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naturale. La grande paura umana di poter perdere l’onnipotenza conoscitiva e

dispositiva trascende i limiti di questa polemica, ma è essenziale che si

dissolva presto per evitare che l’umanesimo resti un guscio retorico vuoto e il

naturalismo una trappola riduzionista. Pennisi crede che la biopolitica debba

partire dall’idea che l’uomo possa restare travolto dalla ottusa

sottovalutazione dell’ambiente non umano, anche perché dal conformarsi

della vita organica e inorganica nel tempo dipende l’assetto della vita sociale.

CAPITOLO SECONDO – LA DIMENSIONE BIOGEOGRAFICA

1. I PRESUPPOSTI TEORICI: i principali parametri di variazione biogeografia

sono il tempo, lo spazio e le dimensioni delle popolazioni che convivono in un

medesimo ecosistema. TEMPO: la causalità fisica è in diretto rapporto con la

quantità di tempo impiegata affinché si possano intravedere le tendenze

universali dello sviluppo storico. Qualunque tipo di ricostruzione si voglia

mettere in atto per valutare le conseguenze sociali e politiche di eventi

importanti nella storia biopolitica dell’umanità non può prescindere dal

prendere in considerazione una fetta temporale di 10-15 mila anni e spalmati

in così tanto tempo gli eventi potrebbero contare molto meno di quanto

conterebbero in una prospettiva culturalistica. E’ importante perseguir la

ricostruzione delle costanti che si manifestano nei lunghi periodi. SPAZIO:

poche caratteristiche: quantità di specie animali e vegetali adatte

all’addomesticamento o alla coltivazione in una data area geografica, la

possibilità di organizzare e realizzare facilmente i processi di migrazione intra

ed intercontinentali, l’opportunità che questi processi si siano potuti verificare

seguendo assi di omogeneità ambientale e climatica, la molteplicità e

ricchezza di risorse naturali. Tempo e spazio vanno considerati come variabili

strettamente correlate: i qualia biopolitici fondamentali devono misurarsi solo

nel quadro delle sterminate antichità. POPOLAZIONE: la demografia è il

dominio più importante dell’analisi biopolitica di medio e breve termine. Da un

punto di vista matematico la progressione demografica non segue andamenti

lineari ma esponenziali (la variazione che produce altra sempre più

rapidamente le possibilità di sviluppo o recessione dei paesi osservati). Le

transizioni demografiche sono dipendenti in parte dalle tecnologie che

gestiscono salute, igiene e sviluppo ergonomico della popolazione e in altra

parte dai fattori psicologici che determinano la loro fitness e il grado di

appagamento individualistico degli elementi femminili delle popolazioni. Gli

esiti biopolitici delle transizioni demografiche sono irreversibili (forte presenza

di anziani è già scritto il futuro a meno di migrazioni). L’effetto combinato di

questi 3 motivi spiega perché in tempi relativamente brevi l’andamento

demografico possa essere sinteticamente assunto come criterio unico o

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come indicatore privilegiato per diagnosticare lo stato biopolitico di un paese

o un’area geografica. 1.1. DEMOGRAFIA DELL’ANIMALE UMANO: la

crescita di ogni specie dipende dal variare del potenziale riproduttivo e dalla

sua capacità biologica intrinseca. Il primo misura l’attitudine specie-specifica

di accrescersi e dipende da parametri prevedibili o non calcolabili. La

seconda esprime il numero massimo di con specifici che possono essere

mantenuti stabilmente in un ambiente. I microorganismi, quasi tutti gli

invertebrati e buona parte dei pesci mostrano un andamento più polarizzato

verso il potenziale biotico: mostrano altissima prolificità, cicli ontogenetici

rapidi, un forte ricambio generazionale, ma anche elevata mortalità. Secondo

Wilson esprimono una dinamica di accrescimento demografico che sfrutta al

massimo le condizioni ambientali finché favorevoli, per poi avviarsi a

stabilizzazioni in declino o a rapidi processi di estinzione (r-strategy). Uccelli,

mammiferi e altri rettili invece usano la K-strategy: opposto della r-strategy e

presentano ritmi di accrescimento lenti e basati sulla capacità di adattamento

alle condizioni ambientali. La competizione selettiva in queste specie si basa

su forti investimenti parentali per allevare una prole non numerosa ma

fortemente protetta. Il sapiens sembra seguire la K, ma mostra anche fame di

riproduzione caratterizzata da sprechi tipici di una r-strategy. E’ la specie più

migrante ed espansiva, quella che manifesta la crescita demografica più

elevata. Per certi aspetti sembra che l’iperadattività umana accoppiata

all’irregolarità della curva di crescita, mescolando aspetti di r e K, possa

configurarsi come un’anomalia ecologica. La tolleranza alle temperature e

all’umidità ad esempio, uno dei fattori di maggior differenziazione tra gli

animali terrestri, definisce normalmente un range più o meno esteso oltre il

quale questo genere di condizioni sbarra il confine di specie. Spesso basta

una variazione di pochi gradi a favorire una o l’altra specie concorrenti in una

data area. Gli uomini invece hanno neutralizzato con la tecnologia la

tolleranza climatica. Altro aspetto sconcertante dell’anomalia è la condizione

di non avere competitori che possa impedirci una regolazione omeostatica

naturale della propria espansività territoriale e demografica. Ciò si estende al

procacciamento di risorse. Il sapiens ha capovolto i sistemi naturali della

sussistenza alimentare, al punto da pianificare artificialmente la riproduzione

delle prede di cui sfamarsi. L’estensione sistematica di allevamento ed

agricoltura ha fatto si che il tempo fosse libero da obbligazioni di

sopravvivenza e ha dato vita alla divisione del lavoro. Così è stata possibile la

formazione di ceti non produttori di viveri specializzati nella programmazione

dell’evoluzione culturale come i politici, militari, ecc. Vi è stata quindi un iper-

specializzazione delle competenze che ha modula rizzato ed ottimizzato la

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produttività dei sistemi di conoscenze. Nelle altre specie animali non è così.

Anche la vecchiaia è proprietà dei soli umani. La presenza esclusiva di una

sempre più larga fetta di popolazione che non si auto sostenta sta alla base

di tutti i sistemi di welfare che qualsiasi gruppo umano ha adottato.

Specializzazione: grado di esigenze ambientali specifiche di una specie, cioè

una dieta alimentare, un habitat geografico, ecc. Questo parametro è

inapplicabile all’uomo che essendo euritopico è anche il meno specializzato.

