Stalin e il patriarca
Introduzione
Lo zar e il patriarca
L’incontro nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1943 tra Stalin e i tre metropoliti (che assicurano il governo della Chiesa ortodossa russa) al Cremlino è sorprendente. Stalin, infatti, ha scatenato nei decenni precedenti una persecuzione implacabile nei confronti degli ecclesiastici e dei fedeli ortodossi. I tre vescovi sono sopravvissuti all’offensiva antireligiosa consumata nei 25 anni che precedono quel colloquio. Nel corso di una lunga e cordiale conversazione, Stalin esprime il suo consenso all’elezione di un patriarca a capo della Chiesa russa. Dal 1925, infatti, la sede patriarcale era vacante, per il rifiuto del potere sovietico di autorizzare la Chiesa a eleggere un suo nuovo capo. L’8 settembre 1943 il metropolita Sergij viene eletto patriarca di Mosca e di tutte le Russie.
Al Cremlino nel 1589 viene intronizzato il primo patriarca di Mosca, Iov. Mosca, dopo la caduta di Costantinopoli comincia a pensarsi come Nuova Costantinopoli e quindi come Terza Roma. Nella capitale del nuovo e unico impero ortodosso compare prima uno zar (il monarca) e solo dopo un patriarca, esattamente come a Bisanzio (dopo Costantinopoli e dopo Istanbul). Zar e patriarca hanno avuto sempre contrasti e riavvicinamenti nel corso della storia.
Uspenskij scrive Lo zar e il patriarca indagando questa relazione così significativa per la vicenda russa. A Mosca è la presenza dello zar a rendere possibile e necessaria la presenza del patriarca. Infatti, mentre la cerimonia di incoronazione dello zar non richiede la presenza del patriarca, al contrario l’intronizzazione del patriarca deve avvenire necessariamente alla presenza dello zar. Le cerimonie di intronizzazione di zar e patriarca hanno un elemento di diversità rispetto alle cerimonie bizantine: l’unzione viene a identificarsi con il crisma e si ripetono gesti e formule del rito della cresima, nonostante il divieto canonico di ripetere i sacramenti (eccetto comunione e confessione). Il sovrano riceve come un “supplemento” di sacramento, quindi lo zar dopo l’incoronazione acquisisce un nuovo status (anche liturgico, in quanto paragonato al Cristo), diverso da quello di tutti gli altri uomini; anche la modalità di comunicare degli zar si avvicina alle modalità proprie dei sacerdoti, soprattutto dal Seicento.
Le cerimonie di intronizzazione del patriarca, invece, permettono un secondo battesimo (imposizione delle mani), e allo stesso modo si dà al patriarca una sacralità particolare, che lo distingue da tutti gli altri vescovi della Chiesa russa. Grazie a Pietro il Grande, il patriarcato decade nel 1721 e fino al 1917 non vi è stato un patriarca nella Chiesa russa. Uspenskij osserva come la soppressione dell’istituzione patriarcale è accompagnata dal cambiamento di denominazione ufficiale del sovrano, che da zar diventa imperatore. Uspenskij nota che il patriarcato viene istituito dallo zar, mentre l’imperatore lo abolisce. In questo senso il rapporto logico è mantenuto, mentre viene contraddetto con il ristabilimento del patriarcato nel 1917, senza il ristabilimento dello zar. L’assenza di un sovrano nell’ottobre 1917 quando viene eletto patriarca Tichon rompe lo schema tradizionale per la storia russa del reciproco legame tra zar e patriarca. Non viene meno però l’eredità di una relazione particolare tra il potere temporale (soviet) e il potere spirituale (patriarca). La frattura provocata dalla fine dello zarismo e dall’avvento del regime bolscevico modifica radicalmente la situazione politica, ideologica e religiosa. Comunque, la Russia continua a essere un impero. Infatti, i leader bolscevichi riportano il potere al Cremlino, come sotto l’impero. In realtà, Stalin prende le sembianze di uno zar. Stalin considera se stesso come il fondatore del nuovo impero sovietico come pure l’erede del tradizionale impero russo. Stalin vuole eguagliare il potere e lo splendore degli zar, sorpassandoli. Stalin crede che “il popolo ha bisogno di uno zar, cioè di un uomo a cui possa inchinarsi e nel cui nome vivere e lavorare”.
