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fuga di capitali all’estero e il fronte popolare è costretto svalutare il franco ben due volte. L'ostilità delle

industrie e la pressione esercitata dalla destra costringe Blum a dimettersi e il Fronte popolare decade.

19.10 - La guerra civile in Spagna

•• Tra il 1936 e il 1939 nasce in Spagna una violenta guerra civile tra democrazia e fascismo, che

contribuisce ad aggravare le tensioni internazionali. Dopo la dittatura di Primo de Rivera e la successiva

proclamazione della Repubblica, la Spagna si presenta come un paese agricolo fortemente arretrato dove

qualsiasi tentativo riformatore viene bloccato dal ceto reazionario. La centrale sindacale viene controllata

dagli anarchici e anche l'aristocrazia terriera esercita una forte influenza nel paese. Le forze politiche

spagnole sono così costituite: a sinistra, il partito socialista; al centro-sinistra, il partito radicale; al centro-

destra, i democratico-repubblicani; a destra, i cattolici e i conservatori. Quando il fronte popolare vince le

elezioni nel 1936, la destra reagisce con violenza, suscitando lo scoppio della guerra civile. Dopo

l'uccisione di un conservatore da parte di poliziotti repubblicani, un gruppo di militari decide di ribellarsi al

governo repubblicano e a capo della rivolta vi è Francisco Franco. Anche le forze fasciste aiutano

concretamente i franchisti nella rivolta, con l'invio di volontari e di materiale bellico. Inglesi e francesi invece

rimangono neutrali. L'unico Stato che aiuta la Repubblica è l'Urss, che favorisce la formazione di brigate

internazionali, cioè reparti di volontari comunisti. Comunque, le brigate sono troppo poche per affrontare i

franchisti e in più i repubblicani sono indeboliti dalle divisioni interne, mentre Franco è appoggiato anche

dai cattolici, dall'aristocrazia terriera e dalla borghesia moderata, completando così la coalizione in un

partito unico di destra chiamato Falange nazionalista. Nel 1937 i comunisti sconfiggono (anche

politicamente) a Barcellona gli anarchici, e questa divisione tra le forze antifasciste facilita l'offensiva

franchista che si conclude, nel 1939, con la caduta di Madrid e con la disfatta dei repubblicani. La guerra

civile provoca morte e distruzione, ma anticipa anche gli schieramenti politici (Urss contro i fascismi) e

genera per la prima volta l'uso di metodi e tecniche di guerra.

19.11 - L’Europa verso la catastrofe

•• L'Europa si avvicina al secondo conflitto mondiale, a causa dell'espansionismo hitleriano. Obiettivo di

Hitler è la distruzione dell'assetto europeo stabilito dal Patto di Varsavia, la riunione di tutti tedeschi in un

unico grande impero e l'espansione verso est ai danni della Russia. In Gran Bretagna, Chamberlain

assume la guida del governo nel 1937 e attua la politica dell’appeasement, basata sul presupposto che, se

Hitler venisse accontentato, sarebbe più facile poterlo addomesticare, ma i programmi di Hitler non sono

affatto ragionevoli. Churchill al contrario sostiene che l'unico modo per fermare Hitler sia opporsi con forza

alle sue richieste, anche a costo di affrontare una guerra. La Francia non è ancora pronta a un nuovo

scontro, perché risentita delle conseguenze subite durante il primo conflitto mondiale. Hitler procede nel

1938 all'Anschluss, l'annessione dell'Austria al Reich tedesco. Nessuno si muove per fermarlo e allora

passa all'annessione dei Sudeti, i tedeschi che vivono ai confini della Cecoslovacchia. Anche in questo

caso, Francia e Gran Bretagna accettano l'annessione con gli accordi di Monaco del 1938 e conservano la

pace, ma, accettando per l'ennesima volta le richieste tedesche, finiscono per scatenare un nuovo conflitto

mondiale.

19.12 - Parola chiave: Totalitarismo

•• Il termine “totalitarismo” è inventato dagli antifascisti italiani nella prima metà del 1920. Successivamente,

gli stessi fascisti e Mussolini lo usano “in positivo” per definire la loro aspirazione a una identificazione

totale tra stato e società. Dopo la Seconda guerra mondiale il termine è usato per indicare la forma di

potere assoluto (tipica della società di massa) che non si accontenta di controllare la società, ma pretende

di trasformarla dal profondo in nome di una ideologia, di pervaderla tutta attraverso l’uso combinato del

terrore e della propaganda: il potere è quindi sia in grado di reprimere ogni forma di dissenso grazie a un

potente apparato poliziesco, ma è anche in grado di mobilitare i cittadini attraverso proprie organizzazioni,

di imporre la propria ideologia attraverso il monopolio dell’educazione e dei mezzi di comunicazione di

massa. Il concetto di totalitarismo secondo la scienza politica (Arendt, Friedrich e Brzezinski) è modellato

sulla concreta esperienza del nazismo tedesco e dello stalinismo sovietico. Più discussa è la sua

applicabilità al caso del fascismo italiano (che si autodefinisce totalitario). Scorretto è parlare di

“totalitarismo” in riferimento a regimi autoritari “tradizionali” come il franchismo e il salazarismo. Oggi il

termine totalitarismo è inflazionato e lo si usa impropriamente come sinonimo di “autoritarismo”, di

“dittatura” o di “tirannia”.

20 - L’Italia fascista

20.1 - Il totalitarismo imperfetto

•• Nel regime fascista l'organizzazione dello Stato e quella del partito (organizzato intorno al Gran consiglio

del fascismo, che ha importantissime funzioni costituzionali) si sovrappongono, anche se la prima rimane

sempre più rilevante. Mussolini, capo del governo e duce del fascismo, ha poteri illimitati. La funzione del

Pnf, sempre più burocratizzato, è quella di occupare la società civile soprattutto attraverso le sue

organizzazioni “collaterali”, come l'Opera nazionale dopolavoro, fondata nel 1925, che si occupa del tempo

libero dei lavoratori organizzando gare sportive ed eventi gestiti dalle organizzazioni di classe o dalla

Chiesa. Lo scopo di Mussolini è quello di totalizzare la società, soprattutto quella giovanile, attraverso le

organizzazioni di massa. Gli ostacoli maggiori che non permettono allo stato di essere totalitario sono la

Chiesa e la monarchia. Con la Chiesa Mussolini crea una intesa politica iniziata nel 1926 e conclusa l'11

febbraio 1929 nei Patti lateranensi. I Patti si articolano in tre parti: (1) la Chiesa pone fine alla questione

romana, riconoscendo lo Stato italiano e la sua capitale e anche lo Stato riconosce la sovranità dello Stato

della Città del Vaticano; (2) l’Italia si impegna a pagare al papa una forte indennità a titolo di risarcimento

per la perdita dello Stato Pontificio; (3) il matrimonio religioso è anche civile, la dottrina cattolica deve

essere insegnata nelle scuole e i sacerdoti sono esonerati dal servizio militare.

I Patti lateranensi portano a Mussolini un grande successo propagandistico, infatti nel plebiscito del 1929

l'afflusso alle urne è alto e il Pnf ottiene il 98% dei voti. Il vantaggio per la Chiesa è quello di rafforzare la

sua autonomia e la sua presenza nella società. A proposito del limite della monarchia, Mussolini deve fare i

conti con l'autorità del re che, anche se ha poteri solo teorici, non è subordinato al fascismo e può in ogni

momento revocare il capo del governo.

20.2 - Il regime e il paese

•• L'immagine dell'Italia fascista è costruita attraverso l'abbondante materiale propagandistico prodotto

durante il regime. I ritratti di Mussolini sono sparsi per la città, dappertutto compaiono scritte guerriere e alla

radio vengono trasmessi i discorsi del duce. Comunque, nonostante l'aumento dell'urbanizzazione e degli

addetti all'industria e ai servizi, la società italiana resta notevolmente arretrata. L'arretratezza economica e

civile della società italiana è per certi aspetti adeguata al regime e all'ideologia fascista e favorisce le

tendenze conservatrici e tradizionaliste. Il fascismo incoraggia l'incremento della popolazione, dando premi

e sussidi alle famiglie che procreano maggiormente e imponendo una tassa agli scapoli. Il fenomeno di

fascistizzazione è ampio, ma riguarda soprattutto gli strati intermedi della società. Il regime riesce a

cambiare i comportamenti pubblici e le forme di partecipazione collettiva, ma non la mentalità e le strutture

sociali.

20.3 - Cultura, scuola, comunicazione di massa

•• Il fascismo dedica un'attenzione particolare al mondo della cultura e della scuola, controllando i libri

scolastici e gli insegnanti, costretti a giurare fedeltà al partito. Il fascismo si impegna nel campo dei mezzi di

comunicazione di massa essendo consapevole della loro importanza ai fini del consenso. La radio e il

cinema diventano, così, sia strumenti di propaganda sia mezzi di semplice intrattenimento.

20.4 - Il fascismo e l’economia. La “battaglia del grano” e “quota novanta”

•• Per risolvere il problema dell'economia, Mussolini adotta la linea del corporativismo, cioè una gestione

diretta dell'economia da parte delle categorie produttive organizzate in corporazioni distinte per settore e

comprendenti sia imprenditori sia lavoratori. In realtà, il corporativismo non viene mai adottato, e si crea

solo una nuova burocrazia nel 1934, sovrapposta a quella esistente. Il fascismo non inventa una nuova

politica economica. Nei suoi primi anni di governo (1922-1925), Mussolini adotta una politica liberista e

produttivista, incoraggiando i privati e diminuendo i controlli statali. Questa linea provoca l'inflazione, un

abbassamento del valore della lira in rapporto alla sterlina. Nel 1925 il ministro delle finanze Destefani

viene sostituito da Volpi e il governo adotta un nuovo sistema economico, basato sul protezionismo, sulla

deflazione, sulla stabilizzazione monetaria e su un più diretto intervento sull’economia. Il primo

provvedimento adottato è il dazio sui cereali, correlato alla battaglia del grano, una campagna che ha come

scopo la autosufficienza nel settore dei cereali attraverso l'aumento della superficie coltivata e l'impiego di

tecniche avanzate. Il secondo provvedimento è la lotta per la rivalutazione della lira, con l'obiettivo di “quota

novanta”, ovvero di far valere una sterlina 90 lire. I prezzi diminuiscono e la moneta acquista valore, ma

questo comporta un abbassamento dei salari. La rivalutazione porta invece dei vantaggi ai grandi

proprietari, favorendo i processi di concentrazione aziendale.

20.5 - Il fascismo e la grande crisi: lo “Stato-imprenditore”

•• Anche l'Italia subisce le conseguenze della grande crisi mondiale. Il commercio con l'estero si riduce,

l'agricoltura si indebolisce a causa del calo delle esportazioni e anche le grandi imprese incontrano

difficoltà. Si assiste a un nuovo taglio dei salari. Per affrontare la crisi, il regime dà il via allo sviluppo dei

lavori pubblici e adotta un intervento diretto dello Stato per sostenere I settori in crisi. La crisi si ripercuote

anche sul sistema bancario, perché le banche miste si ritrovano a controllare quote azionarie sempre più

consistenti. Il crollo della borsa avviene anche in Italia e mette in difficoltà le banche che, per sostenere il

corso dei titoli, effettuano nuovi acquisti aggravando la loro esposizione. Per evitare il collasso delle

banche, il governo crea nel 1931 un Istituto di credito pubblico, con il compito di sostituire le banche per

sostenere l'industria in crisi. Nel 1933 il governo crea l'Istituto per la ricostruzione industriale e, grazie ai

fondi dati dallo Stato, diventa maggior azionista delle banche in crisi e acquista il controllo delle maggiori

imprese italiane. Lo stato, quindi, diventa uno Stato-imprenditore. Verso il 1935, l'Italia supera la crisi. In

seguito, Mussolini cerca di avviare uno sviluppo delle condizioni della popolazione, accentuando

l'isolamento economico del paese.

20.6 - L’imperialismo fascista e l’impresa etiopica

•• Nella metà degli anni Trenta, riprendono le aspirazioni imperiali del fascismo, con l’aggressione

all'impero etiopico. Mussolini intende creare una occasione di mobilitazione popolare per distrarre il paese

dai problemi economico sociali. Quando l'Italia nel 1935 invade l'Etiopia, i membri della Società delle

nazioni intervengono con l'adozione di sanzioni che consistono nel divieto di esportare in Italia merce

necessaria all'industria di guerra. In realtà, le sanzioni sono poco efficaci perché non impegnano i paesi

che non fanno parte della Società delle nazioni, come USA e Germania. Gli etiopici affrontano l'invasione

italiana (guidata da Badoglio), ma il loro esercito è troppo debole e così l'Italia vince la guerra nel 1936. Dal

punto di vista economico, la conquista dell'Etiopia non porta molti benefici, ma sul piano politico l’Italia

ottiene il ruolo di potenza mondiale, anche se in realtà è una illusione, perché non è in grado di affrontare

uno scontro con un'altra potenza. Nel 1936, l’Italia si riavvicina alla Germania con l'Asse Roma-Berlino, ma

non può considerarsi una alleanza militare. Nel 1939 si firma un patto di alleanza con la Germania: il

cosiddetto Patto d'acciaio.

20.7 - L’Italia antifascista

•• In Italia, la maggior parte degli antifascisti, soprattutto ex popolari e liberali, rimangono in una posizione

di silenziosa opposizione. I comunisti invece si impegnano, anche se con scarsi risultati, nella agitazione

clandestina. Allo stesso modo agisce il gruppo di Giustizia e libertà, di indirizzo liberal-socialista. Gli altri

gruppi in esilio all'estero, ovvero socialisti, repubblicani e democratici, tutti uniti nella concentrazione

antifascista, svolgono soprattutto un'opera di elaborazione politica in vista di una sconfitta del regime, che

l'antifascismo non è in grado di provocare. Nonostante questa debolezza, l'antifascismo è importante per la

preparazione di una struttura politica della futura Italia democratica.

20.8 - Apogeo e declino del regime fascista

•• La conquista dell'Etiopia segna l'apogeo del regime fascista, ma, superato questo momento di euforia, si

ripresentano i contrasti tra il regime e il paese riguardo la politica economica. Nel 1935 Mussolini decide di

attuare l'autarchia, ovvero l'indipendenza e l'autosufficienza economica, con un ulteriore aumento del

protezionismo. Comunque, l'autarchia non viene mai raggiunta. Crescono i prezzi e questo comporta un

peggioramento delle condizioni di vita del popolo. In più, l'opinione pubblica non vede di buon occhio

l’alleanza con la Germania. Prevedendo un nuovo conflitto, Mussolini passa al riarmo del paese,

trasformando gli italiani in un popolo di attitudini guerriere. Adotta, quindi, un atteggiamento duro e punitivo

nei confronti della popolazione e incrementa il carattere totalitario del paese. Nel 1938 introduce nuove

leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei, limitandoli nelle attività professionali e vietando i matrimoni

misti. Le leggi razziali suscitano la perplessità dell'opinione pubblica, infatti l'impegno di Mussolini di

costruire un regime totalitario è incompleto perché riscuote successo solo tra le nuove generazioni. Eppure,

con lo scoppio del conflitto, il fascismo comincia a perdere anche il sostegno dei giovani, avviandosi verso

il fallimento, dimostrandosi incapace di affrontare la guerra.

20.9 - Parola chiave: Consenso

•• Nel linguaggio politico moderno con “consenso” si indica l’accordo tra i membri di una comunità su alcuni

valori e principi fondamentali o su alcuni obiettivi specifici che la comunità stessa si pone attraverso

l’azione dei suoi gruppi dirigenti. Nei sistemi democratici un certo grado di consenso su principi e istituzioni

è indispensabile per la vita dello Stato, mentre sulle scelte del governo il dissenso è anche istituzionalizzato

attraverso meccanismi ce permettono il ricambio della classe dirigente. Nei sistemi autoritari (e soprattutto

totalitari) il dissenso è represso, mentre il consenso è dato per scontato. Questo non significa che anche i

regimi autoritari non possano godere di autentico consenso popolare, ma non può essere oggettivamente

verificato e misurato, in assenza di indicatori attendibili (non sono attendibili i risultati delle consultazioni

elettorali “plebiscitarie” e le manifestazioni di massa organizzate dai regimi stessi). Molti storici del

fascismo, per esempio, hanno affermato che il grosso della popolazione ha dato al regime un consenso

“passivo”, un’accettazione rassegnata. Ma come si fa a distinguere in genere un consenso attivo da un

consenso passivo all’interno di autoritarismi che non permettono forme di dissenso?

21 - Il tramonto del colonialismo. L’Asia e l’America Latina

21.1 - Il declino degli imperi coloniali

•• Negli anni tra le due guerre mondiali, le maggiori potenze europee cominciano a perdere la loro

egemonia sugli imperi coloniali perché a causa del conflitto mondiale non hanno più risorse economiche e

militari per mantenere il controllo sulle colonie. Gran Bretagna e Francia si sono servite delle colonie non

solo per le materie prime, ma anche per gli uomini da mandare al fronte. Infatti, l'esperienza della guerra e

il contatto con altri popoli spingono i popoli sottomessi a insorgere per acquistare nuovi diritti. Nascono i

movimenti indipendentisti in Asia e in Africa, influenzati dalla rivoluzione russa che sostiene la liberazione

dei popoli e i movimenti anticoloniali. Mesopotamia, Libano, Palestina e Siria vengono sottratti dal

comunismo bolscevico di Wilson per essere sottoposti all'amministrazione fiduciaria di Gran Bretagna e

Francia con tre tipi di mandati: (1) si prevede una preparazione dei territori all’indipendenza, (2) la Società

delle nazioni ha il compito di supervisionare il Camerun, Togo e Tanganica, (3) la Namibia entra a far parte

del Sudafrica.

21.2 - Il Medio Oriente: nazionalismo arabo e sionismo

•• Le stesse potenze coloniali strumentalizzano i movimenti indipendentisti per danneggiare gli avversari,

come fa la Germania del Nordafrica con le popolazioni arabe, riportandole contro il dominio francese.

Anche gli inglesi adottano questa tattica, appoggiando il nazionalismo arabo per sconfiggere i turchi. Nel

1915-1916 l'esponente britannico Mac Mahon promette al nazionalista arabo Hussein l'appoggio britannico

nella costruzione del Regno arabo indipendente formato da Arabia, Mesopotamia e Siria, in cambio della

collaborazione militare contro l'Impero ottomano. Hussein organizza una guerra santa contro i turchi al

fianco di Lawrence d'Arabia, una spia britannica che aiuta gli arabi a combattere contro i turchi. Finita la

guerra, gli arabi vincono, ma non mantengono la promessa fatta dagli inglesi. In realtà, un accordo segreto

con la Francia prevede la spartizione della zona compresa tra la Turchia e la penisola arabica. La Francia

ottiene la Siria e il Libano. L’Inghilterra ottiene la Mesopotamia e la Palestina. La Mesopotamia viene divisa

in Iraq e Trans Giordania e in Iraq viene previsto un territorio a tavolino con musulmani sunniti (a cui

appartiene Saddam Hussein), sciiti e curdi. Nel 1917 Balfur, ministro britannico, dichiara la Gran Bretagna

favorevole all'insediamento degli ebraici in Palestina, ma quando i sionisti emigrano in Palestina si

scontrano con i residenti arabi.

21.3 - Rivoluzione e modernizzazione in Turchia

•• A causa del nazionalismo arabo, l'Impero ottomano entra in crisi. Viene ridimensionato dal punto di vista

territoriale, privato dall'occupazione greca di Smirne e spartito tra Francia Gran Bretagna. Mustafa Kemal,

esponente del movimento dei giovani turchi, assume la guida del movimento nazionale per liberare il paese

dallo straniero. Inglesi e francesi rinunciano alla penetrazione, mentre rimane la Grecia che viene sconfitta

dell'esercito di Kemal e costretta a lasciare Smirne. Viene restituita la Tracia orientale alla Turchia, che in

più ottiene l’Anatolia. Viene proclamato uno Stato nazionale, laico e repubblicano. Nel 1922 viene abolito il

sultanato e viene proclamata la Repubblica, con a capo Mustafa Kemal. Nel mondo arabo c'è una

mescolanza tra potere laico religioso (teocrazia). Non c'è uno stato nazionale come l'Europa occidentale,

ma una identità nazionale turca, una identità araba, ma soprattutto una identità islamica. Kemal abolisce

tutti i simboli religiosi. Negli anni Trenta estende il diritto di voto alle donne e ancora permane uno scontro

contro l'esercito che ha il compito di mantenere la struttura laica.

21.4 - L’Impero britannico e l’India

•• Mentre la Francia reprime brutalmente i movimenti indipendentisti dell'Africa e dell'Indocina, la Gran

Bretagna alterna momenti di imperialismo a momenti di concessione. Nell'area meridionale si creano nuovi

regni arabi di Iraq e Transgiordania e gli inglesi rinunciano al protettorato sull'Egitto, mentre il Nordafrica

viene trasformato nel 1922 in un regno autonomo. L'Inghilterra conserva il controllo del Canale di Suez.

Nella conferenza imperiale, i dominions bianchi, ovvero Canada, Sudafrica e Australia, vengono

riconosciuti come comunità autonome, unite solo dal comune vincolo di fedeltà alla corona di Inghilterra.

L'India è la più importante tra le colonie britanniche sul piano economico e strategico. Durante la guerra,

l'Inghilterra aveva promesso l'autogoverno l'India, ma queste promesse non bastano a bloccare il

movimento nazionalista. Le truppe inglesi la reprimono (Massacro di Amritsar). Si sviluppa il movimento

indipendentista e si afferma come leader Gandhi, che lotta per la nonviolenza, per la resistenza passiva

rifiutando qualsiasi collaborazione con i dominatori. In seguito, l'Inghilterra dà nuove concessioni che però

non servono fermare la marcia dell'India verso la piena indipendenza.

21.5 - Nazionalisti e comunisti in Cina

•• Negli anni tra le due guerre, la Cina è teatro di una lunga guerra civile. Fino alla metà degli anni 20 si

registra il contrasto tra i nazionalisti alleati con i comunisti e il governo centrale. Negli anni successivi si

scatena una dura lotta tra il Kuomintang (Partito nazionalista), con a capo Chang Kai-shek, e i comunisti.

Sconfitto il governo centrale, Chang prosegue nella sua lotta contro i comunisti, relegando in secondo

piano quella contro i giapponesi. I giapponesi nel 1931 invadono la Manciuria. Il partito comunista cinese,

guidato da Mao Tse-Tung, estende la sua presenza tra i contadini e nel 1934, con la Lunga marcia, riesce

(nonostante notevoli perdite) a salvare il suo gruppo dirigente. Un accordo tra comunisti e nazionalisti in

funzione antigiapponese non riesce a impedire che il Giappone invada il paese.

21.6 - Imperialismo e autoritarismo in Giappone

•• In Giappone, tra gli anni tra le due guerre, si assiste a un notevole sviluppo economico e all'affermarsi di

una spinta imperialistica, in coincidenza con lo sviluppo dei movimenti di destra e con un crescente

autoritarismo del sistema politico.

21.7 - Dittature militari e regimi populisti in America Latina

•• In America Latina la grande crisi ha conseguenze fortemente negative, ma stimola comunque in alcuni

paesi un processo di diversificazione produttiva. Sul piano politico, molti Stati latinoamericani vedono

l'affermarsi di dittature personali o di governi più o meno autoritari. In alcuni paesi, come Brasile, Messico e

Argentina, questi regimi assumono un indirizzo populista e godono dell'appoggio dei lavoratori urbani.

21.8 - Parola chiave: Non violenza

•• La pratica della non violenza come strumento politico viene resa popolare da Gandhi e dai suoi seguaci

nella lotta per l’indipendenza dell’India, negli anni tra le due guerre mondiali. Secondo la strategia

gandhiana gli indiani dovrebbero rispondere alla violenza della dominazione inglese non con la forza delle

armi (secondo il modello delle rivoluzioni europee), ma con la resistenza passiva, con il digiuno volontario,

con il rifiuto di obbedire alle leggi ingiuste, con lo sfruttamento dei margini legali consentiti dalle leggi

esistenti, con la non collaborazione con i dominatori e con il boicottaggio dei prodotti dell’industria europea

(anche per difendere le strutture tradizionali della società e dell’economia locale, basata sull’agricoltura e

l’artigianato). La pratica non violenta prende spunti presenti nel pensiero occidentale (il pacifismo

dell’ultimo Tolstoj, la disobbedienza civile teorizzata nel 1850 dal filosofo americano Thoreau) e in Gandhi si

fonde alla cultura e alla spiritualità induista, volta alla trasformazione interiore dell’uomo, premesse

necessaria per qualsiasi trasformazione politica. Non ci si rassegna quindi all’ingiustizia, ma la si

combattente adottando una strategia nuova e molto rischiosa, perché non esclude la risposta violenta degli

avversari. Questa strategia si diffonde in tutto il mondo, come nel movimento per i diritti civili dei neri negli

Usa (guidato da Martin Luther King negli anni Sessanta). In Italia il maggiore teorico è il filosofo Aldo

Capitini, autore nel 1937 di Elementi di una esperienza religiosa in cui cerca di dimostrare come il ricorso

alla forza, anche per i più nobili scopi, apra sempre la strada all’ingiustizia. Per creare una società migliore

bisogna spezzare il circolo vizioso della violenza, adottando la non violenza come un fine. Nell’Italia

repubblicana sono soprattutto i movimenti pacifisti e antimilitaristi, sia comunisti sia cattolici, a far propria la

lezione gandhiana nella lotta contro gli armamenti nucleari, la guerra e la violenza in genere. Sono stati

soprattutto i radicali di Pannella a servirsi delle strategie non violente (dal digiuno alla disobbedienza civile)

per condurre le loro battaglie sui temi etici, civili e umani: dall’aborto alla pena di morte, dall’informazione

alla condizione carceraria, dall’eutanasia alla legalizzazione della cannabis, dal divorzio al matrimonio

egualitario…

22 - La seconda guerra mondiale

22.1 - Le origini e le responsabilità

•• Le potenze europee si sono illuse, con la conferenza di Monaco del 1938, di aver ammansito la

Germania con la cessione dei Sudeti. In realtà, le mire espansionistiche di Hitler vanno verso Boemia e

Moravia, parte più popolosa della Cecoslovacchia. Nel 1939 la Slovacchia si rende indipendente con

l'appoggio dei tedeschi, mentre Boemia e Moravia vengono annesse al Terzo Reich. Quindi, la Germania

completa l'occupazione dell'intera Cecoslovacchia, ponendo di nuovo l'Europa di fronte al fatto compiuto.

Questa volta, Inghilterra e Francia reagiscono con una offensiva diplomatica, stipulando dei patti militari

con Belgio, Olanda, Grecia, Romania e Turchia, e infine firmano l'alleanza con la Polonia, dichiarando che,

se la Germania provi a invadere quest'ultimo paese, allora si interverrà anche a costo di affrontare una

guerra. Nel frattempo, nel 1939 l'Italia occupa il piccolo regno di Albania, importante per la penetrazione nei

Balcani, e trasforma il vincolo dell'asse Roma-Berlino con la Germania in una vera alleanza militare,

chiamata Patto d'acciaio. Il patto stabilisce che, se una delle due parti venisse coinvolta in una guerra,

anche in veste di aggressore, l'altra dovrebbe intervenire in suo soccorso. Mussolini accetta questo patto

sapendo che l’Italia non sia pronta ad affrontare una guerra, ma si fida di Hitler che gli rassicura di non

scatenare una guerra prima di due o tre anni, ma intanto si prepara all'invasione della Polonia. Per quanto

riguarda i sovietici, questi si schierano dalla parte di Hitler, firmando a Mosca il 23 agosto 1939 il Patto di

non aggressione, utile a entrambi i paesi perché la Russia allontana in questo modo la minaccia tedesca

dai suoi confini e Hitler ingoia il suo anticomunismo per risolvere la questione polacca, evitando lo scontro

su due fronti. L’1 settembre 1939, i tedeschi invadono la parte centrale della Polonia, mentre i sovietici si

impadroniscono di quella orientale. Divisa in due, la Polonia scompare dalla cartina dell'Europa.

22.2 - La distruzione della Polonia e l’offensiva al Nord

•• La vittoria tedesca scaturisce dall'uso della strategia della guerra lampo, fondata su un massiccio uso di

aerei e carri armati per lo sfondamento delle linee nemiche, lasciando alla fanteria il compito di eliminare gli

ultimi sopravvissuti. Il 3 settembre 1939 Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania, mentre

l'Italia proclama la sua non belligeranza. Stalin si impossessa oltre che di metà della Polonia anche degli

stati baltici (ovvero Estonia, Lettonia e Lituania) e della Finlandia meridionale, mentre Hitler passa

all'occupazione della Danimarca e della Norvegia, dove insidia un governo fantoccio di Vidkun Quisling

(simbolo del traditore per eccellenza).

22.3 - L’attacco a occidente e la caduta della Francia

•• ll 10 maggio 1940, i tedeschi attaccano Belgio, Olanda e Lussemburgo, mentre un massiccio

schieramento attacca il fronte francese a Sédan. A provocare la sconfitta sono gli errori dei comandanti

francesi, troppo fiduciosi nell'efficacia della linea Maginot: una fortificazione che copre la frontiera franco-

tedesca, lasciando però scoperto il confine con il Belgio e con il Lussemburgo. Solo un momento di

rallentamento dell’offensiva tedesca consente alle forze britanniche, francesi e belga un re-imbarco a Nord,

nel porto di Dunkerque. La sosta tedesca è dovuta all'esigenza di riorganizzare le forze per sconfiggere

definitivamente la Francia. Le truppe francesi collocate al sud, Invece, subiscono una disfatta. La Francia è

ormai sconfitta. Il 14 giugno 1940 Parigi viene occupata, Paul Reynaud si dimette, sostituito da Petain, e

viene stipulato un armistizio che divide il paese in due parti: a nord il potere viene assunto da un

governatore militare tedesco, mentre al sud nasce un governo autoritario con sede a Vichy, presieduto dal

maresciallo Philippe Pétain: la Repubblica di Vichy è uno stato satellite controllato dai tedeschi. Nel

frattempo, da Londra, il generale De Gaulle incoraggia i propri connazionali a continuare la guerra al fianco

dei francesi e a liberare la Francia. La sconfitta della Francia e l'avvento di Pétain segnano la fine della

Terza Repubblica. Pétain dà la colpa della sconfitta del paese alla classe dirigente repubblicana,

considerato troppo permissiva, e infatti Pétain riporta il paese al tradizionale e autoritario ancien régime.

Pétain rompe i rapporti con la Gran Bretagna, che reagisce distruggendo la flotta francese per evitare che

cada in mano ai tedeschi.

22.4 - L’intervento dell’Italia

•• L'Italia, che da poco ha concluso il patto d'acciaio con i tedeschi, annuncia la propria non belligeranza,

giustificando questa decisione con l'impreparazione ad affrontare una guerra così lunga. Eppure, Mussolini

decide di non consentire che l'Italia rimanga solo spettatrice del conflitto e, convinto che la guerra stia per

concludersi, il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, annuncia l'intervento dell'Italia a fianco

dell'alleato nazista. Ma l'esercito italiano fornisce una pessima prova sia contro i francesi, che firmano

l'armistizio con la Germania, sia in Africa e nel Mediterraneo contro gli inglesi. Un'offerta di aiuto da parte

della Germania viene respinta da Mussolini, convinto che l’Italia debba combattere una sua guerra,

parallela a quella tedesca.

22.5 - La battaglia d’Inghilterra

•• Nel 1940, la Gran Bretagna è rimasta da sola a combattere contro la Germania. Hitler è disposto a

evitare lo scontro a patto che la Gran Bretagna riconosca le sue conquiste, ma la classe dirigente e il

popolo britannico non sono disposti a cedere. Churchill viene chiamato alla guida del governo. Hitler

attacca gli inglesi con una imponente operazione area, chiamata Operazione Leone Marino, bombardando

le città inglesi; ma il paese non si arrende e da quel momento Hitler perde la supremazia aerea. L'aiuto

degli Stati Uniti è molto importante perché, grazie alla legge “Affitti e prestiti”, fornisce agli inglesi armi e

materiali militari a condizioni molto favorevoli.

22.6 - Il fallimento della guerra italiana: i Balcani e il Nord Africa

•• Il 28 ottobre 1940, l'esercito attacca la Grecia per ragioni di concorrenza con la Germania, la quale in

quel momento sta penetrando in Romania. Comunque, l'attacco si rivela un fallimento, perché la resistenza

è più forte previsto. Nello stesso anno, gli inglesi passano al contrattacco, conquistando la Cirenaica, parte

orientale della Libia. Per evitare la definitiva espulsione dalla Libia, Mussolini deve far ricorso all'aiuto della

Germania, che, con mezzi corazzati comandati dal generale Rommel, lancia una controffensiva. Gli inglesi

stanno per impossessarsi anche dell'Africa orientale italiana e Mussolini rinuncia al sogno di combattere

una guerra parallela con Hitler. L'intervento tedesco avviene anche nel Nordafrica e nei Balcani, mentre

l'anno seguente le truppe italo-tedesche attaccano la Jugoslavia e la Grecia e gli inglesi si ritirano. Rimane

solo il Nordafrica, dove gli inglesi sono in netto vantaggio, ma Hitler si concentra verso l'altro obiettivo: la

conquista dello spazio vitale a est ai danni dell'Urss, trasgredendo il patto di non aggressione stipulato nel

1939 con Stalin.

22.7 - L’attacco all’Unione Sovietica

•• Nel 1941 Hitler cerca di realizzare ciò che aveva scritto nel Main Kampf: l'invasione dell'Urss. Oltre a

cancellare il nemico comunista, il territorio rappresenta anche una conquista coloniale e l’obiettivo è quello

di espandere il territorio verso est riducendo gli slavi in schiavitù. Il movimento comunista diventa allora

democratico e antifascista. Tuttavia, Stalin è convinto che Hitler non attacchi l’Urss prima di chiudere la

partita con la Gran Bretagna. Il 23 giugno 1941 i tedeschi danno il via all'Operazione Barbarossa,

attaccando Leningrado, conquistando Kiev e avvicinandosi a Mosca. A questo punto, i russi aumentano la

loro resistenza e spostano le fabbriche a est del Volga. Con l'arrivo dell'inverno e delle condizioni climatiche

sfavorevoli, l'avanzata tedesca rallenta, fino a esaurirsi. La guerra lampo prevista dei tedeschi si rivela una

guerra lenta e difficile.

22.8 - L’aggressione giapponese e il coinvolgimento degli Stati Uniti

•• Alla fine del 1941, gli USA entrano in guerra a favore della Gran Bretagna e rompono le relazioni

diplomatiche con Germania e Italia. Il 14 agosto dello stesso anno, Churchill e Roosevelt si incontrano per

realizzare la Carta atlantica, un documento in otto punti in cui i due rappresentanti ribadiscono la condanna

dei regimi fascisti fissano le linee guida di nuovo ordine democratico da costruire alla fine della guerra: R

rispetto dei principi di sovranità popolare e autodeterminazione dei popoli, libertà dei commerci, libertà dei

mari, cooperazione internazionale, rinuncia all'uso della forza nei rapporti tra gli Stati. Il Giappone approfitta

del conflitto per estendere il proprio dominio nel sud-est asiatico e, quando invade l'Indocina francese, gli

Usa e la Gran Bretagna agiscono bloccando le esportazioni verso il paese. Il Giappone si trova di fronte a

un bivio: piegarsi alle richieste delle potenze occidentali o scatenare la guerra per conquistare nuovi

territori. Si opta per la seconda scelta, distruggendo la flotta americana a Pearl Harbor e ottenendo la

supremazia navale sul Pacifico. Nel 1942 il Giappone controlla le Filippine americane, la Malesia e la

Birmania britanniche, l'Indonesia olandese e passa ad attaccare l'Australia e l'India. Pochi giorni dopo

l'attacco a Pearl Harbor, anche Germania e Italia, che sono legate al Giappone dal Patto tripartitico,

dichiarano guerra agli USA. Il conflitto, a questo punto, diventa mondiale.

22.9 - Il “nuovo ordine”. Resistenza e collaborazionismo

•• Nel 1942 le potenze del Tripartito raggiungono la massima estensione territoriale. Il Giappone domina il

sud-est asiatico, la Cina e le isole del Pacifico, mentre Italia e Germania controllano un territorio molto

ampio dell'Europa. I loro alleati minori sono: Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Croazia e la Francia

di Vichy, mentre in Olanda, in Norvegia e in Boemia governano funzionari tedeschi. Spagna, Turchia e

Svezia rimangono neutrali, mentre l'Italia ha un ruolo marginale. Il centro nevralgico dell'asse è ovviamente

la Germania, grazie al lavoro obbligatorio dei prigionieri di guerra e degli operai prelevati dai paesi

occupanti. Sia la Germania sia in Giappone fondano un “nuovo ordine” basato sulla supremazia della

nazione e sulla subordinazione dei popoli alle esigenze dei dominatori. La differenza tra le due potenze sta

nel fatto che, mentre il Giappone si appoggia ai movimenti indipendentisti locali e si impegna nella lotta

contro l'imperialismo europeo, la Germania non concede autonomia ai popoli a questa sottomessi. La

persecuzione più feroce viene attuata contro gli ebrei, confinati nei ghetti, discriminati, obbligati a portare la

stella gialla e deportati nei Lager della Polonia (Auschwitz) e della Germania (Dachau). I deportati vengono

sfruttati fisicamente, usati come cavie per esperimenti medici e infine eliminati in massa nelle camere a

gas, nei forni crematori, fucilati o murati vivi. 6 milioni di ebrei muoiono così durante la guerra. Inoltre, il

sistema di sfruttamento, terrore e sterminio porta dei vantaggi al paese, come la forza lavoro gratuita, le

materie prime, la ricchezza e i beni di consumo. Qualcuno resiste all'occupazione nazista, per esempio i

gruppi antifascisti, appoggiati dagli inglesi e legati ai movimenti di liberazione. I movimenti popolari più

importanti sono quelli di Jugoslavia e Grecia. Comunque, all'interno della Resistenza, ci sono varie

divisioni, ma accordi unitari vengono ugualmente raggiunti in Italia e in Francia. La collaborazione, invece,

non avviene nei Balcani, spaventati che i comunisti sovietici invadano il territorio per scopi egemonici. In

Jugoslavia l'esercito popolare guidato da Tito prevale sui nazionalisti e sui monarchici. I paesi sottomessi

alla Germania, invece, creano una sorta di collaborazionismo con i dominatori e accettano di essere posti

alle dipendenze degli occupanti. I governi collaborazionisti sono gli esponenti locali del fascismo, i

movimenti separatisti e le frazioni della classe dirigente.

