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o contro la parentalizzazione delle specie sono costrutti sin troppo umani. La

prospettiva evolutivo-ecologica ignora totalmente se una data caratteristica

cognitivo funzionale derivi da quella o quell’altra specie,valutando solo quanto

sia servita a mantenere la specie più o meno a lungo in vita e come abbia

potuto farlo. Valutare i risultati del successo ecologico della specie rafforza la

funzione di controllo dei dati e minimizza i residui speculativi della ricerca

cognitiva. Il metro ecologico pero oltre questi vantaggi,funziona solo post hoc:

sino a quando una specie sarà in vita non siamo in grado di predire con

certezza quanto ancora vivrà. La complessità evolutiva raggiunta con il

genere umano sembra essere eccessiva per tutte le altre specie viventi:

quanto più si è spinta in avanti una forma di adattamento specifico,tanto

meno essa è in grado di far fronte a un mutamento delle condizioni alle quali

si è adattata. Ciò che induce ad adattamenti specializzati assai

controproducenti è un guadagno momentaneo molto forte. In ogni caso la

specie umana è l’unica che grazie al linguaggio sa che si estinguerà e può

chiedersi,prima che ciò avvenga,come accadrà e cosa potrebbe fare per

ritardarlo il più possibile. L’ESTINZIONE CONSAPEVOLE: la consapevolezza

della morte costituisce il miglior antidoto contro ogni catastrofismo.

Estinzione: scomparsa di una determinata specie di esseri viventi. Si

contrappone alla speciazione,cioè quel processo per cui una nuova specie

viene generata a partire da specie precedenti. Estinzioni di massa in cui

scompare maggior parte dell’ecosistema,piccole estinzioni in cui scompare

una piccola parte dello stesso ed estinzioni puntiformi o micro,cioè

scomparsa di una specie in un periodo di tempo dato. Si è dimostrato che ad

ogni importante estinzione sia sempre seguita un’imponente ripresa della

speciazione e un ampliamento della biodiversità(ad es. estinzione del tardo

Permiano di 250mln di anni fa in cui scomparve circa l’82% dei generi a cui

seguì l’inizio del più spettacolare recupero di biodiversità). Da Erwin:

l’estensione della distruzione ecologica causata dall’estinzione e la durata

dell’intervallo di sopravvivenza. Secondo il primo parametro,maggiore è stato

il danno più lunghi e travagliati gli intervalli di recupero. Per il secondo una

breve durata sembra tipica di specie animali che presentano comportamenti

più sensibili all’apprendimento ambientale con conseguenti processi si

speciazione e variazione maggiori,mentre se sopravvivono animali con

comportamenti condizionati dai tratti genetici specie-specifici e poco sensibili

all’apprendimento la tendenza del recupero sembra più orientata alla

conservazione delle forme preesistenti. In generale le estinzioni di massa non

resettano completamente l’orologio evolutivo. Durante le crisi biotiche meno

estese i principali elementi della fauna e delle configurazioni ecologiche sono

preservate e il riassetto dell’assemblaggio comunitario si riforma in tempi

relativamente brevi(biodiversità). Nella teoria delle microestinzioni si trattano i

fine corsa di tutte quelle specie che nell’arco di una storia evolutiva più o

meno lunga hanno consumato o stanno per esaurire il loro tempo a

disposizione. Ciò che spesso viene omesso è che per ogni specie che muore

ne esistono altre che si affacciano alle soglie della vita. Si palesa in più un

certo scetticismo nel caricare di responsabilità la specie umana per le

microestinzioni che si verificano nel pianeta. Agli 8 peccati capitali di Lorenz

si sono aggiunti gli altri 8 stigmatizzati da Diamond: deforestazione e

distruzione dell’habitat,gestione sbagliata del suolo,cattiva gestione delle

risorse idriche,eccesso di caccia e pesca,introduzione di nuove specie

esterne agli ambienti locali,crescita della popolazione umana e impatto sul

territorio di ogni singolo individuo. L’uomo ha responsabilità nei cambiamenti

climatici,nell’inquinamento ambientale,nella riduzione di risorse energetiche.

Questi comportamenti hanno determinato una ristrutturazione dei rapporti tra

diverse componenti ambientali,formazione di nuove nicchie ecologiche in cui

si sono distribuite le specie adattate. Rischiano di far estinguere noi. Essere

consapevoli di processi di estinzione significa,naturalisticamente,valorizzarne

l’ineluttabilità sapendo che su questa si fonda l’intero edificio della vita e della

continuità biologica. CHE COSA SIGNIFICA ESSERE UNA SPECIE?: se ne

occupa l’ecologia evoluzionistica e i principi fondativi sono stati posti da Ernst

Mayr,il quale per la prima volta ha precisato il senso di termini fondamentali

per la biologia quali specie,speciazione e variazione in direzione

marcatamente orientata all’ambiente. La dimensione ecologica della biologia

evoluzionistica nasce dal rigetto della prospettiva tipologica,la quale

caratterizzava gli individui appartenenti a una specie grazie alle somiglianze

nella forma e nella struttura corporea. Darwin negava l’esistenza delle

specie,considerando le suddivisioni tra gruppi di individui una sorta di

classificazione arbitraria strumentale. Essere una specie però significa alla

fine sapersi riconoscere,saper comunicare. Tutta la comunità scientifica è

concorde nel considerare nell’autoriconoscimento dei conspecifici come il

cuore della core knowledge,ma il problema consiste nella natura del metodo

di scoperta di tali codici che è prettamente empirico e variabile da specie a

specie. E’ certo che le specie esistono e che se i criteri di riconoscimento

riproduttivo fossero formalmente fissati una volta per tutte,non ci sarebbe mai

stata alcuna speciazione.

SPECIAZIONE,SPECIALIZZAZIONE,COMPLESSITA’: per la speciazione si

tratta di capire come alcuni appartenenti al pool genetico di un dato territorio

comincino a formare sottogruppi che si riconoscono in modo autonomo

rispetto agli altri e si isolano riproduttivamente in maniera sempre più

massiccia. Si formano nuove specie che a seguito di processi selettivi

possono trovare distribuzioni compatibili con lo stato precedente oppure lo

sostituiscono con un assetto diverso. Molte vecchie specie saranno

estinte,altre sopravvissute,altre trasformate. Filosoficamente potremmo

considerare la speciazione come una compensazione ideale all’estinzione.

