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Presentazione

In questo libro Alessandra Falzone e Antonino Pennisi individuano un colpevole insospettato per l'estinzione dell'uomo: il linguaggio articolato, che viene definito come un morbo derivante dalla selezione naturale. Il linguaggio non è sempre esistito. Presente da alcune decine di migliaia di anni, è apparso con un significativo ritardo rispetto alle strutture anatomiche che lo rendono possibile. Il linguaggio viene inteso come una funzione cognitiva profonda, e non come uno strumento di comunicazione. La centralità innegabile del linguaggio sarà fatale a noi animali aristotelici. In questo libro vi è un connubio stretto tra studi evoluzionistici e scienze cognitive.

In prossimità della probabile estinzione, l'invito è di prendere sul serio l'irrimediabile finitudine del Sapiens e guardare in faccia il posto dell'uomo nella natura. Un posto marginale, il cui orizzonte si starebbe per chiudere dopo meno di cinquantamila anni di evoluzione naturale e culturale, linguistica e tecnologica.

Introduzione

Dalla lezione darwiniana apprendiamo che da un punto di vista naturalistico la mente umana non è cognitivamente speciale ma, forse, solo diversa da quella degli altri animali. È di sicuro però, ecologicamente anomala rispetto a quella delle altre specie. Evoluzionismo e cognitivismo si intrecciano in questo libro la cui tesi è che l'anomalia ecologica e la diversità mentale umana siano due facce della stessa medaglia. La specie umana è diventata ecologicamente anomala perché la mente sociale è diventata cognitivamente differente dalle altre specie in seguito all'apparizione del ''morbo del linguaggio''.

L'evoluzione condanna la specie umana ad un'estinzione sempre più probabile. Le riflessioni filosofiche sul linguaggio non si erano mai accorte di quanto potesse essere pericoloso. L'uomo è ad un passo dalla sua estinzione. Ma questo non è un buon motivo per negare la sua natura di animale linguistico.

Parte prima

C'è un posto per il linguaggio nelle scienze cognitive?

Capitolo primo

Evoluzionismo e scienze cognitive

Le scienze cognitive studiano la natura e il funzionamento della mente dei sistemi pensanti, naturale e artificiale e mira a spiegare i processi mentali (come inferire, argomentare, essere consapevoli, immaginare, desiderare) cercando di riprodurli anche attraverso una macchina. Diverse scienze si sono occupate di questioni simili come filosofia, psicologia, linguistica e informatica, campi alla base del cognitivismo.

Le scienze cognitive utilizzano un metodo interdisciplinare in maniera tale da cercare di risolvere problemi che erano divenuti misteri nel chiuso delle singole discipline. La riflessione sulla natura della cognizione si estende tutte le scienze umane e naturali passando da Turing a Chomsky, da Fodor a Damasio, per arrivare al contributo della biologia evoluzionistica con la quale il cervello viene collocato dentro l’organismo vivente.

Studiare il cervello di una specie significa studiarne i rapporti con le strutture che hanno fissato nel corso della storia evolutiva la tipologia fisiologica della specie, come anche le funzioni. Un animale capace di linguaggio si esprimerà, ragionerà, ricorderà e si emozionerà diversamente. Si è giunti all’idea che la mente umana è l’esito di una lunghissima storia evolutiva delle strutture e delle funzioni cerebrali.

Il paradigma disincarnato

Nel 1936 Turing propone al mondo scientifico una macchina formale che sarebbe in grado di simulare qualsiasi funzione calcolabile. I suoi principi di funzionamento sono la ricorsività e la finitezza del numero degli stati logici in cui può trovarsi e del nastro su cui scrive e legge i risultati delle elaborazioni. Per funzionare è essenziale che i problemi siano risolubili e che i calcoli per trovare le soluzioni siano composti da un numero finito di passi. Esiste un problema, quello dell’arresto (halting-problem) che non è prevedibile a priori. La sua affidabilità rimane altissima perché opera attraverso procedure totalmente deterministiche.