In realtà la relazione tra euritopicità e specializzazione è inversamente

proporzionale, perché in generale la prima si accompagna ad un maggior

grado di apprendimento e alla conseguente espansione delle facoltà

cognitive superiori. Inapplicabile è anche il parametro ecologico della

capacità dispersiva: l’abilità della specie a diffondersi nell’ambiente

superando le barriere naturali che ostacolino la sua espansione. Capacità

variabile: ci sono specie terrestri che anche dopo la costruzione di una nuova

strada si compatta in una fascia circoscritta di spazio e ce ne sono altre

abilissime nell’aggirare ostacoli. E’ per questo che gli ecologi misurano la

variazione dell’areale geografico, cioè la contestualizzazione spaziale

relativa. L’areale geografico umano coincide con l’intero pianeta, rendendo

impossibile la comparazione della competitività ecologica. La mortalità umana

è una nozione difficilmente sovrapponibile a quella animale. Si prolunga

nell’uomo fino a sfidare le soglie della fisiologia e della genetica. Nell’uomo

entrano in gioco le incommensurabili variabili connesse al rapidissimo

cambiamento ontologico che le tecnologie della trasmissione culturale e della

coesione sociale intracomunitaria apportano sullo scenario della selezione

naturale. Le regole dell’ecologia animale non sono in grado di spiegare il

mistero dell’incessante crescita umana. 2. I FONDAMENTI DEMOGRAFICI

DELLA CRISI: 2.1. DEMOGRAFIA ED ECONOMIA: economie avanzate (EA)

ed economie in via di sviluppo (ESV). Sino a qualche anno fa il maggiore

organismo di governo economico del mondo era il G7, formato dalle 7 nazioni

più industrializzate (Usa, Gb, Francia, Italia, ecc), dal 97 G8 con in più la

Russia, dal 99 si affianca il G20 che comprende anche il BRICS, acronimo

per indicare i paesi con la maggiore crescita del PIL e del commercio

mondiale. La distinzione che abbiamo scelto è un primo riconoscimento del

gigantesco cambiamento delle condizioni economiche e della ridistribuzione

delle ricchezze all’interno di un nuovo mondo irriconoscibile sotto il profilo

dell’incremento demografico. Dal 80 al 2012 gli abitanti dei paesi ESV sono

cresciuti da 2 miliardi e mezzo a 6. In Italia senza immigrazione saremmo in

decrescita. La Boserup sostiene che l’incremento demografico costituisce

l’elemento propulsore delle trasformazioni economiche e dei processi di

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crescita economica. La crescita del Pil sembra dipendere in modo

schiacciante dalla crescita del numero di abitanti. Potremmo quindi pensare

che la crescita della popolazione stia alla base della crisi. Non si capirebbe

come i cosiddetti paesi ad economia avanzata possano dettare l’agenda dello

sviluppo economico e il dominio ideologico, strategico e psicologico sul resto

del mondo. Consideriamo il dato relativo al PIL pro capite che misura il livello

della ricchezza individuale nei paesi EA e ESV. EA registrano un PIL pro

capite circa 10 volte superiore alle popolazioni ESV perché semplicemente i

6/7 del mondo producono 6 volte di più e guadagnano 10 volte meno rispetto

al restante 1/7. Completa il tutto il debito pubblico, cioè la quantità di denaro

per la quale le casse di uno stato sono esposte nei confronti di soggetti

pubblici o privati che hanno sottoscritto un credito, acquistando obbligazioni o

titoli di stato destinati a coprire il disavanzo del fabbisogno finanziario statale,

ovvero, quando esiste, il debito pubblico. Questo è il debito accumulato dallo

stato per pagare tutte le spese pubbliche che eccedono, ogni anno, e nella

loro somma complessiva, rispetto alla fiscalità generale e alle altre fonti

indirette di tassazione. Tali oneri pubblici sono per lo più costituiti dalla spesa

sanitaria, da quella per l’istruzione, dalle pensioni, dal mantenimento dei

pubblici dipendenti, e in generale da tutte le spese che lo stato impegna per

la manutenzione del welfare. Per il welfare il prezzo non può esser saldato in

un’unica rata e forse non verrà mai estinto. Di fatto ogni anno si pagano gli

interessi che servono a remunerare chi ha comprato i titoli di stato,

riconfermando o incrementando il debito. L’interesse dipende dal grado di

fiducia e credibilità di cui lo stato gode presso i potenziali acquirenti dei propri

titoli. Il grado di fiducia si contratta di volta in volta e ovviamente più alti sono

gli interessi, meno alta sarà la stima. Non solo l’Occidente e le EA producono

molto meno di quanto consumano, ma detengono anche il primato del debito

pubblico. La più indebitata è il Giappone (237%), poi l’Italia (137%), mentre le

meno sono quelle sudamericane (51,3%). Il debito pubblico rivela che le EA

hanno vissuto molto al di sopra delle loro possibilità: hanno pagato welfare,

pensioni, mutui con assegni postdatati che non possono essere onorati e

richiedendo ogni anno un tasso di interesse altissimo per il loro rinnovo che

rende impossibile l’assottigliamento della quota-capitale. Dall’altro lato del

mondo invece si può pagare perché si lavora molto e c’è bisogno di acquisire

diritti, benessere, pubblica e privata felicità. 2.2. LA REDISTRIBUZIONE

SPAZIALE DI GIOVINEZZA E VECCHIAIA: l’uomo è l’unico animale che

invecchia moltissimo. La differenza principale tra animali umani e non umani

è che solo i primi vengono seguiti attraverso cure mediche e assistenza

sociale permettendo loro di estendere i limiti genetici della vita cellulare. Ma

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misurando la più lunga età teorica possibile, l’uomo non sarebbe l’animale più

longevo. Alcune specie di pesci, molluschi, ma anche rettili o anfibi possono

raggiungere 130-250 anni. Tra invecchiamento potenziale e reale passa una

differenza abissale. Vantaggi associati alla longevità sono la capacità di

volare, il possesso di una corazza, lo svolgere la propria vita sottoterra o nelle

profondità oceaniche e soprattutto un metabolismo basale che richiede

scarse necessità di consumo energetico. Il maggior vantaggio evolutivo

dipende infatti dai fattori che permettono di ottimizzare il dispendio

energetico. La longevità umana è eccezionale nel numero gigantesco in

crescita di anziani. Nei primati non umani l’anzianità è rara. Ciò si spiega con

la mancanza di cure farmacologiche e col dispendio sociale. In ogni caso i

pochi animali che riescono a sopravvivere a lungo risultano esemplari del

futuro per la loro specie. La vecchiaia umana è generalizzata ed ha valore

statistico più che aneddotico. E’ quasi una classe sociale: numerosa e in

crescita da comportare stravolgimenti nell’organizzazione sociale di quasi

tutte le nazioni. Costi previdenza e della sanità sui bilanci degli stati e

variazione del rapporto tra parte produttiva e improduttiva di una comunità

economica. Le politiche assistenziali adottate non sono tutte uguali: dalla

dispendiosa fondata su una fortissima fiscalità generale alla liberista in cui a

un inferiore contributo fiscale si affianca un sistema parallelo di assistenza

sanitaria privata. Non sempre si è stati in grado di monitorare i modelli

adottati: vedi le baby pensioni garantite ai 40enni nel 900 in Italia. L’incipit

naturalistico della crisi è la diversa distribuzione di popolazione e dei loro

costi sociali all’interno dei vari stati e per misurarla si usa la piramide

popolazionale (suddivisione per classi di età di una popolazione). Le piramidi

popolazionali rappresentano una sorta di DNA politico-economico sulla sorte

degli stati e sull’esito che su di loro potrebbe avere la crisi. Una scarsa

quantità di giovani rende problematico il mantenimento delle classi di età che

stanno verso la sommità della piramide. In Italia nel 2050 il tasso di

dipendenza senile sarà del 60-65%, in India invece ci sarà una forte leva di

giovani e un relativamente basso numero di anziani. Aumento di costi sociali

per paesi come l’Italia. Lo sviluppo di tecnologie della comunicazione è

strettamente e statisticamente dipendente dalla presenza di una leva

giovanile fisicamente forte e cognitivamente fresca quanto qualsiasi altra

attività economica pesante.

CAPITOLO TERZO – LA DIMENSIONE ETOLOGICA

1. SCIENZE SOCIALI E SOCIOBIOLOGIA: fornire le coordinate biologiche

per tracciare uno sfondo universale sulla cui base spiegare tutti i

comportamenti degli animali sociali è stato il tentativo della sociobiologia negli

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anni 70 del secolo scorso, che ha suscitato un forte risentimento in tutte le

scienze sociali. Wilson affermava di dover usare la stessa teoria quantitativa

per analizzare sia le colonie di insetti che le società dei moderni primati.

