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dei rinnovatori alla Chiesa patriarcale sergiana. Con la morte di Vvedenskij (“leader” dei rinnovatori) il 26

luglio 1946 la vicenda del rinnovamento si conclude. Sempre in questi anni termina la sua esistenza anche

lo scisma dei gregoriani. I cambiamenti nella linea politica ecclesiastica del governo sovietico e la nuova

condizione della Chiesa segnano una svolta anche per la Chiesa clandestina (portando a un aumento della

legalità per la Chiesa; da questo momento, la vita clandestina viene perseguita con più vigore dal governo

sovietico perché ritenuta troppo pericolosa; anzi: è proprio la presenza di vita clandestina a far sentire

l’esigenza da parte dello Stato di un sostegno piu forte all’attività della Chiesa patriarcale). L’obiettivo è

infatti la riduzione della presenza di comunità clandestine, e il loro inserimento negli spazi di attività

religiosa concessi alla Chiesa patriarcale sembra essere uno strumento più efficace della repressione.

Dove ci sono poche chiese, si tende a una maggiore clandestinità. Il processo di riunificazione intorno al

patriarcato (anche dei “non commemoranti”, ovvero di quelli che non riconoscevano Sergij) si conclude nel

1944, con la morte del patriarca Sergij e con l’intronizazzione di Aleksij come nuovo patriarca nel febbraio

1945. Il risveglio religioso rende necessaria la formazione di nuovi preti per colmare i vuoti lasciati da quelli

decimati. A tal proposito, Sergij si era preoccupato nel 1943 di organizzare un sistema di formazione

teologica cui Stalin aveva acconsentito. Si ricostituisce così una rete di istituti di formazione teologica che

permette alla Chiesa di avere un ricambio generazionale del clero. Comunque, il regime sovietico fa dei

controlli accurati sulle domande presentate da aspiranti professori degli istituti teologici, e non raramente

queste vengono respinte per “motivi politici”. Karpov (che si occupa di esaminare le questioni religiose e di

fare da tramite tra il patriarcato e Stalin, presidente del Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa)

nota che la preparazione di nuovi e giovani sacerdoti, che sono nati e cresciuti nella situazione sovietica,

porterà un po’ di aria fresca all’interno della Chiesa.

4.3 - L’uomo sovietico ha bisogno delle chiese?

•• Con la legalizzazione della Chiesa aumenta sempre più il numero di richieste per l’apertura di chiese.

Comunque i dirigenti sovietici non sono disposti a consentire alla Chiesa di rioccupare massicciamente il

territorio. Le fondamenta ideologiche del partito restano infatti sempre le stesse. L’apertura delle chiese

avviene quindi entro limiti modesti, e comunque sempre previa approvazione del Consiglio dei commissari

del popolo. Non è facile per i dirigenti concedere troppo spazio a quello che era stato uno dei principali

nemici del comunismo. Si riaprono in genere chiese in luoghi in cui ce ne erano poche (o nessuna, come in

Mordovia), così da limitare in qualche modo la clandestinità della vita ortodossa. Quindi si riaprono il minor

numero possibile di chiese. Al primo agosto 1944 le chiese aperte in totale in tutta l’Urss sono 8809

(soprattutto nei territori liberati dall’occupazione nazifascista; Odessa, per esempio, ha 500 chiese aperte).

Karpov sa che “l’oltraggio ai sentimenti religiosi dei credenti non solo non indebolisce la religione, ma al

contrario la rafforza”. Il contenimento della quantità di chiese riaperte è comunque assicurato dalla lentezza

con cui vengono esaminate le (numerosissime) richieste e dall’alto numero di petizioni rigettate.

Comunque, Karpov chiede che si aprano almeno 2-3 chiese per distretto, anche in quelle città dove c’erano

numerosissime chiese aperte, ma con distretti scoperti. Mentre si dice categoricamente contrario alla

costruzione di nuove chiese. In ogni caso, “Gli uomini sovietici non hanno bisogno della chiesa”.

4.4 - L’apparato disorientato

•• Il disorientamento generale causato dal cambiamento della politica religiosa è diffuso, in particolare tra i

propagandisti di partito. Le richieste di chiarimento riguardano i motivi della svolta nella politica religiosa, le

prospettive future di questo nuovo corso, e se sia necessario continuare o no con questa politica.

Due funzionari del Comitato centrale si chiedono: “Ci sarà ancora il potere sovietico dopo la fine della

guerra, o avremo una sorta di Usa o Inghilterra anche qui?”. Le indicazioni su come comportarsi con la

Chiesa risultano contraddittorie e questo va rintracciato nell’incompatibilità tra religione e marxismo.

Comunque, il Comitato centrale ribadisce l’immutabilità della visione ideologica marxista e interpreta la

nuova politica verso la Chiesa come concessione necessaria per via delle esigenze di guerra. infatti, i

militanti comunisti devono continuare a convincere i credenti ad abbandonare oscurantismo, superstizione

e pregiudizi religiosi, anche se questi sono chiaramente tenuti ad astenersi dall’uso della violenza contro la

religione. Stalin in alcuni documenti nomina la necessità di istruire contro “pregiudizi e superstizioni”, senza

far riferimento però ad attività anti-ortodosse. “In accordo alla Costituzione da noi c’è il riconoscimento della

Chiesa. Non c’è da noi guerra con essa”. Prevale allora l’impostazione giuridico-burocratica su quella

ideologica. Alla fine del periodo del terrore il potere è ancora più concentrato nelle mani di Stalin (e di

conseguenza del Consiglio dei commissari del popolo), mentre gli organi del partito perdono importanza.

Quando Stalin ritiene necessario riformulare i termini del rapporto con la Chiesa, non coinvolge gli organi

del partito; è il Pcus stesso a perdere di valore decisionale. Il pendolo della bilancia del potere si sposta

verso altre istituzioni: esercito e Comitato statale della difesa.

4.5 - Karpov il čekista

•• Karpov diventa membro del Pcus nel 1920, mentre nel 1922 comincia a lavorare nella GPU. Nel luglio

1937 viene nominato responsabile del Quarto dipartimento segreto-politico di Leningrado nelle cui

competenze rientra anche il controllo degli ecclesiastici e delle associazioni religiose. È responsabile del

Nkvd a Leningrado nei mesi del terrore. Appartiene anche al servizio di sicurezza e viene etichettato come

“uomo nuovo”, una novità per via della sua posizione di presidente nel Consiglio per gli affari della Chiesa

ortodossa russa (infatti, Jaroslavskij, Krasikov e Tučkov vengono discreditati per la loro politica religiosa

degli anni Venti e Trenta). Diventa responsabile dei rapporti con la Chiesa dopo l’inizio della guerra, nella

fase di moderazione della politica religiosa. Nel 1956, sull’onda delle denunce dei crimini di Stalin, il

comitato di controllo del partito investiga sull’attività di Karpov; le indagini concludono che questo aveva

compiuto arresti di massa, usato metodi perversi di inchiesta e falsificato verbali di interrogatori.

L’espulsione dal partito gli viene risparmiata per via dei meriti acquisiti come presidente del Consiglio per gli

affari della Chiesa ortodossa russa.

4.6 - Centralizzazione delle strutture ecclesiastiche

•• Karpov ha quindi un doppio incarico sia nel NKGP sia nel Consiglio e questo fa ritenere che ci sia un

coordinamento tra l’attività dei due enti affinché sia attuata un’unica linea di politica religiosa. I servizi di

sicurezza non hanno autonomia e devono rispondere esclusivamente alle linee decide dai vertici dell’Urss.