Biologicamente invece ogni singola specie è il risultato di una pura possibilità

di variare un’unica ingegneria di base articolata in moduli morfologici ben

definiti. Entrambi i punti di vista non utilizzabili per individuare tempi e modi

dei processi estinzionali. Se però la specie è definita dalle concrete

realizzazioni riproduttive che un insieme di popolazioni estrae in temi e

ambienti specifici,allora possiamo sperare di contestualizzare le opportunità

di sopravvivenza delle specie e la sua durata temporale. Nell’altro

modello,quello per ricombinazione di tratti ereditari di specie appartenenti ad

uno stesso pool genetico,ma rimaste separate da ostacoli riproduttivi sino a

un certo punto, l’evoluzione produce continuamente nuove specie

moltiplicando la biodiversità. Quest’ultima determina una sorta di

polverizzazione della micro variazione. Nel caso in cui una specie si trasformi

solo per mutazioni interne al momento dell’estinzione non lascerà alcun

erede. La specializzazione non coincide con la complessità evolutiva. Nella

biologia della conservazione indica solo il grado di esigenze ambientali

specifiche di una data specie come la restrizione assoluta a un certo tipo di

dieta alimentare. Complessità e specializzazione sembrano proprietà che

correlano negativamente sia con l’adattamento che con la speciazione.

Binomio complessità-specializzazione può essere applicato anche alle attività

cognitive,mentre più difficilmente con i processi adattivi. LA PREVEDIBILITA’

DELLE ESTINZIONI: May,Lawton e Stork hanno articolato il quadro delle

dinamiche dello sviluppo della biodiversità arrivando a formulare un quadro

quantitativo preciso della durata media della vita della specie a partire dai

reperti fossili. La conclusione è che più le specie sono complesse e più

velocemente speciano,più velocemente muoiono. Ciò accade perché un dato

incremento frazionale nella velocità di estinzione genera automaticamente

una più rapida decrescita del numero di specie per i taxa con velocità di

turnover più alta. La body size rule è stata enunciata da Cope nel 1885:

dimensioni corporee di norma tendono ad aumentare progressivamente

all’interno delle linee evolutive dei vertebrati. Le maggiori dimensioni

favorirebbero gli individui più grossi. All’affermazione più rapida di questi si

associa però una più rapida estinzione. Dollo: quanto più è stato lungo e

intricato il cammino dei processi di mutazione selettiva concatenati fra loro

che hanno indotto alla conformazione attuale i una certa specie,tanto meno

verosimile è che l’adattamento di tale specie possa essere reversibile.

Holliday e Steppan sostengono che le cause della situazione per cui gli

animali che si accrescono maggiormente sono anche quelli che muoiono

prima è causata dalla specializzazione alimentare(dispendio energetico).

Dopo appena qualche lustro la macchina corporea degli ipercarnivori non

sarà più in grado di nutrire se stessa e in gruppi sociali di pochissimi elementi

non c’è posto per la cultura della solidarietà verso gli anziani. Sviluppo e

direzione della biodiversità,distribuzione asimmetrica verso le specie

filogeneticamente più recenti,velocità di speciazione inversamente

proporzionale alla lunghezza dei cicli di vita e alla rapidità di estinzione,ecc

sono le formule che indicano la direzione della prevedibilità degli eventi che

portano alla morte delle specie e al ricambio vitale nella storia dell’evoluzione.

Lo stadio più delicato è quello in cui le specie iniziano a evolversi

fileticamente,senza dar luogo a nuove specie. Si avvolgono nel processo di

circuito di retroazione positiva(Lorenz) e smettono di riprodursi. Le cause

sono soprattutto il circolo vizioso che si instaura tra l’isolamento riproduttivo e

la specializzazione morfo-funzionale(le popolazioni a vocazione filetica

diventano di norma geneticamente rare) e il vertiginoso consumo di risorse

che alla lunga saranno difficili da procurare. Solo di rado l’estinzione è

imprevista. Non è evitabile perché deriva da una storia naturale precedente

arrivata al capolinea ecologico. CONCLUSIONI: estinzione,variazione e

speciazione sono i processi fisiologici di base dell’evoluzione e che nessun

taxon(specie) è eterno. Ci sono forti gradazioni nella velocità di variazione

estinzione e speciazione. Questi diversi ritmi risalgono a cause generali

precise di natura genetico-morfologico-strutturale,etologica ed ecologica e

che nella loro concreta realizzazione sono il risultato della fatale intersezione

tra caso e selezione naturali. Incrociando i dati forniti dai processi che

regolano variazione,speciazione ed estinzione ci siamo accorti che

l’estinzione arriva prima per i primi della classe.

CAP.5 – UNA LENTE ZOOLOGICA SUL GENERE HOMO

La costituzione etologica ed ecologico-sociale dei processi cognitivi è data

per scontata dalla ricerca scientifica perché incorporata nei risultati evolutivi.

Lorenz e Gourhnan arrivano per vie diverse ad un’identica conclusione:

l’uomo sarebbe uno specialista della non specializzazione. E’ difficile

spiegare la capacità di istituire generalizzazioni illimitate rispetto agli animali

non umani e quella conseguente di fabbricare attrezzi fortemente

specializzati senza l’uso di mezzi anatomici specializzati. La prospettiva

cognitivista qui proposta si sofferma sull’idea che il cervello sia un organo a

parte perché non sembra avere una funzione visibile e isolabile dalle altre. Il

grande merito delle neuroscienze cognitive è quello di aver dimostrato che i

sistemi neuro cerebrali sono mezzi anatomici specializzati nelle funzioni

cognitive e che queste sono funzioni vitali alla stessa stregua della

respirazione. Le funzioni cognitive sono responsabili specifici della

centralizzazione e del coordinamento di tutti gli stimoli e comportamenti

generalmente comunicativi. L’evoluzione della cultura umana è assai più

rapida dell’evoluzione genetica ma entrambe obbediscono alle medesime

leggi. L’UOMO TRA I PRIMATI: l’homo sapiens è l’unica specie del genere

homo sopravvissuta nella storia evolutiva dei primati,l’ordine dei mammiferi

che attualmente conta circa 400 specie viventi in 15 famiglie con forti

differenze morfologiche interne. I parenti zoologici più vicini sono gli

scimpanzé,che costituiscono il genere Pan articolato in 2 specie: bonobo e

scimpanzé. Homo e Pan costituiscono la tribù degli hominini caratterizzati

dalla condivisione del 98% di tratti genomatici e somiglianze comportamentali

che emergono nell’interazione tra conspecifici e nelle pratiche sociali.

Goodman evidenzia tramite analisi del Dna che i gorilla sono un gruppo

indipendente. Da un punto di vista tassonomico attuale la specie umana

appartiene alla superfamiglia delle Hominidae composta da 4 geri e 7 specie.

Aspetti biologici: piccolo numero di specie attualmente viventi e rapidità di

estinzione delle forme ancestrali. L’homo sapiens è il capolinea di una storia

evolutiva tormentata. L’insieme degli eventi morfologici,intellettivi e culturali

che hanno portato ad origine e sviluppo dei sapiens non sono né

biologicamente ripetibili né culturalmente ripercorribili(Dollo). Possiamo

affermare che la fisionomia tassonomica e la distribuzione e numero di specie

sono condizionati dalla dimensione e dalla complessità morfologica delle

specie: più complessità meno specie viventi e viceversa. E’ l’anello terminale.

