Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

La tendenza repressiva nei confronti dei movimenti nuovi religiosi è stata vista come una

­ vera tendenza protezionistica nei confronti dei movimenti principali e tradizionali.

risoluzione europea del 1984

Una – suggerisce di porre tra i requisiti necessari per il

­ riconoscimento di queste nuove org. Che esse accettino un sufficiente periodo di riflessione

prima che i singoli assumano l’impegno di aderirvi o di parteciparvi finanziariamente e che

vengano salvaguardate la libertà e l’effettività delle scelte individuali.

Tornando alla questione generale è opportuno considerare che c’è un modo diverso di guardare alle

nuove patologie confessionali, non per sminuirne la pericolosità ma per individuare meglio lo

strumento idoneo a prevenirle e reprimerle. Ad ogni modo alcune critiche rivolte alle nuove

religioni potrebbero valere anche per le religioni tradizionali:E’ ingeneroso infatti imputare ai nuovi

movimenti religiosi le promesse irrazionali e irrealizzabili con cui si attirano i fedeli – dal momento

che la stessa critica potrebbe essere posta anche alle religioni tradizionali (tra l’altro ciò è alla base

del concetto di fede). Anche la censura della dipendenza psicologica e spirituale che si registra in

alcuni gruppi tra i fedeli e i capi dell’organizzazione non deve far dimenticare il rapporto di

dipendenza spirituale e morale che si viene a determinare in alcuni istituti tra superiori e novizi

nella ricerca dell’itinerario di perfezionamento spirituale.

A livello penale – si può dire che le patologie di questi nuovi movimenti sono tutelate dalle

previsioni codicistiche di violenza privata , circonvenzione di incapace, estorsione, truffa,

maltrattamento di animali. Altro problema è quello di trovare un contenuto certo del concetto di

religione e di confessione religiosa – I due principi prima citati di “autonomia istituzionale” e

“autoreferenzialità” entrano in crisi di fronte a concetti di religione così vaghi e sfumati. La Corte

cost. afferma che non è sufficiente che un gruppo si auto qualifichi come confessione religiosa ed ha

aggiunto che in mancanza di un intesa con lo Stato la natura di confessione potrà risultare anche da

precedenti riconoscimenti pubblici , dallo Statuto che ne esprime chiaramente i caratteri.

Di fronte a queste difficoltà ermeneutiche si sono diffusi orientamenti che tendono a negare che si

possa in linea teorica tracciare un confine certo della religiosità – La Cassazione ha sostenuto che la

mancanza di una definizione legale ella religione o della confessione religiosi indica chiaramente le

volontà del legislatore costituente di non precludere tale esercizio ad alcuno, per diverse o strane che

siano le sue credenze religiose e le loro ascendenze culturali. Ma quando finisce il generico ed inizia

il concetto di sacro? ­ e quali sono i confini del Sacro? – si può dire che non esiste oggi un criterio

dogmatico valido per distinguere una volta per tutte ciò che è religione e ciò che non lo è , dal

momento che le zone grigie della problematica religiosa sono destinate a permanere.

satanico –

Altrettanto può dirsi per l’eventuale riconoscimento di un culto E’ vero che nessuna

fonte del diritto internazionale, e nemmeno la nostra Costituzione affermano che una confessione

religiosa debba fondarsi sulla fede in Dio – e non in Satana. E’ vero anche però che l’ordinamento

non può riconoscere a strutture fondate sul culto di “entità malefiche”la capacità di contribuire alla

formazione della personalità dei cittadini e di fruire delle prerogative che l’ordinamento riserva alle

confessioni religiose.

La libertà religiosa e multiculturalismo. Il problema della compatibilità.

Il pluralismo religioso che si è realizzato nelle società occidentali ha raggiunto un buon equilibrio. Il

quadro si modifica quando a seguito di sensibili mutamenti nella stratificazione della popolazione,

cominciano a radicarsi gruppi sociali che traggono la propria identità da etnie, culture e religioni

diverse e lontane rispetto a quelle tradizionali. Questi gruppi sociali non chiedono più solo il

rispetto della propria fede religiosa, ma tendono a riprodurre al proprio interno comportamenti, usi

e costumi del tutto nuovi per l’habitat ospitante e in alcuni casi configgenti con quei valori di base

che costituiscono l’identità dell’are geopolitica in cui si inseriscono. Il problema della

“multiculturalità” e della “multi etnicità” consiste quindi nel conciliare i valori tradizionali con quei

comportamenti , gli usi , i costumi che inizialmente possono essere sentiti come alieni.

Il problema del multiculturalismo non nasce solo perché in Italia si vanno radicando religioni

tipiche di altre aree geografiche, anche molto lontane. Il problema nasce quando insieme

all’elemento religioso o a causa dell’elemento religioso, emerge una differenziazione di costumi e

tradizioni così forte da incidere su quelle basi valoriali condivise, che sono parte essenziale degli

ordinamenti occidentali. È necessario non confondere quindi la problematica del pluralismo

religioso, con la questione della “multiculturalità” che sollecita una riflessione più attenta sui limiti

multiculturalità compatibile

di compatibilità. Trai problemi relativi alla si possono citare quelli

relativi alle festività religiose, a diversità di alimentazione e via di seguito. Difatti in diverse imprese

di presta attenzione alle pause di preghiere e alle prescrizioni alimentari. LE norme penali generali

risolvono i problemi relativi a sevizie e maltrattamenti di soggetti non umani e animali.

Sappiamo infatti che di recente – in Gran Bretagna è stata recentemente abolita la “caccia alla

volpe” – nel 2010 è stata abolita anche “la corrida”. Sulla sica di questo schema l’integrazione delle

pratiche crudeli

nuove religioni in Europa e in occidente si dovrebbe portare al supermento delle

sugli animali. l’abbigliamento

Altra questione riguarda – l’esempio più noto è quello di coperture

del volto o da parte di uomini, ma più frequentemente da parte di donne, in virtù della propria fede

religiosa. Alcuni uomini ebrei pongono,la c.d. Kepah sul capo. La tradizione islamica invece è

quella che forse crea più problemi per l’uso del foulard (velo) collegato al principio di dignità per la

donna.

