Cap.1 – Evoluzionismo e scienze cognitive
Il programma delle scienze cognitive
Le scienze cognitive hanno come oggetto di studio la natura e il funzionamento della mente in qualsiasi sistema pensante, naturale o artificiale. Mirano a spiegare i processi mentali in maniera trasparente, in modo da poterli riprodurre in una macchina, simulando le procedure delle nostre attività: inferire, dedurre, argomentare, ma anche essere consapevoli, credere, immaginare e desiderare. Il computazionalismo (mente-computer) ha trasmesso alle neuroscienze l’idea di un cervello-monade che si articola in aree-monadi producendo funzioni-monadi, e alla filosofia della mente l’idea che l’insieme di tutte le monadi di cui è composto il nostro sistema cognitivo sia a sua volta una meta-monade inconsapevole. La biologia evoluzionistica (mente-organismo) ha spostato l’obiettivo finale collocando il cervello dentro l’organismo vivente. Sono gli organismi viventi che si adattano. Studiare il cervello di una specie significa studiare anche tutto l’insieme delle strutture che hanno fissato nel corso della storia evolutiva la tipologia fisiologica della specie.
Il paradigma disincarnato
Nel 1936 Turing propone al mondo scientifico una macchina formale le cui regole di funzionamento appaiono semplici ma che sarebbe in grado di simulare qualsiasi funzione calcolabile. I suoi principi di funzionamento sono la ricorsività e la finitezza del numero degli stati logici in cui può trovarsi e del nastro su cui scrive e legge i risultati delle elaborazioni. È essenziale che i calcoli necessari per trovare le soluzioni siano composti da un numero finito di passi. Sussiste il problema dell’arresto di una macchina di Turing che non è prevedibile a priori (halting problem). Non tutta la conoscenza umana può essere sottoposta a processi di formalizzazione, ma di quella parte che possiamo dobbiamo fidarci.
Qualche anno dopo sfida il mondo a dimostrare la capacità di distinguere dalle sole manifestazioni esterne se un ragionamento proviene da una macchina o da un umano. Così si arriva alla prima fase delle scienze cognitive in cui trionfa l’idea secondo cui tutto ciò che possiamo predicare dell’intelligenza umana possiamo simularlo attraverso i computer. Nasce l’IA. Accanto alla consapevolezza che i problemi giocano nella formulazione del pensiero umano senza poter essere affrontati nel contesto di una esplicita teoria monistica della mente, Turing ha ben chiara anche la problematicità della dimensione biologica della cognitività umana. Nel 1952 tenta di applicare i suoi modelli formali allo sviluppo degli embrioni, che come l’evoluzione degli individui sembra a Turing un evento simulabile da macchine che apprendono. Assimilazione tra macchina bambino e bambino biologico che diventa limite invalicabile nella prima fase delle scienze cognitive. Turing utilizza il caso di Helen Keller, che dimostrerebbe la possibilità di apprendimento anche a dispetto dell’assenza delle funzioni percettive elementari, come l’udire i suoni e il vedere gli oggetti.
Poco dopo si sfocia nell’IA: qualsiasi cosa il cervello faccia, lo fa in virtù della sua struttura in quanto sistema logico. Secondo Haugeland dobbiamo far sì che gli elementi arbitrari definibili siano simboli e che le manipolazioni da noi definite siano razionali per ottenere una macchina che pensa. Gli sforzi teorici delle ancora neonate scienze cognitive sono così orientati tutti a esplicitare sistemi, relazioni e processi operatori della mente, relegando le loro implementazioni in qualunque genere di hardware, artificiale o biologico che sia.
Dalla svolta linguistica alla svolta cognitiva
L’espressione svolta linguistica è di Rorty che nel '70 avanza l’idea secondo la quale l’analisi del linguaggio costituisce il metodo per la risoluzione di tutti i problemi filosofici. Il panorama filosofico del '900 vede la tradizione analitica, lo strutturalismo saussuriano e quello postsaussuriano, che si ritrovano a condividere la centralità della lingua come strumento di conoscenza. A partire dalla seconda metà del '900 va affermandosi una terza accezione della svolta linguistica: quella della grammatica generativa di Chomsky che per la prima volta pone al centro dell’universo linguistico il mentalismo, l’innatismo, la ricorsività delle sue procedure sintattiche e la specie-specificità della forma di intelligenza e conoscenza del mondo. Un elemento accomuna le tre versioni della svolta linguistica: l’assenza di interesse per la corporeità dei processi linguistici.