Spesso un grande mammifero lo è perché sono emersi limiti invalicabili alle

sue potenzialità migratorie. La sorte di questi ultimi anelli dipenderà dalle loro

capacità adattive all’interno di spazi non più espandibili. Non per l’uomo per il

quale migrare è sempre stato un’attività elettiva sin dagli albori della sua

comparsa sulla terra. LA TIMELINE DEGLI OMINIDI: l’attuale classificazione

dei primati comprende nel genere homo le molte forme estinte rese

necessarie per arrivare all’attuale unica specie umana del sapiens.

Sull’evoluzione degli ominidi si riscontrano grandi differenze di vedute.

L’argomento centrale riguarda la modalità della spiegazione della filogenesi

umana: capire se sia più realistica l’ipotesi secondo cui l’origine e lo sviluppo

della linea evolutiva umana consistono nella trasformazione graduale e

continua di un’unica specie o quella secondo cui per arrivare all’attuale

sapiens si sono succedute più specie diverse detta anche ipotesi del

cespuglio. L’idea di una comparazione separata di ogni singolo elemento di

valutazione dello sviluppo di una specie è sempre più apparsa un’astrazione

teorica insostenibile: è evidente che in 3 mln di anni si sono sovrapposte

specie differenti,dalle configurazioni morfologiche e sociali autonome,spesso

concorrenti,probabilmente geneticamente permeabili e potenzialmente

speciabili. Ciascuna di queste specie dai tratti simili,ma mai coincidenti

costituivano comunità culturali nettamente definite,ma certamente permeabili

ai meccanismi di imitazione,emulazione e concorrenza che unificavano la

fisionomia cognitiva complessiva dell’insieme. In ogni caso l’evoluzione del

genere homo è quella che ha rappresentato lo sforzo speciativo più alto in

tutti i primati. DALLA PARTE DELLA MORTE,IL ROVESCIO DELLA

MEDAGLIA: il processo riproduttivo dell’ultimo anello ha qualcosa di oscuro.

Tecnicamente l’impossibilità di speciare dipende dall’impossibilità di

sperimentare incroci con individui che per ragioni geoecologiche sono rimasti

tanto a lungo isolati da generare cambiamenti genetici sostanziali nel loro

dna. Questa negazione di nuove esperienze genetiche perfeziona ma

assottiglia spazi combinatori del nostro pool genico. L’esplosione della

variabilità culturale nelle società umane è forse da mettere in relazione

naturale con questo progressivo affinamento del pool genico. La specie

umana è votata all’unicità genetica altrettanto che alla pluralità culturale,alla

molteplicità della variazione

linguistica,sociale,politica,religiosa,etica,comportamentale e pragmatica.

CAP.6 – L’EVOLUZIONE CULTURALE DELL’EVOLUZIONE NATURALE

Studi di genetica delle popolazioni del gruppo Cavalli-Sforza hanno

contribuito in maniera decisiva a chiarire le linee parentali delle lingue e la

sostanziale unità bio-linguistica del genere umano. Fosse vero il teorema di

Cavalli-Sforza secondo cui geni e lingue avrebbero una stessa storia,il

diversificarsi del tratti antropo-genetici e il parallelo ramificarsi dei tratti

linguistici apparirebbero come elementi di variazione superficiale della forte

identità allo stesso tempo biologica e culturale del sapiens. L’anomalia

zoologica dell’animale umano consiste nel fatto che espandendosi

rapidamente non ha mai più trovato un luogo isolato per potersi

geneticamente diversificare. Più l’espansione geografica diventa

incontrollabile,più la specie si stabilizza. Aggiungendo la complessità del DNA

umano il risultato finale sarà il blocco speciativo. La tipicità zoologica umana

è dovuta alla convergenza tra biologia della struttura(frutto di evoluzione

convergente di morfologie centrali,neuro cerebrali,e

periferiche,ossa,muscoli,nervi) e biologia della cultura(specie migratoria

altamente espansiva e fortemente comunicativa). Non è possibile uscire dal

circolo natura-cultura: si potrà dire che la cultura sia un meccanismo

biologico,ma comunque dotato di grande flessibilità che i permette di

applicare qualunque idea utile ci venga in mente,e sviluppare soluzioni per

problemi che nascono di volta in volta. Una delle resistenze a questo principio

è fondata sulla tipologia di trasmissione delle info: le naturali si

trasmetterebbero per via genetica,quelle culturali con un rapporto peer-to-

peer. Si restringe il termine natura all’ambito della genetica e cultura a quello

delle scienze sociali e ciò obbliga a postulare una doppia sostanza:materiale

con i geni e immateriale con idee,conoscenza. Non c’è alcuna necessità di

considerare naturale solo ciò che è trasmissibile geneticamente e culturale

tutto il resto. In biologia è cultura qualsiasi meccanismo che consenta

acquisizione di info da membri della propria specie attraverso sistemi sociali

in grado di dar luogo a comportamenti. Il fatto che le procedure messe in atto

per trasmettere direttamente o meno le info ai propri conspecifici possano

variare per quantità,complessità,ecc non intacca per nulla il principio della

naturalità della cultura. Non tutti i sistemi naturali di trasmissione culturale

raggiungono lo stesso grado di efficienza comunicativa,ma neanche in questo

caso la complessità coincide con l’adattività della specie che esibisce tali

comportamenti culturali. Non è neanche escluso che più è alto il livello di

complessità culturale,più è basso il tasso di ad attività della specie. Si tratta di

valutare caso per caso non perdendo di vista che il principio adattivo non può

prescindere dalla sua estensione temporale. Il mantenimento nel tempo della

fitness indica il successo evolutivo raggiunto. Si concorda sul fatto che la

cultura dei sapiens è la più complessa ed efficiente tra tutte quelle

appartenenti al regno animale. CERVELLO,SOCIETA’ E CULTURA

NELL’EVOLUZIONE DEI PRIMATI: complessità ed efficienza della cultura

umana dipendono dall’evoluzione delle strutture corporee e dalla dimensione

e architettura del sistema neuro-cerebrale dell’uomo; dalla natura e dallo

sviluppo della sua configurazione sociale; dalle sue capacità comunicative e

quindi dalla facoltà di linguaggio. Si tratta di elementi tutti interni alla

configurazione etologica complessiva della specie biologica dell’homo

sapiens. La sinergia fra queste 3 componenti tratteggia il profilo di una specie

anomala: anomalia appare connessa e integrata nella storia evolutiva dei

primati e ha portato alle estreme conseguenze le tendenze strutturalie

funzionali che ne bene e nel male hanno segnato i processi di sviluppo di

questo importante ordine di mammiferi. Strutture anatomiche cerebrali e

comportamenti cognitivi,socialie culturali umani presentano straordinarie

somiglianze con i pregi e difetti dei primati. I NEURONI SPECCHIO: è la

somiglianza più impressionante. Si tratta di popolazioni di neuroni premotori

delle scimmie,collocate soprattutto nell’area F5,ma presenti anche nel lobo

parietale posteriore,che si attivano sia quando un soggetto esegue con la

mano azioni dirette a uno scopo,sia quando osserva lo stesso tipo di azioni

eseguite da altri individui. Affinchè si verifichi la scarica è indispensabile

realizzare o veder realizzare l’interazione tra mano e oggetto. L’importanza

cognitiva della coincidenze neurofisiologica fra comportamento attivo e

passivo è dovuta al suo carattere simulativo. Simulazione incarnata è

l’espressione usata dagli studiosi per individuare quella tipologia di

comportamenti cognitivi che rispecchiano i comportamenti cognitivi degli altri.