La differenza tra NKGP e i Consigli (il Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa e il Consiglio per

gli affari dei culti religiosi) è che il primo deve limitare i contatti con gli esponenti delle confessioni religiose

esclusivamente ai fini del lavoro di spionaggio e controspionaggio, mentre i Consigli devono fare da tramite

tra Stato e i vari culti religiosi. I compiti del Consiglio per gli affari della Chiesa riflettono le indicazioni date

da Stalin a Karpov, sempre nell’accortezza di non compromettere il rapporto tra Consiglio e autorità

ecclesiastiche, e quindi senza interferire mai nella vita amministrativa e dogmatica della Chiesa. Mentre

negli anni Venti e Trenta si dava più importanza alle singole parrocchie per favorire la disgregazione della

Chiesa, adesso non solo si riconosce il patriarca, ma questo è l’interlocutore privilegiato di Karpov e quindi

del Consiglio e dello Stato sovietico. Si pensa adesso che sarebbe più facile controllare la Chiesa se

questa sia unita. Con il nuovo concilio (del 1945), vengono approvate le “Norme sul governo della Chiesa

ortodossa russa”, con cui la Chiesa decide di riprendere anche il controllo delle parrocchie, attraverso il

parroco (nominato dal vescovo) a capo della comunità parrocchiale. Questo però è in contraddizione con

l’ordinanza statale sulle associazioni religiose del 1929 secondo la quale il prete è soltanto uno stipendiato

assunto dalla comunità. Karpov esprime comunque parere favorevole al cambiamento proposto dal

patriarcato, ma la legislazione non viene modificata, lasciando al governo la possibilità di usare questa

discrepanza per costringere la Chiesa a modificare le sue disposizioni (cosa che accade nel 1961).

Comunque, con le “Norme” si ristabilisce una rigida organizzazione verticale del governo della Chiesa, e

questo rende felice sia la Chiesa sia il potere sovietico.

4.7 - Un episcopio corteggiato e controllato

•• L’episcopato è l’oggetto principale delle attenzioni di Karpov e dei suoi uomini. Attraverso il rapporto con i

vescovi si esercita il controllo del Consiglio sulla vita della Chiesa. L’obiettivo delle relazioni con i vescovi è

garantire collaborazione con i vertici ecclesiastici. Una rozza sottomissione degli ecclesiastici ai voleri dei

funzionari non è il modo migliore per realizzare gli obiettivi della politica di Stalin. Karpov ne è consapevole

e interviene in favore dei vescovi, quando vengono violate le regole di delicatezza che ritiene necessarie

allo svolgimento del lavoro del Consiglio. Insomma, i delegati devono intrattenere con i vescovi rapporti

interpersonali comunque formali, ma civili, in cui gli stessi delegati si mettono nella condizione di ascoltare

e di aiutare i vescovi. L’attenzione del Consiglio verso i rapporti con l’episcopato ha lo scopo di controllare

in maniera più efficace la vita della Chiesa e di orientarla in un senso che risponda agli interessi dello Stato.

Il rapporto tra episcopato e Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa non è fondato su una parità di

diritti, ma è chiaramente sbilanciato a favore dell’ultimo. La Chiesa è considerata come interlocutrice,

sebbene sottomessa, e ha a disposizione un canale istituzionale con cui essere ascoltata, anche se nei

confronti del governo, da parte di questa, rimane una certa diffidenza. Comunque, siccome Sergij prima e

Aleksij dopo sono consapevoli che l’unica alternativa sia il ritorno alla persecuzione, richiamano i vescovi e

gli ecclesiastici più intransigenti alla moderazione e alla prudenza nell’esercizio del loro ministero. Karpov

dimostra un impegno notevole negli incontri con i vescovi e con il patriarca, con il quale ha molti colloqui,

nei quali chiede attenzione nel nominare i vescovi (per nominare Ioann come vescovo di Kiev tutte le più

alte cariche dello stato e della Chiesa si interrogano sul candidato più adatto; vengono preferiti aspiranti

vescovi che non hanno conosciuto la prigionia per attività antisovietica; al contrario da parte del patriarca

Aleksij si fanno nomi solo di aspiranti vescovi che abbiano vissuto la prigionia; in un certo senso l’elezione

dei vescovi smaschera i reali obiettivi dell’autorità religiosa - essere fedele all’ortodossia - e quelli

dell’autorità sovietica - mantenere il controllo sulla Chiesa). Non è semplice passare da un contesto di

resistenza o di rassegnazione verso l’oppressione a un contesto di collaborazione con lo stesso regime.

4.8 - Un vescovo moderno

•• Luka, l’arcivescovo di Tambov, desta la preoccupazione di Karpov in quanto uno dei pochi ecclesiastici

nella Russia staliniana a essersi distinto sia come vescovo sia come chirurgo. Tutta la sua vita come

arcivescovo è stata segnata dalla difesa della dignità del suo servizio episcopale, per la quale non ha

esitato a scontare lunghi anni di detenzione. Non è disposto a recedere dai suoi propositi e a dimostrare

sottomissione nei confronti dell’autorità (anche a costo di essere escluso dalla comunità scientifica). La sua

visione sottolinea la necessità di un impegno concreto della Chiesa nell’adempiere ai suoi compiti

all’interno di una società colpita dalle persecuzioni e dalla rivoluzione. I compiti principali sono quattro:

dotare ogni centro contadino di una chiesa (propone una velocizzazione del processo di riapertura delle

chiese nelle campagne); promuovere il ristabilimento della vita liturgica; alla mancanza di preti, suggerisce

l’impiego di preti semplici scelti tra i fedeli più devoti; piano di evangelizzazione per la formazione religiosa

dei giovani (con liturgie e con educazione ortodossa presso le famiglie, accompagnata da catechesi

domenicale ai maggiorenni).

4.9 - Trionfo dell’ortodossia nella capitale del comunismo

•• Il 15 maggio 1944 muore Sergij, il quale lascia un testamento in cui si indica il suo locum tenens: il

metropolita di Leningrado, Aleksij. Lo stesso Aleksij scrive a Stalin per comunicargli l’assunzione delle

nuove funzioni specificando che si sarebbe attenuto alla via del suo predecessore.

Dal 21 al 23 novembre 1944, il concilio dei vescovi si riunisce a Mosca. Aleksij in un discorso indica che il

compito principale dell’episcopato sia il proseguimento della via cominciata dal patriarca. L’obiettivo della

Chiesa deve essere quello di allargare il campo delle proprie attività e di dare ai fedeli una istituzione

spirituale. Il concilio è anche un’occasione per fare il punto della situazione della Chiesa dopo la

normalizzazione.

Il 24 novembre i vescovi vengono ricevuti da Karpov, il quale ribadisce che il presupposto dei buoni rapporti

tra Chiesa e Stato è la sottomissione della Chiesa a questo. Questo spegne i timori che la nuova politica

del governo a favore della Chiesa sia solo un espediente tattico temporaneo (Karpov dice: “Le iniziative del

governo sovietico riguardanti la Chiesa ortodossa russa sono in piena conformità con la Costituzione

dell’Urss”). Il concilio locale della Chiesa ortodossa russa, che si riunisce a Mosca dal 31 gennaio al 4

febbraio 1945, rappresenta un’occasione di successo della Chiesa russa di fronte al mondo ortodosso. In

questa occasione si elegge il nuovo patriarca e si approvano le “Norme sul governo della Chiesa ortodossa

russa”. Per l’occasione, si recano a Mosca i tre patriarchi ortodossi di Alessandria, di Antiochia e di

Georgia, e i rappresentanti di Costantinopoli, di Romania, di Serbia e di Gerusalemme. È la

rappresentazione solenne della rinascita della Chiesa russa.

5 - Ortodossia e geopolitica

5.1 - I perché della svolta

•• L’incontro al Cremlino del settembre 1943 ha rappresentato una svolta decisiva per la storia della Chiesa

ortodossa russa. Le motivazioni che hanno spinto Stalin a compiere questo passo nei confronti della

Chiesa sono quattro: rinascita religiosa dei territori occupati dai nazisti; desiderio di stimolare ulteriormente

l’azione della Chiesa a sostegno dello sforzo bellico; intenzione di premiare in qualche modo la lealtà e il

patriottismo manifestati dal patriarcato durante la guerra; esigenze di politica estera.

Anna Dickinson indica due ragioni che secondo lei sono state essenziali: l’uso della Chiesa ai fini della

politica estera sovietica e la calcolata eliminazione di un potenziale nemico.

L’obiettivo di porre la Chiesa sotto controllo è connaturato alle caratteristiche stesse del regime staliniano,

che non concepisce l’esistenza all’interno dell’Urss di settori della vita sociale che possano sfuggire alla

sorveglianza dei vertici del paese. L’azione patriottica ha probabilmente reso evidente agli occhi del

segretario generale che la Chiesa non rappresenta un pericolo; non si tratta quindi di eliminare un nemico.