22.10 - 1942-1943: la svolta della guerra e la “grande alleanza”

•• Tra il 1942 e il 1943, l'andamento della guerra subisce una svolta decisiva. Nel Pacifico i giapponesi sono

bloccati degli americani nelle due battaglie del Mar dei Coralli e delle Isole Midway, e i marines conquistano

l'isola di Guadalcanal. Un cambiamento si verifica anche nell'Atlantico, dove i tedeschi hanno condotto fino

a ora una guerra sottomarina contro le navi americane e britanniche che trasportano le armi. Usa e Gran

Bretagna riescono a limitare le perdite grazie alle innovazioni tecniche. Eppure, la svolta più clamorosa

avviene in Russia, dove, anziché autorizzare alla ritirata, Hitler ordina la resistenza a oltranza, indebolendo

l'esercito tedesco. Un'altra decisiva battaglia è quella combattuta contro la Gran Bretagna a El Alamein, nel

Nordafrica, che si conclude con la cacciata dal continente degli italo-tedeschi. Nella Conferenza di

Washington, tenutasi a gennaio 1942, russi e angloamericani si incontrano per sottoscrivere il patto delle

Nazioni Unite, impegnandosi a rispettare i principi della Carta Atlantica, a combattere le forze fasciste e a

non concludere armistizi e Paci separatamente. Comunque, tra gli alleati rimangono dei contrasti riguardo

l'apertura di un secondo fronte in Europa. Stalin è d'accordo, ma Churchill vuole prima chiudere la

questione in Africa. Prevale la tesi di Churchill. Nella Conferenza di Casablanca, tenutasi a Marocco nel

1943, inglesi e americani stabiliscono, chiuso il fronte africano, lo sbarco in Italia, sia per motivi logistici sia

per motivi politico militari. In più, si impegnano a continuare la guerra fino alla vittoria totale, senza

patteggiamenti: è il principio della resa incondizionata.

22.11 - L’Italia: la caduta del fascismo e l’8 settembre

•• L'attacco all'Italia avviene prima nell'isola di Pantelleria il 12 giugno 1943 e poi in Sicilia il 10 luglio 1943,

dove la popolazione accoglie gli alleati come liberatori. La crisi del fascismo genera scioperi operai a Torino

e nei maggiori centri industriali del Nord, per via del carovita, dei disagiati alimentari e dei bombardamenti

aerei. La caduta di Mussolini è causata da una congiura monarchica che tenta di portare il paese fuori dalla

guerra, assicurando la sopravvivenza della corona. Il 25 luglio 1943, nel Gran Consiglio del fascismo il re è

invitato ad assumere le funzioni di comandante supremo delle forze armate e fa arrestare Mussolini. Il

maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo. Il partito fascista scompare nel nulla. I

tedeschi rafforzano la loro presenza in Italia per punire il tradimento e Badoglio avvia delle trattative con gli

alleati per giungere alla pace separata. Gli italiani firmano un atto di resa il 3 settembre, armistizio che

viene reso noto soltanto l'8 settembre. Il re e il governo abbandonano la capitale e tedeschi occupano la

parte centro-settentrionale dell'Italia. Abbandonate a se stesse, le truppe si sbandano: alcuni si ritirano, altri

continuano a opporre resistenza e vengono violentemente puniti dai tedeschi (caso della Cefalonia). Con la

linea Gustav, che va da Gaeta a Sangro, i tedeschi riescono a difendersi dall’offensiva alleata. L'Italia si

trasforma così in un campo di battaglia.

22.12 - L’Italia: guerra civile, Resistenza, liberazione

•• Nel 1943 l'Italia si presenta divisa in due entità statali distinte: a sud sopravvive il vecchio Stato

monarchico, sostenuto dall'occupazione militare degli alleati; al Nord risorge fascismo, appoggiato dalle

truppe tedesche. Dei paracadutisti tedeschi, il 12 settembre 1943, liberano Mussolini, il quale dà vita alla

Repubblica sociale italiana (Rsi), a un nuovo partito fascista repubblicano e a nuovo esercito. Lo Stato si

trasferisce da Roma al Nord, tra la Lombardia e il Veneto (a Salò, infatti la Rsi è anche chiamata

Repubblica di Salò), e cerca di raccogliere dei consensi, socializzando le industrie, ma in realtà la

Repubblica di Mussolini non riesce più ad avere successo, a causa dell'occupazione tedesca che sfrutta le

risorse economiche e umane italiane. Mentre i tedeschi avanzano velocemente, si formano piccoli gruppi

combattenti, i partigiani. Sono vestiti in borghese e sono coinvolti in vere attività di spionaggio. Sono

organizzati in brigate, con varie denominazioni: Brigata Garibaldi (comunisti), Brigata Matteotti (socialisti),

Brigata Giustizia e libertà (Partito d’Azione), Brigata Mazzini (Partito repubblicano), Brigata del Popolo e

Brigata Fiamme Verdi (entrambe Democrazia Cristiana). Tutti cercano di distaccare i tedeschi dal fronte per

rendere sicure le vie di comunicazione che servono per portare i rifornimenti alle prime linee. Nel frattempo,

viene avviata la ricostruzione dei partiti antifascisti: il Partito Comunista Italiano (PCI), il Partito d’azione

(PdA), la Democrazia Cristiana (DC) derivata dal partito popolare (Ppi), il Partito Liberale Italiano (Pli), il

Partito Repubblicano (Pri) e il partito socialista con il nome di partito socialista di unità proletaria (Psiup).

Dopo l'8 settembre, i rappresentanti di questi sei partiti si riuniscono a Roma nel Comitato di Liberazione

Nazionale (Cln) e si propone come guida in contrapposizione sia agli occupanti tedeschi sia al governo

Badoglio. Comunque, il CLN è debole, così Togliatti propone l'alleanza con il governo. Nasce così, il 24

aprile 1944, il Governo di Unità Nazionale, sempre presieduto da Badoglio e comprendente tutti i

rappresentanti dei partiti del CLN. A giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, il re Vittorio Emanuele

abdica in favore del figlio Umberto. Quando Badoglio passa il governo a Bonomi, si rafforza la resistenza e

molte città, tra cui Firenze, vengono liberate. Comunque, sorgono dei contrasti nel movimento partigiano, a

causa della difficoltà di coinvolgere la popolazione impaurita e stanca della guerra. La resistenza subisce

una disfatta nel 1944 quando l'offensiva alleata si blocca sulla linea gotica. Nel 1945 le truppe tedesche

cedono e la resistenza avvia una insurrezione generale contro gli occupanti tedeschi in ritirata.

22.13 - Le vittorie sovietiche e lo sbarco in Normandia

•• tra il 1943 e il 1944 l'armata Rossa avanza sul fronte occidentale, conquistando Berlino. Nello stesso

periodo churchill, Roosevelt e Stalin e si riuniscono nella conferenza Inter alleata di Teheran, dove Stalin

ottiene degli anglo-americani l'impegno per uno sbarco delle forze sulle coste francesi. Il 6 giugno 1944,

con lo sbarco in Normandia (D-Day o Operazione Overlord) di un corpo di spedizione anglo americano,

australiano è sudafricano, quasi tutto il Commonwealth, ha inizio la liberazione della Francia. I tedeschi

commettono l'errore di pensare che lo sbarco avvenga nella zona più vicina all'Inghilterra, dove appunto

dispongono gli aerei per difendersi dall'attacco, rimanendo scoperti in Normandia.

22.14 - La fine del Terzo Reich

•• Nell'autunno del 1944 la Germania viene sconfitta. Gli alleati della Germania cambiano subito fronte,

chiedendo l'armistizio all’Urss (Romania, Bulgaria, Finlandia e Ungheria). Gli inglesi sbarcano in Grecia,

mentre i russi entrano in Jugoslavia. Gli alleati cominciano a bombardare la Germania, ma Hitler non vuole

arrendersi, perché si è illuso di rovesciare la situazione bellica con le armi segrete (razzi telecomandati).

Nella Conferenza di Mosca, Churchill e Stalin stabiliscono delle zone di influenza nei Balcani: Romania e

Bulgaria all'Urss, Grecia alla Gran Bretagna, equilibrio in Jugoslavia e Ungheria. Roosevelt, Churchill e

Stalin e si rincontrano nella Conferenza di Jalta, dove viene stabilito che la Germania verrà divisa in quattro

zone di occupazione e che i popoli potranno esprimersi tramite elezioni libere. Per la Polonia, il nuovo

governo dovrà nascere da un accordo tra la componente comunista e quella filo-occidentale. In cambio,

l’Urss si impegna a entrare in guerra contro il Giappone. Infine, vi è l'ultima offensiva degli alleati: i sovietici

entrano nel territorio polacco, cacciano i tedeschi dall'Ungheria per poi puntare su Vienna il 23 aprile e su

Praga il 4 maggio. Gli anglo-americani attaccano sul Reno e penetrano nel cuore della Germania,

raggiungono Elba e accerchiano Berlino. Sul fronte italiano, Mussolini viene catturato e fucilato dai

partigiani il 28 aprile 1945: il suo cadavere viene esposto a Piazzale Loreto a Milano. Hitler si suicida il 30

aprile 1945, lasciando la presidenza del Reich a Donitz, che si arrende.

22.15 - La sconfitta del Giappone e la bomba atomica

•• Gli Usa cominciano a riacquistare le posizioni perse nel Pacifico, bombardando il territorio giapponese. I

giapponesi fanno ricorso ai kamikaze, aviatori suicidi che si gettano sulle navi avversarie carichi di

esplosivo. Il 6 agosto 1945 il presidente americano Truman dà l'ordine di sganciare le bombe atomiche a

Hiroshima il 6 agosto d a Nagasaki il 9 agosto. Con la resa del Giappone del 2 settembre 1945 si conclude

il secondo conflitto mondiale.

22.16 - Parola chiave: Genocidio

•• “Genocidio” è lo sterminio di un popolo, a prescindere da età, sesso, opinioni politiche o credenze

religiose dei suoi membri. Il termine nasce nel 1946 durante il processo di Norimberga contro i dirigenti

nazisti per indicare la più orribile delle colpe: il massacro degli israeliti nei paesi occupati dall’esercito

tedesco. Quello che i nazisti fanno agli ebrei non è purtroppo l’unico massacro indiscriminato compiuto

nella storia. Si è parlato di genocidio in relazione ad alcune guerre di religione del Medioevo (la crociata

contro gli Albigesi) o all’uccisione degli Incas e degli Aztechi a opera dei colonizzatori spagnoli. Nel

Novecento si assiste al genocidio di oltre un milione di armeni perpetrato dai turchi durante la grande

guerra, alla deportazione di milioni di contadini decisa da Stalin tra gli anni Trenta e Quaranta al

trasferimento forzato, finito in una vera strage, di tutta la popolazione della Cambogia sotto la dittatura di

Pol Pot nel 1975…

Impropriamente ci si riferisce al genocidio ebreo da parte dei nazisti con il termine “olocausto”, che significa

“sacrificio”. Preferibile usare il termine “shoah”, che significa “catastrofe”.

È comunque difficile e forse inutile stabilire una graduatoria tra stermini di massa. Comunque, nessuno di

questi stermini ha il carattere sistematico e pianificato della “soluzione finale” progettata da Hitler, che ha lo

scopo di cancellare tutti gli ebrei dalla faccia della terra e il tutto lo si compie nel cuore della civilissima

Europa.

23 - Il mondo diviso

23.1 - Le conseguenze della seconda guerra mondiale

•• Molti tra i conflitti, le trasformazioni e le tensioni della società di oggi sono il risultato dei processi avvenuti

durante la Seconda guerra mondiale: la guerra segna la fine del nazifascismo e l'affermazione delle

democrazie, cambia la carta territoriale del vecchio continente, ma comporta il declino delle potenze

europee. La Germania è sconfitta, ma anche la Francia e la Gran Bretagna ne escono indebolite. Gli stati

che mantengono il ruolo di potenze mondiali sono gli Usa, dal punto di vista economico, e l’Urss, dal punto

di vista delle conquiste territoriali. Entrambe dispongono di risorse naturali e di un forte apparato

industriale, ma ognuna si basa su una ideologia che è contrapposta a quella dell'altra: la cultura e la politica

americana si basano sul capitalismo, sul consumismo, sul liberismo, sulla concorrenza economica,

sull'individualismo e sulle espansioni di una democrazia liberale, che si attua in un pluralismo politico e in

un parlamento regolarmente eletto; lo stalinismo si basa sul modello del collettivismo, fondato sul partito

unico (l’ideologia stalinista non prevede divisioni tra cittadini), sulla pianificazione centralizzata e statale

dell'economia, attraverso i piani quinquennali.

La contrapposizione delle due superpotenze genera la formazione di un sistema bipolare. È proprio

l'alleanza tra il capitalismo democratico e il comunismo sovietico a decretare la vittoria sulla Germania. A

livello morale, il secondo conflitto mondiale lascia nella società l'orrore e il disprezzo per la guerra, a causa

dei bombardamenti, delle carestie, dei mezzi di distruzione di massa; ma i traumi più gravi sono stati

causati dai crimini nazisti, come il genocidio degli ebrei, e dall'entrata in campo della bomba atomica.

Questo comporta l'esigenza di cambiamento e la ricerca di basi più stabili per la rifondazione dei rapporti

internazionali. Viene codificato e aggiornato il Diritto internazionale e viene introdotto il settore penale,

messo in atto nel processo di Norimberga contro i capi nazisti. Viene creato un tribunale speciale per

processare i colpevoli dei crimini nazisti, ovvero gli alti gerarchi che non si erano suicidati, ma che invece

cercano di difendersi gettando la colpa sui loro superiori (La banalità del male, Hannah Arendt). Il processo

si conclude con la condanna a morte dei collaboratori di Hitler, mentre alcuni scappano o si rifugiano in Sud

America, in particolare in Argentina. Da qui nasce il termine “epurazione”, ovvero una condanna di chi si è

macchiato di crimini razziali, con l'arresto o la proibizione di inserirsi nei reparti burocratici, nella polizia…

Gli Usa conquistano l'egemonia mondiale, diventando il principale punto di riferimento per gli stati europei.

23.2 - Le Nazioni Unite e il nuovo ordine economico

•• Nel 1945, nella Conferenza di San Francisco, nasce l'Onu, Organizzazione delle Nazioni Unite, di origine

americana, che sostituisce la vecchia Società delle nazioni. L’Onu è formato da: (1) una Assemblea

Generale degli Stati membri, la quale viene convocata annualmente e ha il potere di adottare risoluzioni,

che però non sono vincolanti; (2) Un Consiglio di Sicurezza, organo permanente che, in caso di crisi

internazionale, ha il potere di prendere decisioni vincolanti per gli Stati e di adottare misure che possono

arrivare fino allo scontro armato. Il consiglio è composto da 15 membri (le cinque potenze vincitrici, ovvero

USA, Urss, Cina, Francia e Gran Bretagna, che rappresentano i membri permanenti, e gli altri 10 vengono

eletti a turno, secondo il principio di rotazione); ogni membro permanente ha un diritto di veto, che può

usare per bloccare l'azione del consiglio quando si rivela contraria ai propri interessi; (3) il Consiglio

Economico e Sociale, da cui dipendono le agenzie specializzate per la cooperazione nei vari campi

(Unesco per l'istruzione alla cultura, FAO per l'alimentazione l’agricoltura…); (4) la Corte Internazionale di

Giustizia, che ha il compito di appianare i contrasti tra i vari Stati.

Gli Usa si occupano anche della rifondazione dei rapporti economici internazionali, creando un vasto

mercato mondiale fondato sulla libera concorrenza. Vengono ridimensionati i vincoli protezionistici e, con gli

accordi di Bretton Woods del 1944, viene creato il Fondo monetario internazionale, con lo scopo di

costituire delle riserve valutarie mondiali di cui gli Stati membri possono usufruire in caso di necessità. Si

assicura la stabilità dei cambi tra le monete e il dollaro ottiene il primato come valuta internazionale per gli

scambi, sostituendo la sterlina. La Banca Mondiale ha il compito di concedere prestiti ai singoli stati per

favorirne la ricostruzione e lo sviluppo. Sul piano commerciale, viene stipulato a Ginevra nel 1947 l'accordo

generale sulle tariffe e sul commercio (Gatt), basato su un sistema libero-scambista che prevede

l'abbassamento delle tariffe doganali. Tutte queste riforme costituiscono gli strumenti della ripresa

economica occidentale.

23.3 - La fine della “grande alleanza”

•• Le due maggiori potenze vincitrici sono in contrasto per via del diverso approccio ai problemi della pace.

Gli Usa sono interessati a riportare l'ordine mondiale, mentre l'Urss pretende il riconoscimento del suo ruolo

di grande potenza e insiste sulla questione delle riparazioni. Roosevelt è convinto di poter mantenere

l'alleanza con Stalin e, per evitare l'ennesimo conflitto, lascia i paesi danubiani e balcanici sotto il controllo

dell'Urss. Ma la cooperazione tra Occidente e Unione Sovietica muore con Roosevelt: l'avvento al potere di

Truman comporta una chiusura americana nei confronti dei sovietici. In più, il rifiuto degli Stati Uniti di

concedere un prestito all'Urss e le bombe atomiche sganciate contro il Giappone manifestano la superiorità

degli USA e Stalin diventa diffidente nei loro confronti. Nella Conferenza di Potsdam si decide la divisione

della Germania e la spartizione dell'Europa in due zone di influenza. Negli stati dell'Europa orientale, l'Urss

impone la propria egemonia attraverso i partiti comunisti locali, appoggiati dall'esercito sovietico. Viene

creata la cortina di ferro, una linea di confine che separa il blocco occidentale da quello comunista

orientale. Nella conferenza di Parigi, che si tiene nel 1946, si accordano i paesi vincitori riguardo i trattati

con Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Finlandia. L'Urss occupa Estonia, Lettonia, Lituania e parte della

Polonia, che a sua volta si estende verso ovest in Germania. Rimane irrisolto il problema tedesco.

23.4 - La “guerra fredda” e la divisione dell’Europa

•• Nel 1946 nascono nuovi contrasti tra l'Urss e le potenze occidentali su due fronti: in Iran, dove Stalin e si

rifiuta di ritirare le truppe; nei Dardanelli, dove l’Urss chiede alla Turchia nuove condizioni per l'accesso agli

stretti, ma la Turchia rifiuta. I due territori sono sotto il controllo della Gran Bretagna, che deve garantire gli

equilibri europei, ma a causa della difficile condizione economica che sta attraversando, dichiara di non

poter rispettare l'impegno preso e perde il ruolo di potenza mondiale. Gli Usa la sostituiscono, inviando una

flotta nel Mar Egeo e costringendo Stalin a rinunciare alle sue richieste. Viene applicato così il containment,

ovvero il contenimento dell'espansionismo russo con l'uso della forza.

In base alla dottrina di Truman, gli Usa si impegnano ad appoggiare i popoli liberi nella resistenza contro le

pressioni straniere e nel 1947 viene lanciato il piano Marshall (European Recovery Program), un

programma di aiuti economici all’Europa. Convinti che il piano serva agli USA per sottomettere l'Europa, i

sovietici lo rifiutano e costringono gli Stati satellite a fare altrettanto. Tra il 1948 e il 1952 il piano Marshall

consente la ripresa dell'Europa occidentale, che si basa sull'economia liberista e comporta un

rafforzamento delle tendenze moderate in politica, una attenuazione dei conflitti e una maggiore

collaborazione con gli USA. Scopo degli USA è quello di evitare che il comunismo dilaghi anche nei paesi

occidentali. Nasce il Cominform, ufficio di informazione dei partiti comunisti, qualcosa di simile alla Terza

Internazionale, che è stata sciolta nel 1943. Tra il 1946 del 1947 i contrasti tra le due superpotenze si

accendono dando inizio a quella contrapposizione fra i due blocchi che viene definita Guerra fredda. Le

conseguenze si sentono in Grecia, dove scoppia una guerra civile e si crea attrito tra USA e Urss, perché le

forze comuniste sovietiche si scontrano con quelle conservatrici sostenute dalle forze capitalistiche

occidentali. I comunisti vengono sconfitti nel 1949. In Francia e in Italia, i comunisti vengono estromessi dai

governi di coalizione. Lo scontro più grave avviene per la spartizione della Germania, che viene divisa in

quattro zone di occupazione: americana, inglese, francese e sovietica. Anche Berlino, la capitale, viene

divisa in quattro zone, dove USA e Gran Bretagna liberalizzano l’economia e la migliorano con gli aiuti del

piano Marshall, mentre Stalin reagisce con il blocco di Berlino, chiudendo gli accessi alla città e impedendo

il rifornimento ai paesi occidentali, per convincere i cittadini ad abbandonare la parte ovest. Comunque, gli

americani non reagiscono con uno scontro militare, ma organizza un ponte aereo per rifornire la città, fino a

quando i sovietici tolgono il blocco perché rivelatosi inutile. Vengono create le due germani: le tre zone

occidentali vengono unificate con la proclamazione della Repubblica federale tedesca, con capitale Bonn,

mentre la parte orientale del paese diventa una Repubblica democratica tedesca, con capitale Pankow. Nel

1949 il Patto Atlantico sancisce l'alleanza difensiva tra i paesi dell'Europa occidentale (ovvero Francia,

Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo, Italia, Usa,

Canada) e prevede un dispositivo militare composto dai contingenti dei singoli paesi membri chiamato

NATO. Nel 1951 aderiscono anche Grecia e Turchia, nel 1955 anche la Germania occidentale. L'Urss

risponde stringendo nel 1955 il Patto di Varsavia, un'alleanza militare con i paesi satellite. Le conseguenze

della guerra fredda sono: il vincolo di politica estera sulla vita dei singoli stati; l'importanza assoluta di

compattezza dei rispettivi blocchi; la corsa agli armamenti. Mentre nell’Europa orientale la conservazione

dei regimi stalinisti avviene in cambio della perdita di libertà, in Occidente gli USA, democratici, appoggiano

i regimi autoritari per difendere la libertà dell'Europa occidentale.

23.5 - L’Unione Sovietica e le “democrazie popolari”

•• Nell'Urss, nel dopoguerra, si assiste a un'accentuazione dei caratteri autoritari del regime stalinista. La

ricostruzione economica avviene rapidamente, privilegiando l'industria pesante e comprimendo i consumi

della popolazione. L’Urss diventa una grande potenza militare e nel 1949 fa esplodere la sua prima bomba

atomica, ponendo fine al monopolio nucleare americano. La ricostruzione del paese viene anche grazie a

massicce riparazioni imposte ai paesi dell'est controllati dall'armata Rossa, come la Germania orientale,

l'Ungheria, la Romania e la Cecoslovacchia. Tutti questi paesi vengono trasformati in democrazie popolari,

ovvero Stati satellite politicamente ed economicamente dipendenti dalle decisioni dell'Urss e modellati

secondo il sistema sovietico.

Stalin considera la Polonia una minaccia perché più volte, attraverso questa, i nemici erano entrati in

Russia. Dunque, nel 1945, grazie ad alcuni accordi inter-alleati, Stalin insedia a Varsavia un governo

controllato dai sovietici, che si impadroniscono dei principali centri di potere e rompono la coalizione con i

borghesi. Nonostante la resistenza opposta, anche in Romania, in Bulgaria e in Ungheria i partiti comunisti

avviano il processo di sovietizzazione e nel 1949 si tengono le elezioni a lista unica. La Cecoslovacchia è

costituita da un governo formato dall'alleanza tra i partiti di sinistra. Questa coalizione si rompe quando si

tratta di aderire al piano Marshall, sostenuto dai socialisti e dai borghesi, ma ostacolato dai sovietici, che

attuano un colpo di stato e assumono il pieno controllo del governo. Nel 1948 si tengono le elezioni a lista

unica, il presidente della Repubblica si dimette e il paese diventa una democrazia popolare. L'unico Stato

satellite che nel 1948 riesce a separarsi dall’Urss è la Jugoslavia, grazie alle resistenze di Tito ai piani

staliniani di divisione del lavoro. L’Urss sospende i rapporti con i comunisti jugoslavi e li estromette dal

Cominform. Il paese prende così le distanze da entrambi i blocchi e in politica interna cerca di stabilire

l'equilibrio tra statizzazione ed economia di mercato. In campo economico adotta un sistema basato

sull'autogestione delle imprese che, comunque, non consente lo sviluppo di una economia di mercato. Lo

scisma jugoslavo provoca una reazione repressiva verso il mondo sovietico, con l'attuazione di purghe nei

confronti dei dirigenti dell'est. L'imposizione del collettivismo sovietico consente l'avvio del processo di

modernizzazione e di decollo economico dei paesi più arretrati, anche se questo sviluppo è condizionato

dalla subordinazione economica dei paesi satelliti a quella dell'Urss. I legami economici tra l'Urss e le

democrazie popolari vengono così regolati attraverso il Comecon, ovvero il Consiglio di Mutua Assistenza

Economica, fondato nel 1949.

23.6 - Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale negli anni della ricostruzione

•• Alla fine della guerra, gli Usa devono affrontare il problema della riconversione delle industrie che, dalla

produzione bellica, passano a quella di pace. Truman passa alla guida del governo e cerca invano di

portare avanti la politica riformista di Roosevelt, ostacolato dal congresso e dai democratici. Un aumento

del costo della vita genera la nascita di agitazioni operaie, che vengono soppresse dal consiglio nel 1947

con il Talf-Hartley Act, una legge antisindacale che limita la libertà di sciopero nelle industrie nazionali. Nel

1949 nasce una campagna anticomunista, sostenuta da McCarthy e chiamata appunto maccartismo.

Grazie all’Internal Security Act, i comunisti vengono emarginati e il maccartismo dura fino al 1955. L'Europa

occidentale, nell'immediato dopoguerra, è attraversata da una forte spinta riformista. Il caso più

emblematico è quello dell'Inghilterra, dove nelle elezioni del 1945 Churchill viene battuto dai laburisti di

Attlee. Il nuovo governo attua un vasto programma di riforme sociali: nazionalizzazione della banca e delle

industrie, introduzione del salario minimo e del servizio sanitario nazionale…; il governo laburista getta

quindi le basi per la nascita del Welfare State. In Francia, i programmi di sicurezza sociale vengono varati

dal governo provvisorio di De Gaulle e dai ministeri di coalizione basati sull'accordo tra i partiti di massa: il

partito comunista, la Sfio e il movimento repubblicano popolare. Nel 1946 viene varato un piano

quadriennale (piano Monnet) di ispirazione liberista e sempre nel 1946, tramite varie assemblee elettive,

nasce la quarta Repubblica a carattere parlamentare. Nel 1947 De Gaulle favorisce la nascita di un

movimento che sostiene il rafforzamento del potere esecutivo e nel frattempo si rompe l'alleanza tra i partiti

di massa, a causa di contrasti con i comunisti, che vengono estromessi dal governo. Grazie agli aiuti

americani, la Germania si risolleva rapidamente dalle disastrose condizioni della fine della guerra ed è

protagonista di un miracolo economico: mentre nella zona orientale la ripresa è frenata dal peso delle

riparazioni e dalla collettivizzazione forzata imposta dall'Urss, la Germania dell'ovest è favorita dall'unione

con il blocco occidentale, dove gli Usa intendono stabilire una economia capitalistica contrapposta a quella

sovietica. Gli Usa rinunciano anche alle riparazioni e consentono alla Repubblica federale tedesca di

usufruire degli aiuti del piano Marshall.

23.7 - La nascita del Giappone

•• Un altro miracolo economico è quello del Giappone, in cui gli Usa impongono una trasformazione in

senso democratico-parlamentare, senza comunque intaccare il potere delle grandi concentrazioni

industriali, che diventano il motore principale della ripresa economica giapponese. Questo sviluppo è inoltre

favorito sia dall'assenza di spese militari, sia da una politica economica fondata sul contenimento dei

consumi che permette un tasso di investimento molto alto. Negli anni successivi il Giappone si afferma

come una delle maggiori potenze economiche mondiali.

23.8 - La rivoluzione comunista in Cina e la guerra di Corea

•• Nel 1949 salgono al potere i comunisti in Cina. L'alleanza tra i comunisti di Mao Tse Tung e i nazionalisti

di Chang Kai-shek, stretta nel 1937 per combattere l'invasione giapponese, si scioglie con lo scoppio della

Guerra nel Pacifico. I nazionalisti trascurano la lotta contro i giapponesi per fermare comunisti, che

avanzano verso l'interno. Il regime si presenta corrotto e repressivo nei confronti della società, la quale

considera i nazionalisti incapaci di cacciare lo straniero. Al contrario, i comunisti continuano a combattere

contro il Giappone e in più rafforzano i legami con le masse contadine, attraverso delle riforme agrarie. Gli

Usa cercano di stabilire un nuovo accordo tra comunisti e Kuomintang (nazionalisti), ma Chang rifiuta e

attacca i comunisti, scatenando la ripresa della guerra civile. In un primo momento i nazionalisti hanno il

sopravvento, ma i comunisti, con l'aiuto dei cittadini, riescono a organizzarsi e a contrattaccare. Entrano a

Pechino, dove viene proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, mentre Chang si rifugia nelle

isole di Taiwan. La nuova Repubblica comunista vara delle riforme di socializzazione e nel 1950 stipula con

l'Urss un trattato di amicizia e di mutua assistenza.

Nello stesso anno avviene il confronto tra i due blocchi in Corea, che è stata divisa in due zone delimitate

dal 38esimo parallelo. La Corea del Nord è governata dal comunista Kim II Sung, mentre la Corea del sud

è guidata da un governo nazionalista appoggiato dagli americani. Le forze nordcoreane, armate dai

sovietici, invadono il sud e gli USA reagiscono mandando un forte contingente di truppe, che respingono i

nordcoreani e oltrepassano il confine. La Cina interviene a favore dei comunisti, inviando dei volontari che

respingono gli americani. La guerra si conclude nel 1953 e si rivela inutile. Le conseguenze sono: il riarmo

americano, l'ostilità americana nei confronti dei comunisti per la minaccia il Pacifico e un rafforzamento dei

legami militari tra gli Usa e gli alleati asiatici ed europei.

23.9 - Dalla guerra fredda alla coesistenza pacifica

•• Negli anni successivi alla fine della presidenza Truman (1952) e alla morte di Stalin (1953), si afferma

progressivamente un nuovo rapporto meno conflittuale tra le due superpotenze, basato sull'accettazione

reciproca e sulla coesistenza pacifica. In più, l'equilibrio tra i due blocchi viene mantenuto attraverso il

reciproco riconoscimento delle rispettive sfere di influenza.

23.10 - Il 1956: la destalinizzazione e la crisi ungherese

•• Nel 1956 il segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (Pcus) Kruscev prende il posto di Stalin

alla guida del paese. Kruscev ha un atteggiamento di maggiore apertura sia in politica estera (con il trattato

di Vienna, con l'incontro con i capi occidentali a Ginevra, con la riconciliazione con i jugoslavi, con lo

scioglimento del Comiform) sia in politica interna (con l'abolizione delle purghe), permettendo lo sviluppo

dell'agricoltura e il miglioramento delle condizioni di vita della società. Nel corso del 20º congresso del

Pcus, il leader sovietico fa una clamorosa denuncia dei crimini di Stalin e il processo di destabilizzazione

avviato in Urss alimenta nei paesi dell'Europa dell'est la speranza di un cedimento del controllo sovietico.

Diffusi movimenti di protesta si verificano in Polonia, come lo sciopero di Poznan, che viene represso, e

come l'ottobre polacco, moto di protesta antisovietico. I dirigenti dell'Urss favoriscono l'ascesa al potere di

Gomulka, che adotta una politica di liberazione e di riconciliazione con la Chiesa e mantiene dei rapporti di

alleanza con l’Urss. Anche in Ungheria ci sono agitazioni e proteste. Il comunista Nagy diventa capo del

governo e le truppe sovietiche si ritirano, ma il regime di piena libertà instauratosi nel paese consente

l'avanzata delle forze antisovietiche. I comunisti perdono il controllo della situazione e fanno ricorso

all'intervento sovietico. L'armata rossa occupa Budapest e stronca la resistenza popolare, riprendendo il

pieno controllo dell'Ungheria.

23.11 - L’Europa occidentale e il Mercato comune

•• Nel corso degli anni Cinquanta gli stati occidentali perdono le loro condizioni di grandi potenze. Mentre

l'economia britannica vive un prolungato ristagno, in tutti i paesi dell'Europa occidentale si verifica una

crescita economica sostenuta. È rapida soprattutto la ripresa della Germania, che adotta un modello di

economia sociale di mercato, basato sul liberismo e sulla produttività; la disoccupazione viene assorbita, il

marco acquista valore e il tasso di inflazione viene mantenuto entro i limiti. Il rilancio del paese avviene

grazie a diversi fattori, come la disponibilità di manodopera e soprattutto la stabilità politica. Alla guida del

governo si trova l'Unione Cristiano-democratica, in coalizione con il Partito liberale, mentre il Partito

socialdemocratico rappresenta l'opposizione. Il definitivo ridimensionamento politico dell'Europa, causato

dal conflitto mondiale, favorisce l'integrazione economica dei vari stati con la Comunità Europea del

Carbone e dell’Acciaio (Ceca), che hai il compito di gestire la produzione e i prezzi dei settori più importanti

dell'industria continentale. In seguito, viene progettata la Comunità Europea di Difesa (Ced), una

organizzazione militare che fallisce per il mancato consenso della Francia. In più, i governanti europei

cercano di attuare un'area di libero scambio e di coordinamento delle politiche economiche. Così, nel 1957

i rappresentanti di Francia, Italia, Germania occidentale, Belgio, Olanda e Lussemburgo firmano il trattato

di Roma, che istituisce la Comunità Economica Europea (Cee). Lo scopo è quello di creare un mercato

comune europeo, con l'abbassamento dei dazi doganali, la libera circolazione della forza lavoro e dei

capitali, il coordinamento delle politiche industriali e l’intervento delle autorità in favore delle aree depresse.

Organi principali della Cee sono: la commissione, che propone e attuare i piani di intervento; il Consiglio

dei Ministri, che prende le decisioni finali; la Corte di Giustizia, che attenua i contrasti tra gli Stati; il

Parlamento europeo, eletto dai cittadini, che ha funzioni consultive. Gli effetti del mercato comune

consentono un rilancio delle economie dei paesi associati, ma l'integrazione rallenta a causa degli egoismi

nazionali.

23.12 - La Francia dalla Quarta Repubblica al regime gaullista

•• La Francia attraversa negli anni Cinquanta una grave crisi istituzionale, legata al problema dell'Algeria.

Nasce un forte movimento indipendentista, represso duramente dai governi francesi che, nel 1958

minacciano un colpo di stato. Nel frattempo, il generale De Gaulle assume la guida del governo e vara una

nuova costituzione, che segna la nascita della Quinta Repubblica. De Gaulle cerca di rafforzare il potere

esecutivo, con delle leggi che danno al capo dello Stato il potere di nominare il capo del governo, di

sciogliere le camere e porre a referendum le questioni più importanti. Viene costituito un nuovo Parlamento

che elegge De Gaulle alla presidenza della Repubblica; e nel 1962 una legge sancisce l'elezione del capo

dello Stato da parte dei cittadini. In politica estera De Gaulle concede l'indipendenza all'Algeria e nel 1962

firma degli accordi di Evian con i ribelli. In più, cerca di risollevare il prestigio internazionale del suo paese

cercando di allontanarsi dai due blocchi per riottenere l'egemonia in Europa. Tenta di dotarsi della forza

nucleare, ritira le truppe francesi dalla Nato, contesta la supremazia del dollaro proponendo nuovamente il

sistema della convertibilità in oro e si oppone ai progetti di integrazione politica. La sua politica di governo

ha suscitato vasti consensi, che rendono ancora più solida la nuova Repubblica.

23.13 - Parola chiave: Nucleare

•• L’energia nucleare è quella contenuta nel nucleo dell’atomo e liberata mediante processi di reazione

(scissione o fusione) provocati artificialmente. Le prime applicazioni dell’energia nucleare sono per fini

bellici. Le “bombe atomiche” (basate sulla separazione del nucleo di materiali radioattivi come l’uranio o il

plutonio) fatte esplodere dagli americani a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945 mettono fine al secondo

conflitto mondiale, ma nel 1952 vengono sperimentate le più potenti bombe a idrogeno (o termonucleari), in

cui l’energia è sviluppata dalla fusione degli atomi dell’idrogeno o dei suoi isotopi. L’apparizione delle

bombe nucleari apre una nuova fase nella storia delle relazioni internazionali, influendo profondamente

sugli stessi modi di pensare dei contemporanei. Espressioni come “era nucleare”, “logica nucleare”,

“equilibrio nucleare”, “rischio nucleare” sono entrate stabilmente nel linguaggio politico e militare.

L’affermarsi di due superpotenze nucleare, ognuna dotata di arsenali nucleari capaci di distruggere

l’avversario, ha dato stabilità al quadro internazionale e ha fatto apparire più remota l’eventualità di un

conflitto generale. Comunque, la stessa esistenza di armi capace di cambiare irrimediabilmente gli equilibri

naturali, compromettendo la salute delle future generazioni o addirittura di distruggere ogni forma di vita sul

pianeta ha introdotto un fattore di angoscia permanente tipico della nostra epoca. L’incubo della morte

nucleare ha dato spazio alle tematiche pacifiste e ha poi costituito uno degli argomenti centrali delle

campagne dei movimenti ecologisti e in genere della sinistra non violenta, che dell’energia nucleare

contestano anche gli usi pacifici. Le numerose centrali nucleari costruite dagli anni Cinquanta in molti paesi

industrializzati per assicurare la produzione di energia elettrica a costi inferiori a quelli delle centrali

“termiche” (alimentate da derivati del petrolio) presentano inquietanti incognite, legate sia al problema dello

smaltimento delle scorie radioattive sia al rischio di guasti o di errori umani. Incidenti come quello accaduto

nel 1979 nella centrale americana di Three Mile Island o quello più grave nel 1986 nella centrale sovietica

di Chernobyl scuotono l’opinione pubblica mondiale e determinano la rinuncia alla tecnologia nucleare da

parte di alcuni paesi, tra cui l’Italia.

24 - La decolonizzazione e il Terzo Mondo

24.1 - I caratteri generali della decolonizzazione

•• La Seconda guerra mondiale sancisce la definitiva crisi del colonialismo. I gruppi indipendentisti

acquistano sempre più forza e, appoggiati dai giapponesi, agiscono in Asia per cacciare inglesi e francesi.

Anche USA e Urss intervengono per rimuovere la presenza europea dall'Asia e dall'Africa, a scopo di

affermare la loro egemonia. Comincia il processo di decolonizzazione e, con la Carta Atlantica del 1941, gli

alleati proclamano il principio di autodeterminazione dei popoli, ovvero il diritto di tutti i popoli a scegliere la

propria forma di governo da cui intendono essere guidati. Ci sono varie forme di decolonizzazione: la Gran

Bretagna concede l'indipendenza in modo graduale e “indolore”, mentre la Francia oppone resistenza ai

movimenti indipendentisti. Raramente i nuovi Stati indipendenti avviano regimi democratici, in quanto

prevalgono in generale i governi autoritari o militari, sia per il fatto che hanno una tradizione diversa da

quella europea, sia per la difficoltà di avviare un processo di sviluppo a causa delle condizioni economiche

di arretratezza e per il carattere delle dirigenze locali, formate da élite e non da borghesie radicate nella

società.