Il rispecchiamento può riguardare: consonanza emotiva(provare

allegria,disgusto a seconda di cosa prova l’altro) sino alla consonanza logico-

deduttiva per cui un soggetto sarebbe in grado di leggere il ragionamento del

soggetto che gli sta davanti. Anche nell’uomo sembra accertata la presenza

di un sistema di neuroni specchi analogo a quello delle scimmie. Però nel

cervello umano non è consentito utilizzare tecniche invasive e quindi il

funzionamento deve essere dedotto da variazioni indotte nel flusso

sanguigno e poi le azioni motorie coinvolgono l’area di Broca e sono

contaminate dal linguaggio. Allo stato attuale la specialità cognitiva dei primati

con i neuroni specchio non ha eguali nel panorama neuro scientifico,ma non

si può considerarli requisito fondamentale dell’intersoggettività,dei

comportamenti sociali e culturali e addirittura dell’intelligenza e della

comprensione dialogica. Secondo Caro e Hauser un comportamento di

esplicita trasmissione culturale di info può essere considerato tale solo se è

esibito davanti a individui che non conoscono quel comportamento,è

disinteressato e rende possibile un guadagno di conoscenze per il soggetto

cui l’insegnamento è rivolto. Secondo queste regole tutti i comportamenti

genitoriali dovrebbero essere considerati comportamenti culturali. E’ difficile

mettere in dubbio l’intersoggettività dei comportamenti empatici nei

mammiferi e negli uccelli perché le strutture emozionali sono il sostrato più

antico della cognizione,non il risultato di strutture dedicate delle specie

animali più recenti. Non c’è dubbio che i sistemi di neuroni a specchio

autorizzino a supporre l’esistenza di un livello di base delle nostre relazioni

interpersonali che non prevede l’uso esplicito di atteggiamenti

proposizionali,ma non crediamo possa esser messo in discussione che

questo livello basico della cognizione non può spiegare direttamente le

concatenazioni di cui sono fatte i ragionamenti che portano tutti gli animali a

competere per la sopravvivenza. IMITAZIONE,SOCIALITA’,AGGRESSIVITA’:

seconda somiglianza sono le modalità di social learning. Le scimmie più

piccole sono attratte dai comportamenti dei più grandi e provano ad

emularli,magari senza capire inizialmente lo scopo. I comportamenti culturali

dei primati variano molto territorialmente,qualcosa del genere anche negli

uccelli,che condividono una comune struttura filogenetica dedicata alle

vocalizzazioni(vocal learning,varietà di dialetti canori che distinguono).

L’universalità della struttura è la migliore garanzia della flessibilità della

cultura,ma a volte si può produrre l’effetto opposto come il caso delle lingue

storico-naturali. Bastano poche centinaia di anni di separazione tra gruppi di

conspecifici per produrre lingue diverse e reciprocamente irriconoscibili. La

differenziazione linguistica tende a ridurre scambi culturali e ad aumentare le

differenze tra i gruppi. Qui affonda le radici la pseudo speciazione culturale.

Altro collegamento tra primati umani e non è la tendenza a violare una regola

universale nelle altre specie: la ritualizzazione dei comportamenti aggressivi

intraspecifici. Per un individuo dal punto di vista riproduttivo gli altri che

appartengono alla stessa specie possono essere risorse o competitori. Da

questo punto di vista è possibile definire la specie come il più vasto insieme

di individui in grado di competere tra loro per l’accesso a un medesimo

insieme di risorse riproduttive. Deve esserci una delimitazione dei principi di

antagonismo,pena la disintegrazione dei gruppi medesimi. Così quasi tutti i

gruppi di animali sociali adottano la ritualizzazione dei comportamenti

aggressivi neurofisiologicamente innescati,in tutte le specie dal sistema

endocrino e dal paleo cervello rettiliano. La ritualizzazione comporta una forte

stereo tipizzazione delle azioni. Secondo Eibesfeldt si tratta di azioni neuro-

culturali di secondo livello che mimano istinti neurofisiologici di primo:

assumere una maschera più violenta di quella dell’avversario sostituisce

l’aggressione concreta. L’animale umano è l’unico che viola spesso questa

regola da rischiare di trasformare ritualizzazione in eccezione. Anche

nell’aggressività inter e intra specifica scimpanzé e umani rivelano comune

natura: uccidono e torturano membri della propria e di altre specie,ma anche

violenza sulle femmine,omicidio intraspecifico per gelosia,infanticidio.

Insomma uccisioni non solo per sopravvivere. COMUNICAZIOE E

TRASMISSIONE DI INFORMAZIONI: le scimmie non parlano come gli

uomini. Nessuna delle altre specie riesce a mantenere abbassata la laringe.

Estensione,collocazione e funzionalità delle aree di Broca e Wernicke oltre

alla specifica architettura del doppio network de linguaggio non sono presenti

in altri mammiferi. Si avvicinano solo gli uccelli. Nell’uomo esiste una forte

componente multimodale:visiva,prosodica,olfattiva,

tattile,cinestetica,attraverso cui si trasmettono ai conspecifici le info di natura

emotivo-affettiva o i valori aggiunti ai nuclei semantici formalizzati. Sino ai 2

anni di vita i piccoli umani costruiscono i loro universi rappresentazionali in

maniera analoga a quella delle scimmie adulte. Il momento in cui i corpi dei

nostri antenati potrebbero essere stati pronti per il linguaggio oscillerebbe tra i

600 mila e i 100 mila anni fa. Le trasformazioni strutturali che hanno

consentito la possibilità tecnica di modulare finemente i suoni e di regolarli

attraverso precisi meccanismi cerebrali fisserebbero un dente di arresto della

trasformazione morfologica umana che certamente non potrebbe coincidere

con gli usi che facciamo oggi del linguaggio. Gli studi hanno fornito un quadro

chiaro del funzionamento con il sostrato prelinguistico della comunicazione

umana e ci hanno permesso di intravedere il nesso semiotico e psicologico

che connette strato prelinguistico e linguistico dell’uomo. Ciò grazie alle

ricerche neuro scientifiche sul mirror neuron system e quelle tratte dal lavoro

sul campo e sulla sperimentazione della seconda generazione dei

primatologi. Le prime hanno dimostrato come i sistemi di comunicazione

multimodale fondati sull’interazione empatica e sull’intersoggettività ,sia

fisiologicamente cablato nelle strutture neurali dei primati e solo dei primati.