Con la difesa dei propri territori dall’attacco tedesco, l’Urss necessita di una legittimazione, di una spinta

patriottica nazionalistica. La Russia dal 1943 perde la sua internazionale comunista (viene in effetti anche

sciolto il Komintern e viene adottato un inno nazionale) a favore di un patriottismo non dei lavoratori del

mondo, ma degli abitanti russi. Secondo Stalin è il proletariato russo, adesso, a essere centrale per

raggiungere, in futuro, il socialismo mondiale. Rowley ha sostenuto che l’uso del termine nazionalismo alla

storia russa è improprio e a suo parere è più appropriato l’uso di imperialismo: infatti, il patriottismo

staliniano non è chiaramente un nazionalismo esclusivista di stampo etnico, ma una visione imperiale di

carattere espansivo, fondata sull’idea di vocazione storica della Russia. Tra l’altro, la Russia non è mai

stata uno Stato-nazione, ma sempre un impero. Infatti, “solo in Russia, dove l’idea di uno Stato-nazione è

totalmente mancata, Lenin ha potuto condurre il popolo verso l’utopia di un impero universale proletario

senza frontiere”. Con la sconfitta dei nazisti non si sarebbe potuto non prendere in considerazione il ruolo

giocato dalla religione tra i popoli: il potere sovietico infatti ha bisogno, per la sua proiezione internazionale

e per i suoi interessi geopolitici alla fine della guerra, del sostegno della Chiesa (forse in questo senso si

spiega maggiormente la rapidissima svolta staliniana in politica religiosa del settembre 1943, dopo la

vittoria sui nazifascisti, quando ormai l’inversione di tendenza della guerra, e quindi la vittoria, è cosa

certa). Grazie alla Chiesa (come già successo in epoca zarista) i paesi dell’est Europa diventano zona di

influenza sovietica.

5.2 - Geopolitica e sicurezza

•• Uno dei temi più discussi tra gli studiosi della politica estera russa è quello del rapporto tra realpolitik e

ideologia nell’azione del governo di Mosca sulla scena internazionale. Diversi studiosi sottolineano che il

contrasto tra le due nasca dopo la rivoluzione bolscevica quando emergono le prime contraddizioni tra le

prospettive della rivoluzione mondiale e la difesa degli interessi statali russi. Realpolitik e ideologia hanno

in alcuni casi sollevato esigenze contraddittorie: in parte è stato il riflesso della diversità di vedute tra il

comitato centrale del partito, più propenso a guardare la realtà attraverso l’ideologia, e il Ministero degli

Esteri, al cui interno le visioni geopolitiche sono state più radicate. Comunque, questo dualismo è presente

all’interno di ogni personalità sovietica, sia del Pcus sia del Ministero degli Esteri. Nei paesi dell’Europa

orientale dopo la seconda guerra mondiale si verifica infatti una convergenza tra le due impostazioni della

politica estera: la diffusione del comunismo e la realizzazione di antichi interessi geopolitici russi.

L’elaborazione di una politica estera fondata sulle sfere di influenza è il risultato di una sintesi di valutazioni

ispirate ai principi della realpolitik, in continuità con gli interessi geopolitici tradizionali russi e di percezioni

ideologiche della realtà internazionale fondate sulla contrapposizione tra mondo comunista e capitalismo.

L’idea delle sfere di influenza avrebbe dovuto portare alla creazione di una fascia di sicurezza alle frontiere

occidentali. La base della politica di sicurezza ideata da Stalin è fondata sul controllo del territorio, secondo

Natalia Egorova. La sicurezza dello Stato russo infatti, è stata sempre pensata e realizzata attraverso

l’espansione territoriale dei propri domini. L’aspetto territoriale infatti si lega a quello ideologico di

sovietizzare non solo le regioni annesse all’Urss, ma anche i paesi che entrano nella sfera di influenza di

Mosca. Insomma, gli interessi geopolitici dello Stato e gli obiettivi mondiali del socialismo coincidono nella

concezione staliniana delle relazioni internazionali. Ne viene fuori una “simbiosi di espansionismo imperiale

e proselitismo ideologico”, definita “paradigma rivoluzionario-imperale”. Stalin voleva eguagliare e

sorpassare il potere e lo splendore degli zar.

5.3 - La questione ucraina

•• Secondo Andrea Graziosi, la questione ucraina ha avuto un ruolo centrale nella storia sovietica (nonché

nella Chiesa). Ed è proprio all’interno della Chiesa ortodossa che, nel febbraio 1917, nasce la questione

ucraina, quando in alcuni ambienti ecclesiastici maturano idee riguardo una possibile ucrainizzazione della

Chiesa. Nel luglio 1918 il concilio della Chiesa ucraina approva per la Chiesa ortodossa in Ucraina uno

statuto di autonomia, riconosciuto dal concilio di Mosca nel settembre 1918, e comunque sempre in

comunione con il patriarcato di Mosca. Nella primavera del 1920 viene proclamata la nascita di un’altra

Chiesa legata all’ortodossia, la Chiesa ortodossa ucraina autocefala. Nel 1923 si formano in Ucraina i primi

gruppi di rinnovatori, che poi a loro volta nel 1925 proclamano l’autocefalia della propria Chiesa.

La Chiesa ortodossa autocefala, nata nel 1920, e gli altri gruppi autonomi, scompaiono quando Stalin

incorpora tutti i territori abitati dagli slavi orientali, facendo leva sulla vittoria della guerra. L’obiettivo è

raggiungere l’uniformità religiosa ucraina sotto la guida del patriarcato di Mosca.

La Chiesa greco-cattolica ucraina diventa l’unico baluardo della cultura ucraina e perno di ogni progetto per

l’indipendenza ucraina. La questione della Chiesa greco-cattolica si inserisce in un riquadro più generale

del rapporto fra governo sovietico e Chiesa cattolica, e tra sfere di influenza cattoliche e ortodosse: i

dirigenti sovietici guardano con preoccupazione la presenza del cattolicesimo, che ostacola la

sovietizzazione (e di conseguenza, almeno agli occhi del Vaticano, la ortodossizzazione) della regione, e

quindi tentano di limitare la loro influenza sull’opinione pubblica.

Nel 1945 si irrigidiscono i rapporti tra Urss e Santa Sede: Karpov individua nella risoluzione della questione

greco-cattolica il primo obiettivo da raggiungere nella lotta contro la Chiesa cattolica con un piano iniziato

nel marzo 1945, a cui anche la Chiesa russa partecipa, poiché vuole riunire sotto di lei tutti i popoli eredi

della santa Russia (il bilancio finale dell’operazione risulta positivo). L’elemento religioso acquisisce, quindi,

una rilevanza strategica di primaria importanza nella sovietizzazione di nuovi territori occidentali. In questo

quadro il governo sovietico deve favorire l’azione della Chiesa russa, che ha finalità corrispondenti con gli

obiettivi geopolitici dello Stato sovietico. Il 12 marzo 1945 vengono arrestati tutti gli esponenti greco-cattolici

in Urss al fine di far passare il clero e tutte le parrocchie uniati (= greco-cattoliche) nel clero ortodosso.

Chiesa ortodossa e stato sovietico collaborano affinché avvenga la liquidazione della Chiesa greco-

cattolica e il passaggio alla Chiesa ortodossa. Nel marzo 1946 il concilio di L’viv proclama la liquidazione

della Chiesa greco-cattolica e la sua riunione con la Chiesa ortodossa russa. Molti del clero passano al

patriarcato di Mosca, molti rifiutano e vengono condannati dai tribunali sovietici, mentre altri cominciano a

praticare forme clandestine di attività religiosa. In Ucraina il processo di liquidazione della Chiesa greco-

cattolica viene ultimato nell’ottobre 1949. Secondo Karpov, per il Vaticano l’unitarismo è stato un ponte

verso Est per la diffusione del cattolicesimo; nel periodo sovietico la chiesa uniate è diventata per il

Vaticano un supporto per attività antisovietica in Urss e la base delle bande clandestine nazionaliste.

5.4 - La Chiesa russa sulla scena internazionale

•• A proposito della politica estera dell’Urss, l’allargamento dei territori sovietici e i piani di espansione

richiedono la messa a punto di una strategia religiosa dell’Urss. Stalin ha riservato un ruolo importante alla

Chiesa. Dopo la seconda guerra mondiale, la Chiesa ortodossa russa è chiamata a esercitare la sua

protezione sulle altre Chiese ortodosse e a garantire l’uniformità religioso-confessionale delle terre slave

dell’Urss. La Chiesa deve quindi contribuire al rafforzamento della posizione internazionale dell’Urss.

