenute eterodosse, della censura alla quale ogni scritto doveva essere

sottoposto prima di avere la licenza di stampa per prevenirle e dell'Indice dei libri proibiti per

impedire la diffusione di opere pericolose già stampate. La Chiesa comprende anche che controllo e

censura non sono sufficienti, e che è necessario intervenire sulla formazione stessa degli intellettuali

per instaurare una solida egemonia culturale. Il compito è affidato soprattutto alla Compagnia di

Gesù. I gesuiti fondano una fitta rete di scuole nelle quali viene impartita l'educazione agli aspiranti

chierici e ai membri della nobiltà. Ma il raggio dell'azione culturale della Chiesa travalica il settore

pur ampio della formazione per toccare tutti gli aspetti della vita sociale e culturale, dalla politica

all'intrattenimento, ivi comprese le manifestazioni letterarie e artistiche. Ecco perchè molti gesuiti

sono anche critici letterari e scrittori essi stessi, e cercano di offrire esempi nei quali le forme

artistiche barocche si permeano di un afflato religioso.

Incertezza e instabilità, una forte sensazione di precarietà e il sentimento ossessivo della morte sono

tratti caratteristici dell'arte di questo secolo, tratti nei quali, per l'appunto si esprime il

disorientamento provocato dalla crisi di certezze secolari.

I centri culturali: esiste un mercato libraio nazionale e, soprattutto, gli intellettuali italiani

condividono senza grosse differenze regionali un omogeneo sistema di valori artistico - letterari.

I letterati sono sparsi in tutto il territorio della penisola. Il movimento che caratterizza le arti e la

letteratura del Seicento è definito Barocco. Si tratta di un fenomeno europeo e interdisciplinare, nel

senso che vi rientrano pittura, scultura, architettura, letteratura e musica. Il Barocco può essere

interpretato come uno sviluppo enfatico del Manierismo della seconda metà del 500, ma con una

differenza fondamentale: il Manierismo complicava i canoni classicistici, il Barocco rompe ogni

canone classicistico. Il Barocco è insieme una nuova estetica e una nuova visione del mondo. Alle

sue spalle c'era il crollo di secolari certezze provocato dalle rivoluzioni scientifiche. Il Seicento è un

secolo ossessionato dalla morte e dal dubbio. Il sistema delle arti reagisce cercando nuove forme

attraverso le quali esprimere una realtà che non si lascia più racchiudere dentro gli schemi

precostituiti. Ricerca del nuovo e rifiuto del passato sono i due lati della stessa medaglia. In

letteratura ciò si traduce nel rifiuto delle regole della tradizione classicistica, anzi, nella rottura di

ogni regola, dall'altro, nel tentativo di esprimere, attraverso le forme, la mutevolezza, l'instabilità, la

continua sorpresa del reale. Meravigliare il lettore, stupirlo con accostamenti strani e soluzioni

inedite, nella percezione sensoriale il suo fulcro e nella metafora la figura ideale per esprimere gli

inganni dei sensi. Anche questa è una rivoluzione, ma una che non ha prodotto né capolavori né

mutamenti irreversibili. Se in Europa il Seicento ha dato alla luce alcune delle opere letterarie che

fondano la modernità, da noi nessun autore è paragonabile a Shakespeare, Molière, de Cervantes...

In Italia l'attrazione barocca per il nuovo, soprattutto se trasgressivo, capriccioso, strano si sviluppa

nel seno di una società conservatrice e autoritaria, che tende a impedire ogni libertà di movimento

agli artisti e ai pensatori. Non è casuale che il potere costituito sostenga nei campi letterari e artistici

quel nuovo che invece combatte nell'ambito della politica, della religione e della morale: è come se

arte e letteratura siano sentite come una sorta di valvola di sfogo. In questi settori evidentemente

l'innovazione barocca è ritenuta innocua o, perlomeno, non pericolosa. Insomma le trasgressioni

barocche, apparentemente rivoluzionarie, possono essere addirittura l'arte ufficiale di una società

controriformista.

Il modernismo barocco è accompagnato da correnti moderate che ancora guardano al classicismo

del secolo precedente. Queste correnti, che sembrano rafforzarsi nella seconda metà del secolo, si

intrecciano con la poetica barocca così strettamente da rendere difficile ogni netta distinzione. Il

classicismo seicentesco non va confuso con quello del 500. Non consiste nel recupero di codici e di

regole, operazione contraria alla mentalità dei letterati del Seicento, ma nell'attenuazione delle

esasperazioni retoriche e nella ricerca o di gravità stilistica, sui modelli dei poti latini, o di una

maggiore leggerezza tematica ed espressiva.

Giovan Battista Marino (1569-1625)

Nasce a Napoli, si dedicò alla poesia dopo aver abbandonato gli studi giuridici ai quali lo aveva

destinato il padre avvocato. Nel 1558 fu accolto nell'Accademia degli Svegliati e nel 1592 entrò al

servizio di Matteo di Capua, principe di Conca, in qualità di segretario. Incriminato per motivi

oscuri e poi per falsa testimonianza, Marino lascio Napoli e riparò a Roma, dove fu accolto, nel

1603, da Pietro Aldobrandi, potente nipote di Clemente VIII. In occasione del viaggio a Venezia

per pubblicare le sue Rime (1602) strinse importanti amicizie. Nel 1606 il suo protettore, a causa

dell'ostilità del nuovo papa Paolo V, dovette ritirarsi nella decentrata Ravenna: Marino, insofferente

dell'isolamento e desideroso di proseguire una brillante carriera, nel 1608 colse l'occasione di un

viaggio a Torino per farsi notare dal duca Emanuele I di Savoia. Alla corte torinese non fu ben

accolto: Giuseppe Murtola, poeta e segretario ducale, si sentì minacciato oltre che offeso (vedi la

Murtoleide, raccolta ti rime satiriche, a cui cercò di rispondere con la Marineide), attentò la vita di

Marino. Tuttavia riuscì a farsi assumere dal duca nel 1610 e visse a Torino uno dei suoi periodi

più intensi. Alcuni dissensi con il duca lo spinsero poi a rifugiarsi in Francia dove, sotto la

protezione di Maria de' Medici, madre di Luigi XIII, toccò il vertice della sua carriera e del suo

prestigio nelle corti. Sopravvissuto trionfalmente ai pericolosi giochi di potere della corte francese,

Marino portò a termine a Parigi le sue opere più importanti, fra le quali l'Adone, edito nel 1623.

Raggiunto l'apice del successo, Marino tornò in Italia, passando per Torino, Roma e Napoli,

dove rientrò nel 1624. Morì l'anno dopo.

La lirica: edizione definitiva della prima parte della produzione lirica di Marino si intitola La Lira.

Il titolo, sottolinea la stretta parentela fra musica e poesia e allude alla varietà tonale e stilistica della

raccolta. Questa non ha l'organicità narrativa del Canzoniere petrarchesco, ma è strutturata sulla

base di una ripartizione dei testi per generi metrici (sonetti, madrigali, canzoni) e per sezioni

tematiche (amorose, marittime, eroiche, lugubri). La Lira ha un carattere enciclopedico. Il tema

amoroso resta quello centrale con una tendenza all'ampliamento dei motivi tematici: la donna è

colta in atteggiamenti vari della cornice domestica (mentre cuce, fila, innaffia), ne sono descritti

particolari inediti del corpo e del volto (il neo), l'abbigliamento, il cane che accompagna. Tra i

motivi: il bacio (chiesto,m violato, dubbioso). Tuttavia, sia sul piano dei contenuti, sia su quello dei

concetti, delle figure retoriche e dei metri la critica odierna non considera Marino un estremista, ma

piuttosto un poeta che conserva qualcosa della sobrietà cinquecentesca. A questa seguono altre due

raccolte: La Galeria, 1619, e La Sampogna, edita nel 1620. Intento originario della Galeria, una

raccolta di sonetti, madrigali e metri vari era quello di comporre un libro nel quale i testi poetici

accompagnassero e commentassero le opere di illustri pittori e scultori contemporanei. Progetto non

realizzato, resta solo questa raccolta di rime, nella qual Marino elabora una scrittura pittorica. La

Sampogna consta di 12 idilli polimetri, i primi otto di argomento mitologico e favoloso, gli ultimi

quattro di genere pastorale. Marino sostiene di essere stato l'inventore del nuovo genere dell'idillio.

In realtà già alla fine del 500 il termine era tornato in auge con il significato di piccola poesia. Nella

Sampogna Marino di rivela, ancor più, uno sperimentatore e innovatore. Marino lirico esercita una

grande influenza sulla poesia del Seicento tanto che è possibile individuare sotto il nome di

“marinismo” una corrente poetica che percorre l'interra estensione del secolo. A differenza del

poeta, i marinisti sono estremisti, paradossali e spesso oscuri.

L'Adone

progettato da Marino, già nel periodo napoletano, è pubblicato a Parigi nel 1623 in una edizione

sontuosa, con dedica a Luigi XIII e prefazione dell'erudito francese Jean Chapelain. È un'opera

smisurata, che conta circa 5100 ottave. Egli individua nella quantità un aspetto essenziale per

suscitare lo stupore dei lettori, in linea con la convinzione barocca che il fine della poesia sia la

meraviglia. Le fonti sono Ovidio e Nonno di Panòpoli. Il poema amplifica la breve favola ovidiana

del bellissimo giovane di nome Adone, ucciso da un cinghiale durante una partita di caccia e

trasformato in fiore da Venere, che si era innamorata di lui.

La trama: la storia è semplice. Cupido, per vendicarsi di sua madre, che lo aveva percosso, decide

di farla innamorare. Così trasferisce un giovane bellissimo, Adone, a Cipro, dove lei soggiorna.

Quando lo incontra, Venere, colpita da una freccia del figlio, se ne innamora, e pure Adone si

innamora di lei. I due vivono felici nel palazzo della dea dandosi ai piaceri amorosi, ma anche

visitando i giardini e compiendo viaggi all'isola della poesia e ai cieli della Luna, di Venere, e di

Mercurio. Ma, venuto a sapere del tradimento della moglie, Marte si precipita a Cipro, e così Adone

è costretto a fuggire. Attraverso un viaggio sotterraneo giunge presso una maga, Falsirena, che lo fa

prigioniero. Durante la prigionia, trasformato per errore in pappagallo dalla maga, assiste agli amori

di Venere e Marte. Alla fine riesce a fuggire e, dopo una serie di peripezie, riesce a ritornare a

Cipro, dove riprende ad amoreggiare con Venere e dove è eletto re. Venere, deve allontanarsi per

andare sull'isola di Citera. Prima della partenza Adone colpisce l'animale con una freccia di Cupido:

il cinghiale si innamora di lui, e preso da un irresistibile desiderio, tenta di baciarlo, ma, incapace di

controllare il suo istinto ferino, con questo atto lo uccide. Venere risparmia la vita al cinghiale

assassino per amore, trasforma il cuore di Adone in un anemone e indice tre giorni di giochi in suo

onore.