Secondo Graziosi il sistema sovietico però non è riuscito a legittimare la sua autorità, che resta in larga parte fondata su un mito carismatico, quello del 1917, del PCUS, di Lenin e poi di Stalin. Anche la Chiesa ortodossa russa nel Novecento riscopre il carisma della figura patriarcale. Il patriarcato torna a essere un protagonista della storia dell’ortodossia russa. Durante l’esperienza sovietica, infatti, il patriarcato deve legittimarsi e mantenere l’unità della Chiesa. Dopo la morte del patriarca Tichon nel 1925, il governo sovietico non permette alla Chiesa l’elezione di un successore. Nel settembre 1943 Stalin convoca al Cremlino i tre principali metropoliti della Chiesa russa portando all’elezione di un nuovo patriarca. Si assiste al ripristino del paradigma tradizionale della storia russa. Ciò è strano all’interno di un regime fondato su una ideologia che crede alla scomparsa della religione nella società comunista. L’elezione al patriarcato del metropolita Sergij e la nuova politica religiosa staliniana ribaltano l’impostazione fino ad allora seguita dal potere bolscevico nei confronti della Chiesa ortodossa. Infatti, al potere sovietico è utile una struttura unitaria di governo ecclesiastico, più facile da controllare e da manipolare. La Chiesa, soprattutto con il patriarca Aleksij I, punta al ri-compattamento del corpo ecclesiale intorno alla figura del patriarca (il carisma del patriarca è al centro della vita ecclesiale), dopo le laceranti divisioni degli anni Venti. La coscienza istituzionale della Chiesa si è incentrata sulla figura e sull’autorità del patriarca.
Il paradigma imperiale
Sono le aspettative di proiezione internazionale e di espansione imperiale della Mosca sovietica durante la Seconda guerra mondiale a sollevare esigenze che hanno bisogno del sostegno della Chiesa ortodossa. Siccome Stalin vuole formare un “impero”, allora ritiene opportuno favorire una rinascita della Chiesa russa, anche se limitata e controllata in un quadro di sottomissione allo Stato. L’impero è la storia stessa della Russia. In un certo senso, al patriarca sono state attribuite alcune prerogative (più morali che giuridiche) che erano state in passato degli zar. La Chiesa ortodossa russa si qualifica come una Chiesa imperiale. Come convivere con un potere persecutore? Quali le strategie di resistenza e di sopravvivenza? Come spiegare la svolta nella politica di Stalin? Quale il ruolo della religione nell’esperimento bolscevico? L’uscita di scena di Stalin destabilizza il sistema di relazioni tra Stato sovietico e Chiesa ortodossa.
Tra ideologia e storia
Il regime sovietico, ispirandosi al marxismo, contempla l’eliminazione del fattore religioso dalla società che intende costruire. Le diverse forme che assume la politica religiosa sovietica possono essere quindi considerate come accorgimenti tattici sullo sfondo di una strategia immutata, ovvero “lo sradicamento della religione con tutti i mezzi possibili”. La vicenda sovietica è un intreccio di ideologia, vissuto storico, eredità del passato, scelte politiche, il tutto secondo una trama non sempre coerente, disegnata più dall’imprevedibilità della storia che dalla programmazione dell’ideologia. Dai postulati ideologici deriva una ostilità irriducibile verso la religione, che motiva e provoca diverse ondate persecutorie nei confronti dei credenti. Si sviluppano forme di vita religiosa clandestina, meno controllabili e più pericolose per lo Stato.
Il travaglio della Chiesa russa
Le repressioni hanno provocato tra gli ortodossi russi almeno un milione di vittime solo per motivi religiosi. Le persecuzioni si verificano soprattutto negli anni Venti e Trenta. Negli stessi anni l’ortodossia russa è stata anche lacerata da divisioni interne. La storia della Chiesa russa nel periodo sovietico è fatta di persecuzione e martirio, di repressione e resistenza, di oppressione e tecniche di sopravvivenza. L’unità della Chiesa intorno a una direzione ecclesiastica legittima è stata una finalità costante nell’azione dei vertici ecclesiastici durante tutto il periodo sovietico. La svolta del settembre 1943 è stata una concessione inaspettata di Stalin, ma rappresenta anche il compimento di una strategia di sopravvivenza e di resistenza che i vertici della Chiesa russa hanno adottato dagli anni Venti con il patriarca Tichon. Si elegge il patriarca Aleksis e intorno a questo si ristabilisce l’unità ecclesiale sul territorio sovietico. Comunque, la Chiesa deve fare i conti con il regime sovietico.