In generale si può dire che l’Europa non segue la linea francese (molto rigida e proibizionista nei

confronti del velo) ed in Italia il velo è accolto sulla base di principi di diritto comune; la Circolare

del Ministero dell’interno suggerisce alle amministrazioni comunali di rilasciare, se richieste, le

carte d’identità con foto che ritraggano il soggetto a capo coperto purchè i tratti del viso siano

visibili. Particolare è il caso della religione dei Sikh Religione indiana – per cui esiste un unico

dio, il quale concede ai suoi seguaci di raggiungere la beatitudine seguendo diversi stadi di

perfezionamento. I simboli di tale religione sono: Khanda – che consiste in una spada centrale e due

incrociate( simbolo della fede in dio). La Khanga, che è il pettine – il Kirpan pugnale ed il Kara,

che è il braccialetto metallico. Infine “il turbante” che si accompagna con l’obbligo di non tagliare

mai la barba ed i capelli – in segno di accettazione della volontà di Dio. Elemento caratteristico in

questa simbologia, è che il turbane ed il pugnale devono essere sempre portati indosso dai fedeli

Sikh, in qualunque momento della giornata e in qualunque ambiente, compresi quelli lavorativi e

scolastici. Ciò pone problemi in ambito laburistico civile e penale._ Con difficoltà la tendenza che

si va affermando è favorevole all’accettazione sei simboli Sikh, in qualche caso alcuni

temperamenti, soprattutto per ciò che riguarda la questione del turbante e del pugnale.

Il Tribunale di Venezia considera che il “Kirpan” non possa essere qualificato ome arma bianca in

considerazione sia delle modeste dimensioni dello stesso (18 cm è una bella zaccagna) sia della

distanza filo­lama. Quindi il Kirpan deve considerarsi un “coltello” come correttamente definito dai

carabinieri nei verbali di sequestro. Se ne deduce conchiusivamente che la condotta dell’imputato

poggia su un valido supporto normativo, siccome obiettivamente collocabile all’interno della tutela

della libertà di fede religiosa e che nell’ambito di tale tutela si spiega la ragione per la quale la

fattispecie penale in oggetto non può dirsi perfezionata in presenza di un “giustificato motivo” –

poiché è proprio in virtù di esso che la tutela della sicurezza pubblica non è messa a repentaglio.

Ancora su crocifissi nelle aule un’altra controversia di carattere multiculturale che può essere

superata attraverso ragionevolezza ed equilibrio. La più nota controversia avviata in Italia da

cittadini di religione islamica contro la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, considerata

contraria ai principi di eguaglianza dei culti e al diritto di libertà religiosa dei cittadini. Tenendo

presente che la Carta di Nizza prevede il “rispetto delle diversità”. Anzitutto non sembra dubbio che

l’eliminazione di simbologie religiose sia la più coerente misura da adottare,in quanto in grado di

garantire la piena eguaglianza di tutti i cittadini e tutte le convinzioni. Tuttavia in un epoca

multiculturale questa strada finisce con configgere con le esigenze interculturali. In altri termini

anche l’adozione del velo islamico, la recita della preghiera pubblica e altre pratiche similari,

dovrebbero essere inibite per il principio di laicità. Da un lato però il richiamo a l principio di laicità

può finire con il cancellare ogni riferimento alle religioni tradizionali in un determinato paese.

Dall’altro si può chiedere di riconoscere simbologia, comportamenti, differenziazioni di altre

religioni per il quali il principio di laicità diverrebbe indifferente.

In questo modo però sarebbe drasticamente alterato il disegno unificante che il principio di laicità

ha nel tempo saluto costruire in Europa, e si spezzerebbe l’equilibrio competitivo e reciprocamente

rispettoso tra tutte le fedi. Il rispetto della diversità non è diretto solo alle culture di minoranza, ma

atutte le culture presenti in un contesto nazionale, mentre il rapporto interculturale non implica né

privilegia mento delle culture minoritarie, né sacrificio di quelle tradizionali maggioritarie.

Conclusione ne discende che in un contesto multiculturale . il simbolo religioso, determinate

pratiche o abitudini legate a tradizioni religiose o culturali, non possono costituire più discrimine

degli uni verso gli altri. Divengono piuttosto segni di diversità che possono essere accettati da tutti

proprio nel segno dell’accoglienza e della reciproca legittimazione. Quindi in una società

multiculturale nessuno dovrebbe sentirsi leso nella sensibilità e nella propria libertà religiosa, dal

fatto che nella scuola alcuni soggetti facciano uso del velo o di altri simboli confessionali.

Multiculturalità, laicità, diritti umani. Principi inderogabili, incertezze culturali e

giurisprudenziali.

Differente è la situazione quando – multiculturalità – chiama in gioco non più simbologia o meri

costumi, bensì i diritti umani fondamentali e l’eguaglianza fra uomo e donna e i principi basilari di

convivenza. Può trattarsi di pratiche mutilative del corpo umano, di concezioni poligamiche

matrimoniali, o imposizioni a minori di persona da sposare; o ancora atteggiamenti possessivi nei

confronti dei cari,sfocianti in omicidio o pratiche disumane. In alcuni casi è giusto che si preveda,

oltre al profilo repressivo, un’azione sociale capace di far maturare nei soggetti dell’immigrazione la

consapevolezza della gravità di determinate azioni o pratiche. Anche se a volte rischia di passare in

occidente un’idea sbagliata di multiculturalità ed un’interpretazione privilegiaria dei diritti umani,

come se spettassero solo al nostro habitat e non ai soggetti dell’immigrazione. Ne scaturisce

un’interpretazione ambigua della multiculturalità che può sfociare nell’applicazione di leggi diverse

a situazioni eguali.

Guardando ora gli esempi di multiculturalità che non sono compatibili coi diritti della persona:

Infibulazione pratica a cui vengono sottoposte le donne, in tenera età, che consiste

1) nell’asportazione della clitoride e in certi casi nella parziale cucitura delle grandi labbra.

Questa pratica ha radici nella zona africana, ed è adottata in aree islamiche. Riflette una

mentalità arcaica che vede nella donna una sorta di proprietà esclusiva dell’uomo, priva del

diritto ad una propria sessualità.

L.9/1/2006 – n.7 – vieta pratiche di mutilazione genitale femminile – e prevede che

­ chiunque in assenza di esigenze terapeutiche, cagioni una mutilazione degli organi genitali è

punito con reclusione da 4­12 anni.