L'azione principale non è che un filo sottilissimo a cui si annodano, con arte ma senza un

legame sostanziale, materie diversissime, che trasformano l'opera in un poema enciclopedico di

estensione potenzialmente infinita. Nell'Adone convivono spunti di carattere estremamente vario: da

quelli romanzeschi a quelli epici, parodici, storico-celebrativi, bucolico - pastorali. I paradossi del

poema nascono in gran parte dalla volontà di Marino di ripensare i modelli del genere “poema

epico”. Non minore novità rappresenta la caratterizzazione dell'Adone come poema di pace: così lo

presentava un importante intellettuale francese, lo Chapelain, nell'introduzione alla prima edizione

parigina. L'Adone ribalta i valori sui quali i poemi di guerra erano incentrati. L'Adone fu oggetto

tanto di accesi entusiasmi quanto di dure critiche. Le censure ecclesiastiche si appuntavano sul

diffuso erotismo, sul libertinismo, sul soggetto mitologico contaminato con il linguaggio sacro. In

ambito laico nacque fra i critici una disputa in difesa o in condanna del poema ispirata alle

polemiche tardo cinquecentesche e legata ai criteri regolatori aristotelici. I detrattori, che furono la

maggioranza, criticavano soprattutto l'inconsistenza della storia, la farraginosità della struttura

narrativa, la scarsa purezza della lingua, i numerosi furti perpetrati dall'autore.

Galileo Galilei (1564-1642)

Non è solo un grande scienziato, è anche un appassionato di letteratura. Nasce a Pisa da una

famiglia della borghesia fiorentina. A Pisa educazione umanistica prima di compiere studi

universitari di medicina e matematica e di ottenere, nel 1589, una cattedra universitaria di

matematica. Morto il padre, 1591, si trasferisce a Padova. Qui insegna matematica all'università e

sviluppa le sue ricerche nel campo della fisica e dell'astronomia. Nel 1604 formula la legge di

caduta dei corpi gravi (pesanti) e comincia a osservare le comete. In questo periodo Galilei mette a

punto il cannocchiale. Se è vero che egli l'ha realizzata tenendo conto di indicazioni provenienti

dall'Olanda, è certamente tutto sui il merito di aver impiegato il nuovo strumento per raggiungere

risultati la cui portata rivoluzionaria fu celebrata anche dai contemporanei. Grazie a esso fra il 1609

e il 1610 studia la conformazione della Luna e giunge a individuare quattro satelliti di Giove. Con

l'opera Sidereus Nuncius (Il messaggero delle stelle. Galilei annuncia alla comunità scientifica le

scoperte compiute e le loro decisive conseguenze: esse minano alla radice i fondamenti della

scienza tolemaico-aristotelica e offrono prove sperimentali della validità della dottrina

copernicana. Per questo successo nel 1610 il granduca di Toscana lo chiama di nuovo a Firenze

come matematico e filosofo, ma senza obbligo di insegnamento e con migliore trattamento

economico. Dal 1611 è membro dell'Accademia di Lincei, che ha sede a Roma. Sono anni di studi

intensi, ricchi di pubblicazione e di prese di posizione a favore delle teorie copernicane, teorie che

la Chiesa condanna nel 1616. Benchè formalmente ammonito dalle autorità ecclesiastiche continua

le sue ricerche (mette a punto anche un esemplare di microscopio) e a pubblicare le sue opere. Nel

1632 dà alle stampe il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, nel quale confuta le teorie

tolemaiche e l'aristotelismo diffuso tra i gesuiti. Subito dopo la sua pubblicazione Galilei è

convocato dall'Inquisizione, processato e condannato per eresia (1633), mentre il dialogo è iscritto

nell'Indice. La condanna al carcere è commutata in una specie di confino nella villa sulla collina di

Arcetri dove Galilei continua i suoi studi, nonostante la sopravvenuta cecità, e dove muore nel

1642.

Le Lettere copernicane

Un gruppo di 4 lettere, scritte da Galilei fra il 1613 e 1615, indirizzate al matematico Benedetto

Castelli, a monsignor Pietro Dini e alla duchessa di Toscana Cristina di Lorena. In esse Galilei

difende le proprie scoperte che avevano avvalorato la teoria eliocentrica di Niccolò Copernico.

Sostiene che la ricerca deve essere autonoma della fede: le osservazioni scientifiche si traducono

in un linguaggio matematico e pertanto hanno un grado di certezza che le Sacre Scritture, che si

servono di un linguaggio figurato e poetico, non hanno. Perchè sia attendibile però è necessario

sostenerla con un metodo sperimentale: è l'abbinamento tra la “sensata esperienza”, che è

percepibile direttamente con i sensi, e le “necessarie dimostrazioni”, cioè la determinazione delle

leggi matematiche che ne regolano il corso, che garantisce la veridicità delle scoperte. Galileo

insiste sul fatto che il nuovo pensiero scientifico non entra in conflitto con la dottrina della Chiesa,

in quanto opera in un campo e con un linguaggio diversi da quello della fede.

Il Saggiatore

è un trattato sulla natura delle comete, indirizzato sotto forma di lettera in volgare a monsignor

Virginio Cesarini, accademico dei Lincei, e pubblicato a cura dell'accademia stessa nel 1623.

Galilei intende confutare la tesi che le comete siano corpi celesti espressa, sotto il nome di Lotario

Sarsi, dal gesuita Orazio Grassi, nell'opera Libra astronomica ac philosophica (Bilancia

astronomica e filosofica). L'intento polemizzante: se la libra era la grossolana bilancia con la quale

Grassi aveva pesato a una a una le teorie galileiane, il saggiatore è la bilancia di precisione degli

orafi con la quale Galilei misura. Nel merito Galilei aveva torto, ma il trattato resta un esempio sia

di abilità polemica, sia di metodo e rigore scientifico. Il Saggiatore è una brillante difesa del metodo

sperimentale, consistente nel leggere direttamente il grandissimo libro della natura e

nell'interpretarne i segni. Per leggere la natura dobbiamo avere una preliminare conoscenza del

linguaggio matematico con il quale è scritto.

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

il Dialogo è l'opera della maturità di Galilei. Fu pubblicata nel 1632 a Firenze dopo lunghe e

defatiganti trattative ottenne il permesso di stampa: la Chiesa, che aveva condannato le teorie

copernicane nel 1616, guardava con sospetto le discussioni in campo astronomico e aveva diffidato

lo stesso Galilei dall'oltrepassare i confini puramente teorici dei suoi studi matematici e dal

sostenere apertamente le teorie eliocentriche. Egli aveva intrapreso la composizione del dialogo

solo dopo l'elezione al soglio pontificio, nel 1623, di Urbano VIII, che ancora cardinale aveva

mostrato apprezzamento per la sua precedente opera. E ciò nella speranza, ben presto smentita che

un clima culturale più aperto avrebbe potuto facilitare il suo proposito di dimostrare l'evidenza della

teoria copernicana e di confutare le posizioni tolemaiche sostenute dai seguaci dell'aristotelismo.

Il dialogo si svolge in quattro giornate ed è ambientato a Venezia, nel palazzo di Sagredo, che è

anche uno degli interlocutori. Questi sono 3: Filippo Salviati, nobile fiorentino amico dell'autore, al

quale è affidata l'esposizione delle tesi copernicane. Simplicio, personaggio di invenzione che

prende il nome da un antico commentatore di Aristotele ed è il sostenitore di quelle geocentriche di

Tolomeo; e, appunto, il patrizio veneziano Giovan Francesco Sagredo, anch'egli amico di Galilei,

che si presenta come un non addetto ai lavori, un dilettante di scienza in grado di sviluppare anche

le argomentazioni più complesse in termini accessibili a tutti. Egli dovrebbe svolgere il ruolo di

giudice imparziale fra i due oppositori, ma finisce per avvalorare le tesi sostenute da Salviati e per

smentire le certezze infondate di Simplicio. La prima giornata è dedicata all'esposizione dei due

sistemi e alla discussione delle tesi aristoteliche sulla perfezione e incorruttibilità del mondo celeste,

in opposizione a quello terrestre corruttibile e imperfetto. La seconda giornata dedicata alla

confutazione delle obiezioni degli aristotelici al moto giornaliero della Terra intorno al suo asse. La

quarta giornata si occupa della teoria delle maree, fenomeno che Galilei considerava, a torto, un

elemento di prova della teoria copernicana. Le quattro giornate si concludono con l'affermazione,

prudente, che la potenza di Dio è assoluta, e che è perciò impossibile conoscere veramente i modi e

gli scopi con i quali egli ha dato forma all'Universo e tanto meno immaginarli vincolati alle leggi

che la fantasia particolar dello scienziato può formulare. Questa affermazione, che intendeva parare

la censura, è messa in bocca proprio a Simplicio, il personaggio dialetticamente più sprovveduto.

La lirica: le principali caratteristiche della lirica seicentesca sono la varietà e l'opposizione ai

prìncipi classicisti che ne regolavano la produzione nel secolo precedente. Alla base vi è la

consapevolezza teorica della necessità di rompere con il modello petrarchesco. Sul piano

tematico i divieti con i quali la lirica petrarchista aveva cintato il campo del poetabile cadono uno

dopo l'altro: la poesia può assumere come soggetto le occasioni più varie dell'esistenza. Accanto

a poesie che parlano dei nuovi prodotti tecnologici e del loro utilizzo ne troviamo altre che parlano

di mendicanti, di vecchie, di donne brutte, di condannati a morte. Sul piano artistico all'eleganza e

all'equilibrio del linguaggio petrarchesco si sostituisce una scrittura analogica che mescola,

confonde, abbatte i confini, annulla le differenze fra le cose, instaura relazioni impreviste e

prospetta un mondo diverso da quello che appare.

I caratteri appena descritti sono propri della corrente lirica maggioritaria, quella che chiamiamo

marinista. Ma i marinisti rappresentano solo quella più rivoluzionaria, delle numerose tendenze

nelle quali si articola la lirica di questo secolo. Tra queste, alcune delle più importanti possono

essere raggruppate sotto l'etichetta di classicismo. Mentre la lirica marinista prevale nella prima

metà del secolo e ha i suoi centri di diffusione più impo a Bologna e a Napoli, quella classicista si

sviluppa soprattutto nella seconda metà del secolo in quei centri nei quali maggiori sono le

resistenze alla poesia barocca, come Firenze e Roma.