Tre obiettivi nell’attività internazionale religiosa: ritorno sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca delle

istituzioni ecclesiastiche russe all’estero; instaurazione di rapporti con i capi delle chiese ortodosse; più

influenza della Chiesa russa nelle questioni religiose internazionali. In effetti, la Chiesa russa desiderava

l’unione dei popoli slavi ortodossi. L’Urss e il patriarcato di Mosca si presentano come i punti di riferimento

di una Europa slava. Più complessi sono invece i rapporti con la Chiesa serba, che ha tra i suoi esponenti

personalità “politicamente occidentali”, ostili al governo di Tito. Comunque, il patriarca Aleksij convince la

Chiesa serba a collaborare con Tito. Alla fine, il patriarca serbo accoglie Aleksij e riafferma la fedeltà alla

tradizionale amicizia con la Chiesa russa, rigettando l’orientamento filo-occidentale. Anche la Chiesa

ortodossa ceca si unisce a quella russa. Rapporto più difficile lo si ha con la Chiesa di Romania, che

durante la guerra ha assunto una posizione ostile all’Urss. Una visita del patriarca romeno a Mosca alla

fine del 1946 attesta un cambiamento di atteggiamento (anche se non negli stessi termini di quello avuto

nelle Chiese slave). La Chiesa russa riacquista il potere di madre delle altre Chiese ortodosse, mentre

l’Urss attraverso questa stabilizza il suo impero ideologico, predisponendo l’Est europeo a un

atteggiamento favorevole ai governi filo-sovietici dei rispettivi paesi. Mosca deve quindi diventare il centro

dell’ortodossia mondiale. I due principali antagonisti sono l’ortodossia greca e la Chiesa cattolica: “i

tedeschi e il Vaticano hanno sempre agito contro gli slavi e il cattolicesimo è stato l’arma in mano dei papi e

dei re tedeschi e polacchi per la sottomissione dei paesi slavi”. Karpov infatti propone un piano di lotta

contro il Vaticano, avente come obiettivo il fare di Mosca un centro cristiano alternativo a Roma, in grado di

raccogliere intorno a sé realtà religiose che si oppongano al papismo cattolico. Comunque, le obiezioni in

alcuni ambienti dell’ortodossia greca non consentono la piena realizzazione di tali piani.

All’indomani della guerra fredda, la Chiesa russa garantisce la compattezza delle Chiese ortodosse dei

paesi filo-sovietici, contribuendo alla solidità del blocco orientale. Al blocco occidentale appartengono

chiaramente la Chiesa cattolica, quella anglicana così come l’ortodossia greca. Dal 1949 l’obiettivo della

politica estera sovietica è la mobilitazione di un movimento internazionale per la pace, e a volte l’Urss si

serve degli ecclesiastici ortodossi per perseguire tale obiettivo.

6 - La Chiesa del patriarca Aleksij

6.1 - Una successione nel segno della continuità

•• Il concilio locale della Chiesa russa e l’elezione del nuovo patriarca rappresentano il compimento

dell’itinerario percorso dalla Chiesa sotto la guida di Sergij. Durante il concilio si afferma la continuità con la

linea di Sergij. Comunque ci si rende conto che si è arrivati a una svolta: comincia un periodo in cui è

possibile concentrarsi sulla crescita dello spirito religioso e sul rafforzamento della sua unità. La svolta ha

chiaramente avuto luogo con l’incontro al Cremlino all’inizio del settembre 1943. Il concilio del 1945

sancisce solennemente questa svolta e conclude un periodo di assestamento, durante il quale lo Stato e la

Chiesa hanno in qualche modo preso le misure della nuova situazione.

6.2 - Rinascita religiosa e debolezza della Chiesa

•• Nel novembre 1946, la relazione di Karpov al comitato centrale sull’osservazione della vita religiosa del

paese in quell’anno, induce a constatare una ancora ampia diffusione della religiosità (non si è ancora

riusciti a eliminare i “pregiudizi religiosi”), tanto da far parlare di revival religioso. La fine della guerra ha

causato un abbassamento della partecipazione alle funzioni liturgiche, anche se il livello di religiosità

generale rimane alto. La maggioranza della popolazione sovietica è composta da donne (perché solo nella

seconda guerra mondiale sono morti più di 20mln di uomini) e quindi di solito le funzioni religiose vedono la

partecipazione soprattutto di donne e anziani. Comunque, le preoccupazioni principali della Chiesa sono

principalmente quattro: “saldo negativo” che si registra tra i preti che abbandonano il servizio e i nuovi

ordinati (spesso un prete aveva da solo la responsabilità di più luoghi di culto); età media del clero molto

alta (solo il 13% ha meno di 40 anni); la maggior parte dei quadri più qualificati della Chiesa russa sono

stati eliminati; il livello di istruzione medio del clero è basso (solo il 14% ha conseguito un diploma di

istruzione superiore).

L’obiettivo primario diventa la formazione di nuovi preti colti e per raggiungerlo vengono introdotti dei

seminari di formazione (8 al 1948), che però incontrano l’opposizione dei dirigenti bolscevichi.

Secondo Karpov, il rafforzamento della Chiesa ufficiale ridimensionerebbe il fenomeno del revival religioso,

come l’apertura di nuove chiese nelle zone che ne sono prive. Infatti, Karpov crede che nel contesto della

società sovietica, grazie al progresso di questa, si arriverà all’estinzione “per cause naturali” sia del

personale ecclesiastico sia dei pregiudizi religiosi.

6.3 - Un bilancio dell’apertura delle chiese

•• Nel 1948, la relazione di Karpov fa notare un aumento delle chiese sotto la giurisdizione del patriarcato di

Mosca rispetto all’anno precedente (516 chiese aperte in un anno, per un totale di 14mila329), trattandosi

però di un numero comunque inferiore (meno di 1/5) rispetto al 1914 (quando le chiese aperte erano quasi

78mila). Se invece si confronta con il 1939 (dopo le persecuzioni, con poche centinaia di luoghi di culto

aperti) o con il 1941 (durante la guerra), la situazione attuale è confortante per la Chiesa russa. Questo

aumento è avvenuto grazie a una scelta del governo di aprire le chiese già presenti in Russia, aggiunte a

quelle di provenienza greco-cattolica. In totale le chiese aperte grazie all’intervento sovietico sono il 9% del

totale. La maggior parte delle chiese sono state riaperte sotto l’occupazione tedesca. La distribuzione delle

chiese nel territorio della Russia sola è particolarmente disomogenea. La maggior parte delle petizioni per

la riapertura delle chiese ha ricevuto esito negativo. Il totale delle chiese aperte dal 1944 al 1949 è di 1297.

6.4 - Quale libertà per la Chiesa?

•• Quali spazi e quali limiti concede alla Chiesa il nuovo corso di politica religiosa? Il tutto si riassume in tre

date: gennaio 1918 - con un decreto la Chiesa viene privata della personalità giuridica; agosto 1945 -

concessi diritti limitati alla Chiesa, ovvero disporre di mezzi di trasporto, produrre oggetti di culto, venderli

alle comunità e costruire edifici, il tutto solo tramite autorizzazione del Consiglio (la filosofia è: libertà di

azione concessa, ma limitata e sotto condizione); agosto 1945 - specificati i confini dello spazio di azione

concesso alla Chiesa, che nello stesso momento cerca di ottenere ulteriori spazi con una tattica moderata,

riuscendo a ottenere la lavra della Trinità di S. Sergij, santuario fondamentale per l’ortodossia russa (e

unico monastero riaperto dall’Urss; i monasteri sono istituzioni autosufficienti, più difficilmente controllabili

rispetto alle parrocchie e per questo destano più preoccupazione nelle autorità sovietiche), grazie alla

tattica di Aleksij; questi confini comunque si suddividono in attività consentite (celebrazioni liturgiche nelle

chiese regolari, raccolta di offerte per la gestione delle chiese, processioni intorno all’edificio della chiesa,

suono delle campane senza alcun impedimento, celebrazioni dei sacramenti nelle case dei fedeli su invito

di questi ultimi) e attività vietate (istituire casse di mutuo soccorso, organizzare cooperative, organizzare

gite, riunioni giovanili, aprire biblioteche pubbliche e sale di lettura poiché nella chiesa è consentito tenere

solo libri liturgici, intervento nella vita della società per esempio sotto forma di propaganda religiosa, che è

vietata costituzionalmente, al contrario della propaganda antireligiosa, l’unica permessa). La Chiesa russa

è consapevole di essere comunque sottomessa al potere sovietico che in ogni momento avrebbe potuto

ribaltare la situazione, e allora la Chiesa diligentemente con prudenza evita ogni eccessiva manifestazione

di culti che potrebbe urtare la suscettibilità dei membri del partito. Muovendosi sul terreno del patriottismo e

del panslavismo la Chiesa è riuscita a impostare i rapporti con lo Stato in maniera vantaggiosa.