Puntare sulle analogie funzionali tra società degli invertebrati e quelle dei

vertebrati. Altri aspetti del risentimento delle scienze sociali derivavano dai

presupposti epistemologici di queste ultime al tempo dell’indiscussa

egemonia culturale che esse esercitarono per buona parte del 900 (si isolava

l’uomo in una prospettiva antropocentrica). Un terzo elemento è lo scontro tra

i totalitarismi che ha condizionato la difficile storia sociale del 900. La

sociobiologia è stata sottoposta a profonda revisione a partire dalle riflessioni

e dai suggerimenti degli ultimi 40 anni. Le prime crepe all’ostracismo verso

l’uso della biologia evoluzionista e della genetica delle popolazioni negli studi

sociali si manifestarono durante gli anni 80 nell’antropologia culturale per

merito di Lèvi-Strauss. Introdusse il germe dell’integrazione metodologica

anticipando l’avverarsi del sogno antropologico e cioè la scoperta della

complementarità tra natura e società (prospettiva coevolutiva in cui

l’evoluzione culturale determinerebbe l’evoluzione biologica almeno quanto

quella biologica determinerebbe quella culturale). Nella sociologia, soprattutto

quella marxista, il dialogo si apre negli anni 90 con la fine della Cina maoista,

i cui disastri ecologici e non profilano un caso di errore platonico. Gli studiosi

cinesi hanno sostenuto la teoria di Wilson per provare a cambiare l’ideologia

e la società cinese Zhang Boshu rilevava ad esempio come l’importanza di

definire la natura umana in relazione a quella delle altre specie costituisse

una sovrapposizione essenziale tra i 2 paradigmi di ricerca e che l’interesse

sociobiologico per la nostra eredità animale può evitare al marxismo di

limitare la propria idea di biologia al solo mangiare e riprodursi. Il clima

culturale favorevole ad un confronto senza pregiudizi con le nuove frontiere

della sociobiologia si è esteso anche al comportamentismo (evoluzione della

plasticità cerebrale) e alle scienze economiche (si tende a capire come i

comportamenti tendano a massimizzare i profitti: materiali i primi, riproduttivi i

secondi). Economia e sociobiologia condividono modelli evoluzionisti militanti

che si concentrano su come cambiare le forme sociali, impiegare meccanismi

endogeni di adattamento e coinvolgere i processi istituzionali e culturali

unidirezionali. Il diritto naturale invece ha avvicinato sociobiologia e scienze

della politica. In particolare grazie ad Aristotele in cui era essenziale la

nozione di natura umana. Salkever osservava che per Aristotele anche etica

e politica sono in un certo senso scienze biologiche. E’ nel cuore naturalistico

e sperimentale delle ipotesi sociobiologiche che sono maturate le critiche più

aspre. Per poter essere applicabili alla sfera biopolitica e alla sua necessità di

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prefigurare modelli realistici di intervento sociale, queste ipotesi richiedono

una radicale revisione dei propri fondamenti. 1.1. PER UNA BIOLOGIA

DELLE RELAZIONI SPECIALI: la ricostruzione dei criteri di dominanza o

gregari età, di formazione delle alleanze e delle gerarchie, dei criteri relativi

alla formazione sessuale e familiare di gruppo, si spiega con l’affermarsi,

all’interno del pool genico di una popolazione, degli individui portatori dei

migliori geni. Nelle sue forme più radicali tale assunto si invera nella filosofia

del gene egoista di Dawkins, che considera i fenotipi semplici contenitori di

porzioni infinitesimali di geni speciali e gli individui puri zombies che prestano

il loro corpo per l’occasionale passaggio dei replica tori egoisti nella ristretta

dimensione spazio-temporale di una generazione. Nelle forme più moderate

si traduce in criteri di dominanza fondati su caratteristiche fenotipiche

ereditate (grandi stazze, morfologie agili o possenti, ecc). Possiamo

considerare basi biologiche per lo studio sistematico delle forme di

comportamento sociale non solo il sostrato genetico specie specifico e le

caratteristiche ereditarie individuali, ma anche l’insieme di quelle che molti

etologi chiamano relazioni speciali tra gli individui che possono apparire del

tutto imprevedibili. Funzione Dedicata per le Relazioni Speciali (FDRS). Ad un

livello primario l’interazione tra almeno 2 individui della stessa specie è un

evento che può svolgersi in tempi più o meno brevi, per una varietà di scopi

diversi e con molteplici modalità. Secondo Wilson e Whitead le interazioni

costituiscono una chiave determinante della biologia delle popolazioni. Ciò

ha significato focalizzare la natura degli scambi biologici che regolano i

modelli di mortalità, successo riproduttivo e dispersione: i cambiamenti nel

dimorfismo sessuale, le modalità della comunicazione per la selezione

sessuale, il predominio del branco, la difesa del territorio e il rispetto delle

gerarchie. Facilmente osservabili in piccoli gruppi. Metodologicamente la

differenza tra interazione e relazione è di natura temporale (nel tempo si

rivelano le variazioni di dominanza, i processi migratori, ecc). Le interazioni

non sono immodificabili. Per rendere più flessibili i parametri sociobiologici si

è tentato di ammorbidire i modelli interpretativi: misure non sociali e sociali di

relazioni speciali. Le prime sarebbero quelle presuntamente fisse

relativamente alla struttura filogenetica delle popolazioni come età e sesso, le

altre quelle relative al rango o posizione sociale degli individui. I reali fattori di

trasformazione sociali comunque sono determinati da macrotrasformazioni

collettive connesse ai mutamenti naturali. La biologia delle popolazioni ci

insegna che mutamenti nel pool genico di una comunità avvengono per una

progressiva diffusione riproduttiva di macromolecole genetiche sociali. Più ci

si avvicina ai tempi storici che riguardano la ricostruzione dei fattori di

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dominanza e gerarchizzazione sociale, più si fanno sentire gli effetti delle

relazioni speciali. La responsabilità più grande della sociobiologia è aver

caricato tutta la ricostruzione dei principi di dominanza e gerarchia sociale

sulle spalle dell’eugenetica delle popolazioni, trascurando l’apporto

determinante che proprio alla ricostruzione etologica del potere politico

apporta l’analisi minuta e non predeterminabile delle relazioni speciali. Per un

nuovo modello di biologia della politica, gli indicatori più utili, si rivelano quelli

che riescono ad individuare il nascere e polarizzarsi di relazioni sociali non

connesse direttamente alla riproduzione e sempre più frequenti tra classi di

individui non legate da parentela (relazioni stabili tra estranei). Il carattere

prettamente sociale dell’intera matrice della FDRS delinea una netta

inversione del primato dell’individuo e delle sue caratteristiche eugenetiche

nel determinare le sorti biopolitiche di una comunità. La matrice delle relazioni

speciali è radicamente ancorata nella biologia delle società, non costituisce

mai un puro prodotto dell’evoluzione culturale e si radica nel comune sostrato

della genetica delle popolazioni. 1.2. CAUSE ED EFFETTI DELLE

RELAZIONI SPECIALI: tra tutte le relazioni sociali che in una comunità si

possono intessere, solo alcune potranno produrre effetti naturalistici decisivi

per l’etologia del potere. Le relazioni speciali sono proprio tra queste. La loro

