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L’idea di fondo che ha accompagnato la conversione delle origini computazionali delle scienze cognitive verso i lidi neuroscientifici è quella della

naturalizzazione della mente.

CERVELLO = MENTE

associare sedi neuronali a comportamenti; completare la matrice causalistica delle funzioni con le strutture; ricostruire la mappatura completa del

rapporto tra fatti mentali e fatti celebrali.

Su questa ipotesi si radica la tendenza a naturalizzare tutti i saperi connessi alle scienze cognitive.

Il programma di naturalizzazione delle conoscenze è ai suoi inizi e sembra un metodo non privo di problemi e interpretazioni contraddittorie.

Le scienze cognitive sembrano intendere con questo termine approcci diversi tra loro

L’ASSUNTO CHE SEMBRA COMUNEMENTE CONDIVISO È TRATTARE I FENOMENI MENTALI COME FENOMENI

NATURALI.

Per chi si occupa di fenomeni naturali questa asserzione è abbastanza ovvia:dal neuroscienziato, lo psicologo e ai linguisti.

L’integrazione fra neuroscienze, neuropsicologia, neurolinguistica è, oggi del tutto soddisfacente nella prassi di ricerca delle scienze cognitive.

Essa opera attraverso una sinergia metodologica: la circoscrizione delle aree sub e neocorticali nella topografia neuroscientifica sarebbe impossibile

senza il riscontro dei comportamenti effettivi, linguistici e della loro interpretazione “immateriale” in termini di una teoria esplicativa del

funzionamento interconnesso dei sistemi di competenza.

L’applicazione del termine naturalismo appare problematica quando ci si allontana da un mestiere originariamente centrato sulla natura materiale

del proprio oggetto di studio e più vocazionalmente incline a maneggiare interpretazioni e ipotesi.

DOMANDA: per un filosofo che ha a che fare con le idee e i concetti , che cosa vuol dire considerare i comportamenti mentali comportamenti

naturali?

Per Quine, Goldman, Dretske Formulazione del naturalismo f ilosof ico .

Eutanasia filosofica: la filosofia deve dissolversi nella conoscenza scientifica adottando i metodi delle scienze naturali, in particolare della fisica.

Per McDowell, Millikan, Sellars Sostenitori del naturalismo liberale .Una formulazione più moderata che sostiene la divaricazione tra i

problemi filosofici che possono essere trattati attraversi i metodi delle scienze naturali e quelli che non appaiono riducibili ad essa

LA SVOLTA LINGUISTICA NON È ESENTE DA RESPONSABILITÀ FILOSOFICA: NON TUTTI I PROBLEMI FILOSOFICI SONO

PROBLEMI LINGUISTICI E NÉ IL SAPERE LINGUISTICO È L’UNICA FORMA DI CERTEZZA SU CUI POSSIAMO CONTARE.

L’attuale tendenza delle scienze cognitive e della filosofia della mente è banalizzare il ricorso alla naturalizzazione della conoscenza

interpretandola come una riduzione alle funzioni prelinguistiche dei sistemi cognitivi.

CORE KNOWLEDGE: insieme dei moduli fondamentali di qualsiasi forma mentale animale(come riconoscimento dei volti o l’orientamento

spaziale

Capacità che preesistono rispetto alle capacità linguistiche umane.

L’insieme di queste capacità, che si sono evolute a partire da forme strutturali precedenti, subisce certamente all’interno dell’organismo adattato

una trasformazione

L’EVOLUZIONE : RIGUARDA GLI INTERI ORGANISMI VIVENTI E LE SINGOLE SPECIE.

Obiettivo naturalistico è opposto all’obiettivo dell’attuale filosofia

LA FUNZIONE LINGUISTICA NATURALIZZATA È IL FOCUS DELLA VARIABILITÀ EVOLUTIVA INTRODOTTA NON IN

MODULI ASTRATTI MA IN COMPLESSI ORGANISMI BIOLOGICI.

Il programma di GERALD EDELMAN

INCLUDERE LA BIOLOGIA NELLE TEORIE DELLA CONOSCENZA E DEL LINGUAGGIO, CHE SPIEGHI ALLA LUCE DEI

FATTI DELL’EVOLUZIONE E DELLA BIOLOGIA DELLO SVILUPPO COME CONOSCIAMO E COME ABBIAMO

CONSAPEVOLEZZA.

Per una storia naturale della mente.

SECONDO EDELMAN:

 la percezione non funziona con le regole della categorizzazione, delle logiche booleane o dell’IA;

 il pensiero, la memoria e il linguaggio scaturiscono dal corpo e dal cervello e operano attraverso contrattazioni semantiche prodotte

dall’interazione con i conspecifici e con i processi di incorporamento delle conoscenze.

 Importante quanto la riscrittura delle gerarchie genetiche dei complessi neurali è la considerazione che dovrebbe assumere la modalità di

apprendimento interattivo con i conspecifici.

Secondo Edelman(1992

MODELLO DELLA <AUTOELEVAZIONE SEMANTICA>.