Poligamia secondo istituto “multiculturale” configgente con i diritti umani – è questa

2) consentita dal diritto islamico, mentre incontra nell’area occidentale lo sbarramento della

struttura monogamica del matrimonio. Questa viola il principio di eguaglianza tra uomo e

donna, ponendo l’uomo in una condizione di superiorità rispetto alle su mogli.

Si parte dal principio di diritto internazionale, per cui il matrimonio celebrato all’estero secondo la

propria legge nazionale non può essere contestato, e può produrre effetti nel Paese nel quale le parti

si sono trasferite. _ In Francia a tal proposito si è posto il diritto della seconda moglie a chiedere

l’assegno alimentare. _ In Germania sono riconosciuti i diritti patrimoniali nell’ambito dei rapporti

esistenti in una famiglia poligamica.

Per i nostri ordinamenti il divieto di poligamia, resta netto ed assoluto. Il problema però persiste,

nella forma di poligamia di fatto – che va innestandosi in alcune aree dell’immigrazione e che vede

la donna succube di una condizione alla quale non può sottrarsi. Come per l’infibulazione l’azione

auspicata sarebbe non di eliminazione della pratica nell’ambito occidentale; bensì dello

sradicamento alla base di questa pratica dalla mentalità di ogni società

Cassazione 1992 – afferma che non possono contrastarsi “i postulati essenziali e culturali cui tali

comunità conformano ogni azione – nella convinzione di essere nell’ambito della normalità e di

un’ancestrale e intoccabile tradizione. Ma se questo discorso può essere fatto per ogni tradizione si

cancellerebbero del tutto i diritti umani.

Cassazione 2000 ­ Con ordinanza penale respinge l’eccezione culturale per maltrattamenti recati a

moglie e figli e afferma che i principi costituzionali “costituiscono uno sbarramento invalicabile

contro l’introduzione di diritto e di fatto nella società civile di consuetudini, prassi , costumi, che

suonano come “barbari” .

Il Burqua ultimo caso di multiculturalità incompatibile ­ riguarda il capo vestiario che

3) copre l’intera persona ed il volto celandone i lineamenti del tutto. La pratica del burqua è

diversa dal velo – non è riconducibile all’Islam, poiché non deriva dal Corano, ma da

costumi di alcune popolazioni che si sono diffuse in zone islamiche e da un certo numero di

donne musulmane.

Nell’ordinamento italiano è previsto il divieto di comparire in pubblico mascherati o col volto

coperto – “qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo

pubblico senza giustificato motivo”. Sembrerebbe dunque che il burqua rientri nel divieto dal

momento che copre l’intera persona. Con il tempo però si registrano atti amministrativi e

giurisprudenziali che interpretano la normativa attenuando il divieto fino ad eliminarlo quasi. Il

Coniglio di Stato va difatti affermando che “burqua” non è una maschera ma una tradizionale capo

di abbigliamo con aspetti di pratiche religios. Inoltre la ratio della norma è diretta ad evitare

l’utilizzo di caschi o altri mezzi in luogo pubblico tranne per quelle manifestazioni sportive che

quell’uso contemplino. _ Essendo dunque il Burqua, non un mezzo finalizzato al nascondimento

della persona, ma costituisce attuazione di una tradizione. Si è arrivati a rendere il burqua e il velo

riconoscibile a patto che in luogo pubblico o aperto si rendano riconoscibili i lineamenti. In altri

paesi il “burqua” provoca rigetto per l’offesa che reca alla donna, ma viene poi tollerato di fatto per

non provocare conflitti con alcune comunità islamiche. In generale si può dire che un “divieto del

burqua” chiaramente espresso a livello normativo gioverebbe a favorire la piena condivisione del

rispetto della dignità umana.

Ora tracciano in modo complessivo i profili di incompatibilità che esistono tra alcune pratiche della

multiculturalità e i principi essenziali degli ordinamenti europei – possiamo comprendere meglio i

concezione essenzialmente statica

rischi che si corrono: si scorge una del multiculturalismo , ed un

interpretazione immobilistica dell’appartenenza etnico religiosa. Secondo questa concezione i

diversi gruppi sarebbero legati in modo stabile e totalizzante ad una tradizione diversa dalla nostra,

e agli individui non resterebbe che adeguarvisi , come se avessero, anziché diritti, soltanto doveri.

Sono entità compatte e non in evoluzione (le religioni di questi gruppi).

Nella formazione dell’Europa contemporanea, e nei suoi valori essenziali di laicità e libertà

religiosa è scritta un’altra storia e un’altra prospettiva, che ha portato alla crescita delle libertà

personali e all’eguaglianza uomo –donna, ha indotto confessioni della nostra tradizione a

spiritualizzarsi, ed abbandonare pretese tempora liste. Non si può pensare che costumi e concezioni

che affondano le radici in antiche tradizioni, si dissolvano d’un tratto solo perché vengono a contatto

con un habitat sociale nuovo.

La questione dell’Islam e della sua integrazione in Italia e in Europa.

Come più volte accennato, la questione della multiculturalità non può essere affrontata solo n

termini di compatibilità e incompatibilità – è necessario che gli Stati favoriscano il più possibile

l’integrazione dei nuovi gruppi etnici e confessionali con gli strumenti previsti dalle rispettive

costituzioni. La questione dell’Islam e della sua integrazione con gli ordinamenti europei appare

molto complicata. L’Islam non è strutturato gerarchicamente e non ha rappresentanze né coro

clericale – vive piuttosto con una molteplicità di comunità, moschee e centri che ispirano la propria

vita a principi molto diversi. Ciò ha impedito che all’Islam venisse riconosciuto lo status di

confessione religiosa come per gli altri culti.

Islam in Francia presenza forte dell’Islam, per motivi coloniali – si crea una prima struttura

­ rappresentativa nazionale Conseil Français du culte musulman – su impulso di Sarkozy ed

anche il Conseil regionaux du culte musulman – (CFCM­CRCM). Questi consigli

rappresentano le principali strutture, moschee, associazioni e dovrebbe parlare ed agire in

nome dell’Islam in Francia. Tuttavia la difesa delle comunità islamiche e dei suoi interessi

non sono mai stati realizzati a pieno._ Francia esperienza fallita.