rilevanza biopolitica è sempre e solo misurabile quantificando la capacità di

indurre o meno effetti di cambiamento immediato nella struttura demografica

e generazionale delle società in cui esse si manifestano. Si tratterà di filtrare i

fenomeni da sottoporre ad analisi nelle società animali, trascurando quelli che

appaiono come epifenomenici in relazione alle trasformazioni demografiche e

generazionali e concentrandosi solo su quelli che sotto il profilo culturale e

sotto quello strutturale, le investono direttamente o indirettamente come le

relazioni speciali. Ai fini del naturalismo biopolitico conta l’effetto che

generano tutti i comportamenti decisivi. Rispetto al modello sociobiologico,

questa reinterpretazione biopolitica, pur radicandosi nello schema

evoluzionista, vi introduce alcuni elementi di cambiamento che dovrebbero

renderla immediatamente applicabile alle analisi delle politiche sociali

misurate anche su scale temporali ridotte. Un modello centrato invece sulla

FDRS potrebbe produrre previsioni in tempi ragionevolmente brevi, fornendo

supporti operativi a processi decisionali essenziali e concreti. Il problema per

la definizione di un modello operativo di analisi biosociale è che le forze e gli

esiti della selezione naturale proiettati nell’arco delle sterminate antichità

sono certamente compatibili con la storia delle specie, ma forse non con

quella dei gruppi. Un metodo naturalistico fondato sulla FDRS mira ad

individuare le linee di tendenza espansiva o estinzionale che si stanno

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manifestando in un dato contesto spaziotemporale. 1.3. PSICOLOGIA

SOCIALE DELLE RELAZIONI SPECIALI: uno stato psicologico si può indurre

attraverso modificazioni di certe aree cerebrali. Le variazioni umorali,

naturalisticamente misurabili, possono essere indotte anche dai contesti

sociali in cui viviamo. Nella maggior parte dei casi uno stato psicologico è

interamente immerso nel sostrato sociale che lo determina anche quando

non ne siamo affatto coscienti. Ad esempio, le crisi economiche o politiche

deprimono o esaltano gli stati psicologici generali delle popolazioni che le

vivono, allo stesso modo in cui l’ipercompetizione per le risorse rende più

aggressivi e inquieti i ratti di una comunità che cresce eccessivamente in uno

spazio ristretto. La felicità o infelicità di una data comunità è sempre una

variabile collettiva biologica e ciò vale anche per gli effetti che produce.

Influenza sempre i cicli demografici e migratori che a loro volta determinano

le uniche variabili controllabili della fitness di una specie: quanto si riproduce

e quanto si sposta. Diversi studiosi hanno ipotizzato che gli elementi naturali

decisivi per capire le tendenze demografiche siano 2 stati psicologici ben

precisi che diventano variabili tecniche: la speranza di vita e i livelli di fertilità

dovuti allo stato psicologico della componente femminile delle popolazioni di

fronte alla maternità. Nel caso specifico dell’anomalia ecologica umana gli

stati psicologici costituiscono l’elemento naturalistico più concreto nella

determinazione degli esiti finali demografici e migratori da cui dipendono gli

assetti sociali di qualsiasi sistema politico. La prolungata osservazione della

vita degli animali nel loro ambiente ha rivelato una sorprendente ricchezza e

varietà di modelli sociali reali: gli studi etologici degli ultimi decenni hanno

finito col produrre un’amplificazione della complessità nella interpretazione

dei comportamenti sociali delle altre specie. 1.4. L’INFELICE CONFUSIONE:

SESSUALITA’ E RIPRODUZIONE: la selezione naturale è per Darwin il

dispositivo evolutivo che determina un progressivo accrescimento riproduttivo

degli individui che presentano il miglior profilo adattivo nell’ambiente in cui

vivono e un’altrettanto progressiva diminuzione di quelli che non riescono a

competere per la sopravvivenza. Tra specie diverse i meccanismi selettivi

agiscono sulla base di restrizioni ecologiche, quelli tra stesse specie sono

sociali che comprendono la dominanza sessuale e politica. Se effettivamente

i principi di dominanza sessuale, territoriale e politica fossero improntati al

primato eugenetico della riproduzione dei migliori, si porrebbe il problema di

spiegare la persistenza eterna di soggetti deboli in quasi tutti i gruppi di

animali sociali. Poi una feroce repressione delle potenzialità riproduttive di

tutti i maschi diversi dal maschio-alfa risulterebbe scarsamente economica,

inducendo una minor probabilità di riuscita dell’intera specie. Si suggerirebbe

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la necessità di cercare le ragioni degli assetti stabili di questi corpi sociali

naturali in una causalità tutta interna alla costituzione genetica degli individui.

Darwin aveva optato per un modello artificiale ricalcato sulla pratica

antropocentrica di ingegnerizzazione sociogenetica (effetto a distanza

dell’errore di Platone). L’astuzia del modello Dawkins permette di evitare di

cadere nel grottesco immaginando che siano gli individui e non i loro geni a

trovare le strategia riproduttive più adatte all’autoperpetuazione, ma non

permette di coprire l’errore di Platone per confusione tra sessualità e

riproduzione. La fagocitazione della naturalità biologica in quella genetica

conduce alla fatale riduzione della biopolitica all’ingegnerizzazione di strutture

sociali stenotopiche. Sul piano dei puri meccanismi fisiologici occorre

distinguere eiaculazione dall’orgasmo: il primo è biologico, l’altro è uno stato

psicologico di coscienza piacevole. La prima è il significante puramente

fisiologico di questo processo biopsichico. Stretto legame tra inevitabilità

eiaculatoria e vantaggio riproduttivo. In campo umano la differenza

sostanziale tra eiaculazione e orgasmo si è incarnata in sistemi culturali che

hanno esasperato tecniche finalizzate al controllo filosofico della loro

separatezza. Anche tra molti primati non umani sono ampiamente diffusi

comportamenti sessuali sganciati dalla funzione riproduttiva. Più in generale

molti primati e altri mammiferi sociali manifestano la propensione

all’accoppiamento con membri dello stesso sesso. E’ una propensione

all’esercizio del piacere in sé, spesso reso indispensabile dalla mancata

disponibilità di femmine in fase di estro. Non è infrequente osservare negli

animali non umani impellenze orgasmiche che si rivolgono anche verso

oggetti inanimati o parti di altri organismi. Un altro esempio è quello praticato

come forma di dominanza. Non c’è nulla di più antropocentricamente

determinato che la spiegazione della sessualità come strategia riproduttiva. 2.

