Introduzione
Si ricorda un libro in cui vi era un dibattito tra Richard Rotry e Umberto Eco. I due discutevano sul rapporto che hanno un traduttore, un critico, un regista e un lettore con un testo classico. Eco era un convinto sostenitore dell’interpretazione, mentre Rotry sosteneva la sovrainterpretazione. Un chiaro esempio di sovrainterpretazione si vede con Luigi Squarzina che mise in scena le Baccanti di Euripide interpretandolo sulla base del suo presente: perciò veste le baccanti da hippies.
Interpretazione e sovrainterpretazione nel teatro musicale
S - Concordava più con Eco, che chiamava i sovrainterpreti Adepti del Velame e gli interpreti Minatori Ostinati. Anche nel teatro musicale si può parlare di interpretazione e di sovrainterpretazione direttoriale: accade, in quest’ultimo caso, che un direttore d’orchestra si spinga troppo oltre il segno della partitura aggiungendo tocchi personali.
I – Porta degli esempi di sovrainterpretazione musicale: 1) In una Bohème 2) Il Don Giovanni è spesso sovrainterpretato.
Verdi nelle disposizioni sceniche lascia indicazioni sulla realizzazione registica dei suoi lavori; è ovvio che Shakespeare ha influenzato parecchio le opere verdiane, ma non solo: anche Rossini ha musicato un Otello per esempio.
Shakespeare e Verdi
Harold Bloom scrisse un saggio intitolato L’invenzione dell’uomo in cui affermava che Shakespeare ha influenzato più la vita degli uomini che la letteratura, così tanto da inventare un mondo in cui vige un nuovo modo di guardare l’uomo. Prima ci si atteneva alle affermazioni di Eraclito, che sosteneva che l’uomo fosse il logos dei contrari, in cui Contesa e Grazia si scontrano inevitabilmente; “l’uomo è smisurato” diceva Sofocle in Antigone. Così anche Verdi è attratto dai personaggi doppi, che rinchiudono in loro sia il bene che il male: come i cattivi di Shakespeare, che sono degli esseri umani smisurati e indefinibili.
Se Shakespeare ha inventato l’uomo che insegue la comprensione della sua passione, dunque parla, Verdi ha inventato l’uomo che dà libero sfogo alla sua passione, dunque canta.
La lingua del teatro
Shakespeare è la lingua del teatro per eccellenza. In un convegno, anni fa, si discuteva quale fosse la lingua più adatta per il teatro: vinse l’inglese (prima di russo, italiano, spagnolo, tedesco e francese). Verdi è la lingua dell’opera lirica per eccellenza. Per il teatro musicale invece, l’italiano è la lingua più adatta.
Mozart e Shakespeare
In realtà si afferma che “Mozart è lo Shakespeare del teatro musicale” perché in lui si ritrova questo continuo passare dal comico al tragico, dal sacro al profano. Il primo musicista che ha musicato Shakespeare è Purcell. In Shakespeare vi è passione, in Verdi la passionalità è padrona.
Domande
- Cosa ha affascinato di Shakespeare Verdi?
- Cosa c’è di Shakespeare in Verdi?
Macbeth
- 4 Settembre 1846, Verdi scrive al librettista Francesco Maria Piave delle indicazioni su come scrivere lo schizzo del Macbeth. Musica poi questa opera nel 1847, durante la stagione di carnevale e quaresima alla Pergola di Firenze, su richiesta dell’impresario Filippo Lanari. Prima di scegliere, era indeciso se presentare questa opera shakespeariana oppure I Masnadieri di Schiller. Come protagonista Verdi chiamò Felice Varesi, un baritono.
Per la prima volta Verdi si deve confrontare con la matrice del fantastico, mai presente prima nel mondo operistico italiano. Verdi contribuì a diffondere Shakespeare in Italia, dopo averlo appreso dalla cultura francese, con Hugo e con le recite dell’inglese Edmund Kean a Parigi nel 1827.
Il Macbeth, in Inghilterra, è stato ribattezzato The Scottish Tragedy, quindi è chiaro che è un capolavoro assoluto.
Critica su Macbeth
S - Ritiene che il lavoro verdiano sia ingenuo e la sua tesi è sostenuta anche da un critico francese, a cui Verdi risponde che può anche essere vero che non sia riuscito a rendere al meglio il Macbeth, ma di non accusarlo di non conoscere Shakespeare poiché sostiene di essere appassionato di lui sin dalla gioventù.
