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La vita e il teatro di Carlo Goldoni

Una drammaturgia chiamata "riforma"

Venezia: società, letteratura, teatro

Goldoni fu un grande viaggiatore, sia per professione teatrale che per il suo ruolo di avvocato. Visse non più di trent'anni della sua lunga esistenza nella città natale; tra il 1743 e il 1748 fu a Rimini, Bologna, Siena, Firenze e Pisa. I suoi committenti erano distribuiti in Italia, in Europa e tra i nobili. Il suo definitivo trasferimento a Parigi, con conseguente allontanamento da Venezia, avverrà dal 1762 al 1793, anno della sua morte.

Goldoni cerca continuamente nuove frontiere al suo teatro e, malgrado gli impegni contrattuali con il teatro San Luca e il patrizio veneziano Vendramin, vivrà un periodo romano di un intero anno comico, anche se non gli riuscirà di affiancare un'appendice napoletana. Molti sono i suoi impegni e non è un caso che compagnie italiane recitino a Dresda e a Varsavia e quando è a Parigi molti teatri europei si interessino a lui. Per questo, anche se Goldoni è legato strettamente a Venezia, bisogna considerarla la base di partenza della sua opera. L'autobiografia dei Mémoires e altre edizioni delle commedie ci faranno da guida per capire il rapporto di Goldoni tra il lavoro e il suo tempo.

La variegata vita veneziana, negli studi storici, mette a fuoco come lo stesso Goldoni sembri spesso trovarsi solitario nel mare di idee, correnti e crisi veneziane. Carlo Goldoni si ritrova negli anni della giovinezza e della maturità, in una Venezia che ha ceduto il suo impero ed è indebolita sul piano politico ed economico dopo la pace di Passarowitz (1718), privata delle sue colonie e nella cui terre passano numerose truppe straniere. Malgrado ciò Venezia spera ancora nella ripresa mercantile e navale.

La situazione economica della città peggiora con la pace di Aquisgrana (1748) che porta sì pace ed ottimismo, diffuso dalle idee illuministe, ma nel contempo si aggrava la situazione socio-economica che porta alla decadenza. In questo periodo Goldoni si perfeziona artisticamente (1750-1762).

La società veneziana è divisa in: senatori, ricchissimi che sperperano e controllano il potere politico basando la loro ricchezza su beni immobiliari, evitando i rischi del commercio; patrizi di quarantia, anche se meno ricchi, usano la loro conoscenza politica per ottenere un potere oligarchico; mentre tra i barnaboti dilaga, anche se nobili, la povertà pur avendo accesso al Maggior Consiglio. Sotto i patrizi, abbiamo il ceto dei cittadini originari, ovvero i burocrati; più estesi i borghesi che godono di un benessere economico, ma non capiscono il loro potere e non vanno contro l'oligarchia ma la subiscono. Più di ogni altro ceto patisce la crisi il basso popolo che rappresenta la maggioranza veneziana, è dedito all'artigianato, disprezza i barnaboti ma rispetta i senatori e la borghesia da cui ricava lavoro.

Nei primi decenni del secolo, la cultura moderna convive con la cristallizzazione conservatrice. Sono i ceti aristocratici e borghesi che, occupando uffici minori, in ambasciate e legazioni diffondono idee rinnovatrici e i primi saggi della filosofia. Anche i nobili viaggiando portano novità culturali. Le biblioteche venete patrizie sono ricche di testi di ogni genere, anche perché non è in atto nessun tipo di censura, dal canto loro le tipografie e librerie stampano il meglio della cultura europea.

Tra il 1710 e il 1762 nascono e muoiono ben 27 periodici, anche la "gazzetta veneta" di Gasparo Gozzi è animata dallo stesso fervore culturale. Venezia acquisisce pensieri innovatori, anche se i filosofi vengono letti per amore del gusto e pochi lo fanno per assimilarne i contenuti. Alla cultura si associano riforme legislative che non si realizzano, restando la nobiltà veneziana sorda ad ogni cambiamento.

Questa ristrettezza porta rinuncia nella nobiltà che si rassegna alla decadenza, mentre la crisi si fa sentire nelle classi borghesi che non rappresentano più l'alternativa all'oligarchia. L'ottimismo del primo Settecento cede il passo al tradizionalismo: il Senato vota, nel 1762, contro le riforme e viene ripristinata la censura sui libri importati. In questo anno Goldoni si trasferisce a Parigi e Carlo Gozzi pubblica Fiabe; ma Venezia continua a rappresentare le opere di Goldoni nei teatri riscattando la sua decadenza politica con una variegata attività teatrale.