DOMINANZA E SOCIALITA’ NEL MONDO ANIMALE: in Wilson all’ideologia

antropocentrica del predominio della forza come criterio esclusivo della

dominanza sessuale e politica, si va sostituendo il principio etologico che

ricava le strutture sociali dal rapporto tra configurazione biologica e

adeguatezza ambientale delle diverse comunità degli animali sociali. Wilson

registrava con meticolosità la differenza tra società fondate sulle gerarchie di

predominanza assolute, nelle quali si registra una scarsa mobilità sociale

associata ai cambiamenti di rango susseguenti alle interazioni tra rivali, e le

società a gerarchie di predominanza relative, con un alto tasso di

rinnovamento delle posizioni sociali e una più alta partecipazione dei

subordinati ai privilegi dei dominanti. Tali privilegi riguardano anche l’ordine di

accesso al cibo, la prossimità negli spazi per dormire, ecc. Non esistono

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strutture sociali completamente impermeabili al cambiamento di status. La

dominanza assoluta di un soggetto è rara. Darwin aveva ignorato il principio

del primato degli ultimi, che connota la scoperta scientifica della competizione

spermatica. 2.1. DAL DISPOTISMO ALLA DEMOCRAZIA CONTRATTATA

DEI MAMMIFERI: restringendo l’ambito d’analisi tra i mammiferi, il grado zero

della democrazia politico-sessuale sembra spettare di diritto agli elefanti

marini. Dimorfismo sessuale: una femmina può arrivare a pesare ¼ del

maschio. Dispotismo sessuale: in gruppi da 2 a 300 ci sono uno 2 maschi

alfa. Si tratta di accoppiarsi con un numero di femmine che può arrivare

anche a 150 in un mese. Recano continue molestie alle femmine e si

accoppiano con giovani e anche cadaveri. Il maschio sembra essere il

risultato più perfetto dell’azione graduale della selezione sessuale adattatasi

ad una forte concorrenza maschile. Sulla terraferma c’è possibilità di risse

dovute ad una mancata liberazione del testosterone. La società dell’elefante

marino sembrerebbe fatta su misura per confermare l’ipotesi sociobiologica

dell’esistenza del potere etologico nella sua forma più pura. Sono sufficienti

piccole variazioni nella composizione numerica dei gruppi sociali per metterci

nella condizione di non poter essere certi che i discendenti dei maschi alfa

dominanti diventino i dominanti della prossima generazione. Indice di Landau

dimostrava che quanto più è complessa la società, tanto più è probabile che

sia egualitaria. Può apparire riduttivo parlare di complessità sociale

riferendosi solo alla quantità degli elementi di cui è composto un gruppo. Tra i

mammiferi si potrebbe supporre che la mancanza di differenze fisiologiche

marcate tra i generi, una scarsa competitività maschile per la struttura

distribuita delle femmine che assicurano a tutti la funzione riproduttiva, ecc

favoriscano la formazione di comunità meno vincolate dai criteri eugenetici e

più votate a pratiche democratiche. Negli elefanti terrestri ad esempio si è

accertata una chiara evidenza di relazioni speciali. Comportamenti agonistici,

ma anche affiliazione con contatti corporei che avevano effetto rassicurante. I

piccoli socializzano grazie a più membri del gruppo cosi come per la

nutrizione. Secondo Garai le femmine degli elefanti avrebbero sviluppato

delle strategie peculiari per assicurarsi l’aiuto di altre femmine attraverso un

segnale indicatore di specialità del rapporto. Fitch ha dimostrato che la

laringe dell’elefante costituisce un sistema vibrante simile a quello umano e di

altri mammiferi. Alta frequenza pericolo di aggressioni, bassa funzioni

connesse alla coesione di gruppo (uso di speciali segnali sociali per

agevolare funzioni prettamente biologiche). Persino tra i lupi le relazioni

interne al branco risultano più importanti dei fattori di dominio determinati

dalle caratteristiche fenotipiche di alcuni individui. E’ stato dimostrato che le

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grandi dimensioni del corpo possono portare a compromessi nella rapidità e

agilità dei carnivori cacciatori e quindi nella competizione per il potere. Mac

Nulty dimostrò che gli esemplari maschi più grossi di lupi mostrano una

maggior capacità di afferrare, far cadere ed uccidere una preda, ma una

minor abilità nell’inseguirla. Può accadere che nel complesso i carnivori più

grandi risultino a volte cacciatori peggiori. I carnivori più grandi sono costretti

ad uccidere soprattutto le prede più grandi (paradosso della stazza perché si

sprecano più energie e si muore prima). Potersi nutrire solo di cibi a forte

valore proteico, come tutte le alimentazioni iperspecializzate, è un severo

handicap evolutivo. Ciò che accade a livello macroevolutivo succede anche a

livello microevolutivo. Tra gli animali sociali nessuna struttura gerarchica può

fondarsi esclusivamente sulla forza pura trasmessa attraverso i geni da

individuo a individuo (i lupi-alfa hanno bisogno di contatti con i beta e gli

omega, le leonesse devono portare cibo sennò scomparirebbero le famiglie

intere). E’ evidente che il gruppo parentale segue l’andamento della selezione

di gruppo. E’ altrettanto vero che un modello eccessivamente articolato

potrebbe apparire epistemologicamente pasticciato. In ogni caso una

riformulazione in direzione della selezione multilivello o una riduzione di tutte

le selezioni a semplici variazioni della selezione naturale possono essere

considerate sfumature epistemologiche ininfluenti. Rilevanza alla capacità di

individuare solo quei comportamenti connessi alla filogenesi delle specie o

alle relazioni speciali tra i membri capaci di indurre cambiamenti decisivi nella

struttura demografica e nel potenziale ecologico di una qualunque unità

sociale. 2.3. DOMINANZA E RELAZIONI SPECIALI NEI PRIMATI: per

comprendere la dimensione biopolitica dei raggruppamenti sociali occorre

guardare a matrici complesse di fatti di natura strutturale ed ecologica come il

grado di competizione per l’acquisizione del cibo o per l’accoppiamento.

Alcuni tentativi di generalizzazione sono stati proposti da autorevoli

sociobiologi come Mazur, che annovera tra questi universali dei sistemi

sociali di tutti i primati le gerarchie di dominanza. Assieme alla dominanza nei

primati è stata considerata anche la consistenza delle interazioni ripetute, che

possono portare alla formazione di alleanze e quindi di condizionamento della

gestione del potere. Prevalgono idee della letteratura anni 60-70 come l’idea

che tendano ad affiliarsi gli elementi di rango simile o per sesso o classi di

età. I componenti di alto rango vengono rappresentati come rilassati, che

stressano i sottoposti, mangiano in abbondanza e proteggono madri e bimbi;

quelli di basso rango come nervosi, timorosi, ecc. Si sono differenziati anche i

sistemi dei primati in termini di comunicazione sociale. La posizione

dominante è espressa nei termini più svariati (proscimmie e scimmie del

17

nuovo mondo utilizzano la comunicazione olfattiva emettendo secrezioni da

ghiandole odorifere specializzate). Genericamente quindi si tende a

dimostrare l’esistenza di un pattern di comportamento sociale comune a tutti i

primati, nel quale anche l’uomo si riconoscerebbe. Si tende a dare rilevanza

anche a fattori di cosmesi sociale probabilmente secondari (per l’uomo un

portatore di tratti linguistici prestigiosi può anche essere trasandato, ma

appena parla i suoi tratti vocali ne riveleranno la vera provenienza sociale).

Anche nel caso dell’enfatizzazione simbolica nella comunicazione del potere

la sociobiologia, ma anche la psicologia evoluzionista tendono a semplificare

conferendo importanza ora ai dati genetici del fenotipo ora ai fenomeni

culturali più evidenti. I segni del potere dunque devono affermarsi in comunità

o sottocomunità che hanno nel frattempo imparato a riconoscersi,

frequentarsi e identificarsi. BABBUINI: Zuckerman ha sostenuto che i

babbuini formano gruppi sociali fondati sul sesso, la violenza e l’assoluta

dominazione maschile del leader sui maschi e sulle femmine. Altri hanno

attribuito queste caratteristiche sociali alla morfologia evolutiva della specie,

che ha regalato ai babbuini maschi un’anatomia adatta all’aggressione.