Islam in Spagna l’esperienza spagnola è differente poiché la presenza islamica è molto

­ minore ed è costituita da gruppi di antica tradizione che on sono mai cresciuti in modo

consistente. La normativa costituzionale spagnola (simile all’italiana) prevede , oltre al

rispetto dei diritti di libertà , il diritto delle confessioni religiose di organizzarsi e stipulare

accordi con lo Stato. Nel 1992 si costituisce la CIE Commission islamica de Espana.

Questa è aperta all’adesione di altre comunità islamiche che siano iscritte nel registro degli

enti religiosi, che accettino l’accordo. Nessuna decisione può essere presa senza il consenso

di entrambe le organizzazioni fondatrici (una più laica e moderata, l’altra estremista)_ Si può

dire che in definitiva anche in Spagna il processo di unificazione si rivela impraticabile, per

la presenza di 2 organizzazioni e le difficoltà del loro venirsi incontro; quindi di prender

decisioni.

Islam in Belgio e in Germania senza dilungarsi troppo anche l’esperienza islamica nel

­ Belgio e nella Germania, seppur diversamente e con la formazione di organizzazioni

parzialmente differenti – hanno un esito fallimentare. Quindi fino ad ora quasi in nessun

paese europeo l’Islam è riuscito a strutturarsi autonomamente con organizzazioni che

rappresentino la comunità musulmana.

Islam in Italia l’Italia si trova in una situazione caratterizzata da 2 elementi – Lo Stato non

­ può intervenite direttamente e creare una struttura rappresentativa dell’Islam, perché

altrimenti configgerebbe con i principi della Costituzione che affermano il diritto di ciascuna

confessione di organizzarsi liberamente secondo i propri statuti, purchè questi non

contrastino con la Costituzione. D’altra parte la presenza islamica in Italia è più recente e

non sembra poter mettere in moto un processo di realizzazione. In Italia si crea la Consulta

per l’Islam italiano – non ha capacità decisionale o di governo delle comunità islamiche , né

funzioni di rappresentatività – svolge un ruolo promozionale, ed i suoi effetti sono

molteplici. Esponenti musulmani che vivono per conto loro si incontrano e lavorano insieme

su questioni di merito, interloquendo con le istituzioni. Successivamente il ministro

dell’interno Amato realizza la Carta dei valori nella quale devono essere contenuti i principi

accettati da tutti che debbono essere rispettati – la Carta deve essere il frutto di un’ampia

consultazione che investa i soggetti dell’immigrazione, le confessioni religiose presenti in

Italia. Qui sono affrontati i problemi della c.d. “multiculturalità incompatibile”

(infibulazione, poligamia e burqua). Così di fatto lo Stato si impegna a sostenere le comunità

musulmane che diano inizio a un processo di organizzazione statutaria nel rispetto di

principi costituzionali.

La specificità italiana si manifesta su un duplice versante: Da una parte alcuni gruppi musulmani si

pronunciano a favore di una federazione dell’Islam Italiano che sia una vera confessione religiosa e

decidono di lavorare insieme per darsi uno Statuto valido ai sensi dell’art. 8/2 cost. Nonostante un

particolareggiato e differente impegno – l’esperienza italiana si rivela fallimentare così come nel

resto d’Europa.

Europa, libertà religiosa, multiculturalità. Passi in avanti, interrogativi inquietanti.

Alcune sentenze sono sembrate eccessivamente moderate – Questa oscillazione si è manifestata su

un tema in particolare, legato al multiculturalismo – quella cioè della presenza dei simboli cristiani

negli spazi pubblici – ed ha provocato inquietudine e preoccupazione per un rapporto tra Stati

Corte con sent.3 novembre 2009 –

nazionali e istituzioni europee. dichiara che l’esposizione del

crocifisso nell’aula di una scuola pubblica viola la libertà religiosa, e con essa la libertà dei genitori

di educare i propri figli garantite dalla CEDU.

Occorre tener presente che il processo di integrazione europea è fondato sul rispetto del principio di

sussidiarietà ex 5 TUE per il quale la determinazione delle competenze dell’Unione si fonda sul

principio di sussidiarietà – L’unione rispetta e non pregiudica lo status di cui le chiese e

associazioni religiose godono negli stati membri in virtù del diritto nazionale. Per questo si è

affermato a livello europeo che il principio di laicità è un principio relativo e non ha una matrice

univoca. Possiamo dire che dalla sintesi di varie sentenze si confermano i principi ispiratori cui la

giurisprudenza di Strasburgo si è attenuta – in materia di limitazioni legittime al diritto di libertà

religiosa come previsto dal CEDU, che possono così sintetizzarsi:

Rilevanza dell’appartenenza della maggioranza della popolazione ad una determinata

a) religione che spetta al legislatore nazionale valutare quanto a livello di rispetto e tutela.

La rilevanza dei sentimenti religiosi della popolazione che influenza necessariamente le

b) scelte del legislatore.

Il fatto per il quale il legislatore è meglio in grado di valutare le concrete situazioni del

c) proprio paese per definire o cambiare una determinata scelta normativa.

novembre 2009 –

Nonostante tale giurisprudenza – la sent.3 citata prima ha ritenuto che la

presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica, fosse contraria al diritto di libertà religiosa

di cui all’art.9 della CEDU e al diritto di genitori di educare i figli in armonia con le proprie

convinzioni. La Corte inoltre non si sofferma sul principio della rilevana dell’appartenenza della

maggioranza della popolazione italiana alla religione cattolica, che aveva costituito il presupposto

per alcune sue importanti pronunce; né richiama i sentimenti popolari religiosi o il valore della

tradizione secolare religiosa e culturale propria di un paese come l’Italia, che pure sono stati

utilizzati per legittimare la proibizione del velo.

In questa sentenza sul crocifisso, invece nell’indicare le norme costituzionali italiane – la Corte

evita di rivelare che l’Italia ha una concezione di laicità ben diversa da quella francese, una

concezione positiva, inclusiva, pluralista, che comporta divieto solo per atti o pratiche che siano

contrarie ai diritto fondamentali dell’uomo. In questa tradizione pluralista assolve un ruolo culturale

la tradizione cattolica, talmente radicata da poter giustificare la presenza di un simbolo che ha oggi

una valenza universale. La sentenza in sostanza ha mancato di rispettare il principio di sussidiarietà

che costituisce l’architrave dei rapporti tra i singoli Stati e le istituzioni europee e che era alla base

della stessa giurisprudenza della corte.