Dalle neuroscienze alla biologia della mente
Nel corso degli ultimi 20 anni le neuroscienze hanno raggiunto un’indiscussa egemonia scientifica. Si convertono le origini computazionali delle scienze cognitive verso i lidi neuro scientifici mediante la naturalizzazione della mente. La mente computazionale è artificiale: nasce all’interno della prospettiva simulazioni sta. Nel paradigma neuro scientifico il cervello non è più metafora della mente, ma la mente stessa. L’ipotesi neuro scientifica è radicalmente monistica, si tratta di associare sedi neuronali a comportamenti, completare la matrice causalistica delle funzioni con le strutture, ecc. Il programma di naturalizzazione delle conoscenze ai suoi inizi era tutt’altro che privo di problemi. Si vogliono trattare i fenomeni mentali come naturali. Per Quine, Goldmean e Dretske però significava praticare l’eutanasia filosofica, ossia la filosofia deve dissolversi nella conoscenza scientifica adottando i metodi delle stesse scienze naturali. Il naturalismo liberale invece sostiene una divaricazione tra i problemi filosofici che possono e non possono essere trattati attraverso i metodi delle scienze naturali. Ciò può consistere nel programma delle scienze cognitive dalla seconda fase in poi.
Al tempo però si tentò soprattutto di evitare e mascherare i dualismi impliciti sostituendo versioni molto più semplificate dei problemi ai problemi stessi ottenendo pessimi risultati. Non tutti i problemi filosofici sono anche linguistici. Il merito delle scienze cognitive è stato quello di dimostrare come alla formazione delle cognizioni concorrono una serie di abilità parziali dotate di autonomia propria: è l’architettura modulare della mente; nell’insieme continuo di queste abilità e delle entità conoscitive che da esse derivano, c’è un punto in cui il contatto diretto tra abilità e il suo prodotto viene interrotto. L’unico modo per riaccordarli nella specie umana è la mediazione del linguaggio. Altra causa di fallimenti è la grande assenza del corpo del soggetto parlante nel secolo del linguaggio. L’evoluzione non riguarda le singole strutture o i singoli moduli, ma gli interi organismi viventi e le singole specie, ognuna delle quali ha debiti con il passato e crediti con il futuro.
L’obiettivo naturalistico è quindi esattamente l’opposto di quello perseguito dall’attuale filosofia della mente. Si tratta di capire in che modo la specie-specificità della funzione linguistica riconverte in un nuovo organismo mentale l’insieme delle funzioni cognitive che non hanno natura prevalentemente linguistica. È il programma di Edelman per la terza fase del nuovo paradigma: bisogna riuscire ad includere la biologia nelle teorie della conoscenza e del linguaggio, sviluppare un’epistemologia dai fondamenti biologici, una descrizione che spieghi alla luce dei fatti dell’evoluzione e della biologia dello sviluppo come conosciamo e come abbiamo consapevolezza.
Per una storia naturale della mente
Edelman rimprovera alle attuali scienze cognitive l’adozione di una prospettiva mentalista iperformalizzata e la tendenza ad attribuire le caratteristiche delle costruzioni mentali umane al ragionamento umano. In realtà i sistemi cognitivi non sono fatti della stessa natura della loro piccola sottoparte calcolistica. Poco chiare sono le prospettive costruttiviste. All’abbandono dell’IA sembra non aver fatto riscontro un’adeguata revisione dei fondamenti biologici delle neuroscienze. Si sa che tutte le tecnologie di neuro immagine ci indicano solo la localizzazione di determinati gruppi di cellule nervose nel momento in cui si svolge una certa attività mentale. Libet ci ricorda che non sappiamo invece né quali generi di attività stiano svolgendo le cellule nervose, né i tempi di sincronizzazione tra eventi cellulari, eventi mentali e comportamenti visibili. Scambiare la localizzazione con la ricostruzione funzionale degli eventi cognitivi è un prezzo che le neuroscienze pagano ai residui del modularismo computazionale, ma non solo: anche la concezione atomistica delle strutture neuronali, ecc.
