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L'errore di Platone

Capitolo primo

Il mito dell'ingegneria sociale

Antonio Damasio attraverso le neuroscienze dimostrò l’errore di Cartesio, tradizione filosofica che separava la mente dal corpo, la ragione dall’emozione e la coscienza dall’inintenzionalità dei comportamenti umani. Errore grave che ha impedito di vedere la storia della mente come un capitolo dell’evoluzione biologica dell’essere umano. L’errore di Platone consiste, invece, nella possibilità di ingegnerizzare la governabilità politica delle menti e dei corpi degli aggregati umani, errore che ha quindi coinvolto l’intero corpo sociale. Errore difficilmente riscontrabile nella Grecia platonica, un mondo con meno di cento milioni di abitanti. L’ingegnere sociale, riferendosi all’atteggiamento di ingegneria sociale platonico, crede che l’uomo sia padrone del proprio destino e che possa influenzare o cambiare la storia dell’uomo come abbiamo cambiato la faccia della terra. L’ingegnere sociale considera come base scientifica della politica una specie di tecnologia sociale.

Ma a cosa è questa crisi

Capire a chi attribuire la crisi sociale, economica e psicologica che il mondo occidentale sta conoscendo è un processo difficile. Potremmo creare una lista interminabile dei responsabili (individuali e collettivi), dagli evasori piccoli e grandi, al ceto medio senza ambizioni focalizzato sul culto dell’impiego fisso, come anche ai partiti e alle mafie corrotte. L’incapacità di capire questa situazione dipende anche dall’errore di Platone, l’idea che solo dalla volontà umana e dal suo intelletto è possibile modellare scenari politici dove gli esseri umani vivono.

L'Aristotele darwinista

Aristotele capovolge l’epistemologia sociale platonica: non più da forme ideali a quelle reali, ma dalle parti più piccole del tutto. Incarna la riflessione naturalistica, partendo dal basso verso l’alto, al contrario di Platone. Per capire la società bisogna quindi partire dai suoi fondamenti e traccia il primo manifesto del naturalismo biopolitico. In questo contesto l’uomo è per natura un animale politico, che vive in uno stato che esiste per natura. Il baricentro di questa politicità dell’uomo è la facoltà linguistica (l’uomo ha la parola, ed è in grado di distinguere il giusto dall’ingiusto come il bene dal male).

Il prezzo del linguaggio

L’uomo è un animale linguistico. Il linguaggio non è uno strumento ma attività specie-specifica di organi naturali. Il linguaggio si rivela come un acceleratore dei processi di estinzione della specie. È grazie al linguaggio articolato, all’intelligenza linguistica, semantica e sintattica che è stato possibile convertire le possibilità offerte dal bipedismo. Il linguaggio è tecnologia e religione, e questa unione non poteva non produrre la gigantesca accelerazione adattativa individuata da Lorenz. La sovrappopolazione, la distruzione dell’ambiente, la moltiplicazione delle identità culturali e linguistiche che competono, rendendo la violenza e le guerre minacce incombenti, come anche l’impossibilità di arrestare la limitazione dei consumi e delle risorse naturali, costituiscono il prezzo del linguaggio, prezzo che il sapiens paga per aver imparato a conoscere il mondo attraverso un sistema di rappresentazione così analitico e potente.

Per una nuova idea di biopolitica

L'appannamento foucaultiano

L’approccio biologico alle questioni sociali è stato avviato in età moderna da una filosofia politica che oggi si pone in antitesi con le scienze cognitive: la biopolitica. Michel Foucault la definisce come il punto di incontro-scontro nel mondo umano tra la sfera del potere e quella della corporeità. La biopolitica si trova nell’epicentro di uno scontro culturale di ampia portata dove i saperi naturalistici e quelli delle scienze umane si confrontano in un contesto politico, scientifico e ideologico diverso da quello degli anni Sessanta, in cui prendeva le mosse la grande avventura foucaltiana. Il primo elemento di cambiamento è ciò che riguarda la concezione, i contenuti e la filosofia stessa di ciò che viene messo al centro del problema: la biologia come idea e scienza.

Nella tradizione foucaltiana esistono due accezioni di biopolitica: una “oggettivista”, che vede affermarsi il cieco potere dalla morte sulla vita. L’altra “soggettivista”, che dovrebbe affermarsi come una politica della vita, ma non ha ancora trovato una realizzazione storia, un’esperienza politica reale che l’abbia incarnata, al contrario della prima (incarnata dal nazismo). Nella concezione foucaltiana, il nazismo avrebbe estremizzato i meccanismi del biopotere che resterebbero connessi all’idea stessa della modernità e si anniderebbero nel rapporto di dominanza del potere sulla corporeità dei popoli e sul diritto di qualsiasi potere a governare sulla vita dei sudditi. La biopolitica foucaltiana si arena sulla spiaggia del conflitto sociale, delle contrapposte volontà di vita e sovranità che si fronteggiano. L’opzione soggettivista è ciò che resta praticabile della biopolitica foucaultiana. Il codice biopolitico è una forma di potere che trasforma gli individui in soggetti, occupandosi non della sottomissione di semplici corpi ma della felicità, quindi dell’economia, della salute e del miglioramento delle loro vite. Nelle formulazioni di alcuni recenti seguaci, la biopolitica è divenuta la formula ideale per contrastare qualunque forma di naturalismo, in quanto condizionato da saperi universalistici. In tempi recentissimi è emersa una caratterizzazione della biopolitica polemicamente connotata nei confronti delle scienze cognitive: oggettivistiche e universalistiche per definizione. Una visione che considera il lavoro come merce e schiavitù, e la misura del tempo che l’uomo impiega nell’impegnarvisi come una sottrazione della felicità. Di fronte alla contrazione della disoccupazione, come alla perdita della dignità del lavoro e qualsiasi forma di reddito, ciò che davvero serve è una nuova biopolitica costruttiva che tenti di capire come conciliare conflitti, differenze e disparità.

