Storia della filosofia moderna
Il pensiero scientifico nel 500 e nel 600
Tra Cinquecento e Seicento assistiamo in Europa a un rapido e straordinario progresso delle scienze che porterà alla nascita della scienza moderna. Le caratteristiche di questa nuova scienza sono l’oggettività, la misurabilità, l’esperienza diretta, l’universalità, la matematizzazione. Cambia anche la concezione della natura come ordine oggettivo e causalmente strutturato di relazioni governate da leggi.
La rivoluzione scientifica prende avvio con la rivoluzione astronomica. Generalmente si crede che tale rivoluzione sia dovuta a Copernico. In realtà ciò è vero solo in parte, perché Copernico ha semplicemente dato inizio a un processo di pensiero che ha coinvolto astronomia, filosofia e teologia. Molte intuizioni e deduzioni teoriche risalgono infatti a Bruno, il vero filosofo della nuova visione del cosmo, colui che ha teorizzato il passaggio dal mondo chiuso all’universo infinito.
Copernico
A Copernico spetta comunque il merito di aver rimosso una, forse la più importante, concezione, quella della centralità della Terra nel sistema dell’universo. Per comprendere la portata di quella che poi fu chiamata la “rivoluzione copernicana” occorre ricordare che prima di Copernico il sistema di riferimento era quello tolemaico. Tolomeo aveva rappresentato l’universo come un sistema chiuso, finito, limitato dal cielo delle stelle fisse e avente come centro la Terra, considerata immobile mentre i pianeti, compreso il Sole, ruotano attorno alla Terra.
La variazione più importante che Copernico apporta al sistema tolemaico è l’eliocentrismo: al centro dell’universo non vi è la Terra, ma il Sole ed è la Terra a girargli intorno e non viceversa. Copernico comunque non si propone di contrapporsi al sistema tolemaico, ma soltanto di semplificarlo. Del resto egli concepisce ancora l’universo come finito e chiuso nella sfera delle stelle fisse, continua a pensare che le orbite dei pianeti siano circolari perché il movimento circolare è per Aristotele il moto perfetto. La tesi eliocentrica di Copernico provocò diverse conseguenze: la Terra non occupava più il centro dell’universo come nemmeno l’uomo.
Keplero
Con Keplero la connessione tra matematica e astronomia diventa molto più stretta. Con lui infatti la matematica non fornisce più soltanto uno schema geometrico per la costruzione del sistema astronomico, ma gli strumenti necessari per definire con precisione le leggi che regolano i moti celesti. Egli contrapponendosi a Copernico sostenne l’ipotesi dell’ellitticità delle orbite, giungendo alla formulazione delle due leggi che portano il suo nome:
- Le orbite dei pianeti sono ellissi, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi.
- La velocità di ogni pianeta varia in modo tale che una retta congiungente il Sole e il pianeta percorre in uguali intervalli di tempo uguali porzioni di superficie.
Galilei
Galilei è da molti considerato il padre della scienza occidentale. Egli è un oppositore dell’aristotelismo medievale al quale contrappone la concretezza del suo nuovo metodo sperimentale che proprio in quanto sperimentale sarebbe fondato solo su ciò che è osservabile e misurabile segnando così il superamento definitivo di ogni riferimento metafisico nella conoscenza della Natura. Lo farebbe sostituendo alla tradizionale deduzione logica, fondata su principi generali indiscutibili, il procedere per prove empiriche, attente esclusivamente all’aspetto quantitativo dei fenomeni naturali.
La scienza emergente ha quindi il merito di non fondarsi più su basi metafisiche, ma sulle nuove basi sperimentali. L’osservazione di un fenomeno era quindi fondamentale, egli fu agevolato in ciò dalla messa a punto del cannocchiale, uno strumento che gli permise di realizzare le sue più importanti scoperte astronomiche. Queste osservazioni portano Galilei a sostenere la tesi copernicana, proprio per questa sua difesa della teoria eliocentrica, Galilei viene denunciato al Sant’Uffizio. Galilei però è un uomo di fede, oltre che di scienza. Egli è profondamente convinto che tra la parola di Dio e la ragione non può esservi conflitto, perché anche la ragione è stata data all’uomo da Dio per conoscere il mondo da lui creato. Lo scopo della Bibbia per Galilei è l’insegnamento morale, non quello scientifico. Le affermazioni sulla natura in essa contenute (come per esempio Giosuè: “Fermati o sole!”) non devono essere prese alla lettera, perché Dio doveva necessariamente adattare la sua parola alla mentalità degli uomini dell’epoca.