Una critica è stata rivolta alla Sentenza del 2009 quando essa ricoduce il crocifisso alla religione

cattolica, facendone così un simbolo di parte isolandolo dalla più generale tradizione cristiana. Dal

punto di vista teologico la croce è espressione del cristianesimo nel suo complesso compreso quello

riformato protestante. In realtà la diversità nelle confessioni cristiane rispetto alla croce non riguarda

il suo essere simbolo della cristianità – per il cattolicesimo il crocifisso è simbolo in molti spazi

pubblici che consola e rassicura; anche per gli ortodossi è un simbolo presente in tanti spazi

pubblici. Per i paesi protestanti la croce è quasi sempre al centro delle bandiere nazionali . Tutto ciò

vuol dire che il crocifisso è un simbolo classico del cristianesimo nel suo complesso e non è

riconducibile ad una sola denominazione. Per questo la reductio della corte della croce al

cattolicesimo contrasta con la realtà dei fatti esistenti in Europa.

Altra critica – se si considera il simbolo religioso come un elemento negativo e turbativo per un

bambino o per un ragazzo, questi cresceranno con un senso di ostilità verso tutti i simboli e li

interpreteranno come fossero fattori di divisione. Difatti gli Stati convengono che “la finalità è

quella di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno

spirito di comprensione, di pace e di tolleranza, di uguaglianza trai sessi e di amicizia tra tutti i

popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi”. Ciò significa che se i simboli religiosi sono interpretati

negativamente, capaci di violare il diritto di libertà religiosa, di turbare la psicologia del ragazzo –

l’educazione sarà improntata sulla diffidenza e l’ostilità.

D’altra parte se si applicasse il concetto di turbamento emotivo alla presenza del crocifisso nella

scuola si dovrebbe essere coerenti e per evitare una discriminazione al contrario si dovrebbe

escludere ogni altro simbolo religioso in qualsiasi spazio pubblico. Inoltre se si adottasse il criterio

della sentenza, per il quale un simbolo religioso in qualche modo legittimato dallo Stato provoca

turbamento – si finirebbe col riconoscere a chi è di religione diversa o non ne ha alcuna una sorta di

diritto di veto nei confronti di qualsivolglia manifestazione di religiosità e si tornerebbe a una

concezione negativa della religiosità superata ormai da decenni in Europa.

CAPITOLO III

ISTITUZIONI RELIGIOSE E RAPPORTO CON LO STATO

Chiese e confessioni religiose nella tradizione italiana unitaria.

Statuto Albertino 1848 – art.1 “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello

Stato. Gli altri culti esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.” – legge Sineo “la differenza

di culti non forma eccezione per il godimento dei diritti civili e politici” – successivamente Legge

Sicardi, viene abolito il foro ecclesiastico e realizzata l’unicità di giurisdizione civile e penale.

Poi il codice del ’65 introduce il matrimonio civile come unico matrimonio valido per lo Stato e

rende giuridicamente insignificante quello canonico. Infine con le – Leggi Casati e Coppino – le

scritture scolastiche sono sottratte alla direzione delle autorità ecclesiastiche e progressivamente

laicizzate. Per quanto riguarda la chiesa cattolica – la legge 13 maggio del 1871, dà vita ad un

regime speciale per gli organi centrali della Chiesa romana e per la condizioni giuridiche delle

istituzioni cattoliche. In particolare viene fatta al pontefice una condizione singolarissima che lo

equipara al sovrano di Italia e gli garantisce un’immunità territoriale. – Sono poi garantite speciali

guarentigie per Cardinali, Vescovi e Conclave.

Il mutamento di indirizzo politico attuato dal regime autoritario nel 1929 travolge ogni norma e

discussione separatista. Il principio di eguaglianza di culti all’interno del c.d. diritto comune viene

spezzato, e lo Stato entra in rapporti bilaterali con la Chiesa cattolica con la quale stipula un

concordato. La religione cattolica è nuovamente religione di Stato. Mentre i culti di minoranza

subiscono il peso del sistema normativo di dominanza cattolica , ogni loro diritto è subordinato ai

privilegi concessi alla religione dello Stato ed in ogni momento può essere negato.

Spetta al costituente del 1946­47ricomporre un quadro normativo che cancelli le relazioni

ecclesiastiche diseguali e restituisca a tutte le confessioni una condizione paritaria. A tale risultato

non si giunge tornando al separatismo – ma non cancellando la bilateralità pattizia (dei Lateranensi)

ma estendendola ai culti non cattolici con la previsione di Intese ex 8 cost.

La Costituzione democratica. Indipendenza e sovranità della Chiesa cattolica, autonomia della

altre confessioni religiose.

L’eguale libertà di tutte le confessioni religiose (8cost. comma1) n on implica piena eguaglianza di

trattamento per le confessioni, ma solo una eguaglianza di trattamento in quelle materia ed in quei

libertà delle confessioni.

rapporti che riguardino la La prima differenza la si trova a livello

costituzionale – nel confronto tra artt.7 e 8 – che delineano due modi diversi dello Stato di guardare

ai caratteri istituzionali della chiesa cattolica e della altre confessioni:

Par l’art.7 comma1 Stato e Chiesa, sono ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e

a) sovrani, per il comma2 i loro rapporti sono regolati dai patti lateranensi, le cui modifiche

devono esser accettate da entrambe le parti (non richiedendo proced. Di revisione cost.)

Per l’art.8 si riconosce alle altre confessioni religiose il diritto di organizzarsi secondo i

b) propri statuti purchè non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano e i rapporti con lo

Stato ex comma2 sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

al proposito del 7cost. si è detto che non si parla di “ordinamento”, ma di “ordine”, ossia un

concetto non statico, ma dinamico stante ad indicare l’orizzonte della Chiesa nel suo farsi e

svilupparsi concreto. Strutturalmente e giuridicamente, le confessioni cattoliche non costituiscono

degli ordinamenti primari. E ciò non implica per loro alcuna demenutio , o discriminazione perché

sono le confessioni stesse che non hanno mai preteso di essere considerate soggette del diritto

internazionale, e quindi ordinamenti sovrani al pari dell’ordinamento dello Stato. Ne consegue che

lo Stato instaura relazioni con esse all’interno del proprio ordinamento, utilizzando lo strumento

dell’intesa i cui contenuti entreranno a far parte della legge dell’ordinamento attraverso legge di

approvazione.

