Estratto del documento

Introduzione

La specie-specificità umana sarebbe stata causata dal nostro abbandono dell’ambiente non umano, un principio dis-adattativo assoluto. Per ambiente non umano intendiamo la totalità dell’ambiente dell’uomo, a eccezione degli esseri umani che vi vivono. Le civiltà intelligenti hanno una durata limitata, poiché come ogni specie nascono, si trasformano e prima o poi scompaiono.

Per quanto riguarda la nostra specie, a determinare la nostra estinzione sarà il linguaggio articolato, nostra malattia terminale e nostra condanna; questo è apparso in natura nella specie Homo sapiens, ristrutturandone e permeandone il modo di pensare e di agire. In questo libro la principale tesi è che l’anomalia ecologica e la diversità mentale siano due facce di una stessa medaglia: la specie umana è diventata ecologicamente anomala proprio perché la sua mente sociale è diventata cognitivamente diversa da ogni altra e la sua mente sociale è diventata cognitivamente diversa da tutte le altre perché si è casualmente imbattuta nell’inguaribile morbo del linguaggio: un prezzo troppo alto pagato alla selezione naturale.

Le prime procedure umane si sviluppano nel tool use e nel tool making. Tuttavia sappiamo che il linguaggio portava via il sapiens dall’ambiente non umano, l’uomo comincia a sfuggire continuamente dalle sue radici, diventando il più grande migratore di tutto il regno animale. L’evoluzione culturale determina l’evoluzione biologica non meno di quanto quella biologica determini quella culturale: la culturalizzazione dell’evoluzione naturale è la chiave della condanna umana a un estinzione ormai sempre più probabile.

Capitolo primo - Evoluzionismo e scienze cognitive

Le scienze cognitive hanno come oggetto di studio la natura ed il funzionamento della mente in qualunque sistema pensante, naturale o artificiale. Psicologia, filosofia, neurologia, linguistica e informatica, costituiscono gli architravi del cognitivismo. Le scienze cognitive si riconoscono in un metodo interdisciplinare adottato in tutto il mondo da un numero sempre maggiore di ricercatori di aree diverse.

Il computazionalismo ha trasmesso alle neuroscienze l’idea di un cervello-monade che si articola in aree-monadi producendo funzioni-monadi ed alla filosofia della mente l’idea che tutte le monadi di cui è composto il nostro sistema cognitivo, sia a sua volta una meta-monade inconsapevole. Nell’evoluzionismo contemporaneo viene affermato che ad adattarsi sono gli organismi e gli individui, non le loro strutture prese isolatamente.

Il paradigma disincarnato

Nel 1963 Alan Turing propose al mondo scientifico una macchina formale le cui regole di funzionamento appaiono molto semplici, ed è in grado di simulare qualsiasi funzione calcolabile poiché opera attraverso procedure deterministiche. I suoi principi di funzionamento sono:

  • Ricorsività: possibilità di applicare regole che richiamano se stesse per un numero indeterminato di volte;
  • Finitezza del numero degli stati logici in cui può trovarsi e del nastro su cui si legge e scrive i risultati delle elaborazioni.

Per funzionare è essenziale che i problemi ad essa sottoposti siano risolubili. Il problema di arresto di una macchina di Turing è Turing-indecidibile (non è prevedibile a priori). Ma sappiamo comunque che non tutta la conoscenza umana può essere sottoposta a processi di formalizzazione.

Nel 1950 Turing sfida il mondo a dimostrare la capacità di distinguere dalle sole manifestazioni esterne se un ragionamento proviene da una macchina o da un umano. Il test di Turing è il simbolo della prima fase delle scienze cognitive: tutto ciò che possiamo predicare dell’intelligenza umana possiamo anche simularlo attraverso i computer, portando alla nascita dell’intelligenza artificiale (IA) moderna.

Argomento dell’autocoscienza: secondo Turing il paradosso di questa argomentazione è la sua natura ontologica: il solo modo per assicurarsi che una macchina pensa, è quello di identificarsi con essa e descrivere introspettivamente le sensazioni che si provano. Così come l’evoluzione degli individui, anche lo sviluppo degli embrioni appare a Turing un evento simulabile dalle macchine che apprendono.

Anche Turing come Lorentz utilizza il caso di Helen Keller per sostenere la tesi dell’indifferenza del problema della corporificazione delle funzioni cerebrali (la cieco-sorda dimostrerebbe la possibilità di apprendimento anche in assenza delle funzioni percettive elementari). L’intelligenza comunque è solo una funzione dell’organizzazione di un sistema e dei suoi processi operatori sui simboli.