Nonostante la prima condanna, Galilei continua a scrivere sulla questione proibita, pubblicando il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano dalla quale egli fa emergere la chiara superiorità del secondo. Ciò determinerà il processo, l’abiura e la condanna agli arresti domiciliari a vita.
Galilei e la matematica
Il pensiero di Galilei è permeato da un’assoluta fiducia nella validità oggettiva della matematica e nella sua indispensabilità per la descrizione e la spiegazione dei fenomeni naturali. Egli infatti ritiene che la natura sia comparabile a un grandissimo libro il quale è scritto in lingua matematica e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche senza le quali sarebbe impossibile la comprensione del tutto. La rivoluzione scientifica galileiana ha imposto l’oggettivismo come modello di conoscenza, ha deciso che fosse conoscibile in maniera garantita soltanto ciò che è misurabile, quantificabile.
Il metodo sperimentale
L’esperimento è il cuore del metodo galileiano che proprio per questo è chiamato metodo sperimentale. Tuttavia egli non giunge a formulare una teoria organica e chiara del metodo, come per esempio farà Bacone, poiché egli più che teorizzarlo lo applicava. Il primo momento del metodo consiste nella formulazione di un’ipotesi. In secondo luogo si procede con l’esperimento che consiste nel provocare artificialmente il fenomeno supposto nell’ipotesi. Se l’ipotesi supera la prova, risulta quindi verificata, cioè fatta vera, essa viene accettata e formulata in termini di legge, mentre se risulta smentita o falsificata, viene sostituita da un’altra ipotesi.
La fisica
Tra le maggiori conquiste scientifiche attuate attraverso l’applicazione del suo metodo sperimentale vanno ricordate quelle che furono poi chiamate le prime due leggi della dinamica. La prima di esse consiste nel principio d’inerzia: osservando la rotazione di una sfera di bronzo su un piano orizzontale, egli si accorge che essa tende a conservare un moto uniforme e una velocità costante per un tempo inversamente proporzionale alla resistenza che trova. Presupponendo di eliminare qualsiasi resistenza, la sfera dovrebbe continuare a muoversi indefinitamente.
La seconda legge di Galilei è quella della caduta dei gravi. La tradizione aristotelica insegnava che la velocità di caduta è direttamente proporzionale al peso di un corpo; Galilei aveva osservato empiricamente come gravi del peso diverso che inizino però contemporaneamente la loro caduta arrivino al suolo nello stesso tempo. Egli suppose dunque che la velocità di caduta fosse proporzionale non alla massa, ma allo spazio percorso nella caduta.
Pascal
Il pensiero di Cartesio costituisce la più importante esperienza filosofica del Seicento, a cui si rifà, per svilupparne l’opera o per criticarla, una fitta schiera di pensatori. Se tra coloro che difendono il cartesianesimo emerge Spinoza, tra coloro che invece pongono in discussione Cartesio spicca Pascal.
I suoi primi interessi furono diretti alla matematica e alla fisica, studi che gli insegnarono il valore della ragione. Anche all’interno di queste discipline, egli ritiene tuttavia che la ragione non basta, poiché a essa sfugge la conoscenza di quei primi principi (lo spazio, il tempo, il movimento) che costituiscono il punto di partenza delle sue dimostrazioni. Tali principi non possono essere dimostrati discorsivamente, ma devono essere colti in maniera immediata da un organo conoscitivo prerazionale. Esso è il cuore, cioè il sentimento, la capacità intuitiva, l’istinto.
Ragione e cuore sono complementari, ma le loro funzioni non sono interscambiabili. In nessun modo il cuore può ragionare, come in nessun modo la ragione può sentire intuitivamente; celebre è la frase di Pascal “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Inoltre la ragione mostra la sua totale incapacità nel campo dei problemi esistenziali. Alla ragione scientifica e dimostrativa Pascal infatti oppone, come via d’accesso all’uomo, la comprensione istintiva, il cuore appunto, che è per lui l’organo capace di captare gli aspetti più profondi e problematici dell’esistere.