I Patti lateranensi e la loro riforma.

I Patti lateranensi costituiscono atti contrattuali tra enti paritari, e sono soggetti quindi alle norme e

alle consuetudini del diritto internazionale , mentre le Intese, comunque vengano interpretate,

costituiscono atti contrattuali compiuti ed elaborati all’interno dell’ordinamento dello Stato e

riguardano soggetti giuridici. Le prime interpretazioni dell’art.7cost. davano ai patti lateranensi una

collocazione ordina mentale del tutto privilegiata a volte addirittura superiore a quella delle norme

costituzionali.

La dottrina successiva all’approvazione della costituzione ha preso lo spunto dal fatto che l’art.7

anziché far riferimento ad un generico regime pattizio o concordatario,richiama espressamente i

Patti lateranensi, dandogli una forza costituzionale che prima non aveva. In effetti prima

dell’approvazione della Costituzione, i Patti lateranensi dal punto di vista del diritto interno erano

entrati grazie alla l.29 maggio del 1929, ma tale legge poteva ben essere modificata o abrogata

unilateralmente. Ora invece essendo la Costituzione al 7, a richiamarli – si svuota la legge di rango

primario e si inseriscono nella Carta fondamentale. Inoltre particolare è il fatto che le modifiche

devono essere approvate da entrambe le parti e non si può procedere a revisione costituzionale.

Questo ci fa capire l’elevazione di questi Patti a livello costituzionale.

Tesi 1) questa illustrata è la c.d. tesi della costituzionalizzazione dei Patti lateranensi – una

­ volta ammesso che le singole orme pattizie sono entrata a far parte della Costituzione ,

bisogna riconoscere che esse vi stanno a titolo particolare – ed in base al principio per cui

lex specialis derogat generali, le norme pattizie prevalgono sulle comuni norme

costituzionali e non possono essere pertanto abrogate sulla base del sindacato di

costituzionalità. In altri termini da questa tesi le norme dei Patti hanno rilievo superiore alla

Costituzione.

Tesi 2) altri autori respingono tale tesi, osservando che essa ha tralasciato un aspetto

­ importante del 2comma del 7cost. il fatto cioè che questo, accanto all’ipotesi di

procedimento di revisione costituzionale, prevede una altro procedimento, quello ordinario ,

qualora le modifiche siano accettate dalle parti. Ne discende che il conferimento di rango

cost. alle singole clausole dei Patti sarebbe in contrasto con il 138 cost. non essendo

possibile ammettere una costituzione la quale mentre afferma la propria rigidezza, consenta

forme di revisione diverse da quelle previste per altre.

Di qui il significato dell’art.7 che è rivolto essenzialmente al legislatore, il quale può

­ modificare i Patti lateranensi con procedimento ordinario, purchè le modifiche siano

accettate dalla Santa sede – oppure con procedimento di revisione cost. in altri termini la

disposizione del 7 cost. avrebbe costituz. Solo il principio pattizio, il fatto cioè che i rapporti

tra Stato e chiesa devono essere disciplinati per via bilaterale, ma non altera la gerarchia

delle fonti e quindi queste norme pattizie rimangono ordinarie a tutti gli effetti e sono

soggette al sindacato di costituzionalità.

Definitivamente con sent. la Corte cost ha affermato che l’art.7 ha prodotto diritto – nel

­ senso che l’innovazione non è stata di elevare le singole norme concordatarie a livello

formale e sostanziale, delle norme cost. ma neanche si è limitata a dare forza costituzionale

al cosiddetto principio pattizio, mantenendo i patti lateranensi a livello di norme ordinarie.

Essa ha fornito le norme di derivazione patizia, desumibili dalla legge di esecuzione dei Patti

lateranensi di una capacità di resistenza rispetto alle norme costituzionali, tranne che non si

tratti di principi supremi dell’ordinamento (cfr costituzionale).

Le Intese con le confessioni diverse dalla Cattolica.

Con la previsione delle Intese al 3comma dell’art.8, la Costituzione ha cercato di equilibrare la

diseguaglianza di trattamento tra Chiesa cattolica e altri culti. Si può dire anzitutto che non può

considerarsi Intesa qualsiasi accordo tra le rappresentanza di un culto e un organo amministrativo.

Le intese previste dalla Cost. sono quelle che regolano i rapporti complessivi tra Stato e confessione

religiosa e che sono stipulate ed elaborate nell’ambito di una contrattazione tra Governo e

rappresentanza confessionale. L’intesa può considerarsi come strumento tipico e speciale di

negoziazione legislativa capace di dar vita ad un sistema normativo di relazioni bilaterali. Da ciò

deriva che l’art.8 cost. qualifica le confessioni di minoranza come veri soggetti costituzionali con

capacità contrattuali nei confronti del governo. si definiscono questi contratti di diritto pubblico

interno – sia perché sottolinea il ruolo svolto dalla confessione nella dialettica dei poteri statali sia

perché introduce il carattere vincolante che una volta raggiunta, l’intesa ha nei confronti degli

organi e dei poteri pubblici, compresi quelli costituzionali. È in questo caso che si rinvengono le

vere differenze tra Concordato e Intese.

La trattativa per l’Intesa si avvia e si sviluppa a livello governativo attraverso l’incontro tra la

rappresentanza nazionale della confessione e l’apposita Commissione per le Intese, istituita dal

Governo e consiste nel valutare il progetto di intesa presentato dalla confessione interessata. Una

volta raggiunto l’accordo questo viene firmato dal rappresentante confessionale e dal sottosegretario

alla presidenza del consiglio. Verrà poi presentato in Parlamento una legge di approvazione che

riproduce la sostanza dell’Intesa raggiunta. L’art.8 prevede che la legge venga elaborata su base di

Intesa e presuppone dunque che vi sia una conformità sostanziale e non una identità con i contenuti

dell’accordo sottoscritto dal rappresentante del Governo e della confessione. Successivamente si è

optato per una conformità dei due testi.