24.2 - L’emancipazione dell’Asia

•• L'Asia precede il continente africano nella liberazione dal dominio coloniale, grazie a una più avanzata

organizzazione politica e sociale. In più, il contatto con gli europei favorisce la nascita di gruppi locali che

portano il paese verso l'emancipazione. Questo è il caso dell'India, in cui, grazie all'affermazione del Partito

del congresso (borghesia indiana) e grazie all'influenza politica e morale di Gandhi, nasce un movimento

nazionalista. Con una serie di campagne di disobbedienza civile, Gandhi riesce a ottenere importanti

concessioni, fino a raggiungere la sua indipendenza. Nel 1947 vengono creati due nuovi Stati: l'Unione

indiana e il Pakistan musulmano, ma continuano i contrasti tra indiani e musulmani, fino a sfociare in una

guerra civile. Lo stesso Gandhi viene ucciso da un estremista indù nel 1948. La situazione indiana è

aggravata dai problemi interni, come la povertà, il sovraccarico demografico, le tensioni tra i diversi gruppi

etnici religiosi… problemi che continuano a esistere nonostante le iniziative riformiste e lo sviluppo

economico e tecnologico che risolve il problema alimentare. Nel sud-est asiatico il processo di

emancipazione è condizionato dal confronto tra le forze nazionaliste e i movimenti comunisti, insediati nelle

campagne. In Birmania e in Malesia prevalgono i nazionalisti; in Indonesia il movimento nazionalista ottiene

l'indipendenza nel 1949 e comincia il processo di emancipazione economica; nel regno di Thailandia le

forze moderate mantengono sempre il potere; nelle Filippine, che ottengono l'indipendenza dagli Usa solo

nel 1946, i governi autoritari devono fronteggiare la guerriglia condotta dai comunisti e dai separatisti

musulmani. I comunisti, invece, prevalgono nei paesi dell'Indocina. Un esempio è il Vietnam, dove i

comunisti, guidati da Chi-minh, conducono la lotta per la liberazione. Nel 1945 Chi-min proclama la

Repubblica democratica del Vietnam, ma i francesi non riconoscono il nuovo Stato e occupano la parte

meridionale. Nascono degli scontri tra francesi e vietnamiti, che si concludono nel 1954 con la sconfitta dei

francesi. Gli accordi di Ginevra stabiliscono il ritiro dei francesi da tutta la penisola indocinese. Il Vietnam

viene diviso In due parti: una comunista al Nord, l'altra filo-occidentale al sud.

24.3 - Il Medio Oriente e la nascita di Israele

•• In medio oriente, già agli inizi del Novecento, si è sviluppato un movimento nazionalista arabo, rivolto

contro gli ottomani e le potenze europee. Questo movimento è formato da due componenti: una

tradizionalista, più integrale, e una laica e nazionalista, più attenta alla modernizzazione economica.

Prevale quella tradizionalista. La Seconda guerra mondiale accelera il processo di emancipazione,

costringendo le potenze europee a concedere l'indipendenza ai paesi meridionali: nel 1932 la Gran

Bretagna riconosce l'indipendenza dell'Iraq e nel 1946 quella della Transgiordania; la Francia ritira le truppe

dalla Siria e dal Libano; Egitto, Arabia Saudita e Yemen formano nel 1945 la Lega degli Stati arabi. La

Palestina ottiene l'indipendenza dagli inglesi, ma è contesa tra arabi ed ebrei. La pressione del movimento

sionista per la creazione di uno Stato ebraico si fa sempre più forte, e sostenitori della causa sono anche

gli Usa; al contrario, le autorità inglesi si oppongono, perché non voglio scontrarsi con i vicini Stati arabi. I

sionisti chiedono libertà di immigrazione e passano alla lotta armata contro arabi e inglesi, fino a quando la

Gran Bretagna ritira le truppe dalla Palestina e fa ricorso alle Nazioni Unite, che propongono una

spartizione in due stati. Gli arabi non accettano, mentre gli ebrei proclamano la nascita dello Stato di

Israele. La guerra arabo-israeliana si conclude con la sconfitta delle forze arabe e l'affermazione dello Stato

ebraico. Lo Stato di Israele è moderno, con una organizzazione economica a sfondo capitalistico e

cooperativistico e in politica estera riesce ad allargare i propri confini occupando la parte occidentale di

Gerusalemme. La Giordania toglie i territori agli arabi, che abbandonano la Palestina.

24.4 - La rivoluzione nasseriana in Egitto e la crisi di Suez

•• L’Egitto è uno stato formalmente indipendente dalla Gran Bretagna. All'inizio negli anni Cinquanta si

instaura nel paese un forte nazionalismo arabo che riesce a raggiungere un compromesso con gli inglesi, i

quali rinunciano al controllo sulla politica estera e sulla difesa, ma lasciano la loro presenza militare nel

Canale di Suez. Nel 1952 una rivolta di ufficiali guidati da Nasser rovescia la monarchia e insidia un nuovo

regime socialista. Nasser vara delle riforme e avvia un processo di industrializzazione. In politica estera

guida i paesi arabi nella lotta contro Israele, libera il Canale di Suez dalla presenza inglese e stipula con

l'Urss degli accordi per gli aiuti economici e militari. Nel 1956 gli Usa bloccano il finanziamento della Banca

mondiale per la costruzione della diga di Assuan, sul Nilo, e Nasser reagisce proclamando la

nazionalizzazione del Canale di Suez, dove francesi e inglesi hanno forti interessi. Questo scatena la crisi

internazionale e nel 1956 l’Israele attacca l'Egitto, sconfiggendolo. Penetra nel Sinai, mentre inglesi e

francesi si impossessano di nuovo del canale. Gli Usa restano neutrali, l’Urss invece invia un ultimatum alla

Francia, alla Gran Bretagna e all'Israele, che cedono e ritirano le loro truppe. L'Egitto acquista un notevole

prestigio grazie a Nasser che, riproponendo il panarabismo, ovvero l'unione di tutti i popoli arabi, ottiene la

popolarità tra le masse. Nel 1954 la Siria si unisce all'Egitto, formando la Repubblica araba unita,

controllata da Nasser. Comunque, il sogno dell'unità araba viene contrastato dalle gelosie nazionali e dalle

divisioni ideologiche. In Libia, nel 1969, una rivoluzione porta al potere il colonnello Gheddafi, che cerca di

creare un socialismo islamico e, sul piano internazionale, una politica in grado di alimentare le tensioni

nell'area meridionale.

24.5 - L’indipendenza dei paesi del Maghreb

•• All'inizio degli anni 50, nei paesi del Maghreb, il nazionalismo arabo si scontra con la dominazione

coloniale francese. In Marocco e in Tunisia si fa più intensa la lotta per l'indipendenza e, dopo vari tentativi

di repressione, nel 1956 i francesi concedono l'autonomia. Più drammatica e cruenta è la situazione in

Algeria, dove la presenza francese è più radicata. Nasce il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), una

organizzazione clandestina che agisce con lo scopo di ottenere l'indipendenza. Lo scontro con i nazionalisti

algerini termina nel 1957, con la battaglia di Algeri, in cui i francesi reprimono duramente l'insurrezione.

L'anno seguente, la formazione di un Comitato di Salute Pubblica nelle colonie mette in crisi la Quarta

Repubblica e consente l'ascesa al potere di De Gaulle, che revisiona la costruzione e forma la Quinta

Repubblica. De Gaulle capisce che la perdita dell'Algeria è inevitabile e, con gli accordi di Evian, concede

l'indipendenza. L'Algeria costituisce un regime autoritario e centralizzato, con una economia statalizzata;

comunque, mantiene dei rapporti di collaborazione con la Francia.

24.6 - L’emancipazione dell’Africa nera

•• A sud del Sahara, nell'Africa nera, il processo di decolonizzazione si compie tra la fine degli anni

Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, ed è un processo generalmente pacifico. Il primo paese che

ottiene l’indipendenza è il Ghana, seguito dalla Guinea. Il 1960 è “l'anno dell’Africa”, in cui ottengono

l'indipendenza 17 nuovi Stati, tra cui il Congo belga, la Nigeria, la Somalia e il Senegal. Particolarmente

difficile è invece il raggiungimento dell'autonomia in Kenya e nella Rhodesia del sud, attraversate da una

dura e sanguinosa repressione inglese. La resistenza dei coloni bianchi si protrae fino alla proclamazione

dell'indipendenza e dell'uscita dal Commonwealth.

Nell'Unione Sudafricana vige il regime dell’apartheid, ovvero la discriminazione compiuta dai bianchi ai

danni della popolazione nera. Nonostante sia in minoranza, la comunità bianca ha il monopolio politico.

Particolarmente drammatica la lotta per l'indipendenza nel Congo, concessa dal Belgio nel 1960, cui

seguono all'interno lo scoppio della guerra civile e il tentativo di secessione del Katanga, ricco di risorse

minerarie. L'equilibrio viene ristabilito con l'intervento dell'Onu. Il conflitto del Congo diventa il simbolo di

tutti i contrasti che attraversano l'Africa è che mettono in evidenza la fragilità delle stesse istituzioni

politiche, le quali lasciano il posto ai regimi militari di stampo autoritario. All'instabilità politica si aggiunge

anche una debolezza economica che rischia di provocare l'ennesima dipendenza dai paesi industrializzati.

Per evitare il neocolonialismo, I paesi rompono con l'Occidente e avviano uno sviluppo basato sul mercato

interno esclusivamente gestito dallo Stato. Anche l'Angola e il Mozambico raggiungono l'indipendenza dal

Portogallo nel 1975. Comunque, rimangono irrisolti i problemi di povertà, di carestia, di disgregazione

sociale e di emarginazione dal mercato mondiale.

24.7 - Il Terzo Mondo, il “non allineamento” e il sottosviluppo

•• I nuovi paesi indipendenti sentono il bisogno di distinguersi sia dall'Occidente capitalistico sia dall'Est

comunista e, con la partecipazione alla conferenza afro-asiatica di Bandung nel 1955, cominciano ad

adottare una politica di “non allineamento”. La conferenza, a cui partecipano 29 Stati compresa la Cina,

proclama l'uguaglianza tra le nazioni, il sostegno ai movimenti impegnati nella lotta al colonialismo e le

alleanze militari controllate dalle superpotenze. La conferenza segna anche la nascita di un “terzo mondo”

sulla scena mondiale e lo sviluppo del terzomondismo, ovvero la tendenza a individuare nella nuova

indipendenza dei paesi un fattore di cambiamento. Il movimento dei non allineati diventa sempre più ampio

e coinvolge paesi strettamente legati all'Urss, come Cuba e Vietnam del Nord. Per questo si tenta di

spostare l'asse di non allineamento verso l'est, considerando l’Urss una naturale alleata. In campo

economico emerge il sottosviluppo, ovvero l'arretratezza edile ritardo rispetto allo sviluppo economico dei

paesi più ricchi e industrializzati. Le cause del sottosviluppo sono molteplici: l'arretratezza dell’agricoltura,

la persistenza dei vecchi regimi fondiari, la bassa produttività, lo squilibrio tra risorse disponibili e una

popolazione in continuo aumento. Nei paesi in via di sviluppo il reddito pro capite è ancora basso,

l'analfabetismo è ancora molto diffuso e le masse diseredate si raggruppano nelle bidonville, baracche

costruite con mezzi di fortuna. Con la decolonizzazione, la povertà di massa aumenta considerevolmente,

smentendo quel principio di uguaglianza dei popoli stabilito dopo la Seconda guerra mondiale. Al contrario,

nasce un desiderio di vendetta dei paesi del terzo mondo nei confronti delle potenze occidentali, le quali si

arricchiscono sfruttando i loro territori e le loro risorse.

24.8 - Dipendenza economica e instabilità politica in America Latina

•• Nei paesi dell'America Latina lo sviluppo socioeconomico è rallentato a causa dell'arretratezza e della

forte dipendenza dagli Usa, che hanno sostituito l'influenza britannica. In alcuni casi, come in Messico,

l'aiuto americano consente la crescita industriale; in altri, come nel Centro America, gli americani

ostacolano qualsiasi forma di miglioramento. In generale, hanno la funzione di tutelare il continente; infatti,

nel 1948 viene creata l'Organizzazione degli Stati americani, che garantisce una collaborazione economica

tra i continenti, ma ha anche lo scopo di impedire l'aggravarsi dell'instabilità politica per evitare l'avanzata

del comunismo. Gli anni della guerra sono anni di sviluppo economico per i paesi latinoamericani, che

riescono a far crescere le industrie nazionali. In più, questo generale miglioramento consente l'incremento

del ceto medio urbano, che sia allea con le classi più povere. L'instabilità politica dell'America centrale e

meridionale si caratterizza con l'oscillazione tra liberismo, populismo e autoritarismo. Un esempio è il

regime populista autoritario di Peròn in Argentina: sul piano economico si assiste a un continuo aumento

dell'inflazione e alla crisi della produzione agricola. Nel 1955 Peròn viene eliminato da un colpo di stato. Nel

1966, con un nuovo colpo di stato si afferma una dittatura di destra. In Brasile viene instaurato da Vargas

un movimento populista, abbattuto nel 1945. Nel 1950 Vargas torna di nuovo al potere, ma non riesce a

risollevare le difficili condizioni del paese e si suicida. I successori non riescono a liberare il paese dai

rapporti di dipendenza commerciale con l’estero e a risolvere gli squilibri sociali. Nel 1964 un nuovo colpo

di stato, appoggiato dagli Usa, riporta al potere i militari, che insediano un regime di repressione interna.

Regimi militari e dittatoriali si affermano anche negli stati del Sud America (come Venezuela, Colombia,

Paraguay, Bolivia, Perù). Gli unici paesi democratici rimangono l'Uruguay, il Cile e il Messico, dove la

stabilità politica è garantita dal Partito rivoluzionario istituzionale. Sorprendente è la rivoluzione cubana di

Fidel Castro, che rovescia la dittatura reazionaria del 1959 e stabilisce per la prima volta un regime di

orientamento comunista. Castro avvia una riforma agraria e stringe rapporti con l'Urss, rompendo le

relazioni diplomatiche con gli USA. Gli Usa rispondono in un primo momento con il tentativo di repressione,

ma poi propongono l'Alleanza per il progresso, cioè un programma di aiuti per lo sviluppo dei paesi

dell'America Latina.

24.9 - Parola chiave: Neocolonialismo

•• Si comincia a parlare di neocolonialismo verso il 1950, quando avviene il processo di de-colonizzazione.

Molti sostengono che all’acquisita indipendenza politica delle ex colonie asiatiche e africane non

corrisponde una piena autonomia economica: la fine del dominio formale è quindi accompagnata dal

persistere di rapporti di dipendenza e di alcuni aspetti tipici del vecchio colonialismo. Secondo le teorie sul

neocolonialismo, le ricchezze nazionali delle ex colonie continuano a essere sfruttate a vantaggio del

capitale estero in quanto le classi dirigenti locali sono corrotte e prive di reale autonomie, perché dipendenti

dal sostegno diplomatico, militare e finanziario dei governi occidentali e delle grandi multinazionali. Anche

lo sfruttamento dei lavoratori può avvenire più facilmente e in misura maggiore nelle aree arretrate, dove

non è sviluppato il pensiero di sinistra e dove non esiste quindi neanche la cultura dello sciopero, della lotta

per acquisire diritti… in più, lo stato sostiene i capitali stranieri. L’iniqua distribuzione delle risorse e

l’elevato sfruttamento dei lavoratori sono sorretti da una visione eurocentrica del mondo, fondata sulla

convinzione della superiorità economico-culturale dell’Occidente. Molte teorie sul neocolonialismo si

basano sul concetto di scambio ineguale: l’arretratezza economica e tecnologica, le profonde

disuguaglianza, la diffusa povertà e la produzione soprattutto di materie prime o di raccolti poco

remunerativi portano gli Stato di nuova indipendenza a indirizzare l’economia verso l’esportazione e non

alla creazione di un mercato interno; in più, la predominanza economica, tecnologica, diplomatica e militare

permette alle economie occidentali di imporre rapporti contrattuali favorevoli all’Occidente, riuscendo così a

ottenere prezzi più bassi. Questo comporta un ingente e continuo trasferimento di ricchezza dai paesi

poveri a quelli ricchi. Elaborate da studiosi marxisti e da movimenti indipendentisti asiatici e africani negli

anni Cinquanta e Sessanta, le teorie sul neocolonialismo esprimono la delusione per le difficoltà incontrate

dal processo di decolonizzazione e per il fatto che la nascita di nuovi stati non si traduce in piena

indipendenza politica né dà luogo a uno sviluppo economico. All’accusa rivolta alle imprese multinazionali e

ai governi occidentali di attuare politiche finalizzate a perpetuare le disuguaglianze e la subordinazione dei

paesi sottosviluppati si assesta la denuncia del ruolo svolto dalle organizzazioni internazionali (come il

Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale), considerate prime protettrici degli interessi delle

economie più avanzate, soprattutto di quella statunitense. Dagli anni Settanta la crescita dell’economia e

dell’autonomia politica di alcuni paesi sottosviluppati ha cambiato il Terzo Mondo, modificandone il rapporto

con i paesi ricchi.

25 - L’Italia dopo il fascismo

25.1 - Un paese sconfitto

•• Nella primavera del 1945, l’Italia viene liberata e riunificata dagli alleati e dai partigiani, ma affronta I

problemi di un difficile dopoguerra. Infatti, nel 1945 l'economia italiana è in gravissime condizioni. Gli

stabilimenti industriali si sono in buona parte salvati, ma la produzione è scesa a meno di un terzo di quella

antecedente alla guerra. Incalcolabili sono i danni subiti dalla agricoltura e dal patrimonio zootecnico, che

rendono drammatico il problema degli approvvigionamenti alimentari. L'inflazione provocata dalla guerra

assume ritmi paurosi (i prezzi crescono di 18 volte in sei anni, polverizzando i risparmi e ridimensionando i

salari reali che si riducono a più della metà). Il sistema dei trasporti è in buona parte distrutto, con

conseguenze disastrose sul movimento delle merci. Gravi danni sono stati subiti anche dalle abitazioni

(circa 3 milioni di abitazioni sono state distrutte o seriamente danneggiata), infatti i moltissimi rimasti senza

casa sono costretti a co-abitazioni forzate o cercano rifugio nelle scuole e in altri edifici pubblici trasformati

appositamente in dormitori. Fame, mancanza di alloggi ed elevata disoccupazione contribuiscono a

rendere precaria la situazione dell'ordine pubblico. Nel Nord Italia la fine della guerra ridà slancio alle lotte

sociali. Alcuni ex partigiani erano riluttanti a deporre le armi e a volte inclini ad adottare misure di giustizia

sommaria nei confronti dei repubblichini (della Rsi) o degli ex gerarchi fascisti. Al centro-sud contadini e

braccianti occupano le terre incolte e i latifondi, come già accaduto nel primo dopoguerra. Eppure, la

minaccia più grave all'ordine pubblico, al sud e nelle isole, viene dalla malavita, in buona parte legata al

contrabbando e alla borsa nera (commercio clandestino di generi razionati). In Sicilia si assiste a una

ripresa del fenomeno mafioso, favorita anche dalle autorità militari americane, che non ha esitato a servirsi

di noti esponenti della malavita italo-americana per stabilire contatti con la popolazione. Sempre negli anni

dell'occupazione alleata si sviluppa in Sicilia un movimento indipendentista, strettamente legato agli agrari

e alla vecchia classe dirigente prefascista, e condizionato da una forte presenza mafiosa. Il movimento

dispone anche di un esercito clandestino, ma vieni abbattuto dai governi post-liberazione. Fenomeni del

genere sono i segni più evidenti della disgregazione morale, oltre che politica, in cui la guerra ha gettato il

paese. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nord e sud Italia si dividono nettamente, in quanto vivono

due esperienze completamente diverse: al sud, l'occupazione alleata, la continuità istituzionale sotto la

monarchia, la sostanziale tenuta dei vecchi equilibri sociali; al Nord, l'occupazione tedesca, la guerra civile,

una insurrezione popolare in cui la lotta di liberazione nazionale si intreccia alle istanze di rivoluzione in

campo politico e sociale. Queste spinte al cambiamento si scontrano però sia con le resistenze di una

società reduce da vent'anni di regime fascista (e toccata solo in parte dall’esperienza rinnovatrice della lotta

partigiana, cosiddetto “Vento del Nord”) sia con la situazione del paese nel contesto internazionale. L'Italia

è una nazione sconfitta e tale è considerata dai vincitori, nonostante la Resistenza e il cambio di fronte

dell’8 settembre 1943: è occupata militarmente, dispone degli aiuti alleati e non è quindi completamente

arbitra del proprio destino.

25.2 - Le forze in campo

•• Le forze politiche che si candidano alla guida del paese dopo la liberazione sono più o meno le stesse

che erano state protagoniste della lotta politica tra la fine nella prima guerra mondiale e l'avvento della

dittatura fascista, ma fino a nuove libere elezioni è impossibile conoscerne i reciproci rapporti di forza. Il

ritorno alla democrazia favorisce una maggiore partecipazione politica: i partiti adesso contano centinaia di

migliaia di iscritti (invece delle decine di migliaia in epoca pre-fascista). Il Partito socialista (Psiup nel 1943)

assume un ruolo di protagonista anche grazie alla popolarità del suo leader Pietro Nenni, ma il gruppo

dirigente È diviso di nuovo tra le spinte rivoluzionarie (che lo portano a mantenere uno stretto legame con i

comunisti) e la tradizione riformista (che lo portano ad assumere una funzione di cerniera, con il PCI a

sinistra e i partiti borghesi a destra). Al contrario, il Partito Comunista Italiano ottiene nuova forza e

credibilità proprio dal contributo offerto alla lotta antifascista: il “partito nuovo” che Togliatti cerca di costruire

dopo la svolta di Salerno è molto diverso dal piccolo e intransigente partito leninista nato a Livorno nel

1921. Soprattutto un autentico partito di massa che vanta quasi 2 milioni di iscritti già nel 1946 e tende ad

allargare l’area del consenso ovviamente verso gli operai, i contadini, i ceti medi e soprattutto gli

intellettuali. In più, è un partito che vuole inserirsi nelle istituzioni democratico-parlamentari, senza però

cessare di incarnare le aspettative rivoluzionarie della classe operaia. Tra gli altri partiti nella scena politica

italiana, l'unico che appare in grado di competere con I comunisti e i socialisti sul piano dell'organizzazione

di massa è la Democrazia Cristiana (DC), che si richiama direttamente all'esperienza del Partito Popolare

Italiano di Don Luigi Sturzo, ricalcandone il programma ed ereditandone la base piccolo borghese. Infatti,

anche il gruppo dirigente, a cominciare dal segretario Alcide De Gasperi, viene in buona parte da quel

partito, ma è rafforzato dall'afflusso delle nuove leve cresciute politicamente durante il ventennio nelle file

dell'Azione cattolica. La democrazia cristiana godi in più di un esplicito appoggio da parte della Chiesa. Il

Partito liberale conta su una serie di adesioni illustri (come quelle di Luigi Einaudi e di Benedetto Croce),

oltre che del sostegno della grande industria e dei proprietari terrieri. Il Partito repubblicano si distingue per

l'intransigenza sulla questione istituzionale, respingendo ogni compromesso con la monarchia e rifiutando

persino di partecipare al Comitato di Liberazione Nazionale. In una posizione particolare è il Partito

d'Azione, al confine tra l'area socialista e quella liberal-democratica, che si presenta come una forza nuova

e moderna e si fa promotore di ampie riforme sociali e istituzionali: nazionalizzazione dei grandi complessi

industriali, riforma agraria, massimo sviluppo delle autonomie locali. Il partito, però, è privo di una base di

massa e fatica a trovare una sua identità. La destra appare politicamente fuori gioco nel clima del dopo-

liberazione, ma è ancora forte, soprattutto al sud, e tende a diventarlo sempre di più con l'accentuarsi dei

timori provocati dalle misure di epurazione annunciate a carico degli aderenti al fascismo. I gruppi di destra,

quindi, vanno in parte a ingrossare le file della Democrazia cristiana e del Partito liberale Italiano, in parte

contribuiscono alla nascita di un nuovo movimento, L’Uomo qualunque, fondato nel novembre 1945 dal

commediografo Giannini sull'onda del successo ottenuto dall'omonimo giornale. Il movimento qualunquista

rifiuta qualsiasi caratterizzazione ideologica e assume le difese dell'uomo qualunque, oppresso sia dalla

dittatura fascista sia dalla dittatura (a loro dire) non meno soffocante, dei partiti del CLN. L'uomo qualunque

riscuote notevoli consensi soprattutto presso la piccola e la media borghesia, spaventata dall'avanzata

delle sinistre. Comunque, già nel 1947, il fenomeno qualunquista comincia a sgonfiarsi, Soprattutto per la

confluenza dell'opinione pubblica di destra nella Democrazia cristiana e nel Movimento sociale Italiano

(msi) nato alla fine del 1946.

Un ruolo importante nell'Italia libera è svolto anche dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro

(CGIL), ricostruita su basi unitarie nel giugno 1944 nella Roma ancora occupata dai tedeschi. Le tre

componenti (socialista, comunista e cattolica) sono rappresentate allo stesso modo negli organi dirigenti,

ma sono squilibrate come peso numerico (i comunisti sono i più forti, i cattolici i più deboli). La Cgil riesce a

realizzare alcune importanti e durevoli conquiste normative (sebbene piuttosto moderate, per non

scontentare i cattolici): il riconoscimento delle commissioni interne, che rappresentano il sindacato

all'interno delle aziende; l'introduzione di un meccanismo di scala mobile per l'adeguamento automatico dei

salari al costo della vita; una nuova e più rigida disciplina dei licenziamenti; un maggiore egualitarismo

retributivo tra i lavoratori delle diverse categorie.

25.3 - Dalla liberazione alla repubblica

•• Dopo la liberazione, la prima occasione di confronto tra il partiti la si ha nella scelta del successore di

Bonomi, che si era dimesso a giugno per lasciare il posto a un governo più rappresentativo dell'Italia

liberata. Dopo un lungo braccio di ferro tra socialisti e democristiani, i partiti trovano l'accordo sul nome di

Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione e uno dei capi militari della Resistenza. Formato un ministero

con la partecipazione di tutti i partiti del CLN, Parri promuove un processo di normalizzazione in una Italia

ancora sconvolta dalla guerra e mette all'ordine del giorno il problema dell’epurazione. In più, Parri

annuncia una forte tassazione sulle grandi imprese per favorire la ripresa delle piccole e delle medie

aziende, generando l’opposizione delle forze moderate, in particolare del Partito liberale Italiano che nel

novembre 1945 ritira la fiducia al governo, determinandone la caduta. La Dc riesci allora a imporre la

candidatura di Alcide De Gasperi, che forma un governo sempre basato sulla partecipazione di tutti i partiti

del CLN, ma inaugura anche una svolta in senso moderato destinata poi a rivelarsi irreversibile: I progetti di

riforme economiche vengono rapidamente accantonati, tutti i prefetti nominati dal CLN nell'Italia vengono

sostituiti da funzionari di carriera, l’epurazione fortemente rallentata e fermata nel giugno del 1946 dal

ministro della giustizia Togliatti, che vara una larga amnistia. Il riflusso delle prospettive di rinnovamento

radicale che avevano accompagnato la lotta di liberazione lascia nei militanti di sinistra e nel resto degli ex

partigiani, un forte senso di delusione che spesso si traduce in manifestazioni di protesta, ma il PCI e il

Psiup non possono cavalcare questa ondata di sentimento, sia perché non vogliono rompere la solidarietà

di governo, sia perché sperano in un successo elettorale che avrebbe consentito loro di assumere la guida

del paese. Il governo fissa infatti il 2 giugno 1946 la data per le elezioni dell'assemblea costituente, ovvero

le prime consultazioni politiche libere dopo 25 anni e le prime in assoluto in cui hanno il diritto di votare

anche le donne. I cittadini e le cittadine sono chiamat* al voto per decidere mediante referendum se

mantenere l'istituto monarchico o fare dell'Italia una Repubblica. Il 9 maggio, a poche settimane dal voto,

Vittorio Emanuele III, a sorpresa, tenta di risollevare le sorti della dinastia sabauda abdicando in favore del

figlio Umberto II. Nelle votazioni del 2 giugno, caratterizzati da una affluenza senza precedenti nella storia

delle elezioni libere in Italia (il 90% degli aventi diritto), la Repubblica prevale con un margine di almeno 2

milioni di voti. Il 13 giugno 1946, dopo la proclamazione ufficiale dei risultati, Umberto II vai in esilio in

Portogallo. Nelle elezioni per la costituente, la Dc si afferma come primo partito (35%), seguita dal Psiup

(20%) e dal PCI (19%). L'unione democratica nazionale che raccoglie liberali e demolaburisti (di Bonomi)

ottiene il (7%). I qualunquisti ottengono il 5%, i repubblicani il 4%, i monarchici 2%, il Partito d’Azione 1%.

Rispetto alle ultime elezioni prefascisti, è evidente l'avanzata dei partiti di massa e la crisi definitiva dei

vecchi gruppi liberaldemocratici, ormai sostituiti dalla Dc nella rappresentanza dell'Italia moderata. La

sinistra risulta complessivamente rafforzata, ma non tanto da risultare maggioritaria. A nord votano

soprattutto per la repubblica e quindi a sinistra, mentre al sud votano soprattutto per monarchia e quindi a

destra.

25.4 - La crisi dell’unità antifascista

•• I due anni che vanno dalle elezioni per la costituente (2 giugno 1946) alle consultazioni politiche del 18

aprile 1948 sono decisivi per la storia della Repubblica: l'Italia definisce il suo nuovo assetto istituzionale

con la costituzione e riorganizza la propria economia secondo le modalità tipici dei sistemi capitalistici

occidentali. Dopo le elezioni per la costituente, democratici, socialisti e comunisti continuano a governare

insieme, accordandosi sul liberale Enrico De Nicola come primo presidente della Repubblica e danno vita a

un secondo governo De Gasperi, basato sull'accordo tra i tre partiti di massa. Comunque, rimangono le

tensioni tra la Dc e la sinistra: la Dc tende sempre di più a essere reazionaria e proibizionista, assumendo il

ruolo di garante dell’ordine allineandosi agli Usa, mentre i comunisti si collocano alla testa delle lotte

operaie e contadine per il salario, per l'occupazione, per la terra, per la giustizia sociale, allineandosi

all’Urss. La “guerra fredda italiana” tra Dc e PCI danneggia il Psiup, che alla fine del 1946 si divide in due

correnti: la corrente di sinistra, con a capo Nenni, vuole mantenere l'unità con il PCI; la corrente di destra,

guidata da Saragat, si batte per un allontanamento dal PCI E nasconde la sua ostilità verso il comunismo

sovietico e la politica staliniana nell'Europa dell'est. A gennaio 1947 I seguaci di Saragat decidono di

abbandonare il Psiup e si riuniscono in un partito, il Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli) e, più

avanti, Partito socialdemocratico Italiano (Psdi). La corrente di sinistra rimasta nel Psiup rinomina il partito

in Partito socialista italiano. De Gasperi dà le dimissioni e, ottenuto il reincarico dopo una lunga crisi, forma

un governo di soli democristiani, rafforzato dall'apporto di tecnici dall'area liberal-democratica. Si chiude

così, con i cattolici al potere e le sinistre all'opposizione, la fase della collaborazione governativa tra i tre

partiti di massa.

25.5 - La Costituzione repubblicana

•• I contrasti politici che culminano con l'esclusione delle sinistre dal governo non impediscono ai partiti

antifascisti di mantenere quel minimo di solidarietà necessaria alla Repubblica per superare le due prime e

fondamentali prove: la conclusione del trattato di pace firmato nel febbraio 1947 e soprattutto il varo della

Costituzione (a sostituzione dello Statuto albertino di un secolo prima). Il testo costituzionale, scritto tra il

giugno 1946 e il dicembre 1947, entra in vigore dall'1 gennaio 1948. La Costituzione si ispira ai modelli

democratici ottocenteschi per la parte che riguarda le istituzioni e i diritti politici: si designa un sistema di

tipo parlamentare con un governo responsabile di fronte alle due Camere (Camera dei deputati e Senato

della Repubblica), titolari del potere legislativo, entrambe dirette a suffragio universale incaricate di

scegliere un Presidente della Repubblica con mandato settennale. Il potere giudiziario lo possiede il

Consiglio Superiore della Magistratura. La Corte Costituzionale vigila sulla conformità delle leggi alla

costituzione, leggi che possono essere sottoposte a referendum abrogativo dietro richiesta di almeno

500mila cittadini. Si spezza la vecchia struttura centralistica dello Stato creando un nuovo istituto della

regione, dotato di ampi poteri, anche legislativi. Comunque, per volontà delle forze moderate, l'assemblea

costituente non ha i poteri legislativi utili a tradurre immediatamente in leggi applicative le norme della

costituzione, che quindi rimangono inattuate per molti anni. Nella costituzione, grazie alla voce dei partiti di

sinistra, viene sancito il diritto al lavoro, all'uguaglianza sociale e davanti alla legge e viene stabilito che il

diritto di proprietà può essere limitato a vantaggio del benessere collettivo. La costituzioni, per allontanarsi

il più possibile dall'autoritarismo fascista, garantisce visibilità a tutte le forze politiche, favorendo quindi un

modello parlamentare, facendo dei partiti i veri destinatari del consenso popolare e quindi gli arbitri

incontrastati della politica italiana. Questo assetto istituzionale I governi a fondarsi su accordi di coalizione

e rende difficile ogni forma di alternanza, contribuendo in parte a bloccare il sistema politico italiano. Nel

complesso, comunque, la costituzione rappresenta un compromesso equilibrato.

25.6 - Le elezioni del ’48 e la sconfitta delle sinistre

•• Il varo della Costituzione repubblicana è l’ultima manifestazione significativa della collaborazione tra le

forze antifasciste. Infatti, dall’inizio del 1948, i partiti si impegnano in una gara accanita per conquistarsi i

favori dell'elettorato in vista delle elezioni politiche convocate per il 18 aprile dello stesso anno, che

avrebbero dato alla Repubblica il suo primo Parlamento. Caratteristica di questa campagna elettorale alla

polarizzazione tra due schieramenti contrapposti: quello governativo, guidato dalla Dc e comprendente

anche i partiti laici minori (Psli e Pri), e quello di opposizione, guidato dal PCI (il Psi decide di presentare

liste comuni con il PCI sotto il nome di Fronte popolare). Gli elettori si trovano così davanti a una alternativa

secca che lascia scarsi margini alle posizioni intermedie. La Dc è aiutata ovviamente dalla Chiesa, chi si

impegna in una dura crociata anticomunista, e dagli USA, consentendo ai democristiani di presentarsi

come i più accreditati rappresentanti della massima potenza mondiale, agitando la minaccia di una

sospensione degli aiuti del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre. Socialisti e comunisti rispondono

facendo appello ai lavoratori e ai ceti disagiati e scelgono una campagna dai toni democratici piuttosto che

rivoluzionari, ma questa modalità viene danneggiata da una stretta adesione alla causa dell'Urss in un

momento in cui l'immagine del comunismo sovietico è inevitabilmente associata a quanto accade

nell'Europa dell’est. Le elezioni del 18 aprile 1948 vedono il travolgente successo della Dc, che ottiene il

48% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi alla camera; bruciante e la sconfitta dei partiti operai, che

ottengono il 31% (nel 1946 erano il 40%, e perdono quindi 2 mln di voti). Con le elezioni del 1948 si chiude

definitivamente la fase più agitata e incerta del dopoguerra e cadono le speranze dei partiti di sinistra di

guidare la trasformazione della società. Il 14 luglio 1948 uno studente di destra spara al segretario

comunista Togliatti mentre esce da Montecitorio e lo ferisce gravemente. Alla notizia dell'attentato, in tutte

le principali città operai e comunisti scendono in piazza, scontrandosi con le forze dell'ordine. Vengono

occupate molte fabbriche. In Toscana il moto assume un carattere insurrezionale. Comunque, l'agitazione

si esaurisce in pochi giorni sia per il comportamento prudente dei dirigenti comunisti, sia per la tendenza a

una gestione dura dell'ordine pubblico. Un'altra conseguenza delle giornate del luglio 1948 è la rottura e la

già precaria convivenza tra le maggiori forze politiche all'interno del sindacato: la decisione della

maggioranza socialcomunista della Cgil di proclamare uno sciopero generale per protesta contro l'attentato

a Togliatti fornisce alla componente cattolica l'occasione per staccarsi dal sindacato unitario dando vita a

una nuova confederazione che avrebbe poi assunto il nome di Cisl (Confederazione italiana sindacati

lavoratori). Pochi mesi dopo anche i sindacati repubblicani e socialdemocratici abbandonano la Cgil,

fondando una terza organizzazione, la Uil (Unione italiana del lavoro). Svanisce così l'ultimo residuo di

unità antifascista e la divisione del paese in due schieramenti contrapposti è ormai completata.

25.7 - La ricostruzione economica

•• Con le elezioni del 18 aprile 1948, gli elettori non solo scelgono il partito che dovrebbe governare il

paese, ma si esprimono anche in favore di un sistema economico e di una collocazione internazionale,

scegliendo tra il blocco comunista e il blocco capitalista. I governi dell'immediato dopoguerra bloccano i

tentativi delle sinistre di introdurre nel sistema forti elementi di trasformazione; finché restano un governo,

comunisti socialisti si limitano sostanzialmente a uno azioni di sostegno ai sindacati, in difesa dei salari e

dell'occupazione, mediante il blocco dei licenziamenti. Anche questa linea di resistenza cade però a partire

dal maggio 1947 con l'estromissione delle sinistre dal governo nella formazione del nuovo governo De

Gasperi, con il liberale Einaudi a capo del Ministero del Bilancio, il quale atto una manovra economica che

ha come scopi principali la fine dell'inflazione, il ritorno alla stabilità monetaria e il risanamento del bilancio

statale, attraverso inasprimenti fiscali e tariffari e la svalutazione della lira per favorire le esportazioni e

incoraggiare il rientro dei capitali, attirati dal cambio favorevole (350 lire per un dollaro). La lira infatti

recupera potere d'acquisto, i capitali esportati rientrano in Italia, i ceti medi riacquistano fiducia, i salariati si

giovano del calo dei prezzi, ma l'operazione ha forti costi sociali, soprattutto sul versante della

disoccupazione (più di due milioni di disoccupati nel 1948). I fondi del piano Marshall vengono usati per

finanziare le importazioni dei prodotti alimentari e di materie prime, ma non per sviluppare la domanda

interna. Gli strumenti di controllo dell'economia vengono sottoutilizzati, ma non cancellati: l’Iri viene

potenziato con nuovi finanziamenti, e l’Agip (ente petrolifero di Stato) viene rilanciato dalla scoperta di

giacimenti di idrocarburi in Val Padana.

25.8 - Il trattato di pace e le scelte internazionali

•• Il trattato di pace tra l'Italia e gli alleati viene firmato a Parigi nel febbraio 1947 E ratificato dall'assemblea

costituente nel luglio 1947. L'Italia è considerata a tutti gli effetti come una nazione sconfitta, che deve

impegnarsi a pagare riparazioni agli stati che aveva attaccato (Russia, Grecia, Jugoslavia, Albania, Etiopia)

e a ridurre la consistenza delle sue forze armate. Rinuncia in più a tutte le colonie, già perdute durante la

guerra. A ovest l'Italia non subisce modificazioni di rilievo, salvo alcune rettifiche secondarie a favore della

Francia. A nord mantiene l'Alto Adige grazie alla posizione di inferiorità dell’Austria. I problemi più delicati si

presentano a est, dove l'esercito di liberazione jugoslavo comandato dal maresciallo Tito ha occupato la

penisola istriana e rivendica il possesso della stessa Trieste. L'occupazione fa riesplodere il conflitto tra

italiani e slavi. Nella primavera del 1945 migliaia di italiani, a Trieste, Gorizia e in molti centri dell'Istria

vengono uccisi o deportati, con la generica accusa di complicità con il fascismo, ma in realtà tra le vittime ci

sono anche numerosi antifascisti, colpevoli solo di opporsi al disegno di espansione del regime jugoslavo.

