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Introduzione alla filologia d'autore

La filologia d'autore, secondo la formula coniata da Isella, si distingue dalla filologia della copia perché prende in esame le varianti introdotte dall’autore sul manoscritto o su una stampa. Quindi, il suo oggetto di studio è costituito da un lato dallo studio dell’elaborazione del testo di cui ci è giunto l’autografo e che reca traccia di correzioni e revisioni d’autore (opus in fieri), dall’altro dall’esame delle diverse redazioni di un’opera.

Se nella filologia della copia allestire un’edizione critica significa ottenere un testo che si avvicina all’originale perduto, nella filologia d’autore significa decidere la lezione da mettere a testo e ricostruire le correzioni con opportuni sistemi di rappresentazioni. Quindi, di fronte al testo il filologo deve:

  • Stabilire il testo critico, ovvero decidere le lezioni da mettere a testo.
  • Ricostruire e rappresentare in modo chiaro e razionale il processo correttorio del testo.

A cosa serve la ricostruzione?

La domanda porta a considerare i risvolti critici di questa branca della filologia, la cosiddetta critica delle varianti. Se infatti la filologia d’autore è lo studio dell’iter elaborativo di un testo, la critica delle varianti è l’applicazione critica dei dati risultanti dal lavoro filologico. La filologia si occupa di rappresentare un testo con le correzioni e varianti, la critica di interpretare i dati.

Il momento descrittivo e l’interpretativo sono strettamente collegati: bisogna considerare che la prima non è neutra ma richiede il coinvolgimento di fattori (storici, linguistici, culturali) che concorrono a interpretare i dati, rappresentando di per sé un’interpretazione critica.

Distinzione dalla critica letteraria tradizionale

In cosa si distinguono la filologia d’autore e la sua applicazione critica dagli altri metodi di critica letteraria? Nella considerazione del testo come organismo in evoluzione. Il testo è considerato come espressione di una ricerca, il cui prodotto finale è il risultato delle progressive "approssimazioni a un valore" (Contini): tutto ciò contro un’idea tradizionale, di eredità crociana, dell’opera letteraria vista come oggetto fisso.

Quindi, il problema è di ordine filosofico oltre che di ordine filologico. Lo studio dei processi elaborativi dei testi è l’approccio critico che mette direttamente a confronto con le scelte dell’autore, permettendo di valutarne intimamente la poetica: ma ciò è difficile da stabilirsi per i testi antichi e medievali, in cui una trasmissione verticale ha confuso le eventuali tracce di una diversa volontà dell’autore.

Evoluzione storica della filologia d'autore

Tutto ciò è possibile dai primi documenti autografi conservati, a partire dal Canzoniere petrarchesco di cui possiamo studiare l’autografo della stesura definitiva ma anche il cosiddetto Codice degli abbozzi. La presenza di autografi, che dopo l’invenzione della stampa è accompagnata o sostituirla da stampe più o meno curate dall’autore, raggiunge il suo picco in età moderna per diventare eclatante nella contemporaneità.

Casistica e metodologie

Gli esempi vogliono presentare una casistica di situazioni e di conseguenti metodologie:

  • Prose della volgar lingua di Bembo - Definizione del testo base
  • Canti di Leopardi - Distinzione tra fasi redazionali rappresentate in apparato e redazioni intermedie pubblicate integralmente
  • Problema dell’intoccabilità del testo e i criteri di rappresentazione delle varianti
  • Prose della volgar lingua di Bembo
  • Canzoniere di Petrarca - Rapporto tra singolo testo e organismo nei canzonieri
  • Rime amorose di Tasso

La filologia d’autore richiede il possesso di diverse competenze relativi oltre che all’autore alla sua epoca. L’intreccio di rielaborazione d’autore e di tradizione rende necessario l'utilizzo della doppia metodologia filologia dell’autore-filologia della copia. A partire dall’introduzione della stampa risulta determinante il compito della filologia dei testi a stampa o textual bibliography.