Riconoscere sotto una comune forma fonologica l’oggetto comunemente percepito sia dal bambino che dalla madre.

Secondo Tomasello (1999) Modello dell’<attenzione condivisa>.

Processo di focalizzazione del senso che coinvolge, in un atto di cooperazione comunicativa, due o più conspecifici appartenenti a una medesima

forma di vita.

Per definire una “teoria biologica generale della funzione cerebrale” occorre entrare nel cuore delle prospettiva evoluzionistica attuale.

La teoria dell’evoluzione nasce ufficialmente nel 1859 con L’origine delle specie per selezione naturale , di Charles Darwin.

Philosophie zoologique di Jean­Baptiste Lamarck, sosteneva che gli organismi sono il risultato di un processo graduale di modificazione che

avviene sotto la pressione delle condizioni ambientali. Celebre è il suo esempio dell’evoluzione del collo della giraffa.

Lamarck propone la teoria dell’adattamento tramite l’uso.

Oggi sappiamo che la selezione naturale opera sulla base della maggiore adattività all’ambiente che la struttura genetica delle diverse specie

determina. Lamarck sosteneva anche la tesi della trasmissione dei caratteri acquisiti

Tutto ciò che durante la vita di un individuo si modifica viene lasciato in eredità ai propri discendenti

Il merito principale delle teoria darwiniana è quello di aver capito che la nascita di nuove specie, la differenziazione dipendono dalla selezione

naturale di variazioni causali congenite, e che l’uomo discende in continuità dagli altri primati

IL NEODARWINISMO: OGGI LA SELEZIONE NATURALE OPERA NEL QUADRO DELLE RESTRIZIONI IMPOSTE DALLA

FISICA E DALLA CHIMICA.

In questo contesto evolutivo moderno entro cui le scienze cognitive potrebbero rientrare è l’asimmetria del rapporto tra evoluzione delle strutture e

quella delle funzioni.

L’assemblaggio fisiologico delle strutture anatomiche negli organismi viventi è governato dal più assoluto continuismo: “natura non facit saltus” è

il principio più antico delle scienze naturali

PER LE FUNZIONI, IL PRIMO PASSO DI UNA TRASFORMAZIONE FUNZIONALE È CONTENUTO NELLA STORIA DELLA

STRUTTURA ANATOMICA CHE LA ESERCITA ED È UN ADATTAMENTO VERO E PROPRIO, I SUCCESSIVI PASSI POSSONO

ESSERE LONTANI DALLE FUNZIONI ORIGINARIE PER CUI UNA DATA STRUTTURA SI EVOLUTA: NON SI PARLERÀ DI

ADATTAMENTO MA DI EXAPTATION , OVVERO UNA FUNZIONE CHE SI INNESTA IN UNA COMPONENTE

DELL’ORGANISMO PER LA QUALE NON ERA STATA PRECEDENTEMENTE SELEZIONATA.

Le scienze cognitive non possono fare a meno di strumenti esplicativi che tengano conto della dialettica tra continuità strutturali e realizzazioni

funzionali.

La tesi di fondo di questo libro: esiste solo una dimensione della ricerca che permette di tenere tutto insieme ,senza riduzioni semplificatrici degli

oggetti di studio e senza allentamento dei vincoli scientifico­argomentativi, e questa dimensione di ricerca è la dimensione linguistica.

Capitolo secondo

• Il negazionismo linguistico e le scienze cognitive:

In base a quanto esposto sinora, ci aspetteremmo che la scienza che ha lo scopo specifico di illustrare come funziona la mente umana debba porre al

proprio centro ciò che distingue l’essere umano dalle altre specie animali: il linguaggio. Certamente con un occhio rivolto al passato, a suo sviluppo

evolutivo.

Certamente al quadro di una precisa ricognizione di tutte le altre funzioni (cognitive e motorie). Ma tutto ciò considerato è una scienza cognitiva

che non si fonda sulla centralità del linguaggio per descrivere il funzionamento specie­specifico del sistema cognitivo umano. Ciò che non viene

riconosciuto al linguaggio è il suo statuto cognitivo fondazionale della conoscenza e della stessa natura umana. L’ argomentazione principale

quando è esplicata è che il linguaggio serve a trasmettere pensieri, sentimenti, stati mentali che gli uomini provano indipendentemente dalla sua

esistenza. Le parole sarebbero solo una nomenclatura, un insieme di etichette che applichiamo a concetti che preesistono ad esse. Questo genere di

argomentazioni infierisce in molti settori delle scienze cognitive. Non viene poi tollerato da molti cognitivisti attuali l’idea che attraverso

l’interazione linguistica sociale la mente crei proprie versioni, soggettive e collettive, della realtà: come se davvero ne potessero esistere altre di ordine

superiore o trascendente. Si arriva così, per questo strano percorso, a conclusioni sconcertanti. Insomma, si corre il rischio che il paradigma delle

scienze cognitive diventi un vero e proprio paradigma negazionista del linguaggio.