Molti di questi vengono gettati, bivio morti, nelle foibe, profonde cavità naturali dell'altopiano carsico

comunemente usate come discariche. Il dramma del confine orientale diventa così un fattore di

mobilitazione per l'opinione pubblica moderata, intrecciandosi con le divisioni create dalla guerra fredda

(infatti, fino alla rottura tra Tito e Stalin, la frontiera tra Italia e Jugoslavia coincide con quella tra Occidente

e blocco comunista). Alla fine del 1946 viene attuata una sistemazione provvisoria, che lascia alla

Jugoslavia la penisola istriana, eccetto la striscia comprendente Trieste e Capodistria, che costituisce il

Territorio libero di Trieste, a sua volta diviso in una zona A (Trieste e dintorni) occupata dagli alleati e in una

zona B occupata dagli jugoslavi. Infatti, solo nell'ottobre 1954, si arriva una spartizione di fatto che sancisce

il controllo jugoslavo sulla zona B e il passaggio dall'amministrazione alleata a quella italiana della zona A,

ossia di Trieste, che viene così riunita all’Italia. Comunque, solo con il trattato di Osimo del novembre 1975

le due parti si riconosceranno reciprocamente la sovranità sui territori in questione. La scelta dell'Italia di

appartenere al blocco capitalista, sancita dall'elettorato il 18 aprile 1948, non è detto che debba tradursi in

una alleanza militare. Infatti, quando vengono gettate le basi per il Patto Atlantico alla fine del 1948, l'ipotesi

di una adesione dell'Italia suscita non solo la dura opposizione di socialisti e comunisti, ma anche le

perplessità della parte del mondo cattolico e dei partiti laici di centrosinistra. Prevale la fine la volontà di De

Gasperi e del Ministro degli Esteri Sforza, che vedono nell'alleanza soprattutto uno strumento per garantire

all'Italia una più stretta integrazione con l'Occidente. L'adesione al Patto Atlantico viene approvata dal

Parlamento, dopo un acceso dibattito, nel marzo 1949.

25.9 - Gli anni del centrismo

•• I cinque anni della prima legislatura repubblicana (1948 - 1953) segnano il periodo di massima egemonia

della democrazia cristiana sulla vita politica nazionale. Infatti, nonostante possa contare sulla maggioranza

assoluta, la Dc continua a puntare sull'alleanza con i partiti laici minori e appoggia la candidatura alla

Presidenza della Repubblica del liberale Luigi Einaudi, eletto nel maggio 1948. È la formula del centrismo,

che vede una Dc molto forte occupare il centro dello schieramento politico, lasciando fuori della

maggioranza sia la sinistra comunista sia l'estrema destra monarchica e fascista. Componente essenziale

della politica centrista è una moderata dose di riformismo che, senza sconvolgere troppo gli equilibri sociali,

sia in grado di conservare il consenso delle masse popolari. L'iniziativa più importante del periodo centrista

è la riforma agraria attuata nel 1950, che fissa le norme per l'esproprio e il frazionamento di una parte delle

grandi proprietà terriere di ampie aree geografiche. Lo scopo immediato della riforma è quello di rimuovere

una causa di scontento di protesta sociale, ma l'obiettivo a lungo termine è l'incremento della piccola

impresa agricola, ma le nuove piccole aziende agricole si dimostrano poco vitali nella riforma non serve a

contenere quel fenomeno di migrazione dalle campagne alle città. Nel 1950, contemporaneamente alla

riforma agraria viene varata un'altra legge, non meno ambiziosa negli obiettivi, ma certamente più moderna

nella concezione: quella che istituisce la Cassa per il Mezzogiorno, un nuovo ente pubblico che ha lo scopo

di promuovere lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali attraverso il finanziamento statale per

le infrastrutture (strade, acquedotti, centrali elettriche…) e il credito agevolato alle industrie localizzate nelle

aree depresse. L'impegno è imponente e si prolunga per oltre un decennio (1500 miliardi nei primi dieci

anni; la Cassa viene sciolta nel 1983), ma i risultati non corrispondono alle attese. Infatti, il denaro stanziato

ha esiti positivi sull'economia meridionale e sul tenore di vita della popolazione, ma non sempre basta a

mettere in moto un autonomo processo di modernizzazione, né a colmare il divario con le regioni del nord.

Altre riforme varate dai governi centristi sono la legge Fanfani sul finanziamento alle case popolari e la

riforma Vanoni, che introduce l'obbligo della dichiarazione annuale di diritti. In genere, tutte le riforme

vengono duramente contestate dalla destra: I liberali si ritirano infatti dal governo nel 1950 in quanto

contraria alla riforma agraria. Le sinistre continuano a condurre contro i governi De Gasperi una dura

opposizione, in parte fondata sulle divergenze ideologiche, in parte motivata dallo stato di disagio in cui

ancora versano le classi lavoratrici. La politica economica del governo continua infatti a basarsi sulla

stabilità finanziaria e sul contenimento dei consumi privati. I partiti di sinistra e la Cgil reagiscono

mobilitando le masse operaie in una serie di scioperi e di manifestazioni che spesso si concludono in

scontri con le forze dell'ordine. Il governo risponde intensificando l'uso dei mezzi repressivi. Le forze di

polizia vengono potenziate con la creazione dei reparti celeri (gruppi motorizzati di pronto intervento)

impiegati esclusivamente nei servizi di ordine pubblico. Le armi da fuoco vengono usate spesso contro i

manifestanti, provocando molte vittime. Prefetti e questori cercano di limitare la libertà di riunione

avvalendosi di leggi e di regolamenti varati in epoca fascista. Comunisti e socialisti vengono schedati e a

volte discriminanti negli impieghi pubblici. Il ministro degli interni Scelba, che tiene quasi ininterrottamente

la carica tra il 1947 e il 1955, diventa agli occhi dei militanti di sinistra il simbolo di una politica illiberale e

repressiva. Costretti a fronteggiare la pressione della sinistra, De Gasperi e i suoi alleati tentano,

Nell'imminenza delle elezioni del 1953, di rendere inattaccabile la coalizione centrista modificando i

meccanismi elettorali in senso maggioritario. Il sistema scelto è quello di assegnare il 65% dei seggi alla

camera al gruppo di partiti “apparentati” (uniti da una preventiva dichiarazione di alleanza) che ottiene

almeno la metà più uno dei voti. Siccome né l’opposizione di sinistra né quella di destra possono aspirare a

raggiungere un simile risultato, il sistema sembra costruito su misura per la maggioranza. Allora, la legge

elettorale viene ribattezzata dalle sinistre “legge truffa”, che viene approvata nel marzo 1953 dopo una

durissima battaglia parlamentare. Eppure, nelle elezioni di giugno 1953 la coalizione di governo viene

sorprendentemente sconfitta: sia la Dc sia i suoi alleati perdono voti rispetto al 1948, mentre ne

guadagnano le sinistre e, in misura maggiore, la destra monarchica e fascista. Il premio di maggioranza

non scatta e la Dc di De Gasperi deve registrare la sua prima sconfitta.

25.10 - Alla ricerca di nuovi equilibri

•• Con le elezioni del 1953 fallisce il tentativo di stabilizzare la coalizione centrista con la legge

maggioritaria (poi accantonata nella legislatura successiva) e comincia una lunga fase di transizione e di

ricerca di nuovi equilibri politici. Il paese comincia lentamente a modernizzarsi. Si rafforzano i legami con

l'Europa più avanzata, grazie alla completa liberalizzazione degli scambi con l'estero, legami che saranno

ribaditi nel marzo 1957 con l'adesione italiana al Mercato comune europeo. In alcuni settori politici si

avverte l'esigenza di un allargamento verso sinistra dell'area di maggioranza, di una spinta riformatrice in

grado di interpretare le trasformazioni la società. De Gasperi si dimette nel luglio 1953, e i successivi

governi democristiani continuano ad appoggiarsi sulla esigua maggioranza quadripartita, addirittura

rafforzata in qualche caso dall'apporto di voti monarchici e fascisti. Nell'estate 1955 viene presentato in

Parlamento il cosiddetto piano Vanoni, che rappresenta il primo tentativo di programmazione economica in

Italia. Nel dicembre 1956 viene creato il Ministero delle Partecipazioni Statali, con il compito di coordinare

l'attività delle aziende di Stato (soprattutto l’Iri e l’Eni, Ente nazionale idrocarburi fondato nel 1953). Eppure,

la novità più importante di questi anni, sul piano delle istituzioni, è l'insediamento nell'aprile 1956 della

Corte Costituzionale e nel 1958 del Consiglio superiore della magistratura. La Corte Costituzionale è

composta da magistrati e da membri nominati dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica ed è utile

a far cadere alcune tra le norme più anacronistiche varate in periodo fascista.

Gli anni della seconda legislatura repubblicana (1953 - 1958) portano parecchi cambiamenti anche

all'interno dei partiti più importanti: le elezioni del 1953 segnano non solo la sconfitta politica di De Gasperi

(che muore l’anno dopo), ma anche l'emergere della nuova generazione cattolica formatasi nell'azione

cattolica degli anni Venti e Trenta, più legata alle problematiche del cattolicesimo sociale, favorevole

all'intervento statale nell'economia e critica nei confronti dell'impostazione liberista che ha ispirato le scelte

dei governi postbellici. Esponenti principali di questa generazione sono Aldo Moro, Taviani, Rumour e

soprattutto Amintore Fanfani, che, diventato segretario della Dc nel 1954, cerca di rafforzarne la struttura

organizzativa e di svincolare il partito dei condizionamenti della Confindustria, collegandolo più

strettamente all'emergente industria di Stato, soprattutto all'Eni di Enrico Mattei. Sul piano delle alleanze di

governo, la Dc di Fanfani non cambia la linea centrista di De Gasperi; ma, soprattutto dopo le elezioni

presidenziali del 1955, che vedono la vittoria di Giovanni Gronchi (democristiano di sinistra), sostenuto da

una parte della Dc e appoggiato da socialisti e comunisti, si manifesta nel partito una maggiore

consapevolezza della fragilità della coalizione quadripartita e una nuova attenzione a quanto sta

cambiando nella sinistra. Nel biennio 1954-1955 il Psi allenta i legami con il PCI per tentare di aprire un

dialogo con i cattolici. Nel 1956, la denuncia dei crimini di Stalin al 20º congresso del partito comunista

sovietico e l’invasione sovietica dell'Ungheria costituiscono un trauma per tutti i militanti di sinistra. Il PCI,

allora, si allontana dall’Urss (Togliatti parla di “vie nazionali al socialismo”), ma si mantiene sostanzialmente

fedele al modello sovietico (soprattutto marxista-leninista). Il Psi, invece, si distacca dall’Urss in modo

definitivo. Lo stesso Nenni guida la svolta autonomista allontanandosi dal PCI. Il Psi non rinuncia alla

prospettiva di una radicale trasformazione della società, ma si dichiara disposto a collaborare a una politica

di riforme. Questa nuova linea è premiata dall’elettorato (nelle elezioni del 1958 il Psi registra un netto

progresso, pur restando a notevole distanza dalla Dc, in recupero rispetto al 1953, e dal PCI, che mantiene

le sue posizioni mostrando di avere bene assorbito il trauma del 1956). A questo punto, le premesse

politiche per l'apertura sinistra ci sono tutte, comprese le possibilità economiche per una politica di riforme,

dato che il paese sta cominciando a vivere il più rapido boom industriale della sua storia.

25.11 - Parola chiave: Qualunquismo

•• Il “qualunquismo” come atteggiamento di diffidenza nei confronti della politica (che si vorrebbe risolta

nella buona amministrazione), come esaltazione dei valori e della tradizione, come protesta contro la

fiscalità è sempre esistito nei regimi parlamentari, anche se non ha mai avuto una espressione politica

autonoma come nel Novecento, in quanto si risolveva nell’adesione ai partiti conservatori o, più

coerentemente, nell’astensione dal voto. Nel periodo tra le due guerre mondiali le tendenze qualunquiste

confluiscono nei movimenti fascisti, che proclamano la loro avversione nei confronti della politica

tradizionale e ne propongono una nuova, basata sul drastico accentramento dei processi decisionali. Solo

nel secondo dopoguerra si pensa di creare inediti movimenti di massa qualunquisti. Il primo movimento

qualunquista è fondato dal commediografo Giannini con il nome di “Fronte dell’Uomo qualunque”. Molto

simile è la base dell’Unione per la difesa dei commercianti e degli artigiani, fondata in Francia nel 1953 dal

cartolaio Pojade (in francese “poujadisme” corrisponde a “qualunquismo”). Questa Unione, sull’onda del

rigurgito nazionalista dopo la crisi dell’impero coloniale francese, ottiene il 10% dei voti nelle elezioni del

1956 mandando cinquanta deputati alla Camera, ma due anni dopo la sua base è stata già erosa dalla

crescita del movimento gaullista. Negli ultimi decenni quasi tutte le democrazie industriali dell’Occidente

hanno conosciuto fenomeni che, pur non potendosi definiti qualunquisti in senso stretto, hanno molti punti

di contatto con il qualunquismo “storico” (esempio: M5S). Dai gruppi che si richiamano alla “maggioranza

silenziosa” spaventata dalle agitazioni operaie e studentesche, ai movimenti “antitasse” nati nel 1975 in

Europa e negli Usa. Anche in Italia si è assistito in questi ultimi anni al crescere di nuove forme di protesta

contro un fisco ritenuto troppo opprimente e contro una classe operaia accusata in blocco di eccessiva

invadenza nei confronti della società civile. Oggi “qualunquismo” è un termine connotato negativamente.

26 - La società del benessere

26.1 - Il boom dell’economia

•• Negli anni Cinquanta e Sessanta l'economia dei paesi industrializzati attraversa una fase di intenso

sviluppo che gli storici definiscono “età dell’oro" del capitalismo industriale. Il boom comincia negli USA e

poi si diffonde in Europa occidentale e in Giappone e riguarda essenzialmente lo sviluppo di tre settori:

l'industria, grazie all'uso di tecnologie avanzate e alla produzione di beni di consumo di massa (tv,

automobili, elettrodomestici); l'agricoltura, con un incremento della produttività, ma con un ridotto numero di

addetti al settore; il terziario, dove cresce al contrario il numero degli occupanti.

Il boom dell'economia comporta l'esplosione demografica, l'aumento della domanda dei beni di consumo,

l'impiego di forza lavoro giovanile e una maggiore espansione del mercato, agevolato dal basso costo delle

materie prime come il petrolio. Si assiste a un rinnovamento tecnologico, a un processo di

razionalizzazione produttiva e di concentrazione aziendale. Si sviluppano le multinazionali, ovvero grandi

imprese che possiedono stabilimenti e reti di distribuzione commerciale in diversi paesi del mondo e

trasferiscono all'estero le quote importanti delle loro attività. Altro fattore di sviluppo dell'economia è

rappresentato dalla liberazione degli scambi internazionali, che determina un incremento del commercio

mondiale, migliorato soprattutto dall'efficienza dei trasporti e dalla stabilità dei cambi tra le monete.

Nascono politiche statali in sostegno della crescita, basate su accordi tra singoli stati o tra un gruppo di

Stati che garantiscono così un maggiore equilibrio del mercato.

26.2 - Le nuove frontiere della scienza

•• Le componenti fondamentali dello sviluppo economico sono le scoperte scientifiche e le innovazioni

tecnologiche. I governi investono sulla ricerca e nel giro di pochi anni l'applicazione delle scoperte alla

produzione diventa velocissima. In campo chimico si sviluppano materie plastiche e fibre sintetiche. In

medicina si producono nuovi farmaci (antibiotici, ormoni, psicofarmaci, anticoncezionali…) e i grandi

processi della chirurgia. Le conseguenze dello sviluppo tecnologico si fanno sentire in modo decisivo nel

campo dei trasporti, soprattutto nella motorizzazione privata e nello sviluppo dell'aviazione civile, che

sostituisce il treno e le navi da trasporto. Nel 1957, con il lancio del primo satellite artificiale sovietico,

comincia la conquista dello spazio e nel 1969 si assiste al primo sbarco dell'uomo sulla luna determinando

una ricaduta tecnologica positiva su tutti i settori.

26.3 - Il trionfo dei “mass media”

•• Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la televisione, rappresenta, tra i prodotti

dello sviluppo tecnologico, quello che più di ogni altro condiziona la vita quotidiana e i modelli di

comportamento delle società industrializzate. Un'altra componente fondamentale è la musica leggera, che

si sviluppa soprattutto in Gran Bretagna. I mass media cambiano le abitudini familiari e consentono una

maggiore distribuzione dell'informazione presso le masse.

26.4 - L’esplosione demografica

•• Una caratteristica dei decenni del dopoguerra è il forte aumento della popolazione, concentrato

soprattutto nel terzo mondo, dove al calo della mortalità si accompagna un tasso di natalità elevato. Nei

paesi industrializzati l'aumento demografico è contenuto e in alcuni casi si raggiunge anche la “crescita

zero” della popolazione. Questo fenomeno avviene soprattutto a causa dell'incremento del lavoro femminile

e dei costi elevati per l'educazione e il mantenimento dei figli. Con lo sviluppo della medicina, in più, si

diffondono le pratiche anticoncezionali che consentono un maggiore controllo della fertilità delle nascite.

26.5 - La civiltà dei consumi e i suoi critici

•• L'espansione economica genera un rapido miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e una

espansione dei consumi superflui. Si parla allora di “società del benessere” o di “civiltà dei consumi”, che

usa il salario per acquistare beni e servizi non essenziali, come l'abbigliamento, gli elettrodomestici…

questo boom dei consumi eccessivi genera una certa omologazione e una massificazione della società,

suscitando fenomeni estesi di rifiuto ideologico e di critica da parte di alcune correnti di intellettuali, come la

Scuola di Francoforte.

Alla fine degli anni Sessanta si verifica un'esplosione della protesta giovanile contro la società del

benessere, protesta cominciata negli USA e poi diffusasi nell'Europa occidentale e in Giappone. Si rifiutano

le convenzioni sociali ricercando culture alternative, come quella degli hippie, basate sulla non violenza, la

pratica di religioni orientali, ma anche un consumo di droghe leggere che consentono l'evasione dalla realtà

consumistica. L'episodio più clamoroso della contestazione studentesca è la rivolta parigina del maggio

1968. La fase della ribellione giovanile lascia un segno profondo nelle società occidentali, soprattutto nel

campo dei valori e dei modelli di comportamento.

26.7 - Il nuovo femminismo

•• Sempre nel 1968 si sviluppa un nuovo femminismo che, raggiunta la parità dei sessi almeno sul piano

dei diritti sociali, critica la divisione dei ruoli tra uomo e donna nella famiglia nel lavoro, e più in generale

rifiuta i valori maschilisti dominanti nella società industrializzata. Dopo il secondo conflitto mondiale

riprende vigore la battaglia per la conquista dei diritti politici e la richiesta di un trattamento egualitario per il

lavoro femminile.

26.8 - La Chiesa cattolica e il Concilio Vaticano II

•• Davanti alla nuova realtà della società del benessere, la Chiesa Cattolica, pur ribadendo la sua critica al

diffondersi dei valori materialistici e dei comportamenti contrari alle dottrine nell'enciclica, tenta un proprio

rinnovamento interno e un'apertura ai problemi del mondo contemporaneo con una nuova enciclica.

Questa svolta comincia con il pontificato di Giovanni XXIII, che produce due encicliche: Mater et magistra,

che condanna l'egoismo dei ceti ricchi e incoraggia il riformismo politico ed economico, e Pacem in terris,

che riguarda i rapporti internazionali e sancisce l'apertura verso i paesi di nuova indipendenza. Eppure,

l’atto più importante è la convocazione del Concilio Vaticano II, che consolida la svolta diplomatica della

Chiesa. Le riforme più importanti sono la celebrazione della messa in italiano, l’importanza delle Sacre

Scritture e un maggiore dialogo verso le altre religioni cristiane.

26.9 - Parola chiave: Multinazionali

•• Le multinazionali sono grandi imprese che possiedono stabilimenti e reti di distribuzione commerciale in

diversi paesi, anche se conservano il quartier generale nel paese di origine, e trasferiscono all’estero quote

importanti delle loro attività. Sono diversi i motivi che spingono le imprese a spostare la propria produzione

fuori dai rondini nazionali, invece di limitarsi a esportare i prodotti: tagliare i costi per il trasporto delle merci,

agitare eventuali restrizioni al commercio o limiti all’importazione, penetrare stabilmente in un mercato per

imporvi il marchio, ma soprattutto per risparmiare sul costo del lavoro, perché è più basso nei paesi poveri

in cui non esistono movimenti o sindacati di sinistra/operai che permettono di far ottenere diritti ai lavoratori.

Le grandi imprese tendono quindi a delocalizzare il grosso della loro produzione (sfruttando in questo modo

i lavoratori sottopagati sprovvisti anche delle tutele minime sulla sicurezza e costretti a giornate lavorative

lunghissime) concentrando nei paesi avanzati solo le lavorazioni a più alto contenuto tecnologico. La

crescita delle multinazionali comincia negli anni Sessanta ed è diventata adesso uno dei simboli dell’età

della globalizzazione. Il fenomeno ha comunque origini più antiche: già alla fine dell’Ottocento molte grandi

imprese, soprattutto britanniche, poi statunitensi e poi giapponesi, hanno cominciato a trasferire all’estero

parti importanti della loro produzione. Le multinazionali gestiscono bilanci, accumulano poteri pari o

superiori a quelli di Stati di media grandezza. Nel 1999, secondo un rapporto dell’Onu, l’americana General

Motors ha superato in termini di dimensioni di bilancio la Grecia, così come la Norvegia o il Sudafrica. Con i

loro enormi profitti, le multinazionali rappresentano una fonte di ricchezza per gli stati di origine, che spesso

devono scendere a patti con le stesse multinazionali per difenderne gli interessi. Per questo rapporto

squilibrato con i paesi del Terzo Mondo, ma anche per la loro capacità di sottrarsi alle decisioni politiche

degli Stati o di influenzarle pesantemente, le multinazionali sono oggetto di aspre contestazioni, rilanciate

recentemente dai movimenti “no global”.

27 - Distensione e confronto

27.1 - Mito e realtà degli anni ’60

•• Gli anni Sessanta sono ricordati come un decennio felice, un periodo di grande sviluppo economico e

civile e di grandi speranze. Comunque, lo sviluppo economico non ferma i conflitti politici e sociali e spesso

si diffondono ideologie rivoluzionarie. In questi anni si consolida l'equilibrio tra il due blocchi politico-militari

in cui è diviso il mondo (comunismo e capitalismo), un equilibrio basato sulla fiducia reciproca e sulla

consapevolezza (dell’uno e dell'altro blocco) di non poter prevalere sull'avversario se non mettendo a

repentaglio la propria sopravvivenza: è l’equilibrio del terrore.

27.2 - Kennedy e Kruscev: la crisi dei missili e la distensione

•• Nel 1960 il candidato democratico Kennedy sale alla presidenza degli USA, suscitando vari consensi tra

l'opinione pubblica per l'adozione di una politica ispirata a quella progressista di Wilson e di Roosevelt. In

politica interna crescono la spesa pubblica e i programmi sociali, ma si impone anche l'integrazione

razziale negli stati del sud (che discriminano i neri). In politica estera, da un lato si esalta la pace e la

distensione con l'est, dall'altro si sostiene un'intransigenza verso le questioni essenziali e una difesa

spregiudicata degli interessi americani. Il primo incontro tra Kruscev e Kennedy dedicato alla questione di

Berlino ovest e si rivela inutile, perché gli Usa ribadiscono il loro impegno in difesa del paese, mentre l’Urss

vorrebbe trasformare Berlino in una città libera. Allora, i sovietici innalzano un muro che separa le due parti

della città che rappresenta il simbolo della divisione della Germania. Il confronto più tragico che rischia di

trasformarsi nell'ennesimo conflitto mondiale è quello in America Latina: Kennedy cerca di reprimere il

regime di Fidel Castro, appoggiando una insurrezione scoppiata nella Baia dei porci. La ribellione si rivela

un fallimento e l’Urss offre a Cuba l'appoggio economico e militare installando alcune basi di lancio per

missili nucleari. Kennedy ordina un blocco navale intorno a Cuba per evitare che le navi sovietiche entrino

nell'isola. Kruscev cede, smantellando le basi missilistiche a patto che Kennedy non attacchi più Cuba. Nel

1963 Usa e Urss firmano un trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell'atmosfera, al

quale non aderiscono Francia e Cina. Kruscev considera la divisione tra i due blocchi come una

competizione economica tra i due sistemi, ma questo ottimismo svanisce quando l'economia sovietica

comincia a retrocedere e nel 1964 Kruscev viene estromesso alle sue cariche. Nel 1963 Kennedy viene

ucciso e sostituito da Johnson, che porta avanti la politica del suo predecessore e avvia gli Usa verso la

partecipazione alla guerra del Vietnam.

27.3 - La Cina di Mao: il contrasto con l’Urss e la “rivoluzione culturale”

•• Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta Cina e Urss sono in rivalità per divergenze

politico-ideologiche. L’Urss si propone come stato-guida capace di mantenere l'equilibrio mondiale, mentre

la Cina appoggia i movimenti rivoluzionari e si pone come guida dei paesi in via di sviluppo in lotta contro

l'imperialismo. I comunisti cinesi si ritrovano a gestire un paese sovrappopolato ed economicamente

distrutto, quindi nazionalizzano i settori industriale e commerciale, cercano di dotarsi di una propria

industria pesante e avviano la collettivizzazione dell'agricoltura ridistribuendo le terre ai contadini e creando

piccole aziende agricole. Comunque, il settore agricolo non vede sostanziali miglioramenti e i comunisti

varano “il grande balzo in avanti” per promuovere un rilancio della produzione. I gruppi aziendali vengono

riuniti in comunità più grandi, le comuni popolari, ma l'esperimento risulta comunque un fallimento. Il crollo

economico è aggravato dai contrasti con l'Urss, che critica le scelte comuniste di rilancio dell'agricoltura e si

rifiuta di fornire assistenza nucleare. Nel 1969 le tensioni sfociano in un conflitto al confine tra la Siberia e

la Manciuria. Si manifestano anche delle divisioni interne tra i comunisti cinesi e Mao ne approfitta per dare

vita a una rivoluzione culturale, una rivolta giovanile con lo scopo di provocare un mutamento della cultura

e della mentalità collettiva. Questa rivoluzione è di breve durata perché il movimento non è compatto. Un

ruolo importante è quello di Chou En-lai, primo ministro, che dà una svolta alla politica estera, avviando

una linea di apertura verso gli Usa. La Cina viene ammessa nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

27.4 - La guerra del Vietnam

•• Il processo di decolonizzazione più drammatico avviene in Vietnam, tra il 1964 e il 1975, ed è

caratterizzato da un violento scontro tra gli Usa e il mondo comunista, che vede schierati i blocchi cinese e

russo uniti nella lotta contro l'imperialismo. Nel 1954 gli accordi di Ginevra dividono il Vietnam in due parti:

quella a nord comunista di Ho Chi-minh, e quella a sud americana governata da Ngo Dinh Diem. Nasce un

movimento di guerriglia comunista contro il governo del sud, chiamato vietcong. Gli Usa sono preoccupati

che il comunismo si espanda anche nel Vietnam del sud e inviano un contingente di consiglieri militari. Il

presidente Diem viene ucciso in un colpo di stato e il nuovo governo si rivela inefficiente e corrotto. L'arrivo

di Johnson dà una svolta decisiva conflitto, ordinando il bombardamento nel Vietnam del Nord e

incrementando il corpo di spedizione impegnato nel sud. Le iniziative di Johnson non bastano a fermare il

movimento dei vietcong e a piegare la resistenza della Repubblica del Nord. Gli USA entrano in crisi, non

solo per l'avanzamento dei nord-vietnamiti, ma anche per il disagio morale dell'opinione pubblica, che

considera la guerra ingiusta e sporca, perché combattuta non tra soldati ma tra la popolazione civile. Si

organizzano manifestazioni di protesta che generano l'isolamento della presidenza americana. Il

successore di Johnson, Nixon, ritira gli Usa dal conflitto e sposta gli scontri in Laos e Cambogia per

accerchiare il Vietnam del Nord, non sapendo dell’esistenza in quei luoghi di forti movimenti comunisti. Nel

1973 viene firmato un armistizio a Parigi che prevede il ritiro delle forze statunitensi. Tutta l’Indocina diventa

comunista e gli Usa subiscono la prima sconfitta della loro storia. La guerra del Vietnam è anche una

guerra televisiva, perché i mass media seguono il conflitto passo per passo. Molti americani pensavano

che gli Usa combattessero per l'esportazione della democrazia, invece usano armi chimiche e sterminano

la popolazione. In più, in generale il blocco comunista non è rappresentato dall'alleanza tra Cina e Russia,

perché la rivoluzione cinese esalta il mito delle campagne, mentre la rivoluzione russa è una rivoluzione

sociale. Gli USA pensano che Cina e Russia costituiscano insieme la seconda parte del bipolarismo,

perché uniti nel nome del comunismo. In realtà, i due paesi hanno ideologie diverse. Infatti, negli anni

Settanta si crea il tripolarismo, perché la Cina si rafforza e si allea con gli Usa per isolare l'Urss.

27.5 - L’Urss e l’Europa orientale: la crisi cecoslovacca

•• Dopo l'allontanamento di Kruscev, Brezhnev diventa cancelliere e leader del paese. Questo attua la

repressione di ogni forma di dissenso, mentre in economia vara una riforma che offre maggiore autonomia

alle imprese, ma pone sotto il controllo del potere centrale i singoli settori produttivi. In politica estera tutto

rimane invariato. Solo la Romania acquisisce una certa autonomia tollerata dall’Urss, cosa che non avviene

invece con la Cecoslovacchia nella primavera di Praga del 1968. Il ceco Dubcek avvia un processo di

rinnovamento del paese per aprire la porta verso la democrazia e il partito comunista cerca di conciliare il

mantenimento del sistema economico socialista con l'aggiunta di elementi del pluralismo. La

Cecoslovacchia vive un periodo di rinnovamento, chiamato “socialismo dal volto umano”, che costituisce

una minaccia per l’Urss, preoccupata che lo spirito di indipendenza ceco si estenda anche negli altri paesi

del blocco orientale. Allora, i sovietici bloccano il processo di liberazione occupando Praga. Con la

repressione della primavera di Praga l’Urss suscita la diffidenza dei partiti comunisti occidentali. In più, nel

1970 a Danzica e Stettino (Polonia) gli operai protestano contro il rigore della politica e l'aumento dei prezzi

imposto da Gomulka. La crisi viene risolta con l'aumento dei salari.

27.6 - L’Europa occidentale negli anni del benessere

•• Gli anni Sessanta e primi anni Settanta rappresentano per i paesi occidentali un periodo di benessere e

di cambiamenti politici. In Italia, in Germania e in Gran Bretagna entrano governi socialisti, da soli o in

coalizione con altri partiti, mentre in Francia i gruppi gaullisti rimangono alla guida del governo. Nella

Germania federale governano i cristiano-democratici fino al 1966 i quali, dovendo affrontare una congiura

economica e non trovando accordi con i liberali, formano una grande coalizione con i socialdemocratici. La

nuova coalizione deve affrontare sia la destra neonazista, sia la rivolta giovanile nel 1968. Risolta la

situazione, i socialdemocratici rompono la coalizione e si alleano con i liberali. Il socialdemocratico Brandt

adotta una politica estera nuova, di riconciliazione con l’est e propone la riunificazione delle due Germanie

attraverso il superamento dei blocchi. Questa politica orientale, definita Ostpolitik, viene messa in pratica

con la stesura di rapporti diplomatici con i paesi comunisti, che riconoscono i confini stabiliti dopo la

seconda guerra mondiale e stabiliscono dei contatti con i tedeschi dell'est. In Gran Bretagna, Wilson deve

affrontare la questione irlandese. Nell'Ulster, ovvero nell'Irlanda del Nord, la minoranza cattolica dà vita a

violente agitazioni per la rivendicazione dell'unità irlandese. Le difficoltà economiche e politiche riducono

l’avversione della classe dirigente e dell'opinione pubblica. Nel 1967 la Gran Bretagna, l’Irlanda e la

Danimarca entrano nella CEE, ma le condizioni economiche del paese non migliorano.

27.7 - Il Medio Oriente e le guerre arabo-israeliane

•• Il Medio Oriente è teatro di scontro tra Israele e i paesi arabi, ma anche tra l'Urss e gli Usa. Nel 1967 il

presidente egiziano Nasser (arabo) chiede il ritiro delle forze dell'Onu dal Sinai e proclama la chiusura del

Golfo di Aqaba, necessario per il rifornimento israeliano, stringendo un patto con la Giordania. Gli israeliani

reagiscono attaccando Siria, Egitto e Giordania. L'Egitto perde la penisola del Sinai, la Giordania tutti i

territori della riva del giordano (inclusa Gerusalemme) e la Siria perde il Golan. La guerra è devastante e

causa la divisione dei movimenti di resistenza palestinese, riuniti nell'Organizzazione per la Liberazione

della Palestina (OLP) e tutelati dagli arabi. Guidata da Arafat, l’Olp si stabilisce in Giordania e il re di

Giordania Hussein oppone resistenza. Nel “settembre nero” del 1970 questo mobilita le sue truppe contro i

palestinesi che sono costretti a fuggire in Libano. Da allora l’Olp amplia il terrorismo a livello internazionale,

attuando vari attentati, come quello a Monaco nelle Olimpiadi del 1972. Nel frattempo, Nasser muore e

viene sostituito da Sadat, che revisiona la politica egiziana e recupera il Sinai. Nel 1973, Giorno della festa

ebraica dello Yom Kippur, le truppe egiziane attaccano improvvisamente le truppe israeliane, ma Israele

riesce a respingere gli invasori grazie agli aiuti americani. Gli israeliani dimostrano di essere più forti degli

egiziani, ma il blocco petrolifero e la chiusura del Canale di Suez decretata dagli arabi con gli alleati

occidentali di Israele cambiano l'equilibrio internazionale.

27.8 - Parola chiave: Dissenso

•• Con “dissenso” si indica genericamente un espressione di disaccordo. Il dissenso diventa un problema

politico solo nei regimi autoritari, dove il consenso è obbligatorio e scontato, e in qualsiasi organizzazione

(per esempio militare o religiosa) basata sulla gerarchia e sull’obbedienza. Dagli anni Sessanta il termine è

usato soprattutto in riferimento all’atteggiamento di quei gruppi cattolici (detti “del dissenso”) che

contestano l’organizzazione interna della chiesa e in qualche caso anche la stessa dottrina; ma il termine si

usa anche per indicare l’attività di quei gruppi minoritari di intellettuali che alimentano nell’Urss e negli stati

satellite dell’Europa orientale una critica ai regimi stalinisti, sfruttando gli scarsi spazi di libertà e usando

canali di comunicazione clandestini per tenersi in contatto tra loro e per far raggiungere i loro scritti in

Occidente. Il principale di questi canali è il samiszdat (“autoedizione”), cioè il dattiloscritto fatto passare di

mano in mano. In relazione a questi gruppi dagli anni Sessanta si parla di un “dissenso nei paesi dell’Est”,

di “repressione del dissenso” e così via. L’emergere di fermenti critici è favorito dalle parziali aperture

tipiche della fase di destalinizzazione: il primo romanzo di Solzenicyn (Una giornata di Ivan Denisovič, del

1962) descrive l’esperienza dei campi di concentramento e viene pubblicato con il consenso delle autorità

sovietiche. Eppure, il successivo blocco di ogni evoluzione del sistema rimpolpa l’area della clandestinità

(nel 1966 si assiste al processo di due scrittori dissidenti, entrambi condannati a sei anni di carcere).

I dissidenti dell’Est si rifanno a diverse correnti di pensiero, dal tradizionalismo a sfondo religioso alla

liberal-democrazia occidentale, dalla critica di sinistra da parte di Trotzkij che denuncia il tradimento degli

ideali comunisti al riformismo di chi si batte per una democratizzazione del sistema dall’interno. Tutti gli

scrittori e le correnti dissidenti servono a tenere viva in Occidente l’attenzione nei confronti degli aspetti più

oppressivi del sistema sovietico e dei paesi satelliti (grande eco hanno avuto gli scritti di Solzenicyn, come

Arcipelago Gulag, e del fisico Sakharov, instancabile difensore dei diritti civili e insignito nel 1975 del

premio Nobel per la pace).

28 - Anni di crisi

28.1 - La crisi petrolifera

•• Gli anni Settanta sono un periodo segnato da una grave crisi economica mondiale, causata da due fattori

principali: la sospensione da parte degli Usa della convertibilità del dollaro in oro, perché questi devono far

fronte ai costi della guerra in Vietnam; la decisione presa dai paesi produttori di petrolio di quadruplicare il

prezzo della materia prima.

I due avvenimenti sconvolgono l'equilibrio internazionale e creano una fase di instabilità e di disordine

monetario. La produzione industriale diminuisce e aumentano al contrario i prezzi delle materie prime.

Questo fenomeno viene definito stagflazione, cioè un processo di stagnazione dell'economia legato

all’inflazione (aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime). Comunque, i salari si adeguano ai ritmi

di vita e i lavoratori vengono tutelati. Sul piano sociale la conseguenza più grave della crisi è la crescita

della disoccupazione, un problema reso meno drammatico dagli interventi sociali come i sussidi e le

sovvenzioni alle industrie. Anche il Welfare State è colpito dalla crisi e l'aumento della spesa pubblica

comporta una crescita della pressione fiscale, suscitando critiche contro lo Stato assistenziale e contro

l'intervento pubblico in economia. Riemergono le teorie liberiste e delle monetarismo, opposte al

keynesianesimo, che sostengono dei tagli alla spesa pubblica. Il monetarismo è una corrente di pensiero

che attribuisce importanza alla quantità di moneta come elemento regolatore dell'attività economica. È

l'ammontare di moneta resa disponibile dalla banca centrale a determinare il livello dei prezzi della

produzione. Infatti, una espansione della moneta determina un aumento della domanda, che a sua volta

stimola un incremento della produzione e dei prezzi. Con l'arrivo di Margaret Thatcher al potere del Partito

conservatore e di Reagan alla presidenza degli Usa, la situazione comincia a cambiare.

28.2 - La crisi delle ideologie e il terrorismo politico

•• A causa delle trasformazioni economiche, nei paesi occidentali si assiste negli anni Settanta a una crisi

delle ideologie di sinistra, sia riformiste (che accettano la società del benessere) sia rivoluzionarie (che al

contrario la rifiutano e contestano il riformismo). Si ha la tendenza all'abbandono dell'impiego politico per

un ritorno al privato o ai valori tradizionali e viene usato il termine “grande riflusso” per indicare la caduta

dei più ambiziosi progetti di trasformazione politica e sociale. Nello stesso periodo esplode il fenomeno del

terrorismo politico, attuato da piccoli gruppi clandestini che compiono con gesti esemplari sequestri o

attentati contro quelle istituzioni che vengono identificate con il sistema politico da abbattere. I gruppi

terroristici, che affermano di agire in nome delle masse lavoratrici, vengono sconfitti politicamente perché

non ottengono l'appoggio della classe operaia. Comunque, il fenomeno non scompare e si manifesta

nuovamente con l'attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro da parte di un terrorista turco.

