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Le polilogiche della complessità

Introduzione

Secondo l’autore, la struttura intrinseca del reale non è né semplice né statica, ma estremamente complessa e in continuo divenire; per comprendere tale struttura storica e complessa è necessaria una logica articolata allo stesso modo. Le due tesi, ossia semplicità e complessità del reale, si sono sempre opposte nel corso della storia del pensiero occidentale.

Nella nostra cultura continua a prevalere l’idea che la struttura del mondo sia quella pitagorica-platonica, rilanciata da Galilei, e che la via per conoscerla sia quella dell’analisi logico-matematica, che consentirebbe la scissione del tutto in parti elementari facilmente intuibili, come suggerisce il metodo cartesiano. Ma bisogna riconoscere la struttura del reale come storica e complessa e che tale struttura sia comprensibile grazie a una Ragione anch’essa storica e complessa. Riconoscimento che è emerso solo attraverso Vico e Hegel. Una svolta decisiva si è avuta quando il ruolo del tempo e della storia è stato riconosciuto anche in ambito scientifico, quando cioè si è arrivati a comprendere che anche la realtà è storia e nient’altro che storia.

Quindi dobbiamo ridimensionare drasticamente l’atteggiamento riduzionista che ha caratterizzato e che ancora caratterizza la nostra cultura e utilizzare un approccio logico complesso. È la logica che sta a fondamento della complessità del reale, ma non nella forma di una sola logica a struttura elementare e lineare come è quella tradizionale, ma sotto forma di diverse logiche circolari. Tali logiche vengono definite dall’autore “polilogiche”. Nel senso che tali logiche sono molte ma anche che si articolano in poli opposti che restano però complementari.

Il metodo critico-razionale alle origini della filosofia; Popper

Popper ha voluto sottolineare l’importanza fondamentale della nascita della filosofia in Grecia e ha messo in evidenza come con essa sia nata anche una nuova tradizione, la tradizione della discussione critica. Questa originalità della nuova tradizione risalta se consideriamo che in quel tempo le dottrine di una scuola dovevano essere tramandate pure e immutabili di generazione in generazione senza essere in alcun modo discusse o confutate pena le eresie o gli scismi.

Ma in una simile scuola non può svolgersi alcuna discussione razionale. La dottrina viene difesa principalmente ricorrendo a rigide asserzioni, dogmi e a condanne, piuttosto che col ragionamento. In questo contesto però si è distinta una nuova tradizione di pensiero notevolmente diversa dal tipo di scuola dogmatica precedente, le scuole filosofiche. In queste c’è sempre maggiore spazio per la circolazione delle idee, poste in una critica sempre aperta.

Le idee venivano quindi discusse pubblicamente, confrontate e persino confutate. Questa è la tradizione del dialogo e del discutere, che nasce secondo Popper dalla critica che Anassimandro muove al suo maestro Talete, questo è il fatto sorprendente. Come sia potuto accadere che a un certo punto un allievo abbia mai potuto criticare il proprio maestro, nonché uno dei sette sapienti? Di sicuro questo atteggiamento non sarà derivato da un atto di libertà nei confronti del suo interlocutore, per cui la mancata reazione alle critiche di Talete gli fa ritenere che sia stato lo stesso Talete a sollecitare l’allievo a pensare con la propria testa e quindi a mettere in discussione la sua tesi, fu allora proprio Talete l’iniziatore della filosofia.

La nascita della filosofia fu un’importante innovazione che comportò una rottura con la tradizione dogmatica, che ammette un’unica dottrina propria della scuola e l’introduzione al suo posto, di una tradizione che ammette una pluralità di dottrine, tutte miranti al perseguimento della verità attraverso la discussione critica. Da quando nasce la filosofia la critica e il cambiamento non sono più considerati dei disvalori. Come può avvenire ciò? Perché tutto viene basato sulle idee, quando queste vengono comunicate è normale che nascono le critiche e le discussioni. Le idee vivono perché vengono messe a conoscenza. La nostra è una cultura che si fonda sulle idee, e i passaggi da un’idea all’altra diventano la nostra storia.

Aristotele

Aristotele è considerato il sistematore della logica, basti pensare ai discorsi sofisti o allo scetticismo gorgiano, quindi Aristotele non è l’inventore della logica come molti pensano. Egli separa la dimensione logica dalla Verità e dalla Filosofia, perché per lui la logica non è il metodo della conoscenza, semmai essa è preliminare alla conoscenza. Da ciò Aristotele ha dedotto che il fondamento di ogni conoscenza non risiede nel ragionamento ma nell’intuizione. Tutto ciò risulta provato dal fatto che il principio della dimostrazione non si dimostra, partiamo sempre da qualcosa che abbiamo intuito, c’è un’intuizione alla base della conoscenza.

