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Luciano Bianciardi

Vita

Luciano Bianciardi nasce a Grosseto nel 1922. È uno studente modello dalle scuole elementari al liceo classico. Fin da giovane coltiva le letture sul Risorgimento italiano e le lingue straniere. Nel tempo si sposa e ha un figlio, si laurea alla Normale di Pisa, dove inizialmente riceve influenze dal liberal-socialismo (una cultura politica nascente in Italia che univa pensiero socialista e liberale). Durante la guerra, è inviato sul fronte per collaborare con il reparto di soldati inglesi come interprete e si iscrive nel 1945 al Partito d'Azione, un partito di orientamento repubblicano, socialista liberale e socialdemocratico, attivo dal 1942 al 1947, che per lui rappresenta "l'ultimo tentativo di governo della piccola borghesia intellettuale".

Tra gli anni '50 e il 1954, Bianciardi vive un periodo di intenso impegno intellettuale: insegna inglese alle scuole medie, filosofia al liceo classico di Grosseto, è bibliotecario e gestisce un cineclub. Collabora con riviste come L'Avanti!, Belfagor, Contemporaneo e La Gazzetta di Livorno. Nel 1959 inizia la collaborazione con la nascente casa editrice Feltrinelli, che lo porta a Milano. Questa esperienza, che racconterà in "Vita Agra", riflette il desiderio di molti intellettuali del tempo di trasferirsi dalla provincia alla città per mettersi alla prova nel luogo dove la battaglia della vita politica e intellettuale è più intensa. Tuttavia, la sua missione si rivelerà fallimentare poiché non riesce più a svolgere un ruolo formativo e critico, ma diventa piuttosto un bracciante dell'apparato burocratico commerciale. Questo si riflette nel suo stile di scrittura, che passa da saggistica ricercata e approfondita a narrativa ironico-sarcastica, scritti in preda a stati d'animo tra divertimento e disperazione.

Tra il 1962 e il 1965, Bianciardi pubblica "Il lavoro culturale", "L'integrazione" e "Vita Agra", che riscuotono un discreto successo nazionale. Questo lo porta a viaggiare per l'Italia, proponendo le sue opere. Tuttavia, prova sentimenti contrastanti: da un lato è lusingato e compiaciuto, dall'altro si sente giustificazionista e prova vergogna poiché questa fortuna economica e professionale è il frutto della rabbia che voleva combattere, criticando proprio quello stile di vita.

Nel periodo finale della sua vita, Bianciardi si dedica a un giornalismo più leggero (articoli su sport, viaggi e televisione) e a romanzi di stampo risorgimentale come "Battaglia Soda". Collabora con ABC attraverso la rubrica critica televisiva TeleBianciardi. Nel 1971, tornato a Milano, muore dopo un periodo di autodistruzione e trascuratezza fisica, segnato dalla degradazione professionale, dalla chiusura con la famiglia e dal senso di colpa e vergogna verso Grosseto e i suoi amici per aver lasciato Milano. È deluso dalla condanna per diffamazione del suo eroe della vicenda maremmana, Otello Tacconi, che aveva resistito solo alla società capitalista.

La vita agra (1962)

Bianciardi definisce "La Vita Agra" come una "Solenne incazzatura scritta in prima persona singolare". Sebbene sia un romanzo autobiografico, è più un reportage semiautobiografico, poiché il narratore prende ispirazione dalla vita dell'autore senza mai autonominarsi. Bianciardi trasforma la sua storia in romanzo e la sottopone a un processo di autonegazione, ironizzando sui vani propositi della sua missione, missione fallimentare: voler cambiare le cose in città dove la battaglia politica e intellettuale è più viva, come il desiderio di far esplodere il Torracchione, simbolo del potere, della classe dirigente e del capitalismo che infettano il sistema globale e schiacciano l'umanità delle persone, solo per essere invece lui cambiato dalla città.

Se "Il Lavoro Culturale" distruggeva il mito dell'organizzazione culturale idolatrata dalla borghesia di sinistra in quegli anni — immobile, metodica e lontana dalle vere vicende politiche (autocritica della sua esperienza di impegno culturale grossetana, da cui si distacca dopo l'esperienza milanese), e se "L'Integrazione" dissacrava il mito della città alienante e mostruosa, "La Vita Agra" è il palinsesto delle motivazioni che animeranno le proteste dei giovani degli anni futuri. Una vera e propria rabbia anarchico-socialista contro il sistema capitalistico dell'industria in Italia e del boom economico, che posponeva l'umanità delle persone ai prodigi industriali e tecnologici. Lo sfondo della "vita integrata" nel sistema capitalistico è la tristezza e la solitudine dell'autore, dei suoi colleghi e amici, dei lavoratori, delle casalinghe, abbandonati al loro destino di duro lavoro per sopravvivere a stento.