28.3 - Gli Stati Uniti e la “rivoluzione reaganiana”

•• Nel corso degli anni Settanta gli Usa attraversano un periodo di incertezza politica ed economica, a

causa della crisi del dollaro, dei costi della guerra in Vietnam, ma anche per la crisi interna provocata dal

caso Watergate, per cui il presidente Nixon è costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto azioni

illegali di alcuni suoi collaboratori, responsabili di spionaggio ai danni del Partito democratico. Carter

diventa capo dello Stato e adotta una politica di tipo wilsoniano, che contribuisce a peggiorare i rapporti con

l’Urss e a creare regimi ostili all'Usa in Africa e in America Latina. La delusione dell'opinione pubblica

genera la caduta di Carter e l'affermazione di Reagan, esponente della destra del Partito repubblicano.

Reagan propone un progetto liberista in economia e in politica estera adotta una linea più dura verso

l’Urss. L'iniziativa di difesa strategica è una sorta di scudo elettronico spaziale capace di neutralizzare i

missili con il laser. Reagan avvia in più un programma di interventi all'estero, sostenendo con armi e

materiali gli afghani, i contras del Nicaragua. Nel 1988 l'incontro tra Reagan e Gorbachev determina la

nascita di una nuova fase di distensione. In seguito, Reagan viene sostituito da Bush, che manda avanti la

politica reaganiana e interviene militarmente in Panama per abbattere il dittatore che ha che fare con la

droga, e in Iraq contro Saddam Hussein.

28.4 - L’Unione Sovietica: da Brežnev a Gorbačëv

•• Negli ultimi anni dell'età di Breznev, l’Urss pur non avendo risolto i suoi problemi interni allarga la sua

sfera di influenza mondiale. Particolarmente costoso, anche dal punto di vista umano, è l'intervento militare

in Afghanistan, in cui ci si deve scontrare con i gruppi guerriglieri islamici. L’Urss inasprisce l'autoritarismo

del regime, reprimendo i dissidenti. Nel 1975 il paese partecipa alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza e

la cooperazione in Europa e firma degli accordi che stabiliscono il rispetto dell'uomo e delle libertà politiche.

Dopo la morte di Breznev, Gorbachev diventa segretario del Pcus, lancia una nuova costituzione con un

limitato pluralismo e questo consente un sistema di candidature plurime alle elezioni e l'entrata dei

rappresentanti del dissenso. Nel 1990 Gorbachev diventa presidente dell'Urss. Le riforme migliorano

l'andamento dell'Urss, ma suscitano anche alcune contraddizioni, perché il paese non è pronto a riceverle

e sorgono delle tensioni. Nascono movimenti autonomisti e indipendentisti prima nelle repubbliche baltiche

(estonia, Lettonia, Lituania) e poi nelle repubbliche caucasiche (armenia, Georgia, Azerbaijan) e nelle

regioni musulmane dell'Asia centrale. Anche la Repubblica russa rivendica la sua indipendenza. Un'altra

importante riforma è la liberazione interna basata sulla Glastnost, cioè sulla libertà di espressione. In

seguito, Gorbachov avvia una serie di negoziati con il leader statunitense e si instaura dopo il 1985 un

nuovo clima di distensione internazionale, che consente alcuni accordi tra le superpotenze sulla limitazione

degli armamenti. La nuova collaborazione contribuisce positivamente a risolvere i vari conflitti locali.

28.5 - L’Europa occidentale: svolte politiche e nuove democrazie

•• Tutti i paesi della CEE devono affrontare le conseguenze dell'aumento del prezzo del petrolio, cioè il

declino dei settori industriali e la nascita di tensioni sociali. In più, sul piano economico e militare l'Europa

occidentale perde terreno rispetto all'Usa e al Giappone. In politica interna la crisi mette in difficoltà i partiti

socialdemocratici europei e in Gran Bretagna i laburisti sono sostituiti dei conservatori, con Thatcher a capo

del governo. La politica di Thatcher, fondata sul liberismo, attacca il Welfare State e privatizza l’industria

pubblica, ma nel 1990 Thatcher viene sostituita da un altro conservatore, Major. Anche nei paesi scandinavi

(Svezia, Danimarca, Norvegia) le democrazie diventano fragili, mentre nella Germania federale si assiste al

ritorno al potere dei cristiano-democratici. I partiti socialisti si affermano nell'area mediterranea e latina. In

Francia le sinistre si uniscono, portando alla presidenza Mitterrand, e avviando un processo di

nazionalizzazione del paese. Ma le difficoltà economiche impediscono ai socialisti di attuare il programma e

così accantonano le riforme adottando misure restrittive. Questo contribuisce alla caduta delle sinistre nelle

successive elezioni. Governi socialisti si affermano anche in Portogallo (dove lo stato parlamentare e

pluripartitico sostituisce il regime salazarista), in Grecia (dove si passa dalla dittatura dei colonnelli alla

presa del potere dei partiti democratici), in Spagna (dove Adolfo Suarez legalizza i partiti, concede la libertà

sindacale e consolida rapidamente la democrazia nel paese). La CEE si allarga ulteriormente con l'entrata

dei tre paesi.

28.6 - Dittature e democrazie in America Latina

•• In America Latina gli anni Settanta e Ottanta vedono prima la massima espansione delle dittature militari

e poi il graduale ritorno alla democrazia politica. In Cile Allende è il capo del governo di unità popolare e

tenta di avviare un programma di nazionalizzazione del paese, ma deve scontrarsi con la borghesia, con gli

Usa, e con una grave situazione economica. Allende viene cacciato da un colpo di stato e viene sostituito

da Pinochet, che attua un regime militare. In seguito, Pinochet viene sconfitto in un referendum voluto da

lui stesso e sostituito da un democristiano.

Anche in Argentina il regime militare non riesce ad affrontare la crisi economica e si allea con l'ex dittatore

Perón, che ha il compito di riportare l'ordine nel paese, ma l'alleanza non porta miglioramenti. La situazione

peggiora quando sale al governo la moglie Isabelita. I militari prendono il potere, instaurando una dittatura.

Nel 1982 il governo argentino occupa le isole Malvine, situate vicino alla Gran Bretagna, la quale reagisce

violentemente, cacciando gli argentini del territorio. Le successive elezioni riportano la democrazia. In

Brasile, in Perù, in Uruguay e in Bolivia si tengono le prime elezioni presidenziali libere. In Paraguay il

regime dittatoriale viene battuto e in Colombia, in Venezuela e in Ecuador le democrazie sopravvivono.

Quindi, alla fine degli anni Ottanta l'America Latina diventa democratica. Comunque, il processo di

democratizzazione viene ostacolato quasi dappertutto da fattori di destabilizzazione economica, politica e

sociale. Quasi tutti i paesi sono attraversati dall'inflazione e devono far fronte ai debiti con l'estero, prodotti

per finanziare i programmi di sviluppo.

28.7 - I conflitti nell’Asia comunista

•• Dopo la vittoria dei comunisti in Vietnam e l'uscita di scena degli americani, il sud-est asiatico vede

esplodere dei conflitti tra i vari paesi comunisti. Il nord vietnamiti assorbono il sud e avviano la

collettivizzazione forzata dell’economia. Ancora più drammatiche sono le vicende in Cambogia, dove si

crea una violenta rivoluzione sociale dei Khmer rossi guidata da Pol Pot, in nome dell'utopia agraria. Il

regime di Pol Pot costituisce un ostacolo per i vietnamiti, che vogliono instaurare un protettorato in

Indocina. I vietnamiti invadono il paese, rovesciando il regime, ma i cinesi rispondono con una spedizione

punitiva che provoca molti danni. Soltanto nel 1988, grazie all'intervento dell'Onu e al miglioramento dei

rapporti tra Cina e Urss, le forze vietnamite si ritirano dalla Cambogia. Si giunge ad accordi di pacificazione

e viene istituito un Consiglio Nazionale Supremo con il compito di convocare elezioni libere. Comunque, il

paese continua a essere attraversato dai conflitti tra monarchici e comunisti contro i Khmer rossi.

28.8 - La Cina dopo Mao

•• In Cina, la fine degli anni Settanta vede compiersi un processo di trasformazione interna (simile a quello

avvenuto in Urss dopo la morte di Stalin) con l’ascesa di Xiaoping alla guida del partito e dello Stato nel

1981, promuovendo una serie di modifiche nella gestione dell'economia, introducendo differenze salariali e

incentivi per i lavoratori, con l’obiettivo di de-maoizzare la Cina; viene incoraggiata importazione

tecnologica e vengono introdotti elementi di economia di mercato. Si formano, come nell’Urss ai tempi della

Nep, nuovi strati privilegiati nella società. Anche la Cina aderisce ai modelli consumistici e il contrasto tra la

modernizzazione economica e il mantenimento di strutture burocratiche determina la contestazione

studentesca nel 1989 che chiede più libertà e democrazia. Xiaoping reprime la rivolta in Piazza Tienanmen

e questo fenomeno incide negativamente sui rapporti con l'Occidente. Comunque, le relazioni economiche

vengono ristabilite per l'interesse dei paesi industrializzati e il regime cinese riesce a sopravvivere. Il paese

più popoloso al mondo diventa teatro di un inedito esperimento di liberalizzazione economica in un regime

che si proclama ancora comunista.

28.9 - Il “miracolo” giapponese

•• All'inizio degli anni Ottanta il Giappone vive un eccezionale sviluppo economico che lo porta ad

affermarsi come terza potenza mondiale, dopo Usa e Urss. I fattori che consentono questo miracolo sono

soprattutto di tipo culturale e politico: coesione nazionale, patriottismo, elevato livello di industrializzazione,

stabilità politica con il Partito liberal-democratico. Anche il Giappone subisce gli effetti della crisi petrolifera,

ma riesce a superarla rapidamente. In seguito, una serie di scandali finanziari investono il Partito liberal-

democratico, che è costretto a dividere la guida del governo con altre formazioni. La forza economica del

paese è in contrasto con la debolezza militare e il Giappone viene invitato dai suoi alleati a investire

maggiormente nella propria difesa e nelle attività delle Nazioni Unite.

28.10 - Parola chiave: Monetarismo

•• Il monetarismo è una corrente di pensiero economico che si sviluppa dagli anni Sessanta ed è legata

soprattutto all’economista statunitense Milton Friedman e alla Scuola di Chicago, sede universitaria in cui

Friedman insegna. Alla base delle teorie monetarista, vi è l’importanza attribuita alla quantità di moneta

come elemento regolatore dell’attività economica. Secondo i monetaristi è l’ammontare di moneta resa

disponibile dalla banca centrale a determinare il livello dei prezzi e della produzione. Regolando il

quantitativo di moneta in circolazione, soprattutto con la manovra del tasso di sconto (tasso di interesse

richiesto dalla banca centrale alle altre banche), le autorità pubbliche di uno Stato possono intervenire con

successo sull’andamento dell’economia. Un’espansione della moneta determina un aumento della

domanda complessiva, che a sua volta stimola un incremento della produzione e dei prezzi. Una riduzione

produce l’effetto opposto. Se il governo e la banca centrale limitano la quantità di moneta in circolazione, i

datori di lavoro ne hanno meno a disposizione per comprare nuovi macchinari o forza lavoro, o per

aumentare i salari: la produzione e i consumi soffrono, ma l’inflazione viene bloccata. L’equilibrio si ottiene

con una politica che adegui l’offerta di moneta al tasso di crescita dell’economia. Secondo i monetaristi

l’intervento sulla moneta è il più efficace ed è anche l’unico compatibile con politiche che riducano al

minimo l’intromissione dello Stato nell’economia, interferendo il meno possibile con il funzionamento del

mercato. La concezione monetarista si contrappone alle teorie di Keynes che prevedono interventi mirati

dello Stato per ridurre la disoccupazione e per stimolare il ciclo produttivo. Il monetarismo si è quindi

identificato con le posizioni neoliberiste, favorevoli a una maggiore libertà dell’iniziativa privata. Negli anni

Settanta e Ottanta, davanti alla difficoltà di controllare una spesa pubblica in continua crescita molti governi

occidentali usano politiche monetariste, e presto saranno proprio il Fondo monetario internazionale e la

Banca centrale a imporre tali politiche economiche ai paesi che fruiscono dei loro aiuti. Comunque, queste

politiche non hanno successo perché non sempre si riesce a controllare la quantità di moneta in

circolazione, e i costi sociali sono alti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

29 - L’Italia dal miracolo economico alla crisi della prima repubblica

29.1 - Il miracolo economico

•• Tra il 1958 e il 1963 arriva al culmine il processo di crescita economica cominciato in Italia dopo il 1950:

sono gli anni del miracolo, in cui l’Italia, non molto sviluppata rispetto agli altri paesi europei, riduce di molto

il divario che la separa dalla maggior parte dei paesi più industrializzati. Il prodotto interno lordo cresce ogni

anno del 5,3% tra il 1951 e il 1958, mentre cresce del 6,5% tra il 1959 e il 1964. Il reddito pro capite nel

1951 è di 296 mila lire, e raggiunge le 536 mila lire nel 1963. Lo sviluppo interessa soprattutto l'industria

manifatturiera che nel 1961 triplica la sua produzione rispetto al periodo prebellico, in particolare si

sviluppano i settori siderurgico, meccanico e chimico. L'Italia comincia a esportare prodotti industriali

(soprattutto elettrodomestici e abbigliamenti). La diffusione dei prodotti italiani, la solidità della lira, la

stabilità dei prezzi, il successo delle Olimpiadi di Roma del 1960, le celebrazioni del centenario dell'Unità

nel 1961, tutto contribuisce a rafforzare l'immagine di una Italia ormai avviata stabilmente verso nuove

prospettive di benessere. Il miracolo si ottiene grazie alla congiuntura internazionale favorevole e alla

politica di libero scambio sancita dall'adesione alla Cee, al basso livello dei salari e agli alti profitti…

È soprattutto il basso livello dei salari (conseguenza di una estesa disoccupazione e del costante flusso

migratorio dalle zone depresse a quelle più progredite) a permettere l'avvio del miracolo economico.

L'agricoltura nel 1951 assorbe ancora quasi il 45% degli occupati, mentre nel 1961 assorbe solo il 30%

degli occupati. Nello stesso periodo, l'industria sale dal 29% al 37% e i servizi dal 27% al 32%. L'Italia

diventa quindi un paese industriale. Molto limitata è invece la modernizzazione delle attività agricole, che

comunque, nonostante la scarsa produttività, continuano a mantenere un tasso di sviluppo modesto.

L'agricoltura non riesce quindi a rispondere all'accresciuta domanda della popolazione urbana e alla

diffusione di nuove abitudini alimentari, come quella del consumo di carne (dovuta alla crescita dei redditi

delle famiglie). Infatti, la crescita di tutti i consumi è resa possibile dall'aumento generalizzato delle

retribuzioni a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Con il calo della disoccupazione, unito a una serie di

lotte sindacali, si riescono a ottenere notevoli miglioramenti salariali. Questi aumenti hanno però l'effetto di

ridurre i margini di profitto e di mettere in moto un processo inflazionistico. Infatti, nel 1964 il miracolo

economico conosce una battuta d'arresto. Gli investimenti si riducono drasticamente e lo sviluppo frena.

Comunque, nel 1966 la crescita riprende, anche se a ritmi più lenti.

29.2 - Le trasformazioni sociali

•• Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, in coincidenza con il boom industriale, la società italiana

subisce una serie di profonde trasformazioni che cambiano il volto del paese e le abitudini dei cittadini (più

di quanto non si sia cambiato in cento anni di storia unitaria). Con il miracolo economico l'Italia si lascia alle

spalle le strutture e i valori della società contadina entrando nella civiltà dei consumi. Il fenomeno più

importante di questi anni il massiccio esodo dal sud al nord e dalle campagne alle città. Il ceto dei

coltivatori diretti si riduce drasticamente, mentre aumentano la piccola borghesia urbana e la classe

operaia. Tra il 1951 nel 1961 la popolazione residente in città (maggiori di 300mila abitanti) passa da 7 mln

a 9 mln. La popolazione di Milano cresce del 22%, quella di Roma del 27%, quella di Torino del 40%.

Crescono i settori del commercio e dell'edilizia. L'estensione delle città avviene però spesso in forme

caotiche, senza piani regolatori e senza un adeguato intervento dei poteri pubblici nel campo dell'edilizia

popolare, favorendo la speculazione e il disordine urbano con conseguenze negative anche sui centri

storici. L'inserimento degli immigrati meridionali nelle grandi città industriali mette in evidenza il divario non

solo economico tra il nord e il sud del paese. Comunque, in quel di anni le differenze nei comportamenti

sociali cominciano ad attenuarsi, grazie alla secolarizzazione, effetto della diffusione di alcuni consumi di

massa. Tv e automobili sono gli strumenti e i simboli principali di questo cambiamento. Le prime tv

compaiono in Italia nel 1955, con l'inizio di regolari trasmissioni da parte della Rai, l'ente di Stato che già

detiene il monopolio dell'emittenza radiofonica. Eppure, il mondo della tv comincia agli inizi degli anni

Sessanta (nel 1955 ci sono 4 tv ogni 1000 abitanti; nel 1960 ci sono 43 tv ogni 1000 abitanti; nel 1965 ci

sono 117 tv ogni 1000 abitanti). La tv è collante della vita familiare e anche un veicolo attraverso cui

passano una lingua comune (la lingua nazionale, che in questi anni si afferma nell’uso parlato a scapito dei

dialetti) e nuovi modelli culturali di massa. La tv è quindi il maggiore strumento di unificazione linguistica

culturale dell'Italia il miracolo, ma l'automobile è il simbolo di una nuova indipendenza e di una nuova

libertà di movimento. Il boom della motorizzazione privata comincia alla fine degli anni Cinquanta e

coincide con il grande successo delle nuove utilitarie prodotte dalla Fiat: la 600 e la 500. Nel 1957 si

producono 318 mila auto, mentre nel 1963 si producono più di 1 mln di auto (per l’80% costruite dalla Fiat).

Nel 1955 ci sono 18 auto ogni 1000 abitanti; nel 1965 ci sono 105 auto ogni 1000 abitanti. L'espansione

dell'industria automobilistica nazionale viene anche incoraggiata dallo Stato, sia attraverso una politica

fiscale che favorisce i modelli di piccola cilindrata, sia attraverso la costruzione di una grande rete

autostradale (progettata nel 1955 e completata nel 1975).

29.3 - Il centro-sinistra

•• I cambiamenti economici e sociali suscitati dal “miracolo italiano” si accompagnano, all'inizio negli anni

Sessanta, all'allargamento delle basi del sistema politico attraverso l'ingresso dei socialisti nell'area di

governo. Dopo le elezioni del 1958, l'apertura a sinistra è ancora osteggiata dalla destra economica e da

una larga parte della stessa democrazia cristiana. La svolta si ottiene dopo una serie di avvenimenti

drammatici. Nella primavera del 1960 il democristiano Tambroni, non riuscendo a trovare l'accordo con

socialdemocratici e repubblicani, forma ugualmente un governo monocolore con l'appoggio determinante

dei voti del fascista Msi, suscitando le proteste dei partiti laici e della stessa sinistra all'interno della Dc, i cui

rappresentanti si dimettono dal governo. La tensione esplode alla fine di giugno, quando il governo

autorizza il Msi a tenere il suo congresso nazionale a Genova, nonostante l'opposizione delle forze

democratiche cittadine. La decisione, interpretata come una sfida alle tradizioni operaie e antifasciste della

città, suscita una rivolta popolare: per tre giorni operai e militanti antifascisti si scontrano duramente con la

polizia che cerca di garantire lo svolgimento del congresso fascista. Alla fine, il governo cede e il congresso

viene rinviato. Comunque, altre manifestazioni anti-governative dilagano in molte città e vengono represse

aspramente, in qualche caso anche con le armi, provocando una decina di morti. In un clima di

sollevazione dell'opinione pubblica di sinistra, Tambroni è costretto a dimettersi dalla stessa Dc. Con lui

cade ogni ipotesi di governo appoggiato dai fascisti. Per superare la gravissima crisi, nel 1960 viene

formato un nuovo governo monocolore presieduto da Fanfani, che ottiene l'astensione dei socialisti in

Parlamento, aprendo così la stagione politica del centrosinistra. La nuova alleanza viene sancita dal

congresso della Dc che si tiene nel gennaio 1962, grazie al segretario Aldo Moro che riesce a far accettare

la svolta al suo partito. Un nuovo governo Fanfani, formatosi nel marzo 1962 e composto da Dc, Pri e Psdi,

si presenta con un programma concordato con il Psi, che si impegna a dare il suo appoggio a singoli

progetti legislativi. È proprio in questa fase che la politica di centrosinistra ottiene i risultati più avanzati. Il

programma di governo prevede infatti la realizzazione della scuola media unificata, l'attuazione

dell'ordinamento regionale previsto dalla costituzione, l'imposizione fiscale nominativa sui titoli azionari e la

nazionalizzazione dell'industria elettrica. Queste due ultime riforme sono state chieste dai socialisti come

condizione per il loro ingresso nella maggioranza e introducono delle correzioni nella struttura del

capitalismo italiano, potenziando gli strumenti dell'intervento statale sull'economia per ridurre gli squilibri

della società italiana e soprattutto il divario tra nord e sud. La nazionalizzazione dell'industria elettrica vieni

portato a termine nel novembre 1962 con la creazione dell'Enel, Ente nazionale per l'energia elettrica. Nel

dicembre 1962 viene approvata la legge di riforma che istituisce la scuola media unica, abolendo gli istituti

di avviamento professionale. Breve vita ha invece la nominatività dei titoli azionari, che viene radicalmente

modificata già nel 1964 dopo una fase di crollo in borsa e di fuga all'estero dei capitali. L'attuazione delle

regioni, temuta dalla Dc perché rafforzerebbe le sinistre a livello del potere locale, viene rinviata. La politica

di programmazione economica non riesce mai a tradursi in pratica e rimane il simbolo più evidente

dell'utopia riformatrice del primo centro-sinistra, perché richiede consensi politici e sindacali più ampi.

Sorgono anche contrasti sulle priorità da introdurre nella politica di programmazione, che per i socialisti

deve privilegiare gli investimenti e la spesa sociale, mentre per i repubblicani comporta anche un controllo

della dinamica salariale (“politica dei redditi”) per contenere così i processi inflazionistici. I contrasti nella

maggioranza sono esasperati dall'esito delle elezioni dell’aprile 1963, in cui la Dc e il Psi perdono voti,

mentre crescono i liberali, che si erano fortemente opposti all'apertura a sinistra, e i comunisti. Un governo

di centrosinistra, più moderato rispetto al precedente governo Fanfani, si forma solo nel dicembre 1963

sotto la presidenza di Aldo Moro. A partire dal 1963 il processo riformatore viene praticamente bloccato,

anche per il manifestarsi dei primi segni di crisi economica. In più, la destra (anche Dc), le alte gerarchie

militari (che cercano di organizzare un colpo di Stato promosso dal capo dei servizi segreti delle forze

armate De Lorenzo) e il Presidente della Repubblica democristiano Segni, si oppongono al governo di

centrosinistra. Aldo Moro cerca di risolvere i contrasti con il compromesso e la mediazione, mantenendo

l'unità della Dc. Il Psi paga la partecipazione al governo con una riacutizzazione dei dissensi interni e con

una scissione: nel gennaio 1963 la minoranza di sinistra che non vuole rinunciare all’alleanza con il PCI dà

vita al Partito socialista di unità proletaria (Psiup). Nella maggioranza del Psi si fronteggiano due linee

diverse: quella di Lombardi, che sostiene che le riforme debbano essere di struttura, mezzo per la

modificazione del sistema economico-sociale; quella di Nenni, che è attenta alla modifica degli equilibri

politici e mira all’unificazione con il Psdi (i due partiti infatti si fondono nel 1966, ma si ri-separano nel

1968). Il disegno di un rafforzamento socialista fallisce sia per via della scissione del Psiup sia per

l'ampliamento di consensi del PCI. Nell'agosto 1964 Togliatti muore durante il soggiorno in Urss, lasciando

al PCI una pesante eredità, ma indicando nel “memoriale di Jalta” una linea che riafferma il principio

dell'indipendenza da Mosca e l'originalità della via italiana al socialismo. I funerali di Togliatti sono un

esempio emblematico della grandissimo seguito e delle grandi capacità organizzative di un partito che, con

oltre il 25% dei voti, resta comunque in una posizione di isolamento. L'isolamento non viene attenuato dal

contributo determinante dei voti comunisti all'elezione alla Presidenza della Repubblica del leader

socialdemocratico Saragat, che nel dicembre 1964 succede a Segni, dimessosi per malattia.

29.4 - Il ’68 e l’autunno caldo

•• La fine degli anni Sessanta è caratterizzata in Italia da una radicalizzazione dello scontro sociale che ha

come protagonisti prima gli studenti, poi la classe operaia. La mobilitazione degli studenti universitari (tra il

1967 e il 1968) porta all'occupazione di numerose facoltà, a grandi manifestazioni di piazza e a frequenti

scontri con le forze dell’ordine. La contestazione giovanile, che riprende temi e obiettivi già presenti negli

altri movimenti studenteschi occidentali (anti-imperialismo, protesta contro la guerra del Vietnam, anti-

autoritarismo, avversione per il consumismo) assume in Italia una forte connotazione marxista e

rivoluzionaria. Il movimento studentesco assume una posizione sempre più ostile nei confronti del sistema

capitalistico e della cultura borghese in generale. La critica alla società borghese diventa rifiuto della prassi

politica tradizionale (compresa quella dei partiti della sinistra “storica”), esaltazione della democrazia di

base, dell'egualitarismo e della spontaneità. La ricerca di un nuovo modo di fare politica si accompagna a

una vera rivoluzione dei comportamenti per molti giovani nati tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli

anni Cinquanta, incidendo sui rapporti personali, sul ruolo della famiglia e le relazioni tra i sessi. Soltanto

nell'autunno 1968 il movimento studentesco trova il suo interlocutore privilegiato nella classe operaia.

L’operaismo è anche il tratto distintivo di alcuni tra i nuovi gruppi politici che nascono tra il 1968 e il 1970

sull'onda del movimento studentesco E che, per sottolineare il distacco dai partiti tradizionali rappresentati

in Parlamento, vengono chiamati extraparlamentari: Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia.

Caratteristiche ideologiche e organizzative diverse formano invece l'Unione dei marxisti-leninisti, che si

ispira all'esperienza della Cina di Mao e della rivoluzione culturale. Legata alle lotte del 1968 è la nascita

del Manifesto, gruppo costituitosi nel 1969 attorno all'omonima rivista per iniziativa di alcuni dissidenti

comunisti. La riscoperta della centralità operaia da parte del movimento degli studenti coincide con una

intensa stagione di lotte dei lavoratori dell'industria cominciata nei primi mesi del 1969 in vista di una serie

di rinnovi contrattuali e finita alla fine dello stesso 1969 nel cosiddetto “autunno caldo”. Le lotte hanno come

principale protagonista la figura dell’operaio massa, cioè del lavoratore scarsamente qualificato, spesso

immigrato, sul quale gravano i disagi dell'inserimento nel contesto urbano e dell'insufficienza dei servizi

sociali. Anche per l'influenza della contestazione giovanile, questi conflitti aziendali si caratterizzano per

l'adozione dell'assemblea come momento decisionale per l'elevato grado di partecipazione e per la

radicalità delle richieste, incentrate sull'egualitarismo e sulla messa in discussione dell'organizzazione del

lavoro in fabbrica. Le tre maggiori organizzazioni sindacali (CGIL, Cisl e Uil) riescono a prendere in mano la

direzione delle lotte e a pilotarle verso la conclusione di una serie di contratti nazionali che assicurano ai

lavoratori dell'industria cospicui vantaggi salariali. L'impegno comune nelle lotte dell'autunno caldo serve

anche a riavvicinare le tre organizzazioni sindacali, che rinnovano profondamente le loro strutture

organizzative con la creazione di nuove e più dirette forme di rappresentanza, i consigli di fabbrica.

Comincia allora una fase in cui i sindacati assumono un peso crescente nella vita del paese, trattando

direttamente con il governo anche questioni non strettamente legate ai rapporti di lavoro, invadendo non di

rado il campo di azione dei partiti. Il nuovo peso delle organizzazioni sindacali è favorito dall'approvazione

da parte del Parlamento, nella primavera 1970, dello Statuto dei lavoratori: una serie di norme che

garantiscono le libertà sindacali e i diritti dei lavoratori all'interno delle aziende. Comunque, le lotte degli

studenti e degli operai trovano pochi sbocchi in un sistema politico che si rivela rigido e poco dinamico.

Infatti, di fronte alla contestazione, la classe dirigente si muove con molte incertezze, senza riuscire a

esprimere un coerente disegno riformatore. L'unico intervento nel campo dell’istruzione è la liberalizzazione

degli accessi alle facoltà universitarie. Comunque, tra il 1968 il 1970 vengono approvati i provvedimenti

relativi all'istituzione delle regioni, già previste dalla costituzione e, nel 1970 si tengono le prime elezioni

regionali. Nel dicembre 1970, con l'appoggio delle sinistre e nonostante l'opposizione della Dc, viene

approvata la legge Fortuna-Baslini che introduce in Italia l'istituto del divorzio.

29.5 - La crisi del centro-sinistra

•• Nei primi anni Settanta la debolezza dell'esecutivo di fronte alle tensioni della società appare in tutta la

sua evidenza non solo nelle frequenti crisi governative, ma anche nel modo in cui viene affrontato il primo

manifestarsi del terrorismo politico. Il 12 dicembre 1969, in pieno autunno caldo, una bomba esplode a

Milano, in Piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell'agricoltura, provocando 17 morti e oltre

100 feriti. L'incapacità di risolvere il caso viene messa sotto accusa dell'opinione pubblica di sinistra che

individua nell'estrema destra fascista la matrice politica dell'attentato e denuncia le pesanti responsabilità

dei servizi di sicurezza nel deviare le indagini verso una improbabile pista anarchica. Si parla allora di una

strategia della tensione, messa in atto dalle forze di destra per incrinare le basi dello Stato democratico e

favorire soluzioni autoritarie. La conferma di ciò avviene nell'estate 1970, con la rivolta di Reggio Calabria,

che vede una intera città, esasperata per non essere stata scelta come capoluogo dell'appena istituita

regione, esplodere in una serie di violente dimostrazioni culminate a luglio in una vera rivolta guidata da

esponenti del fascista Msi. Mentre ampi settori della Dc e del Psdi tendono a farsi interpreti di un'opinione

pubblica moderata (la “maggioranza silenziosa”) spaventata dalle agitazioni operaie e studentesche, e a

spostare dunque verso destra l’asse politico della maggioranza, il Psi guarda a equilibri più avanzati, cioè

al progressivo coinvolgimento del PCI nelle responsabilità di governo. Né il governo centrista composto da

democristiani, socialdemocratici e liberali guidato da Andreotti (1972-1973) né i successivi governi di

centrosinistra guidati da Rumor (1973-1974) sono in grado di compiere scelte politiche di ampio respiro di

affrontare con efficacia una situazione economica che presenta di nuovo sintomi preoccupanti. Alla fine del

1973 le difficoltà economiche vengono aggravate dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana del

Kippur: l'aumento del prezzo del petrolio provoca, in Italia come altrove, un calo della produzione

industriale e l'avvio di un processo inflazionistico. Alle difficoltà economiche si aggiunge un crescente

disagio morale, provocato da una serie di scandali in cui sono coinvolti numerosi esponenti della

maggioranza, messi sotto accusa per aver favorito gruppi di pressione italiani e stranieri in cambio di

tangenti destinate a finanziare i rispettivi partiti. La rapida adozione nell'aprile 1974 di una legge sul

finanziamento pubblico dei partiti non serve a sanare la frattura tra società politica e società civile, solo in

parte compensata dall’alta partecipazione (costante) alle consultazioni elettorali. La sfiducia nel sistema dei

partiti provoca negli italiani un crescente impegno sul terreno dei diritti civili. Quando nel 1974 la nuova

legge sul divorzio viene sottoposta a referendum abrogativo per iniziativa di gruppi cattolici appoggiati dalla

Dc e dal Msi, si assiste a una grande mobilitazione che è appoggiata dalle forze laiche (soprattutto dal

Partito radicale di Pannella, da sempre impegnato sulle tematiche dei diritti civili), ma che non sempre

seguenti i canali partitici. Il netto successo dei divorzisti (60%) mostra chiaramente che la società italiana è

cambiata, che il ruolo della donna non può essere più confinato nella difesa della famiglia, che il peso della

Chiesa come ispiratrice della vita privata dell'individuo è fortemente ridimensionato. I mutamenti nella

società italiana trovano ulteriore riscontro in due leggi approvate nel 1975: la riforma del diritto di famiglia,

che sancisce la parità giuridica tra i coniugi, e l'abbassamento della maggiore età, cui è allegato il diritto di

voto, da 21 a 18 anni. Nel giugno 1978, dopo un lungo e acceso dibattito che vede ancora una volta la Dc

opposta alle sinistre, il Parlamento approva la legge che legalizza e disciplina l'interruzione volontaria della

gravidanza. A raccogliere i frutti politici della domanda di rinnovamento sociale è soprattutto il Partito

Comunista Italiano, che già nel 1968 ha dato di sé un'immagine diversa da quella tradizionale con la

condanna dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia. Il segretario di partito Enrico Berlinguer sostiene la

necessità di giungere a un compromesso storico, cioè a un accordo di lungo periodo tra le forze comuniste,

socialiste e cattoliche, come unica via per scongiurare i rischi di soluzioni autoritarie e per allargare le basi

dell'azione riformatrice. Berlinguer è anche il padre dell'eurocomunismo: il PCI stabilisce contatti con i

comunisti francesi e spagnoli per avviare una politica comune in Europa occidentale, con connotati diversi

da quelli del comunismo sovietico. Nelle elezioni regionali e locali del giugno 1975, le prime a cui

partecipano i diciottenni, si registra un vistoso aumento del PCI, salito dal 27,9% al 33,4%, e a un calo della

Dc, dal 37,9% al 35,3%, consentendo la formazione di giunte di sinistra in molte regioni del centro-nord e in

alcuni tra i maggiori comuni italiani. Lo spostamento a sinistra dell'elettorato accentua i dissensi tra Dc e

Psi. Si arriva così, nel dicembre 1975, all'allontanamento socialista dal governo, che segna in pratica la fine

dell'esperienza del centrosinistra. Si ricorre a elezioni anticipate, che si tengono nel giugno 1976, In cui la

Dc recupera i consensi perduti nelle regionali, il PCI avanza ulteriormente, toccando il suo massimo storico,

ovvero il 34,4%, mentre il Psi, con il 9,6%, viene sconfitto, portando alla crisi del vecchio gruppo dirigente e

all’arrivo in segreteria di Bettino Craxi, leader della corrente autonomista.

29.6 - Il terrorismo e la solidarietà nazionale

•• L'esito delle elezioni del giugno 1976 lascia aperto il problema di una nuova formula di governo. L'unica

soluzione praticabile sta in un coinvolgimento del PCI nella maggioranza. Si arriva così ad agosto alla

costituzione di un governo monocolore democristiano guidato da Andreotti, che attiene l'astensione in

parlamento di tutti i partiti, esclusi il Msi e i radicali. Questo è il risultato della crisi economica e del dilatarsi

del fenomeno terrorista, ora non più solo di destra, ma anche di sinistra. I due terrorismi, quello nero quello

rosso, sono diversi anche nel modo di operare. Il tratto distintivo del terrorismo nero è il ricorso ad attentati

dinamitardi in luoghi pubblici, che provocano stragi indiscriminate, con il probabile scopo di diffondere il

panico nel paese e di favorire una svolta autoritaria. Dopo la strage di Piazza Fontana, viene bombardata

Piazza della Loggia a Brescia nel maggio 1974, il treno Italicus nell'agosto 1974 e l'attentato più terribile del

2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, con oltre 80 morti. Spetta comunque al potere politico la

responsabilità di non aver saputo indirizzare l'azione dei servizi di sicurezza e di non aver posto rimedio

alle loro inefficienze o alle loro deviazioni dai compiti istituzionali.

L'immagine di uno Stato debole e minato dalla corruzione politica, la presenza di un terrorismo di destra e

la psicosi di un colpo di stato sono tra i fattori che contribuiscono la nascita del terrorismo rosso. Il principio

della lotta armata, da tempo un elemento portante di tutte le ideologie estremiste e rivoluzionarie (e da non

confondere con le politiche comuniste democratiche attuate dal PCI e da altre organizzazioni comuniste) è

alla base di nuclei organizzati pronti a mettere in pratica quella che fino a quel momento è rimasta solo una

prospettiva teorica. Per i terroristi, in gran parte giovani e giovanissimi, l'azione armata si presenta come un

atto esemplare, destinato essenzialmente alla classe operaia, con il fine di mobilitarla per il rovesciamento

del sistema capitalistico e dello stato borghese. Ai primi isolati attentati incendiari, seguono tra il il 1972 il

il1975 sequestri di dirigenti industriali e di magistrati (come quello del giudice Sossi avvenuto nell’aprile

1974). Nel 1976, con l'uccisione del procuratore generale di Genova Coco e dei due uomini della sua

scorta, si arriva all'assassinio programmato. Gli autori di queste azioni appartengono alle brigate rosse,

attivi fino al 1988. A queste si affiancano tra il 1975 e il 1976 i Nuclei armati proletari e Prima linea. Il

governo nel frattempo deve confrontarsi con la crisi economica: nel 1975 il prodotto interno si riduce del

3,6% e il tasso di inflazione è molto elevato, causato dall'aumento del prezzo del petrolio, dalla dilatazione

dei consumi e dalla crescita della spesa pubblica. Il problema socialmente più drammatico è però quello

della disoccupazione, soprattutto giovanile. Il malessere giovanile si esprime in forme drammatiche nei

primi mesi del 1977, quando un nuovo movimento di studenti universitari dà luogo a occupazioni di

università e a violenti scontri in piazza, che vedono per la prima volta l'uso frequente di armi da fuoco da

parte dei dimostranti. Protagonisti degli scontri sono i gruppi di Autonomia operaia, che raccolgono in forme

ulteriormente estremizzate l'eredità dell’operaismo sessantottesco. Sembra a molti che ci si ritrovi di fronte

a una riedizione dell'esperienza del 68, ma di quell'esperienza si è ormai perso l'originario ottimismo

rivoluzionario. Bersaglio principale della contestazione è la sinistra tradizionale, soprattutto il PCI e i

sindacati: clamorosa è l'aggressione di un gruppo a un comizio del segretario della Cgil Lama, avvenuta nel

febbraio 1977 all'università di Roma. A partire da questo momento si registra infatti una brusca impennata

del terrorismo di sinistra: nel solo 1977 si verificano 287 attentati, molti dei quali con spargimento di

sangue, rivendicati da 77 sigle diverse. Nel 1979 gli attentati salgono a 805 e le sigle a 217. Gli anni tra il

1977 e il 1980 sono tra i più duri della storia della Repubblica. Nel 1978 le brigate rosse mettono in atto il

nuovo progetto più ambizioso: il 16 marzo, giorno della presentazione in Parlamento di un nuovo governo

Andreotti monocolore democristiano appoggiato da una maggioranza di cui fa parte anche il PCI, un

commando brigatista rapisce Moro, presidente della Dc e principale artefice, insieme con il segretario

comunista Berlinguer, della nuova politica di solidarietà nazionale, uccidendo i cinque uomini della sua

scorta. A questa giornata, vissuta dal paese con sgomento, seguono 55 giorni di attesa e di polemiche

davanti alla sofferta decisione del governo di non trattare il rilascio di Moro con i terroristi, decisione

appoggiata dal PCI (i comunisti credono che trattando con i terroristi si possa in qualche modo legittimarli;

lo stesso Berlinguer dichiara che, se dovesse capitargli la stessa sorte di Moro, in nessun caso si dovrebbe

trattare con i terroristi) e contrastata dal Psi. Il 9 maggio 1978 Moro viene ucciso e il suo cadavere viene

abbandonato in una strada del centro di Roma. Nel non facile clima politico creatosi dopo l'assassinio di

Moro, il nuovo governo di solidarietà nazionale cerca di avviare il risanamento dell'economia, aiutato dai

comunisti, che si fanno sostenitori di una linea di austerità, e da una relativa moderazione delle richieste

sindacali. Nel 1978 l'inflazione scende di qualche punto. La situazione finanziaria dà segni di miglioramento

grazie all'adozione di nuove imposte indirette e grazie anche agli effetti della riforma fiscale varata nel

1974, che rende più razionale ed efficiente il sistema della tassazione diretta. La riforma sanitaria varata

nel 1978 sancisce la gratuità delle cure per tutti e tutte e riordina la medicina pubblica, affidando la gestione

ad appositi organismi, le Usl (Unità sanitarie locali), dipendenti dalle regioni, ma si rivela nell’applicazione

concreta fonte di inefficienza e di sprechi. Nel complesso, la politica di solidarietà nazionale non produce

risultati adeguati all'ampiezza delle forze impiegate e alle attese dell'opinione pubblica di sinistra.