• Che cos’è e come funziona il negazionismo:

• Sorto negli anni cinquanta come un movimento ideologico teso a minimizzare le responsabilità morali della Germania nazista, il negazionismo

riflette oggi un insieme di posizioni che esprimono dubbi circa la storia dell’Olocausto. Secondo queste ipotesi la portata del genocidio nazista

degli ebrei sarebbe stata inferiore rispetto a quanto riportato dagli storiografici, alcuni si spingono a sostenere che la shoah non sarebbe mai

avvenuta. Molti per rafforzare le loro tesi, si addentrano in questioni tecniche: per esempio la difficoltà di stimare l’esatto numero di ebrei

morti: non sei milioni ma solo cinquecentomila; la presunta impossibilità di bruciare un certo numero di cadaveri in un determinato lasso di

tempo. Chi sostiene queste posizioni esige un maggior numero di prove, ritenendo le evidenze trovate nei campi di sterminio insufficienti. Un

altro esempio sarebbe l’estensione delle ipotesi negazioniste circa la strage terroristica dell’11 settembre, le principali tesi sostenute sono

argomentazioni speudotecniche: è del tutto inverosimile che piloti dilettanti possano guidare aerei sofisticati come quelli che si sono

schiantati sulle Torri gemelle; è impossibile che l’impatti di un aereo abbia fatto crollare un edificio di centodieci piani ecc. Cosi come si dubita

del fatto che l’uomo abbia veramente messo piede sula luna. Si evince quindi una tendenza a ricorrere alle più svariate ed eterogenee

argomentazioni e all’adozione di uno stile argomentativo fondato su cumuli di osservazioni pseudotecniche per negare anche le evidenze

macroscopiche

Principi generali del negazionismo:

Le argomentazioni più diffuse di quello che abbiamo qui chiamato negazionismo linguistico possono essere articolate in tre gruppi tematici:

argomenti filosofici, argomenti naturalistici e argomenti antropologico evolutivi. Tra i primi spiccano grandi dibattiti classici della tradizione

occidentale: il rapporto fra pensiero e linguaggio, tra linguaggio e realtà, tra mondo percettivo e mondo linguistico. All’interno di questo tipo di

argomentazione l’idea prevalente della filosofia della mente è che il linguaggio sia una struttura derivata e secondaria rispetto a percezioni, pensieri

e concetti.

Tra gli argomenti di natura antropologico­evolutiva, poi, risultano particolarmente importanti il rapporto fra comportamenti umani e

comportamenti animali e la distinzione fra natura e cultura. Anche in questo caso le prospettive neonaturalistiche stigmatizzerebbero le tendenza a

ignorare i percorsi e le continuità evolutive che porterebbe alla cattiva idea di una “specialità” del linguaggio umano.

Da un punto di vista epistemologico e metodologico generale, infine, l’ipotesi del negazionismo filosofico del linguaggio è fondata sull’assunto che

le spiegazioni linguistiche dei fenomeni cognitivi sarebbero in ultima analisi infalsificabili poiché non soggette a protocolli sperimentali

precisamente individuali e ripetibili. In altre parole, l’euristica linguistica non sarebbe altro che una prospettiva ermeneutica applicata ai fenomeni

cerebrali. L’istanza naturalistica verrebbe a concretizzarsi nell’idea di sostituire le forme rappresentazionali con i contenuti degli stati mentali,

indipendentemente dalla loro esistenza sematica, ovvero dal loro significato. La componente filosofica delle scienze cognitive appare cos ì

schiacciata sul versante conoscitivo prelinguistico. E’ come se fossimo costretti ad ammettere che deve perforza esistere qualcosa prima del

linguaggio affinchè il linguaggio possa poi nominarlo.

Jean Piaget, uno dei pionieri del primo cognitivismo, ha sostenuto la tesi secondo cui le abilità linguistiche non avrebbero alcuna specificità

cognitiva, alcuna struttura morfologica innata, alcun meccanismo funzionale. Sintassi e semantica sarebbero solo un risultato dell’organizzazione

globale dell’intelligenza senso motoria. Tra le posizioni più recenti si distinguono poi quelle di Steven Pinker (1994; 2007), che valorizza al massimo

la dimensione comunicativo­strumentale del linguaggio limitando invece la sua funzione creativa e costruttiva e utilizzando una tesi pseudo

evoluzionista secondo cui, se la mente linguistica fosse fondativa della cognitività, allora i soggetti sordi, gli afasici, e gli scimpanzé sarebbero privi

di intelligenza. Che il linguaggio non sia il baricentro della mente intelligente lo dimostrerebbe, poi, l’esistenza di un pensiero di tipo spaziale visivo

che ha caratterizzato veri e propri geni quali Einstein, Watson e Crick che concettualizzavano per immagini .

• Credenze asimmetriche:

• Un ultimo esempio di negazionismo linguistico può essere considerata la declinazione evoluzionista e cognitivista dell’idea di credenza.