Tra i marinisti, numerosi ma pochi poeti di valore. Spiccano due personalità: il nobile friulano di

Ciro Pers compone poesie non direttamente affiliabili alla corrente marinista, ma sintonizzate, sia

sul piano tematico che su quello dello stile, con le tendenze peculiari della lirica barocca. La sua

poesia, da una forte vena pessimistica, indugia sui tipici motivi barocchi della morte, della vanità

della vita, della miseria umana e del dolore. All'altro estremo cronologico si colloca il gesuita

napoletano Giacomo Lubrano, autore di una raccolta, intitolata Scintille poetiche, pubblicata nel

1690 con lo pseudonimo di Paolo Brinacio. Il 1690 è l'anno in cui è fondata l'Accademia

dell'Arcadia, istituzione che in poco tempo cambierà il gusto artistico e letterario in direzione

classicheggiante. Lubrano è un virtuoso della parola, dotato di una tecnica superlativa, è in grado di

competere nelle costruzioni analogiche e metaforiche con lo stesso Marino, e di superarlo perfino

nell'eccesso.

I classicisti non sono semplicemente dei conservatori. Anch'essi nutrono fiducia nelle modernità e

sono convinti della necessità di doversene staccare. Fra i cosiddetti classicisti il più famoso è

Gabriello Chiabera. Nato e morto a Savona, è autore assai prolifico in vari settori, da quello epico

a quello della tragedia, ma il suo nome resta legato quasi unicamente alla poesia lirica. Le sue

innovazioni metriche costituiscono acquisizioni fondamentali per la successiva tradizione lirica

italiana, con ripercussioni non solo settecentesche, ma anche su autori ottocenteschi quali Foscolo,

Leopardi e Carducci. La sua produzione in versi, ricca e molto variegata, è raccolta nel volume di

Poesie. La caratterizzano dolcezza e musicalità, in particolare nelle Canzonette, nelle quali

Chiarbera tenta audaci accostamenti tra versi di misura varia, sopprimendo talvolta la rima e sempre

subordinando il contenuto alla ricerca di un ritmo contabile. Allo sperimentalismo formale di

Chiabera, possiamo opporre moralismo e l'impegno civile di Fulvio Testi. Testi si cimenta con il

poema epico e con la tragedia, ma le sue cose più significative sono i componimenti raccolti nel

volume Poesie liriche. Vi prevalgono temi di tipo etico ed encomiastico, trattati con uno stile alto,

grave e sentenzioso, che si rifà al modello di Orazio.

Ciro di Pers (1599-1663)

Nasce nel castello di famiglia a Pers (Friuli). Dopo gli studi di filosofia a Bologna, rientra a Pers in

seguito alla morte del padre. Innamorato di Taddea di Colloredo, che canta con il nome di Nicea,

lascia di nuovo il Friuli per l'impossibilità di sposarla. Si reca a Malta, dove entra nell'ordine dei

cavalieri Gerosolmitani, e partecipa alle guerra contro i Turchi. Ritornato definitivamente in

Friuli, si ritira nel suo palazzo di San Daniele, dove trascorre una vita appartata, dedita agli studi

letterari. Rifiuta perfino gli inviti che gli giungono dalla corte imperiale di Vienna e l'incarico di

precettore del figlio offertogli dal duca di Modena. Muore a San Daniele del Friuli.

Le Poesie

Le “Poesie del cavalier fra Ciro di Pers” sono edite postume, contemporaneamente a Firenze e a

Venezia, nel 1666. Alla prima edizione ne seguiranno subito molte altre in varie città d'Italia, fino

alla più completa, uscita a Venezia nel 1689. Le poesie degli anni giovanili sono dedicate

prevalentemente a temi amorosi: quelle dell'età matura affrontano argomenti più severi: la

riflessione sulla vanità della vita erosa incessantemente dal tempo, la drammatica condizione

politica dell'Italia. Il loro stile sembra proseguire la tendenza magniloquente del manierismo di

fine 500. Il tratto peculiare dell'esperienza poetica di Ciro è comunque la solitudine: lontano dai

circoli letterari e mondani, egli guarda a modelli alti, antichi come sant'Agostino, moderni, come il

lirico spagnolo Francisco de Quevedo.

Giacomo Lubrano (1619-1693)

La vita di Lubrano è povera di avvenimenti. Nasce a Napoli; entrato nel 1535 nella Compagnia di

Gesù, si dedica all'attività di predicatore che gli procura una grande fama, e ne fa uno dei più

ricercati oratori del secolo. Prediche, orazioni funebri, panegirici sono stati prima stampati in

edizioni sparse, quindi raccolti nella stessa edizione a Padova nel 1703. Poco dopo la pubblicazione

delle sue poesie muore nel convento di Chiaia.

Le Scintille poetiche

La raccolta delle poesie di Lubrano è stampata nel 1690 con il titolo Scintille poetiche o poesie

sacre e morali di Paolo Brinacio. Come è preannunciato dal titolo che risalgono agli anni della

maturità, trattano di argomenti religiosi e morali in uno stile ridondante e accesamente metafocio.

La poesia di Lubrano è l'espressione di un marinismo persistente a Napoli anche quando il gusto

letterario in Italia andava già mutando. Il repertorio tematico, tipicamente barocco, del

meraviglioso, del curioso, del prodigioso è trattato alla luce di una riflessione morale e religiosa

dominata, secondo una sensibilità barocca, dal senso della caducità delle cose terrene. Ma ad

impressionare maggiormente è il carattere visionario del linguaggio poetico: la realtà si trasforma

in una serie di metafore e di definizioni sorprendenti dando luogo a uno spettacolo che sembra

frutto di un delirio, per quanto lucidamente organizzato.

La lirica barocca in Europa: la poesia italiana di primo Seicento mantiene in Europa una posizione

di prestigio. Sulla poesia francese esercita un sensibile influsso quella di Marino. I rapporti tra la

poesia italiana e quella spagnola sono stretti e si sviluppano in entrambe le direzioni. Tasso,

Guarini e i petrarchisti del 500 hanno esercitato una forte influenza sui poeti spagnoli a cavallo dei

due secoli. La lirica spagnola vive nel primo Seicento un momento di particolare splendore grazie a

poeti di altissima levatura come Quevedo e Gòngora. Francisco de Quevedo si dedica dopo il 1613

a una lirica impegnata e meditativa, nella quale prevalgono motivi tipicamente barocchi. Tuttavia

Quevedo è un critico severo del concettismo, dell'oscurità e del “cultismo”, cioè di quei tratti che

sono proprio i più innovativi della poesia di Gòngora. In effetti l'aspetto veramente nuovo della

poesia di Louis de Gòngora y Argote non riguarda tanto i temi, quanto il piano espressivo, nel

quale metafore audaci impegnano il lettore in un difficile esercizio interpretativo. Aristocratica,

colta, raffinata e oscura, la poesia di Gòngora è l'archetipo di una maniera poetica molto discussa,

ma anche molto imitata. La lirica inglese è molto prolifica. Spiccano tre grandi nomi: Shakespeare,

Ben Jonson, John Donne. Donne e Jonson rappresentano due opposte correnti poetiche: la prima,

detta “metafisica”, tende a una scrittura caratterizzata da concettosità scientifico-filosofica, da

metafore ardite e da concentrazione semantica; la seconda, detta dei “cavalieri”, recupera la lezione

dei classici e produce una poesia civilmente e moralmente impegnata. William è anche un grande

poeta lirico. I suoi 154 Sonetti di tipo elisabettiano sono in gran parte dedicati a un “bel giovane” e a

una donna lasciva, incostante e traditrice, oggetto di un amore lussurioso che è quasi una malattia.

Al motivo pressante del tempo distruttore si contrappongono quelli della procreazione, vista come

mezzo per lasciare qualcosa di sé, e dell'arte, indicata come l'unica vera strada che consente di

sopravvivere.

Louis de Gòngora y Argote (1561-1627)

Nasce a Còrdoba in una famiglia aristocratica. Il padre è giudice e letterato. A Còrdoba e a

Salamanca intraprende, senza concluderli, studi di diritto, lettere e matematica. A 18 anni si avvia

alla carriera ecclesiastica. Nel 1585 è nominato economo della cattedrale di Còrdoba. In seguito si

reca in molte città della Spagna per missioni ecclesiastiche. Prende gli ordini maggiori sono nel

1617. In questo stesso anno è nominato cappellano di Filippo III a Madrid. In seguito, malato di

epilessia, lascia Madrid per fare ritorno nella città natale, dove muore nel 1627.

I Sonetti

Nel corpus poetico di Gòngora spicca un alto numero di sonetti di argomento vario. Egli trasforma

l'universo di immagini, tòpoi e situazioni canoniche attraverso un esasperato lavoro linguistico. La

sua poesia origina quel movimento chiamato “gongorismo” o “cultismo”, caratterizzato dal gusto

per la sperimentazione, dall'uso di parole rare e di neologismi, da una sintassi ardita.

William Shakespeare (1564- 1616)

Della vita del grande drammaturgo inglese William Shakespeare si sa molto poco. Oggi si pensa

che sia nato a Stratford-on-Avon nel 1564 in una famiglia della borghesia commerciale. A soli 18

anni, nel 1582, sposa una donna molto più anziana di lui ed è presto padre di tre figli; Susanna, nata

nell'83, e due gemelli, nati nell'85. All'inizio degli anni Novanta è attestata la sua presenza a

Londra, dove acquista subito una certa notorietà nell'ambiente teatrale e si ritrova al centro di

numerose polemiche. Nel 1594, alla riapertura dei teatri che erano stati chiusi per un'epidemia di

peste, Shakespeare è chiamato nella Compagnia teatrale detta “del Lord Ciambellano”. Nel 1598

diventa azionista del teatro Globe, fatto costruire dalla Compagnia di cui fa parte. La sua opera di

autore e imprenditore teatrale si sviluppa a cavallo fra il Cinquecento e Seicento, durante i regni di

Elisabetta I e di Giacomo I. Nell'ultimo decennio di vita ritorna nella sua città natale, recandosi a

Londra solo per mettere in scena i suoi drammi. Muore a Stratford nel 1616.

I Sonetti

Composti nell'ultimo decennio del XVI secolo e sono usciti a stampa nel 1609 presso l'editore

Thomas Thorpe, molto probabilmente senza l'autorizzazione dell'autore. La raccolta costituita da

150 sonetti “elisabettiani”, composti da tre quartine a rima libera chiuse da un distico a rima baciata.