L'ingresso dei comunisti nella maggioranza non è servito, come molti avevano sperato, a mettere in moto

un processo di trasformazione sociale e a risanare la vita pubblica. Continuano a verificarsi, soprattutto

negli enti locali e nelle imprese a partecipazione statale, episodi di cattiva gestione o di vera corruzione

politica. Gli scandali arrivano alla presidenza della Repubblica, costringendo alle dimissioni nel giugno

1978 il capo dello Stato, il democristiano Leone (eletto nel 1971 da una maggioranza di centrodestra),

accusato di tacito consenso con gruppi affaristici. Al suo posto viene eletto, con il voto di tutti i partiti, il

socialista Sandro Pertini, ottantaduenne, figura di indiscusso prestigio morale, che conquista in breve

tempo una vastissima popolarità. Si esaurisce l'esperienza della solidarietà nazionale. Il nuovo corso

impresso da Craxi alla politica socialista, incentrato sul recupero della tradizione riformista, rende sempre

più difficile la collaborazione all'interno della maggioranza e crea le condizioni per una ripresa dell'alleanza

tra Psi e i partiti di centro (interrotta nel 1975). I comunisti chiedono l'ingresso a pieno titolo nel governo,

minacciando in caso contrario il passaggio all'opposizione. Nel gennaio 1979 il PCI, in contrasto con gli altri

partiti anche sui problemi di politica estera ed economica (soprattutto sull’adesione al Sistema monetario

europeo), abbandona la maggioranza. La crisi che segue porta (pochi mesi dopo) a nuove elezioni

anticipate.

29.7 - Politica, economia e società negli anni ’80

•• Il PCI registra nel 1979 una netta perdita di consensi, perdendo il 30% dei voti. La Dc perde voti nelle

elezioni anticipate del 1983. Il Psi, nonostante il dinamismo di Craxi e del nuovo gruppo dirigente, raccoglie

risultati deludenti (intorno al 10%). Chiusa la parentesi della solidarietà nazionale, l'unica strada praticabile

è il ritorno alla coalizione di centrosinistra (Dc, Psi, Pri, Psdi e, dal 1981, anche Pli): è la formula di governo

detta “pentapartito” e la Dc, per la prima volta dopo il 1945, cede la guida del governo nel 1981 al

repubblicano Spazzolini e, dopo le elezioni del 1983, al socialista Craxi. Craxi vuole potenziare il ruolo

dell'esecutivo, affermando una più incisiva presenza dell'Italia nella politica internazionale. Il governo Craxi

firma nel febbraio 1984 un nuovo concordato con la Santa Sede, che ritocca gli accordi del 1929 lasciando

cadere le clausole più anacronistiche. Per la Dc la perdita della presidenza del consiglio è il risultato di una

fase di debolezza seguita all'uccisione di Moro, ma anche del tentativo di rinnovamento interno voluto dal

segretario De Mita, che cerca di restituire al partito credibilità ed efficienza e di cancellare l'immagine di una

Dc logorata dagli scandali e condizionata dalle clientele. Anche per il PCI i primi anni Ottanta sono segnati

dall'emergere di gravi problemi, legati sia al ridimensionamento dopo le elezioni, sia alla difficoltà di

elaborare una piattaforma politica originale e aggiornata. L'immagine di “partito dalle mani pulite” e il

carisma personale di Berlinguer conservano tuttavia al partito una larga base elettorale. L'emozione seguita

all'improvvisa morte del segretario comunista Berlinguer nel giugno 1984 è forse tra i fattori che portano il

PCI, nelle elezioni europee tenutesi pochi giorni dopo, a raggiungere per la prima volta, con il 33,3%,

l'obiettivo del sorpasso della Dc; ma nelle elezioni amministrative dell'anno successivo i comunisti tornano

sotto il 30%, e l’estensione dell'accordo di pentapartito alle amministrazioni locali li allontana dal governo di

molte città e regioni conquistate dal 1975. Negli anni Ottanta si assiste quindi al generale riflusso verso

destra per via della spinta a sinistra che aveva caratterizzato buona parte degli anni Settanta. Nell'autunno

1980 i sindacati subiscono la loro prima grave sconfitta dopo l'autunno caldo del 1969 (contro la Fiat sul

problema della riduzione della manodopera), e da questo episodio ha inizio una progressiva riduzione del

ruolo del sindacato, non solo come presenza in fabbrica, ma anche come soggetto politico. Comunque, i

sindacati restano gli interlocutori privilegiati del governo in materia di politica economica, sebbene il loro

impegno sia quasi totalmente assorbito dal tentativo di difendere le conquiste degli anni Settanta. Il

principale motivo di contrasto è rappresentato dal costo del lavoro, in particolare dal meccanismo di scala

mobile introdotto nel 1975 e messo in discussione sia dagli imprenditori sia dal governo. Lo scontro si

radicalizza all’inizio del 1984 quando il governo Craxi, con l'accordo delle componenti non comuniste dei

sindacati, vara un decreto legge che taglia alcuni punti della scala mobile e che viene approvato a giugno

dopo una lunga battaglia parlamentare. I comunisti promuovono un referendum abrogativo, che si tiene nel

giugno 1985, ma ne escono sconfitti. Allora, la scala mobile viene parzialmente modificata, ma le parti

sociali non riesco a trovare un accordo e il problema di un nuovo modello di relazioni industriali rimane

sostanzialmente irrisolto. Irrisolta rimane anche la questione del controllo della spesa pubblica, che chiama

in causa le forme dell'intervento statale, ampliatosi di molto negli anni Settanta nei settori della sanità, della

previdenza e dell'istruzione, ma anche caratterizzato da una larga inefficienza e da costi molto elevati.

Negli anni Ottanta si criticano gli eccessi di assistenzialismo, che mettono in discussione alcune strutture

portanti del Welfare State (come la gratuità delle cure mediche o la semi-gratuità dell’istruzione). Queste

difficoltà vengono in parte compensati da una certa ripresa dell’economia nel 1984, grazie all'aumento delle

esportazioni e al profondo rinnovamento tecnologico di alcuni settori industriali. Anche la grande industria

pubblica, che negli anni precedenti ha accumulato perdite gravissime, viene sottoposta ad ampie

ristrutturazioni che ne aumentano la competitività; ma gran parte delle trasformazioni operate nell'industria

pubblica e privata finiscono con il gravare sulla collettività. Comunque, il sistema economico italiano

manifesta nel decennio 1980-1990, anche nei momenti di crisi più acuta, una vitalità notevole. Il fenomeno

si spiega soprattutto con la crescita della cosiddetta economia sommersa, cioè quella miriade di piccole

imprese disseminate nella provincia italiana e caratterizzate da alta produttività, da bassi costi e da una

notevole capacità di adattamento alle esigenze di mercato. Cresce il settore terziario, ormai al primo posto

anche in Italia per numero di addetti (nel 1985: settore primario 11,7%, settore secondario 33,7%, settore

terziario 54,2%). Ai segni di vitalità economica si accompagnano però gravi fattori degenerativi, come il

fenomeno della corruzione politica all'inizio degli anni Ottanta con lo scandalo della Loggia P2, una specie

di branca segreta della massoneria, ben inserita nel mondo politico, nella burocrazia e nei vertici militari e

sospettata di perseguire anche il fine di una ristrutturazione autoritaria dello Stato. Lo scioglimento della

loggia, decretato nel 1981 dal governo Spadolini, non cancella il legame tra alcuni settori della classe

politica di destra e la malavita. Il dilagare della malavita organizzata, soprattutto la diffusione della mafia e

della camorra (anche al di là delle tradizionali aree meridionali), è la minaccia più grave alla convivenza

civile. Il fenomeno mafioso conosce sviluppi abnormi, fino a sfidare (o a sostituire) i poteri dello Stato.

L'episodio più drammatico avviene nel settembre 1982 con l'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla

Chiesa, già protagonista della lotta al terrorismo, inviato come prefetto a Palermo per coordinare la lotta

alla mafia. Nel dicembre 1984 si verifica un attentato con 15 morti su un treno nella galleria tra Firenze e

Bologna, attentato poi rivelatosi di origine mafiosa. Mafia e camorra trovano la loro principale fonte di

guadagno nel controllo del mercato della droga, allargatosi dal 1975. La risposta dello Stato alla criminalità

mafiosa non consegue risultati decisivi, che invece si ottengono con la lotta contro il terrorismo rosso: la

svolta si ha nel 1980, quando alcuni terroristi arrestati decidono di abiurare la lotta armata e di denunciare i

compagni in libertà. Il numero degli attentati cala così rapidamente negli anni e i principali gruppi

clandestini cessano di esistere.

29.8 - Le difficoltà del sistema politico

•• L'esaurirsi delle ideologie e dei sistemi di valori fondati sul primato dell'impegno politico tolgono spazio

alle ipotesi eversive, ma contribuiscono a distaccare la politica dalla società civile e a rafforzare la

diffidenza nei confronti dei partiti, veri detentori del potere militare repubblicana, accentuando la polemica

contro le disfunzioni del sistema: lentezza delle procedure parlamentari, instabilità di una maggioranza

troppo composita, mancanza di alternative alla coalizione di governo. L'accordo che nel luglio 1985

consente l'elezione come presidente della Repubblica del democristiano Cossiga, non evita il riproporsi di

contrasti all'interno del pentapartito, contrasti sia per le scelte di politica internazionale, sia per le scelte su

questioni interne, come la giustizia e la politica energetica. Al di là delle divisioni su problemi specifici, resta

la rivalità di fondo tra i due maggiori partner della coalizione, socialisti e democristiani, questi ultimi decisi a

rivendicare la guida del governo. Si arriva così, nella primavera del 1987, alla crisi del lungo ministero Craxi

e al quinto scioglimento anticipato delle camere. Le elezioni di giugno 1987 segnano un'affermazione del

Psi (14,3%) e un nuovo calo dei comunisti (26,6%), cui si accompagna un certo progresso della Dc

(34,3%). La maggiore novità delle elezioni è l'apparizione di nuovi gruppi estranei ai partiti tradizionali,

come i Verdi ambientalisti e le Leghe regionali nazionaliste (soprattutto al nord), che incentrano la

campagna su pregiudizi xenofobi e anti-meridionalisti e sulle preoccupazioni suscitate dal fenomeno

immigratorio, e che ottengono un notevole successo nelle consultazioni amministrative del 1988. Dopo le

elezioni, la maggioranza di pentapartito si costruisce faticosamente grazie a un accordo sul programma

che consente la formazione di due successivi governi a guida democristiana: il primo presieduto da Goria, il

secondo guidato dallo stesso segretario della Dc, De Mita. I due governi non raggiungono però risultati

sperati (l’unica innovazione di rilievo è la riforma dei regolamenti parlamentari dell’autunno 1988, che limita

la pratica del voto segreto per dare maggiore stabilità all’esecutivo. Alcuni contrasti interni alla stessa Dc

portano, nel congresso di Roma del febbraio 1989, alla fine della segreteria di De Mita, sostituito da

Forlani, leader dello schieramento moderato. De Mita è costretto anche a lasciare la guida del governo nel

maggio 1989. Si forma un nuovo governo a guida democristiana, affidato questa volta ad Andreotti, ma

ormai la compattezza nella maggioranza è persa: nel 1991 esce dal pentapartito il Pri (Partito repubblicano

italiano). Questa coalizione di governo indebolita appare ormai inadeguata ad affrontare la crisi della prima

Repubblica. I cittadini chiedono riforme ormai da troppo tempo e denunciano il malcostume politico e il

sistema nel suo insieme. Si scopre che la crisi nel meccanismo elettorale proporzionale non è da

riconoscersi nell'incapacità di singoli leader o di singoli partiti, ma nella debolezza dell'esecutivo,

nell'impossibile alternanza al governo di schieramenti contrapposti. La crisi del sistema dei partiti è poi

accelerata dalle sollecitazioni indotte da nuove forze politiche e da una serie di iniziative giudiziarie: sono

soprattutto Dc e Psi a farne le spese.

29.9 - Parola chiave: Mafia

•• La parola “mafia” da la sua comparsa nel dialetto siciliano e poi nella lingua italiana intorno al 1850 e

indica una rete di associazioni legate da stretti vincoli gerarchici e da un codice d'onore fondato sull’omertà

(silenzio su un delitto), che pratica violenza e intimidazione per trarre guadagni e vantaggi per i propri

membri, ma anche per imporre, a livello locale, un proprio ordine, alternativo a quello dello Stato. Per

questa ragione la parola ha poi goduto di grandissima fortuna anche al di fuori dell’Italia (mafia russa, turca,

cinese, giapponese…) e viene oggi comunemente usata, insieme con il derivato “mafioso”, per indicare la

tendenza a prevaricare, a sostituire il potere istituzionale con il proprio potere, avvalendosi di una rete di

amicizie e di complicità inconfessabili. Le radici del fenomeno sono da individuare nella Sicilia semi-feudale

del 1700/1800 (nelle “compagnie d’armi” al servizio dei signori, nelle corporazioni artigiane di Palermo e

nell’azione di grandi affittuari per il controllo del mondo contadino). Dopo l'Unità d'Italia l’associazionismo

mafioso si estende e si rafforza anche come reazione alla più forte presenza dello Stato, diventando subito

oggetto di studi e di inchieste. Ma è soprattutto dopo il 1893, con l'assassinio del direttore del Banco di

Sicilia Emanuele Notarbartolo, che il fenomeno assume rilevanza nazionale, svelando i suoi stretti intrecci

con la politica. Questi legami si intensificano all'inizio del Novecento, mentre la mafia varca l’Oceano

inserendosi, tramite le comunità immigrate, nel gangsterismo nordamericano. Nel 1926 il regime fascista

affronta la questione, inviando a Palermo il prefetto Mori e, investendolo di poteri straordinari per debellare

la rete mafiosa, questa viene colpita e decapitata, ma non del tutto estirpata. Quando molti esponenti della

mafia italo-americana sbarcano in Sicilia nel luglio 1943 con le truppe statunitensi, la rete viene

rapidamente ricostruita e, nell'immediato dopoguerra, viene largamente usata come strumento della

reazione padronale contro il movimento contadino. Nel 1960 la mafia si inserisce, sfruttando anche i suoi

collegamenti politici, nella speculazione edilizia per poi applicarsi con profitto al traffico internazionale degli

stupefacenti, senza per questo rinunciare alle attività tradizionali, come il taglieggiamento delle attività

commerciali (“pizzo”) richiesto come contropartita a una protezione imposta con la forza. Le stendersi degli

interessi mafiosi scatena una serie di cruente lotte interne all'organizzazione, da cui escono vincitori i

corleonesi (così chiamati dal loro paese di origine), guidati da Riina e Provenzano. Questi, a partire dalla

fine degli anni Settanta, davanti ai primi segnali di reazione da parte dei poteri pubblici, scatenano una

autentica guerra allo Stato che provoca molte vittime illustri, culminando nel 1982 con l'uccisione del

prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, e nel 1992 con l'assassinio dei magistrati Falcone e

Borsellino. Da questo momento l'azione repressiva di polizia e magistratura ha fatto registrare successi, a

cominciare dall'arresto di Riina (1993) e di Provenzano (2006). Eppure, la mafia, in quanto fenomeno

radicato nel territorio e dotato di estesi collegamenti internazionali, è ancora ben lontana dall'essere

definitivamente estirpata.

30 - Società postindustriale e globalizzazione (manca nei riassunti)

30.1 - Degrado dell’ambiente e sviluppo sostenibile

•• La crisi petrolifera del 1973 pone le società industrializzate davanti a nuovi inquietanti problemi: le risorse

naturali del pianeta sono limitate e dunque esauribili, contraddicendo la prospettiva ottimistica di una

crescita illimitata della produzione, dei consumi, della stessa popolazione, alla base della filosofia ispiratrice

della civiltà industriale. Questa prospettiva comincia allora ad apparire non solo irreale, ma anche dannosa.

Alla protesta ideologica contro la civiltà dei consumi si sostituisce allora una critica più concreta animata dai

movimenti ambientalisti fondata sulla denuncia dei danni all’equilibrio ambientale del pianeta per colpa

degli uomini. Il degrado dell'ambiente ha radici lontani, legate ai primi passi della rivoluzione industriale

nella seconda metà del Settecento (e che nel Novecento diventa una vera emergenza). Il problema

principale è l'uso dei combustibili fossili, prima il carbone e poi il petrolio. All'inizio del Novecento è ancora

la combustione del carbone nelle industrie e nelle abitazioni la principale responsabile dell'inquinamento

dell'aria, ma nel 1960 il traffico automobilistico comincia a contendere questo primato e nel 1990 diventa la

maggiore fonte di inquinamento a livello mondiale. Le emissioni di inquinanti si quintuplicano nel corso del

Novecento, con gravi effetti sul clima e, più in generale, sulle condizioni di vita di tutt*. Infatti, lo

straordinario sviluppo economico del pianeta lungo tutto il secolo comporta il consumo di una quantità

straordinaria di energia. Secondo McNeill (storico dell’ambiente), nel Novecento il consumo di energia è

stato di 10 volte superiore a quello dei 1000 anni precedenti. Se si vuole quindi continuare a sostenere la

crescita economica senza compromettere le condizioni ambientali, è necessario usare fonti energetiche

alternative ai combustibili fossili. Per combattere la crisi petrolifera, i governi promuovono politiche di

risparmio energetico, cercando di limitare la circolazione dei mezzi di trasporto privati, di contenere i

consumi di elettricità e di impiegare fonti di energia alternative al petrolio. Usa, Francia e Germania

federale puntano sullo sviluppo delle centrali nucleari, che possono fornire energia a costi molto inferiori a

quelle delle centrali termoelettriche, ma contestate dagli ecologisti per i problemi legati allo smaltimento

delle scorie e per i danni irreversibili che possono provocare in caso di guasti o di incidenti (nel 1986 dalla

centrale sovietica di Chernobyl si sprigiona una nube radioattiva che contamina acque e terreni in un’area

molto vasta, provocato gravi malattie in quelli che vengono in contatto con le radiazioni. Altri Stati

riscoprono il carbone o avviano lo sfruttamento dell'energia solare e di quella eolica, energie pulite e

inesauribili, il cui impiego, nonostante i costi elevati e le notevoli difficoltà iniziali, viene favorito da un forte

sviluppo della tecnologia. La spinta negli anni Settanta alle ricerche di fonti energetiche alternative si

esaurisce negli anni Ottanta, grazie al calo dei prezzi del petrolio e a una nuova e prolungata crescita delle

economie dei paesi industrializzati. Si abbandonano però parametri economici puramente quantitativi per

valutare lo sviluppo economico (reddito pro capite, produttività…), ma si tende a usare il concetto di

sviluppo sostenibile nei confronti dell’ambiente e quindi dell’uomo. Questa nuova prospettiva viene usata

dalla “Commissione sull’ambiente e sullo sviluppo” delle Nazioni Unite, ed enunciata nel rapporto

Brundtland (dal nome della sua autrice, a capo del governo norvegese) del 1987, in cui si afferma che lo

sviluppo deve rispondere ai bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni

future di fare altrettanto. In vista della crescente attenzione per le questioni ecologiche, anche i governi

avviano politiche ambientaliste. Nel 1992, in una conferenza organizzata dall'Onu a Rio de Janeiro, oltre

140 paesi si impegnano a limitare l'inquinamento atmosferico e a perseguire una sviluppo economico

rispettoso dell’ambiente. I risultati sono comunque inferiori alle aspettative, e infatti nel 1997 un nuovo

vertice internazionale sull’ambiente elabora il protocollo di Kyoto, che ha lo scopo di obbligare gli Stati a

ridurre le emissioni di CO2 entro quindici anni. Questo programma, che implica alti costi per

l'ammodernamento degli impianti, non viene condiviso né dagli Usa, massima potenza industriale del

mondo, né dalle potenze industriali emergenti, come la Cina e l’India. Lo stesso programma viene poi

approvato in un vertice dei paesi industrializzati nel giugno 2007, ma non prevede né procedure vincolanti

né tempi certi di applicazione, e quindi non viene mai preso in considerazione.

30.2 - La rivoluzione elettronica

•• Durante gli ultimi decenni del Novecento si assiste al declino di industrie che avevano svolto un ruolo

centrale per tutto il secolo (soprattutto quella dell’acciaio, che vede calare a picco la sua produzione),

declino spiegabile con l’affermazione di nuove tecniche produttive e con l’aprirsi di nuovi campi di attività. Il

nucleo propulsore di questo processo di trasformazione (che era avvenuto anche alla fine dell’Ottocento

per l’emergere di nuove tecnologie e di nuovi settori produttivi) sta di certo nell’elettronica, branca della

fisica che studia il movimento degli elettroni e che già nella prima metà del Novecento è stata alla base di

alcune fondamentali scoperte nel campo delle comunicazioni radiofoniche e televisive. La più rivoluzionaria

tra le applicazioni della tecnologia elettronica la si attua dopo la Seconda guerra mondiale nel settore delle

macchine da calcolo (computer), apparecchi che riproducono in minima parta i meccanismi di

funzionamento del cervello umano, grazie all’apertura e alla chiusura di una serie di circuiti elettrici; queste

macchine sono in grado di eseguire operazioni matematiche senza possibilità di errore e in tempi

infinitamente più brevi di quelli umani; queste macchine riescono anche a immagazzinare una serie di dati

da richiamare poi all’occorrenza, e possono anche “reagire”, se opportunamente programmate, a impulsi

esterni, così come sono in grado di comandare, in base a questi impulsi, l’attività di altre macchine.

I primi calcolatori sono già costruiti durante la Seconda guerra mondiale, ma usano componenti

elettromeccaniche soggette a usura, e in più sono estremamente ingombranti. Le componenti

elettromeccaniche vengono in seguito sostituite prima dalle valvole e poi dai transistor (anni Cinquanta)

riducendo enormemente le dimensioni dei computer e aumentandone la potenza di calcolo. Negli anni

Sessanta viene introdotto il circuito integrato, una piastrina di silicio sulla quale possono essere riprodotti,

in forma miniaturizzata, le funzioni di un’intera rete di transistor. Si creano allora computer ancora meno

ingombranti e ancora più potenti, in grado anche di collegare molti apparecchi “periferici” a una sola

memoria centrale, il tutto a costi di produzione più bassi. L'abbattimento dei costi fa uscire il computer

dall'ambito dei laboratori specializzati e degli istituti di ricerca, facendolo entrare nel mondo della

produzione di massa. In seguito si producono processori sempre più piccoli e sempre più veloci e si

elaborano programmi sempre più complessi. Oggi i computer sono incorporati in una grande quantità di

apparecchi di uso corrente (automobili, elettrodomestici, orologi, apparecchi fotografici…). La quantità di

elettronica computerizzata contenuta oggi in una normale auto è superiore a quella delle prime navicelle

spaziali. Lo sviluppo dell’informatica, legato ovviamente alla “rivoluzione dei computer”, si è intrecciato con

quello della cibernetica, scienza nata negli anni Quaranta che studia i processi di controllo di

comunicazione negli organismi viventi e cerca di riprodurli nelle macchine. Figlia della cibernetica è la

robotica, che si occupa nello specifico della costruzione di macchine capaci di sostituire l'uomo in una serie

di operazioni anche molto complesse. Negli anni Settanta nasce la telematica, cioè l'applicazione delle

tecniche dell'informatica al settore delle telecomunicazioni, grazie anche all'adozione delle cosiddette fibre

ottiche, al posto dei vecchi fili di rame. La diffusione dei pc nelle abitazioni ha profondamente trasformato il

sistema delle comunicazioni di massa (con il pc si integrano diversi canali comunicativi e/o mediali: si

possono vedere film, si può telefonare, si può ascoltare musica…). La digitalizzazione unifica i linguaggi e

far circolare informazioni di diversa natura sugli stessi canali di comunicazione. Cambia anche l'uso delle

informazioni: l'utente può infatti interagire modificando strumenti e programmi ricevuti. Verso la fine del

Novecento si sviluppa la rete Internet, nata negli Usa negli anni Sessanta per iniziativa delle forze armate

come rete alternativa in caso di guerra nucleare. Nel 1991 il Cern di Ginevra crea il primo server World

Wide Web (www) per permettere agli scienziati di scambiarsi informazioni composte da testo e immagini.

Da questo momento comincia la grande espansione della rete tra gli utenti privati, con la nascita dei primi

siti. Nasce l’e-commerce, si affermano i grandi provider (cioè le società che organizzano l’accesso alla

rete), si sviluppa l'uso della posta elettronica. Nel 2005 gli utenti della rete internet nel mondo sono circa un

miliardo. Internet contribuisce a modificare i modi di espressione e gli orizzonti culturali di milioni di

persone. Gli sviluppi della rivoluzione elettronica hanno effetti anche sull'industria culturale: si moltiplicano

le imprese multimediali, impegnate contemporaneamente in diversi settori delle comunicazioni di massa e

si accentua la tendenza alla standardizzazione dei prodotti culturali di massa (stessi format televisivi,

stesse campagne pubblicitarie in diversi paesi…). Alcuni considerano questa “mondializzazione” della

cultura di massa come un processo di omologazione e di annullamento delle culture locali, mentre altri la

considerano come un’opportunità e un’occasione di confronto tra le diverse civiltà del mondo.

30.3 - La società postindustriale

•• Nei paesi economicamente più avanzati, la rivoluzione elettronica contribuisce ad accelerare il processo

di transizione verso una società di tipo postindustriale. In questi paesi le attività industriali declinano a

vantaggio del settore dei servizi. Nei primi anni Novanta il terziario occupa in media il 67% della

popolazione attiva nei paesi centri industriali (59% della Germania - 60% dell’Italia - 69% della Gran

Bretagna - 73% degli Usa). L’industria mantiene percentuali di popolazione attiva superiori al 30% solo in

Germania, Italia, Spagna e Giappone. L’agricoltura si attesta a un valore medio del 7% (3% degli Usa - 2%

della Gran Bretagna). Lo sviluppo dei servizi non significa soltanto che attività come trasporti, assicurazioni,

banche, commercio, turismo, telecomunicazioni assorbano più manodopera e producano più ricchezza;

questo sviluppo porta anche alla nascita di “macjobs”, impieghi sottopagati e precari, come i lavori nelle

catene dei fast-food americani McDonald’s. La fabbrica perde quella centralità nel mondo della produzione

e nelle relazioni sociali che era stata tipica della società industriale. Anche l'organizzazione del lavoro in

fabbrica cambia (a cominciare dalla Toyota giapponese negli anni Cinquanta): il sistema rigidamente

gerarchico fondato sulla catena di montaggio cede il passo a una struttura più flessibile in grado di

rispondere più rapidamente, e a costi più più ridotti, alle domande del mercato adattandosi più agevolmente

alle innovazioni tecnologiche. Questo nuovo tipo di organizzazione del lavoro viene definito anche

postfordismo, a indicare l'abbandono del modello produttivo fondato sulla centralità della fabbrica E

applicato da Ford già nei primi decenni del Novecento. Vengono introdotte la flessibilità e la varietà sia sul

versante della produzione sia su quello del consumo di massa (innumerevoli varianti dei prodotti di largo

consumo, possibilità di assemblare fuori dalla catena di montaggio e fuori dalla fabbrica prodotti della

tecnologia avanzata, come i pc). Con il termine “postindustriale” non si indica un mondo senza industria,

ma un mondo in cui l’industria non è più l'asse portante delle attività produttive e delle relazioni umane e

sociali. Ciò che connota la società postindustriale è l’informazione. Il controllo dell'informazione è diventato

decisivo. Produrre e vendere informazione definisce nuove gerarchie di potere e di ricchezza, di dominio e

di libertà. Nelle società post industriali c'è meno spazio per le contrapposizioni di classe di tipo tradizionale,

ma non vengono meno conflitti e tensioni (per esempio tra classi di età, soprattutto tra giovani e adulti, tra

femminist* e cultura patriarcale, tra ecologismo e capitalismo noncurante, tra gruppi di tutela delle diversità

etniche, sessuali, linguistiche e religiose e degli schieramenti opposti…).

30.4 - La globalizzazione e i suoi critici

•• Lo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e l'uso dell'inglese come lingua veicolare comune rendono

straordinariamente veloci le comunicazioni abbattendone al tempo stesso i costi: è la Globalizzazione.

L'integrazione non è una novità dell'ultima parte del Novecento. Le economie capitalistiche avanzate si

sono sempre mosse su scala planetaria (per esempio, la rivoluzione dei trasporti dell’Ottocento avvia già la

Gran Bretagna verso una dimensione mondiale). La globalizzazione è stata potentemente accentuata dal

crollo del comunismo europeo e del sistema sovietico tra il 1989 e il 1991 e dal definitivo ingresso della

Cina sui mercati internazionali sia come paese produttore sia come paese consumatore. La dimensione

globale dei mercati finanziari offre grandi possibilità di espansione, ma innesca anche rischi fortissimi

derivanti dall'accelerata circolazione dei capitali e da ricchezze artificiali sopravvalutate (bolla speculativa

degli anni Novanta provocata dalla crescita abnorme dei valori azionari di imprese legate alla “nuova

economia”; crisi del 2008…). La disponibilità di una manodopera globale, se consente di decentrare la

produzione nei paesi dove il costo del lavoro è più basso (per una mancanza di rivendicazioni di diritti da

parte dei lavoratori sfruttati o dei disoccupati), determina la propagazione di nuove drammatiche forme di

sfruttamento, soprattutto minorile (discorso affrontato molto bene nel libro “Il comunismo spiegato ai

bambini capitalisti”, nel capitolo su Marx). All'inizio del nuovo millennio quasi tutte le imprese (anche non

multinazionali) diversificano i luoghi di produzione riuscendo, grazie il controllo informatico e alla velocità

delle comunicazioni, a mantenere elevata la qualità e ad abbassare i costi. Ovviamente, questo genera più

disoccupazione nei paesi occidentali dove il costo del lavoro è maggiore, portando i disoccupati ad

accettare qualsiasi offerta al ribasso (anche perdendo diritti acquisiti con precedenti lotte e rivendicazioni)

pur di avere un lavoro (seppure senza tutele e sottopagato). Vengono allora convocati, per idea del

presidente francese d’Estaing nel 1975, dei vertici annuali tra i governi dei paesi più industrializzati (Usa,

Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, poi Italia, Canada e Russia postcomunista): è il G8. La

protesta contro gli assetti economici mondiali e le forme assunte dalla globalizzazione si esprime, alla fine

del Novecento, nella nascita del movimento “no global”, transnazionale e raccoglitore di gruppi e

organizzazioni provenienti dalla sinistra. Il No global appare per la prima volta con manifestazioni vivaci in

occasione di una conferenza del’Organizzazione mondiale del commercio a Seattle nel 1999. I no global

sollecitano i governi dei paesi più avanzati ad attivare nuove forme di sviluppo economico più rispettose

dell'uomo e dell’ambiente. I no global manifestano a Genova nel 2001 in occasione del vertice del G8. I no

global chiedono alle potenze industriali occidentali di rinunciare alla restituzione dei prestiti da parte dei

paesi in via di sviluppo, di adottare nuove regole nel commercio internazionale, di limitare le attività delle

multinazionali nelle regioni più povere del pianeta e in generale di impegnarsi per realizzare una

ridistribuzione più equa e giusta delle ricchezze (idea fondante del pensiero di sinistra).

30.5 - Le tendenze demografiche

•• Verso la fine del Novecento la popolazione mondiale continua a crescere fino a superare i 6 miliardi nel

2000. Il ritmo di crescita si riduce lentamente, anche se non elimina del tutto gli allarmi suscitati dai

problemi del sovraffollamento e dell'inquinamento a livello planetario. In Europa e nel Nord America il tasso

di fertilità scende sotto quota 2 (“crescita zero”) solo nel 1980. In Europa continua a calare fino a quota

1,41 nel 2000, ma nel Nord America aumenta superando la quota 2. Il tasso di fertilità scende in tutti gli altri

continenti (lentamente in Africa - da 6,6 a 5,3; rapidamente in America Latina e in Asia - da 5 a 2,7), anche

grazie a politiche demografiche attuate dai governi centrali volte a incoraggiare con tutti i mezzi il controllo

delle nascite (soprattutto per i paesi più popolosi del mondo, Cine e India). Altri motivi sono la conquista di

più elevati livelli di benessere che porta a comportamenti demografici “moderni”; la penetrazione di nuovi

modelli culturali; i processi di urbanizzazione (all’inizio del nuovo millennio New York è la città più popolosa,

con 21 mln di abitanti). Nelle regioni sottosviluppate, un rallentamento dei ritmi di procreazione rende meno

sfavorevole il rapporto tra la popolazione e le risorse. Negli stati più sviluppati, invece, la “crescita zero”

porta a un invecchiamento della popolazione e dunque a un numero maggiore di pensionati rispetto ai

lavoratori attivi, mettendo in crisi il modello di Welfare State introdotto in Europa già dalla fine degli anni

Settanta.

30.6 - Le migrazioni e la società multietnica

•• Alla fine del Novecento aumentano gli scambi commerciali, la circolazione delle informazioni e le

possibilità di spostamento da un altro, che favoriscono un considerevole incremento dei flussi migratori. Si

emigra da tutte le aree povere del mondo verso quelle ricche e la scelta delle destinazioni segue una

complessa rete di itinerari condizionata da fattori geografici, economici, politici (per chi fugge da regimi

oppressivi o da vere persecuzioni) e culturali (lingua, religione, presenza nel luogo di arrivo di comunità di

connazionali già consolidate). All'inizio del nuovo millennio la portata di questo flusso cresce ulteriormente

e non è facilmente quantificabile, in quanto molte migrazioni si svolgono in forma clandestina. Il carattere

incontrollabile del fenomeno costituisce, per le economie e per le opinioni pubbliche dei paesi

industrializzati, un problema di non facile soluzione. Per la sinistra, per le Chiese cristiane e per una certa

cultura liberale l’immigrazione è positiva, non solo in termini di afflusso di nuova forza-lavoro funzionale allo

sviluppo economico, ma anche perché portatrice di nuovi valori, di nuove culture: il multiculturalismo viene

visto positivamente; nelle società multietniche (tra l’altro le più “normali” e “comuni” nel mondo) le differenze

culturali e religioso non sono soltanto ammesse, ma sono considerate come normali, valorizzate. Per la

destra, il fenomeno migratorio suscita reazioni di ansia e di repulsione (con punte di xenofobia o addirittura

di razzismo) dando corpo alla psicosi dell'Occidente di vedersi fisicamente sommerso da ondate di popoli

numerosi e vitali. La destra allora si chiude in se stessa, difendendo gelosamente le identità nazionali o

religiose. Globalizzazione e multiculturalismo mettono in crisi l'idea ottocentesca dello stato nazionale come

comunità sovrana e compatta al suo interno, lasciando emergere nuove e più articolate forme di

organizzazione politica. Questo processo di trasformazione spinge verso la creazione e il potenziamento di

entità sovranazionali (esempio: Unione Europea), ma di contro lascia spazio all'esplodere dei nazionalismi,

dell’estrema destra, dei separatismi, causa primaria di tensioni e di conflitti nel mondo contemporaneo.

30.7 - Le donne nella società contemporanea

•• Dopo la Seconda guerra mondiale si conclude per le donne occidentali il processo di riconoscimento dei

diritti politici, ma bisogna attendere l'inizio degli anni Ottanta per vedere legalmente sancita in tutti paesi

occidentali l'uguaglianza civile tra uomini e donne: nell’Europa meridionale la parità sessuale dei ruoli e

l’indipendenza dei membri della coppia vengono progressivamente riconosciute soltanto dagli anni

Sessanta. Per esempio, il principio di responsabilità paritaria nei confronti dei figli e nell'amministrazione

dei beni familiari diventa legge in Italia nel 1975, in Portogallo nel 1978, in Spagna nel 1981e in Grecia nel

1983. A proposito della emancipazione economica, la presenza della donna nel mondo del lavoro è ormai

una realtà consolidata e irreversibile (conseguenza del crescente numero di diplomate e di laureate). Dagli

anni Settanta comincia progressivamente a ridursi la differenza salariale tra i sessi (che ancora permane).

Comunque, permangono ancora ritardi e disparità tra i sessi: negli incarichi più prestigiosi e meglio

remunerative le donne sono ancora una minoranza, e in molte famiglie il carico del lavoro domestico è

ancora distribuito in modo ineguale ai danni della parte femminile.

Più limitati sono stati i progressi nelle condizioni di vita della popolazione femminile in molti paesi dell'Asia,

dell'Africa e dell'America Latina. La solidità delle tradizioni culturali e religiose, che spesso relegano la

donna a un ruolo subordinato a quello dell’uomo, e i ritardi nei processi di modernizzazione hanno

ostacolato lo sviluppo di una emancipazione simile a quella compiuta nei paesi occidentali. Molte donne

quindi rimangono ancora oggi sotto la tutela degli uomini, prima padri e poi mariti, eseguono faticosi e

monotoni lavori domestici, non vanno a scuola, non godono di alcuna autonomia economica… in molti

paesi è totalmente assente l’idea di un diritto della donna all’autorealizzazione personale.