Shirley Strum ha studiato per più di 40 anni i babbuini riconoscendo loro una

società ad organizzazione matrilineare che orienta i comportamenti e le

scelte di tutti i membri della comunità. Il controllo di essa è affidato all’intera

famiglia. Le femmine rivestono anche funzioni politiche ben precise. Le

gerarchie maschili sono estremamente dinamiche. Può accadere che la

gerarchia non tenga conto della vittoria in un incontro aggressivo tra 2

maschi. Emerge il riconoscimento dell’importanza sociale di investire sulle

relazioni interpersonali e su quelle che abbiamo ripetutamente chiamato

relazioni speciali. Ad esempio i giovani babbuini maschi dedicano molto

tempo ai piccoli di femmine che appartengono al maschio dominante. Ciò

scaturisce dalla possibilità di usare questi cuccioli come una sorta di scudo

sociale contro l’aggressività dei maschi dominanti. Nei casi di conflitto il

maschio più debole si presenta dinnanzi al maschio più forte assieme ad un

cucciolo cui si era affiliato determinando la rinuncia del più forte

all’aggressione perché trascina con se altri membri del gruppo che svolgono

un potente compito di mobbing: vociando fanno scappare il maschio

dominante. L’amicizia con le femmine serve ai più giovani a proteggerli dalla

violenza dei capi e permette di sviluppare “fidanzamenti” stretti. Non è

praticabile la violenza sulle femmine, mentre la riproduzione avviene in una

situazione di aperta competizione tra tutti i maschi. Molte tattiche

comportamentali basate sulle relazioni sociali permettono ai babbuini di

allentare le tensioni competitive: “Secondo lavoro” Strum: il maschio anziano

18

sorveglia la femmina a distanza ed inizia ad avvicinarsi solo quando capisce

che nei pressi sta per scoppiare una rissa tra maschi dominanti più

aggressivi, fino ad ottenere la concessione all’accoppiamento quando gli altri

sono presi dalla rissa. Le femmine temono la violenza sui piccoli e spesso è

frequente infanticidio, anche se non nei babbuini per comportamenti di origine

sociale come la protezione contro i maschi più violenti. Nei babbuini ottime

alternative all’aggressione: le strategie sociali di competizione e difesa basate

su alleanze e cooperazione reciproca di più con specifici per uno scopo

comune. BONOBO: per De Waal sarebbero una specie egualitaria,

politicamente centrata sulla femmina e capace di intessere relazioni sociali in

cui il sesso, sia etero che omosessuale, gioca un ruolo fondamentale. Con la

relazione sessuale si scambiano anche messaggi di pace sociale, inviti a

soprassedere ad atti aggressivi, ecc. Il tasso di fertilità resta uguale a quello

degli scimpanzé e altri primati. Esistono strutture fisiologiche specie-

specifiche che hanno favorito simili adattamenti socio sessuali come il

pedomorfismo neotenico (i bonobo adulti conservano a lungo sembianze che

ricordano gli stadi giovanili). I genitali delle femmine si colorano e si gonfiano

segnalando visivamente la disponibilità all’accoppiamento, ma non si verifica

nessuna marcatezza dell’ovulazione dal punto di vista olfattivo. Il maschio

non riconosce perfettamente lo stato di ovulazione e finisce con l’impegnarsi

continuamente in attività sessuali prolungando la disponibilità al piacere. Non

si spiega il polimorfismo delle abitudini sessuali. Le femmine producono

segnali copulatori indistinguibili rispetto allo scopo e al genere del partner con

cui si accoppiano. Variazioni distinguibili nella struttura acustica dei richiami

risultano correlarsi con l’identità dei chiamanti. Si tratterebbe di segnali

individualizzati volti a marcare la reputazione di chi richiede di accoppiarsi. Le

bonobo adolescenti lasciano la propria famiglia di appartenenza e migrano

verso nuove comunità, utilizzando per farsi accettare la sessualità non

riproduttiva. L’uso sociale del sesso nei bonobo è esteso anche ai maschi

anche perché la competizione sessuale tra i maschi è blanda. Per questo

sembrerebbero una specie semidispotica a parziale dominanza femminile.

Non sempre le femmine richiedono la sottomissione di tutti i maschi e in tutti i

contesti anche perché in ogni gruppo esistono maschi che ottengono gradi

più elevati e sono in grado di dominare le femmine. Il grado di violenza dei

bonobo nel difendere i territori è molto più basso che negli scimpanzé e

quindi anche questi sembrano aver trovato strade alternative alla

competizione aggressiva. La femmina e il maschio al vertice sono alla pari ed

il rango dipende da chi è uno. 2.3. LA TRANSIZIONE SOCIOCOGNITIVA:

L’INTELLIGENZA MACHIAVELLICA: una corrente del darwinismo sociale

19

accosta primati umani e non umani sulla base di una comune tendenza

innata all’autoritarismo. La corrente buonista sostiene invece che la socialità

dei primati umani sia caratterizzata dall’empatia, nelle relazioni tra con

specifici, dalla solidarietà tra i membri non solo delle famiglie ma anche

dell’intera comunità e da una comune idea morale: Naturalmente buoni.

Anche nell’aggressività inter e intraspecifica, escludendo i comportamenti più

complessi, scimpanzé e umani rivelano una comune natura: uccidono e

torturano i membri della propria specie e della propria tribù. Emerge il

progressivo distacco dei primati dai tradizionali moduli etologici

dell’aggressività: uccidere per le scimmie umane e non è anche circoscrivere

il territorio, stabilire domini di possesso su beni e risorse, ecc. La

cooperazione negli scimpanzé è particolarmente sviluppata nella formazione

di coalizioni e nella caccia cooperativa di piccoli mammiferi. Cooperazione

politica: alleanza di 2 o più maschi per deporre il maschio-alfa e sostituirlo. In

molte specie dei primati si manifestano forme di spiccata solidarietà tra

femmine: partecipazione femminile al parto, disponibilità ad allevare i piccoli

in comune, ecc. La prima sociobiologia ha tentato di far leggere la continuità

tra uomini e primati come un flusso che portava da scimmie a uomini.

Ritroviamo nei primati comportamenti che abbiamo pensato sinora di

riscontrare solo negli umani: anche comportamenti che riguardano lo

sfruttamento razionale delle risorse relazionali, la reciproca utilità, l’egoismo

ragionato, ecc. Anticipano l’intelligenza machiavellica umana. Machiavelli è

noto come il filosofo che neutralizza qualsiasi residuo di valore morale

individuale, sacrificando la politica alla ragion di stato e anteponendo il bene

comune delle istituzioni a quello dei singoli. Sembra che l’apparente

bifaccialità della natura umana debba essere considerata un puro strumento

retorico. A volte la forza sarà essenziale, altre lo sarà l’astuzia. L’intelligenza