La lotta antireligiosa
L’obiettivo del regime sovietico è il completo sradicamento delle religioni dalla società. Il fine del marxismo-leninismo è la costruzione della società comunista fondata su una nuova umanità, nella cui antropologia non avrebbe potuto esserci più spazio per l’alienazione religiosa. Il metropolita Sergij scrive: “di fatto da noi la religione ufficiale è l’ateismo; ogni altra religione sarà per il potere un concorrente, tanto più indesiderato quanto più larga e profonda è l’influenza di questa religione sulle masse popolari”.
Hobsbawm, nella sua interpretazione del Novecento come “secolo breve” definisce il regime stalinista come una “specie di versione secolarizzata di una religione universale e coercitiva”, cioè una “religione statalista”. Il marxismo ha chiaramente una tensione escatologica (ovvero: ha un fine), e questo lo porta più a essere una “fede” politica. Secondo Berdjaev “il popolo russo è religioso per natura, e l’inquietudine religiosa investe anche i non credenti; i russi sono credenti anche quando predicano un comunismo materialistico. L’idea russa è escatologica, rivolta al fine ultimo. Di qui il massimalismo russo”. Toynbee scrive “Sotto la falce e il martello, come sotto la croce, la Russia è sempre la “Santa Russia” e Mosca rimane “La terza Roma”.
Religione, ortodossia e storia sovietica
In un certo senso, la vita religiosa ha continuato anche dopo la fine dell’URSS a restare ai margini della riflessione storiografica sulla Russia del Novecento. L’attesa febbrile di una rivoluzione mostrava con evidenza connotati di natura religiosa. L’universo rurale delle campagne era segnato da una visione del mondo di carattere religioso e da un attaccamento tenace alle pratiche tradizionali della pietà popolare. Per quanto radicali fossero i cambiamenti introdotti dall’ottobre 1917, una impronta così marcata non poteva essere cancellata troppo rapidamente. Dal censimento del 1937, emerge che più della metà della popolazione sovietica si dichiara credente, mostrando in modo lampante come la fede religiosa non sia stata estirpata dalla società sovietica. Secondo Miner il Cremlino era ben consapevole del fatto di non essere riuscito a sradicare la fede religiosa. Šmeman scrive: “Come l’ortodossia è uno dei fattori più importanti della Russia, così anche i destini della Russia determinano il destino dell’ortodossia russa”.
Il patriarcato e la rivoluzione
1917: scompare lo zar, ritorna il patriarca
Fino al 1917 la Chiesa russa vive nella cornice di uno Stato confessionale ortodosso che, a partire dal 1453, con la caduta dell’Impero bizantino per via della conquista dei turchi, si è pensato come erede dell’Impero bizantino e della sua tradizione teocratica. Con la scomparsa della Russia zarista termina il modello di Stato ortodosso di eredità costantiniana. Dopo la riforma di Pietro I, il governo della Chiesa viene affidato a un sinodo di vescovi presieduto da un alto funzionario di Stato di nomina imperiale. La Chiesa, quindi, era equiparata a un ministero e l’imperatore ne era il capo. Comunque, è riduttivo considerare la Chiesa una struttura della burocrazia statale tout court, perché nonostante la sottomissione al potere imperiale continua a essere una realtà complessa e articolata, mantenendo un proprio profilo autonomo da quello dello Stato. Quando l’imperatore abdica, la Chiesa resta priva del suo capo.
Il metropolita Evlogij testimonia lo smarrimento e la tristezza all’interno degli ambienti ecclesiastici. La radicale trasformazione delle strutture statali e della società, provocata dagli eventi rivoluzionari, non avrebbe potuto non influire anche sulla Chiesa. Nel febbraio 1917 comincia una nuova epoca per la Chiesa, che ha l’opportunità di liberarsi dalla sottomissione allo Stato (dopo che Pietro I aveva abolito il patriarcato nel 1721, sostituendolo con un sistema sinodale, fondato sulla sottomissione della Chiesa allo Stato) e di impegnarsi in un lavoro di riforma. Nell’agosto 1917, la Chiesa convoca un concilio, concesso dal governo provvisorio, in cui si raccolgono i frutti dei fermenti della vita ecclesiale degli ultimi venti anni; infatti, nel 1905, sull’onda delle rivolte politiche che scuotono gli equilibri dell’impero russo, anche gli ambienti ortodossi vengono attraversati da impulsi riformatori. Il dibattito manifesta con chiarezza l’esistenza all’interno della Chiesa russa di correnti diverse, soprattutto come dovesse essere la composizione dell’assemblea conciliare. In alcuni ambienti dell’ortodossia russa si è favorevoli alla piena partecipazione al concilio anche dei preti sposati e dei laici. Nel mondo monastico invece prevalgono le ragioni a favore di un profilo esclusivamente episcopale dell’assemblea conciliare, con al massimo la concessione di un diritto di voto consultivo a preti sposati e laici. La partecipazione di preti e vescovi alla vita politica del paese, eletti alla Duma nelle file di forze politiche di diverso orientamento costituisce un ulteriore indizio di un intervento del mondo ortodosso nelle dinamiche culturali, sociali e politiche che attraversano in quegli anni l’impero russo. Dopo il febbraio 1917, lo spirito rivoluzionario si fa sentire anche all’interno della Chiesa. A Mosca viene designato come metropolita il futuro patriarca Tichon, a Pietrogrado Veniamin (poi fucilato dai sovietici nel 1922) e a Tobol’sk il vescovo Germogen (annegato dai bolscevichi nel 1918).