30.8 - Il proselitismo religioso e i fondamentalismi

•• I più recenti sviluppi della società contemporanea sembrano smentire le previsioni di un declino delle

credenze e delle pratiche religiose in una civiltà sempre più segnata dai processi di secolarizzazione. Ma

secondo statistiche dei primi anni Novanta atei e agnostici sono il 20% della popolazione, contro un 70% di

credenti a “grandi religioni” e un 10% che crede a religioni “minori”. Quello religioso resta quindi ancora il

riferimento culturale fondamentale per buona parte dei popoli del pianeta. Un ruolo importante nel rilancio

planetario del cattolicesimo (e indirettamente nella crisi dei regimi comunisti) è quello svolto dal papa

polacco Wojtyla, salito al soglio pontificio nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo II, ed è il primo papa non

italiano dopo più di 400 anni. Questo papa difende intransigentemente dogmi e culti tradizionali, ma

dimostra apertura ai problemi sociali e al dialogo anche con i non credenti e con i credenti di altre religioni.

Il suo attivismo lo porta a intraprendere una serie di viaggi pastorale in ogni parte del mondo e a esporsi

all’attenzione dei mass media. Nell'aprile 2005 muore Giovanni Paolo II e sale al suo posto Benedetto XVI,

il cardinale tedesco Ratzinger, chi si muove in una sostanziale continuità con il suo predecessore,

sopratutto per quanto riguarda l’intransigenza, la salvaguardia della tradizione, l’ortodossia dottrinaria, il

conservatorismo per temi etici, civili e sociali. Altro fenomeno caratteristico della fine del Novecento è

l'espansione della religione musulmana al di là delle sue aree tradizionali di insediamento (Medio Oriente,

Nord Africa, Asia centrale, Indonesia) avvenuta grazie a un efficace e a volte aggressivo proselitismo. Il

rilancio dell'Islam ha spesso preso le forme dell’integralismo (tendenza ad applicare integralmente i precetti

religiosi, riconosciuti come leggi dello Stato; il potere civile deve essere quindi subordinato all’autorità

spirituale). L'integralismo islamico assume un notevole peso dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e la sua

diffusione suscita preoccupazioni in Occidente a causa della sua carica aggressiva nei confronti delle altre

religioni. La minaccia integralista cresce ulteriormente all'inizio del nuovo millennio, quando i

fondamentalisti musulmani appartenenti ad Al Qaeda, invocando la jihad (guerra santa), mettono a segno

una serie di attentati terroristici, di cui il più clamoroso è quello compiuto negli Usa l'11 settembre 2001.

L'integralismo rappresenta ovviamente solo una componente minoritaria del mondo musulmano e non è

prerogativa esclusiva dell’Islam: correnti integraliste sono attive da sempre presso le Chiese cristiane

(soprattutto tra i protestanti americani) e nel mondo ebraico. Queste manifestazioni, sempre più visibili ed

aggressive, quasi suggeriscono lo scenario di un mondo futuro percorso dalle guerre di religione o diviso

da nuovi e catastrofici “scontri di civiltà”.

30.9 - Medicina e bioetica

•• All'inizio del nuovo millennio la durata media della vita dell'uomo risulta più che raddoppiata rispetto al

secolo prima, grazie ai continui processi realizzati dalla scienza medica. Questi processi hanno però aperto

un delicato fronte nei rapporti tra scienza ed etica e tra scienza e religione. Lo sviluppo delle conoscenze

delle tecnologie biomediche ha sì aumentato la durata e la qualità della vita, ma ha ulteriormente

accresciuto il divario tra il nord e il sud del mondo. Negli ultimi decenni i maggiori progressi della medicina

si sono avuti nel campo dei farmaci cardiovascolari e antitumorali e nello sviluppo delle tecnologie

diagnostiche. I medici dispongono adesso, oltre all’ecografia con ultrasuoni (senza effetti collaterali delle

radiazioni), della Tac (tomografia assiale computerizzata), con cui si ottiene una precisa elaborazione delle

immagini radiologiche in grado di individuare la presenza di tumori e di lesioni interne. A queste due

tecniche si aggiungono la Rmn (risonanza magnetica nucleare), che usa le emissioni provenienti dal corpo

stesso dopo l’attivazione di un campo magnetico, e la Pet (tomografia a emissione di positroni), impiegata

nella diagnostica oncologica. I maggiori sviluppi nell'ambito dell'ingegneria genetica si hanno nel 1953,

quando due biologi inglesi (Crick e Watson) individuano la struttura dell'acido desossiribonucleico (DNA),

responsabile della trasmissione ereditaria dei caratteri genetici negli esseri viventi. Gli sviluppi della

genetica offrono la possibilità di selezionare le specie vegetali e animali, consentendo di migliorare la

produttività nell'agricoltura e nell’allevamento, ma hanno aperto anche nuovi orizzonti in campo

farmacologico. Una serie di farmaci di origine animale e umana sono ricostruiti in laboratorio con il

vantaggio di ottenere maggiore sicurezza tollerabilità (insulina, interferone, proteine…). Sempre nel campo

della genetica preoccupa la scoperta dei prioni, microorganismi resistenti a tutti i trattamenti antisettici,

avvenuta con l’analisi della “mucca pazza” (encefalopatia spongiforme). Sembrano arginate o arginabili

alcune malattie degenerative, notevoli progressi si sono registrati nella cura dei tumori, ma sono riemerse

malattie infettive che si ritenevano per gran parte debellate (malaria, tubercolosi, dissenteria…). Gli allarmi

maggiori sono suscitati dalla diffusione dell’Aids (sindrome da immunodeficienza acquisita), provocata dal

virus Hiv e che, abbattendo le difese immunitarie, espone in organismo a qualsiasi malattia, con

conseguenze mortali. Il virus, isolato per la prima volta nel 1981, ha come principale area di diffusione

l’Africa subsahariana e si trasmette attraverso il sangue e si diffonde soprattutto attraverso i rapporti

sessuali. Negli ultimi anni si è ottenuto qualche risultato nella cura, grazie all’uso di una combinazione di

farmaci (molto costosi). I malati dell’Africa non hanno denaro né assistenza finanziaria da parte dello Stato

per acquistarli. Gli sviluppi recenti della medicina e della genetica hanno consentito notevoli successi nella

lotta contro le vecchie e le nuove malattie, innescando il dibattito circa i limiti di una serie di interventi resi

possibili dalla scienza. Nel 1973 Watson (uno degli scopritori del Dna) avanza la provocatoria e inascoltata

proposta di sospendere gli esperimenti di ingegneria genetica. La discussioni su questi temi ha dato origine

a una nuova disciplina, la bioetica, a metà tra scienza e filosofia. La bioetica affronta i problemi che

derivano dalla generazione della vita nelle varie forme di procreazione assistita e quelli che investono le

possibilità di riproduzione della vita (come nella clonazione, processo che consente di “copiare” un

organismo partendo da una singola cellula - è il caso della pecora Dolly creata in Gran Bretagna nel 1997).

Altri problemi suscita la ricostruzione della sequenza del genoma umano (del patrimonio genetico

dell’uomo) sia per individuare le variazioni alla base di determinate malattie, sia per i rischi di manipolazioni

che queste conoscenze renderebbero possibili. Gli interrogativi del nostro tempo: fin dove spingere il

desiderio di procreare? Dove finisce il dovere di curare e dove finisce il diritto del paziente a essere curato?

Come introdurre criteri di equità per equilibrare la diffusione delle tecniche curative disponibili (a cui molti

malati non riescono ad accedere)? Deve essere riconosciuto il diritto alla morte con dignità (eutanasia

legale)?

30.10 - Parola chiave: Ecologia

•• L’ecologia è la scienza che studia i rapporti tra gli esseri viventi e l’ambiente fisico in cui vivono. Solo di

recente l’ecologia (chiamata così per la prima volta dallo scienziato e filosofo positivista Haeckel in un libro

del 1866), acquista uno status di disciplina autonoma. È soprattutto la crisi petrolifera del 1973 a far

riflettere sui pericoli che potrebbero derivare all'umanità da un uso indiscriminato delle risorse naturali.

L'estensione spesso abnorme dei centri urbani, la motorizzazione di massa, la moltiplicazione dei consumi

con conseguente accumulo di rifiuti solidi, l'uso crescente di prodotti non biodegradabili, gli scarichi delle

industrie chimiche nell'atmosfera o nei corsi d’acqua: questi e altri fenomeni hanno contribuito al degrado

ambientale dei grandi agglomerati urbani, ma hanno anche influito sugli equilibri ecologici delle aree non

industrializzate. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha richiamato l'attenzione su altri più inquietanti

fenomeni, riconducibili agli effetti dello sviluppo industriale: l'assottigliarsi dello strato di ozono che protegge

la terra dalle radiazioni ultraviolette; il formarsi di una cappa di anidride carbonica (“effetto serra”) che,

provocando un innalzamento della temperatura, rischierebbe di compromettere gli equilibri ecologici

dell'intero pianeta. I temi dell'ecologia sono quindi diventati oggetto di discussione e di mobilitazione in tutti

i paesi industriali. Nascono negli anni Settanta associazioni e gruppi che si propongono di lottare contro

l'inquinamento atmosferico e marino per la tutela degli spazi verdi e del territorio in generale e per la difesa

delle specie animali minacciate di estinzione (Greenpeace, WWF…). Ancora oggi esiste una profonda

spaccatura tra gli ecologisti “puri” (spesso attivi nei movimenti verdi, che ritengono la difesa dell’ambiente

un obiettivo prioritario e contestano il principio dello sviluppo a ogni costo e mettono sotto accusa la logica

stessa della società industriale), e gli ecologisti “industrialisti” (che non sacrificano alla causa dell’ecologia

le ragioni del progresso economico e tecnologico e affidano proprio a questo progresso la speranza di

risolvere in modo equilibrato anche il problema del rapporto tra l’uomo e l’ambiente).

31 - La caduta dei comunismi

31.1 - Un sistema in crisi

•• Il declino dell’Urss e in generale dei sistemi comunisti, cominciato già negli anni Settanta, conosce una

brusca accelerazione negli anni Ottanta. La crisi è determinata dal fallimento del tentativo di Gorbacev di

avviare un processo di parziale liberalizzazione aprendo limitati spazi di pluralismo nel sistema sovietico e

nei rapporti con i paesi satelliti. Sono in crisi anche i regimi comunisti di Cina, Vietnam e Cambogia. Nella

penisola indocinese, dopo il ritiro delle truppe americane, si sono instaurati dei regimi autoritari, come

quello di Pol Pot in Cambogia. In Cina si instaura un capitalismo di Stato e la liberazione dell'economia si

accompagna alla repressione del dissenso. Viene quindi mantenuto un regime autoritario a partito unico

che controlla la società.

31.2 - La transizione polacca

•• lL Polonia già anticipa i mutamenti in atto nell'Urss all'inizio degli anni Ottanta, con la nascita del

Solidarnosc, un sindacato indipendente a base operaia e di ispirazione cattolica. La Chiesa ha il ruolo di

difesa dell'identità nazionale e allo stesso tempo è punto di riferimento per l’opposizione. Nel 1981 il

generale Jaruzelski assume la guida del governo e del Partito operaio polacco e attua un colpo di stato,

mettendo fuorilegge il sindacato. In seguito, con l'avvento di Gorbacev, lo stesso Jaruzelski riprende il

dialogo con il sindacato indipendente e nasce un accordo su riforma costituzionale che, pur assicurando ai

comunisti la maggioranza, prevede lo svolgimento libero delle elezioni. Le elezioni si tengono nel 1989 con

la vittoria del sindacato e nasce un nuovo governo di coalizione.

31.3 - La fine delle democrazie popolari e la caduta del Muro di Berlino

•• Influenzate dagli avvenimenti polacchi, le altre democrazie popolari rovesciano gli equilibri politici

dell'Europa orientale. In Ungheria vengono attuate delle riforme, come la legalizzazione dei partiti, la

realizzazione di libere elezioni e la rimozione dei controlli polizieschi al confine con l'Austria aprendo per la

prima volta la “cortina di ferro”. Le manifestazioni popolari mettono in crisi il sistema comunista e il 9

novembre 1989 vengono aperti i confini tra le due Germanie, compresi i passaggi attraverso il muro di

Berlino. La caduta del muro di Berlino simbolizza anche la fine della guerra fredda. Anche in

Cecoslovacchia le proteste popolari determinano la caduta del comunismo e l'apertura verso un processo

di democratizzazione. In Romania la dittatura di Ceausescu viene abbattuta da una insurrezione popolare.

In Bulgaria e in Albania viene avviato un processo di liberalizzazione. In queste democrazie popolari

scompare il comunismo e grazie alle elezioni nascono dei partiti di centrodestra e di centrosinistra. Un caso

a parte è la Jugoslavia, attraversata da una crisi economica, dove le repubbliche più sviluppate di Slovenia

e Croazia vedono la vittoria dei partiti autonomisti, mentre in Serbia nasce un neo-nazionalismo di

Milosevic. Nella Germania dell'est i regimi comunisti vengono sostituiti dai cristiano-democratici, in pieno

accordo con i loro omologhi dell'ovest, che riescono rapidamente ad assorbire la Germania orientale alla

Repubblica federale tedesca. Nasce una nuova Germania unita e integrata nell'Alleanza atlantica con un

trattato per l'unificazione economica e monetaria.

31.4 - La dissoluzione dell’Unione Sovietica

•• Il collasso della superpotenza Urss avviene non solo a causa dei movimenti nazionalisti, ma anche

dell'aggravarsi della situazione economica. Gorbacev cerca di alternare concessioni a interventi repressivi,

ma questo equilibrio viene rotto nel 1991, quando gli esponenti del Pcus attuano un colpo di stato e

sequestrano il presidente. Il golpe fallisce a causa di una inattesa protesta popolare e del mancato

sostegno dell'esercito. Il fallimento del golpe accelera lo smembramento dell'Unione Sovietica, infatti la

riforma economica non riesce a decollare e il sistema degli scambi entra in crisi. Gli Stati-satellite

proclamano la loro secessione dall'Urss e Gorbacev propone un nuovo trattato di unione, ma viene

anticipato dalle tre repubbliche slave Russia, Ucraina e Bielorussia, che si accordano con gli altri paesi ex

sovietici proclamando la Comunità degli stati indipendenti (Csi). Nata nel 1991 e formata da 11 repubbliche,

la Csi decreta la fine dell’Urss. Gorbacev si dimette e la bandiera sovietica viene sostituita da quella russa.

31.5 - L’Europa orientale e la crisi jugoslava

•• Negli anni Novanta l'Europa orientale attraversa momenti difficili dal punto di vista politico ed economico

e le delusioni suscitate da questa difficoltà finiscono con il riportare al potere i partiti comunisti (come in

Polonia). In Cecoslovacchia si sviluppano nella minoranza slovacca tendenze separatiste che, nel 1993,

portano alla creazione di due repubbliche: una ceca, formata da Boemia e Moravia e governata da partiti

liberali, e una slovacca dominata dai gruppi ex comunisti. In Jugoslavia si assiste alla disgregazione dello

Stato federale. L'inizio dei conflitti avviene con il contrasto tra la Serbia di Milosevic e le repubbliche di

Slovenia, Croazia e Macedonia che vogliono l'indipendenza. Gli organi federali accettano l'autonomia serba

e macedone, ma rifiutano invece quella croata, provocando la nascita di una guerra. Nel 1992 il conflitto si

sposta in Bosnia, che aveva proclamato l'indipendenza, e i serbi reagiscono attuando la pulizia etnica con

massacri e deportazioni. La guerra è difficile da fermare e per giungere alla tregua è necessario l'intervento

degli Usa. La Nato attua una serie di raid aerei contro le posizioni serbo-bosniache e impone ai croati i

negoziati. L'accordo di pace viene firmato a Dayton e prevede il mantenimento di uno Stato bosniaco,

diviso però in una Repubblica serba e in una federazione croato-musulmana. Tensioni politiche si hanno

anche tra singoli Stati: nella federazione jugoslava (Serbia e Montenegro) ci sono delle agitazioni contro

Milosevic e in Croazia contro l'autoritarismo di Tudjman. In Kosovo nasce un movimento di protesta

autonomista della popolazione albanese (Uck) che viene represso dai serbi. Ancora una volta il conflitto si

spegne grazie all'intervento della Nato e dell'Italia, che intervengono militarmente per riportare l'equilibrio

nel paese. La Russia, alleata dei serbi, critica l'azione, ma alla fine, anche tramite la mediazione russa,

Milosevic ritira le truppe del Kosovo. Alle elezioni Milosevic viene sostituito da Kostunica. Nello stesso

anno, Montenegro dichiara la propria indipendenza. In Albania, in cui nord e sud sono “divise” socialmente,

le istituzioni collassano e falliscono una serie di società finanziarie. Buona parte del paese piomba

nell'anarchia, ma grazie all'intervento dell'Onu che invia un contingente di pace, viene avviato un processo

di normalizzazione e di stabilizzazione economica che determina il consolidamento dello Stato.

31.6 - Parola chiave: Pulizia etnica

•• Di “pulizia etnica” si comincia a parlare in Europa a proposito dei conflitti che seguono la dissoluzione

della Jugoslavia, che continuano per tutti gli anni Novanta. L’espressione indica una pratica di

persecuzione o di violenza fisica compiuta da una popolazione ai danni di un’altra per terrorizzarla e

costringerla ad abbandonare un territorio conteso. In questo senso, “pulire” un’area geografica significa

renderla forzatamente omogenea. In Jugoslavia il leader serbo Milošvić tenta di allontanare con la forza gli

abanesi che risiedono nel Kosovo, e lo stesso fanno i serbi contro i croati e i croati contro i serbi nelle aree

miste controllate dall’una e dell’altra etnia. L’espressione “pulizia etnica” è stata usata anche a proposito

degli scontri tra hutu e tutsi in Ruanda, ma può essere usata anche in riferimento a molti episodi del

passato, che vedono intere popolazioni costrette ad abbandonare le loro terre. Oggi viene usata dai media

per denunciare casi di politiche discriminatorie contro minoranze etniche indesiderate all’interno di una

nazione. La pulizia etnica si distingue dal genocidio propriamente detto perché quest’ultimo implica

l’annientamento fisico di un popolo, mentre la pulizia etnica ha come obiettivo il suo allontanamento,

indipendentemente dai mezzi usati per ottenerlo. Alcuni hanno suggerito una versione molto ristretta del

concetto di genocidio, e in questa prospettiva solo la Shoah potrebbe essere considerata in questi termini,

perché rimane l’unico caso in cui risulta evidente l’intenzione di distruggere gli ebrei, indipendentemente

dal luogo in cui vivevano. Una definizione simile distinguerebbe di certo la pulizia etnica dal genocidio.

Comunque, un’accezione più ampia di genocidio potrebbe includere anche episodi di pulizia etnica. È

importante sottolineare che la definizione di genocidio, contenuta nella Convezione per la prevenzione e la

repressione del delitto di genocidio (1948) e ripresa nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale

(1998) pone come requisito l’esistenza di un progetto per distruggere completamente o parzialmente un

determinato gruppo.

32 - Il nodo del Medio Oriente

32.1 - Un’area strategica

•• Il medio oriente è una zona dai confini non precisamente definiti che va dall'Egitto all'Iran, dalla Turchia

all'Arabia Saudita. Alla fine del Novecento la sua centralità strategica si accentua per l'intrecciarsi di tre

fattori di tensione: l'accresciuto interesse per il petrolio, il prolungarsi del conflitto arabo-israeliano, la

diffusione del fondamentalismo islamico. Sul conflitto arabo-israeliano, Sadat comprende che per

risollevare le condizioni del suo paese è necessario porre fine alla guerra. Rovescia le alleanze, espellendo

i sovietici dall'Egitto e congedando i rapporti con l’Urss. La sua politica assume un carattere filo-occidentale

e nel 1977 va a Gerusalemme per proporre la pace del governo israeliano. Il leader israeliano accoglie la

proposta e si arriva così agli accordi di Camp David, grazie ai quali l'Egitto ottiene il Sinai e stipula un

trattato di pace con lo Stato di Israele. La maggioranza degli stati arabi si ribellano alla scelta di Sadat e il

presidente egiziano viene ucciso. Due anni dopo, il fondamentalismo si insedia alla guida dell'Iran.

32.2 - La rivoluzione iraniana

•• Il mondo arabo-israeliano è formato da due componenti: una laica e nazionalista e un'altra integralista e

tradizionalista, a sfondo religioso, che invoca la re-islamizzazione della società. La componente integralista

si sviluppa in Egitto, dove viene attivato il movimento dei Fratelli musulmani, in Siria e in Iraq, dove il potere

viene assunto da esponenti del partito Baath, sostenitori del socialismo pan-arabo. I nazionalisti, invece, si

stabiliscono in Turchia, una Repubblica basata sui modelli istituzionali europei, sulla lotta contro il

tradizionalismo religioso e sull'avvicinamento all'Occidente. La presenza occidentale si sviluppa anche in

Iran, paese ricco di risorse naturali e collocato in una posizione strategica. Dopo il tentativo riformatore, il

paese viene governato in modo autoritario dallo scià Palhavi, che avvia una politica di modernizzazione

volta trasformare il paese in una potenza militare. Sia le correnti di sinistra sia il clero islamico

tradizionalista si oppongono generando un moto di protesta popolare. Lo scià tenta di reprimerla, ma è

costretto a lasciare il paese. In Iran si instaura una Repubblica islamica di stampo teocratico, ispirata al

riformismo sociale basato sui dettami del Corano e guidato da Khomeini. Il nuovo regime di carattere anti-

occidentale e anti-americano entra in contrasto con gli Usa e, rimasto isolato, viene attaccato dal vicino

Iraq, che vuole impadronirsi di alcuni territori contesi. La guerra tra Iraq e Iran viene fermata grazie

l'intervento dell'Onu e con la morte di Khomeini subentrano nuove componenti più moderate che riportano

l'equilibrio nel paese.

32.3 - La questione palestinese

•• Gli accordi di Camp David tra gli arabi e gli israeliani non vengono avviati a causa dell'opposizione degli

stati arabi e dell’Olp, che considerano l'Egitto un traditore perché ha negoziato con il paese nemico. In

seguito, gli Stati arabi e l’Olp assumono una posizione più moderata e sono disposti a trattare con Israele e

a ritirare le truppe dai territori occupati, cioè la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Questa volta è lo Stato

ebraico a non voler trattare e si oppone alla creazione dello Stato palestinese. Nel 1987 i palestinesi danno

vita a una insurrezione, denominata intifada, contro gli occupanti che attuano la repressione. L'irrisolto

nodo palestinese si fa sentire anche in Libano, dove l’Olp ha stabilito le sue basi. Questo mette in crisi

l'equilibrio della convivenza tra le diverse comunità libanesi (cristiani, musulmani sunniti, sciiti, drusi).

Nasce una violenta guerra civile e la situazione peggiora quando l'esercito israeliano interviene per

cacciare le basi dell’Olp. Grazie alla forza multinazionale di pace da parte di Usa, Gran Bretagna, Francia e

Italia, i componenti dell’Olp vengono evacuati, ma questo non basta a riportare l'equilibrio nello Stato

libanese, lacerato dalle lotte interne.

32.4 - La guerra del Golfo

•• Nel 1990 il dittatore dell'Iraq Saddam Hussein invade il Kuwait, piccolo paese che si affaccia sul Golfo

Persico, e maggiore produttore mondiale di petrolio. L’invasione è subito condannata dalle Nazioni Unite,

che decretano l'embargo all'Iraq. Gli Usa intervengono inviando un corpo di spedizione nell'Arabia Saudita

per difendere gli stati arabi e costringere Saddam Hussein a ritirarsi. Agli Usa si uniscono anche Gran

Bretagna, Francia, Italia e una parte dei paesi arabi tra cui Egitto e Siria. Neanche l’Urss si oppone

all'intervento armato. Il dittatore allora segue una strategia che collega l'occupazione del Kuwait al

problema dei territori palestinesi occupati da Israele, proponendosi come il vendicatore delle masse arabe

oppresse. Questo consente un maggiore consenso dell'opinione pubblica dell'alleanza offerta da Arafat,

che si schiera al fianco dell’Iraq. Il consiglio di sicurezza dell’Onu stabilisce che se l'Iraq non si ritirerà dal

Kuwait, si farà ricorso alla forza. Nel 1991 viene avviato un attacco aereo all'Iraq e Saddam risponde

lanciando dei missili in Arabia Saudita e in Israele. Si passa all'offensiva di terra contro le forze irachene in

Kuwait, che si ritirano sconfitte. Gli Usa ottengono una clamorosa vittoria.

32.5 - Una pace difficile

•• Nel 1991 grazie al presidente degli Usa Bush, viene convocata a Madrid la prima conferenza di pace sul

Medioriente, in cui i rappresentanti del governo israeliano incontrano le delegazioni dei paesi confinanti.

Nel 1992 il Partito Laburista vince le elezioni politiche israeliane, sostituendo i nazionalisti di Likud. Il nuovo

ministro Rabin blocca i nuovi insediamenti ebraici nei territori occupati e concede dei territori in cambio

della pace. Nel 1993 Rabin tratta direttamente con l’Olp e un primo accordo, firmato a Oslo, prevede l'avvio

dell'autogoverno palestinese nei territori occupati, in Gerico, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza.

L'accordo viene firmato a Washington da Rabin e da Arafat e supervisionato da Clinton. Comunque,

rimangono delle questioni aperte: le forme, i tempi e l’estensione dell'autogoverno palestinese; il destino

degli insediamenti ebraici nei territori; la sorte di Gerusalemme; l'atteggiamento ostile dell’Iran e della Siria;

l'opposizione estremista dell'Olp e della destra nazionalista israeliana; la minaccia dei movimenti integralisti

islamici. In più, si sviluppano numerosi attentati suicidi che arrivano al massimo della loro violenza con

l'uccisione del premier Rabin. Il partito laburista viene rimpiazzato da una coalizione di destra, guidata da

Netanyahu. Un nuovo accordo forzato tra Netanyahu e Arafat stabilisce il ritiro israeliano dai territori

occupati in cambio della fine del terrorismo. Nel 1999 le elezioni politiche israeliane portano alla vittoria una

coalizione di centrosinistra guidata dal laburista Barak. Nel 2000 Clinton cerca di riavviare i colloqui di pace

di Camp David e gli israeliani si mostrano più aperti a trattare. L'accordo di pace è però ancora una volta

ostacolato dei contrasti relativi alla sovranità di Gerusalemme. A provocare il conflitto è la visita di Sharon,

leader della destra israeliana, alle moschee di Gerusalemme. Si sviluppa la seconda intifada, rafforzata

dall'appoggio della polizia. Attentati suicidi sono compiuti contro i civili dalle organizzazioni estremiste come

Hamas, un movimento islamista radicatosi negli strati più poveri della società palestinese. Il governo di

Barak va in crisi e nelle elezioni del 2001 si afferma il centrodestra di Sharon. Il nuovo governo contesta

Arafat per la sua incapacità di fermare il terrorismo. Gerusalemme costruisce una barriera difensiva contro

gli attacchi terroristici e in seguito è lo stesso Sharon a ritirare le truppe dalla striscia di Gaza, ma Likud

contesta la sua decisione e Sharon spacca il suo partito creando una nuova politica di centro. Nel

frattempo muore Arafat e Sharon esce di scena, sostituito da Olmert. Le nuove elezioni a Gaza e in

Cisgiordania vedono l’affermazione degli estremisti di Hamas, che rifiutano di riconoscere Israele. Continua

la lotta contro Israele e lo scontro tra Hamas e Al Fatah per la contesa dell'autorità nazionale palestinese.

Soltanto nel 2007 gli Usa convocano ad Annapolis una conferenza internazionale con la partecipazione dei

principali paesi arabi e impongono a Olmert un negoziato da firmare entro il 2008. In Libano il problema

viene risolto dall'intervento siriano, anche se rimangono i contrasti interni di natura etnico religiosa.

L'omicidio di Al-Hariri provoca una insurrezione e la Siria è costretta a ritirare le sue truppe dal Libano. Lo

Stato ebraico attacca il paese e la tregua avviene grazie all'intervento dell’Onu che impone il ritiro alle

truppe israeliane. La crisi indebolisce Gerusalemme e devasta l'equilibrio interno libanese.

32.6 - L’emergenza fondamentalista

•• Sull'onda della rivoluzione iraniana, le correnti fondamentaliste si diffondono in tutto il mondo islamico e,

nel 1996, trovano una base in Afghanistan sotto il regime dei talebani. Ma la loro presenza si fa sentire

anche nei paesi di tradizione laica, come la Turchia, dove è nato un partito di ispirazione islamica, ma in

seguito i militari convincono i partiti laici a formare una nuova maggioranza islamico-moderata, chiamata

Giustizia e Sviluppo e guidata da Erdogan. Il processo di modernizzazione è lento difficile. Peggiore è la

situazione in Algeria, dove l'egemonia dei dirigenti laici, organizzati nel Fronte di liberazione nazionale

(Fln), comincia a indebolirsi a causa della crisi economica. Nelle elezioni del 1992 gli integralisti del Fronte

islamico di salvezza (Fis) ottengono la vittoria, ma il governo decide di annullare le elezioni e i

fondamentalisti reagiscono attuando una serie di spaventosi massacri.

32.7 - Parola chiave: Fondamentalismo

•• Con “fondamentalismo” si indica l’atteggiamento di chi si batte per un ritorno ai “fondamenti” della

religione, quindi per una interpretazione letterale dei testi sacri e per un’applicazione integrale dei precetti

in essi contenuti, anche a livello di leggi dello Stato, modificando quindi politica, cultura, vita sociale ed

economia (in questo senso si parla anche di “integralismo”, termine che però ha un campo di applicazione

più ampio). I movimenti fondamentalisti si considerano i legittimi detentori delle verità religiose originarie,

inquinate dai processi di modernizzazione. Per imporsi, si inseriscono nelle fasi di crisi, offrendone una

spiegazione unica e una soluzione immediata: il ritorno alle antiche tradizioni e alle certezze del credo

religioso. I non credenti e i dissidenti sono considerati nemici da combattere. L’atteggiamento

fondamentalista è antico quanto le religioni, ma il termine si è imposto soprattutto nel Novecento. I primi a

usarlo sono i gruppi di protestanti conservatori americani che si riconoscono nei Fundamentals, una

raccolta di testi ricavata dalla Bibbia che deve costituire la base per il rinnovamento spirituale della società.

In ambito islamico, le origini del fondamentalismo vanno fatte risalire al movimento dei Fratelli musulmani,

nato in Egitto alla fine degli anni Venti per iniziativa di un insegnante (Hassan al-Banna) con lo scopo di

reagire all’occidentalizzazione della società in nome di una totale adesione ai precetti coranici. La diffusione

del fenomeno su vasta scala risale però alla fine degli anni Settanta, in coincidenza con la rivoluzione

khomeinista in Iran e con la resistenza dei combattenti afghani all’occupazione sovietica. Il carattere

militante e aggressivo del fondamentalismo islamico, manifestatosi soprattutto con gli attentati dell’11

settembre 2001 alle Torri gemelle di New York e con gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, è avvertito

in Occidenti (e in molti paesi musulmani) come una minaccia permanente e come l’emergenza prioritaria

del nostro tempo. Questo non deve far dimenticare che il fondamentalismo in quanto tale non è un

carattere esclusivo dell’islamismoo. Esiste un fondamentalismo cristiano evangelico, soprattutto negli usa,

legato alla destra conservatrice e impegnato nella battaglia contro le teorie evoluzioniste e contro la pratica

dell'aborto, della fecondazione assistita, della fecondazione eterologa, del matrimonio egualitario. Esiste un

fondamentalismo cattolico che si batte contro le innovazioni del Concilio Vaticano II. Esistono gruppi

fondamentalisti ebraici, diffusi in Israele e negli Usa. Esiste un fondamentalismo induista, che in India si è

spesso scontrato con la minoranza musulmana. Tutti i casi di fondamentalismo sono fenomeni minoritari

che testimoniano la presenza di vaste aree di disagio e di reazione tradizionalista, che i processi di

modernizzazione hanno acuito.

33 - L’Unione europea

33.1 - Battute d’arresto e progressi

•• La comunità europea nata dai trattati di Roma del 1957 ha come principale obiettivo l’integrazione

economica tra i paesi membri, e pone le basi per una futura integrazione politica. Eppure, i progressi in

questa direzione sono lenti e faticosi. Il successo del Mercato comune facilita il processo di allargamento

dell'Unione prima ai paesi del nord, poi a quelli del sud Europa, ma non è sufficiente a stimolare il

rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie. Nel 1974, in un vertice tenutosi a Parigi, si decide che i

capi di governo dei paesi membri si incontrino regolarmente, dando vita di fatto a un nuovo organismo, il

Consiglio europeo, che ha il compito di delineare le linee guida del processo di integrazione (alla

Commissione europea restano affidati i compiti tecnici). Si stabilisce che il Parlamento europeo, invece che

essere composto da rappresentanze dei parlamenti nazionali, sia eletto direttamente dai cittadini ogni

cinque anni, in base alle leggi elettorali vigenti nei singoli paesi. I poteri dell’Assemblea, che ha sede a

Strasburgo, non cambiano, ma l’elezione popolare e l’organizzazione per correnti politiche (socialisti,

popolari…; invece che per gruppi nazionali come era prima) danno all'organismo un diverso peso e lo

avvicinano di più ai cittadini. Le prime elezioni per il Parlamento europeo si tengono nel 1979. Sempre nel

1979, per rilanciare il processo di integrazione economica compromesso dalla crisi petrolifera, entra in

funzione il Sistema monetario europeo (Sme), sistema di cambi fissi tra le monete dei paesi membri, cui

aderiscono otto (dei nove) partner della Cee (resta fuori solo la Gran Bretagna).

33.2 - Maastricht e l’euro

•• Nel 1995 i paesi membri della Cee diventano quindici dopo l’adesione di Austria, Svezia e Finlandia. Nel

1986 si firma a Lussemburgo l'Atto unico europeo, che affronta aspetti riguardanti l'economia e relativi al

rafforzamento della cooperazione politica. Si stabilisce che entro il 1992 dovranno essere rimosse le

residue barriere alla circolazione delle merci e dei capitali e si introduce il voto a maggioranza qualificata

nel Consiglio dei ministri europeo, le cui decisioni possono essere bloccate dal veto di qualsiasi membro.

Nel 1985 si stipula a Schengen (in Lussemburgo) un trattato (poi perfezionato nel 1990 e applicato solo nel

1995) che impegna i firmatari (esclusi Gran Bretagna e Irlanda) ad abolire i controlli alle frontiere sul

transito delle persone. Le direttive dell'atto unico diventano esecutive con la firma nel febbraio 1992 a

Maastricht di un nuovo trattato che istituisce l'Unione Europea. Il trattato sancisce la completa unificazione

dei mercati e allarga l'area di competenza delle istituzioni europee a campi nuovi, tra cui la ricerca e

l’istruzione, la sanità pubblica e la tutale dei consumatori. Si prevede in più una politica estera e di

sicurezza comune (Pesc), che però non ottiene successo. La decisione più significativa e più visibile tra

quelle prese a Maastricht è l'impegno a realizzare entro il 1999 il progetto di una moneta comune, l’euro, e

di una Banca centrale europea (Bce). Si stabilisce per l'adesione all’Unione monetaria l'adeguamento ad

alcuni criteri di convergenza che dovrebbero garantire la solidità della nuova moneta e la credibilità

finanziaria dell’Unione (tassi di inflazione contenuti, tassi di interesse uniformi, cambi stabili per un periodo

di almeno due anni prima dell’entrata in vigore della moneta unica, deficit pubblico inferiore al 3% del pil e

debito pubblico non superiore al 60%). Nel 1993 Gran Bretagna e Italia sono costrette a svalutare le loro

monete e il sistema di cambi fissi stabilito con lo Sme viene messo a dura prova. In più, gli sforzi dei

governi per adeguarsi ai parametri di Maastricht con i tagli alla spesa pubblica provocano perplessità e

rifiuto, testimoniato anche dall’esito dei referendum sull’Unione tenuti in alcuni paesi (i sì prevalgono di

poco in Francia e in Danimarca). Le politiche restrittive aggravano la crisi dei sistemi di Welfare e rendono

impraticabile l’uso della spesa pubblica per combattere la disoccupazione che si mantiene alta per tutti gli

anni Novanta (nel 1997 la media europa dei disoccupati è dell’11,3% sul totale della forza lavoro). La cura

di austerità finanziaria imposta dal trattato di Maastricht mostra alcuni caratteri distorsivi che da tempo

affliggono le economie del vecchio continente (eccesso di spesa pubblica, insostenibilità finanziaria dei

sistemi di sicurezza sociale, rigidità del mercato del lavoro…). Da questo punto di vista i discussi parametri

europei hanno effetti salutari sulle politiche economiche di quei paesi che sembrano più lontani dagli

obiettivi fissati a Maastricht (come l’Italia). Nel maggio 1998 viene ufficialmente inaugurata l'unione

monetaria europea (Ume) con la partecipazione di 11 Stati (no Grecia, Gran Bretagna, Danimarca e

Svezia). Contemporaneamente viene istituita la Banca centrale europea (Bce) e si fissa all’1 gennaio 1999

l’entrata in vigore negli scambi finanziari della moneta unica, che solo l’1 gennaio 2002 sostituisce

interamente le monete nazionali. L’uso di una moneta che vale anche oltre le frontiere nazionali

contribuisce al rafforzamento del senso di appartenenza a un grande spazio comune continentale.

33.3 - Le vicende politiche

•• In un primo tempo sembra che a fare le spese delle difficoltà inerenti al processo di integrazione sono

soprattutto i partiti di matrice socialista, costretti a confrontarsi con problemi e rimedi poco congeniali ai loro

orientamenti politici. Successivamente, però, la tendenza si inverte e le forze di ispirazione socialista e

progressista si affermano (in Italia nell'aprile 1996, in Gran Bretagna e in Francia nel maggio 1997, in

Germania nel settembre 1998). In Gran Bretagna la vittoria di Blair (Partito laburista) è scontata perché è

popolare e concilia la vocazione sociale del suo partito con l’accettazione delle logiche di mercato; in

Francia invece è inaspettata la vittoria della sinistra, in quanto il presidente Chirac (centrodestra), già in

maggioranza, scioglie le Camere per concedere maggiori libertà di azione al governo in vista delle

scadenze europee, ma vincono le sinistre, che si presentano con un programma che prevede anche la

riduzione dell’orario di lavoro. In Germana i socialdemocratici di Schröder sulla coalizione di centrodestra

mette fine alla lunga stagione politica (16 anni) del cancelliere Kohl, il più convinto promotore dell’Unione

Europea. Schröder forma un governo con i verdi.

Da questo momento, moderati e progressisti continuano ad alternarsi alla guida dei governi europei. In

Italia alla vittoria del centrodestra nel 2001 segui l’affermazione del centrosinistra nel 2006. In Francia nel

2002 e nel 2007 ritornano al potere i moderati (prima con Chirac e poi con Sarkozy). In Spagna nel 2004

vincono i socialisti di Zapatero, promotore di radicali riforme laiche nel campo dei diritti civili. In Germania

nel 2005 l’equilibrio tra centrodestra e centrosinistra porta a un accordo programmatico sulle misure

necessarie per il rilancio dell’economia e alla nascita di un governo di coalizione presieduto da Merkel

(cristiano-democratica). In Gran Bretagna nel 2007 si conclude dopo dieci anni senza una sconfitta

elettorale l’esperienza governativa di Blair, che si dimette, logorato dalla scelta di schierare la Gran

Bretagna al fianco degli Usa nell’impopolare guerra all’Iraq, lasciando la carica al suo collega di partito

Brown. Si nota facilmente come i governi e i cittadini europei si trovino ad affrontare questioni comuni (non

solo quelle relative all’economia, alla moneta e alla finanza pubblica o a quelle di ordine sociale, ma anche

quelle più attinenti alla sfera delle sovranità nazionali). Il problema dell’immigrazione è diventato un

problema europeo da quando gli accordi di Schengen trasformano l’area dell’Unione in uno spazio aperto

in cui è possibile muoversi senza controlli.