La seconda generazione di primatologi ha ricostruito al di fuori dell’ambito

sperimentale il funzionamento fattuale e sociale di tali strutture. I meriti delle

scoperte sono: l’individuazione di una recisa contestualizzazione sociale dei

fatti comunicativi entro cui prendono significato tutti i segni multimodali

utilizzati; la ricostruzione dell’enorme gamma di variabilità che questi

comportamenti possono assumere e quindi della complessità tecnica

necessaria per studiarli. Ciò dipende dal fatto che la multimodalità somma i

parametri visivi,uditivi,vocali,ecc in una serie di configurazioni variabili

codificabili solo tramite contestualizzazione sociale e garantendo un rigoroso

controllo sociale delle norme comunicative. E’ questo controllo sociale lo

scopo etologico entro cui si inscrivono tutti gli atti comunicativi dei primati non

umani: non si possono cercare nella comunicazione dei primati caratteristiche

o performance diverse da quelle richieste da questa natura sociale degli atti.

Così si spiega il fatto che le pratiche imitative degli scimpanzé siano di tipo

emulativo. Tomasello e Call dimostrano che il limite cognitivo non è un limite

cognitivo invalicabile: primati non umani sottratti ai contesti naturali e inseriti

integralmente in altri contesti sociali sono capaci di fornire prestazioni

umanamente rilevanti. Il terzo merito è quello di aver rilevato la specie-

specificità comunicativa dei primati non umani nel ruolo decisivo svolto dalle

cure geniatoriali per lo sviluppo funzionale emozionale dei piccoli conspecifici.

Le ricerche in questo ambito hanno dimostrato che quanto più sono

prolungati i periodi di interazione stabile co-regolata tra genitori e figli,tanto

maggiori sono i risultati ottenuti nel funzionamento sociale dei gruppi e nello

sviluppo funzionale-emotivo dei soggetti. L’estensione cronologica delle cure

parentali non basta da sola a spiegare la specificità delle forme comunicative

prelinguistiche dei primati e le loro conseguenze nello sviluppo cognitivo e

linguistico ulteriore. Dal punto di vista neuro scientifico aiuto dal ruolo

dell’interazione tra neocorteccia e strati subcorticali più antichi del cervello,da

quello delle architetture cerebrali il sostrato del mirror neuro system deve

essere studiato in relazione a ciò che accade nel profondo del nostro

cervello. Qui si scopre ennesima analogia tra primati umani e non: relativa

all’amigdala. L’amigdala è costituita da un gruppo di strutture

interconnesse,dalla forma a mandorla,collocato sul tronco cerebrale,in

prossimità del limite inferiore del sistema limbico che regola il funzionamento

endocrino,vegetativo e psichico del cervello monitorando continuamente tutti

gli stimoli endogeni e esogeni. Se viene asportata negli animali questi

diventano insensibili a ogni forma di comportamento competitivo o

cooperativo. Nell’uomo si diventerebbe incapaci di provare emozioni,passioni

o desideri. Anatomia: è stato individuato un fascio di fibre nervose che

connette stimoli visivi e uditivi all’amigdala permettendo a questa di anticipare

la risposta neocortecciale che deve aspettare la processazione talamica degli

input. Agisce sulla memoria che opera attraverso due processori: uno nel

lobo temporale dedicato all’archiviazione delle modalità percettive e del

contesto generale in cui si compiono azioni,si svolgono fatti o si individuano

oggetti; l’altro nell’amigdala che gestisce gli stati emotivi connessi a quei

fatti,azioni e oggetti. Qui il ruolo è di preavvertire. Spesso è impreciso perché

scatta in funzione di analogie anche vaghe. Negli umani si palesa

maggiormente la dissociazione evolutiva fra intelligenza emotiva e quella

analitica che rimonta a un struttura anatomica unitaria e condivisa con tutti i

primati. Gli studi neuro scientifici recenti hanno evidenziato che anche altre

strutture cerebrali presentano marcate somiglianze tra primati umani e non

come ad esempio l’asimmetria sinistra delle aree corticali perisilviane e

hanno finito per invalidare anche la tesi secondo cui l’unicità umana è dovuta

all’asimmetria cerebrale. Oggi ipotesi tramontata. Secondo Cantalupo il

cervello umano e quello degli scimpanzé condividono lo schema di base di

una macroscopica asimmetria corticale che doveva essere presente in un

comune antenato.

CAP.7 – L’ANOMALIA ECOLOGICA DEL LINGUAGGIO UMANO

L’uomo è l’unico e ultimo residuo rappresentante di un genere di mammiferi,è

di grossa taglia ed è un divoratore di risorse nutritive ed energetiche: tutti

indizi che porterebbero normalmente ad estinzione. Nonostante ciò nessun

altro animale mostra una fisionomia adattiva superiore a quella umana.

Sembra che l’iperadattività umana possa configurarsi come vera e propria

anomalia ecologica metricamente irriducibile ai parametri con cui

normalmente si classificano le opportunità selettive e i criteri di competitività

delle specie. La tolleranza climatica è totalmente neutralizzata dalle

tecnologie umane. Nel giro di decine di migliaia di anni è riuscito a mettersi

nella condizione unica in tutto il regno animale di non avere più alcun

competitore che possa impedirgli espansione territoriale e demografica o il

procacciamento di risorse. Il sapiens ha totalmente capovolto i sistemi

naturali della sussistenza alimentare,sino al punto di pianificare artificialmente

la riproduzione delle prede con cui sfamarsi. Ciò ha generato tempo libero da

obbligazioni da sopravvivenza e la divisione del lavoro e favorito la

formazione di ceti non produttori di viveri che si sono specializzati nella

programmazione dell’evoluzione culturale come politici,tecnici,ecc.

Specializzazione: grado di esigenze ambientali specifiche di una specie come

un abita esclusivo. Non applicabile all’uomo che è la meno condizionata dalla

specializzazione comportamentale essendo euritopica e quindi meno

dipendente da vincoli genetici. Euritopicità si accompagna a maggior grado di

apprendimento e all’espansione di facoltà cognitive superiori. Conseguenze:

estrema plasticità della risposta umana a ogni tipo di problema

adattivo,flessibilità talmente estesa da annullare la nozione stessa di

specializzazione. Presenta abilità di diffondersi nell’ambiente superando

barriere di ogni tipo,mentre poche specie operano su scala di grandi areali

geografici. Densità demografica invece è ritenuta il parametro decisivo per

calcolare le opportunità delle popolazioni di sopravvivere nel lungo termine.