7 - Turbolenze del sistema

7.1 - Lotte di potere e politica religiosa

•• La linea di politica religiosa conosce negli anni del dopoguerra alcune oscillazioni provocate dal confronto

tra le diverse interpretazioni di questa tra gli apparati del potere sovietico. Il fattore religioso, anche se non

è al centro delle attenzioni di Stalin in questo periodo, è un elemento che la dirigenza sovietica non può

evitare. Il ruolo guadagnato dalla Chiesa ortodossa contribuisce a rafforzare il consenso della popolazione

verso il regime staliniano e a consolidare il profilo dell’Urss come grande potenza. Esistono delle

contraddizioni evidenti tra gli orientamenti ideologici (che ovviamente portano alla politica antireligiosa) e le

esigenze di governo (che porta a una politica religiosa). Da una parte il Dipartimento agitazione e

propaganda e dall’altro il Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa.

All’interno della gerarchia del partito vi sono nel dopoguerra varie lotte interne per una futura acquisizione

del potere in vista del declino di Stalin. Si assiste a una ristrutturazione del partito nel dopoguerra in cui

l’ideologia assume un ruolo determinante. Le tre figure preminenti nella direzione del partito diventano

Stalin, Malenkov e Zdanov. Zdanov diventa nel 1946 il “primo vice di Stalin ai vertici del potere”. I conflitti

non avvengono in base a divergenze politiche, ma riflettono soltanto una lotta acerrima per conquistare una

maggiore vicinanza al leader sovietico. Comunque, si formano tutto sommato due “gruppi”, quello che fa

riferimento a Zdanov (più attento alla tradizione pedagogica e ai metodi della mobilitazione politica; per

questo gruppo, il partito acquista una posizione di assoluto controllo sullo stato) e quello che fa riferimento

a Malenkov (più attento ai compiti di verifica dell’esecuzione e alla disciplina statale; per questo gruppo, le

funzioni del partito sono subordinate ai compiti operativi dello stato). I ritocchi nella politica religiosa tra il

1947 e il 1949 sono infatti connessi alle vicende della lotta tra le diverse fazioni della dirigenza sovietica.

Stalin, che ha avuto un confronto con Molotov, sottolinea l’importanza dell’ideologia. La lotta anticapitalista

e antiborghese si basa adesso su una nuova forma di patriottismo, detto sovietico, che unisce due elementi

incompatibili tra loro: l’amore per la patria e la costruzione dell’internazionale comunista. Il patriottismo

sovietico diventa il nucleo intorno a cui si costruisce tutto il lavoro ideologico degli anni del dopoguerra. Per

Zdanov priorità del partito è l’impegno di carattere ideologico. Stalin affida il compito di migliorare l’attività

ideologica del partito a Zdanov. La ristrutturazione del dipartimento agitazione e propaganda si conclude

con la nomina di Suslov, nel 1947 alla direzione del Comitato centrale, dirigendo il lavoro ideologico.

Suslov vuole affrontare le questioni ideologiche in modo dogmatico. Non è incline a una maggiore

attenzione nei confronti dei bisogni religiosi. Infatti, il dipartimento di agitazione e propaganda, di cui è

capo, ha il compito di formare ideologicamente i membri del partito. In questo ambito rientra anche l’azione

di ridurre l’influsso del sentimento religioso in quanto “sopravvivenza del passato”. Le tensioni si

concentrano sull’organismo di collegamento tra Chiesa e Stato. Il Consiglio per gli affari della Chiesa

ortodossa russa si deve quindi necessariamente sintonizzare su questo nuovo registro dei rapporti di

potere. Karpov non può non tenere conto del maggior peso acquisito dal Comitato centrale e quindi anche

dal Dipartimento agitazione e propaganda. Le pressioni ideologiche che provengono dal partito diventano

più rilevanti, mentre i referenti politici di Karpov, soprattutto Molotov, si sono indeboliti. Suslov, marxista-

leninista, deve prendere in considerazione le esigenze del nuovo corso di politica ecclesiastica senza dare

avvio a una ulteriore ondata antireligiosa. Decide quindi di occuparsi della formazione ateistica dei giovani,

piuttosto che perseguitare i credenti e le strutture ecclesiastiche. L’Agit-prop e il Comitato centrale

riprendono il loro ruolo decisionale nella conduzione della politica religiosa dopo la marginalizzazione

subita con la svolta del 1943.

7.2 - Un equilibrio incrinato

•• I primi segnali di insoddisfazione da parte degli ideologi del partito nei confronti del Consiglio per gli affari

della Chiesa con a capo Karpov vengono percepiti a partire dal 1947. Questo consiglio viene accusato di

sopravvalutazione dell’orientamento filo-sovietico del clero, di eccesso di stima nel valutare il grado di

religiosità della popolazione sovietica e di mancanza di formazione politica del suo personale. Aleksandrov

(sostituto di Suslov) stila un rapporto che viene esaminato dal comitato centrale, il quale approva una

risoluzione nei confronti del Consiglio. Il fatto che il partito abbia deciso di adottare una nuova linea mette in

difficoltà Karpov, spingendolo così a inviare un rapporto a Stalin in cui cerca di giustificare l’azione svolta

dal Consiglio e di dimostrare la convenienza politica delle relazioni con la Chiesa, indicando inoltre quali

dovrebbero essere le mosse future. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri Vorosilov difende l’operato

del Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa, il quale nota che non tocca a questo di adempiere

al compito della formazione ateistica della popolazione, ruolo che spetta al partito e ad altre organizzazioni.

Il ruolo di tale consiglio è invece quello di stabilire un collegamento tra lo Stato e la Chiesa ortodossa russa.

Comunque, le rivalità tra le fazioni del gruppo dirigente vengono sfruttate da Stalin per confermare il suo

potere assoluto. Zdanov muore e quelli facenti parte del suo gruppo vengono eliminati, mentre Malenkov

dal luglio 1948 riprende i suoi poteri riorganizzando il Comitato centrale. Dopo la morte di Zdanov il ruolo di

segretario sull’attività dell’Agit-prop viene affidato a Suslov. Ci sono delle difficoltà nell’inquadrare nella

nuova situazione internazionale (nel 1948 “comincia” la guerra fredda) e di conseguenza il ruolo della

Chiesa russa all’estero così come il ruolo di Karpov e dello stesso Consiglio. In tutto ciò, la vita religiosa

presenta una vivacità notevole nonostante le condizioni particolari della società sovietica. Karpov segnala a

Stalin alcuni episodi di “rozze azioni amministrative” condotte demolendo chiese e atti di prevaricazione nei

confronti del clero o di semplici credenti senza alcuna consultazione con il Consiglio, chiedendo a questo

indicazioni sull’indirizzo del futuro lavoro del Consiglio. Karpov con il suo lavoro ha sempre avuto l’obiettivo

di liquidare nel paese le realtà religiose clandestine, che rappresentano un fenomeno dannoso soprattutto

da un punto di vista politico, così come l’obiettivo di consolidare l’influenza del patriarcato russo sulle

Chiese ortodosse del blocco sovietico per formare un blocco compatto in grado di contrapporsi all’attività

delle altre Chiese del blocco occidentale, prima tra tutte quella cattolica. Comunque, non vengono

affermate direttive né da Stalin né dal Comitato centrale, dimostrando un disinteresse per la politica

religiosa. Anzi, contestualmente viene elaborato nel Comitato centrale del partito sotto la direzione di

Suslov un documento sul lavoro di formazione ateistica, in cui si critica apertamente l’operato del Consiglio

per gli affari della Chiesa ortodossa russa, il quale si dice abbia favorito l’allargamento dell’influenza

religiosa sugli strati arretrati della popolazione. Karpov allora è costretto ad assumere una linea più

prudente e intransigente nei confronti della Chiesa russa. In un clima segnato da esigenze di tipo

ideologico, le direttive del Comitato centrale sono: potenziamento della formazione ideologica e politica

delle masse e ricorso a misure repressive da parte degli organi giudiziari e di polizia nei confronti degli

organizzatori delle iniziative illegali. Il Consiglio di Karpov deve allora contenere l’attività della Chiesa negli

spazi che le sono concessi dalla normativa vigente e dal sistema di relazioni con lo Stato. Si deve

rispettare il principio della separazione della Chiesa dallo Stato.