Credere nell’anima, in Dio, nella passione etica o politica, in valori ideologici o filosofici ecc, secondo alcune recenti interpretazioni

evoluzioniste non sarebbe dovuto all’elaborazione logica e argomentativa di stati mentali epistemici, non scaturirebbe da elaborazioni astratte

su conoscenze empiriche o esperienziale. Le credenze soprattutto quelle religiose, deriverebbero da bisogni conoscitivi selezionate

positivamente per accrescere la nostra “autovalorizzazione metafisica”. Anche gli animali non umani produrrebbero credenze sui propri stati

mentali, prova ne è la presenza di psicopatologie animali che coinvolgono l’alterazione delle credenze ambientali, comportamenti “ strambi” a

volte autolesionistici non ascrivibili a situazioni di impossibilità di mettere in atto comportamenti stenotopici, programmati geneticamente e

coattivamente vincolati nell’esecuzione. Si tratterebbe di attività comportamentali che sembrano determinarsi al di fuori dell’adeguatezza

contestuale, è indiscutibile l’allargamento epistemologico prodotto dall’interpretazione evolutiva delle credenze.

• La difficoltà a naturalizzare i processi cognitivi come le credenze dipende non solo da questioni epistemiche, ma anche dal fatto che tali

abilità non costituiscono delle funzioni immediate svolte da precise strutture anatomiche, si tratta di capacità mentali che vengono costruite

su altre funzioni cognitive fondamentali. In particolare, le credenze avrebbero una forte connotazione linguistica, la quale si perde ogni

caratterizzazione specifica del processo di produzione delle proprie conoscenze convinzioni e opinioni sul mondo.

La difficoltà a naturalizzare i processi cognitivi come le credenze dipende non solo da questioni epistemiche, ma anche dal fatto che tali abilit à non

costituiscono delle funzioni immediate svolte da precise strutture anatomiche, si tratta di capacità mentali che vengono costruite su altre funzioni

cognitive fondamentali. In particolare, le credenze avrebbero una forte connotazione linguistica, la quale si perde ogni caratterizzazione specifica

del processo di produzione delle proprie conoscenze convinzioni e opinioni sul mondo.

3. Le cause del negazionismo linguistico

IN BASE A QUANTO DETTO SINORA, IL TIMORE CHE IL LINGUAGGIO VERBALE NON POSSA ESSERE ACCOMPAGNATO

DA UNA SPIEGAZIONE NATURALISTICA DELLA COGNIZIONE UMANA, CREDIAMO SIA OGGI DEL TUTTO INFONDATO,

MA NON PER QUESTO STORICAMENTE MAL MOTIVATO. UNA TRADIZIONE DI PENSIERO OCCIDENTALE HA

CONTRIBUITO A SCAVARE UN PROFONDO FOSSATO TRA I TERMINI:

• natura e cultura,

• animalità e umanità,

• comunicazione e linguaggio.

Prima abbiamo già visto i principi generali e le argomentazioni di fondo prodotta da questa “svolta antilinguistica”, ora invece, analizziamo le

motivazioni dell’atteggiamento negazionista di molte componenti delle scienze cognitive.

3.1 la mente linguistica contro la mente animale

Inizialmente l’etologia si occupava di studiare il comportamento degli animali nel suo ambiente naturale. L’obbiettivo epistemologico (teoria della

conoscenza) era quella di analizzare i comportamenti delle varie specie, valutandone le caratteristiche funzionali e adattative. Le informazioni non

erano per ottenere un confronto con i comportamenti umani, ma per descrivere e catalogare le tipologie comportamentali di ogni specie. Cos ì come

scrive Konrad Lorenz (uno dei fondatori di tale disciplina) nel suo testo “L’etologia” <<il metodo di indagine impiegato, dunque, consisteva

nell’applicare ai comportamenti degli animali e delle persone quei metodi divenuti d’uso corrente e naturale in tutti gli altri campi della biologia

dopo Charles Darwin e nel formulare gli interrogativi seguendo lo stesso criterio>>, quindi considerare i comportamenti sia innati che appresi, come

elementi selezionati da pressioni evolutive positive

Molte ricerche fortificano ipotesi sul confronto dei comportamenti animale­uomo, anche per quei processi che i cognitivisti definiscono come i

<<processi mentali>>. La lezione di Lorenz, scandalosa per gli psicologi, è divenuta il cuore dell’argomentazione cognitivista, infatti si cerca di

rintracciare nelle manifestazioni comportamentali degli animali non umani una serie di caratteristiche conoscitive che rendono conto sia della

continuità tra capacità mentali umane e animali, sia delle non specialità delle abilità del sapiens. La propensione delle scienze cognitive ha spinto

gli etologi a concentrare i loro studi sulle microunità in cui erano suddivise le abilità umane e alcune teorie di linguisti , come Chomschy (che ha

pontificato che il linguaggio è un carattere innato della specie umana), hanno esaltato i processi intellettivi che rendono la nostra specie unica

all’interno del regno animale, indicando il linguaggio come emblema della specie umana.