Per misurarla deve stimarsi il numero di unità per area e poi incrociare

natalità,mortalità, immigrazione ed emigrazione. Si è scoperto che gli animali

più piccoli vivono in addensamenti più grandi di quelli di dimensioni maggiori.

Non applicabile all’uomo anche per la variabilità dei 4 parametri. Si potrebbe

dire che le regole dell’ecologia animale ricostruite in 2 secoli di osservazioni

naturalistiche non siano applicabili al caso umano. Né spazio né tempo sono

recinti abbastanza alti per contenere la variabilità impetuosa della

popolazione umana. IL CALVARIO DELLE DICOTOMIE:in diversi rami dei

saperi si è impropriamente diffusa l’idea che il corpo-natura-struttura-organo-

gene ci costringe a fare,mentre la mente-cultura-funzione-cognizione-

apprendimento ci lascia liberi di fare. Ciò deriva da un doppio ordine di

problemi epistemologici: il primo riguarda il confronto tra l’approccio

scientifico e quello umanistico sul tema della naturalizzazione della

conoscenza; il secondo si riscontra all’interno della stessa cerchia dei saperi

naturalistici ed evolutivi. Gli umanisti aspirerebbero a trovare scorciatoie

euristiche che permettano di toccare con le antenne della realtà la verità

continuamente velata e oscurata dai fenomeni. La cultura scientifica invece

osteggia questa hybris etico-estetica in realtà invidiata alla cultura umanistica.

Finiscono così per tornare molto comodi a entrambe le culture gli schemi

dicotomici(corpo/mente,natura/cultura,struttura/funzione,ecc) che

costituiscono il vero ostacolo alla comprensione della naturalizzazione della

conoscenza. Non di rado i conflitti tra i diversi approcci metodologici finiscono

con il disseminare di contraddizioni l’immagine unitaria della prospettiva

evoluzionistica. Dovrebbe prevalere il fatto che non evolvono mai solo i

sistemi anatomici o le funzioni cognitive,ma l’evoluzione riguarda sempre

l’intera rete di relazioni trasmesse per via genetica e per apprendimento. Il

problema di stabilire ciò che ereditiamo e cosa ci differenzia dagli scimpanzé

si potrebbe esaurire nel dire che siamo 2 specie distinte ma appartenenti ad

uno stesso ordine. LA SPECIE-SPECIFICITA’ DELLA COGNIZIONE

LINGUISTICA: specie-specificità nel caso delle proprietà del linguaggio fu

utilizzato per la prima volta da Chomsky nella sua Linguistica Cartesiana.

L’uomo ha una capacità specie-specifica che si manifesta in ciò che

possiamo chiamare aspetto creativo dell’uso ordinario del linguaggio,la cui

proprietà consiste nell’illimitatezza dell’ambito e nell’indipendenza dagli

stimoli. Nell’etologia contemporanea si definisce l’uso tecnico del termine

specie-specificità con tutto ciò che dei comportamenti di una specie ci appare

caratteristico e anche “unico”. Dobbiamo imparare a leggere la cognizione

umana come massicciamente generativa,ma fortemente vincolata. Si deve

guardare a ciò che le specie animali devono fare. Nel caso del linguaggio il

tratto vocale ricurvo a 2 canne è specie-specifico poiché l’uomo non può

liberarsene. Ciò che conta per spiegare la centralità della posizione bassa

della laringe nella funzione linguistica è il fatto che essa è sempre disponibile.

E’ corretto rivendicare allo stesso tempo l’ereditarietà di alcuni tratti evolutivi

ma anche la loro variazione rispetto alle concrete realizzazioni funzionali. Ciò

che è importante è che non possiamo attribuire un significato speciale a una

determinata struttura sino a quando essa non è entrata nella configurazione

specie-specifica complessiva dell’animale: ad esempio è la storia muscolo-

scheletrica dei primati ad aver consentito il bipedismo umano. Tuttavia

l’esclusività morfologica del tratto vocale ricurvo a 2 canne con la possibilità

di abbassare a laringe senza sforzo ha messo permanentemente a

disposizione una nuova struttura che ha determinato una nuova

speciazione,per certi aspetti irriducibile allo stato precedente perché costretta

a funzionare diversamente. Per l’aspetto coattivo delle transizione evolutive:

non c’è speciazione senza coazione. Coazione fisiologica: presenza

permanente di struttura anatomica connessa a una funzione o per via

adattativa o esattativa. Possono darsi una serie di casi: struttura e funzione

ereditate così come sono(coattività assoluta); struttura ereditata con minime

varianti e mutazione trasforma e perfeziona la medesima funzione(coazione

invisibile); struttura non subisce trasformazioni ma le viene cucito addosso un

nuovo capo(coazione iniziale debole,ma grado adattativo così forte da

accelerare i tempi dell’attecchimento). Nel caso del linguaggio si può del tutto

azzerare la sua componente naturale amplificandone il suo aspetto

strumentale. A sostenere questa dicotomia è l’evoluzionismo contemporaneo.

Per molti aspetti il linguaggio costituisce la spiegazione più coerente della

maggiore efficienza dell’organizzazione culturale della nostra specie.

Neppure le specie più stenotopiche possono esimersi dall’apprendere

qualcosa. La superiorità della cultura umana risulterebbe interamente

spiegabile solo con la maggiore efficienza del linguaggio come strumento

della trasmissione esperienziale. Considerare il linguaggio come causa

evolutiva della condizione umana non regge. Il linguaggio è un’istituzione

sociale di natura simbolica che è nata storicamente da attività socio-

comunicative preesistenti. La maggior parte delle abilità cognitive della specie

umana sono prodotte da una serie di processi storici e ontogenetici messi in

moto da quell’unica capacità cognitiva biologicamente ereditata peculiare

dell’uomo che è la comprensione dell’altro in quanto agente

intenzionale/mentale,al pari di se. Culturalità e socialità sono della stessa

natura della biologicità: diversa nomenclatura con cui la corporeità specie-

specifica si è incarnata e si è evoluta in specie-specificità funzionali. Le

attività cognitive per essere considerate specie-specifiche devono: radicarsi

su strutture anatomiche permanentemente disponibili e totalmente integrate

nella corporeità complessiva specie-specifica ed evolutivamente selezionata;