Quanto più è complessa la situazione testuale tanto è difficile condensare in un’unica rappresentazione visiva l’insieme delle informazioni. Ciò vale ancora di più per i testi appartenenti a macro-organismi (canzonieri, raccolte di novelle) di cui spesso esistono testimonianze organiche (dell’insieme dei testi) e disorganiche (di singoli testi in versioni precedenti o autonome rispetto al progetto di raccolta).

È possibile che alcune soluzioni possano essere offerte dalle edizioni digitali che permettono una rappresentazione più immediata della tradizione testuale: infatti, il concetto di testo mobile si adatta alla rappresentazione in fieri offerta dalle edizioni ipertestuali. Tuttavia, lo studio della variantistica risulta condizionato dalla scarsa condivisione di criteri editoriali non solo in contesto internazionale ma anche all’interno del panorama italiano, fatto che rende difficoltoso l’utilizzo delle edizioni perché bisogna confrontarsi ogni volta con un nuovo sistema di segni diacritici e simboli utilizzati.

Storia della filologia d'autore

Storia della tradizione e critica del testo (1934) di Pasquali è la base di una revisione della filologia lachmanniana. Pasquali aveva indicato la possibilità della presenza di varianti d’autore anche in testi antichi suggerendo che varianti considerate di tradizioni fossero in realtà attribuibili alla dipendenza da redazioni d’autore successive, ovviamente perdute nell'originale.

L’ipotesi di Pasquali era basata ricavata per analogia dalla situazione della letteratura italiana, cui in quegli anni Barbi aveva dato particolare rilievo negli studi sulla tradizione dei testi volgari raccolti nel volume:

La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori da Dante a Manzoni (1958) di Barbi. Se per alcune opere si possono solo fare ipotesi (ciò che spinse Pasquali a ridimensionare la sua proposta nel ripubblicare il suo volume nel ‘52) per altri se ne ha chiara attestazione: pensiamo agli autografi di Petrarca e Boccaccio.

A partire dall’invenzione della stampa cambia lo statuto delle varianti d’autore, che diventano più frequenti e maggiormente distinguibili da quelle di tradizioni (Ariosto, Machiavelli, Castiglione, Della Casa, Bembo, Tasso). Anche i grandi testi letterari del Settecento (Parini, Alfieri, Monti) sono testimoniati da manoscritti d’autore, ma è l’Ottocento (Foscolo, Leopardi, Manzoni, Nievo, Verga, Carducci) il secolo in cui le testimonianze manoscritte cominciano ad abbondare e lo stesso vale per il Novecento (Pascoli, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Saba, Sereni, Gadda).

A partire dalla seconda metà del Novecento alla documentazione manoscritta si aggiunge quella dattiloscritta e alla copia di copista si sostituisce la fotocopia, anticipazione della grande rivoluzione a cui si assiste nell’ultimo decennio del secolo, con il mutamento epocale della scrittura a computer.

La filologia d’autore nasce nei primi anni del Novecento, ma l’attenzione alle varianti d’autore ha una lunga genesi: basti pensare a Bembo, editore di Petrarca e teorico della lingua. Come ha dimostrato Belloni, il procedimento di comparazione messo a frutto nelle Prose della volgar lingua a commento delle rime petrarchesche era già stato utilizzato nell’Actius di Pontano in cui il personaggio Azio-Sannazaro cita dei versi del Pontano in doppia redazione al fine di dimostrare concretamente come realizzare, attraverso la correzione, effetti voluti di accelerazione nel verso: citazione importante perché, a differenza del resto del trattato in cui si ha la manomissione fittizia di versi virgiliani, le varianti pontiane sono tratte dal laboratorio redazionale dell’autore.

A sollecitare questo tipo di approccio a un testo in fieri saranno le tre redazioni dell’Orlando furioso: alle varianti ariostesche sono dedicate le opere di Fornari (1549), Pigna ('54) e Dolce ('64) che incentrano il problema nei termini di implicito miglioramento com’era nel modello bembiano, dimostrando nel testo la capacità di affinamento ma mancando la capacità di relazionare le varietà del sistema correttorio in una più ampia dimensione di poetica.