Una parte è riconducibile all'amicizia amorosa con un bel giovane: il poeta lo invita a sposarsi e a

procreare, lamenta la sua lontananza e depreca che si sia lasciato sedurre da un dark lady lasciava e

incostante. Altri sonetti parlano della rivalità tra poeti; altri ancora indugiano sul sentimento

angoscioso del tempo che passa e sulla fama poetica che sola può contrastarlo. Il valore dei sonetti

risiede nell'eccezionale tensione emotiva e nello spessore figurale con i quali Shakespeare

aggredisce i grandi temi della poesia europea fra tardo Rinascimento e Barocco creando oggetti

poetici e di assoluta originalità.

Narrativa in versi: nei primi decenni del Seicento la storia lunga e gloriosa della narrativa volge al

termine. In Italia i libri di cavalleria in ottava rima non scompaiono affatto; sopravvivono come

mera letteratura di intrattenimento di basso livello o come abusato divertimento parodico dei

letterati.

L'eroicomico è un genere di rottura interamente nuovo. Supportato da interventi teorici e di poetica,

questo genere misto risponde a istanze innovatrici, anticlassicistiche e antiregolistiche, che si

traducono in gran parte nella parodia del poema epico. Del racconto epico il nuovo genere produce

una vera e propria decostruzione: argomento non eroico, disintegrazione dell'ossatura narrativa e

tocca a uno a uno tutti i tòpoi fondamentali della narrazione. Il fine proclamato dagli autori

eroicomici è quello di dilettare, di contro alle tendenze moralizzanti del genere epico; non mancano

però intenti polemici e satirici, diretti non solo contro le forze letterarie, ma soprattutto contro la

realtà politica e sociale contemporanea.

Alessandro Tassoni (1565-1635)

Nasce a Modena dal conte Bernardino. Rimasto presto orfano, è allevato dal nonno materno e da

uno zio. Nel 1592 si laurea in diritto civile e canonico e nel 1597 si reca a Roma, sperando in un

impiego alla corte pontificia. Nel 1599 è primo segretario del cardinale Ascanio Colonna, con il

quale va in missione presso la corte spagnola. Coinvolto indirettamente in un percorso per

stregoneria, si difende dalla Spagna mostrando una pungente acrimonia che lascia trasparire una

certa animosità anticlericale. Nel 1603 torna a Roma, ma abbandona il servizio del Colonna e si

ritira privata. Si dedica agli studi ed è coinvolto in accese polemiche letterarie. Dalla fine degli

anni Dieci entra in contatto con la corte sabauda, spinto dal suo crescente antispagnolismo. Nel

1615 conclude la prima stesura del poema eroicomico La secchia rapita, che non riuscirà a

pubblicare per l'opposizione della censura ecclesiastica. Entra al diretto servizio dei Savoia nel

1620, come gentiluomo di corte del cardinale Maurizio. Ma negli anni successivi il suo

antispagnolismo è osteggiato dagli stessi Savoia, perchè Carlo Emanuele I sta tentando di

riconciliarsi con la Spagna. Così nel 1621 lascia Torino per Roma. Nel 1622 esce a Parigi la prima

edizione della Secchia, che sarà ristampata a Venezia due anni dopo. Dal 1626 al 1632 Tassoni vive

a Roma al servizio del cardinale Ludovisi e, dopo la morte di questi, torna a Modena in qualità di

gentiluomo di belle lettere del duca Francesco I d'Este, e lì muore.

La Secchia rapita

La Secchia rapita, poeta eroicomico d'Androvicni Malisone, in 12 libri, esce nel 1622.

Caratteristiche peculiari consistono nella mescolanza dei due stili, comico ed eroico. La vicenda è

complicata dall'inserimento di molti episodi secondari. I bolognesi avevano rubato a Modena, come

trofeo una secchia. Il poema è dedicato al nipote del papa Urbano VIII, Antonio Barberini. Tassoni

si rivolge a quest'ultimo come Ariosto aveva fatto con il cardinale Ippolito, e paragona la guerra fra

modenesi a quella di Troia, e la bella Elena, alla secchia, rapita. L'opera è percorsa da una vena

polemica che ha per oggetto figure e fatti della storia contemporanea. Tassoni denuncia i mali della

sue epoca, satireggia i modi di fare e di vestire della società seicentesca. Nella Secchia domina la

tendenza alla caricatura violenta, grottesca, anche feroce, sostenuta da una lingua che ricerca il

paradosso, l'iperbole, l'esagerazione, cioè un tipo di espressionismo basso contrastante con lo stile

epico altisonante con il quale si intreccia.

Il romanzo

è un genere completamente nuovo. Nasce dopo una poderosa sintesi di tradizione diverse: il

romanzo greco e latino, il romanzo cavalleresco, il poema eroico, il poema pastorale, la commedia,

la novella e le forme liriche. È dunque un genere poliformico, con esplicite finalità edonistiche e

d'evasione. L'elevato numero di edizioni, il fatto che esse abbiano un'altra tiratura, e che in media

sono di qualità scadente ci fa pensare che si tratti di un genere di consumo. Il momento d'oro del

romanzo si colloca fra gli anni Venti e Sessanta del secolo ed è caratterizzato dal felice incontro fra

le crescenti richieste di un pubblico aristocratico e borghese e un nutrito gruppo di autori che

operano soprattutto in tre centri: Venezia, Genova e Bologna. Il romanzo è un genere europeo:

quelli italiani non solo risentono della produzione straniera contemporanea, ma sono loro stessi

tradotti ed esportati all'estero. Il romanzo persegue il fine della meraviglia. Nella sua struttura il

romanzo testimonia dell'assenza di canoni predeterminati. Agli esordi il genere risente

dell'influsso del poema epico e del romanzo cavalleresco e perciò tende a inserire le sue storie in

ambientazioni nobili, antiche, spesso esotiche. La parabola del romanzo approda a una maggiore

aderenza al reale. Esemplare sono i romanzi di Girolamo Brusoni che si indirizza decisamente a

una narrativa orientata verso la cronaca di avvenimenti contemporanei. I maggiori centri di

produzione sono Venezia e Genova. A Venezia nel 1624 esce L'Eromena di Francesco Biondi, che

può essere considerato il primo romanzo barocco italiano, accolto con successo non solo in Italia,

ma anche all'estero. L'Eromena è un romanzo di tipo erotico-avventuroso, che lascia largo spazio

anche alla componente politica e agli intrighi di potere. Nei romanzi liguri, e in particolare

genovesi, prevalgono, rispetto ai temi politico-sociali tipici della tradizione veneziana, quelli legati

all'interiorità e a una vena didattica anche di tipo religioso. Il Colloandro fedele di Giovanni

Ambrogio Marini è concordante riconosciuto come l'opera più rappresentativa del romanzo ligure.

La novella: non sempre i confini fra romanzo e novella sono facilmente individuabili. Nella

novellistica il modello più seguito è, in generale, il Decameron di Boccaccio: caso esemplare è

quello del Duecento novelle di Celio Malespini. Gli aspetti di continuità rispetto al modello

boccacciano sono: 1)la presenza di più novellatori 2)l'articolazione in giornate 3)nella scelta di un

luogo ameno e separato come sede del narrare 4)il clima di piacevole intrattenimento che la

narrazione assume. Spesso l'impostazione è variata e complicata dall'eccessiva espansione della

cornice, che finisce per diventare il principale centro di interesse del narratore e per rendere

marginali le singole novelle.

Quello accademico è uno dei tratti più tipici della produzione novellistica barocca. Esempio più

prestigioso sono le Cento novelle amorose dei signori accademici Incogniti del 1651. L'accademia

fondata a Venezia nel 1630 dal nobile Giovan Francesco Loredano, era un centro di cultura

libertina, di una cultura scettica nei confronti delle religioni rivelate propensa a forme di religione

naturale. Il Loredano allestisce la raccolta delle novelle con la collaborazione di 48 accademici →

novità di rilievo. Le novelle di argomento erotico, hanno una netta predilezioni per rapporti

complessi, che complicano il tradizionale triangolo amoroso aumentando i personaggi coinvolti.

Miguel de Cervantes (1547-1616)

Nasce ad Alcalà de Henares il 29 settembre. Il padre, pratica l'arte medica, appartiene

probabilmente a una famiglia di conversos, ossia quegli ebrei che, dopo il decreto di espulsione del

1492, sono stati costretti ad abiurare alla loro religione per poter rimanere in Spagna. Per i numerosi

spostamenti del padre (in cerca di fortuna) Miguel si ferma a Madrid, dove compie studi umanistici.

Qui è coinvolto in un fatto di sangue → costretto all'espatrio. Lo troviamo a Roma e poi a Napoli,

dove si arruola in un reggimento di fanteria. In Italia legge le più impo opere italiane. Così decide di

ritornare in Spagna col fratello, ma mentre stanno per raggiungere la costa spagnola, sono sorpresi

da corsari berberi che li conducono schiavi ad Algeri. Ottiene la libertà 5 anni dopo su pagamento,

nel 1580. Inizia, così, a condurre una vita precaria fra la Castiglia e l'Andalusia, dove si

trasferisce nel 1586 con l'incarico di comisario real de abastos, cioè fornitore delle galere reali

dell'Invincibile armata. Dopo aver cercato senza successo di imbarcarsi per l'America, continua a

fare l'esattore di imposte viaggiando nella Spagna meridionale. Qui è coinvolto in illeciti finanziari

→ rinchiuso in carcere, oltre che scomunicato. I suoi ultimi anni di vita sono contraddistinti da un

omicidio, in cui Cervantes era stato implicato insieme alla moglie e alle figlie, e fallisce anche il suo

tentativo di tornare a Napoli al seguito del conte di Lemos. Muore a Madrid.

Il Don Chisciotte

La cerniera fra il romanzo cavalleresco e il romanzo in prosa. El ingenioso hidalgo don Quikote de

la Mancha, “Il fantasioso cavaliere Don Chisciotte della Mancia”. È un romanzo in due parti,

pubblicato a distanza di 10 anni l'una dall'altra: la prima nel 1605, seconda nel 1615. In un

importante intervento metanarrativo della Prima parte (cap. 9) il narratore dichiara di aver ricavato

la storia che sta raccontando da un manoscritto arabo dello storico arabo Cide Hamete Benengeli.

Lo storico, ovviamente, non è mai esistito; si tratta di un espediente, a cui aveva ricorso persino

l'Ariosto.