L'altra biopolitica

Questo movimento esiste da un pezzo, ed Esposito e Lemke ne hanno ricostruito brevemente la storia, cominciata negli anni Settanta nel mondo anglosassone. La dimensione biopolitica si fonda sull’idea che la prima operazione coerente con un programma naturalistico di qualunque tipo, debba essere quella di fissare in vincoli specie-specifici (ciò che una specie ha di specifico rispetto ad altre) dei comportamenti dei soggetti. La tradizione biopolitica foucaultiana non può ammettere che la politica possa essere circoscritta da qualcosa di esterno alla volontà umana. La biopolitica può essere riletta e rielaborata proprio in quella chiave naturalistica e neorazionalista tipica del paradigma delle scienze cognitive, duramente attaccata dai seguaci recenti di Foucault. Analizzando senza pregiudizi la vita animale si capisce meglio quella umana, e studiando meglio gli uomini si capiscono meglio gli altri animali.

Capitolo secondo

La dimensione biogeografica

I presupposti teorici

I principali parametri di variazione biogeografica sono il tempo, lo spazio e le dimensioni delle popolazioni che convivono all’interno dello stesso ecosistema.

Tempo

La principale causa dei mutamenti biopolitici, come accrescimento della popolazione o formazione di classi intellettuali, si deve al passaggio dalle società di cacciatori-raccoglitori a quelle di agricoltori-allevatori. Questo passaggio si è verificato negli ultimi 10.000 anni di esistenza del sapiens, ed in modo non uniforme.

Spazio

Quasi tutte le analisi di biogeografi e antopologi fisici sono d’accordo sul fatto che ai fini di una ricostruzione delle fortune sociali di quasi tutti i popoli della terra, sono state determinanti alcune caratteristiche legate allo spazio, i cosiddetti quali biopolitici fondamentali come la quantità di specie animali e vegetali adatte all’addomesticamento o alla coltivazione di un’area geografica o la possibilità di organizzare i processi di migrazione intra e intercontinentali. Non solo dunque beni finiti (come acqua o minerali) ma anche “servizi naturali”. Nella prospettiva politica naturalistica i primi due punti della dimensione biogeografica, tempo e spazio, vanno considerati come variabili correlate: i qualia biopolitici devono misurarsi nel quadro delle sterminate antichità.

Popolazione

Il dominio più importante dell’analisi biopolitica è la demografia. I fenomeni seguono logiche cronologiche diverse. L’effetto di questi motivi spiega perché l’andamento demografico possa essere assunto come criterio unico o per diagnosticare lo stato biopolitico di un paese o di un’area geografica.

Demografia dell'animale umano

La crescita di ogni specie dipende dal variare di due parametri principali: il potenziale riproduttivo e la sua capacità biologica intrinseca. Il primo misura l'attitudine specie-specifica di accrescersi e il secondo il numero massimo di conspecifici mantenuti stabilmente in un ambiente. Microrganismi, quasi tutti gli invertebrati, pesci e anfibi mostrano un andamento demografico che mostra una curva frammentata e irregolare. Secondo Wilson esprimono la R-strategy, una dinamica di accrescimento demografico che sfrutta le condizioni ambientali finché sono favorevoli, per poi stabilizzarsi e andare in declino, o persino all'estinzione. Al contrario uccelli e mammiferi come alcuni rettili hanno una K-strategy. Presentano ritmi di accrescimento lenti e basati sulla capacità di adattamento alle condizioni ambientali. Il sapiens sembra seguire proprio la K-strategy, ma in molti momenti della sua storia mostra i tratti tipici di una R-strategy. Il sapiens è la specie più migrante ed espansiva e che manifesta la crescita demografica più elevata.