Principio di bilateralità il testo normativo può essere approvato o respinto a seconda degli

orientamenti del Parlamento, ma non può essere emendato in modo tale da risultare difforme

rispetto al testo pattuito. Nel caso in cui il Parlamento respinga tutto o parte del testo legislativo, il

Governo dovrà riaprire il negoziato con la rappresentanza confessionale.

Novero delle fonti atipiche rinforzate la legge ex 8 cost. si colloca tra le fonti atipiche rinforzate che

pur restando soggette al sindacato di costituzionalità, in quanto leggi ordinarie, resiste a qualsiasi

modifica. Si può dire che le norme delle leggi di approvazione di intese restano pienamente soggette

al sindacato di costituzionalità (diversamente dall’art.7) Però così come il regime pattizio tra Stato

e chiesa cattolica può essere modificato tramite solo successivi accordi bilaterali. Altrettanto gli

accordi con le confessioni acattoliche potranno essere modificati solo tramite successive intese, non

mai unilateralmente.

Problema ancora aperto è se le confessioni religiose abbiano tutte un vero e proprio diritto a

stipulare un intesa con lo Stato e se lo Stato sia correlativamente obbligato alla stipulazione di Intese

o quantomeno ad avviare le trattative. Diciamo che non vi sono preclusioni particolari, né di tipo

numerico , né dovute al legame tra tradizione italiana e quella della confessione – si pone però il

problema per il futuro in considerazione del fatto che si potrà avere un numero indefinito di

confessioni religiose che aspirino alla stipulazione di un’intesa. Discende da ciò l’inesistenza di un

obbligo costituzionale dello Stato a disciplinare per intesa i rapporti con tutte e indistintamente , le

confessioni. Altrimenti la proliferazione delle religioni risulterebbe drammatica per noi.

Libertà religiosa collettiva ed eguaglianza di trattamento dei culti.

Tale disciplina è contenuta prevalentemente negli accordi stipulati tramite Concordato o per Intese.

Dall’esame della legislazione bilaterale emerge, inoltre, quella differenza di trattamento che, non

investendo il principio di eguale libertà delle confessioni, è legittimata da motivi storici, logici e

sociali desumibili dalla nostra tradizione e dalla normativa costituzionale:

Vengono in rilievo in primis – quelle situazioni giuridiche, sovente di carattere istituzionale,

1) che interessano una o più confessioni, con esclusione di altre. Ad esempio la disciplina che

riconosce determinate strutture ecclesiastiche, presenti solo in alcune organizzazioni

confessionali, non lede le aspettative di altre, così come non viola il principio di eguaglianza

il riconoscimenti di alcune personalità che svolgono funzioni specifiche (cardinali, vescovi,

monaci, Iman). Sembra evidente che nessuna confessione potrebbe lamentarsi per i

riconoscimenti concessi alle altre, in quanto tali nulla toglierebbero alle garanzie i cui esse

fruiscono per la propria organizzazione.

Ancora in sede di contrattazione bilaterale il rifiuto di una confessione di fruire di un

2) determinato vantaggio, giuridico, finanziario o sociale non trasforma questo vantaggio

concesso ad altri in privilegio illegittimo.

Ancora un campo in cui è illogico che si parli di parità sono le modalità di accesso delle

3) confessioni alle strutture pubbliche (ospedali, carceri..) soprattutto perché subentra

l’elemento quantitativo. Nel senso che esisterebbero ad esempio molti cappellani che non

avrebbero nulla da fare perché il valdesi sono pochissimi. Quindi è importante l’elemento

quantitativo.

Confessioni religiose, enti esponenziali e guarentigie istituzionali.

Il sistema cost. riguardo le confessioni si basa sul principio del loro riconoscimento istituzionale o

di quello di un loro ente esponenziale. Si può da qui dire che le confessioni (secondo l’opinione

generale) non hanno personalità giuridica in quanto tali, ma agiscono attraverso il loro enti

esponenziali ai quali lo stato riconosce personalità giuridica.

La Chiesa cattolica agisce attraverso la Santa sede che però è soggetto di dir. internazionale. A

CEI

seguito del Concordato dell’84 la Chiesa cattolica agisce nell’ordinamento interno tramite la

episcopale italiana),

(Conferenza a cui compete:

Rappresentare in subordine alla S.sede gli interessi della Chiesa cattolica Italiana nei

a) confronti delle autorità dello Stato e tenere i rapporti con le PA.

Partecipare alle trattative delle intese previste dal Concordato, come quelle in materia di

b) insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e beni culturali ecc..

Stipulare intese anche su materie non previste dal testo concordatario ma sulle quali si

c) manifesti volontà di collaborazione fra Stato e Chiesa.

Presiedere con funzioni e competenze, al nuovo sistema di sostentamento del clero, e

d) decidere sulla spartizione della quota 8 per 1000.

Quanto alle principali guarentigie di libertà riconosciute alle confessioni sono definite con

­ formule differenziate dai rispettivi accordi:

Mentre il Concordato riproduce il principio del 1comma del 7cost. (sovranità ciascuno nel

a) proprio ordine), le Intese contengono riconoscimenti diversi. Nell’Intesa con la Tavola

valdese lo Stato prende atto dell’autonomia e indipendenza dell’ordinamento valdese . –

Mentre nell’accordo con gli avventisti si riconosce autonomia delle Chiese cristiane

avventiste liberamente disciplinate dai propri Statuti e organizzate dai propri ordinamenti.

Altra guarentigia riconosciuto è quella della non ingerenza dello Stato nelle questioni

b) di non ingerenza

interne alla Chiesa nella loro struttura ed organizzazione – Il principio sta

a significare che lo Stato e gli enti pubblici, non potranno svolgere indagini sulle attività

religiose delle confessioni e non potranno interferire sulle attività religiose delle confessioni

e nella loro organizzazione interna.

Una terza guarentigia riconosciuta ad alcuni culti è quella della più ampia libertà in materia

c) di esercizio di culto e di svolgimento della missione pastorale ed educativa, di riunione e

manifestazione del pensiero con parola.