Nel 1950, con un articolo pubblicato su Mind, Turing sfida il mondo a dimostrare la capacità di distinguere dalle sole manifestazioni esterne, se un ragionamento proviene da una macchina o da un umano. Il test di Turing diventa il simbolo della prima fase delle scienze cognitive: l’idea secondo cui l’intelligenza umana possa essere simulata da un computer, portando alla nascita dell’intelligenza artificiale (IA). L’argomento dell’autocoscienza per Turing è un paradosso, in virtù del fatto che il solo modo per assicurarsi che una macchina pensa è quello di identificarsi con essa, cercando di descrivere le sensazioni che si provano introspettivamente. Nel 1952 tenta di applicare i suoi modelli formali allo sviluppo degli embrioni, che come l’evoluzione degli individui, sembra a Turing un evento simulabile da macchine che apprendono.

Turing utilizzerà il caso di Helen Keller per cercare di dimostrare la possibilità di apprendimento a dispetto dell’assenza delle funzioni percettive elementari come udire i suoni e vedere oggetti. Il modello del cervello di Turing si basa sul fatto che il cervello svolga i suoi compiti in virtù della sua struttura in quanto sistema logico, e non perché si trovi nella testa di una persona.

Dalla svolta linguistica alla svolta cognitiva

La svolta linguistica è un'idea avanzata da Richard Rorty, secondo cui l’analisi del linguaggio costituisce il metodo per la risoluzione di tutti i problemi filosofici. Formalizza l’idea centrale della semantica di Wittgenstein secondo cui l’unica realtà cui i filosofi possono accedere è la grammatica di una lingua (l’insieme delle regole che reggono e spiegano gli usi della lingua). La tradizione analitica condivide con lo strutturalismo saussuriano e postsaussuriano la centralità delle lingue come strumento della conoscenza.

Infine, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si afferma una terza accezione della svolta linguistica: quella della grammatica generativa di Chomsky che pone al centro dell’universo linguistico il mentalismo, l’innatismo, la ricorsività delle sue procedure sintattiche e la specie-specificità della sua forma di intelligenza e conoscenza del mondo. Ad accomunare le tre versioni della svolta linguistica è l’assenza di interesse per la corporeità dei processi linguistici. Con Chomsky si affermano interessi connessi alle strutture biologiche degli organismi, come l’innatismo genetico del linguaggio e la nozione di specie-specificità della cognizione linguistica ma che Chomsky non approfondirà particolarmente.

Dalle neuroscienze alla biologia della mente

L’incompatibilità tra scienze cognitive e del linguaggio, si manifesta in seguito alla biologizzazione della teoria della mente. L’idea di fondo, che ha portato alla conversione delle origini computazionali ad un versante neuroscientifico, è dato dalla naturalizzazione della mente. Mente e cervello coincidono, il cervello È la mente stessa.

Si associano sedi neuronali a comportamenti, si completa la matrice causalistica delle funzioni con le strutture e si tenta di ricostruire la mappatura completa del rapporto fra fatti mentali e cerebrali. L’assunto condiviso tra le varie componenti delle scienze cognitive, si riduce all’intenzione di trattare i fenomeni mentali come fenomeni naturali. L’integrazione fra neuroscienze, neuropsicologia e neurolinguistica è nella prassi di ricerca delle scienze cognitive che operano attraverso una sinergia metodologica: la circoscrizione delle aree sub e neo-corticali nella topografia neuroscientifica sarebbe impossibile senza il riscontro dei comportamenti effettivi.

Allontanandoci da un mestiere centrato sulla natura materiale del proprio oggetto cercando interpretazioni e ipotesi, l’applicazione del termine naturalismo è problematica. Per Quine, Goldman e Drestke, fautori della formulazione del naturalismo filosofico, significava praticare l’eutanasia filosofica: la filosofia non deve dissolversi nella conoscenza scientifica adottando i metodi delle scienze naturali. Il naturalismo liberale sostiene una divaricazione tra problemi filosofici che possono essere trattati con i metodi delle scienze naturali e quelli che non possono. Non tutti i problemi filosofici però sono problemi linguistici, né il sapere linguistico è l’unica forma di certezza.

Il merito delle scienze cognitive è stata quella di dimostrare come nella formazione delle cognizioni concorrono diverse abilità parziali dotate di una loro autonomia: l’architettura modulare della mente. L’attuale tendenza delle scienze cognitive, in particolar modo nella filosofia della mente, è però di banalizzare il ricorso alla naturalizzazione della conoscenza interpretandola come una sua riduzione alle funzioni prelinguistiche dei sistemi cognitivi. L’ipotesi della core knowledge non è affatto infondata, ovvero l’insieme dei moduli fondamentali di qualsiasi forma mentale animale, come il riconoscimento dei volti e l’orientamento spaziale possa preesistere rispetto alle capacità linguistiche umane. L’insieme di queste capacità, evoluitesi a partire da forme strutturali precedenti, ha subito una trasformazione all’interno dell’organismo adattato.

