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Capitolo primo: l'errore di Platone

Il mito dell'ingegneria sociale

L'errore di Cartesio (separazione tra mente e corpo, ragione ed emozione, coscienza e intenzionalità) ha trascinato la tradizione filosofica dell'età moderna impedendo di leggere la storia della mente come un capitolo dell'evoluzione biologica dell'animale umano. L'errore di Platone, secondo cui è possibile ingegnerizzare la governabilità politica delle menti e dei corpi degli aggregati umani, ha coinvolto tutto il corpo sociale se non l'intera umanità. Si manifesta in proporzione diretta allo sviluppo e crescita della nostra specie. Era difficilmente riscontrabile nella Grecia platonica e in un mondo con meno di 100000 abitanti.

Platone usa ghènos (genere o classe) quando intende rimarcare la funzione svolta come occuparsi di attività di difesa o lucrative, ed èidos (specie) quando vuole connotare una sorta di appartenenza genetica ad una classe di uomini. L'uso platonico del termine èidos può essere accostato al senso con cui parte dell'etologia moderna definisce i rari casi di trasmissione stenotopica dei caratteri genetici (meccanismi ereditari di api che mostrano comportamenti interamente codificati nel genoma della specie). Queste specie sono a proprio agio in ecosistemi poco variabili. In questi contesti, la rigidezza dei loro comportamenti permette di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

L'uomo è la specie animale più euritopica, cioè meno determinata nei comportamenti (Lorenz e Leroi: uomo specialista della non-specializzazione). Applicare una sorta di ideale modello entomologico alla società umana ha contribuito a svalutare il Platone politico. Al di là dei singoli contenuti con cui è possibile riempire un qualunque schema ideale del funzionamento di uno stato, è proprio l'epistemologia cognitiva complessiva della Repubblica a determinarne la reale pericolosità. Quale che sia il modello ideale prodotto, è la credenza stessa che sia possibile ingegnerizzare l'azione politica e presupporre scenari completamente controllabili sulla base di principi fondati esclusivamente sulla cognizione umana a determinare l'errore di Platone.

Ma cos'è questa crisi?

L'incapacità di capire la crisi in cui viviamo dipende anch'essa dall'errore di Platone, dalla potentissima idea che solo dalla volontà umana e dal suo intelletto tecnomorfo possano essere modellati gli scenari politici in cui vivono gli animali umani. Il verificarsi di situazioni favorevoli o sfavorevoli obbedisce in larga misura al radicale cambiamento delle condizioni ecosistematiche analizzabili solo da nuovi punti di osservazione naturalistica.

L'Aristotele darwinista

Aristotele capovolge l'epistemologia sociale platonica: non più dalle forme ideali a quelle reali, ma dalle parti più piccole del tutto agli insiemi complessi. L'attualità darwiniana di Aristotele non consiste solo nell'appellarsi alla ricerca delle origini, ma nel collocare al centro dell'universo politico la riproduzione e la gestione del potere nella loro dimensione involontaria e istintiva per la conservazione della specie. In Aristotele campeggia la ricerca etologica degli universali che accomunano l'animale uomo agli altri animali e quella delle ragioni che lo diversificano da qualsiasi altra specie. Qui nasce "l'uomo è un animale politico per natura".

Il baricentro di questa speciale politicità è la facoltà linguistica che si esprime attraverso una tecnologia vocale sofisticata, imparentata lontanamente con il meccanismo olistico della voce animale. Pensiamo che la centralità cognitiva del linguaggio nel comportamento umano non alteri la sostanza dei rapporti sociali, le regole della comunicazione, i rapporti di forza, ma ci costringe ad oscurarli, camuffarli, coprendoli con una patina etica che ne permette la diffusione, accettazione e l'utilizzazione sistematica come vettore principale del consenso.

Il prezzo del linguaggio

La natura di questa velatura linguistica della struttura naturale dei rapporti sociali è a sua volta naturale. Tutte le ipotesi vecchie e nuove fondate sull'idea che il linguaggio si identifichi con lo strumento di qualche altra primarietà appaiono da questo punto di vista, errate e parziali. Tutti i tentativi di diventare uomo nella storia si sono risolti in un accorciamento dei tempi di sopravvivenza. Praticamente ad un miglioramento cognitivo si è accompagnata una diminuzione della resistenza.