Non c'è una trama lineare vera e propria, ma una serie di contesti e situazioni che compongono in maniera de-frammentata una vicenda. Bianciardi lascia l'abitazione coniugale con moglie e figlio, senza rompere il legame, per trovare occupazione a Milano. L'evento scatenante è l'intenzione di far saltare in aria il Torracchione, il palazzo dove ha sede la società responsabile di aver lasciato morire 43 minatori della miniera di Montemassi per mancanza di sistemi di sicurezza non installati dalla compagnia. Bianciardi si era recato spesso per un'inchiesta per L'Avanti! sulle condizioni di vita dei minatori a Ribolla, stringendo con loro un rapporto d'amicizia. La miniera rappresentava una strada verso una modernità giusta, con lavoratori che avrebbero avuto riconosciuti i loro valori e dignità, avvicinandosi al partito comunista. Dopo l'esplosione del 1954, si conclude una fase della sua vita e delle sue amicizie, segnato da un forte senso di amarezza e vuoto. La Montecatini, società responsabile, è colpevole non solo della morte degli operai, ma di aver bloccato il progresso della Maremma.

Bianciardi racconta della sua vita lavorativa, destinata a non decollare mai a causa delle sue posizioni anti-sistema, e della sua vita privata divisa tra l'ambiente di amicizie nato intorno al suo alloggio a Via del Braida e una giovane ragazza, Anna, con la quale condivide la sua visione della vita anti-sistema e di cui si innamora subito, stringendo un rapporto di convivenza.

Nel mezzo delle sue disavventure, Bianciardi descrive tutte le sfaccettature della città, dalla nebbia ("fumigazione rabbiosa" di negatività cittadina), alle strade, al traffico, fino alle varie categorie di persone con i propri usi e costumi, tutti sintomi di una malattia che infetta il sistema globale dell'uomo. Parla della città come non-città, una città fantasma che appiattisce e annulla le persone, incluso il narratore stesso, poiché è avvolto da meccanismi che voleva scardinare. Sempre meno composta da uomini ma da loro immagini deformate, la città trasforma le persone in robot che vivono ormai meccanicamente una vita senza senso, giustificata solo da qualcosa di estraneo.

Vi è un clima di incomunicabilità tra le persone, come dimostrato dall'esempio del barbone soccorso dal narratore e ignorato dai giocatori di carte, e dal tram dove non si riconosce più un volto noto o si instaura un dialogo. Bianciardi ironizza sulla sua figura di traduttore, un lavoratore precario, sottopagato e infelice. Ha un rapporto di amore e odio con la sua attività di traduzione: da un lato vi si dedica con grande piacere, dedizione e umiltà, dall'altro essa aumenta il processo di chiusura in se stesso. Infatti, dopo il licenziamento (che inizialmente gli sembrava positivo perché poteva continuare a fare il suo lavoro senza dover sottostare più ad orari e costrizioni), si chiude sempre di più a lavorare nelle sue quattro mura, creando una sorta di catena di montaggio meccanica di una fabbrica di cui diventa schiavo.

Probabilmente influenzato dalla letteratura di Miller, Beat e Keaton, che inneggiava alla vita rurale e alla liberazione sessuale, Bianciardi descrive il tentativo di vivere una vita semplice con Anna, contro un mondo che rifiutano. Parla dei piaceri della vita, dell'entusiasmo di vivere con una donna, e del piacere del sesso che sono stati rimpiazzati da un rinchiudersi in se stessi.

Bianciardi parla di un'economia non più basata sulle attività primarie e secondarie, dove il valore delle persone era misurato in base all'antica logica della quantità, dei rapporti interpersonali, della presenza sul campo. Le nuove attività, come quella di un pubblicitario oppure del prete e del medico di fabbrica, la cui importanza non era più nell'effettivo lavoro, ma nella posizione sociale, nel posto di lavoro, assegnato o sottratto a un concorrente.

L'insensata frenesia entra nella casa e nel rapporto personale che c'era un tempo con i negozianti, ora sostituito dalle anonime cassiere e dalle lunghe scaffalature dei negozi. Condanna la piccola borghesia, contrapposta all'operaio creativo e valoroso, asservita al potere e al mito del consumismo, efficiente nel lavoro ma vuota e parassita della produzione. La segretaria è considerata massima rappresentante di questa categoria: senza bellezza e sessualità, arrivista e maligna, riesce a far diventare importante persino il lavoro più insulso del mondo.

L'unico momento di serenità del narratore diventa l'autonegazione di se stesso, il momento di andare a dormire, dove con amara gioia afferma "non ci sono più per 6 ore", e la visione sarcastica della morte e della "defecatio post mortem" contro tutte le regole e costrizioni subite in vita. Bianciardi suggerisce una soluzione radicale: non dobbiamo partire dalla classe politica-dirigente (il Torracchione) ma dalla coscienza dell'uomo, che deve abolire i suoi crescenti bisogni superficiali e insensati, e ritornare a uno stile di vita semplice e rurale.

Il linguaggio è molto inventivo, ma allo stesso tempo concreto. Bianciardi riesce a trasmettere le sue idee e critiche con un tono ironico e pungente, invitando il lettore a riflettere sulle contraddizioni della società contemporanea.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anielloferrone@gmail.com di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Lorenzini Niva.
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