L’antitesi tra ragione e cuore viene espressa anche con la celebre contrapposizione tra “spirito di geometria” e “spirito di finezza”:
- Lo spirito di geometria è la ragione scientifica che ha per oggetto le cose esteriori o gli enti astratti della matematica e procede dimostrativamente.
- Lo spirito di finezza coglie quelle verità che non sono afferrabili attraverso un ragionamento, ma devono essere afferrate per mezzo di un’intuizione. Ha quindi per oggetto l’uomo, la religione, la morale, la filosofia e si fonda sul cuore, sul sentimento e sull’intuito.
Si può esprimere questa differenza dicendo anche che lo spirito di geometria ragiona intellettivamente, l’altro comprende intuitivamente. Un certo grado di comprensione è comunque indispensabile anche per fondare il ragionamento geometrico, ricordiamo infatti che i primi principi del sapere vengono colti intuitivamente.
Soltanto attraverso lo spirito di finezza si può dunque cogliere la misura dell’uomo che Pascal definisce come “un essere intermedio tra il tutto e il nulla”. Se si considera la sua posizione ontologica nella realtà, l’uomo infatti riconosce di essere sospeso tra due infiniti, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Egli è un nulla rispetto all’infinità dell’universo, un tutto rispetto alle minuzie che la natura racchiude nel più piccolo degli insetti. Allo stesso modo sul piano gnoseologico, l’uomo conosce e non conosce, ossia non si trova né in una completa insipienza né in una totale sapienza, bensì in una via di mezzo tra l’ignoranza assoluta e la scienza assoluta.
Secondo Pascal la grandezza dell’uomo consiste nella sua capacità di pensare, nell’essere una “canna che pensa”, la più fragile della natura, ma è una canna che pensa. L’universo può schiacciarlo, ma egli è superiore all’universo perché è cosciente di sé e dell’universo stesso. La grandezza dell’uomo è però tale soltanto in quanto egli comprende la propria miseria. L’uomo si sente misero perché è stato grande, avverte l’insufficienza e la precarietà del proprio stato presente perché ha in sé il ricordo di una diversa condizione. L’uomo è un “re decaduto”, consapevole della propria origine ma anche della propria miseria attuale. Questa miseria è dovuta alla colpa del peccato originale che lo ha condannato anche alla morte.
Dalla pesante considerazione della propria miseria però, l’uomo cerca di distogliere lo sguardo attraverso il divertissement ovvero la distrazione. “Gli uomini non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci.” Nulla appare meno sopportabile a un uomo che rinchiudersi in una stanza, solo con i propri pensieri, senza passioni, senza cose da fare senza divertimento. Egli sente allora il suo niente, il suo vuoto interiore. Il divertimento essendo una fuga da noi stessi, non genera certo felicità. La felicità data dalla distrazione è falsa e apparente. L’unica vera felicità è invece quella di accettare la nostra miseria e di cercare rifugio in Dio.
Il Dio che consola l’uomo dalla miseria non è però quello dei filosofi e degli scienziati, bensì come dice Pascal, “il dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il dio di Gesù Cristo”. A Cartesio Pascal rimprovera soprattutto di aver cercato di fare a meno di Dio. Il Dio di Pascal è un dio personale, che parla al cuore dell’uomo e che riscatta la miseria umana. A questo dio di amore e di consolazione non si può giungere attraverso argomentazioni razionali. Tuttavia bisogna decidersi pro o contro la fede in lui, poiché non decidere equivale a vivere come se Dio non esistesse e quindi decidere per il no. Se la ragione non può aiutarlo in questa scelta, tanto vale che egli consideri qual è la scelta più conveniente. Si tratta di una scommessa nella quale bisogna considerare da un lato la posta in gioco, dall’altro la perdita o l’eventuale vincita. Chi scommette sull’esistenza di Dio vince può guadagnarsi la vita eterna, cioè tutto, ciò che si può perdere è solo una felicità transitoria, dei beni finiti o qualche rinuncia inutile. Viceversa se si scommette sulla non esistenza si può perdere tutto e non guadagnare nulla perché ci giochiamo la felicità eterna e rischiamo la dannazione. Dunque Pascal conclude che occorre senza indugio scommettere su Dio. Pascal stesso riconosce tuttavia che il carattere utilitaristico di questa argomentazione non può vincere le resistenze di chi pur volendo non riesce a credere. Ma in questo caso l’ostacolo alla fede viene non già dalla volontà ma dalle passioni del corpo. Occorre dunque domare il corpo e accettare la fede. Bisogna assumere gli atteggiamenti del credente come se si credesse, in questo caso l’abitudine renderà più facile l’accesso alla vita religiosa.