Se i nostri predecessori erano straordinari migratori rispetto agli altri mammiferi, l'uomo moderno ha fatto dell'intero mondo la sua personale nicchia ecologica. Ha infranto il limite dell'adattabilità ambientale, ha eliminato ogni fonte di concorrenza naturale e di autolimitazione della propria capacità espansiva e di conseguenza ha allontanato i limiti biologici e demografici della morte. È grazie al linguaggio articolato, all'intelligenza linguistica, semantica e sintattica che è stato possibile convertire le possibilità offerte dal bipedismo, da un grande cervello e da una straordinaria manualità. Il linguaggio è religione e tecnologia contemporaneamente.

La sovrappopolazione, la distruzione dell'ambiente, la moltiplicazione delle identità culturali e linguistiche che competono senza freni rendendo la violenza e la guerra nucleare reali minacce incombenti, l'impossibilità di arrestare la limitazione dei consumi e delle risorse naturali costituiscono il prezzo del linguaggio, che paga per avere imparato a conoscere il mondo attraverso un sistema di rappresentazione così analitico e potente (condizione biologica che lo caratterizza, geneticamente, cognitivamente e socialmente di cui non potrà mai liberarsi).

Per una nuova idea di biopolitica

L'appannamento foucaultiano

La biopolitica è una filosofia politica che oggi si pone in antitesi con le scienze cognitive. In Naissance de la Biopolitique, Foucault definisce la biopolitica come punto di incontro-scontro nel mondo umano tra la sfera del potere e quella della corporeità. La prima starebbe in un rapporto regolativo di utilizzazione e controllo della seconda principalmente attraverso i saperi naturalistici, quali biologia e genetica, e quelle scienze sociali cui viene attribuito un valore razionalizzante. Costitutiva di questa accezione del termine biopolitica è la contrapposizione alla normatività razionalisticamente legittimata dal liberalismo capitalista.

Esposito ha rilevato come al successo immediato della formula foucaultiana non abbia corrisposto una chiarificazione semantica delle sue diverse accezioni. Lemke: la biopolitica si trova proprio nell'epicentro di uno scontro culturale di ampia portata che vede confrontarsi i saperi naturalistici e quelli tipici delle scienze umane in un contesto politico, scientifico e ideologico completamente diverso da quello degli anni '60 (Foucault). Il primo elemento di cambiamento: la biologia come idea e scienza. In Foucault ci sono due accezioni di biopolitica: oggettivista, che vede affermarsi il potere della morte sulla vita e soggettivista, che dovrebbe affermarsi come una politica della vita anche se non ha trovato una realizzazione storica.

Sulla prima consensi attraverso la trash literature, con la quale si dimostrò come le atrocità e le mostruosità prodotte dal nazismo fossero spiegabili con il discorso che lo stesso nazismo non fosse una filosofia realizzata perché già una biologia realizzata. L'operazione di mandare in onda un film dell'orrore e spacciarlo come paradigma politico poteva riuscire nell'aristocrazia tedesca degli anni '60, non nell'attualità.

Fino agli inizi del 1900 la genetica era caratterizzata dall'idea della trasmissione dei caratteri fenotipici: dalla morfologia esterna era possibile capire cosa veniva trasmesso dal padre e dalla madre ai figli. L'idea della genetica prescientifica si basava più sulle occorrenze statistiche delle somiglianze morfologiche che sulle analisi del nucleo della cellula (hanno però fornito anche una base oggettiva alla differenza tra le varie popolazioni umane da cui il nazismo).

Il passaggio alla genetica del DNA si ha nel 1953 con Watson e Crick che individuarono la struttura a doppia elica del DNA, custode dell'informazione genetica. Le ricerche scientifiche biologiche illustrarono come ad ogni gene non corrisponda affatto un tratto morfologico specifico e che, in certi momenti dello sviluppo ontogenetico, aspetti anatomici possono essere prodotti dall'interazione di molti geni. I costanti progressi sul funzionamento del DNA, dei geni, dei cromosomi, ecc. hanno dato vita alla genomica, lo studio delle sequenze di nucleotidi presenti nel DNA di una determinata specie, smentendo la possibilità che esistano razze umane.