Personaggio di Macbeth:
- In Shakespeare, la sua coscienza è una prigione la cui via di fuga spalanca le porte all’euforia dello sterminio e dell’annientamento di sé e degli altri.
- In Verdi, invece, sembra un fantoccio triste, una marionetta angosciata nelle mani di Lady Macbeth, personaggio reso protagonista in qualche modo.
In Verdi molti dei monologhi fondamentali mancano oppure sono riassunti in pochissimi versi, come ad esempio il monologo dove il delirio di Macbeth trasforma la coscienza in crisi (non c’è), o il monologo del pugnale prima dell’assassinio di Duncan (è ridotto) o ancora il monologo dopo la morte della moglie (anche questo è ridotto). Si può dire che Verdi è sbrigativo nel liquidare la coscienza ammalata di Macbeth, tuttavia si spinge ai limiti del patetismo in scene in cui al centro della rappresentazione vi è il dolore: come quando a Macduff viene data la notizia della morte dei figli, scena molto più toccante in Shakespeare.
Verdi sceglie di trasformare sia i due sicari che le tre streghe in cori: nel caso di un coro di sicari si cade in un'eccezione, mentre nel caso del coro di streghe, si perde la misteriosità del Grottesco che c’è in esse, (sono tre come le Parche) sempre in bilico fra la loro natura umana e non umana.
S - A suo avviso, Verdi non è stato in grado di affrontare la matrice fantastica: mentre Shakespeare dipinge i criminali come liberi artefici di sé stessi, Verdi compie una sorta di tentazione moralistica sfociata in un demonismo musicale.
I - A suo avviso, invece, Verdi riesce con genialità a rendere un forte contrasto tra fantastico e realistico, curando particolarmente la sua orchestra e i suoi strumenti, più vivi e lucidi.
Verdi rimane l’unico italiano tra i sette che affrontarono il Macbeth tra l’inizio del Settecento e il 1847. Verdi arriva alle opere di Shakespeare grazie alle varie traduzioni di Carlo Rusconi, Michele Leoni, Andrea Maffei e Francesco Maria Piave. In queste traduzioni mancano riferimenti alla sessualità, presente in Shakespeare, come quando Lady Macbeth invoca gli spiriti; in Verdi, tuttavia, troviamo traccia della sessualità, indice che il musicista non sta cercando solo di recuperare lo scrittore.
I personaggi verdiani
1) Lady Macbeth: la presenta al pubblico in una grande scena solistica, dove, prima di cantare un’aria, legge una lettera. Questa scelta testimonia la rinuncia del musicista alla musica per scegliere la drammaturgia. Per scegliere chi dovesse interpretare questo personaggio femminile, Verdi cercava più un’attrice che una cantante: infatti in una lettera del 1848 egli rifiutava il consiglio di ingaggiare la grande cantante Eugenia Tadolini, perché ritenuta troppo brava da Verdi. Egli preferiva una Lady Macbeth brutta e cattiva, che non cantasse, con una voce aspra, soffocata, cupa e diabolica. La Tadolini invece aveva una figura bella e buona, cantava alla perfezione, aveva una voce stupenda, chiara, limpida e angelica. In una lettera a Leon Escudier, Verdi indica come modello di attrice per questa opera una grande attrice del tempo: Adelaide Ristori. All’inizio dell’opera, Lady Macbeth è autorevole con il marito, ma col tempo la situazione verrà ribaltata e Lady Macbeth si ritroverà a essere un personaggio secondario, come d’altronde è per tutta l’opera shakesperiana.
2) Duncan: in Shakespeare, all’inizio gioca un ruolo narrativo rilevante, è un re gentile, garbato, e descritto brevemente; in Verdi non è che una comparsa a cui viene conferita una certa dignità ironica, con una marcetta molto orecchiabile quando arriva al castello di Macbeth.
3) Macbeth: è un baritono, anche se Sciaccaluga avrebbe scelto di affidare questo personaggio a un tenore, ma Iovino ricorda che in questo modo si sarebbe infranta una convenzione dell’opera ottocentesca, quella di affidare ai tenori i ruoli degli innamorati. Macbeth all’inizio è un eroe: ha salvato il regno di Duncan e viene ricompensato con alcuni titoli nobiliari. Non ci sono antefatti che...
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