L'iperadattività umana insieme all'irregolarità della curva di crescita si configura in un'anomalia ecologica. La tolleranza a temperature e umidità è uno dei fattori di maggior differenziazione tra gli animali terresti. Una variazione di pochi gradi potrebbe favorire una specie verso un'altra, ma l'uomo è riuscito a neutralizzare questo aspetto con l'ausilio della tecnologia. Un altro aspetto dell'anomalia ecologica del sapiens è che nel giro di decine di migliaia di anni si è messo in condizione di non avere alcun competitore che possa impedirgli un'autoregolazione omeostatica naturale della sua espansività territoriale e demografica. La mancata competizione naturale si estende al procacciamento di risorse in quanto il concetto stesso di risorsa alimentare si è trasformato nell'ecologia umana in un sistema iperorganizzato di sfruttamento di tutte le risorse. La liberazione dalla necessità di partecipare al procacciamento delle risorse ha favorito la formazione di ceti non produttori di viveri che si sono specializzati nella programmazione dell'evoluzione culturale come politici, militari, intellettuali, operatori ed esecutori di tecnologie applicate a qualsiasi settore della fitness.

Un altro fattore di competitività che l'ecologia teorica considera fondamentale è la specializzazione, il grado di esigenze ambientali specifiche. La specie umana è la più euritopica, meno dipendente da vincoli genetici, ed è anche la meno specializzata. Il parametro ecologico della capacità dispersiva è inapplicabile. L'areale geografico umano coincide con l'intero pianeta, rendendo inutile la comparazione della competitività ecologica. Un errore dei demografi del secolo scorso è aver sbagliato le previsioni sull'accrescimento della popolazione del '900, accorgendosi di aver stimato la crescita delle nascite correttamente, ma di aver sottovalutato il ritmo e l'intensità del calo della mortalità. La mortalità umana è una nozione difficilmente sovrapponibile a quella animale. Entrano in gioco altri fattori, come il rapido cambiamento che le tecnologie delle trasmissioni culturali apportano alla selezione naturale. Le regole dell'ecologia animale ricostruite in due secoli di osservazioni naturalistiche non possono spiegare il mistero dell'incessante crescita umana.

I fondamenti demografici della crisi

Per capire come lo sviluppo demografico agisca sulla crisi bisogna sottolineare l'irregolarità con cui la dinamica demografica umana si distribuisce nelle varie parti del mondo.

Demografia ed economia

La crescita del tasso del PIL dipende dalla crescita del numero di abitanti. Individuiamo nella crescita della popolazione il maggior responsabile reale della crisi che stiamo vivendo. Consideriamo, ad esempio, il dato relativo al PIL pro capite, che misura il livello di ricchezza individuale nei paesi EA (Economie Avanzate). Le popolazioni EA, molto meno numerose, registrano un PIL pro capite dieci volte più alto delle popolazioni ESV (Economia in via di sviluppo). I 6/7 del mondo producono sei volte di più e guadagno 10 volte meno rispetto al restante 1/7. Concorre poi il dato dei debiti pubblici degli stati, sia quelli dell'EA che dell'ESV. Il debito pubblico è dato dalla quantità di denaro per le quale le casse di uno stato sono esposte nei confronti dei soggetti pubblici o privati che hanno sottoscritto un credito, acquistando obbligazioni o titoli di stato destinati a coprire il disavanzo del fabbisogno finanziario statale, ovvero quando esiste il deficit pubblico. Quest'ultimo è il debito accumulato dallo stato per pagare le spese pubbliche che eccedono. Oneri costituiti dalla spesa sanitaria, dell'istruzione, e più in generale le spese che lo stato impegna per manutenzione del welfare, quella che può essere chiamata dall'immaginario collettivo come pubblica felicità. L'Occidente e tutte le economie avanzate producono poco e consumano molto, e detengono il primato del debito pubblico, in una misura che sembrerebbe impossibile da colmare.

La redistribuzione spaziale di giovinezza e vecchiaia

Un'altra ragione naturale per spiegare la crisi attuale e la sua difficile reversibilità è che l'uomo è l'unico animale che invecchia moltissimo. La differenza principale tra animali umani e non umani è che solo i primi vengono seguiti attraverso cure mediche e assistenza sociale. La vecchiaia umana può essere considerata come una classe sociale: tanto è numerosa e in crescita da comportare sconvolgimenti nell'organizzazione sociale di quasi tutte le nazioni. La specificità etologica (che consiste nel fatto che l'animale umano è l'unico che invecchia in massa) spiega perché tra pensioni e assistenza sanitaria, ogni stato spenda in media la metà del bilancio pubblico. La cooperazione tra conspecifici, l'altruismo cooperativo, nelle società umane si condensa nei costi sociali dovuti all'invecchiamento. Non tutti gli stati presentano politiche assistenziali identiche, e non tutti gli stati hanno saputo monitorare con rigore i modelli adottati. Questa diversità di modelli non risulta determinante rispetto all'incipit naturalistico della crisi: la diversa distribuzione delle classi di popolazione e dei loro costi sociali all'interno dei vari stati. La statistica biogeografica utilizza un tipo di grafico per misurarla: la piramide popolazionale, che suddivide in classi di età una certa popolazione. Le società che presentano squilibri della curva popolazionale (orientati verso una maggiore delle classi di età più anziane) devono affrontare sfide uniche nel mantenere un equilibrio sostenibile e nell'adattarsi ai cambiamenti demografici in corso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MFallout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Pennisi Antonino.
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