L’obiettivo naturalistico è l’opposto di quello perseguito dalla filosofia della mente. Si vuole capire come la specie-specificità della funzione linguistica cambi in un nuovo organismo mentale delle funzioni che non hanno natura prevalentemente linguistica. Il programma di Gerald Edelman vuole includere la biologia nelle teorie della conoscenza e del linguaggio per spiegare come conosciamo e come abbiamo consapevolezza.

Per una storia naturale della mente

Per definire una teoria biologica generale della funzione cerebrale bisogna riferirsi alla prospettiva evoluzionistica. La teoria dell'evoluzione nasce nel 1859 con Darwin, che si contrapponeva a Lamarck (primo teorico dell'adattamento) che sosteneva che gli organismi sono il risultato di un processo graduale di modificazione che avviene sotto la pressione delle condizioni ambientali. Il suo esempio riguardante il collo della giraffa è il più famoso. Il collo si sarebbe steso grazie allo sforzo che l'animale effettuava per raggiungere le foglie degli alberi. Oggi sappiamo che la selezione naturale opera sulla base della maggiore adattività all'ambiente che la struttura genetica delle diverse specie determina. Lamarck sosteneva anche la tesi della trasmissione dei caratteri acquisiti, secondo la quale tutto ciò che durante la vita di un individuo si modifica viene lasciato in eredità ai discendenti, ipotesi senza riscontro.

Il merito principale della teoria darwiniana è quella di aver compreso che la nascita di nuove specie, la differenziazione e gli altri meccanismi che sono determinanti per la biodiversità dipendono dalla selezione naturale di variazioni casuali congenite, e che l'uomo deriva dai primati. Il neodarwinismo ci spiega come la selezione naturale comunque operi nel quadro dei limiti imposti dalla fisica e dalla chimica. Vediamo come vi sia un'asimmetria del rapporto tra evoluzione delle strutture e delle funzioni. L'assemblaggio delle strutture anatomico è governato dal continuismo, che non vale per le funzioni. Il primo passo di una trasformazione funzionale è contenuto nella storia della struttura anatomica che la esercita: avviene un adattamento vero e proprio. Il secondo, terzo e gli altri passi possono seguire strade diverse e lontane dalle funzioni originarie per cui quella struttura si è evoluta: in questo caso si parla di exaptation, ovvero una nuova funzione che si innesta in una componente dell'organismo che non era stata precedentemente selezionata.

Le scienze cognitive devono tenere conto di questi strumenti esplicativi che riguardano la continuità strutturale e funzionale. Una scienza cognitiva non può descrivere il funzionamento della mente senza tener conto delle strutture e delle funzioni che sono sorte in seguito all'evoluzione.

All'interno di questo quadro generale è possibile avviare la terza fase delle scienze cognitive che include il quadro generale della biologia evoluzionistica, che deve essere in grado di parlare della specificità della mente umana fuori da ogni prospettiva antropocentrica. Vediamo, ad esempio, come primati umani e non-umani hanno in comune il 98% delle caratteristiche genomatiche, o pensiamo ad esempio alle strutture sociali che si fondano sul social learning. Il paradigma biologico delle scienze cognitive del nuovo secolo deve quindi tener conto di similarità e specificità funzionali, strutturali ed ecologiche.

In questo libro la tesi di fondo è che a tenere unite le varie componenti della specificità umana è la dimensione linguistica.

Capitolo secondo

Lo strano caso del negazionismo linguistico

Ci aspetteremmo che la scienza che ha lo scopo scientifico di illustrare come funziona la nostra mente metta al centro della discussione ciò che distingue l’essere umano da ogni altra specie: il linguaggio. Una scienza cognitiva che non si fondi sulla centralità del linguaggio per descrivere il funzionamento specie-specifico del sistema cognitivo umano appare insostenibile e inutile. Questa verità viene però sorprendentemente ignorata dalla maggior parte di psicologi, neuroscienziati e persino filosofi, non riconoscendo al linguaggio il suo statuto cognitivo fondazionale della conoscenza e della stessa natura umana. Il principale motivo è che il linguaggio serve a trasmettere contenuti, quali pensieri o sentimenti, che gli uomini provano indipendentemente dalla sua esistenza. Le parole appaiono come un insieme di etichette che adottiamo a concetti che preesistono, un tipo di argomentazioni che imperversa in molti settori delle scienze cognitive.