Si è arrivati ad affermare anche che non è possibile rintracciare all'interno del DNA quell'unicità che il sapiens sembrava essersi attribuito rispetto agli altri animali. Siamo tutti figli di un gruppo sparuto di sapiens africani che iniziarono a migrare 70000 anni fa. In Foucault il nazismo avrebbe solo estremizzato i meccanismi del biopotere che resterebbero connessi all'idea stessa della modernità e si anniderebbero nel rapporto di dominanza del potere sulla corporeità dei popoli e sul diritto di qualsiasi potere a governare sulla vita dei sudditi.

Biopolitica foucaultiana è un enigma: da un lato non può eliminare l'idea della conflittualità, dall'altro non può accettare l'idea della selezione naturale darwiniana. Sembra arenarsi sulla spiaggia del conflitto sociale, delle contrapposte volontà di vita e sovranità che si fronteggiano. Non resta che l'opzione soggettivista: il codice biopolitico diventa una forma di potere che trasforma gli individui in soggetti occupandosi della felicità, economia, salute e miglioramento delle loro vite. Si capisce come la biopolitica quale ambito specifico di realizzazione sociale della soggettività sia divenuta la formula ideale per contrastare qualunque forma di naturalismo.

È chiaro anche perché in tempi recentissimi sia emersa una caratterizzazione della biopolitica polemicamente connotata nei confronti delle scienze cognitive: oggettivistiche e universalistiche per definizione. Scienze cognitive, economia liberista e naturalismo evoluzionista appaiono bersagli specifici di chi ha ereditato il modello biopolitico di Foucault. L'attuale biopolitica di origine e ispirazione foucaultiana appare come una rivisitazione dell'utopia marcusiana del comunismo individualistico fondata sulla dimensione estetica della vita sociale. Serve una nuova biopolitica costruttiva e impegnata a capire come conciliare i conflitti, le differenze, le disparità, ma anche i processi di cooperazione, solidarietà e redistribuzione sociali facendosi aiutare dai processi naturali che possono essere orientati non contrastandoli.

L'altra biopolitica

Movimento trattato da Esposito e Lemke e concentrato inizialmente su alcune riviste e collane. Per Esposito il suo valore sintomatico sta nel riferimento diretto alla sfera della natura come parametro privilegiato di determinazione politica. La biopolitica di origine foucaultiana appare cognitivamente cieca all'idea fondamentale nella biologia moderna di vincolo, purché configuri un limite all'onnipotenza antropocentrica del pensiero umano e della sua infinita creatività. La dimensione biopolitica invece si fonda sull'idea che la prima operazione coerente con un programma naturalistico di qualunque tipo debba essere quella di fissare i vincoli specie-specifici dei comportamenti dei soggetti.

In Foucault non si può ammettere che la politica possa essere circoscritta da qualcosa di esterno alla volontà umana e che l'unica possibile sarà quella già inscritta nel nostro codice naturale. La grande paura umana di poter perdere l'onnipotenza conoscitiva e dispositiva trascende i limiti di questa polemica, ma è essenziale che si dissolva presto per evitare che l'umanesimo resti un guscio retorico vuoto e il naturalismo una trappola riduzionista. Pennisi crede che la biopolitica debba partire dall'idea che l'uomo possa restare travolto dalla ottusa sottovalutazione dell'ambiente non umano, anche perché dal conformarsi della vita organica e inorganica nel tempo dipende l'assetto della vita sociale.

Capitolo secondo – La dimensione biogeografica

I presupposti teorici

I principali parametri di variazione biogeografica sono il tempo, lo spazio e le dimensioni delle popolazioni che convivono in un medesimo ecosistema.

Tempo: la causalità fisica è in diretto rapporto con la quantità di tempo impiegata affinché si possano intravedere le tendenze universali dello sviluppo storico. Qualunque tipo di ricostruzione si voglia mettere in atto per valutare le conseguenze sociali e politiche di eventi importanti nella storia biopolitica dell'umanità non può prescindere dal prendere in considerazione una fetta temporale di 10-15 mila anni e spalmati in così tanto tempo gli eventi potrebbero contare molto meno di quanto conterebbero in una prospettiva culturalistica. È importante perseguir la ricostruzione delle costanti che si manifestano nei lunghi periodi.