MOLTI DI NOI CONOSCONO I TENTATIVI DI INSEGNARE IL LINGUAGGIO AI NON UMANI. NON SI PUÒ FAR

ARTICOLARE UNA FRASE A UN NON UMANO, MA MAGARI AD ASSOCIARE UN SEGNO AD UN OGGETTO, OVVERO, LA

COMUNICAZIONE DEI NON UMANI SAREBBE UNA COMUNICAZIONE SEMIOTICA (BASATA SUI SEGNI) MA NON

VERBALE. IL LINGUAGGIO È GARANTE, ASSICURANTE DELLA REALIZZAZIONE E DELLA DIVERSIFICAZIONE DELLE

MANIFESTAZIONI CULTURALI.

È evidente che la negazione del ruolo del linguaggio all’interno della cognitività umana presenta delle cause epistemologiche precise: cause che

condizionano gli scopi dell’indagine etologica cognitiva,per esempio gli articoli di etologia che sostengono che i primati non umani presentano

abilità cognitive comparabili con quelle umane. La psicologia è tornata a studiare la mente, cosicchè la psiche degli animali non umani è tornata ad

essere un problema.

Si apre un dibattito sulla possibilità di rintracciare comportamenti analoghi tra animale e uomo: o si attribuiscono capacità simili a tutte le specie

animali, o si eliminano dall’argomentazione gli elementi di discontinuità. La prima soluzione, adottata da Donald Griffin, con la sua rassegna

“Animal Minds” (menti animali) dimostra la presenza del pensiero cosciente in tutti gli animali non umani impiegando degli esempi: in questo modo

realizza una sorta di proiezione di tutte le abilità considerate tipicamente umane sugli animali non umani. Il linguaggio però viene escluso da

questa percezione. Per seguire ciò Griffin perde di vista la distinzione tra comportamenti stenotopici, gestiti geneticamente, ed euritopici, appresi

ambientalmente, determinanti per comprendere la componente intensionale del comportamento.

COMPORTAMENTI STENOTOPICI Comportamenti psichici anomali indotti dalla programmazione genetica (ad esempio diverse specie umane

possono reagire a fatti di stress cronico con comportamenti abulici) o i cambiamenti dell’umore nell’atteggiamento nei confronti degli altRI

COMPORTAMENTI EURITOPICi Alla scarsa determinatezza della loro macchina biologica corrisponde la massima efficienza della loro

macchina sociale e dell’adattabilità individuale. La specie umana è la più euritopica del regno animale.

Più ci allontaniamo dal comportamento stenotopico,più ci avviciniamo alla dimensione umana.

UN ESEMPIO ECLATANTE È QUELLO CHE GRIFFIN DESCRIVE COME INGANNO CONSAPEVOLE DEL PIVIERE (UN

UCCELLO CON BECCO PICCOLO E OCCHI GRANDI): QUESTO È UN COMPORTAMENTO MESSO IN ATTO DA QUESTI TIPI DI

UCCELLI CHE NIDIFICANO SUL TERRENO REALIZZANDO QUELLA CHE GRIFFIN CHIAMA <<COMUNICAZIONE

INGANNEVOLE>>, ESSI FINGEREBBERO DI AVERE UN’ALA SPEZZATA TRASCINANDOLA NEL TERRENO ATTRAENDO

E IN QUESTO MODO DISTRAENDO IL PREDATORE DALLE LORO UOVA. FACENDO UN’ANALISI PIÙ ATTENTA, LA

FINZIONE DELL’ALA SPEZZATA SEMBRA ESSERE CONTROLLATA GENETICAMENTE. SE VARIANO LE CONDIZIONI

AMBIENTALI (PER ESEMPIO IL PREDATORE NON CADE NELLA TRAPPOLA E MANGIA LE UOVA) IL PIVIERE

CONTINUA LA SUA ESECUZIONE STEREOTIPATA, MOSTRANDO COME QUEL COMPORTAMENTO SIA SCATENATO DA

CUES (SEGNALI) AMBIENTALI E DUNQUE NON POSSA ESSERE CONSIDERATO UN INGANNO CONSAPEVOLE,

COSCIENTE. L’INGANNO SEMBRA PRESUPPORRE, INFATTI, CAPACITÀ MOLTO ALTE, COME QUELLE DI

RAPPRESENTARSI CIÒ CHE L’ALTRO SA DI UNA DETERMINATA SITUAZIONE, E QUELLA DI PIANIFICARE UN’AZIONE

MOLTO ARTICOLATA.

Studi di altri etologi, adottano la strategia opposta a Griffin: si cerca di ricondurre la cognitività umana al livello di comparazione con quella animale.

Un esempio è sulla presenza della teoria della mente degli scimpanzè: essi sarebbero in grado di comprendere le espressioni facciali e i movimenti, alcuni

rapporti sociali e relazioni di dominanza nel gruppo e comportarsi di conseguenza. Uno scimpanzè gregario (che sta in branco) può non guardare nella

direzione del cibo che può vedere solo lui, impedendo al maschio alfa (che ha il ruolo più alto nel branco) di dirigersi verso la fonte di nutrizione. Si

tratterebbe di capacità definite lontani precursori della teoria della mente umana, tanto da spingere Povinelli, uno degli esponenti principali del dibattito,

a sostenere se gli scimpanzè hanno una teoria della mente.