L’espressione svolta linguistica (Richard Rorty ’60) avanza l’idea secondo la quale l’analisi del linguaggio costituisce il metodo per la risoluzione di tutti i problemi filosofici, riconducibile all’idea centrale di Wittgenstein secondo cui l’unica realtà a cui i filosofi possono accedere è la grammatica di una lingua, dove per grammatica intendiamo l’insieme delle regole che regolano e spiegano gli usi della lingua.

In seguito vediamo affermarsi una nuova accezione: grammatica generativa di Noam Chomsky che per la prima volta pone al centro dell’universo linguistico il mentalismo, l’innatismo, la ricorsività delle sue procedure sintattiche e la specie-specificità della sua forma di intelligenza e conoscenza del mondo. Ad accomunare le tre versioni della svolta linguistica è l’assenza di qualsiasi interesse per la corporeità dei processi linguistici.

Con Chomsky si affermano interessi direttamente connessi con le strutture biologiche degli organismi (l’innatismo genetico del linguaggio e la nozione di specie-specificità della cognizione linguistica). Biologizzazione della teoria della mente: l’idea di fondo che ha accompagnato la conversazione delle origini computazionali delle scienze cognitive verso i lidi neuroscientifici è la naturalizzazione della mente: la mente computazionale è una mente artificiale nata proprio all’interno della prospettiva simulazionista.

Nel paradigma neuroscientifico mente e cervello coincidono: il cervello non è più una metafora della mente, è la mente stessa. Ipotesi radicalmente monistica: associare sedi neurali a comportamenti. È su questa ipotesi che si radica la tendenza a naturalizzare tutti i saperi connessi alle scienze cognitive. Si tratta di individuare il rapporto tra i comportamenti e le ipotesi neuropsicologiche. Ma cosa vuol dire considerare comportamenti mentali come comportamenti naturali?

Per Quine, Goldman, Dretske è praticare l’eutanasia filosofica: la filosofia deve dissolversi nella conoscenza scientifica adottando i metodi delle stesse scienze naturali, in particolare della fisica. Non tutti i problemi filosofici sono problemi linguistici, né il sapere linguistico è l’unica forma di certezza, relativa, su cui possiamo contare. Le scienze cognitive hanno dimostrato come alla formazione delle cognizioni concorrono una serie di abilità parziali, dotate di una loro autonomia: architettura modulare della mente. Ma l’attuale tendenza è quella di banalizzare il ricorso alla naturalizzazione della conoscenza interpretandola come una sua riduzione alle funzioni prelinguistiche dei sistemi cognitivi. Non è infondata l’ipotesi che la Core knowledge (insieme dei moduli fondamentali di qualsiasi forma animale) possa preesistere rispetto alle capacità linguistiche umane. Ma l’insieme di queste capacità ha subito una trasformazione.

L’obiettivo naturalistico è di capire in che modo la specie-specificità della funzione linguistica riconverte in un organismo mentale, l’insieme delle funzioni cognitive che non hanno natura prevalentemente linguistica. A intravedere la crisi del nuovo paradigma fu Edelman che rimproverava alle attuali scienze cognitive non solo l’adozione di una prospettiva mentalista iperformalizzata ma anche il cedimento a quella “frode intellettuale” che ci fa attribuire le caratteristiche delle costruzioni mentali umane per il ragionamento umano e al mondo macroscopico in cui viviamo.

Il pensiero, la memoria, il linguaggio scaturiscono dal corpo e dal cervello e non operano tramite significati trascendentali ma attraverso contrattazioni semantiche prodotte dall’interazione con i conspecifici e con i processi di incorporamento delle conoscenze. Secondo Edelman dobbiamo al modello della autoelevazione semantica la categorizzazione concettuale specifica umana. Essa funzionerebbe da modalità di ricompensa e apprendimento sotto condizioni di categorizzazione degli sforzi per riconoscere sotto una comune forma fonologica l’oggetto percepito sia dal bambino che dalla madre.

Un possibile programma di biologizzazione delle neuroscienze sarebbe: ricostruire i processi di apprendimento etologicamente specie-specifici e affinare i metodi di localizzazione e visualizzazione cerebrale con il timing neurofisiologico degli eventi funzionali. Nel 1859 nasce la Teoria dell’evoluzione con Darwin in contrapposizione a Lamarck il quale sosteneva che gli organismi sono il risultato di un processo graduale di modificazione che avviene sotto la pressione delle condizioni ambientali; è il primo riconosciuto dalla teoria dell’adattamento tramite l’uso (es. evoluzione collo giraffa).