Spazio: poche caratteristiche: quantità di specie animali e vegetali adatte all'addomesticamento o alla coltivazione in una data area geografica, la possibilità di organizzare e realizzare facilmente i processi di migrazione intra ed intercontinentali, l'opportunità che questi processi si siano potuti verificare seguendo assi di omogeneità ambientale e climatica, la molteplicità e ricchezza di risorse naturali. Tempo e spazio vanno considerati come variabili strettamente correlate: i qualia biopolitici fondamentali devono misurarsi solo nel quadro delle sterminate antichità.

Popolazione: la demografia è il dominio più importante dell'analisi biopolitica di medio e breve termine. Da un punto di vista matematico la progressione demografica non segue andamenti lineari ma esponenziali (la variazione che produce altra sempre più rapidamente le possibilità di sviluppo o recessione dei paesi osservati). Le transizioni demografiche sono dipendenti in parte dalle tecnologie che gestiscono salute, igiene e sviluppo ergonomico della popolazione e in altra parte dai fattori psicologici che determinano la loro fitness e il grado di appagamento individualistico degli elementi femminili delle popolazioni. Gli esiti biopolitici delle transizioni demografiche sono irreversibili (forte presenza di anziani è già scritto il futuro a meno di migrazioni). L'effetto combinato di questi 3 motivi spiega perché in tempi relativamente brevi l'andamento demografico possa essere sinteticamente assunto come criterio unico o come indicatore privilegiato per diagnosticare lo stato biopolitico di un paese o un'area geografica.

Demografia dell'animale umano

La crescita di ogni specie dipende dal variare del potenziale riproduttivo e dalla sua capacità biologica intrinseca. Il primo misura l'attitudine specie-specifica di accrescersi e dipende da parametri prevedibili o non calcolabili. La seconda esprime il numero massimo di conspecifici che possono essere mantenuti stabilmente in un ambiente. I microorganismi, quasi tutti gli invertebrati e buona parte dei pesci mostrano un andamento più polarizzato verso il potenziale biotico: mostrano altissima prolificità, cicli ontogenetici rapidi, un forte ricambio generazionale, ma anche elevata mortalità.

Secondo Wilson esprimono una dinamica di accrescimento demografico che sfrutta al massimo le condizioni ambientali finché favorevoli, per poi avviarsi a stabilizzazioni in declino o a rapidi processi di estinzione (r-strategy). Uccelli, mammiferi e altri rettili invece usano la K-strategy: opposto della r-strategy e presentano ritmi di accrescimento lenti e basati sulla capacità di adattamento alle condizioni ambientali. La competizione selettiva in queste specie si basa su forti investimenti parentali per allevare una prole non numerosa ma fortemente protetta.

Il sapiens sembra seguire la K, ma mostra anche fame di riproduzione caratterizzata da sprechi tipici di una r-strategy. È la specie più migrante ed espansiva, quella che manifesta la crescita demografica più elevata. Per certi aspetti sembra che l'iperadattività umana accoppiata all'irregolarità della curva di crescita, mescolando aspetti di r e K, possa configurarsi come un'anomalia ecologica. La tolleranza alle temperature e all'umidità ad esempio, uno dei fattori di maggior differenziazione tra gli animali terrestri, definisce normalmente un range più o meno esteso oltre il quale questo genere di condizioni sbarra il confine di specie. Spesso basta una variazione di pochi gradi a favorire una o l'altra specie concorrenti in una data area. Gli uomini invece hanno neutralizzato con la tecnologia la tolleranza climatica. Altro aspetto sconcertante dell'anomalia è la condizione di non avere competitori che possa impedirci una regolazione omeostatica naturale della propria espansività territoriale e demografica. Ciò si estende al procacciamento di risorse.

Il sapiens ha capovolto i sistemi naturali della sussistenza alimentare, al punto da pianificare artificialmente la riproduzione delle prede di cui sfamarsi. L'estensione sistematica di allevamento ed agricoltura ha fatto sì che il tempo fosse libero da obbligazioni di sopravvivenza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Pennisi Antonino.
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