Trama: il protagonista che dà il titolo al romanzo è affetto da una forma di pazzia che gli impedisce

di riconoscere la differenza tra il mondo della letteratura e la vita reale. Appassionato lettore dei

romanzi di cavalleria, Don Chisciotte vuole diventare lui stesso un caballero e far rivivere intorno a

sé il mondo della cavalleria con i suoi nobili ideali. Si esprime mediante citazioni romanzesche e

immagina il mondo attraverso i libri. Un cavaliere deve possedere uno scudiero e, perciò, elegge a

suo compagno di avventure un povero contadino, Sancio Panza. Il due compongono una coppia

eroica di carattere oppositivo: l'idealismo folle di Don Chisciotte si contrappone al fondamentale

buonsenso di Sancio. Anche in Sancio non mancano venature di follia, a partire dalla decisione

bizzarra di seguire un pazzo; d'altro canto, Don non manca di mostrare un certo senso realistico,

tent'è vero che alla fine del romanzo è fatto rinsavire dall'autore.

Scene exemplum: combatte con i mulini a vento, credendoli dei giganti; Va in cerca di avventure e

di trofei da dedicare a Dulcinea del Toboso (nome con il quale ha ribattezzato Aldonza Lorenzo,

contadina del luogo); così dopo una sconfitta in duello a Barcellona, prende la via del ritorno a casa,

accarezzando l'idea di abbandonare i panni di cavaliere errante per indossare quelli di pastore, che

non prende in considerazione in quanto è poco attraente la vita bucolica. Giunto finalmente a casa,

il protagonista rinnega sul letto di morte le ragioni della sua follia e abbandona l'identità di Don

Chisciotte per riprendere, fra i singhiozzi delle sue donne e le proteste del fedele Sancio, la sua

propria.

Nel Don Chisciotte il contrasto fra ideale e realtà rappresenta il nucleo centrale del romanzo in

quanto l'azione stessa del protagonista nasce dalla folle volontà di non adeguarsi alla normalità

antieroica della vita quotidiana.

Quest'opera sancisce il definitivo tramonto del genere cavalleresco, del qual costituisce una parodia

e un superamento, e segna, in un certo senso, anche la nascita del romanzo moderno. Non a caso

Don Chisciotte è un hidalgo, un piccolo nobile ormai emarginato dalla grande storia dominata dai

monarchi.

Il teatro: il grande successo del melodramma e la Commedia dell'Arte, si spiega bene nel contesto

barocco. La diffusione crescente degli spettacoli teatrali porta progressivamente a modificare la

conformazione degli spettacoli teatrali porta progressivamente a modificare la conformazione fisica

degli ambienti nei quali si svolgono le rappresentazioni. Anche nei Seicento i luoghi adibiti allo

spettacolo possono essere i più diversi, dalla corte, ai cortili, alla piazza, ai giardini, al teatro stabile.

Nel Seicento viene definendosi una precisa forma di teatro, il teatro all'italiana, uno spazio

strutturato a U, con gradoni o palchi per gli spettatori collocati lungo il perimetro della sala, in

modo da lasciare completamente sgombra la platea. Con la nascita di un teatro stabile, acquisisce

una più netta fisionomia anche il mestiere dell'attore e del cantante (per il melodramma) e nasce il

vero e proprio divismo. In pieno periodo barocco, a Firenze, si sviluppa un tipo di teatro

marcatamente letterario, legato alle accademie. Si segnala per importanza la produzione di

Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del celebre artista e membro dell'accademia

fiorentina e quella della Crusca. Le sue opere più notevoli sono La tancia e La fiera.

La tragedia resta un genere eminentemente letterario, la trama tende a complicarsi in senso

romanzesco e a interessarsi sempre più a “casi finti”. Anche per questo la tragedia rimane un genere

destinato prevalentemente alla lettura, in gara aperta con il genere epico. I due maggiori

tragediografi del secolo sono Federico Della Valle e Carlo de' Dottori.

Della Valle: nasce ad Asti intorno al 1560, fu al servizio di Carlo Emanuele I, e in particolare della

duchessa Caterina, almeno fino al 1606-7, anno in cui si trasferì a Milano presso il governatore

spagnolo. Qui morì nel 1628-29. Questi ha composto una tragicommedia e tre tragedie: La Reina di

Scotia, Esther e Iudit. La Reina è una tragedia di argomento contemporaneo che inscena la morte,

nel 1587, della cattolica regina di Scozia Maria Stuarda, condannata al patibolo da Elisabetta di

Inghilterra. Egli presenta Maria Stuarda come una vittima sacrificale, non dissimile dai molti martiri

protagonisti di sacre rappresentazioni o di tragedie gesuitiche. Le ultime dure tragedie sottendono

chiaramente una polemica antitirannica e anticortigiana, e con ciò si distaccano dal taglio

controriformistico della prima.

De' Dottori: è noto soprattutto per l'Aristodemo, tragedia di impronta classicistica. L'autore dice di

essersi ispirato a Euripide, Sofocle e Seneca. Dottori inventa un complesso intreccio romanzesco,

con sorprese, colpi di scena e scambi di persona. La trama, derivata da un episodio narrato dallo

storico e geografo greco Pausania, è costruita sul principio del rovesciamento drammatico, in base

al quale ogni premessa o intenzione si rovescia nell'esito opposto.

Il teatro tradizionale italiano non produce niente di paragonabile ai grandi europei. La vera

originalità italiana è rappresentata da quella forma teatrale eccentrica. La caratterizzano il

professionismo degli attori, l'utilizzo di un canovaccio in luogo del testo e la trasformazione del tipo

in maschera. L'aspetto dell'improvvisazione è fondamentale, dato che non esiste un testo che

registri le battute degli attori, ma solo una “traccia”, un “canovaccio”, sulla base del quale recitare

all'impronta. L'attore diventa così il vero protagonista dello spettacolo, la cui riuscita è pressocchè

interamente affidata alla sua abilità. Una forma drammatica affidata in gran parte

all'improvvisazione non può che svalutare l'aspetto letterario a favore di quello scenico. La

maschera, altro elemento caratterizzante la Commedia d'arte, deriva da una cristallizzazione dei

tipi della commedia classica e cinquecentesca. I personaggi o tipi ricorrenti nella commedia

rinascimentale (l'amante, il servo astuto, il vecchio babbeo, il millantatore) nella commedia

dell'Arte assumono un nome fisso, spesso legato a un attore che li ha impersonati con particolare

successo, e una immediata riconoscibilità grazie al costume di scena e al modo di parlare.

Maschere come Pantaleone, Pulcinella, Arlecchino e Capitan Fracassa corrispondono per l'appunto

ai vecchi tipi comici del vecchio, del servo, del militare smargiasso e vanaglorioso. Come

accennato, a contraddistinguerli interviene l'uso di un dialetto particolare: Pantaleone è

veneziano, Pulcinella napoletano, Arlecchino è bergamasco. Il melodramma era nato nella secondo

Cinquecento a Firenze sulla spinta delle vivaci discussioni all'interno della Camerata de' Bardi

intorno al rapporto fra musica e poesia nell'antica Grecia. In breve tempo si impone come una delle

forme di spettacolo più fortunate del Seicento. Fra i musicisti più celebri va ricordato Claudio

Monteverdi, attivo presso la corte dei Gonzaga. Mentre i quelli di Monteverdi sono melodrammi di

tipo cortigiano, quelli composti a Roma si presentano come drammi di argomento sacro. Diverso è

il teatro in musica a Venezia. Qui si apre a un pubblico di paganti e da privilegio di un èlite si

trasforma in oggetto di mercato. Le rappresentazioni non sono più occasionali, ma ricorrenti,

secondo un calendario. I soggetti sono vari: pastorale, sacro, epico-novellistico. Fra le

caratteristiche della drammaturgia musicale veneziana spicca l'inserimento di elementi comici e di

personaggi buffoneschi.

Il teatro in Inghilterra: sotto molti punti di vista il teatro può essere considerato il genere più tipico

della letteratura barocca: il suo gioco artificioso, se soddisfa il gusto per il meraviglioso, esprime

anche l'inquietudine dell'uomo di fronte alla difficoltà di leggere e interpretare un reale che gli si

rivela opaco e ingannevole. Non a caso il teatro è spesso interpretato come una metafora della vita.

Il teatro inglese raggiunse il suo massimo splendore con William Shakespeare. Gli autori

drammatici non scrivevano per pubblicare, ma per rappresentare le loro opere. Ebbene,

Shakespeare non fa eccezione: le sue opere teatrali ci sono pervenute a cura di due attori della sua

compagnia, che le hanno raccolte e pubblicate postume. I drammi storici: primo periodo della sua

carriera, composti nel corso degli anni 90, fra i quali il Riccardo III ed Enrico IV. Questo è un

momento di particolare fioritura di tale genere teatrale, che la monarchia favorisce perchè

funzionale alla sua politica. I drammi storici celebrano la storia inglese dalle origini mitiche alla

contemporaneità, e ciò facendo trasmettono i valori della tradizione e legittimano il potere regnante.

Nei drammi di Shakespeare omicidi, vendette e lotte efferate mettono a nudo anche i meccanismi

più violenti del potere.

Le commedie: collocazione a parte va riservata a Romeo e Giulietta che non è né un dramma

storico né una commedia, ma appartiene al genere della tragedia. Un primo gruppo di commedie

anteriori al 1595 (fra le quali La bisbetica domata e I due gentiluomini di Verona) viene etichettato

come eufuistico. Caratterizzate dalla propensione per figure ingegnose, per l'uso di una particolare

marcatura retorica e per il ricorso al cosiddetto teatro nel teatro. Una seconda serie di

commedie, etichettate come romantiche per le loro trame sentimentali, si colloca fra il 1594 e il

1602: Il mercante di Venezia, Molto rumore per nulla, Come vi piace, La dodicesima notte. Le

accomuna anche il massiccio ricorso a fonti italiane, dalle novelle al teatro colto cinquecentesco.

Le tragedie: accanto a quelle ispirate al mondo classico, vedi Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra,

Coriolano) si collocano quelle definite moderne: Amleto, Otello, Re Lear e Macbeth. Oggetti

principali sono l'uomo con le sue passioni (ambizione in Macbeth; lussuria in Antonio e Cleopatra;

invidia e gelosia in Otello) e i conflitti interiori e interpersonali che essi provocano. Nell'ultima

fase della sua attività con Cimbelino e La tempesta, Shakespeare si dedica al dramma romanzesco,

così chiamato per la presenza di elementi fantastici.