Il teatro a Venezia rispecchia i gusti dell'intera società, anche del popolo. Le opere di Goldoni rinnovano il teatro comico offrendo rappresentazioni nei più importanti teatri veneziani e gli impresari li riempiranno ancor più a partire dai primi anni cinquanta, quando scoppierà la polemica tra Pietro Chiari e Goldoni che dividerà il pubblico veneziano. Tutto si fossilizza, il teatro non si rinnova ma propone gli stessi schemi, le stesse battute che piacciono al pubblico. Ciò conveniva anche agli attori a cui garantiva un patrimonio di competenze senza rischi di cambiamento, quasi a proteggere e illudere che la vecchia ricchezza di Venezia non fosse passata.

Goldoni vuole invece il rilancio, vuole allargare la platea d'ascolto e superare antiche pratiche artigianali, vuole dare ai ruoli teatrali (maschere) e agli schemi di repertorio (canovacci) la funzione di rappresentanti dei ruoli umani e sociali. Anche prima di Goldoni si era tentato di riformare il teatro, ma riguardava soprattutto la tragedia e ciò ne ostacolò il rinnovamento. Alcuni riformatori come Gozzi, Baretti e Quadrio riportano le loro idee in alcuni scritti, adottati dallo stesso Goldoni, essendo però elitari non raggiungeranno tutta la produzione.

Il melodramma venne riformato da Apostolo Zeno non solo sul piano teorico, ma anche nei testi dei libretti per musica del Metastasio. Molti recriminavano la mancanza di moralità degli artisti, Goldoni non cancella elementi di fascino e negatività della scena, ma li direziona e accoglie il riordino introdotto nella commedia dell'arte da Fagiuoli e Gigli, anche se li definisce un po' provinciali.

Goldoni parla nei suoi Mémoires delle riforme come un progetto precoce, in realtà fu molto prudente poiché il teatro conobbe presto le riforme, ma le mise in pratica con moderazione assimilando le ancor più lentamente. Infatti il teatro non cambiò il suo stile classico rispettando e adeguandosi al giudizio del pubblico, soprattutto a Venezia dove la consuetudine era basata su leggi di almeno due secoli e la pratica scenica superava la teoria.

Cultura ed esperienza scenica dell'avvocato Goldoni

Gli scritti teorici goldoniani sono tutti datati a partire dal 1750 e questo fa pensare ad una ricerca di professionalità intellettuale e poi alla teorizzazione della professione di drammaturgo senza dimenticare il pensiero riformatore. Si presuppone che Goldoni, nella sua vita, sia stato sensibile a due fenomeni culturali del suo tempo: la filosofia illuminista e i principi sociopolitici annessi e alla corrente arcadio-razionalista per la riforma teatrale; anche se la sua fu una partecipazione mediata dall'attività prima di avvocato e poi di scrittore teatrale.

Goldoni è uno dei primi borghesi intellettuali che vive della sua professione, prima di avvocato e poi di commediografo. Il rapporto con gli attori e gli impresari è difficile, perché le regole sono poche e incerti e saltuari i contratti dovuto a ciò che oggi definiremmo i diritti d'autore. Ma nel 1753 Goldoni realizza un contratto decennale per il teatro San Luca con il nobile Vendramin migliorando la situazione economica. Inoltre fa stampare le sue opere anche fuori Venezia e cerca di ricavare dal teatro i mezzi per vivere indipendentemente, ciò lo porta a moltiplicare i suoi impegni componendo commedie e melodrammi e curando la direzione dei comici e le edizioni.

La sua dedizione si lega anche alla curiosità per ogni genere di commedia, frequenta gli attori e ne scova pregi e difetti. Anche se dovette lavorare molto per il suo mantenimento non rimpiange mai la sua scelta, poiché poté godere di una libertà che se al servizio dei nobili non avrebbe mai avuto.

Goldoni giovanissimo conobbe Giacinto Andrea Cicognini, un autore assai popolare e con una vasta produzione di opere, riconoscenza più tardi manifesterà a Fagiuoli, Lemene, Maggi e Gigli. Essendo di famiglia borghese avrà letto molti classici di cui sarà stata fornita la biblioteca di famiglia, anche se polemizzò con l'Arcadia. Mentre il repertorio cinquecentesco sarà stato attinto da rifacimenti di commedie venete, fu anche lettore di Della Porta e conoscitore di Molière.

Quando Goldoni abbandona l'attività di avvocato per dedicarsi al teatro inizia la ricerca del riscontro degli incassi nei contratti, che lo porta all'attenzione materiale della vita quotidiana (mondo e teatro). Per questo volle testare i limiti delle sue competenze ispirato dalle necessità salariali e dalla concorrenza di Pietro Chiari e poi Carlo Gozzi, anche se l'esperienza fu positiva. Un po' della sua indole la ritroviamo nel personaggio di Giacinta nella trilogia della villeggiatura.