L’idea di fondo della concezione atomistica è che tutti i neuroni siano entità semplici poste su un eguale piano gerarchico e che la qualità delle prestazioni cui danno luogo sia funzione della quantità organizzata. L’alternativa biologica consiste in un programma di ricerca fondato sull’idea che le differenze di prestazione nei processi cognitivi siano già inscritte al livello involontario e innato delle cellule e dei complessi macrocellulari. Altrettanto importante è la considerazione che dovrebbe assumere la modalità con cui avviene l’apprendimento interattivo con i conspecifici. Si sostiene l’esigenza dell’applicazione di un programma di biologizzazione delle neuroscienze. La teoria dell’evoluzione nasce nel 1859 con Darwin e la sua opera L’origine delle specie per selezione naturale contrapposta a quella di Lamarck. Questo sosteneva che gli organismi sono risultato di un processo graduale di modificazione che avviene sotto la pressione delle condizioni ambientali e la tesi della trasmissione dei caratteri acquisiti: tutto ciò che durante la vita di un individuo si modifica viene lasciato in eredità ai propri discendenti. Ipotesi senza riscontro.
Darwin ha capito che la nascita di nuove specie, la differenziazione e tutti gli altri meccanismi che determinano la biodiversità dipendono dalla selezione naturale di variazioni casuali congenite. Il neodarwinismo è giunto a precisare tutte le limitazioni intrinseche alla teoria della selezione naturale e costitutiva di questo contesto (della 3° fase delle scienze cognitive) è l’asimmetria del rapporto tra evoluzione delle strutture e quella delle funzioni: nessuno può mettere in discussione che una qualunque mutazione casuale può innestarsi attraverso la selezione naturale solo su uno stadio fisiologico precedente. Ciò invece non vale sempre per le funzioni. In ogni caso solo all’interno di questo quadro generale delle similarità e differenze, dei percorsi graduali e delle rotture improvvise che la storia evolutiva orientata dal caso e dalla necessità ha generato senza alcuna possibilità di prevederne gli sviluppi futuri, è possibile avviare la 3° fase delle scienze cognitive. Un quadro che è quello della biologia evoluzionistica. Una scienza che deve essere in grado di parlare delle specificità della mente umana ma fuori da ogni prospettiva antropocentrica. La tesi di fondo di questo testo sostiene che esiste solo una dimensione della ricerca che permette di tenere tutto assieme, senza riduzioni semplificatrici degli oggetti di studio e senza allentamento dei vincoli scientifico-argomentativi, e questa dimensione di ricerca è la dimensione linguistica.
Cap.2 – Il negazionismo linguistico
Il negazionismo
È sorto negli anni '50 come movimento ideologico, teso a minimizzare le responsabilità morali della Germania nazista. Nell’argomentare negazionista si ritiene che l’accumularsi di una quantità di dettagli più o meno minuti possa aumentare di per sé la credibilità della negazione e per converso l’avvaloramento di tesi concorrenti. Nei tranquilli territori della filosofia della mente comincia a farsi strada l’idea che il linguaggio non costituisca affatto il baricentro storico-naturale della cognitività e dell’evoluzione umana e che facoltà antropocentricamente essenziali come soggettività, creatività, credenze, libero arbitrio, coscienza ed autocoscienza, possano tranquillamente farne a meno anche nella loro più piena realizzazione.
Negazionismo linguistico delle scienze cognitive
Il linguaggio si è affermato secondo le leggi della selezione naturale, producendo vantaggi selettivi prima funzionalizzati a fattori riproduttivi e poi rifunzionalizzati a un insieme di processi naturali e culturali sempre più complessi e adattativi. Questa è la pietra dello scandalo del negazionismo linguistico della filosofia della mente. Le argomentazioni più diffuse del negazionismo linguistico possono essere articolate in tre gruppi tematici: argomenti filosofici, naturalistici e antropologico-evolutivi. I filosofici sono il rapporto tra pensiero e linguaggio, tra linguaggio e realtà e la filosofia della mente dice che il linguaggio sia una struttura derivata e secondaria rispetto a percezioni, pensieri e concetti.