configurarsi come limitazioni; partecipare di una specifica forma di vita

ecologica costantemente sottoposta alle leggi della selezione naturale e alle

pressioni ambientali che possono prolungarla nel tempo o estinguerla

rapidamente. L’ONTOLOGIA BIOLOGICA DEL LINGUAGGIO: si potrebbe

definire la coscienza nell’animale umano come la consapevolezza specie-

specifica di una rappresentazione mentale. Il riconoscimento di una

molteplicità di info della più eterogenea natura fisica ed elettrofisiologica

concentrata in un’unita concettuale dotata di formato cognitivo

proposizionale. Lycan parla di egemonia della rappresentazione come del

fondamento esplicativo di una discussione sulle proprietà dei sistemi

coscienti. Sostiene che qualsiasi atto cosciente è sempre accompagnato

dalla presenza di un pensiero di ordine superiore. Nulla può escludere che

esista un pensiero di ordine superiore in altre specie animali. Si può essere

d’accordo con Lycan che afferma che la mente non ha alcuna proprietà

speciale che non si esaurisca nelle sue proprietà rappresentazionali,ma nel

momento in cui occorre introdurre distinzioni etologiche apprezzabili siamo

obbligati a ricondurle a questioni strutturali. Dalla linguistica aristotelica

emerge una soluzione realistica e percorribile che fa perno sull’idea che

l’ontologia umana coincida con quella linguistica dell’animale-uomo che è in

senso tecnico animale linguistico. Il linguaggio non è uno strumento,ma

attività specie-specifica di organi naturali. Con Aristotele il parlare è come il

respirare dell’anima: un’attività che a partire dal momento in cui sorge

riorganizza e rende specifiche tutte le attività cognitive umane comprese:

percezione,immaginazione,memoria,ecc. Studi neoevoluzionisti hanno

rivelato un funzionamento sempre più globalizzato dei meccanismi linguistici.

Un modularismo debole che si presta alla spiegazione dell’evoluzione

dell’intero organismo. La differenza tra questa prospettiva e l’olismo classico

è che mentre quest’ultimo per spiegare il funzionamento dell’intero sistema

tendeva a risolversi nell’ipotesi dell’homunculus,cioè di un principio

esplicativo endogeno con la conseguenza di riproporre inaccettabili soluzioni

di tipo dualistico,il modularismo debole non esce mai dall’organismo

biologico. Le cablature mettono in contatto le diverse parti del cervello e

laddove questi contatti risultano più intensi si individuano dei veri e propri

network neuro funzionali. La prospettiva evolutiva ha aggiunto a questo

schema neuro scientifico l’elemento determinante della trasformazione

continua di queste strutture. Il momento speciativo è quello in cui l’intero

organismo viene ricablato di sana pianta. La dinamica di continua e graduale

trasformazione coesiste con quella delle speciazioni che fissano gli stati

discreti del continuum biologico. Secondo Deacon anche i circuiti nervosi

periferici hanno subito nel corso dell’evoluzione ripetute ricablatura che ne

hanno modificato la tipologia di gestione passando da un controllo

involontario a uno semivolontario. Adesso nell’uomo il sistema viscero-

motorio si attiva sempre intenzionalmente tranne in alcuni casi come la risata

e le grida di dolore. Studi più recenti dimostrano come l’area di Broca

costituisca un neoprocessore evolutivo di alto livello,il luogo cognitivo elettivo

per l’integrazione delle info semantiche,sintattiche e delle conoscenze sul

mondo. Se questo schema evolutivo fosse vero spiegheremmo ad esempio

come il sapiens possa aver conservato i suoi retaggi evolutivi provenienti dai

primati ma possa essersi trasformato in un’altra macchina organica

diversamente e interamente rifunzionalizzata o come mai i primati non parlino

nonostante mostrino competenze cognitive affini alle nostre. IL DENTE

D’ARRESTO DELLE TECNOLOGIE: da Damasio viene la chiara

consapevolezza del carattere coattivo della cognizione linguistica: il cervello

umano genera automaticamente una versione verbale della storia visiva. E’

da questa traduzione verbale che trae origine l’idea di spiegare la coscienza

in base al solo linguaggio. Chomsky ha definito il linguaggio come una forma

sui generis di conoscenza. Il limite della sua era è stato l’autarchia del suo

mentalismo. La condanna umana alla specie-specificità linguistica dei suoi

saperi coincide da un lato con la condanna alla sua ontologia tecnologica e

dall’altro con la sua tendenza a formare opinioni,credenze,valori. La prova più

schiacciante del primo aspetto di questa condanna è fornita dalla storia delle

tecnologie litiche e dello sviluppo della cultura materiale. In quasi 3 mln di

anni progressi nell0uso di attrezzi pressoché nulli. Dal paleolitico ad oggi

progressione che ha portato ai computer. Studi neuro scientifici hanno fatto

emergere che l’avanzare elle tecnologie sia collegato ai comportamenti più

significativi dell’uomo,cioè al linguaggio,alla capacità simbolica,ecc.

Evoluzione del cervello,linguaggio e tecnologie si identificano in un unico

network neurale specifico dell’uomo. Una serie di esperimenti hanno

dimostrato come i correlati neurali richiesti nei diversi stadi delle tecnologie

litiche evidenziano un rapporto strettissimo con le aree del linguaggio. Appare

significativo che il linguaggio e le tecnologie siano fenomeni cognitivi tendenti

a coincidere: vuol dire che la lente linguistica con cui l’uomo guarda il mondo

lo obbliga a rendere sempre più preciso il rapporto funzionale con il mondo

non umano e l’ambiente circostante. Per avere una specie diversa non è

necessario esibire pezzi di parti completamente nuove: il combinarsi di

strutture vecchie e nuove permanentemente a disposizione delle società di

umani ha prodotto una specie morfologicamente nuova. Da un punto di vista

evoluzionista il tratto vocale sopralaringeo deve interfacciarsi

progressivamente con un insieme anatomo-neurofisiologico,altrimenti non

riuscirebbe a costringere gli umani a rappresentarsi linguisticamente il

mondo. Il linguaggio è specie-specifico ma non per questo potrà manifestarsi

senza che il valore aggiunto della con specificità sociale l’abbia attivato. Ogni

stranezza del comportamento adattivo umano è spiegabile attraverso la

tecnologia linguaggio,che ci obbliga alla riproducibilità di strutture di

conoscenza empirica sempre più articolate,dettagliate e semanticamente

definite. La spinta iperadattiva di questa incontenibile tecnologizzazione

specie-specifica è la principale ragione del circuito a retroazione positiva che

ha squilibrato l’omeostasi del sistema di sopravvivenza umano. IL

GENERATORE DI CREDENZE: non c’è dubbi che l’organizzazione sociale

dei sapiens presenta aspetti peculiari e difficilmente riconducibili a quelli delle