33.4 - L’allargamento dell’Unione

•• All'inizio del nuovo secolo il cammino verso l’integrazione politica torna a farsi più lento. Nel frattempo

però si accelera il processo di allargamento che, nel giro di pochi anni, porta l'Unione Europea a coincidere

di fatto con l'Europa geografica, Russia esclusa, cancellando definitivamente la grande frattura creatasi con

la Guerra fredda. Richieste di associazione vengono avanzate da tutti gli Stati dell'Europa ex comunista e

da alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo, tra cui la Turchia. Con 12 di questi paesi i negoziati per

l'adesione cominciano nel luglio 1997. Viene poi deciso l’ingresso di dieci Stati (Cipro, Estonia, Lettonia,

Lituania, Malta, Slovacchia, Slovenia, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, tranne Bulgaria e Romania)

nel maggio 2004, estendendo così l’Unione a 25 membri. Nel gennaio 2007 gli Stati diventano 27 con

l’ingresso anche di Bulgaria e Romania. Questo allargamento fa nascere una serie di questioni

sull'organizzazione e sul funzionamento delle istituzioni comunitarie e sulla gestione delle politiche

economiche e sociali. Nel 2001, Con lo scopo di formare l'Unione, i paesi membri danno vita una

Convenzione composta da parlamentari con il compito di redigere una carta costituzionale della Ue. Nel

giugno 2003 viene presentato un progetto di costituzione con un elenco dei princìpi generali dell'Unione e

uno schema di riforma delle istituzioni comunitarie. L'ingresso dei nuovi membri forma l'ideale di un'Europa

capace di superare divisioni ideologiche politiche, ma a molti il progetto comunitario sembra calato dall’alto,

così come attestato dal basso livello di partecipazione alle elezioni europee del giugno 2004. Il colpo più

duro per le aspirazioni degli europeisti viene nel giugno 2005 quando gli elettori della Francia e dell'Olanda,

chiamati a decidere mediante referendum sulla ratifica della costituzione, si pronunciano per il no con

margini piuttosto netti (57% Francia, 63% Olanda): è un voto di protesta contro i vincoli di politica

economica imposti dall’appartenenza all’Unione. Alcuni paesi dell'Europa dell'est sono riluttanti ad

adeguarsi alle regole imposte dall’Unione e desiderano comunque esercitare in questa un peso maggiore.

Interessante in questo senso il caso della Polonia, governata dal 2005 al 2007 dalla coalizione di destra dei

fratelli gemelli Kaczynski che assumono (caso unico nella storia mondiale) le cariche di Presidente della

Repubblica e di capo del governo. Il caso della Polonia è un esempio significativo delle difficoltà incontrate

dal progetto europeo nel superare e amalgamare differenze e identità nazionali ancora resistenti e vitali.

Nell'ottobre 2007 una nuova spinta al processo di integrazione viene da un vertice europeo tenuto a

Lisbona, in cui i capi di Stato e di governo dei paesi membri si accordano sul testo di un nuovo trattato di

riforma che corregge la Convenzione di Nizza, ma allarga le competenze dell'autorità europee in materia di

energie e di sviluppo, di immigrazione e di lotta contro la criminalità. Questa volta sono però gli elettori

irlandesi a bocciare radicalmente il trattato nel referendum di giugno 2008, testimonianza di una diffusa

diffidenza nei confronti di istituzioni e di procedure ancora non sufficientemente legittimate dal consenso

popolare.

33.5 - Parola chiave: Europeismo

•• L'europeismo è un movimento politico e di idee che tende a promuovere l'avvicinamento tra gli Stati

nazionali europei per la costruzione di una Europa politicamente unita, richiamandosi alle fondamentali

affinità culturali e storiche che legano i popoli d’Europa. Richiami a una civiltà europea (intesa come unità

culturale) sono già presenti in epoca pre-rinascimentale (grazie alla tradizione cristiana medievale). Il tema

della civiltà europea ritorna nel Settecento con Voltaire e Kant e nell’Ottocento con Mazzini, non più inteso

soltanto nei suoi aspetti culturali, ma anche politici. Spazi per un movimento politico europeista si aprono

solo dopo la fine della Prima guerra mondiale. Nel 1920 un politico austriaco fonda l'Unione paneuropea,

che promuove l’unione politica tra gli Stati del vecchio continente (escluse Russia e Inghilterra). Vengono

elaborate anche alcune proposte federaliste (come il progetto del ministro francese Briand di istituire gli

Stati Uniti d’Europa). L’ascesa al potere dei nazisti, le tensioni e i conflitti degli anni Trenta e poi la Seconda

guerra mondiale dimostrano che i tempi non sono ancora maturi. La fine della guerra ha come risultato la

divisione politica dell’Europa tra est comunista e ovest capitalistico, scenario in cui l’Europa viene

ridimensionata dalle superpotenze Usa e Urss. In questo contesto viene allora rilanciata dagli antifascisti

l’idea di una Europa unita. Importanti è l’azione di alcuni gruppi europeisti, come il Movimento federalista

europeo (ispirato al Manifesto per l’Europa libera unita, redatto nel 1941 dagli antifascisti italiani Ernesto

Rossi e Altiero Spinelli durante il conflitto a Ventotene e guidato dallo stesso Spinelli), che vuole la

creazione degli Stati Uniti d’Europa. L’idea di un avvicinamento tra le nazioni europee viene condivisa, ma

profonde divergenze si creano sulle forme che dovrebbe assumere il processo di integrazione.

L’europeismo assume diverse declinazioni (al modello federalista si contrappone quello confederalista di

De Gaulle e quello funzionalista di Monnet). Le idee europeiste danno una spinta all’avvio del processo di

integrazione. Il percorso seguito a partire dalla costituzione della Ceca (Comunità europea del carbone e

dell’acciao, 1951) e delle Cee (Comunità economica europea, 1957) fino agli sviluppi più recenti è

contrassegnato dal prevalere del modello funzionalista (deve precedere l’integrazione economica a quella

politica).

34 - Sviluppo e disuguaglianza

34.1 - La geografia della povertà

•• La globalizzazione abbatte molte frontiere, e rende il mondo più unito dal punto di vista delle informazioni

e degli scambi commerciali, ma non lo rendono più omogeneo sotto l’aspetto delle culture né della

distribuzione della ricchezza in rapporto alla popolazione. Le disuguaglianze economiche sempre più

evidenti tra i diversi paesi sono uno dei principali fattori di instabilità della società contemporanea. Dagli

anni Settanta i paesi produttori di petrolio si arricchiscono sempre di più; stati poveri e molto popolosi

(come l’India) riescono a risolvere i problemi alimentari e a mettere in moto un meccanismo di sviluppo. Le

economie capitalistiche di alcuni paesi del sud-est asiatico (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Malaysia)

crescono velocemente, inserendosi aggressivamente nei mercati internazionali.

Al contrario, per molti paesi, tra cui la maggiorate di quelli africani, la situazione peggiora di molto. I parziali

tentativi di industrializzazione falliscono, aggravando i bilanci degli Stati con il peso degli interessi sui debiti

contratti; la modifica degli assetti agricoli in funzione del mercato internazionale fa crollare le pre-esistenti

economie di sussistenza; la manodopera in fuga dalle campagne si addensa in caotici agglomerati urbani;

la popolazione continua a crescere con tassi elevatissimi, anche per l’assenza di politiche di controllo

demografico; la penetrazione di modelli culturali occidentali si sovrappone in modo traumatico alle culture

tradizionali; non mancano le ingenti spese militari a gravare sui bilanci statali, così come la presenza di ceti

dirigenti impreparati e corrotti. Nel 1995 (secondo statistiche Onu) il prodotto annuo pro capite dello stato

più ricco (Svizzera) è di cinquecento volte superiore a quello dello stato più povero (Mozambico). Una

piccola parte di abitanti (16%, abitanti degli stati del nord America, dell’Europa occidentale, di Singapore,

Israele, Corea del Sud e Kuwait) ha un reddito superiore di ben sessanta volte a quello di tutto il resto della

popolazione mondiale. Nei poverissimi paesi africani si registrano nel 1995 indici di analfabetismo superiori

al 50% (80% in Niger e Burkina Faso), tassi di mortalità infantile sopra il 10% (15% in Sierra Leone e

Liberia) e aspettative di vita inferiori ai 50 anni (67 anni è la media mondiale, 77 anni è la media dei paesi

più ricchi). In quest’area l’impatto congiunto di povertà, epidemie (soprattutto Aids, che colpisce il 20% della

popolazione africana) e guerre intestine provoca catastrofi. La povertà del sud del mondo ha la sua

espressione più vistosa nelle tragedie della fame che si consumano quotidianamente in molti paesi

dell’Africa nera, in Somalia, in Etiopia e in Sudan. Il problema della fame nel mondo e della differenza

economica tra nord e sud del mondo è al centro di una serie di iniziative sia da parte di organismi

internazionali (Onu, Ue…) sia da parte di singoli stati. Vengono promosse da parte della Chiesa, di gruppi

politici e di altre associazioni private campagne di solidarietà internazionale e si fa pressione sui governi dei

paesi più ricchi per aumentare gli stanziamenti finanziari in favore dei paesi poveri.

Ai problemi dei paesi più disagiati (ma non solo di questi) si aggiunge la difficoltà di restituire integralmente

i prestiti contratti negli anni passati per favorire lo sviluppo (senza in realtà riuscirci, per colpa di

investimenti male indirizzati, di corruzione e clientelismo delle classi dirigenti…) per via dell’innalzamento

dei tassi di interesse che fanno crescere continuamente le dimensioni del debito estero. Le politiche

liberiste promosse dagli organismi internazionali aggravano ovviamente la situazione perché tagliano le

spese sociali e aumentano le esportazioni. In termini relativi, il debito costituisce per i paesi poveri un peso

insopportabili, ma in termini assoluti si tratta di cifre minime (il debito estero dell’intera Africa subsahariana

rappresenta l’1% di tutto il debito emesso in dollari nel mondo. Dal 1995 le stesse istituzione economiche

internazionali affrontano il tema della povertà e vengono avviate numerose campagne (per esempio quella

della Chiesa cattolica, Jubilee 2000; o quella promossa dal vertice del G8 del 2003 in favore dei paesi più

indebitati) per la riduzione o l’annullamento del debito.

34.2 - Il risveglio dell’Asia

•• Verso la fine del Novecento l’Asia, il più vasto e il più popoloso dei cinque continenti, diventa l’area più

dinamica del mondo dal punto di vista economico. Tra il 1985 e il 1995 tutti i paesi asiatici (tranne la Corea

del Nord, la Cambogia, l’Afghanistan e il Giappone) fanno registrare tassi di crescita annua del pil molto

superiori a quelli dell’Occidente industrializzato. L’economia giapponese subisce una battuta d’arresto

proprio nel 1995 e cade in recessione nel 1998. Alla crisi economica si aggiungono le conseguenze

dell’instabilità politica: il declino del Partito liberal-democratico non è accompagnato dall’emergere di valide

forze alternative. Una svolta si ha solo nel 2001, con la nomina a primo ministro di Koizumi, liberal-

democratico, esponente dell’ala progressista e modernizzante del suo partito. Comunque, il Giappone

mantiene la sua posizione di seconda potenza economica mondiale e continua a rappresentare un modello

per l’intero continente, anche per la Cina “comunista” ormai avviata stabilmente verso la liberalizzazione

economica: morto Xiaoping nel 1997, i successivi presidenti della Repubblica Zemin e (dal 2002) Jintao, e i

presidenti del Consiglio Peng (1987-1998), Rongji (1998-2003) e (dal 2003) Jiabao, non si allontanano

dalla sua linea politica, che consiste nel lasciare spazio all’iniziativa privata (liberismo) anche se nel quadro

di uno stretto controllo statale (statalismo) e all’interno di un regime autoritario e monopartitico. La Cina

riesce comunque a mantenere ritmi di crescita annua elevati (anche intorno al 10%) e a inserirsi in un

mercato internazionale da cui è rimasta isolata per decenni. Nel 2001 la Cina viene ammessa nella World

Trade Organization (Wto), organismo dell’Onu che dal 1995 sostituisce il Gatt. Nel giugno 1997 la Cina

ristabilisce la propria sovranità sull’antica colonia inglese di Hong Kong, tra i centri più attivi dell’economia

asiatica e della finanza internazionale, anche se impegnandosi a rispettarne le peculiarità con un regime di

autonomia (“uno Stato, due sistemi”). Nel 1999 la Cina rientra in possesso anche di Macao, ultimo residuo

dell’Impero portoghese e ultima traccia della presenza coloniale europea sul continente asiatico. Le

potenze occidentali assecondano l’evoluzione della una, anche chiudendo un occhio sulle ricorrenti

violazioni dei diritti umani (repressione del dissenso politico, larga applicazione della pena di morte, dura

dominazione imposta al Tibet, di gradi tradizioni culturali e religiose…). Comunque, in tutta l’Asia lo

sviluppo economico non si accompagna a un significativo progresso della democrazia: oltre ai regimi

comunisti (Cina, Vietnam, Corea del Nord, Laos) e alle dittature militari (esempio tipico è quello del

Myanmar, ex Birmania, teatro di un colpo di Stato nel 1988 e di una violenta repressione contro le

opposizioni nel 2007), anche i paesi retti da sistemi democratici continuano a essere caratterizzati da forme

di governo autoritarie e da scarso rispetto per i diritti delle opposizioni. L’eccezione più importante è

costituita dall’India, la più grande democrazia del mondo dal punto di vista numerico, dove le istituzioni

reggono alle tensioni etnico-religiose e alla momentanea crisi del Partito del congresso che porta al

governo (tra il 1998 e il 2004) una formazione nazionalista e induista, il Partito del popolo (Bjp), guidato da

Vajpayee. L’India conosce un intenso sviluppo industriale sia nei settori tradizionali sia in quelli più avanzati

legati alla tecnologia informatica.

Più travagliate sono le vicende politiche del vicino e rivale Pakistan, dove ci sono forti correnti di

integralismo islamico e dove da tempo governi regolamento eletti si alternano a regimi militari: è un colpo di

Stato militare quello che nel 1998 porta al potere il generale Musharraf. Il regime di Musharraf è

ufficialmente alleato degli Usa, ma esposto anche all’influenza dei fondamentalisti e svolge un ruolo

ambiguo nell’intervento militare americano nel vicino Afghanistan. Tra India e Pakistan resta aperta anche

l’antica vertenza per il Kashmir, dando luogo a frequenti scontri di confine preoccupando la comunità

internazionali, anche perché entrambi i paesi possiedono armamenti nucleari.

Nel 1998 l’Indonesia, altro grande paese musulmano, vede cadere la dittatura di Suharto (durata 30 anni) e

avvia un processo di democratizzazione. Le elezioni del 1999 segnano il successo del Partito democratico,

guidato da Sukarnoputri, che diventa presidente nel 2001. Il paese è ancora irrequieto, sia per le difficoltà

economiche sia per il perpetuarsi di scontri etnico-religiosi (il più grande si verifica nella parte orientale

dell’isola di Timor, abitata soprattutto da cattolici e rimasta fino al 1976 di dominio portoghese). Solo grazie

all’intervento dell’Onu a Timor-est si tiene nel 1999 un referendum con cui la popolazione si pronuncia per

una indipendenza dall’Indonesia.

Anche le Filippine sono a maggioranza cattolica e questa maggioranza è costretta a fronteggiare in alcune

isole la guerriglia separatista di gruppi islamici. Nel 1986 la caduta del dittatore Marcos non riesce a porre

le basi per la democrazia.

L’Asia tra i due millenni presenta quindi una costellazione di democrazie fragili, di dittature militari e di

regimi che ancora si definiscono comunisti (ma che già da tempo avevano tradito quegli ideali di pace, di

uguaglianza e di giustizia sociale), ma il tutto in un quadro di dinamismo produttivo: si è parlato allora di

modello asiatico, fondato sulla flessibilità e su bassi salari, sull’elevata produttività e sulla repressione dei

conflitti sociali. Questo modello viene incrinato da una grave crisi finanziaria tra il 1997 e il 1998, che

colpisce tutti i principali protagonisti del boom degli anni precedenti. La crisi è nata da un eccesso di

produzione e da una incontrollata euforia speculativa, ma viene tamponata dall’intervento delle autorità

monetarie internazionali.

34.3 - Il dramma dell’Africa

•• L’Africa subsahariana è afflitta da una povertà crescente, da una situazione sanitaria drammatica e dalla

cronica debolezza delle strutture statali nate dalla de-colonizzazione. Questi gravissimi disagi provocano

una serie di colpi di Stato e di guerre civili che in alcuni paesi (Libia, Sierra Leone, Angolia, Somalia)

arrivano a distruggere ogni autorità centrale. Anche gli Stati apparentemente più solidi rischiano il collasso:

la Nigeria, più popolo paese africano e tra i maggiori produttori mondiali di petrolio, è afflitta da una

profonda povertà ed è attraversata da continui conflitti interni. Note incoraggianti vengono soltanto dal Sud

Africa, dove si conclude la lunga stagione dell’apartheid. Alla fine degli anni Ottanta il primo ministro De

Klerk, esponente dell’ala conservatrice del Partito nazionalista al potere, comincia a smantellare il regime di

discriminazione razziale e apre negoziati con Mandela, leader del movimento antisegregazionista African

National Congress (Anc), di ideali comunisti e rivoluzionari (nonviolenti), liberato dal carcere nel febbraio

1990. Il negoziato viene ostacolato dai gruppi intransigenti di entrambe le parti e dai violenti contrasti tra

l’Anc e la più numerosa tra le tribù nere, quella degli zulù, riceve un forte impulso dall’esito favorevole di un

referendum nel marzo 1992 tra la comunità bianca. Nel maggio 1994 si svolgono pacificamente le prime

elezioni a suffragio universale, vinte dall’Anc, e Mandela diventa capo dello Stato, alla guida di un governo

di coalizione. Il Sud Africa riesce allora ad affermarsi come principale potenza dell’Africa nera. Un forte

contributo al superamento delle lacerazioni del passato viene dall’istituzione di una Commissione nazionale

per la verità e la riconciliazione, tra il 1996 e il 1998. Davanti a questa Commissione i responsabili di reati e

violenze commessi da tutte le parti in lotta forniscono, con la promessa di amnistia, preziose testimonianze

sugli anni dell’apartheid. Termina il conflitto in Mozambico, dove le diverse fazioni firmano un accordo a

Roma nell’ottobre 1992 con la mediazione dell’Italia, così come termina il conflitto che vedeva opposti gli

indipendentisti eritrei allo stato etiopico: la crisi interna di questo e la caduta nel 1991 del regime di

Menghistu consentono la nascita di una nuova Eritrea indipendente, sancita da un referendum popolare nel

1993. Comunque, dopo una fase di convivenza pacifica, i due paesi si scontrano tra il 1998 e il 2000, in un

conflitto generato da questioni di confine.

In Africa orientale si assiste alla tragedia della Somalia, ex colonia italiana, in cui nel 1991 viene abbattuta

la dittatura di Barre e da quel momento il paese diventa teatro di una spietata guerra tra clan e bande rivali,

provocando il blocco di ogni attività economica e causando una vera strage tra la popolazione civile. L’Onu

nel 1992 invia un forte contingente multinazionale per porre fine al massacro, mentre gli Usa con lo stesso

fine fanno sbarcare le proprie truppe a Mogadiscio. La missione dovrebbe soccorrere la popolazione e

pacificare il paese mediante il disarmo delle fazioni ristabilendo un governo centrale, ma le milizie locali

procurano così tante vittime europee e americane da far terminare la missione nel 1995. Da questo

momento la Somalia resta teatro degli scontri tra i signori della guerra perdendo la sua unità statale. In

questo vuoto di potere si crea un movimento a base religiosa (le corti islamiche) che vuole imporre la legge

coranica. Le corti islamiche, facendo leva sulla stanchezza della popolazione, riescono nel 2006 ad

assicurarsi il controllo di buona parte del territorio. Ma dalla fine del 2006 si assiste a una inversione di

tendenza grazie all’intervento della vicina Etiopia, paese in maggioranza cristiano e preoccupato per la

diffusione dell’islamismo integralista.

Altra guerra civile in cui motivi politici si mescolano con quelli etnico-religiosi ha luogo nel Sudan, più vasto

e più povero tra gli stati africani. Dagli anni Ottanta il Sudan è sconvolto da carestie e scontri armati tra

reparti governativi e movimenti di guerriglia. Dal 2003 le violenze si concentrano nella regione del Darfur,

che diventa teatro di una tragica emergenza umanitaria.

Eppure, il conflitto più sanguinoso è quello che nel 1994 attraversa il piccolo e poverissimo Ruanda, dove

vengono perpetrati da parte delle milizie di etnia hutu spaventosi massacri ai danni dell’etnia tutsi e degli

hutu moderati, provocando la morte di più di un milione di persona, dando luogo a un immenso flusso di

profughi nei paesi vicini.

I conflitti etnici in Ruanda si ripercuotono sulla situazione del vicino Zaire, dove nel frattempo sta per

cadere la dittatura più-che-trentennale del presidente Mobutu. Nel maggio 1997, un antico combattente per

l’indipendneza, Kabila, al comando di una specie di esercito composto in parte da ex profughi tutsi,

conquista senza incontrare resistenza la capitale dello Zaire, Kinshasa, e le restituisce il vecchio nome di

Repubblica del Congo. La vittoria di Kabila (ucciso in un attentato nel gennaio 2001 e sostituito dal figlio

Joseph) non riporta la pace nel paese e anzi lo scontro si estende anche ai paesi vicini (Zimbabwe,

Namibia e Angola dalla parte di Kabila, mentre Ruanda e Uganda dalla parte di suoi avversari) e non si

conclude neanche dopo il raggiungimento nel 1999 di un accordo provvisorio che apre la strada al ritiro

delle truppe straniere e all’intervento di reparti dell’Onu. Anche qui la guerra produce numerosissime vittime

e una grandissima massa di profughi (circa 800mila) che si aggiungono a quelli provocati dal conflitto in

Ruanda. Nel dicembre 2006 si riescono a organizzare nuove elezioni che confermano Kabila. Le lotte

etniche e tribali nascondono scontri di interesse relativi allo sfruttamento delle preziose risorse naturali del

paese, ma nascondono anche contrasti tra le potenze occidentali. Questi condizionamenti esterni sono

l’effetto della crisi delle classi dirigenti africane (e non la causa), incapaci a 40 anni dall’indipendenza di

costruire strutture statali moderne e durature.

34.4 - L’America Latina: fra crisi e stabilizzazione

•• In America Latina negli anni Novanta ritorna la democrazia, ma anche l’instabilità economica e

finanziaria. Per cercare di risolvere questi problemi si creano (ispirandosi all’esempio della Cee) aree di

integrazione economica tra i paesi del continente. Nel 1991 quattro stati del Sud America erano uno spazio

commerciale comune, il Mercosur (Mercato comune del sud), poi allargato anche a Cile e Bolivia. Nel 1992

Usa, Canada e Messico firmano un accordo di libero scambio, il Nafta (North American Free Trade

Agreement), che entrerà in vigore nel 1994. In tutti i paesi si tenta di attuare politiche di stabilizzazione

economica. In Argentina il governo neo-peronista di Menem attua una politica di risanamento finanziario. In

Brasile la stabilizzazione si realizza anche grazie alla creazione di una nuova moneta, il real, con la

presidenza del socialdemocratico Cardoso. Il Cile dà nuovo impulso a una crescita già avviata sotto il

regime di Pinochet e basata sull’apertura agli investimenti stranieri. In Messico esplode nel 1995 una crisi

finanziaria e nasce il movimento di guerriglia zapatista (da Zapata, eroe della rivoluzione messicana),

animato dalle popolazioni indie della poverissima regione del Chiapas. Brasile e Argentina affrontano una

crisi nel 1998, scatenata dalle misure di austerità e dal ritorno a politiche di spesa facile. In Brasile, però, gli

effetti della crisi sono contenuti e il paese assorbe senza traumi il passaggio dei poteri nel 2002, con

l’elezione dalla presidenza della Repubblica del candidato progressista Da Silva, ex operaio ed ex

sindacalista del Partito dei lavoratori, poi rieletto anche nel 2006. L’Argentina precipita invece in una grave

crisi finanziaria. La scelta attuata dal governo Menem di ridurre l’inflazione ancorando la moneta nazionale

al dollaro finire con il frenare le esportazioni e con il rendere impossibile il pagamento del crescente debito

estero. La crisi raggiunge il massimo nel 2001, quando il governo blocca i depositi bancari. La protesta

popolare che ne segue costringe De La Rua (presidente dal 1999) ad abbandonare la presidenza. Si

raggiunge una parziale stabilizzazione solo con le elezioni di aprile 2003, con il successo del peronista

Kirchner. Si stabilizza anche la situazione finanziaria ed economica.

La crisi economica in America Latina non compromette però la tenuta delle istituzioni rappresentative. In

generale la tendenza alla stabilizzazione democratica si consolida, anche se ci sono casi di movimenti

populisti o di scontri per il potere spesso drammatici. Tipicamente populista è la spinta che nel 1999 porta

al potere in Venezuela l’ex generale Chavez, e consente nel 2000 l’approvazione mediante referendum di

una nuova costituzione che rafforza i poteri del presidente della Repubblica. Viene poi rieletto con largo

margine nel 2006 e Chavez si dimostra campione di un populismo dai forti contenuti sociali,

caratterizzandosi per una violenta contrapposizione agli Usa, stringendo rapporti con la Cuba di Castro. Il

Venezuela, ricco di petrolio, permette a Chavez di propri come nuovo modello per i paesi latinoamericani,

in alternativa all’ormai declinante regime comunista cubano, messo in difficoltà sia dall’interruzione degli

aiuti economici sovietici sia dalle cattive condizioni di salute del vecchio Castro. Il populismo a sfondo

social-progressista conosce infatti molta fortuna nell’America Latina. In Bolivia le elezioni presidenziali del

2005 segnano la vittoria di un indio di umili origini, Morales, che ha come punto principale del suo

programma la nazionalizzazione delle risorse minerali ed energetiche del paese. In Ecuador nel 2005 si

afferma l’economista progressista Correa. In Nicaragua nel 2006 torna democraticamente al potere l’ex

leader dei sandinisti, Ortega. Fanno eccezione a questa tendenza il Cile, il Perù e il Messico. La Colombia

rimane sempre devastata dalla violenza legata al narcotraffico. In Cile le forze democratiche mantengono

saldamente il potere, nonostante l’ingombrante presenza del vecchio generale Pinochet (morto di morte

naturale nel 2006). In Perù, dopo la parentesi semiautoritaria del presidente Fujimori (terminata nel 2000),

le elezioni del 2006 vedono vincente il socialdemocratico Garcia, già presidente negli anni Ottanta. In

Messico le elezioni del 2000 fanno registrare un rivolgimento storico, interrompendo il dominio (durato 70

anni) del Partito rivoluzionario istituzionale e consegnando la presidenza a Fox, moderato, che si afferma

anchee nelle elezioni del 2006.

34.5 - Parola chiave: Debito estero

•• Per “debito estero” si intende un debito pubblico contratto da uno Stato con creditori privati, governi ed

enti pubblici di altri paesi e rimborsabile in valuta straniera, merci o servizi. Il debito estero si forma se il

fabbisogno di fondi per finanziare la spesa privata in investimenti e la spesa pubblica è maggiore dei

capitali disponibili all’interno dello Stato. Prendere a prestito fondi dalle economie più ricche di capitali è

pratica normale per gli stati che devono affrontare speciali emergenze e per ogni paese che scommette

sulla propria crescita. Negli anni Settanta infatti i paesi “in via di sviluppo” acquistano ingenti prestiti

dall’estero per avviare l’industrializzazione. In questo periodo si registra quindi un rilevante aumento del

volume del debito. Negli anni Ottanta per questi paesi il debito estero diventa un problema drammatico: alla

fine degli anni Settanta, la rivalutazione del dollaro fatta per contrastare l’aumento dei prezzi del petrolio

determina un brusco aumento dei tassi di interesse sui prestiti internazionali e una crescita dell’ammontare

dei debiti. Un incremento di quasi il 40% dei debiti innesca una crisi economica nelle aree meno sviluppate

del mondo. Nel 1982 il Messico dichiara una moratoria (sospensione temporanea dei pagamenti) sul debito

estero, e così fanno a seguire molti altri stati; alcuni chiedono anche delle rinegoziazioni. Interviene allora il

Fondo monetario internazionale come garante di nuovi accordi di rinegoziazione tra paesi debitori e paesi

creditori. Da questo momento, i prestiti vengono sempre più vincolati a riforme economiche da realizzare

nei paesi richiedenti (diktat economici). In questo modo si tenta di ridurre i rischi di insolvenza

promuovendo l’espansione del mercato mondiale. Questa strategia diventa oggetto di molte critiche. Alla

fine degli anni Ottanta il Fondo monetario internazionale cambia approccio e diventa promotore di interventi

di rilancio economico nei paesi poveri, appoggiando una riduzione del debito su basi bilaterali. Continua

comunque lo stato di crisi in molti paesi e si verificano casi di insolvenza (come quello dell’Argentina nel

2001).

35 - Nuovi equilibri e nuovi conflitti

35.1 - Un mondo inquieto

•• L’inaspettato crollo del comunismo sovietico e degli equilibri internazionali nati dopo la Seconda guerra

mondiale non ha portato a un’epoca di pace e di cooperazione, né a una affermazione mondiale dei valori

dell’Occidente democratico. Il filosofo nappo-americano Fukuyama parla di “fine della storia”, ovvero di fine

delle contrapposizioni ideologiche che hanno segnato la storia negli ultimi due secoli. Ovviamente questo

scenario si rivela subito illusorio: dal vuoto politico e ideologico creato dalla scomparsa dell’Urss, tendenze

politiche e credenze religiose rimaste soffocate, vecchi e nuovi nazionalismi violenti… insomma, la fine del

bipolarismo Usa-Urss lascia spazio allo scoppio di conflitti locali, facendo emergere anche nuove

contrapposizioni globali, come quella (nata già con la guerra del Golfo nel 1991 e ripresentatasi con

l’attentato alle Torri Gemelle nel 2001) tra Occidente riunificato nel segno della democrazia e dell’economia

di mercato e un mondo islamico animato da un aggressivo spirito di rivalsa. Negli anni Ottanta il politologo

Huntington parla di “scontro di civiltà” a sfondo culturale e religioso. Questa sfida radicale trova la comunità

internazionale senza una guida autorevole e riconosciuta (il compito spetta all’Onu, ma è una associazione

di Stati sovrani, e quindi riflette i contrasti e le incertezze del quadro mondiale proprio per sua natura). La

Russia post-comunista cerca di ereditare il ruolo che aveva l’Urss, l’Ue non riesce a proporsi come

soggetto di politica estera, mentre altre potenze emergenti come Cina e India non riescono ad affermarsi

come protagoniste della scena internazionale, ruolo legato esclusivamente agli Usa, superiori militarmente

e capaci di condizionare gli andamenti dell’economia mondiale. Gli Usa allora attuano una politica

interventista su scala planetaria, ma diventano anche obiettivo privilegiato del fondamentalismo contro

l’Occidente e i suoi valori.

35.2 - L’egemonia mondiale degli Stati Uniti

•• Nell’Occidente industrializzato, dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Urss si assiste a un calo del

ciclo produttivo, in quanto le economie statunitense e tedesca sono in difficoltà. Negli Usa la vittoria sia con

la caduta dell’Urss sia con lo scontro armato con il nazionalismo arabo di Saddam Hussein provoca un

forte calo di popolarità della presidenza Bush, anche per la grave crisi economica e sociale negli Usa (alta

disoccupazione, servizi sociali insufficienti, aumento del divario tra ricchi e poveri…). Il deficit del bilancio

statale costringe il presidente ad aumentare la pressione fiscale, invertendo il corso cominciato da Reagan

e smentendo le promesse fatte in campagna elettorale. Nelle elezioni di novembre 1992 Bush viene

sconfitto di molto dal candidato democratico Clinton, abile a creare intorno a sé un clima di fiducioso

entusiasmo simile a quello che aveva portato Kennedy alla presidenza. Clinton non cambia di molto la linea

impostata da Bush, anche se cerca di far apparire la politica estera americana più “progressista”,

rilanciando l’immagine degli Usa non solo come garanti degli equilibri mondiali, ma anche come difensori

della democrazia in ogni parte del mondo. Viene infatti intrapresa un’azione militare nell’autunno 1994 nei

confronti della repubblica centroamericana di Haiti, dove la giunta militare insediatasi dal 1991 è costretta a

ritirarsi e a consentire il ritorno del presidente legittimo, Aristide. La vocazione interventista degli Usa si

scontra però con la riluttanza dell’opinione pubblica americana che non vuole accettare i sacrifici di un

impegno militare troppo esteso. La “missione umanitaria” in Somalia sotto le bandiere all’Onu e decisa da

Bush viene duramente contestata quando si trasforma in una spedizione militare. In Iraq allo stesso modo

si costringe Saddam Hussein al rispetto delle condizioni di armistizio, ma non si riesce a mettere in crisi il

regime, che continua a essere sottoposto a dure sanzioni economiche. I maggiori successi diplomatici della

presidenza Clinton (pacificazione imposta in Bosnia, accordo israelo-palestinese del 1993) producono

risultati precari. Nel 1997, a Parigi, Russia e Nato sottoscrivono un “atto fondatore” di nuove reciproche

relazioni per evitare il riproporsi del bipolarismo: entrano nella Nato alcuni stati dell’Est Europa) Polona,

Ungheria, Repubblica ceca), mentre i paesi dell’Alleanza atlantica devono fornire alla Russia garanzie sulla

smilitarizzazione nucleare sul territorio dei nuovi membri. Nel 1996 Clinton, alla fine del suo primo mandato,

può vantare un bilancio internazionale non totalmente negativo e il miglioramento della situazione

economica, fattori che lo portano a una seconda, vittoriosa rielezione. Dal 1996 il sistema produttivo

americano (alleggerito dal liberismo di Reagan e Bush) riacquista flessibilità e competitività, sviluppandosi

con un tasso annuo superiore al 4% e imponendosi nuovamente come principale locomotiva dell’economia

mondiale. Nel 1997 la disoccupazione scende sotto il 5% e il deficit di bilancio si riduce. Clinton alloraa si

presenta come il garante di questo corso positivo, accantonando alcuni suoi originari progetti di riforme

sociali (soprattutto nella sanità). Tra il 1998 e il 1999 la posizione di Clinton è minacciata dall’emergere di

accuse relative alla sua vita privata (molestie sessuali nei confronti di collaboratici…) ma anche ai metodi

usati nella raccolta di fondi per la campagna elettorale. Queste accuse, non provate, incrinano il prestigio

internazionale di Clinton, ma non ne scalfiscono seriamente la popolarità interna, fondata sulle capacità

comunicative e sui successi dell’economia americana, che fanno degli Usa il centro della “nuova economia”

mondiale e fanno tornare il dollaro come moneta forte sui mercati finanziari internazionali. Nel novembre

2000, scaduto il secondo mandato di Clinton, le elezioni presidenziali si risolvono un pareggio tra il

vicepresidente democratico Al Gore e il candidato repubblicano George W. Bush, figlio dell’altro Bush

predecessore di Clinton. Alla fine Bush prevale per poche centinaia di voti. Bush figlio attua una politica

conservatrice in politica interna e tutela gli interessi nazionali in politica estera, anche a scapito

dell’impegno diretto degli Usa nelle zone più calde del mondo. Bush jr denuncia gli accordi sulla limitazione

degli armamenti nucleari per rilanciare il progetto dello “scudo spaziale” di Reagan, per difendere il territorio

nazionale dalla minaccia degli “Stati canaglia” (potenze minori avverse agli Usa e sospettate di volersi

dotare di armamento atomico, come la Corea del Nord, l’Iraq e altri paesi islamici), ma finisce per irritare le

altre potenze nucleari (soprattutto Cina e Russia, ma anche i partner della Nato). La strategia

neoisolazionista di Bush jr non può attuarsi pienamente: l'attentato alle Torri Gemelle a New York l’11

settembre 2001 costringe gli Usa a un impegno su scala mondiale contro il terrorismo.

35.3 - La Russia postcomunista

•• Dopo la caduta dell’Urss ci si chiede quale sarà il destino dell’immenso arsenale nucleare sovietico,

presente anche fuori dai confini della stessa Russia. La Russia di Eltsin cerca di presentarsi come erede

naturale del ruolo di grande potenza svolto dall’Urss e in questo viene appoggiata dagli Usa e dalla

comunità internazionale che le riconoscono il diritto di occupare il seggio dell’Urss al Consiglio di sicurezza

dell’Onu. Nel 1993 il presidente americano uscente Bush firma a Mosca con Eltsin un nuovo importante

trattato per la riduzione degli armamenti nucleari strategici. Si oppongono le altre repubbliche ex sovietiche,

soprattutto l’Ucraina, riluttante a cedere la sua quota di armi atomiche. La Comunità degli Stati indipendenti

non riesce a darsi una organizzazione efficiente né a bloccare i contrasti tra le diverse repubbliche (per

esempio tra Armenia e Azerbaigian) o i violenti conflitti (etnici e politici) scoppiati all’interno dei singoli stati

(Georgia, dilaniata da una guerra civile; Tagikistan, contesa tra ex comunisti e movimenti islamici; Moldavia,

contesa tra nazionalisti e minoranza russofona; Russia, ordinata in forma di federazione e comprendente

etnie e culture diverse). La Russia è minacciata dal diffondersi dei separatismi, dalla crisi economica,

sociale e politica, arrivando inevitabilmente alla guerra civile, soprattutto scatenata dall’accelerazione di

Eltsin per instaurare il capitalismo e l’economia di mercato, sostenuto dai governi occidentali. Ma in

assenza di un ceto imprenditoriale e in genere di un tessuto sociale adatto a sostenere il cambiamento, il

processo di privatizzazione dell’economia non decolla, mentre l’alta inflazione cancella il potere di acquisto

del rublo. Emergono allora forze ostili al nuovo corso promosso da Eltsin, che si esprimono nella nostalgia

del regime comunista o nel tradizionalismo monarchico, antioccidentale e antisemita. Gli oppositori delle

riforme si uniscono nel Congresso del popolo, il Parlamento russo, eletto secondo la Costituzione del 1988.

Il conflitto esplode nel 1993 quando Eltsin, non riuscendo a superare l’ostruzionismo, scioglie il Parlamento

e indice nuove elezioni per la fine del 1993. Il Parlamento risponde rimuovendo Eltsin. Il 3 ottobre 1993 i

sostenitori del Parlamento allagano il Municipio di Mosca e la sede della tv. Eltsin riprende il controllo della


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

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