I naturalistici sono osservazioni di tipo neurofisiologico e neuro scientifico. Si afferma che in tutti i fenomeni funzionali di ordine superiore il linguaggio arriva sempre alla fine di procedure neurobiologiche primarie aggiungendosi ad esse ma mai determinandole o causandole. Tra gli antropologici-evolutivi sono importanti il rapporto tra comportamenti umani e comportamenti animali e la distinzione tra natura e cultura. Stigmatizzerebbero la tendenza ad ignorare percorsi e continuità evolutiva che porterebbe alla cattiva idea di una specialità del linguaggio attribuibile all’origine culturale del linguaggio stesso. Al rigetto delle spiegazioni linguistico-semantiche viene contrapposto un sostanzialismo concettuale che sembra diventato l’obiettivo principale del programma neonaturalistico della filosofia della mente. L’istanza naturalistica verrebbe così a concretizzarsi nell’idea di sostituire le forme rappresentazionali con i contenuti degli stati mentali.
Piaget ha sostenuto che le abilità linguistiche non avrebbero alcuna specificità cognitiva, alcuna struttura morfologica innata, alcun meccanismo funzionale dominio-specifico. Sintassi e semantica sarebbero solo un risultato dell’organizzazione globale dell’intelligenza sensomotoria. Per Evans gli stati percettivi non hanno natura linguistica e nemmeno concettuale. Jackendoff argomenta a favore di una sostanziale dicotomia tra pensiero e linguaggio sostenendo il principio della traducibilità delle lingue. Afferma che l’argomentazione decisiva sarebbe la dimensione inconscia del linguaggio. Pinker valorizza la dimensione comunicativo-strumentale del linguaggio limitando la sua funzione creativa e costruttiva con l’idea che il linguaggio non sia il baricentro della mente intelligente.
La coscienza afasica
Secondo Damasio l’oggetto di una teoria della coscienza dovrebbe essere il modo in cui fenomeni di livello molto più basso, precedano inferenze e interpretazioni collocandosi prima della rappresentazione semantica. La negazione del linguaggio si sposa con una concezione obsoleta della semantica: parole e frasi traducono concetti, che consistono nell’idea non linguistica di cosa sono oggetti, azioni, eventi e relazioni. Domina in Damasio un’idea strumentale e nomenclatoria del linguaggio improponibile dopo Saussure e Wittgeinstein. Per questi ultimi non vi è materializzazione dei pensieri né spiritualizzazione dei suoni: non esistono pensieri, idee e concetti a prescindere dal loro atto di costituzione nella dialogicità reciproca del loro uso. Hanno in comune il rigetto del dogma positivistico del significato di Popper, consistente nell’identificare il criterio di demarcazione tra scienza empirica e metafisica in una differenza che esiste nella natura delle cose. Tale dogma prevede l’adozione di un metodo che porta al fenomeno del regresso infinito delle metateorie poiché ogni principio di inferenza induttiva deve essere un’asserzione universale. Sulla base di ciò la cultura filosofica del '900 ha rigettato definitivamente qualsiasi presupposto sostanzialistico. Damasio continua invece a sostenere che il linguaggio non scaturisce dal nulla. Proprio dalle scienze del linguaggio giunge a Damasio una risposta che smentisce la sua osservazione: il cosiddetto io autobiografico nasce nel linguaggio dall’oggettivizzazione dell’alterità.
Primitivismi antilinguistici
Dennet sostiene che l’attività cerebrale è un sistema di processi paralleli privi di un quartier generale; i sensi sono dotati di vie specifiche di elaborazione e gli stimoli neuro cerebrali entrano nell’intricato circuito delle reti neurali senza direzione unitaria. Il negazionismo sostiene che è sin troppo facile rintracciare nel linguaggio la struttura specie-specifica che nell’uomo può risolvere il problema di come unificare la molteplicità di parallelismi neurosensoriali in unità logico-concettuali sussunte in un dispositivo cognitivo specie-specifico che permette di generare e montare i concetti come espliciti contenuti della coscienza.
L’ostacolo a questa soluzione è un equivoco che porta ad un doppio errore epistemologico: considerare il linguaggio un fatto principalmente culturale e la cultura un fatto non naturale. Invece la visualità, il pensare per immagini è percepito da Damasio come genuinamente naturale. Il linguaggio si sovrappone al pensiero e alle percezioni restituendoci una falsa realtà. Riemerge quindi nel negazionismo la nostalgia per un passato cognitivo in cui eravamo animali simbolici e rispecchiavamo un’autentica coscienza presimbolica.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Filosofia, prof Pennisi, libro consigliato Il Prezzo Del Linguaggio, Pennisi
-
Riassunto esame Filosofia, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio
-
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed …
-
Riassunto esame Filosofia, prof. Pennisi, libro consigliato L'errore di Platone, Pennisi