IL DIBATTITO SULLA SEMPLIFICAZIONE DEI PROCESSI COGNITIVI COMPLESSI È ANCORA IN CORSO, E RISULTA CHIARO

CHE LA TENDENZA A QUESTA SEMPLIFICAZIONE E ALLA CANCELLAZIONE DEL LINGUAGGIO DALLA SCENA

EVOLUTIVA, COMPORTA UNA DESCRIZIONE PARZIALE DELLA COGNITIVITÀ UMANA, E INAPPROPRIATA DELLA

COGNITIVITÀ ANIMALE.

Il caso della cultura è ancora più eclatante: nella definizione di cultura il linguaggio gioca il ruolo centrale, è il garante della trasmissione culturale ed è

necessario per produrre cultura. In questo modo sia gli animali non umani sia gli infanti (bambini molto piccoli) non dotati di linguaggio, non avrebbero

cultura. Escludiamo però gli infanti, che sarebbero solo in condizione di “attesa” nel venire immersi nel sistema culturale

Molte argomentazioni per dimostrare cultura negli animali non umani cercano di comprendere in che modo il linguaggio sia determinante per la

produzione di cultura, arrivando alla conclusione secondo cui, il linguaggio serve per trasmettere cultura, non per produrla!

Il linguaggio è semplicemente il mezzo con cui trasmettiamo i comportamenti e le regole culturali. Esso non è la cultura e non determina la cultura in

quanto tale […]

In queste poche righe si arriva alla conclusione paradossale secondo cui l’uomo impiegherebbe il linguaggio per trasmettere cultura, prodotta tramite

<<l’immaginazione>> e si arriva a sostenere che dobbiamo adottare <<concretezza>> per comprendere la cultura animale. La preoccupazione degli

etologi di fornire una definizione di cultura plausibile è stata esclusa da una certa antropologia culturale del primo Novecento anche se il dibattito è

ancora aperto alle innovazioni introdotte dalle scienze cognitive.

3.2 La mente linguistica è una mente culturale

L’antropologia culturale nasce e si sviluppa attorno a un accezzione univoca dalla nozione di cultura. L’antropologia culturale del secolo scorso ha

promosso e sviluppato la cultura come oggetto di studio scientifico, ed è anche il ramo dell’antropologia che studia le differenze culturali tra gruppi

umani.

• Franz Boas dice che la specie e la cultura umane sono uniche e irriducibili, poichè acquistate mediante tradizione;

• Alfred Knober ipotizzava l’essenzialismo linguistico <<l’uomo è un animale essenzialmente unico in quanto possiede la facoltà di linguaggio,

e la facoltà di creare simboli, astrazioni o generalizzazioni>>

• George P. Murdock e Leslie A. White estremizzano la centralità del potere simbolico e affermano che <<i sordomuti che crescono senza l’uso

dei simboli non sono esseri umani>>.

• L’antropologia culturale si configura come <<la scienza del giorno dopo>> quella cioè che scopre sempre in ritardo quanto si produce nelle

ricerche. Lorenz chiamò <<determinismo biologico>>, cioè dalle scienze della genetica e della genetica delle popolazioni, l’avvicinamento

all’Homo Sapiens e quindi alla totale inammissibilità di qualunque accezzione del concetto di <<razza>>. Come vedremo, l’uomo è l’unico

animale che non ritualizza i comportamenti aggressivi e giunge all’omicidio, oltrepassando la simbologia della fuga, tipica della

ritualizzazione animale dell’aggressività: […] l’uomo combatte per distruggere[…] la specie umana è l’unica che pratica l’omicidio di massa.

Con l’evoluzione culturale, le potenzialità selettive delle pseudospecie aumentano a dismisura, conservazione e innovazione diventano le linee di confine

che tracciano le distanze tra le diverse tradizioni pseudospecifiche.

Rispetto a quello della speciazione biologica, il timing evolutivo delle pseudospeciazioni è di molto più breve. La rapidità e la continuità delle

pseudospeciazioni culturali spiegano la cosidetta <<etologia della guerra>>. Ciò che è importante dire, è che la guerra distruttiva è il risultato

dell’evoluzione culturale. Nella fattispecie, ciò che rende anacronistico il punto di vista antropologico­culturale è l’estremizzazione di contrapposizioni

malfondate ( es: natura vs cultura. . . ).Allo stesso modo, l’interpretazione sbagliata di queste antinomie, non comporta la loro condanna. Mettere in

discussione tutto questo vorrebbe dire cambiare il significato delle dottrine naturalistiche che si vogliono difendere.La capacità di trasmettere le

conoscenze il “social learning“ e tanti altri fenomeni, sono diventati il contesto della teoria standard, compresa quella zoologica, biologica, ecc…