altre grandi scimmie. Per Tomasello l’homo sapiens ha sviluppato una

socialità specie-specifica che rende comparabile le sue prestazioni cognitive

con quelle dei suoi antenati. I primati non vedono il mondo nei termini delle

forze intermedie e spesso nascoste che sono tanto importanti nel pensiero

umano. Tomasello afferma che non si nega loro l’attribuzione di modalità di

memorizzazione dell’esperienza per attuare previsioni sul comportamento

altrui,ma il problema sarebbe che i primati non umani comprendono molte

delle relazioni antecedente-conseguente,ma non sembrano comprenere le

forze casuali come mediatrici di queste relazioni. Sono il contesto

intersoggettivo e le condizioni ecologiche entro cui si svolge il processo di

apprendimento che rendono qualitativamente diverso il principio di casualità

presso la specie umana. In Tomasell la formula per definire il nuovo livello

cognitivo della specie umana è quella dell’attenzione condivisa: principio

wittgeinsteiniano secondo cui gli atti di riferimento linguistico avvengono

attraverso un processo di focalizzazione del senso che coinvolge in un atto di

cooperazione comunicativa 2 o più conspecifici appartenenti ad una

medesima forma di vita.La differenza tra l’apprendimento umano e delle altre

specie consisterebbe quindi nel fatto che esso mette a contatto conspecifici

attraverso un format rappresentazionale interattivo inedito nella storia

evolutiva basato: sull’azione che si sta facendo in quel

momento,sull’inversione continua dei ruoli della comunicazione,sul

raggiungimento della condivisione degli scopi e sull’intersoggettività della

comprensione contestuale. Quel che rende i simboli linguistici unici dal punto

di vista cognitivo è il fatto che ciascun simbolo esprime un particolare punto di

vista su un’entità o un evento. Il fatto che il linguaggio denomini punti di vista

particolari su oggetti contestualizzati durante atti intenzionali definisce

l’attenzione condivisa come un frame pubblico del tutto umano. Emile

Benveniste: il linguaggio è possibile solo in quanto ciascun parlante si pone

come soggetto. La polarità delle persone è la condizione fondamentale nel

linguaggio. Rappresentare la realtà e rappresentarsi all’interno di essa come

un’entità soggettiva a se stante che si specchia solo nelle altre soggettività è

un fatto esclusivamente umano. Torna l’orrore per l’organo del linguaggio. Ciò

determina in Tomasello la capitolazione a favore della dicotomia

natura/cultura,la facile attribuzione al linguaggio del ruolo di strumento di

trasmissione della evoluzione culturale cumulativa. Di recente riconosce

insostenibilità della mai sopita dialettica tra processi evoluzionistici e storico-

culturali(peggiore della precedente). Ricorre alla tesi dell’origine segnico-

manuale delle lingue. L’ipotesi è che le convenzioni linguistiche arbitrarie

possono essere nate nel corso dell’evoluzione solo in un contesto di attività di

collaborazione,coordinate da forme naturali di comunicazione gestuale,in cui i

partecipanti condividevano attenzione e intenzioni. E’ però una tesi che non

tocca il punto centrale del problema,che resta quello della speciazione

cognitiva umana,ovvero il momento in cui l’ominide dentro di noi è diventato

schiavo del linguaggio articolato. La ricostruzione del sistema cognitivo

umano comincia con la selezione della forma parlata del pensare. La stessa

forma che usiamo anche oggi: intatta rispetto a com’era nel momento in cui

ne abbiamo sperimentato la coazione specie-specifica,frutto della

conclusione dei processi esattativi delle nostre strutture morfologiche

permanentemente disponibili. La specialità sociale è dovuta al fatto che

l’aggregazione umana è caratterizzata da novità strutturali convergenti in un

unico esito: assenza di determinazione genetica dei ruoli sociali,ovulazione

nascosta delle femmine,pseudo speciazione culturale come esasperazione

della selezione intraspecifica. L’assenza di una determinazione genetica dei

ruoli sociali assegna alle sole spiegazioni linguistiche la convenienza alla

cooperazione tra conspecifici. L’ovulazione nascosta della specie umana

favorisce l’attecchimento di un’interazione sessuale face to face,la

privatizzazione del rapprto a scopo riproduttivo,un progressivo distacco della

femmina dal branco,ecc. Per quanto riguarda la pseudo speciazione culturale

derivata dall’esasperazione della selezione intraspecifica: entrambe presenti

negli altri primati,ma qui completamente rifunzionalizzate a causa

dell’alterazione ecologica dei processi espansivi umani. La pseudo

speciazione culturale è la ritualizzazione dei comportamenti aggressivi

necessaria per temperare la situazione intraspecifica,in particolare quella

sessuale. L’accettazione spontanea dei ruoli avviene quando le dimostrazioni

di forza del dominante sul dominato diventano evidenti. A volte tale

ritualizzazione è ignorata arrivando all’uccisione. I primati sono considerati

unico ordine in cui vigono episodi di questo genere,nel sapiens la mancata

ritualizzazione dell’aggressività diventa condizione permanente della sua

storia. L’ORGANO NATURALE DELLA PSEUDOSPECIAZIONE

CULTURALE: secondo Keeley i motivi per i quali la specie umana evidenzia

comportamenti di aggressività non ritualizzata tra conspecifici sono cambiati

nel tempo. La pratica sistematica dell’annientamento del nemico è andata

sempre più specializzandosi con l’emergere delle tecnologie e con la

crescente complessità dei sistemi sociali. La distinzione razziale non di

specie.ma di varietà spesso neppure fisicamente marcata,nei primati ha un

fondamento di tipo neurale. In una serie di studi si è cercato di vedere sino a

che punto il cervello sia in grado di selezionare automaticamente dei pattern

per il riconoscimento razziale. I pattern di riconoscimento dei conspecifici

sembrano comportare automaticamente un altrettanto naturale pattern di

categorizzazione di tutti gli altri. Riconoscere i conspecifici significa

disconoscere il resto. Il problema nasce nel momento in cui interviene una

componente legata alle conoscenze sul mondo e alle valutazioni semantiche.

Difficile sarebbe considerare l’assimilazione di tratti comunitari come

un’attribuzione di tipo etnico o razziale: una pseudospeciazione culturale. Per

poter parlare di pseudospeciazione è irrinunciabile l’attribuzione di tratti

culturali all’altro. I processi identitari umani diventano specifici costrutti bio-

cognitivi solo con l’avvento della lingua. Il senso comunitario nell’uomo è

attribuito innanzitutto al riconoscimento bio-linguistico. La pseudospeciazione

umana dunque parte da una fortissima radice biologica linguistica. Il primo

riconoscimento umano di membri fonetico-prosodici di una medesima

comunità storico-naturale avviene sul piano della vocalità. Eibesfeldt

considera tuttavia la guerra un frutto dell’evoluzione culturale. Il fondamento

naturale di questa evoluzione sarebbe per gli etologi la propensione al

dominio sugli altri,suscitata dalla ricompensa ormonale che risiede nella

componente rettiliana del cervello e soprattutto del suo strato subcorticale più

profondo. Nelle altre specie una spinta aggressiva da portare

all’annientamento degli avversario è rivolta contro nemici esterni che

potrebbero minacciare l’equilibrio ecologico della nicchia in cui si trova.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Pennisi Antonino.

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