Per Aristotele è la filosofia che ci dà i principi, per questo essa è l’attività preliminare di tutte le discipline teoretiche. Ma quali sono questi principi? Tutto parte dal principio di non contraddizione che egli definisce la base di qualunque altro principio e il più sicuro di tutti. Esso afferma che una cosa non può essere e non essere allo stesso momento. Se si segue questo principio si può essere certi di non essere nel falso. Questo è il principio di una filosofia dell’essere che non vuole opporsi né andare oltre la dottrina parmenidea, ma che però si oppone al divenire di Eraclito. Da questo principio proviene il principio del terzo escluso e il principio d’identità che Aristotele non enuncia mai perché pleonastico.

Partendo da questi principi si costruiscono i ragionamenti corretti, ossia i sillogismi. Il termine significa “ragionamento concatenato” e designa un procedimento deduttivo mediante il quale, date determinate premesse, possiamo ricavarne una conclusione che deriva necessariamente da esse. Il classico esempio di sillogismo è: “se tutti gli uomini sono mortali, e se tutti i greci sono uomini, allora tutti i greci sono mortali.” Esso quindi è costituito da tre proposizioni: le prime due sono dette premesse, e la terza conclusione che è ricavata a partire dalle due premesse. Il passaggio dalle prime alla conclusione avviene grazie al termine medio, comune alle due premesse, che lega tra loro gli altri termini, in questo caso uomini.

La correttezza è data da come sono disposti i termini. Il sillogismo sarà vero solo se sarà vera anche la sua premessa maggiore. Del sillogismo fa parte anche la dimostrazione, ed è il sillogismo scientifico in virtù del quale per il solo fatto di possederlo noi sappiamo. La differenza tra sillogismo e dimostrazione è che il primo è solo correttezza formale mentre il secondo è ciò che fornisce anche un contenuto di verità, un sillogismo, infatti, può sussistere anche se le premesse non siano vere, ma una dimostrazione no, perché allora non produrrebbe scienza. La dimostrazione sarà allora un sillogismo fondato su premesse necessarie e indimostrabili. Quella di Aristotele è quindi una logica formale non si fonda cioè sul contenuto.

Euclide

Aristotele ha avviato il processo di identificazione di logica e matematica. Questo passaggio sarà chiaro con Euclide che prende l’impianto della logica aristotelica per immettergli un contenuto scientifico. L’opera principale di Euclide sono “Gli Elementi”, in cui dobbiamo evidenziare sia la rettificazione come possibilità di razionalizzare e possiamo farlo per ogni aspetto della realtà, sia il concetto di ragione intesa come misura comune. Nell’opera la geometria precede l’aritmetica, questo significa che viene sempre prima l’intuizione. La linea e il punto per esempio appaiono più intuitivi dei concetti di unità e di numero.

In particolare, Euclide comincia con le Definizioni intuitive e non dimostrabili (punto è ciò che non ha parti, linea è lunghezza senza larghezza, estremi di una linea sono i punti), a queste definizioni seguono i famosi Postulati affermazioni non dimostrabili, delle prescrizioni operative che partono tutte dal concetto di retta. Ma perché tutto si basa sulla retta? Perché la rettificazione è così importante per Euclide? Per l’obiettivo della conoscenza scientifica che è prevedere quello che accadrà e la retta è l’elemento che meglio di ogni altro consente la previsione. Se mi voglio spostare da un punto all’altro, una volta definiti il punto di partenza e il punto di arrivo, ho un unico percorso che chiunque può prevedere e ricostruire, anche in assenza: il percorso retto.

Non solo, ma nessuna figura geometrica razionale può essere formata senza l’uso della linea retta. Anche i percorsi circolari chiusi devono essere rette sia pure curvate in maniera continua. Altrimenti il percorso non sarebbe prevedibile. La rettificazione della realtà è l’unica che ci consente di vedere l’andamento delle cose, ci consente di trovare l’unica possibilità di previsione uguale per tutti. Dopo i Postulati troviamo le nozioni comuni che ruotano intorno al concetto di uguaglianza. In definitiva i concetti principali di Euclide sono il concetto di rettificazione e quello di uguaglianza, i quali a loro volta, costituiscono il presupposto e la via per la misurazione razionale, per la commisurazione.

Da questi presupposti è emerso un concetto di razionalità che ha dominato larga parte della nostra cultura e che trova sostegno nell’idea di auto moltiplicazione con la quale arriviamo a superare l’incommensurabilità (elevazione al quadrato). Dopo essersi soffermato inizialmente sulla geometria, nella seconda parte Euclide parla dell’aritmetica, e quindi alla riflessione sui numeri. Egli afferma che l’unità è ciò secondo cui ciascun ente è detto suo. Questo concetto è il risultato di una definizione arbitraria, emerge che per l’aritmetica Euclide è un realista.