Naturalmente, nel corso degli anni, le ricerche in questi campi, hanno portato a numerosi dibattiti,dai quali è stato possibile ricongiungere biologia e

cultura. In merito a questo, è da ammirare il coraggio nelle scelte di “Levi Strauss“, che lanciò una sfida alle componenti più conservatrici, anche a costo

di attirarsi numerose critiche. Sul tabù delle <<razze>> umane, tra “razza“ e “cultura“ riflette sul fatto che proprio dalle strutture di parentela (uno dei

suoi principali interessi) dipendono gli intrecci genetici che rideterminano i caratteri culturali delle comunità. Per questa via “Levi ­ Strauss“ ammette

che: all’origine dell’umanità l’evoluzione biologica ha forse selezionato tratti particolari quali la stazione eretta, l’ abilità manuale, la tendenza alla vita

associata, il pensiero simbolico, l’ attitudine a vocalizzare e a comunicare; ed è la cultura che poi consolida questi tratti e li propaga; quando le culture si

specializzano, consolidano e favoriscono altri tratti, come la resistenza al freddo o al calore nel caso di società che per scelta o costrizione hanno dovuto

adattarsi a climi estremi; o come le tendenze aggressive, l’ingegno tecnico, ecc.. Nessuno di questi tratti guardati a livello culturale, pu ò essere ricondotto

ad una base genetica, ma non si può escludere che lo siano in maniera parziale o per effetto di lontani legami intermedi. Se così è, sarebbe giusto affermare

che ogni cultura seleziona attitudini genetiche che, influiscono sulla cultura che aveva inizialmente collaborato al loro rafforzamento.

Qui “Levi Strauss“ , sembra anticipare alcune scoperte della genetica trasformazionale, che ha riaccostato i rapporti di causa ed effetto tra: geni

organismi ambiente

Non è l’ambiente a condizionare la specie, ma le specie a condizionare l’ambiente, perché:

 Sono gli organismi a selezionare e decidere ciò che fa parte dell’ambiente.

 Sono gli organismi a costruire e fabbricare l’ambiente, costruendo nidi, tane, rifugi, ecc …

 Sono gli stessi organismi che alterano di continuo l’ ambiente.

La selezione intraspecie di “Levi Strauss“ assume un ruolo importantissimo anche nel chiarire il nesso tra geni, popoli e lingue, oltre che storicit à e

maturità delle lingue.

3.3. La mente linguistica è una mente infalsif icabile.

Un punto che resta da chiarire e analizzare è l’affermazione secondo cui la spiegazione linguistica della mente sarebbe infalsificabile.

Il dibattito è fortemente concentrato sull’analisi filosofica e alla concezione del linguaggio che viene offerta da alcuni settori dell’indagine filosofica

della mente.

Il primo piano da analizzare è quello degli elementi prelinguistici: è molto gettonata l’idea che il linguaggio e la capacità linguistica derivi e sia fondata

su tali elementi.

Diverse ricerche stanno tentando di individuare quali siano queste competenze prelinguistiche. Un tentativo abbastanza accettato all’interno dei filosofi

della mente è quello della “CORE KNOWLEDGE”.

Inoltre è stato dimostrato che la competenza linguistica è condizionata da alcuni precursori cognitivi.

Queste competenze si sviluppano prima e indipendentemente dal linguaggio, come sostengono alcuni autori proprio a causa delle diverse modalit à di

apprendimento del linguaggio umano, che si sviluppa nelle capacità ricettive maggiormente, fino alla maturità linguistica, rispetto a quelle produttive.La

mente umana è una mente completamente linguistica: chi sostiene questa tendenza prelinguistica, è disposto ad ammettere l’esistenza di una base almeno

percettiva non linguistica, a condizione che una volta innescato il linguaggio nella mente dell’individuo, si realizza un cambiamento qualitativo che

condiziona tutti gli elementi cognitivi. E’ proprio questa visione totalizzante e qualitativamente differente del linguaggio che rende la mente linguistica

“infalsificabile”.Per quanto riguarda l’analisi del secondo piano, invece, si basa sul principio secondo il quale i fenomeni cognitivi di alto livelloprevedono

l’intervento del linguaggio solo alla fine di tutti i processamenti neurobiologici. Il dibattito riguarda soprattutto la caratterizzazione specie­specifica

delle cognizioni umane.Secondo i filosofi della mente, il “linguaggio” interviene in un secondo momento, sostenendo che un individuo prima percepisce e

poi “nomina” ; come ad esempio il “sapiens” conosce il mondo tramite il proprio sistema percettivo e poi lo “linguisticizza” solo quando le informazioni

percettive arrivano a livello cosciente. In realtà questa teoria non è per nulla scontata, proprio per ragioni strettamente neuroscientifiche e si deduce che

questo secondo piano riveste un ruolo strettamente strategico.