Sosteneva anche la tesi della trasmissione dei caratteri acquisiti: tutto ciò che viene modificato durante al vita di un individuo viene lasciato in eredità ai propri discendenti. Il merito principale della teoria darwiniana è quello di aver capito che la nascita di nuove specie, la differenziazione e tutti gli altri meccanismi che determinano la biodiversità dipendono dalla selezione naturale di variazioni casuali congenite e che l’uomo dipende in continuità da altri primati. La selezione naturale opera nel quadro delle restrizioni imposte dalla fisica e dalla chimica, con i fenomeni di exaptation e con quelli dell’evoluzione culturale. Costitutiva è l’asimmetria del rapporto tra l’evoluzione delle strutture e quella delle funzioni: l’assemblaggio fisiologico delle strutture anatomiche negli organismi viventi è governato dal continuismo natura non facit saltus, principio antico delle scienze naturali.

Exaptation: nuova funzione che si innesta in una componente dell’organismo per la quale non era stata precedentemente selezionata.

Biologia evoluzionista: scienza che dev’essere in grado di parlare della specificità della mente umana ma fuori da ogni prospettiva antropocentrica: paradigma biologico della scienza cognitiva del secolo.

Capitolo secondo - Lo strano caso del negazionismo

Sappiamo che la scienza ha lo scopo di porre al proprio centro ciò che più distingue l’essere umano dalle altre specie animali: il linguaggio, considerato come lo strumento che potenzia l’intelligenza umana rendendola efficiente. Serve a trasmettere pensieri, sentimenti, stati d’animo/mentali: contenuti. Le parole sarebbero solo una nomenclatura.

Non viene tollerato da attuali cognitivisti che attraverso l’interazione linguistica la mente crei proprie versioni, soggettive o collettive, della realtà, come se davvero ne potessero esistere altre di ordine superiore o trascendente. Si corre il rischio che il paradigma delle scienze cognitive diventi un vero e proprio paradigma negazionista del linguaggio.

Il negazionismo, sorto negli anni ’50 come un movimento ideologico teso a minimizzare le responsabilità morali della Germania nazista, riflette oggi un insieme di posizioni che esprimono dubbi circa la storia dell’Olocausto: alcuni si spingono a sostenere che la shoah non sia mai avvenuta. Chi sostiene queste ipotesi esige un maggior numero di “prove”, ritenendo le evidenze trovate nei campi di sterminio insufficienti e false; molti ancora si addentrano in questioni tecniche.

Nell’argomentazione negazionista, si ritiene che l’accumularsi di una quantità di dettagli più o meno minuti, possa aumentare di per sé la credibilità della negazione. Nei territori della filosofia della mente, comincia a farsi strada l’idea che il linguaggio non costituisca affatto il baricentro storico-naturale della cognitività e dell’evoluzione umana e che determinate facoltà antropocentricamente essenziali possano farne a meno. (non bisogna chiedersi come sia stato possibile; esso è stato tecnicamente possibile perché ha avuto luogo)

Le ragioni per cui dall’evoluzione dei primati si è speciato l’Homo sapiens è che in una data configurazione crono-eto-zoologica, ha avuto luogo l’instanziazione del linguaggio: è il risultato di una potenzialità filogenetica fondata su una mutuazione casuale di correlati morfologici, periferici e centrali specifici. Non è detto che quella che chiamiamo facoltà di linguaggio si sia dovuta per forza instituire: pietra dello scandalo del negazionismo linguistico della filosofia della mente.

Per negare questo evento originario alcuni tra i più dotati cognitivisti sono ricorsi a nozioni tecniche di natura neuroscientifica, neurofisiologica e neuropsicologica. Le argomentazioni più diffuse del negazionismo linguistico possono essere articolate in 3 gruppi:

  • Argomenti filosofici: rapporto tra pensiero e linguaggio, tra linguaggio e realtà, tra mondo percettivo e mondo linguistico: linguaggio è una struttura derivata e secondaria rispetto a percezioni, pensieri e concetti.
  • Argomenti naturalistici: osservazioni di tipo neurofisiologico e neuroscientifico: l’opzione filosofica mentalista tende a dimostrare che in tutti i fenomeni funzionali di ordine superiore il linguaggio arriva sempre alla fine di procedure neurobiologiche più o meno primarie, sostanzialmente aggiungendosi ad esse, ma mai determinandole o causandole.
  • Argomenti antropologico-evolutivi: rapporto tra comportamenti animali e distanze tra natura e cultura: tendenza a ignorare i percorsi e le continuità evolutive che porterebbero alla cattiva idea di una specialità del linguaggio umano.