Molti cognitivisti attuali non tollerano l’idea che con l’interazione linguistica sociale la mente crea proprie versioni, soggettive e collettive, della realtà: come se ne esistessero altre di ordine superiore e trascendente. Si corre il rischio che il paradigma delle scienze cognitive diventi un paradigma negazionista del linguaggio.

Che cos’è e come funziona il negazionismo

Il negazionismo è un movimento ideologico nato negli anni ’50 con l’intento di minimizzare le responsabilità morali della Germania nazista, spingendosi addirittura nel negare che la Shoah sia mai accaduta. Ipotesi negazioniste che oggi si estendono fino ai dubbi circa l’allunaggio del ’69 o alla strage terroristica dell’11 Settembre del World Trade Center. Così come si dubita di questi fatti, nella filosofia della mente si dubita che il linguaggio non costituisca il baricentro storico-naturale della cognitività e dell’evoluzione umana e che facoltà come creatività, credenze, coscienza e autocoscienza possano farne a meno anche nella loro più piena realizzazione.

Il negazionismo linguistico delle scienze cognitive

Le ragioni per cui dall’evoluzione dei primati, si è speciato l’Homo Sapiens è che ha avuto luogo l’instanziazione del linguaggio. Naturalmente non è detto che ciò che chiamiamo facoltà di linguaggio si sarebbe obbligatoriamente costituire, ma quella possibilità si è realizzata ed è quindi inutile chiedersi che tipo di animali saremmo senza di essa.

Principi generali

Le argomentazioni più diffuse del ''negazionismo linguistico'' possono essere articolate in tre gruppi tematici: filosofiche, filosofico-naturalistiche e antropologico-evolutive. Nell’ambito naturalistico prevale l’idea che il linguaggio sia una struttura derivata e secondaria, rispetto a percezioni, pensieri e concetti. In quello neurofisiologico emergono osservazioni di tipo neurofisiologico e neuroscientifico. L'idea è che nei fenomeni funzionali superiori il linguaggio arrivi alla fine di procedure neurobiologiche, aggiungendosi a esse, senza determinarle o causarle. Nell’ambito antropologico-evolutivo risaltano i rapporti tra comportamenti umani e animali e la distinzione tra natura e cultura. Anche in questo caso viene stigmatizzata la tendenza a ignorare i percorsi e le continuità evolutive che porterebbe alla cattiva idea di una specialità del linguaggio umano.

L’ipotesi del negazionismo filosofico del linguaggio sostiene che le spiegazioni linguistiche dei fenomeni cognitivi sarebbero infalsificabili poiché non soggette a protocolli sperimentali precisamente individuabili e ripetibili. L’istanza naturalistica si concretizza nell’idea di sostituire le forme rappresentazionali con i contenuti degli stati mentali, indipendentemente dalla loro esistenza semantica, ovvero dal loro significato. La componente filosofica delle scienze cognitive appare schiacciata sul versante cognitivo prelinguistico, come se fossimo costretti ad ammettere che deve per forza esistere qualcosa prima del linguaggio affinché il linguaggio possa poi ''nominarlo''.

Uno dei pionieri del primo cognitivismo è Jean Piaget, che sostiene la tesi secondo cui le abilità linguistiche non avrebbero alcuna struttura morfologica innata. Sintassi e semantica sarebbero solo il risultato dell’organizzazione globale dell’intelligenza sensomotoria. Posizioni più recenti articolano dettagliatamente il ridimensionamento cognitivo del linguaggio. Tra le posizioni più recenti Steven Pinker valorizza la dimensione comunicativo-strumentale del linguaggio limitando la sua funzione creativa e costruttiva utilizzando una tesi secondo cui se la mente linguistica fosse fondativa della cognitività, allora i bambini prelinguistici, i soggetti sordi, afasici sarebbero privi di intelligenza. A dimostrare che il linguaggio non sia il baricentro della...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MFallout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Pennisi Antonino.
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