machiavellica si manifesterebbe come autentica reificazione

dell’opportunismo, esaltazione del calcolo. Decisivo per spiegare in termini

naturalistici le origini dell’intelligenza machiavellica è il posto della

componente femminile. Secondo Maestripieri è proprio dalle femmine che

dipendono tipologia, organizzazione e struttura dei gruppi sociali. Si è

dimostrato che i maschi migrano dove c’è sempre maggiore possibilità di

accoppiamento. Quando le femmine sono in grado di procurarsi cibo e

difendersi da sole avremo una specie solitaria, quando c’è bisogno dei

maschi ci saranno i gruppi familiari, quando necessitano di collaborazione

con altre femmine tenderanno a formarsi società più estese e complesse. Per

quanto riguarda la dimensione del cervello, questa da sola non ci dice nulla

sulla natura e la complessità dei modelli sociali. In Linderfors mentre la

20

correlazione tra dimensione della neocorteccia delle femmine e la dimensione

del gruppo è sempre positivamente correlata, quella tra la neocorteccia dei

maschi e la complessità del gruppo sarebbe negativamente correlata. La

teoria dell’intelligenza machiavellica precisa e ridimensiona questa

conclusione. La grande neocorteccia dei primati è il risultato adattivo della

vita nei grandi gruppi, in cui un individuo ha bisogno di ricordare molti volti

diversi, molti favori diversi, ecc. L’incremento della cognizione e del successo

sociali dipenderebbe dal tempo e dall’energia riservati alla contrattazione

sociale, a decidere come dare e ricevere beni, ecc. Il motivo dei dati di

Linderfors è da attribuirsi al fatto che la maggioranza dei primati lascia alle

femmine tutto il tempo possibile per sviluppare relazioni sociali di particolare

importanza. L’alleanza dei primati è quindi quasi esclusivamente affidata alle

femmine. Eccezioni sono gli scimpanzé ad esempio, i quali sviluppano

alleanze soprattutto maschili. Inoltre sono le femmine a migrare

spesso,mentre i maschi risultano impegnati nelle relazioni sociali più

importanti per la politica dei primati. Sono i nostri parenti più prossimi.

CAPITOLO QUARTO – L’ANIMALE POLITICO

1. L’ETOLOGIA DEL POTERE UMANO: è difficile considerare la biopolitica

dell’animale umano come semplice variante di quella dei nostri parenti

zoologici più prossimi. Spesso si riferiscono però i comportamenti umani a

quelli di altri animali: saremmo maschilisti gelosi e aggressivi perché lo sono

gli scimpanzé ad esempio. 1.1. I FONDAMENTI NATURALISTICI

STRUTTURALI: distinguere i fondamenti naturalistici strutturali e i fondamenti

socio cognitivi, associati alle pratiche culturali e ai mutamenti psicologici

collettivi, tipici degli umani. I FNS si riferiscono a quei vincoli della struttura

morfologica specie-specifica umana che risultano immediatamente associati

ai comportamenti sociali. SCARSO DIMORFISMO SOCIALE: grado di

differenziamento di misure e forme tra i sessi di una specie ed è diffuso in tutti

gli esseri viventi con riproduzione sessuata. Le differenze di forma,

dimensione e peso tra i 2 sessi son enormemente variabili tra gli animali e

sono spesso associate alla natura dell’accoppiamento, dell’allevamento della

prole e della dominanza. Quasi sempre le gigantesche differenze di peso

(come negli insetti) comportano la morte del maschio dopo l’accoppiamento o

la fecondazione. Nei mammiferi invece il maschio è quasi sempre più grande

della femmina, ma la differenza varia moltissimo (elefante marino 5-6 volte

più di una femmina). La regola di Rensch afferma che la differenza di peso e

dimensione aumenta nelle specie più grandi quando il maschio è maggiore e

diminuisce quando è la femmina a pesare di più. Studi correlano per i

mammiferi un grande dimorfismo sessuale con alto grado di poliginia e

21

scarso investimento parentale dei padri nell’allevamento della prole,

nonostante i vantaggi che apportano alla difesa. Al contrario una piccola

differenza morfologica tra maschio e femmina correla fortemente col grado di

monogamia e un forte investimento nella cura della prole. La differenza fisica

tra i sessi è da considerare un fattore naturalistico determinante per gli assetti

sociali della specie. L’uomo è il primate più vicino alla parità nelle dimensioni

tra maschio e femmina, pur mantenendo differenze nella forma e negli

attributi corporei. OVULAZIONE FEMMINILE NASCOSTA: Diamond afferma

che la femmina umana non mostra segni esterni del suo periodo di fertilità.

Ciò ha favorito la privatizzazione del rapporto a scopo riproduttivo, un

progressivo distacco della femmina dal branco, la ricerca di spazi chiusi e

riservati alla cooperazione sessuale e intrafamiliare. Ha indotto un modello

sociale fondato sulla monogamia, sulla formazione di siti logistici composti da

molteplici nuclei unifamiliari e su una più attenta e lunga gestione del periodo

di dipendenza dei piccoli e del loro addestramento linguistico,

comportamentale e culturale. Ha favorito l’emersione di un’inesplorata area

del corteggiamento sessuale che affida al dimorfismo morfologico un ruolo

secondario e sperimenta l’uso del linguaggio articolato come sublimazione o

metafora della riproduzione. SESSUALITA’ INDIPENDENTE DALLA

RIPRODUZIONE E OMOSESSUALITA’ ESCLUSIVA: l’omosessualità

esclusiva non esiste o è rarissima tra gli animali non umani. Spesso

l’incidenza sulle strutture sociali è scarsa a meno che non dia luogo a rapporti

normati all’interno dei gruppi sociali. COMPETIZIONE SESSUALE

ALLARGATA E UNIVERSALITA’ DI ACCOPPIAMENTO: la società degli

umani relega la competizione sessuale al rango di competizione sociale, con

regole diverse da quelle eugenicentriche che governano quei pochissimi

esempi di specie animali che incarnano la primitiva idea della selezione

sessuale e di parentela dell’originaria tradizione darwiniana. Un’idea che

riorienta il principio della competitività selettiva come motore dell’evoluzione,

in una molteplicità di forme non tutte connesse con i buoni geni. Non c’è

animale umano che non trovi un compagno/a. Non si coglie in ogni caso

l’elemento biopolitico più rilevante di tutti: il dominio sociale non è basato sul

potere dei pochi, ma sulla tolleranza dei molti. INDETERMINABILITA’ DELLA

SPERANZA DI VITA: la demografia è forse la scienza più sociale che esista.

Incorpora la socialità per definizione occupandosi di statistiche e medie di

nascite, morti, matrimoni, divorzi. Demograficamente la speranza di vita è

l’unica reale misura della fitness sociale di una specie. Nella demografia

l’individuo non esiste, esistono solo le medie misurate sulla base di selezioni

geografiche. Ciò ci restituisce la misura della variabilità sociale di un

22

parametro biologico quale la lunghezza della vita umana all’interno delle

nicchie ecologiche in cui vivono i gruppi umani. L’enorme variabilità della

durata della vita, intrecciata agli altri parametri demografici, costituisce lo

sfondo generale in cui si muovono tutti i possibili scenari della biopolitica e

della grande crisi che stiamo vivendo. Purtroppo la vecchiaia è in aumento e

in molte nicchie ecologiche ha raggiunto il livello di inversione ecologica tra

chi produce e chi consuma le risorse, sconosciuta agli animali non umani.

MIGRAZIONI ESPANSIONISTICHE: molte specie animali utilizzano questa

straordinaria risorsa per la sopravvivenza. Tra i vertebrati si tratta di

spedizioni di andata e ritorno: uccelli, pesci, mammiferi, ecc (temperature,

cibo). Gli insetti eusociali detengono il primato della diffusione sulla terra.