Rime di M. Francesco Petrarca come estratte da un suo originale (1652) di Ubaldini è un notevole esempio in cui Ubaldini tenta una rappresentazione grafica delle correzioni petrarchesche con un’integrale visibilità dell’iter documentario che si offre senza il filtro di un preliminare giudizio critico. L’edizione viene ripresa da Muratori (1750) e sarà utilizzata fino all’edizione diplomatica di Appel (1891) e farà scuola per una delle prime pionieristiche fondamentali edizioni di filologia d’autore, i Frammenti autografi dell’Orlando furioso di Debenedetti.

Evoluzione storica e critica delle varianti

Quindi la critica delle varianti e la filologia d’autore nascono su soggetti lungamente meditati, ma un fattore propulsivo alla fine dell’Ottocento fu dato dalla riflessione sul patrimonio letterario nazionale: si susseguirono numerosi studi sui Promessi Sposi, prima sul passaggio dalla Ventisettana alla Quarantana (Morandi, Fogli, Petrocchi) poi sulla prima redazione (Sforza, Lesca). Ma lo sforzo più decisivo per la creazione di un apparato esaustivo va attribuito a uno studioso dilettante recanatese:

L’edizione dei Canti di Leopardi di Francesco Moroncini (1927). Dopo un’edizione commentata dei Canti, Moroncini pubblica l’edizione critica elaborando un sistema tipografico adatto alla rappresentazione delle varianti testuali dei manoscritti e delle stampe (fino all’edizione Starita corretta, usata come testo-base) e della complessa serie di annotazioni caratteristiche degli autografi leopardiani.

Frammenti autografi dell’Orlando furioso (1937) di Santorre Debenedetti è un testo fondamentale, che innesca la riflessione di Contini sul metodo di lavoro di Ariosto e il dibattito sulla “critica degli scartafacci”. I frammenti sono quattro episodi aggiunti al testo pubblicato nel 1521. L’edizione di Benedetti, che segue tacitamente alcuni criteri di Moroncini, cerca di dare una risposta ai principali problemi della filologia d’autore: quello della completezza e fedeltà nella documentazione del manoscritto e quello della separazione tra varianti immediata e tardive.

Come lavorava l’Ariosto (1937) di Contini è un saggio considerato l’atto di fondazione della critica delle varianti. Nelle varianti Contini riconosce alcune costanti che permettono di dare una descrizione della poetica ariostesca che non andava contro il celebre saggio di Croce.

Croce e la “critica agli scartafacci” (1947) è una polemica di Croce che non si riferisce a Contini > Debenedetti, ma a un articolo di Giuseppe De Robertis che difendeva l’edizione di Lesca del Fermo e Lucia criticata da Parodi fin dalla pubblicazione. A sostegno del lavoro di Lesca De Robertis, richiamando le parole di Contini, aveva implicitamente riconosciuto la sua paternità della critica delle correzioni. Nel 1947 la rivista ufficiale dell’ortodossia crociana “Quaderni della critica” pubblicò l’affondo di Croce: Illusione sulla genesi delle opere d’arte, documentata dagli scartafacci degli scrittori, in cui lo studioso dichiarava l’inutilità dell’indagine dei manoscritti per la valutazione della “vera” poetica del testo.

La critica degli scartafacci (1947) di Contini ribadisce come la nuova critica non fosse in contrapposizione alla crociana, ma era una sua declinazione “pedagogica”. Contini, ance per le suggestioni strutturaliste, considerava il testo come un sistema, in cui la minima modifica provoca il cambiamento del tutto – come nella famosa immagine della scacchiera gaddiana. L’analisi delle varianti d’autore non poteva essere fatta per campioni ma per categorie, linee correttorie, direz.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Armilla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia dei testi a stampa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cadioli Alberto.
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