William Shakespeare

L'Amleto

Tragedia in cinque atti composta negli anni 1600-1 in versi non rimati (blank verse), alternati con

brevi passi in prosa: questi per caratterizzare linguisticamente personaggi di estrazione popolare o

per sottolineare i momenti di pazzia di Amleto.

Trama: Amleto, figlio del re di Danimarca assassinato dal fratello Claudio, che ne ha usurpato il

potere e sposato la vedova Gertrude. Lo spettro del padre appare al figlio per rivelargli l'assassinio e

chiedergli vendetta. Amleto vorrebbe ma è afflitto dalla “malinconia”, che lo rende incapace di

agire. Il confine tra malinconia e follia è sottile. Amleto però tenta di vendicarsi, non riuscendovi, e

facendo sospettare lo zio. Così Amleto, sfrutta l'arrivo a corte di una compagnia di teatranti, ai quali

chiede di far rappresentare una tragedia che mette in scena un caso del tutto simile all'assassinio di

suo padre, al fine di osservare le reazioni dello zio e smascherarlo. Lo zio, lascia la sala. La regina

invita Amleto nelle sue stanze, e questi si comporta in modo violento, spaventandola e uccidendo

Polonio, che stava spiando. Dopo ciò Claudio si affretta a farlo partire, ma riesce a sfuggire e torna

in Danimarca. Nel frattempo Ofelia, dopo aver perso sia il padre, sia Amleto, impazzisce per il

dolore e si annega. Il fratello di lei, Laerte, vuole battersi a duello con Amleto per vendicare padre e

sorella, ma il duello è una trappola: Claudio per essere sicuro della morte di Amleto ha predisposto

una coppa colma di veleno e ha fatto avvelenare la punta della spada di Laerte. A bere la bevanda

mortale però è Gertrude mentre la punta avvelenata colpisce entrambi i duellanti. Amleto,

conosciuta l'esistenza del complotto, fa in tempo ad uccidere Claudio prima di morire lui stesso. La

tragedia si conclude con l'ingresso in scena delle truppe di Fortebraccio, re di Norvegia, che

riconquista il potere sui territori della Danimarca che gli erano stati sottratti e prefigura una

possibile restaurazione dell'ordine. L'Amleto shakespeariano è una inedita e complessa figura di

eroe tragico, un eroe sfuggente e ambiguo, dalla coscienza sensibile; diverso da quello risoluto e

determinato dalla tradizione tragica. La sua presenza è fonte di inquietudine per gli altri personaggi

che si interrogano su di lui. Amleto è al centro della scena non solo con la sua presenza fisica e in

quanto perno dell'azione, ma anche perchè gli altri personaggi parlano continuamente di lui, e della

sua vera o presunta pazzia → tema dell'incertezza e del dubbio. Il dramma sembra fondato

sull'indecisione finchè Amleto, accettando di battersi con Laerte, innesca una serie di eventi che

portano alla morte di tutti i personaggi. Il loro annientamento è un passaggio necessario affinchè

sulle rovine prodotte dal male della corruzione possa nascere un nuovo ordine. Un ordine che può

fondarsi o su nuove basi o sul ripristino di antichi diritti: Fortebraccio ripristina una sovranità

usurpata proprio dal padre di Amleto.

Il teatro spagnolo:

Lope de Vaga è stato l'autore più prolifico del teatro spagnolo del Seicento: a lui si attribuiscono

ben 1800 commedie e 480 atti unici. Gran parte della sua produzione, perduta! Lope è stato anche

un teorico del genere teatrale, con la riduzione a 3 dei tradizionale 5 atti della commedia, la messa

al bando dell'unità di luogo e di tempo, e la mescolanza di stile comico e tragico.

Tirso de Molina, pseudonimo di Gabrièl Tellez, fu prolifico autore di commedie, la più nota delle

quali è Il beffatore di Siviglia e Convitato di pietra. Questo testo inaugura la fortuna europea del

mito di Don Giovanni, il nobile libertino che spende la sua vita per soddisfare un'insaziabile

desiderio di conquiste femminili. Nella versione di Tirso ha una particolare importanza la questione,

allora di grande attualità, del libero arbitrio e della predestinazione. Juan Tenorio si presenta

come un essere diabolico, seppur dotato di titanica grandezza.

Pedro Calderòn de La Barca è considerato il più grande drammaturgo spagnolo. Nel suo teatro

una forte componente simbolica soppianta il realismo della tradizione precedente. Il suo dramma

più famoso è La vita è un sogno (1635), mette in scena la storia di Sigismondo, figlio di Basilio re

di Polonia, chiuso dal padre in una torre remota per sottrarlo al tragico destino che gli è stato

profetato. Sigismondo ricorda come un sogno l'unico breve periodo che gli è stato consentito di

vivere a corte, un ricordo che lo porta a dubitare della realtà stessa in cui vive. Egli infatti finisce

per concludere che la vita è di per sé stessa un sogno dalla quale solo la morte ci risveglia. Questo

tema è ripreso ne Il gran teatro del mondo (1633), un atto in cui tutto l'apparato è potentemente

simbolico. Sul palcoscenico-vita i personaggi entrano da una porta che è la Culla ed escono da

un'altra che è la Tomba, recitando a soggetto la parte che è stata loro imposta. Alla fine l'autore-Dio

distribuisce premi o punizioni, assegnando a ciascuno il posto dell'aldilà che ha meritato.

Il classicismo francese e le sue forme: In Francia, la diffusione e l'eccezionale sviluppo che il teatro

conosce in questo secolo sono dovuti anche a particolari condizioni sociali, politiche e culturali.

Luigi XIII e il suo primo ministro Richelieu vedevano nel teatro un mezzo potente di propaganda

politica. Se in un primo momento trionfarono i generi nuovi del teatro barocco, appannaggio

soprattutto delle classi aristocratiche, in un secondo tempo si affermò un tipo di commedia, detta

des moeurs (“dei costumi”), indirizzata a un pubblico misto e rispecchiante i valori della nuova

classe emergente. Nella seconda metà del secolo assunse un particolare rilievo la tragedia, i cui

caratteri di fondo, di impianto classicistico, erano stati fissati da Pierre Corneille.

Pierre Corneille (1606-1684)

Esordì con commedie “des moeurs” di tipo borghese, ma il suo primo vero successo fu il Cid

(1636), una tragicommedia ispirata alle vicende dell'eroe nazionale spagnolo e fondata su un

lacerante conflitto fra amore e onore. L'importanza storica di Corneille risiede nell'aver conferito al

teatro tragico francese un'inconfondibile impronta classicistica, basata sul rispetto dei principi

aristotelici come erano stati codificati dalla trattatistica nel corso del Cinquecento.

Jean Racine (1639-1699)

Educato presso istituzioni gianseniste. Dal 1660 condusse a Parigi un periodo di vita mondana, che

fu riprovato dalla famiglia, la quale lo costrinse a ritirarsi a Uzes, in Linguadoca, per compiere studi

teologici. Conclusa questa parentesi provinciale, Racine nel 1663 tornò stabilmente a Parigi, dove

ottenne dal re la carica di poeta ci corte e una pensione annua. Le sue tragedie furono,

prevalentemente, di argomento storico: tra le più famose l'Andromaca (1667), Britannico,

Berenicem Mitridate e Ifigenia. Nel 1677 Racine scrisse il suo capolavoro, Fedra, tragedia con la

quale si riavvicinava, per temi trattati, ai maestri giansenisti e contemporaneamente annunciava la

sua rinuncia al teatro. Nominato quell'anno storiografo del regno, dedicò i successivi 12 anni della

sua vita agli studi. Tornò al palcoscenico, tra l89-91, per volontà di Madame Maintenon, che

esercitava una grande influenza a corte, con il dramma Esther e la tragedia Atalia. Ulteriore

testimonianza della fede ritrovata fu la composizione della Storia di Port-Royal, un omaggio

commosso agli amici e ai maestri perseguitati. Morì nel 1699 e sepolto accanto alla tomba del suo

maestro spirituale Hamon.

La Fedra

La tragedia, 5 atti in versi alessandrini in rima baciata, mette in scena la vicenda di Fedra (figlia di

Pasifae e di Minosse, e moglie del re di Atene Teseo) la quale si innamora di Ippolito, il figlio che il

marito aveva avuto da un precedente matrimonio. Quando Teseo si assenta per un lungo viaggio ed

è ritenuto morto, Fedra confida alla nutrice Enone la sua passione violenta e illecita per il figliastro.

Incoraggiata da Enone, Fedra dichiara il proprio amore per Ippolito, che la respinge. Dopo il

matrimonio inaspettato di Teseo la nutrice, per salvare l'onore della regina, accusa Ippolito di

nutrire per la matrigna un amore incestuoso; il giovane, maledetto dal padre, deve lasciare la reggia

e la patria. Fedra, sconvolto dal rimorso, vorrebbe confessare al marito la verità, ma la notizia che

Ippolito ama, riamato, la principessa Aricia, suscita in lei una violenta crisi di gelosia che le

impedisce la confessione. Il dubbio sulla reale colpevolezza del figlio cresce in Teseo, soprattutto

dopo la notizia del suicidio di Enone. Mentre supplica Nettuno di non tener conto della maledizione

che ha scagliato sul figlio in un impeto d'ira, viene a sapere che Ippolito è morto, travolto sulla

spiaggia dei cavalli imbizzarriti a causa dell'improvviso apparire di un mostro marino. Fedra,

ammessa la sua passione colpevole, si uccide.

I temi: la falsa notizia della morte di Teseo mette in moto l'azione, come se tutti i desideri si

liberassero in assenza di un principio di autorità. Fedra solo allora trova il coraggio di confessare ad

Enone il proprio amore per Ippolito, mentre Ippolito stesso, senza più la presenza del padre, si sente

libero di amare Aricia, benchè essa discenda da una stirpe nemica. In questa tragedia il contrasto

tra passione e colpa, che nella tragedia antica oppone l'uomo al fato, si sposta nell'intimo del

personaggio. La tragicità della condizione di Fedra consiste nell'inutile lotta contro una fatalità

invincibile. Ma anche gli altri personaggi sono vittime inconsapevoli dei propri impulsi o agiscono

in palese contraddizione con sé stessi: Teseo, che cedendo alla rabbia maledice il figlio e ne decreta

la morte; Enone, che per salvare la sua regina ne affretta la fine e, forse, lo stesso Ippolito,

cacciatore restio all'amore secondo la tradizione, ma qui vittima anch'egli dell'amore proibito per

Aricia.

Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière (1622-1673)

Debutta nel 1643 sulle scene parigine; nel 1646 si unisce alla compagnia errante di Dufresne, per la

quale scrive le sue prime commedie. Nel 1659 è chiamato a Parigi dove rappresenta con successo

la commedia Le preziose ridicole. Rimane a Parigi per 15 anni, riscuotendo il favore del pubblico,

ma anche l'invidia dei rivali. Nel 1664 le repliche della sua commedia Tartuffo sono sospese a causa

dei contenuti anticlericali, e l'anno dopo subisce la stessa sorte il Don Giovanni o il convitato fi

pietra. Ma nonostante ciò nel 1665 Luigi XIV conferisce a Moliere una pensione annua di seimila

lire e alla sua compagnia il titolo di “Compagnia del re al Palais Royal”. Il successo del pubblico in

quegli anni è altalenante: non è apprezzato Il misantrapo (1666), ma nel 1668 sono accolti con

calore l'Anfitrione e l'Avaro. Negli ultimi annidel Moliere introduce a corte la novità delle

commedie-balletto, genere misto di danza, canto, musica e recitazione. Commedia-balletto è Il

borghese gentiluomo del 1670. Nel 1673 Moliere scrive la sua ultima commedia, Il malato

immaginario: la sera della quarta rappresentazione ha un malore in scena, in conseguenza del quale

muore poche ore dopo. Per intercessione del re è sepolto in terra consacrata, nonostante la sua

professione di attore.

Il Tartuffo, ovvero l'impostore

La commedia, cinque atti e in versi alessandrini, censurata al suo primo apparire nel 1664, è

rappresentata nella versione definitiva al teatro del Palais-Royal nel 1669 e pubblicata lo stesso

anno. Ambientata in età contemporanea a Parigi, dove in una ricca dimora, vive la famiglia del

borghese Orgone. Alla famiglia di Orgone si unisce l'ospite Tartuffo, pio e rispettabile secondo il

padrone di casa e la madre di lui, ma falso e ipocrita secondo tutti gli altri. Orgone lo ha accolto

come un fratello, e ne è così persuaso da volergli dare in sposa la figlia Marianna, innamorata,

invece, di un altro. Orgone resiste ai tentativi della famiglia di fargli cambiare idea e si convince

della malafede di Tartuffo solo quando questi tenta di sedurre sua moglie Elmira. Ma Tartuffo ha in

mano la situazione, perchè lo sciocco Orgone l'ha fatto erede dei suoi beni. Anzi questo passa al

contrattacco, denunciando il benefattore con l'accusa di aver preso parte alla congiura della Fronda

contro il sovrano. Ma alla fine la verità è ristabilita. Tartuffo è arrestato, Orgone recupera il

patrimonio, e Marianna può sposare Valerio.

Nel Tartuffo la dimensione comica si sposa con l'affermazione di valori sociali e morali alti, di

una razionalità dei comportamenti. Il protagonista è raffigurato come il prototipo del bacchettone

e del credulone: la sua ridicola devozione al losco Tartuffo, è di per sé stessa la migliore satira della

dabbenaggine borghese e dell'ipocrisia religiosa. Egli è, comunque, un personaggio contraddittorio:

da una provoca il riso del pubblico con l'ostentazione delle sue manie, dall'altra, ne suscita la

simpatia per la sua scoperta ingenuità.

La letteratura dialettale

L'impiego del dialetto si collega a interessi di tipo regionalistico-municipale, ben documentati

anche nella produzione letteraria, e nello stesso tempo risponde anche a quelle pulsioni

anticlassicistiche e antiregolistiche che spingono costantemente alla ricerca del “nuovo”, inteso

come ciò che va contro corrente. Vediamo alcuni centri:

MILANO: la sperimentazione di Carlo Maria Maggi si rivolge al teatro. Questi scrive 4 commedie

e alcuni intermezzi in dialetto milanese. Il dialetto è lo strumento per una rappresentazione più

aderente alla realtà. Gli intenti moralizzatori di Maggi attenuano la vena satirica antinobiliare

proprio dalla vivacità linguistica.

NAPOLI: la tradizione dialettale napoletana è avviata dalle opere di Giulio Cesare Cortese e

Giambattista Basile. Cortese esordisce nel campo dialettale nel 1616 con un poemetto in ottave, La

Vaiasseide (poema delle vaiasse, delle serve). Il dialetto per Cortese ha un fine realistico e

mimetico.

BOLOGNA: il bolognese Giulio Cesare Croce, personaggio singolare, figlio di un fabbro,

autodidatta, cantastorie, diffondeva lui stesso, vendendole sulle piazze, le stampe delle sue operette

in italiano e in dialetto. Fra i testi editi spiccano le raccolte di episodi e di facezie incentrati sui

personaggi di Bertoldo, e del suo ingenuo figlio Bertoldino, pubblicate con vari titoli fino a quello

finale di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenna, nel 1620.

Giambattista Basile (1566/75-1632)

Nasce a Napoli. Nel 1603 si arruola nell'esercito della Repubblica veneziana e trasferito a Creta.

Nel 1608 è di nuovo a Napoli. 1611 entra a far parte dell'Accademia degli Oziosi; tra il1612 e 1613

raggiunge a Mantova, alla corte di Vincenzo Gonzaga, la sorella Adriana, famosa cantante. Qui cura

la ristampa delle sue odi e madrigali, già stampate nel 1609. Nel 1615 è a Napoli, dove lavora

all'edizione delle rime di Pietro Bembo, Giovanni Della Casa e Galeazzo di Tarsia. Mentre

consolida la sua fama di letterato, continua a svolgere mansioni di amministratore e governatore di

feudi per la nobiltà locale, finchè entra al servizio del duca d'Alba. Nell'ultimo decennio della sua

vita Basile compone molti testi cortigiani, tra i quali i racconti del Cunto de li cunti. La morte lo

coglie a Giuliano nel 1632. La sorella curerà la pubblicazione delle opere inedite.

Lo Cunto de li Cunti

è una raccolta di 50 fiabe in dialetto napoletano raccontate da 10 narratori nel corso di 5 giornate

(da cui il titolo Pentamerone). I racconti sono incapsulati all'interno di un racconto cornice di cui è

protagonista Zosa, la principessa che non ride mai. Il re suo padre fa costruire una fontana di olio,

che provoca incidenti ridicoli ai passanti → ma a provocare un irrefrenabile attacco di riso alla

principessa è alla fine uno sconcio atto di stizza di una vecchia. Questa, indispettita, la maledice

predicendole che potrà sposare soltanto il principe di Camporotondo, sepolto per magia e destinato

a sposare la donna che lo farà resuscitare riempiendo una brocca con le lacrime versate in 3 giorni.

Zosa vaga 7 anni per trovare la tomba del principe e ha quasi riempito l'anfora di lacrime quando

cade addormentata per la stanchezza. Si sostituisce a lei una schiava che, colmata la brocca, si fa

sposare dal principe. Zosa non si rassegna e aiutata dalle fate, suscita nella schiava regina desideri

di oggetti magici che lei puntualmente soddisfa. L'ultimo desiderio è quello di sentir raccontare

fiabe. A questo scopo il principe convoca dieci vecchie, ciascuna delle quali caratterizzata da un

difetto fisico, che in 5 giornate raccontano una fiaba ciascuno (Tolla nasuta, Paola sgargiata,

strabica, Antonella vavosa, Ciulla mossuta, labbrona). Nell'ultima giornata la principessa Zosa si

sostituisce a una vecchia assente raccontando la sua storia infelice e l'inganno della schiava. Il

principe fa seppellire viva la moglie usurpatrice e sposa Zosa. Quella narrata da Zosa è sia la 50

fiaba, sia il racconto che contiene tutti gli altri racconti.

Basile crea un nuovo genere, che si colloca tra cultura barocca e cultura popolare. Nel Cunto

sono presenti sia gli artifici del linguaggio, i rifacimenti e le manipolazioni del barocco, sia la

ripresa di leggende popolari e di romanzi classici. Il Cunto fonda così il modello del racconto

fiabesco. Ciò che colpisce nell'opera di Basile è la totale immersione nel mondo della fiaba. È un

mondo nel quale accadono gli eventi più incredibili e imprevedibili, secondo una logica spesso

incomprensibile. Vi predomina l'effetto sorpresa mirato a suscitare la meraviglia in chi legge o

ascolta. Infatti, i racconti di Basile erano destinati alla conversazione di corte, cioè a essere recitati e

anche accompagnati dalla musica e dalla danza, come se fossero un genere teatrale.

La trattatistica

La produzione di libri che trattano di poetica e di letteratura è assai cospicua per numero e qualità.

La trattatistica seicentesca rivela uno spirito più aperto e inventivo e più incline a indagare la

sostanza retorica del fatto letterario. Fra i molti trattati merita di essere ricordato quello Delle

acutezze, che altrimenti spiriti, vivezze e concetti volgarmente si appellano di Matteo Peregrini.

Peregrini fa delle sue analisi sulle figure retoriche più tipiche della scrittura seicentesca.

La trattatistica politica: uno dei tratti più rilevanti della cultura politica di primo 600 è

l'antimachiavellismo. Alla condanna del pensiero machiavelliano si aggiunge la riscoperta

dell'opera storica di Tacito. Tacito si era trovato a vivere e a scrivere in una situazione politica più

vicina a quella seicentesca, caratterizzata da forme assolutistiche, che a quella della Roma

repubblicana in cui aveva operato Livio. La ricca trattatistica politica seicentesca ruota

essenzialmente intorno al concetto di ragion di Stato, definito e discusso in varie opere, a

cominciare dal trattato Della ragion di Stato (1589) di Giovanni Botero. Per ragion di stato i

trattatisti del 600 intendono l'insieme dei mezzi a disposizione dei governatori per acquisire e

conservare il potere; essa coincide con la difesa del potere vigente a prescindere da qualsivoglia

giudizio del valore intorno a esso. Non a caso le parole d'ordine che guidano le indagini sulla

politica e sul potere sono prudenza e conservazione: esse denunciano come l'interesse

fondamentale sia per la difesa dell'ordine costituito.

Generi misti: Agli inizi del secolo escono i Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini, un autore,

vissuto a Roma e poi a Venezia, che, pur lavorando in ambiente pontificio, fu inviso alla Chiesa in

quanto critico feroce dell'Inquisizione e della Compagnia di Gesù. Un'opera originale che non si

lascia iscrivere dentro un genere costituito: essi oscillano tra la forma del trattato, la satira e la

scrittura d'invenzione. I Ragguagli trattano di <<materie politiche importanti e scelti precetti

morali>>. La loro struttura è di tipo allegorico: il narratore assume infatti le vesti del <<menate>>.