SINTESI E CONCLUSIONI:

mente linguistica = mente naturale

Negli ultimi anni l’idea che il linguaggio possa costituire l’elemento di differenzazione cognitiva tra primati umani e non umani ha dato il via ad una

serie di operazioni epistemologiche, puntando alla valorizzazione di aspetti dei meccanismi mentali umani. E’ quello che in questo capitolo abbiamo

chiamato <<negazionismo linguistico>>, una strana forma di avversione che il linguaggio esercita dall’interno sulla cognizione umana. La memoria, la

coscienza, le categorie, vengono considerati dei processi che funzionano tramite l’immagazzinamento e il recupero di sequenze filmiche di immagini

relative alle singole esperienze su cui solo in un secondo momento, è solo strettamente necessario, interviene il linguaggio a tradurre le immagini presenti

nella nostra mente

Anche la definizione della componente sociale e culturale, influenzate dall’intervento del linguaggio, ha presentato diverse posizioni tra i sostenitori della

specialità e unicità della funzione linguistica e i sostenitori della cultura animale che ha tentato di rispondere in maniera forte alle provocazioni

iperlinguistiche degli antropologi.L’ultimo tentativo di esclusione del linguaggio dalle scienze cognitive deriva proprio dalla “filosofia della mente”, oggi

impegnata in una battaglia contro la funzione linguistica, considerata invasiva e distante dalle abilità delle strutture presenti degli altri animali non

umani.Stabilire quando il linguaggio interviene nei processi di elaborazione esterna, significa attribuire al linguaggio il compito di rendere specie­specifica

la modalità di processamento dell’ informazione.La mente linguistica è una mente naturale, una mente che rappresenta biologicamente ed evolutivamente

“la realtà”. Non si sta escludendo che la mente umana sia l’ esito dei processi adattativi che hanno selezionato positivamente il mantenimento delle

funzioni precedenti, anzi, gli si attribuisce un valore fondativo.

Capitolo terzo

Le scienze cognitive si sono sempre interessati delle basi biologiche del linguaggio. La funzione del linguaggio viene

assicurata dalla presenza di alcune str utture anatomiche senza le quali non sarebbe nemmeno possibile emettere suoni. Per

questo motivo f ino a qualche anno fa, si sosteneva la tesi secondo cui: proprio la presenza di str utture f isiologiche

specif iche per il linguaggio costituisse il marchio naturale della specialit à umana. A smentire questa tesi, furono, oltre che i

ritrovamenti paleontropologici delle prime forme simboliche anche e soprattutto i risultati derivati dagli studi sugli

ENFANT S SOUVAGES=BAMBINI SELVAGGI: bambini persi o abbandonati vissuti isolati dalla societ à, lontano dal

contatto umano. Un esempio è il bambino selvaggio ritrovato intorno al 1828 in Francia, vissuto per i primi 12 anni della

sua vita allo strado brado solo a contatto con gli animali, nonostante tutti gli sforzi compiuti dagli esperti il selvaggio non

fu in grado di articolare null’altro che qualche parola. Gli esperti conclusero che nella formazione dell’intelligenza e del

linguaggio, la socializzazione e l’interazione con l’ambiente, sono fondamentali dal primo giorno di vita. In questo modo fu

chiaro infatti che la presenza di correlati morfologici, anche se indispensabili per la presenza del linguaggio, non erano

tuttavia suff icienti a garantirne l’esercizio. Da ciò si può concludere che il linguaggio che presenta caratteristiche

evidentemente innate, per svelasi necessita comunque di un inserimento sociale. Ciò che tuttavia continuava e per buona

parte continua ancora oggi a essere ignorata è la storia evolutiva del linguaggio che ha condotto al suo attecchimento come

forma cognitiva specie­specif ica della socialit à umana. Un esempio degli errori di valutazione degli aspetti evolutivi è il

caso DELL’OSSO IOIDE: un ossicino posizionato tra la base della lingua e la laringe. Si tratta di una str uttura ossea

sesamoide, cioè non articolata con altre ossa, la sua posizione stabile viene garantita dalla presenza di diverse formazioni

muscolari cui si agganciano i muscoli lar ingali e quelli mandibolari. Il movimento dell’osso ioide, oltre a determinare la

tipica posizione bassa della laringe, permette la variazione della geometria del tratto vocale, indispensabile per la

generazione di frequenze formantiche tipiche della produzione del sapiens. L’osso ioide è inoltre stato considerato

fondamentale per individuare la capacit à fonatoria in specie di ominidi vicine al sapiens ma ormai estinte. Secondo gli studi

condotti da FHILIP LIEBERMAN , la comparsa dell’osso ioide con le caratteristiche specif iche dell’uomo anatomicamente

moder no sarebbe f issata intorno ai 100.000 anni fa. Sembrava cos ì identif icata una caratteristica str utturale ossea che

permetteva di distinguere l’uomo moderno dai suoi precursori. Questo garantiva l’unicit à della funzione linguistica e la

separazione dalle altre specie animali. Studi ulteriori hanno per ò dimostrato imprecisioni sulla datazione della comparsa

dell’osso ioide, infatti, su un fossile di Neanderthal, fu ritrovato un osso ioide quasi identico a quello delle forme moder ne.

Tale ritrovamento, seguito da altri, ha permesso di ipotizzare che alcuni ominidi avessero almeno la possibilit à tecnica di

parlare. Inoltre alcuni studiosi hanno evidenziato l’improbabilit à che una struttura fondamentale per l’uomo come il tratto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienza dell'educazione e della formazione (MESSINA, NOTO)
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia92s di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Pennisi Antonino.

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