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Impegno di Luciano Bianciardi

L’impegno di Luciano Bianciardi: la sua vicenda di intellettuale che abbandona la provincia verso la grande città rappresenta un caso paradigmatico; vi si ritrovano l’istanza laica e antifascista, la lettura di Gramsci, il Partito d’Azione e il movimento di unità popolare, l’insegnamento nelle scuole medie, i rapporti con il PCI e il mondo operaio, i conflitti con i benpensanti borghesi, il pionierismo intellettuale (cineclub e altre iniziative).

Il suo caso è paradigmatico perché attraverso certe esperienze, il suo essere intellettuale si alimenta di istanze sociali: da qui il suo lavoro di diffusione della cultura e di formazione civile. È un intellettuale impegnato. È una figura irregolare, irriverente, anticonformista. La madre severa che esige eccellenza nei risultati scolastici; nel 1943 l’avvio alla vita militare; poi l’opera concreta, non astratta, di diffusione della cultura negli strati sociali più umili della sua terra.

In questa irregolarità intellettuale si colloca anche l’inglese studiato a scuola e perfezionato come interprete di una compagnia militare alleata durante la guerra.

Tragedia di Ribolla

La tragedia di Ribolla è centrale nell’esperienza di Bianciardi, è il problema della miniera e dei minatori, come portatori di una modernità anticapitalistica. A testimonianza, il libro di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola nel 1956, Minatori della Maremma, nato da un’amicizia e una collaborazione e un processo in cui si alternano riflessioni sulla storia e sulla vita politica, economica e culturale a Grosseto e in Maremma, e ovviamente sui problemi delle miniere e dei minatori, fino alla tragedia di Ribolla.

Per Bianciardi la miniera, la Montecatini, è una presenza estranea alla realtà e alla cultura regionale, ma al contempo i minatori e le loro organizzazioni sindacali e politiche sono portatori di un progetto di trasformazione moderna della società, perché sono combattivi e devoluti, hanno ormai abbandonato la tipica mentalità del contadino toscano, combattono la battaglia antimonopolistica del Partito Comunista. È un mito che si sviluppa nell’intellettuale, destinato però ad entrare in crisi con le prime sconfitte subite dalla lotta dei minatori e successivamente con la tragedia di Ribolla.

4 maggio 1954: Tragedia di Ribolla

Questo avvenimento apre in Bianciardi una crisi irreversibile, è vissuto come una tragedia personale, è la fine di una fase della vita di Bianciardi: la sostanziale assoluzione della Montecatini al processo sulle responsabilità dello scoppio e la chiusura della miniera significano per Bianciardi la fine del suo mito, l’arresto di ogni possibilità di modernizzazione per Grosseto e il suo territorio.

Il mito agonistico

Appare fondata dunque la convinzione secondo cui la tragedia di Ribolla sarebbe all’origine della partenza di Bianciardi per Milano nel 1954. In un primo momento la ragione principale sembra essere “agonistica”, ossia lo spostamento sembra aver luogo perché Bianciardi vuole portare la sua battaglia intellettuale e politica ad un livello più alto: come lui stesso scrive in una lettera all’amico Lenzi, nel 1954, pensò che “la lotta, quassù, si poteva condurre con mezzi migliori, e a contatto diretto con il nemico. A Milano la Montecatini ha il cervello…”

Dalle dichiarazioni di Bianciardi dunque si troverebbero tutte le premesse per una lettura della Vita Agra come versione romanzata di un progetto autobiografico dell’autore. Nasce così il mito dell’intellettuale anarchico a Milano, alimentato dal rapporto tra biografia e romanzo; il mito di Luciano Bianciardi come figura dell’intellettuale di provincia che, di fronte alla catastrofe della miniera e alla sconfitta del movimento letterario comunista, riscopre la sua istanza anarchica di fondo e porta la sua sfida e vendetta individuale nel cuore del capitalismo.

Alla fortuna di queste interpretazioni concorrono indubbie analogie tra il personaggio del romanzo e l’intellettuale Bianciardi.

Interpretazioni diverse

Esistono poi voci dissonanti, come quella di Luigi Baldacci, che evidenzia nella Vita Agra un romanzo privo di uno stile istituzionale che lo esprima, ma piuttosto caratterizzato da una mescolanza di tutti gli stili attraverso la quale si cerca di riprodurre il senso di disagio di una società, di una vita senza qualità e senza centro. Un’analisi più attenta sembra invece dimostrare che la partenza di Bianciardi è una fuga senza veri propositi combattivi, e che l’esperienza a Milano è la conferma di una sconfitta, la conferma di Ribolla.

In termini strettamente biografici, l’andata a Milano si colloca tra la spinta decisiva di Ribolla, e un’occasione di lavoro offertagli dai compagni del “Contemporaneo” per l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Dunque sin dall’inizio il trasferimento a Milano non è frutto di una precisa scelta, di una vocazione anarchica e combattiva. Come ricorda lui stesso, “piuttosto sventatamente partii per Milano”.

Questa verifica delle presunte implicazioni agonistiche di quella partenza da Grosseto, porta ad una valutazione più generale che troverà via via nuove conferme: una fragilità e una vulnerabilità etico-politica di fondo sottende l’intera vicenda di Bianciardi.

Interpretazione della Vita Agra

A questo punto la Vita Agra può essere interpretata così: Ribolla come sconfitta totale, primi velleitari o pretestuosi propositi agonistici a Milano, per poi risolversi in amara ironizzazione di quei propositi e sarcastica e disperata rappresentazione di una sconfitta che va da Ribolla a Milano senza soluzioni di continuità. L’intellettuale sradicato e disorientato in una metropoli estranea e ostile, si specchia nell’intellettuale che riceve la sconfitta e assiste alla fine di tutto dopo aver lavorato attivamente dentro la sua provincia, accanto ad un movimento politico organizzato.

Grosseto e Milano

  • A Grosseto è sufficiente un impegno intellettuale per trovare un rapporto con il mondo popolare e operaio; c’è una qualità di rapporti umani che lo permette, forse anche grazie all’appartenenza di Bianciardi a quella realtà e tradizione di provincia.
  • A Milano Bianciardi è un estraneo: il contesto sociale è molto più complesso e l’intensità dei rapporti umani è scaduta, è un ambiente alienante, disumano; non basta perciò un impegno intellettuale ma è necessario anche un impegno politico (che Bianciardi non vuole o non può dare, forse per quella sua natura antisistematica e anti-istituzionale) nelle organizzazioni di sinistra, per stabilire un rapporto con il mondo operaio. La vita sociale e produttiva qui appare dominata da vacua frenesia.

Nel passaggio da Grosseto a Milano, passa da una condizione di intellettuale ad un’altra: da occupazioni socializzanti come la scuola, il cineclub e le altre iniziative culturali, occupazioni dunque con forti motivazioni ideali e margini di autonomia, a due professioni completamente diverse: prima il lavoro alla Feltrinelli (con orari aziendali, scadenze, regole), poi il lavoro di traduttore (chiuso in casa, senza più relazioni sociali).

Anche nei suoi scritti si registra un sensibile cambiamento: da una produzione giornalistica e saggistica severa, attenta, approfondita e partecipata, abbiamo una produzione saggistico-narrativa e romanzesca tendenzialmente ironica, paradossale, sarcastica, tra divertimento e disperazione. All’origine di tale cambiamento, l’impatto traumatico con la nuova realtà.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/14 Critica letteraria e letterature comparate

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher camilla.marazzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Lorenzini Niva.
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