Hobbes
La filosofia di Hobbes si differenzia e si contrappone da quella di Cartesio soprattutto per la dottrina della conoscenza e per il concetto di ragione. La teoria della conoscenza di Hobbes è sia meccanicistica come quella cartesiana ma è anche materialistica e sensistica. Infatti, se Cartesio riconosceva la possibilità di idee innate, per Hobbes ogni conoscenza deriva dai sensi. A sua volta la sensazione viene spiegata in termini di movimento corporeo. Essa nasce dalla pressione esercitata dagli oggetti esterni sugli organi sensoriali, e attraverso i nervi, sul cervello; a questa pressione l’apparato percettivo dell’uomo reagisce con un contromovimento che si conclude nella produzione dell’immagine o fantasma dell’oggetto. Il contenuto della sensazione dunque si risolve in pura apparenza. Dal movimento meccanico in cui consiste la sensazione nasce anche il pensiero. Le idee, i concetti, i pensieri, non sono altro infatti che il risultato di immagini sensoriali sedimentate nella memoria. Nella memoria rimangono anche le connessioni tra una sensazione e l’altra ed è proprio nella ricostruzione di queste connessioni che consiste l’attività del pensiero. Pensare non è altro che cercare i nessi causali relativi al determinato fantasma (o pensiero) che in un certo momento prevale sugli altri nella nostra mente.
Il linguaggio
La connessione delle immagini sensoriali conservate nella memoria consente una forma di conoscenza, il ragionamento discorsivo che è possibile con l’intervento del linguaggio che per Hobbes consiste nell’uso di segni arbitrari o convenzionali. Perciò ai fantasmi delle cose devono essere imposti nomi, che esercitano una duplice funzione: da un lato hanno il compito di ricordare all’uomo le connessioni che ha stabilito tra le singole cose (es. se imponiamo a una figura il nome di triangolo ogni volta che ci troviamo di fronte a una figura non saremo costretti a ripetere daccapo la dimostrazione); dall’altro i nomi servono a far comprendere agli altri uomini le cose da noi pensate e le connessioni tra esse stabilite (quando dico triangolo tutti sanno che indico una figura con tre lati). Il ragionamento discorsivo opera pertanto sui nomi, non sulle cose. Esso si fonda sull’uso di termini universali ai quali non corrisponde nessuna cosa reale (non esiste l’uomo, esistono solo i singoli uomini) e inoltre verità e falsità riguardano sempre e soltanto i nomi, non le cose: la loro natura è puramente logica, non ontologica. La scienza così conserverebbe la sua validità anche quando venisse improvvisamente annullata tutta la realtà. Il nominalismo è dunque un altro carattere fondamentale del pensiero di Hobbes. La sua filosofia cerca pertanto di contemperare l’empirismo con il razionalismo ossia da un lato i suoi presupposti gnoseologici sono sensistici, senza esperienza sensibile non sono possibili né i concetti né la conoscenza. Dall’altro la scienza si fonda su un sistema di rapporti logici costruito dalla ragione.
Ma che cosa significa ragionare per Hobbes? Il ragionamento è calcolo, ragionare equivale a unire o separare concetti, cioè è la stessa cosa che addizionare o sottrarre. Il ragionamento riguarda il linguaggio e consiste nel combinare insieme i nomi, come in un calcolo matematico, ad esempio, l’uomo è dato dalla somma dei concetti di corpo, animazione, e razionalità.
La filosofia naturale e l’etica
I presupposti fondamentali della filosofia di Hobbes sono il materialismo e il meccanicismo. Da un lato tutta la realtà è corpo; dall’altro lato al corpo è strettamente connesso il movimento, poiché ogni cambiamento che avviene nella realtà si riduce a un moto di corpi o di parti all’interno di essi. Dai concetti di corpo e movimento dipendono quelli di spazio e di tempo.
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