Il concilio, che si riunisce a Mosca il 15 (28 con calendario gregoriano, 13 giorni avanti di quello giuliano, sostituito dai bolscevichi nel 14 febbraio 1918) agosto 1917, è composto da un’articolazione interna di 3 gruppi: maggioritario (sostiene le posizioni conservatrici dell’episcopato; vescovi ordinari e altri dignitari ecclesiastici); minoranza (favorevole a un orientamento innovatore e a un processo di democratizzazione; rappresentanti del clero e dei laici eletti dalle assemblee eparchiali); centrista: sostenitrice del principio della sobornost’ (ovvero cooperazione e unità).
All’interno del concilio viene sollevata la questione del ristabilimento del patriarcato, ma gli esponenti dei circoli innovatori si oppongono, poiché contrari alla gerarchia episcopale. In più, l’idea del patriarcato appare troppo simile a quella del potere monarchico, diventando quasi un simbolo della reazione, contrario ai principi della sobornost’. La rivoluzione del febbraio 1917 rafforza le tendenze democratiche all’interno della Chiesa, con la conseguenza di indebolire la causa del ristabilimento del patriarcato (vista anche socialmente come una nuova schiavitù), ma l’accorta conduzione del concilio da parte del presidente della commissione conciliare, l’arcivescovo Astrochan, sostenitore del patriarcato, è determinante a orientare i membri verso la reintroduzione del patriarcato. Secondo Tichon, futuro patriarca dell’ortodossia russa, l’istituzione patriarcale è necessaria in quanto garantisce una maggiore aderenza a quanto richiesto dalle norme canoniche.
Dunque, per via degli effetti destabilizzanti della rivoluzione d’ottobre, il 28 ottobre (10 novembre con nuovo calendario) 1917 il Concilio approva il ristabilimento del patriarcato dopo più di due secoli, l’unica istituzione in grado di esprimere l’unità del popolo russo. Il patriarca deve essere sia la guida della Chiesa in tempi di crisi, sia il custode dell’identità russa. Il patriarca non gode solo di autorità liturgica, ma anche morale e di un potere di iniziativa sugli organi centrali della Chiesa. Il 5 (18) novembre 1917 venne eletto patriarca di Mosca e di tutta la Russia il metropolita Tichon: più che ripristinato, il patriarcato viene quindi creato ex novo. Il patriarcato rappresenta adesso la raffigurazione visibile della legittimità canonica e dell’unità della Chiesa, in grado di rispondere alle sfide e alle questioni del Novecento sovietico.
Offensiva bolscevica
Una grande Chiesa, dalla struttura complessa, ricca di fermenti culturali, impegnata con il concilio in un’opera di profondo rinnovamento, dall’ottobre 1917 si trova ad affrontare gli anni della guerra civile e della violenta politica antireligiosa del regime bolscevico. Il compito del nuovo patriarca è quello di guidare la Chiesa in questa epoca tormentosa. Il 2 (15) dicembre 1917 il concilio approva un documento nel quale si dichiara che la Chiesa in Russia debba essere in unione con lo Stato, ma a condizione della sua autodeterminazione interna. Il documento rivendica alla Chiesa ortodossa la condizione di primus inter pares tra le confessioni religiose dello stato russo e in più prescrive che il capo dello Stato, il ministro delle confessioni religiose e quello delle istruzioni debbano essere ortodossi; si stabilisce anche che le scuole gestite dalla Chiesa debbano essere riconosciute dallo Stato e che l’insegnamento della religione debba essere impartito ai giovani.
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