7.3 - Stalin garante dello “status quo”

•• Dal caso della processione verso il fiume Volga ghiacciato in occasione della festività del Battesimo di

Gesù si arriva al discredito, da parte dell’Agit-prop, sul Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa

e su Karpov stesso; discredito non ascoltato da Stalin, che decide di mantenere i poteri del Consiglio di

Karpov. La linea di politica ecclesiastica inaugurata nel settembre 1943 aveva obiettivamente favorito la

stabilità e la coesione della società sovietica, e comunque Stalin, più vicino al gruppo di Malenkov, non

mette l’ideologia marxista-leninista al centro dei suoi obiettivi, come invece fa il gruppo di Zdanov. Stalin

crede sia necessario venire incontro alla sensibilità diffusa nell’apparato ostile alla politica di avvicinamento

alla Chiesa. La sua priorità è il rafforzamento della potenza bellica e industriale e il suo orientamento

sembra essere quello di un mantenimento dello status quo nelle relazioni con la Chiesa, senza allargare gli

spazi concessi a questa, anzi cercando di ridurli in qualche modo. Comunque, esclude una nuova

campagna antireligiosa voluta dagli ideologici come Zdanov. Stalin quindi delinea dei limiti sia per la Chiesa

sia per il Comitato centrale sia per il Consiglio di Karpov.

7.4 - L’inquietudine di Aleksij

•• Il rapporto positivo e personale tra Karpov e il patriarca è il fulcro della relazione Stato-Chiesa. Le

incertezze del biennio 1948-49 vengono registrate con preoccupazione dal patriarca attraverso la maggiore

prudenza di Karpov, che traspare nelle circostanze del loro rapporto. Karpov osserva che il vero motivo per

cui Aleksij chiede il 18 ottobre 1948 di essere ricevuto da Stalin non è solo per rendere omaggio della

restituzione delle reliquie e della lavra della Trinità di S. Sergij, ma anche per chiedere un abbassamento

delle imposte per la Chiesa, la pubblicazione di una rivista teologica e l’apertura di un monastero. Stalin

non acconsente, in quanto l’obiettivo è quello di abbassare il profilo delle relazioni tra Chiesa e Stato.

Karpov comprende comunque la necessità di dare al patriarca qualche segnale positivo, decidendo allora

di fare un regalo al patriarca in occasione del suo onomastico, ma tale richiesta non viene accolta poiché in

concomitanza con lo scandalo della città di Saratov, dove ha avuto luogo la processione nel giorno della

festività del Battesimo di Gesù. Allora si arriva a un compromesso: l’onomastico del patriarca dovrà essere

ricordato dal Consiglio con un telegramma di Karpov e la presenza del suo vice al ricevimento. Il patriarca,

come previsto da Karpov, non ha gradito l’assenza del presidente del Consiglio al ricevimento in suo onore,

manifestandogli personalmente il proprio dispiacere sia telefonicamente sia per lettera.

L’8 marzo 1949 Karpov riceve il patriarca, il quale si scusa per i fatti di Saratov, sentendosi rispondere però

che quello che davvero preoccupa Karpov sono le azioni che potrebbero andare contro il regime, e quindi

dice che le attività della Chiesa dovranno limitarsi solo nei perimetri delle parrocchie e delle chiese. Ma il

patriarca non si dà a una passività assoluta: il suo scopo non è avere buoni rapporti con lo Stato, ma la

possibilità per la Chiesa di continuare a svolgere la sua attività in libertà, sebbene cerca di impegnarsi per

limitare il più possibile le attività anticostituzionali e antisovietiche di alcuni vescovi (primo tra tutti Luka e il

vescovo che aveva permesso la processione di Saratov). Il patriarca richiama i vescovi a prestare

attenzione alle conseguenze delle loro azioni sui fedeli e su “coloro che guardano la Chiesa dall’esterno”.

Aleksij vuole tenere lontana dalla Chiesa una nuova ondata di persecuzioni antireligiose. È necessario

procedere con cautela per evitare iniziative che potrebbero fornire ai sovietici motivi per attaccare la vita

religiosa. Il biennio 1948-1949 conferma tale inquietudine e Aleksij, come molti altri, ripongono la loro ultima

speranza in Stalin (“Hanno deciso di non aprire chiese in nessun luogo. Lo dirò al compagno Stalin; il

compagno Stalin non ne è al corrente”, dice Aleksij). Stalin per milioni di persone è il fondamento più

sicuro, e più la situazione interna del paese diventa complicata, più cresce la fede popolare in Stalin.

Aleksij è fedele al potere sovietico, ma certo reagisce alle oppressioni e difende quanto ottenuto nel

periodo 1943-1945. La stabilizzazione tra Chiesa e Stato viene raggiunta gradualmente dopo il maggio

1949, quando Stalin non accoglie le richieste offensive proposte dal Comitato centrale contro Karpov. Nel

1952 il governo approva le indicazioni di Karpov sulle norme cui questo avrebbe dovuto attenersi nel

rapporto personale con il patriarca. Comunque, il Consiglio di Karpov dipende sempre dall’Agit-prop e dalla

segreteria del Comitato centrale, ergo da Suslov.

7.5 - Un patriarca conservatore e monarca

•• Aleksij rappresenta il perno della vita ecclesiastica russa. Il governo della Chiesa è assicurato da lui, e da

lui dipendono i rapporti con il potere sovietico. È un conservatore, formatosi sotto lo zarismo ed estraneo

all’universo bolscevico, si attiene ai canoni prestabiliti esigendo l’osservanza dei rituali tradizionali, e

condanna le innovazioni. Il suo unico obiettivo è la continuità della Chiesa, del suo assetto gerarchico e

della vita liturgica. È comunque un uomo garbato, raffinato. Un attitudine conservatrice è in un certo modo

una forma di resistenza al modernismo bolscevico. L’immutabilità e l’impossibilità per la Chiesa di

conformarsi allo spirito del tempo è simbolo dell’eternità della stessa Chiesa. Quando Aleksij si ammala, si

occupa della vita ecclesiastica e del rapporto Stato-Chiesa il suo segretario personale, Ostapov. Karpov è

però preoccupato del metropolita Nikolaj, inaffidabile e vanitoso, il quale celebra omelie “estremamente

oscurantiste”. Karpov rimprovera Nikolaj per le omelie comparse sulla rivista del patriarcato e allora Nikolaj

elimina in toto la rubrica dedicata alle omelie: se non si possono pubblicare le sue predicazioni, allora

nessuna omelia dovrà essere pubblicata.

8 - Rinascita controllata

8.1 - Gli spazi della Chiesa si restringono

•• La crisi del biennio 1948-1949 ha indotto Karpov ad apportare alcune modifiche alla linea adottata dal

Consiglio per gli affari della Chiesa russa. Gli obiettivi principali diventano l’indebolimento dell’influenza

della Chiesa sulla popolazione e la limitazione delle sue attività. Un altro aspetto da tenere in

considerazione da parte dei funzionari governativi sono le varie manifestazioni di devozione popolare,

affinché queste vengano ridimensionate.

Karpov informa Stalin che il Consiglio ha preso una serie di iniziative per ridurre il numero delle chiese nei

territori che erano stati occupati dai tedeschi, inducendo il patriarca ad adottare misure che limitino i

margini di azione del clero. Tutto ciò sebbene dopo il 1949 il controllo sulla politica religiosa è di nuovo

nelle mani del Comitato centrale, esercitato attraverso il dipartimento agitazione e propaganda.

La situazione internazionale si caratterizza per un crescente attivismo nell’uso delle organizzazioni

ecclesiastiche da parte della reazione anglo-americana per i propri scopi. L’attività internazionale delle

organizzazioni religiose russe secondo Karpov è connessa alla condizione in cui esse si trovano all’interno

dell’Urss e all’atteggiamento del governo verso di loro. Karpov chiede di unire le funzioni dei due consigli

(Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa e Consiglio per gli affari dei culti religiosi) per superare

la condizione di difficoltà in cui si trova la politica ecclesiastica. L’idea di unire i due consigli viene respinta.