Goldoni partecipa alle ideologie dell'Illuminismo sempre attraverso il teatro, si rapporta con il pubblico, con gli umori, i consensi e le crisi, gli impresari, le ascese e i declini. Infatti chi ha voluto ricostruire le sue idee e ricorso a citazioni di teatro o alla sua biografia.

Non troviamo in Goldoni una specifica area ideologica di appartenenza anche perché in quel periodo a Venezia, vi era un'aria statica di conformismo dovuta alla mancanza di gruppi intellettuali organizzati e per un governo conservatore e oligarchico. Viene a contatto però con le idee illuministe in Toscana, solo come primo approccio.

I vizi e il ridicolo che si incontrano nelle sue opere sono riconducibili a personaggi della sua Venezia, senza eccedere nel prendere di mira la nobiltà, infatti il governo oligarchico sarà per Goldoni una delusione e ne influenzerà la sua opera.

Da uomo socievole privilegia nel suo teatro i rapporti tra le persone e le dinamiche cittadini più che i singoli individui, e siccome il suo riferimento è Venezia troviamo livelli sociali, linguistici e gestuali diversi dovuti alla forte stratificazione economica della città. La comicità goldoniana non risparmia né ricchi né poveri, quest'ultimi desiderosi di arrivare più in alto senza averne i mezzi.

Goldoni critica il nobile, ma allo stesso tempo gli riconosce il compito di guida, ognuno al suo posto per creare una società civile, riconoscendo il posto legittimo che spetta al borghese. La condizione di borghese consiste non solo nell'essere capace di vivere del proprio mestiere, ma anche di possedere una nuova coscienza intellettuale, civile e morale.

I personaggi femminili, nel teatro di Goldoni, dominano la scena e ne sono il motore, mentre quelli maschili sono ostacoli o partner esecutivi, molte furono le attrici addestrate per il suo cast di servette e prime donne e la rilevanza di alcune di esse fu il risultato di un lavoro di pedagogia da parte di Goldoni.

La riforma della commedia

L'opera di Goldoni nella storia del teatro italiano, si rivelò nella riforma del genere comico con la modifica dei valori del testo, della recitazione e della messinscena; influendo sulle reazioni del pubblico, anche se ciò non fu immediato. Due generi e per ragioni opposte, appaiono a Goldoni refrattari al riformismo: il libretto, perché subordinato al dettato musicale e canoro e la tragedia perché tutelata dalla lunga tradizione italiana.

Il soggiorno a Pisa diede la spinta alle sue idee riformatrici e a partire dalla fine degli anni quaranta sviluppa una lenta e graduale educazione del pubblico e degli attori. Poiché le abitudini mediocri della società veneziana vengono riassunte nella commedia dell'arte, la riforma si baserà nel cambiamento del gusto e delle abitudini nel sistema teatrale veneziano. Goldoni colma il divario tra testo e scena accogliendo tutte le forme del teatro vivente, innestando la scena nella scrittura e capovolgendo il rapporto tra letteratura e teatro, convinto che la vita reale sia più teatrabile delle invenzioni dei comici.

Nei canovacci ciò che vincola di più sono i ruoli fissi con caratteri e qualifiche sociali e linguistiche convenzionali, dove i teatranti hanno capacità modeste e il pubblico non chiede molto. Nel primo settecento lo schema del mansionario si irrigidisce rispetto al seicento, dove gli attori erano capaci di variare il loro ruolo, alternando anche più mansionari. L'uso delle maschere, inoltre, accentua la paralisi espressiva e le battute sono trasmesse con ripetitività meccanica.

Goldoni, anche se molto lentamente, elimina le maschere più antiche (es: Tartaglia) conservando altri come Arlecchino, Pantalone, Brighella, ecc., ma facendogli assumere connotati sociali ed umani contemporanei. Un tentativo simile era stato provato anche dagli scrittori toscani. La novità goldoniana è cercare negli attori le caratteristiche delle maschere prima di affidarne il ruolo. L'autore li riscrive su misura e Arlecchino diviene contadino e pastore nel Feudatario (1752) o Pantalone un mercante appaltatore. Il ruolo è diverso, ma il pubblico deve riconoscere sempre la maschera e l'ambiente storico ne precisa il carattere.

Malgrado il desiderio di rinnovamento Goldoni deve sempre ricorrere alla commedia dell'arte, affinché gli spettatori comprendano caratteri e situazioni (amore corrisposto, sdegno, gelosia, ecc.). Egli esclude i caratteri eccezionali e le passioni violente, scegliendo la medietà legata agli intenti morali, presentandola come ordine scenico dettato da ragione e moralità piuttosto che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LaTita di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Drammaturgia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cambiaghi Mariagabriella.
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