L’ipotesi del negazionismo filosofico del linguaggio è fondata sull’assunto che le spiegazioni linguistiche dei fenomeni cognitivi sarebbero infalsificabili e ripetibili: l’euristica linguistica non sarebbe altro che una prospettiva ermeneutica applicata ai fenomeni cerebrali. La ricostruzione della mente linguistica “tecnicamente impossibile” e quindi inadatta a fungere da modello per le scienze cognitive.

Piaget: pioniere del cognitivismo: le abilità linguistiche non avrebbero alcuna specificità cognitiva, alcuna struttura morfologica innata, alcun meccanismo funzionale dominio-specifico. Sintassi e semantica sarebbero solo un risultato dell’organizzazione dell’intelligenza sensomotoria.

Evans: gli stati percettivi non hanno una natura linguistica e neppure concettuale; dobbiamo far ricorso all’azione per raffigurarli.

Jackendoff: sostanziale dicotomia tra pensiero e linguaggio, sostenendo il principio della traducibilità delle lingue: implicita esistenza di un nucleo “non-linguistico” nelle nostre osservazioni. Il linguaggio che sentiamo nelle nostre teste quando pensiamo è una manifestazione conscia del pensiero.

Pinker: valorizza la dimensione comunicativo-strumentale del linguaggio limitando la sua funzione creativa e costruttiva e utilizzando una tesi pseudoevoluzionista secondo cui, se la mente linguistica fosse fondativa della cognitività, allora i bambini prelinguistici, i soggetti sordi, gli afasici e gli scimpanzé sarebbero privi di intelligenza.

La coscienza afasica

(afasia=perdita parziale o totale della capacità di parlare) Antonio Damasio sostiene la tesi secondo cui né la coscienza nucleare né quella estesa dipenderebbero dal linguaggio. L’oggetto di una teoria della coscienza dovrebbe essere non il modo in cui la memoria, la ragione e il linguaggio contribuiscono a costruire, dall’alto verso il basso, un’interpretazione di quanto accade nel cervello e nella mente, ma i modi in cui i fenomeni di livello molto basso precedono le inferenze e le interpretazioni collocandosi prima della rappresentazione semantica.

Poiché la coscienza estesa dipende dalla memoria convenzionale e dalla memoria operativa, anche il funzionamento della memoria è nell’uomo separabile dal linguaggio. Domina nella neurofisiologia di Damasio un’idea strumentale e nomenclatoria del linguaggio improponibile dopo Saussure e Wittgenstein: secondo Saussure non c’è nulla di distinto nel pensiero prima del segno linguistico; il pensiero non linguistico è una massa amorfa e nebulosa. Lo specifico ruolo del linguaggio è di interfacciare pensieri e suoni.

Secondo Wittgenstein, invece, non esistono pensieri, idee, concetti a prescindere dal loro atto di costituzione nella dialogicità reciproca del loro uso: la definizione di una parola non è l’analisi di ciò che accade nella mia mente quando io la preferisco. Le due definizioni hanno in comune quello che Popper ha definito dogma positivistico del significato, consistente nell’identificare il criterio di demarcazione tra scienza empirica e metafisica in una differenza che esiste nella natura delle cose, adottando un metodo in cui i fatti assumono lo statuto di asserzioni singolari operando sulle quali con il principio dell’inferenza induttiva si giunge ad asserzioni universali.

Nei processi ontogenetici di apprendimento del linguaggio dove la parola io, la presenza del sé, nei bambini compare non prima dei 3-4 anni e sostituisce il proprio nome sino a quel momento considerato estraneo al dato coscienziale, quindi inconsapevole, cieco al soggetto stesso. La coscienza non sbaglia, il linguaggio sì. La struttura immediata della coscienza consisterebbe in una successione...

Anteprima
Vedrai una selezione di 8 pagine su 34
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 1 Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 2
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 6
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 11
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 16
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 21
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 26
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filosofia del Linguaggio, prof. Pennisi, libro consigliato Il Prezzo del Linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive Pag. 31
1 su 34
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fefffy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Pennisi Antonino.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community