Secondo il Consiglio, il problema più importante è l’apertura di nuove chiese, la quale apertura viene quasi

sempre rifiutata: si cerca di mantenere lo status quo, non allargando spazi della Chiesa, anzi restringendoli,

pur senza rompere l’equilibrio del rapporto tra Stato e Chiesa. Secondo Karpov questo è negativo perché

porta alla diffusione di attività religiose clandestine.

8.2 - Una Chiesa rurale dal volto urbano

•• Karpov ci tiene ad analizzare con accuratezza la realtà della Chiesa per fornire una informazione

dettagliata sulla sua condizione. Nell’Urss la maggior parte delle chiese e dei luoghi di culto si trovano in

centri rurali, che negli anni successivi subiscono una diminuzione nel numero, mentre sono poche le chiese

aperte in città e pochissime le chiese aperte in zone operaie. Dal 1948 al 1949 vengono chiusi 561 luoghi

di culto; dal 1950 al 1953 vengono chiusi 765 luoghi di culto. La causa viene individuata nella

disgregazione delle comunità in seguito alla scarsa frequenza degli abitanti. Dal 1947 infatti viene meno il

revival religioso indotto dagli effetti psicologici della guerra, dal miglioramento delle condizioni dei lavoratori

e dalla disciplina lavorativa nei kolchoz (comunità agricole dove si coltiva collettivamente la terra).

Comunque, un fattore importante che spiega la chiusura delle chiese è effettivamente l’intervento sovietico,

che persegue provvedimenti di chiusura dei luoghi di culto aperti durante l’occupazione tedesca. La

maggioranza di questi luoghi di culto è sita in Ucraina. La campagna sovietica cambia negli anni del

dopoguerra e tale cambiamento non può non influire sulla Chiesa, che però si trova spiazzata di fronte alla

nuova realtà delle fattorie collettive. La società si è trasformata: è stato destrutturato l’universo antico del

mondo rurale ed è sorto quello nuovo della città sovietica. Infatti, è proprio nelle regioni di recente

collettivizzazione che si registra un maggiore incremento del numero di chiese sottoposte a provvedimenti

di chiusura. Precedentemente, nel mondo rurale si era giocata la sfida decisiva tra la Chiesa e il

bolscevismo. Il processo di urbanizzazione a partire dagli anni Trenta ha conosciuto in Urss una notevole

accelerazione, tanto che nel 1958 la popolazione urbana supera quella rurale, mentre a livello pansovietico

questa soglia sarà sorpassata nel 1960. In questo nuovo contesto sociale, la Chiesa russa perde quei tratti

prevalentemente contadini che l’avevano sempre contraddistinta in passato. Adesso, è la presenza della

Chiesa nelle città a disegnare il profilo dell’ortodossia russa nella modernità sovietica. Nella città sovietica

la Chiesa è marginale, anche se sempre in crescita, tant’è che in occasione delle celebrazioni pasquali nel

1949 nelle trentasei chiese officiate a Mosca si registra un totale di 200mila persone. In più, il clero rurale

diminuisce numericamente, mentre quello urbano cresce sempre di più. Si tende infatti a far trasferire il

clero rurale nelle città, con il rischio di far chiudere le chiese nelle campagne: ormai la partita per il futuro

della Chiesa si gioca in città. Si assiste in un certo senso a un processo di “ruralizzazione” dei centri urbani,

anche perché le campagne vengono abbandonate dai contadini che si trasferiscono in città.

8.3 - I vescovi di Aleksij

•• Karpov traccia un profilo dell’episcopato della Chiesa russa, diviso in alcune categorie: coloro che

provengono da una lunga carriera ecclesiastica (e che hanno conosciuto la prigione per propaganda

fanatica della religione, così come coloro che sono esteriormente leali al potere sovietico, ma sono

interiormente di vecchie tendenze monarchiche, come il metropolita Grigorij e il patriarca Aleksij); gli ex

“rinnovatori” (giudicati dal patriarcato persone instabili e dedite ai propri interessi personali); i prelati rientrati

in Urss dall’emigrazione, apprezzati dai vertici della Chiesa; i vescovi ordinati negli ultimi anni, la grande

maggioranza dell’episcopato, di solito grandi fanatici). L’intero episcopato, sempre in costante diminuzione

(il 67% ha più di sessanta anni), è però tutto sommato fedele al potere sovietico (a eccezione di 5-6

vescovi e di 4-5 rientrati dell’emigrazione). Questo episcopato è però di bassa qualità e di dubbia moralità.

Karpov rimprovera i vescovi nel 1954 scrivendo di non eccedere con la “cura del proprio particolare” a

danno della causa della Chiesa; infatti, i vescovi ortodossi sono servitori di Dio e non principi della Chiesa,

come nel mondo cattolico. Infatti, anche Aleksij richiama i vescovi a uno stile di vita più sobrio e a un

ridimensionamento dei privilegi. Categoria a parte è quella dei vescovi rientrati dall’emigrazione

clandestina, definiti “emigranti bianchi”. Karpov è preoccupato dai vescovi rientrati dall’emigrazione e che

appartengono alla generazione più anziana. Veniamin viene descritto da Karpov come un oscurantista

estremista. Veniamin sottolinea la sua lealtà al potere sovietico, ma allo stesso tempo dichiara che in Urss

non c’è libertà di coscienza e che la Chiesa è perseguitata. A Karpov non sembrano affidabili neanche i due

vescovi, ex preti greco-cattolici Antonij e Michail. Massima attenzione deve essere invece riservata ai

vescovi della generazione più anziana, che si sono dimostrati dei “reazionari latenti”.

8.4 - Luka in Crimea

•• Luka, l’arcivescovo della Crimea, è l’esponente più rappresentativo del gruppo dei vescovi reazionari. La

sua attività pastorale gli ha procurato l’avversione dei dirigenti comunisti. Lui infatti accusa il partito di

attività antireligiosa (“voi comunisti cercate di ridurre a niente le chiese e la religiosità tra la popolazione”),

fa apertamente dichiarazioni antisovietiche ed è contro la visione materialistica del marxismo. Gli obiettivi di

Luka sono tre: contrastare i tentativi di chiudere le chiese; aumentare il numero di preti e di fedeli;

aumentare la qualità del clero. Karpov allora propone di dire al patriarca Aleksis di convocarlo a Mosca per

convincerlo a ridurre di intensità il suo impegno nella predicazione. Il governo, in più, ostacola da “dietro le

quinte” la Chiesa indebolendola numericamente, cioè rifiutando ogni richiesta di trasferimento dei sacerdoti

da una eparchia a un’altra. Comunque, Luka resiste alle contrazioni sovietiche, ma in ogni caso si interroga

sulla presenza della Chiesa nella società sovietica e sulle sfide che provengono dalle nuove condizioni

sociali e culturali. Le difficoltà della Chiesa dipendono anche dalla quantità del clero, dotato di scarsa

istruzione, con il risultato di rendere la predicazione dei preti di basso livello. Luka è scontento anche del

fatto che i credenti non frequentino le funzioni religiose ogni giorno, come era in passato, ma solo la

domenica. L’attività liturgica dev’essere al centro della vita del prete secondo Luka, che rimprovera i preti

che non pregano, o pregano solo la domenica. Siccome Luka è consapevole che il potere sovietico abbia

lasciato alla Chiesa soltanto la libertà di celebrare la vita liturgica della Chiesa, allora questo si opera

affinché tale vita liturgica risorga e venga ricelebrata quotidianamente. Il centro della vita della Chiesa deve

tornare a essere la liturgia. Luka vuole anche che si rispettino le tradizioni, e quindi rimprovera i preti

sbrigativi che abbreviano o modificano le celebrazioni religiose. Luka è particolarmente esigente nei

confronti del clero perché sa che ciò che si sta giocando riguarda la vita spirituale del popolo. In più,

chiedeva a gran voce un ritorno alla predicazione e non solo alla mera esecuzione di riti e liturgie.

8.5 - Un dialogo franco

•• È proprio l’impegno nella predicazione a destare lo scontento delle autorità di Crimea nei confronti di

Luka, e anche a spingere Karpov a intervenire sul patriarca.