Solo i pionieri umani somigliano alle regine di diverse specie di insetti, che

arrivati in un luogo non hanno intenzione di tornare indietro. Hanno le ali e

possono superare ogni ostacolo, possono fare a meno dei maschi nelle

migrazioni (viaggiano già inseminate). L’uomo prima di insediarsi manda

esploratori che in un secondo momento si fanno raggiungere dalle famiglie

oppure si sposta assieme ad essa. Anche la migrazione dell’uomo comporta

in tempi più o meno brevi una sorta di auto installazione familiare. I migranti

sono destinati ad integrarsi nei sistemi economici e produttivi di chi li

accoglie, ma nella vita sociale e familiare spesso restano cellule isolate. Le

popolazioni umane convivono assieme, ma restano separate pur

condividendo gli stessi spazi. 1.2. I FONDAMENTI NATURALISTICI

COGNITIVI: esiste una differenza notevole tra tutte le forme che l’errore di

Platone potrebbe assumere nell’interpretare la natura politica dell’uomo e la

biopolitica così come nasce nella formulazione aristotelica. Questa differenza

consiste nell’idea che il linguaggio articolato costituisce una proprietà

cognitiva emergente del cervello e dell’intelligenza che trasforma in costrutti

politici del tutto nuovi i comportamenti sociali che alle origini condividevamo

con gli altri primati. La parola articolata traccia una linea biocognitiva

tecnologicamente invalicabile, che rende impossibile interpretare

comportamenti originariamente identici. Oltre agli elementi di specificità della

socialità umana che si radicano nella corporeità sociobiologica esistono

specificità che rimontano alla corporeità socio cognitiva. TECNOLOGIA

CORPOREA DEL LINGUAGGIO: è prodotto da una macchina formatasi per

lenta evoluzione di strutture fisiologiche dedicate a scopi primari e poi

esattate a nuove funzioni e produce un sistema di primo, secondo e terzo

livello, che permette una combinatoria praticamente infinita di unità sonore,

morfologiche, semantiche, a partire da un numero finito di elementi fisiologici

dedicati. E’ una tecnologia di speech-making (correlati morfologici periferici e

23

centrali del linguaggio) e di speech-using (articolazione delle unità

linguistiche): entrambe correlate. E’ ovvio che la tecnologia specifica di

elementi periferici non può che essere innescata, direzionata e monitorata da

componenti neuro cerebrali specifici come l’area di Broca e da tutto il doppio

network del linguaggio. Questo stesso sistema neuro cerebrale presiede

anche alla funzione articolato ria del linguaggio, ai suoi usi fonetici,

morfologici, sintattici, ecc. Si è andato configurando un nuovo pattern di

unificazione cognitiva delle conoscenze sul mondo che starebbe alla base

dell’intelligenza sociale umana. Senza questa struttura di mediazione

cognitiva sarebbe impossibile capire in che modo l’eredità sociale dei primati

possa essere rimodellata nella biopolitica degli umani (es. ipotesi mirror-

neuron-system che può spiegare i comportamenti imitativi ed empatici e la

modulazione dei flussi emozionali, ma già a partire dalla natura di questi si

intravede la decisiva mediazione socio cognitiva svolta dalla tecnologia

linguistica). Se la mediazione linguistica interviene persino nella gestione

delle strutture emozionali più profonde condivise con gli altri primati,

figuriamoci in che modo opera sugli aspetti cognitivi e psicologici più

complessi della biopolitica umana. Quindi predisporre ed alimentare la

contrattazione perpetua è appannaggio esclusivo della doppia tecnologia del

linguaggio. TECNOLOGIA CORPOREA MANUALE: non si è potuta ottenere

una prova ricostruttiva delle prestazioni cognitive della tecnologia del

linguaggio, ma è stato possibile ottenerla per le abilità manuali. Per un

lunghissimo periodo i progressi sono stati minimi. Dal Paleolitico superiore si

verifica una progressione rapida di invenzioni e nuovi modi di lavorare i

materiali. Negli ultimi 10000 anni si passa dalle pietre ai metalli, alle scritture

e ai computer. Tutto ciò è collegato al linguaggio, alla capacità simbolica, alla

teoria della mente, ecc. Di fatto la modularizzazione delle tecnologie è resa

possibile da un cervello capace di articolazione concettuale e da una società

caratterizzata da una sempre maggiore divisione del lavoro. Di recente le

ragioni neuro scientifiche e quelle sociali sembrano avvalorare il rapporto tra

cognizione linguistica e cognizione tecnologica nel sapiens. Read e Van Der

Leeuw hanno mappato i 7 stadi di differenziazione cognitiva del tool making

stabiliti nella scala di Read con la scala dei livelli della memoria a breve

termine e con quella del quoziente di encefalizzazione dei primati umani e

non, ottenendo la conferma che solo a partire dagli ultimi 200000 anni e negli

ultimi 30000 si è arrivati al settimo stadio. Stout indagava sul rapporto tra

aree cerebrali e tecnologie litiche. Si sono serviti di soggetti con diverse

esperienze e capacità di uso delle tecnologie di tool making misurando,

tramite la PET, la loro attività cerebrale mentre lavoravano. Si dimostrò che i

24

correlati neurali richiesti dai diversi stadi delle tecnologie litiche evidenziano

una correlazione strettissime con le aree del linguaggio o meglio con la

complessa unità semimodulare multifunzionale che si focalizza attorno

all’area di Broca. Appare significativo il fatto che tecnologia linguistica e

tecnologia litica sono fenomeni cognitivi che tendono a co-evolvere.

PENSIERO SOCIALE TECNOMORFO: deriva dalla capacità linguistica e da

quella manuale nel generare manufatti essenziali alla vita sociale e politica

specifica degli uomini. Abbiamo detto che per diventare, assieme gli umani, i

più grandi conquistatori di terre, gli insetti eusociali hanno impiegato più di

100 milioni di anni, contro i 70000 dei sapiens. Questa distanza è un esempio

di cosa può essere capace il pensiero tecnomorfo. Ognuna delle

incommensurabili stranezze del comportamento adattivo umano è spiegabile

attraverso questa incontrollabile malattia tecnologica del linguaggio che ha

condotto a quello che Konrad Lorenz ha battezzato come pensiero

tecnomorfo. Ci costringe a misurare ogni cosa, a spezzettare l’orditura del

continuo puzzle costantemente riorganizzato del discreto. Ci obbliga alla

cumulazione e alla riproducibilità di strutture di conoscenza empirica sempre

più articolate e semanticamente definite. 2. COME FUNZIONA LA

BIOPOLITICA UMANA?: l’idea che il dominio sociale sia basato sul potere di

pochi individui non regge applicando la più semplice metodologia di

osservazione naturalistica. Abbiamo anche osservato che è più semplice

riscontrare un flusso di continuità tra animali umani e non se cerchiamo

l’opposto del modello gerarchico portato alle sue estreme conseguenze. Le

società umane si basano sull’equilibrio contrapposto di 2 enormi forze naturali

che abbiamo già visto operare sugli individui solo in quanto agglomerati

collettivi dotati di intrinseci fini adattivi: l’immensa mole di relazioni speciali

che gli umani intrecciano al fine di realizzare una molteplicità di reti sociali

essenziali alla sopravvivenza e all’espansione; l’incontenibile forza propulsiva

di una riproduttività libera da qualsiasi vincolo sociale e regolata

esclusivamente da variabili cognitive. Nessuna delle due dimensioni, presa

isolatamente, può determinare gli esiti dei processi sociali. Tutto l’immenso

mondo delle interazioni sociali opportunistiche è destinato al celere

deperimento e all’estinzione se non sorretto dalla forza incontrollabile

dell’espansione demografica. Viceversa la sola volontà di sopravvivere porta

a processi opposti di progressivo degrado della qualità della fitness. Due

immagini attuali possono esemplificare questa schematizzazione teorica: da

un lato le grandi città del Vecchio mondo, cattedrali di un ordine sociale e di

un’articolata divisione del lavoro, estesi sistemi di solidarietà sociale, welfare

state, ecc. Poleis democratiche e non oligarchiche, aperte ad ogni possibile


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Pennisi Antonino.

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