La loro originalità consiste proprio nel tentativo di conferire una veste comico-satirica a una

materia seria, con una commistione di toni gravi e faceti che è alla base anche del genere

eroicomico. In campo etico Boccalini elenca e condanna i vizi del secolo, come l'interesse,

l'ipocrisia, la ricerca del piacere e il culto delle apparenze, per gran parte prerogativa degli ambienti

di corte.

Più difficile è individuare una collocazione di genere per il Cane di Diogene (1689) di Francesco

Fulvio Fregoni. La struttura di tipo narrativo e l'insolito protagonista sembrerebbero avvicinarlo al

romanzo, ma un romanzo destrutturato e quasi in via di dissoluzione. Il racconto ha come

protagonista un cane, che scacciato dal padrone Diogene, vaga e si trova ad affrontare una serie di

prove iniziatiche. Il suo sguardo sul mondo, che è quello dell'autore, è tutt'altro che benevolo e il

suo viaggio è un pretesto per un ritratto pessimistico e disincantato della società e dell'epoca.

Scritture scientifiche e divulgative: viene a cadere ogni scala gerarchica: tutti i fenomeni di natura

sono degni di analisi scientifica. Esistono evidenti affinità tra il poeta barocco che svaria senza

alcuna preclusione dai temi più sublimi ai motivi più infimi, o addirittura ributtanti, e lo scienziato

che applica, lui pure senza preclusioni, la sua intelligenza allo studio dei multiformi fenomenali

naturali. Il desiderio di conoscenza si accompagna a una marcata volontà di divulgazione e questa

non può prescindere dagli strumenti linguistici e letterari. Su questo piano la rivoluzione scientifica

segna la nascita di un linguaggio nuovo, nonché l'affermarsi di nuovi generi. Per la prima volta il

lessico italiano si amplia fino a comprendere un vasto insieme di termini specialistici. Il maestro

della nuova prosa scientifica è Galileo Galilei. Fra gli studiosi che ne hanno raccolto l'eredità sono

da ricordare, oltre al suo illustre allievo Evangelista Torricelli, anche Francesco Redi, medico e

naturalista oltre che letterato, Lorenzo Magalotti, scienziato, erudito e viaggiatore.

La storiografia: si radicalizza la tendenza storiografica inaugurata da Guicciardini a rivolgere

l'attenzione alla contemporaneità. In quest'ambito va segnalata almeno la Historia delle guerre civili

di Francia di Enrico Caterino Davila, che ebbe fama europea. Un altro fenomeno peculiare è

l'attenzione per le storie settoriali e locali. La storiografia municipale fiorisce in tutti i centri

culturali della penisola. Vale la pena di nominare il milanese Giuseppe Ripamonti, autore di

Historae patriae e del De peste Mediolani, due testi che saranno utilizzati da Manzoni come fonti

per i Promessi Sposi. Fra le storie settoriali il posto privilegiato spetta a quelle religiose, e ciò non

solo per la centralità politica che hanno in questo secolo le guerre di religione e il nesso ideologico-

culturale fra religione, scienza e politica, ma anche perchè molti storici sono essi stessi dei religiosi.

Il massimo rappresentante di questa storiografia è Paolo Sarpi, di cui parleremo tra poco. Un caso

particolare è rappresentato da Daniello Bartoli.

Daniello Bartoli (1608-1685)

L'ampia e multiforme attività letteraria del gesuita non si esaurisce nell'attività storiografica. Egli

infatti è autore di molte opere di devozione e di riflessione morale, nonché di trattati di carattere

scientifico. Il suo testo più importante è l'Istoria della compagnia di Gesù, pubblicata fra il 1650 e il

1673 e suddivisa in sezioni dedicate a specifiche aree geografiche: l'Asia, Il Giappone, la Cina,

l'Inghilterra, l'Italia e altre. Nell'illustrare l'attività missionaria dei gesuiti Bartoli si mostra molto

curioso verso le usanze e le abitudini dei popoli lontani. Ma il pregio dell'opera è dato dall'alta

qualità della prosa, ammirata da Giacomo Leopardi, nella quale riesce a far convivere con risultati

sorprendenti precisione scientifica e gusto per l'artificio.

Paolo Sarpi (1552-1623)

Nasce a Venezia. Alla morte del padre 1660 viene affidato a uno zio. Nel 1566 è accettato

nell'ordine dei Servi di Maria (serviti) con il nome di Paolo. Nell'ordine si dedica a studi teologici,

giuridici e scientifici. Risiede a Mantova dal 1567 al 1571. Nel 1576, ritornato a Venezia da Roma,

comincia le sue ricerche sul Concilio di Trento. Per l'ordine servita, compie un primo viaggio a

Roma nel 1580. Nel 1585 è eletto procuratore generale dell'ordine e perciò si trasferisce a Roma

per 3 anni presso la Curia pontificia. Qui ha occasione di stringere rapporti con molti prelati, e potè

consultare gli archivi che conservano la documentazione relativa al Concilio. Il lavoro di ricerca

acuisce il senso di insoddisfazione di Sarpi per la politica autoritaria della Chiesa di Roma.

Tornato a Venezia nel 1589 → ha un ruolo importante nella Repubblica. 1592 conosce Galilei.

Roma gli nega la nomina a vescovo in quanto sospetto di avere rapporti con i protestanti. Nel 1605

Venezia entra in conflitto con la chiesa, poichè Venezia si rifiuta di consegnare i sacerdoti arrestati

a Venezia per reati comuni. Venzia viene punita con l' “interdizione”, cioè il divieto a tutti gli

ecclesiastici di celebrare qualsiasi cerimonia religiosa nella Repubblica. Sarpi si inserisce nella

disputa, a finisce lui stesso per essere accusato di eresia e essere vittima di un attentato. Dopo la

conclusione della crisi Sarpi infittisce i suoi rapporti con Stati e personalità stranieri.

Particolarmente importanti i suoi rapporti con l'Inghilterra: proprio a Londra, nel 1619 , pubblica

l'Istoria del Concilio tridentino, scritta fra il 1613 e il 1614, e che è subito inserita dall'Inquisizione

nell'Indice dei libri proibiti. Muore a Venezia.

L'Istoria del concilio tridentino

Il concilio di Trento convocato 1545 e conclusosi nel 1563. Sarpi preparò accuratamente e

scientificamente la stesura dell'Istoria consultando documenti autentici, pubblici e privati, ma, lungi

dal prendere una posizione distante dalle parti, non nascose la sua aspra critica nei confronti della

Chiesa e dello snaturamento della sua vocazione evangelica.

Composizione: 8 libri, divisi in due parti: prima dedicata all'indagine sulla lunga fase preparatoria,

la seconda allo svolgimento dell'assemblea e alle questioni di fede che vi furono dibattute. Novità:

la storia della Chiesa nel Cinquecento è indagata in modo scientifico e analizzata razionalmente

per mettere in rilievo motivazioni politiche e fattori giuridico-istituzionali. La tesi di Sarpi è che il

Concilio sia stato un fallimento, poiché non mancarono intrighi e maneggi ispirati a interessi

occulti. Il Concilio, per lui, aggravò le divisioni fra le varie confessioni cristiane e il tradimento

romando degli ideali evangelici.

Tommaso Campanella (1568-1639)

Giovanni Domenico Campanella nasce a Stilo, in Calabria, da una famiglia di umili condizioni. Nel

1583 entra nell'ordine dei Domenicani ribattezzandosi Tommaso. Studia logica e metafisica

aristotelica → lo lasciano insoddisfatto. Nel 1590 abbandona la Calabria per Napoli, dove frequenta

gli intellettuali locali fra i quali era abbastanza diffuso il pensiero di Bernardino Telesio. Dal

pensiero di Telesio egli mutua un fondamentale antiaristotelismo, l'insofferenza per ogni forma di

regola precostituita, la passione per la libertà, il culto di Dante e il principio che basa ogni forma

di conoscenza e di espressione sull'osservazione diretta della natura. L'adesione al pensiero di

Telesio pone Campanella nel mirino dell'Inquisizione. Nel 1592 subisce un processo per mancanze

disciplinari e gli è imposto di tornare in Calabria. Campanella si rifiuta e cerca riparo a Roma,

Firenze e Bologna. A Padova nel 1583 accusato di aver offeso un generale dell'ordine domenicano;

1594 arrestato e trasferito a Roma nel carcere del Sant'Uffizio, dove è processato per le sue

opinioni filosofiche. 96, scarcerato e di nuovo arrestato. 1599, anno fondamentale, tornato in

Calabria assume un ruolo importante nella congiura contro l'autorità spagnola ed ecclesiastica.

L'obiettivo campanellino era quello di staccare la Calabria dal Vicereame spagnolo per costruirvi

una repubblica ispirata al modello della Città del Sole. La congiura fallisce e Campanella viene

arrestato e portato a Napoli. 1600 interrogato e torturato nega la ribellione ma ammette l'utopia di

una nuova repubblica. Nell'aprile dello stesso anno comincia a fingere la pazzia. Condannato

subisce una dura prigionia che si protrarrà per quasi un trentennio, prima a Napoli poi a Roma.

Liberato nel 1626, nel 1634 con il favore di Urbano VIII si trasferisce a Parigi, dove muore.

Le Poesie filosofiche

Nella fase di carcerazione più dura, quella a Napoli, Campanella si dedica soprattutto alla poesia,

allestendo una cospicua raccolta in 7 libri, andata perduta. Nel 1613, raccoglie 89 componimenti,

seguiti ciascuno da una esposizione in prosa, fatta uscire dal carcere (insieme alla Città del Sole)

grazie all'aiuto amico tedesco, Tobia Adami, e da questi pubblicata in Germania nel 1622. La

silloge è intitolata: Scelta d'alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla (Squilla = Campanella,

Settimontano = le 7 protuberanze sul cranio che egli riteneva segni di un destino speciale). La

poesia per Campanella è fondata sull'idea che essa sia portatrice di verità e che tale caratteristica le

conferisca un fine di utilità . Il poeta che C ha in mente è un poeta-profeta sul modello di Dante,

cioè un poeta mosso da una sorta di tensione morale e da un costante impegno educativo.

Perciò inaugura un linguaggio a forte carica espressiva, antipetrarchista e antiaccademico, per tra

durre efficacemente gli alti contenuti filosofici e morali che intende comunicare.

La Città del Sole

La sua opera più famosa, scritta in carcere nel 1602. In essa delinea il quadro utopistico di uno Stato


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher juanbassist1990 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Di Staso Grazia.

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