Anselmo d’Aosta

Nello sviluppo della filosofia occidentale a un certo punto la religione e la filosofia pur da sempre una contro l’altra si incontrano e si influenzano a vicenda. Per un verso la religione cristiana viene radicalmente contaminata dalla ragione ritenendo di poter elaborare un discorso razionale su Dio. Per l’altro verso la religione riopera sulla filosofia dando ad essa un contenuto trascendente, trasformandola in teologia. La logica, emblema della filosofia razionale, ne risulta così trasformata in “ontologia del trascendente” nel senso che si assume il compito di dimostrare l’esistenza di Dio. Per la prima volta così attraverso un puro ragionamento formale si fa il tentativo di dimostrare l’esistenza.

Chi per primo ha perseguito questo obiettivo è stato sicuramente Anselmo d’Aosta, che intendeva dimostrare l’esistenza di Dio in maniera puramente razionale attraverso l’elaborazione di una serie di prove sull’esistenza di Dio dimostrata solo con l’uso della ragione. Queste prove si trovano nel Monologion e nel Proslogion ecc. Tutto il discorso del proslogion si fonda sul principio di non contraddizione. Se si mette in discussione questo, l’impalcatura logico-argomentativa non ha più fondamento. Con Anselmo comunque possiamo dire che il connubio tra filosofia e religione ha raggiunto il massimo della sua possibile realizzazione. (parte dalla fede per capire, per dimostrare Dio cioè, credo ut intelligam)

La nascita della scienza moderna; Galileo

La nascita della scienza moderna segna una divisione della logica tra “ragione scientifica” e “ragione storica”. Infatti, se da un lato la logica aristotelica euclidea ha avuto un grande successo, dall’altro tale ripresa ha determinato una reazione talmente forte da condurre alla formazione di una nuova logica ad essa contrapposta, la logica storica. Gembillo parte con l’analizzare la figura di Galileo considerato il padre della scienza occidentale. Egli è un oppositore dell’aristotelismo medievale al quale contrappone la concretezza del suo nuovo metodo sperimentale che proprio in quanto sperimentale sarebbe fondato solo su ciò che è osservabile e misurabile segnando così il superamento definitivo di ogni riferimento metafisico nella conoscenza della Natura.

Lo farebbe sostituendo alla tradizionale deduzione logica, fondata su principi generali indiscutibili, il procedere per prove empiriche, attente esclusivamente all’aspetto quantitativo dei fenomeni naturali. La scienza emergente ha quindi il merito di non fondarsi più su basi metafisiche, ma sulle nuove basi sperimentali. La scienza moderna non ha rappresentato una svolta in funzione della quale essa avrebbe segnato un passaggio dalla metafisica alla fisica, ma è nata da un’opzione tra due diverse metafisiche, quella aristotelica e quella pitagorica-platonica.

Quest’ultima consiste nel riduzionismo, ossia ridurre la complessità della realtà in una forma semplice. Keplero ha adottato questa soluzione, egli pensava che la geometria avesse fornito a Dio le immagini per plasmare l’universo, arrivando ad affermare che la geometria è Dio stesso. Per Galilei invece la struttura della realtà è matematica, per lui il libro dell’universo è scritto in lingua matematica. Quindi la scienza dell’età moderna resta all’interno della matrice culturale greca. Burnet ha affermato: “la scienza naturale può essere definita come il meditare sul mondo alla maniera dei Greci.

La matrice greca si riscontra nel mantenimento di due postulati: intelligibilità e oggettivazione. Enunciati nel 900 da Schrodinger, il padre della meccanica quantistica. Il primo si fonda sull’ammissione che i fenomeni naturali siano comprensibili, intellegibili. Il secondo sancisce il distacco dall’oggetto conosciuto e il soggetto conoscente, considera il mondo come un oggetto, e il soggetto come un semplice osservatore estraneo alla realtà stessa. Il principio di intelligibilità viene garantito dall’identificazione pitagorica tra rapporti numerici, commensurabilità, razionalità, da un lato; e struttura intrinseca del reale, dall’altro.

Il principio di oggettività viene garantito invece dall’idea di un Dio creatore di un mondo con una fisionomia definita da leggi rigorose e immutabili, valide per sempre, in ogni luogo e in ogni tempo. Vi è quindi una corrispondenza tra il mondo creato perfetto e la sua razionalità, tra ordo rerum e ordo idearum.

Cartesio

Con Cartesio abbiamo una ripresa moderna della logica aristotelica che passa attraverso la matematica. La logica di Cartesio è metodologica. Egli elabora riduce tutto a quattro regole fisse (analisi, dal semplice al complesso, fare delle argomentazioni). Le prime due regole sono teoriche, le altre pratiche.

  • Evidenza: La prima regola ci rimanda ad Aristotele, ed è intuitiva: “Non accogliere mai come vera nessuna cosa che non conoscessi evidentemente per tale, giudicare esclusivamente solo ciò che si presenta alla mente in modo chiaro e distinto.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IlaHilary93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Giordano Giuseppe.
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