Si accende infatti un dibattito tra Luka e Aleksij: il patriarca ritiene che la salvaguardia dei rapporti con lo

Stato, senza superare i limiti che sono stati posti alla Chiesa, sia necessaria per gli obiettivi della Chiesa;

Luka contesta in una lettera la decisione del sinodo di ritenere inammissibile l’organizzazione di corsi di

catechismo per bambini, e allora il patriarca Aleksij risponde personalmente a Luka, senza consultare

Karpov, sostenendo che le disposizioni sinodali non proibiscono la predicazione, ma solo l’insegnamento

sistematico del catechismo ai bambini (in rispetto del decreto sulla separazione della Chiesa dallo Stato e

della scuola dalla Chiesa), mentre le predicazioni in chiesa, al contrario, sono un dovere del pastore, che

deve spiegare la verità della fede di Cristo ai fedeli; Aleksij dice che se avrebbe permesso il catechismo ai

bambini, avrebbe dato il pretesto alle autorità sovietiche per accusare la Chiesa di interventi di carattere

antisovietico. Per mantenere i margini di libertà concessi, l’azione della Chiesa non deve andare oltre i limiti

dei diritti riconosciuti dalla legislazione dello Stato sovietico. Secondo Aleksij ci si deve concentrare sulla

liturgia, sulla spiegazione del santo Vangelo e del rito liturgico, sulla formazione di uno stato d’animo pieno

di devozione tra i fedeli, mentre i vescovi hanno anche il compito di vigilare sulla purezza del clero e dei

servitori della Chiesa. Gli obiettivi di Luka e del patriarca, quindi, in un certo senso coincidono, ma il

patriarca è più prudente ed è attento a non superare i limiti posti alla Chiesa dal potere sovietico,

atteggiamento necessario per la vita “libera” della Chiesa stessa. Le priorità tra il patriarca e Luka sono

diverse: il primo vuole salvaguardare il rapporto Chiesa-Stato, mentre il secondo vuole mettere al centro le

esigenze di tipo pastorale cui devono piegarsi anche le dinamiche delle relazioni con il governo. Bisogna

trovare un compromesso tra fedeltà ai doveri del proprio ministero e necessità di fare dei compromessi con

le autorità statali. Allora, Luka decide di obbedire ad Aleksij, ma i sovietici continuano a tenerlo d’occhio.

8.6 - Una nuova generazione di ecclesiastici

•• Nel luglio 1952 Karpov invia ai vertici un rapporto sulla condizione del clero parrocchiale. La realtà è

quella di un clero anziano (il 63% è di età superiore ai 55 anni). In più, quasi il 20% del clero è stato in

precedenza sottoposto a misure repressive (soprattutto per “attività antisovietica”). Circa il 70% durante gli

anni della guerra si era trovato nei territori occupati dai tedeschi. Il clero nelle diverse regioni dell’Urss

presenta profili diversi dal punto di vista quantitativo e della provenienza. Per far fronte alla carenza di preti,

i vescovi ricorrono all’ordinanza di uomini maturi, molto spesso privi di preparazione teologica e spesso con

un basso livello di istruzione. Comunque, i preti ordinati sono sempre sensibilmente di meno di quelli che

vengono meno (per ragioni diverse): dal 1949 al 1951 vengono meno 2087 preti, mentre vengono aggiunti

soltanto 955 preti. Karpov trae dalla sua analisi conclusioni confortanti per un organismo che si prefigge lo

scopo del contenimento dell’influenza della Chiesa sulla società, però sottovaluta alcuni processi; infatti,

comincia a registrarsi un afflusso di giovani preti usciti dai corsi di studi nei seminari parti nei primi anni del

dopoguerra. In più, siccome questi preti sono nati e cresciuti nella realtà sovietica, decidono

volontariamente di farsi preti, in un certo senso andando contro corrente e “contro” il potere sovietico o lo

“stile di vita” sovietico. Karpov allora nota che la Chiesa è molto interessata nella preparazione del clero, e

quindi spende risorse significative per sostenere gli istituti di istruzione. In Urss ci sono otto seminari

funzionanti e due accademie teologiche.

8.7 - L’alterità tollerata del monachesimo

•• I monasteri negli anni Trenta vengono completamente eliminati dai sovietici, sebbene ricompaiano con le

annessioni territoriali durante la guerra. Le autorità bolsceviche decidono di non accrescere il numero di

monasteri aperti, di limitarne la loro localizzazione nelle zone occidentali e non permetterne l’apertura di

nuovi. Nel 1945 sono 100 i monasteri aperti, localizzati soprattutto nei territori sovietici di nuova

acquisizione. Nel 1953 i monasteri aperti sono 61. Solo la lavra della Trinità di S. Sergij è l’unico monastero

riaperto dai sovietici. Il numero di monaci e di monache assommava in totale a 4620 (962 nei monasteri

maschili; 3658 nei monasteri femminili). La chiusura dei monasteri non fa ridurre il numero di monaci.

La loro attività è l’ambito della vita ecclesiale che più sfugge al controllo del Consiglio. Più delle altre

istituzioni, sono autonomi ed esprimono la dimensione mistica e spirituale, suscitando così nei funzionari

sovietici una reazione di rigetto poiché percepiscono in loro una dose eccessiva di oscurantismo e di

fanatismo. Tutti i monasteri dispongono di numerosi ettari di terreno (in totale nel 1949 i monasteri

dispongono di 1757 ettari di terreno, dei quali 370 sono stati dati dallo Stato ai monasteri più poveri) su cui

si coltiva. Solo successivamente alle comunità ecclesiastiche vengono requisiti i terreni in vista della

collettivizzazione delle terre per essere assegnati ai kolchoz, in cambio di apprezzamenti di peggiore

qualità e spesso lontani dal monastero stesso. È soprattutto Karpov a volere la chiusura dei monasteri.

9 - Il patriarca senza Stalin

9.1 - Le incognite del dopo-Stalin

•• Stalin muore il 5 marzo 1953. Ci si aspettava di tutto, anche la guerra civile. Qualche preoccupazione

comincia a crescere negli ambienti della Chiesa dopo la morte di Stalin: viene meno colui che è stato il

persecutore dei credenti, ma anche l’uomo che successivamente ha restituito alla Chiesa dei margini di

libertà. Si profila un equilibrio di potere che poggia su tre figure principali: Malenkov diventa presidente del

Consiglio dei ministri, con quattro vicepresidenti: Berija (ministro dell’Interno), Molotov (ministro degli

esteri), Bulganin (ministro della difesa) e Kaganovič. Si profila quindi un equilibrio di potere che poggia su

tre figure principali: Malenkov alla testa del governo, Berija e Chruscev (segretario del Comitato centrale).

Si diffonde il timore di un possibile cambiamento nella linea di governo nei confronti della Chiesa: Malenkov

e Chruscev sono gli eredi di Stalin e quelli con più potere rispetto a Berija, anche perché Berija viene fatto

arrestare (il 26 giugno 1953), segnando una svolta nella lotta per il potere. Chruscev accusa Berija di aver

voluto ridurre il Pcus a svolgere funzioni di secondo piano. Grazie a Chruscev allora si designa una

“dirigenza collettiva” come “sostituta” del potere personale di Stalin. È quindi l’intero partito a dirigere il

potere sovietico. Chruscev, primo segretario del Comitato centrale, è dunque alla guida del Pcus. Aleksij

manda una lettera a Karpov chiedendogli quale sarà la nuova linea del governo verso la Chiesa e chiede di

poter incontrare Malenkov, che nell’opinione pubblica sembrava essere il nuovo leader dopo Stalin (infatti,

ottenere un incontro con Malenkov avrebbe confermato lo status riconosciuto al patriarcato, dopo le

udienze concesse da Stalin nel 1943 e nel 1945). Non ottiene immediatamente una risposta, poiché

Karpov vuole aspettare di ricevere indicazioni dal partito. Karpov, dal canto suo, non ha più interlocutori con

cui dialogare. Fa una serie di richieste al partito (scrivendo a Chruscev, il quale non gli risponde,

suggerendogli di rivolgersi “più in basso” nel partito, ovvero all’apparato del Comitato centrale di questo).

Da questo momento, Karpov scrive rapporti e lettere genericamente al Comitato centrale e al Consiglio dei

ministri, senza l’indicazione di un particolare destinatario. Comunque, scrive a qualsiasi livello del Comitato

centrale per ottenere direttive e aggiornamenti sul suo lavoro e sul suo Consiglio (fermato a “missioni” date


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Roccucci Adriano.

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