Riassumendo le tre guarentigie istituzionali che lo Stato assicura alle confessioni religiose –

autonomia dei rispettivi ordinamenti – non ingerenza dello Stato nelle questioni interne – conferma

di libertà di svolgere la propria missione – si intrecciano reciprocamente, non essendo pensabile che

l’autonomia di una confessione sia cosa diversa dalla sua libertà o che non riguardi anche

l’ingerenza statale.

Ministri di culto, rapporti con i fedeli, segreto ministeriale.

Ogni confessione religiosa presenta soggetti investiti delle funzioni istituzionali particolari, che

godono di una speciale condizione giuridica all’interno della confessione . La qualifica più generale

ministro di culto

è quella di con la quale ci si riferisce ai ministri di qualsivoglia confessione che

abbiano una potestà spirituale, di magistero o di giurisdizione, su una porzione di fedeli. – E’ colui

che per competenza territoriale o incarico è preposto alla comunità di fedeli, ha cura d’anime. Si

tratta di una qualifica essenzialmente civilista. E possono ricomprendersi in questa: sacerdoti

cattolici, pastori protestanti, rabbini israelitici e gli Iman musulmani.

Esaminando in primis la legislazione unilaterale Statale relativa ai ministri di culto – si premette che

l’ordinamento civile non recepisce lo status giuridico confessionale – non riconosce cioè

automaticamente quei diritti e doveri che competono loro all’interno della confessione di

appartenenza. Ad esempio l’impegno del celibato per i sacerdoti, non gli impedisce di celebrare

matrimonio civile. Un riconoscimento fondamentale però della funzione di ministri di culto, si è

avuto nell’art.200 c.p.p. per cui non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto

per ragione del proprio ministero,( salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità

giudiziaria):

I ministri di confessioni i cui statuti non contrastino con l’ordinamento italiano.

a) Gli avvocati o procuratori legali e i consulenti tecnici.

b) I medici e i chirurghi e i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente la professione

c) sanitaria.

Possiamo dire che si tratta di un rapporto di fiducia e di confidenza che trae origine dalle funzioni

svolte dal ministro do culto. Nella Chiesa cattolica trattasi di segreto confessionale. Inoltre i ministri

sono depositari di documenti che contengono notizie e informazioni relative ai fedeli o ad altri

ministri – su cui ovviamente vige il segreto – si pensi ai registri battesimali o matrimoniali.

Il Segreto ministeriale intende tutelare una duplice garanzia:

Nei confronti dell’espletamento del ministero religioso che non potrebbe dispiegarsi

a) pienamente se non garantito nella riservatezza dei propri contenuti.

Nei confronti di coloro che si rivolgono al ministro di culto in base ad un rapporto fiduciario

b) tipico delle confessioni religiose.

Diciamo però che ai fini della copertura delle informazioni da parte del segreto ­ è necessario che

sussista un nesso di causalità tra l’informazione pervenuta e l’esercizio del ministero. Quindi non

saranno coperte da segreto le informazioni avute fortuitamente e tantomeno quelle fatte con lo

scopo di usare fraudolentemente della riservatezza garantita dalla legge.

Naturalmente non mancano situazioni complicate – come quella di un sacerdote venuto a

conoscenza di un delitto grave in confessione e che al tempo stesso sappia che di tale delitto è stato

accusato un'altra persona. Si registrano ultimamente pratiche invalse di recente in ambienti

penitenziari, con le quali, al fine di trarre utili informazioni per determinati soggetti detenuti si

intercettano le loro conversazioni coi cappellani (questo è avvenuto anche nel carcere di San Vittore

recentemente però per sospetti di pederastia del cappellano). Comunque ad ogni modo le sempre

migliori tecnologie suggeriscono maggiore riservatezza nelle proprie funzioni da parte dei ministri.

Comunque al 220 ccp. Si collega il622 c.p. “chiunque avendo notizia per ragione del proprio

ufficio o dalla propria professione di un segreto e lo rivela senza giusta causa ovvero lo impiega a

proprio o altrui profitto è punito se dal fatto può derivare nocumento.”

Segue.. Incompatibilità dei ministri di culto. Soggetti confessionali specifici.

incompatibilità

I ministri di culto hanno delle con determinati uffici e funzioni civili: valutati gli

eventuali conflitti di interessi che potrebbero verificarsi tra le funzioni ministeriali e i compiti che

derivano da determinati uffici. Non sono eleggibili a sindaco, presidente della provincia,

consigliere comunale nel territorio nel quale gli ecclesiastici ed i ministri di culto che hanno

giurisdizione e cura d’anime e coloro che ne fanno ordinariamente le veci. La legge ha teso ad

impedire che l’influenza sociale dei soggetti indicati possa essere utilizzata per ottenere più

agevolmente l’elezione.Inoltre la legge esclude che i ministri di culto e i religiosi di ogni ordine e

congregazione possano essere giudici popolari della corte d’Assise.

Per evidenti motivi i ministri di culto non possono essere “notai” ed “esattori di imposte”. – Meno

comprensibile sembra l’incompatibilità “con l’avvocatura” e la “procura”, salvo che non si ritenga

che lo svolgimento di questa professione impedirebbe di fatto l’assolvimento delle funzioni religiose

e pastorali del ministro. A livello penalistico occorre tenere presente che tra le aggravanti di un reato

figura quella di aver commesso il fatto contro una persona rivestita della qualità di ministro del culto

cattolico o un altro ammesso nello Stato.

Sui vescovi e i cardinali art.21 Trattato Laterano – dispone che fruiscano in Italia degli onori dovuti

ai Principi del sangue e che quelli residenti in Roma anche fuori le mura vaticane, sono a tutti gli

effetti cittadini vaticani. Inoltre essendo i cardinale membri del collegio che elegge il pontefice,

l’Italia provvede in modo speciale a che non sia ostacolato il loro libero transito ed accesso nel

territorio Italiano.

Il Parroco ministro del culto cattolico, è rappresentante della relativa parrocchia, e porta la

responsabilità dei relativi immobili, compreso l’edificio di culto. Ed è responsabile e custode della

chiesa che gli viene affidata. I Vescovi invece in quanto ordinari del luogo, oltre ad essere

rappresentanti di una diocesi, assolvono a una pluralità di compiti e funzioni di natura gerarchica,

che hanno rilevanza civile.

Sulla condizione giuridica dei religiosi cattolici cioè di coloro che fanno vita in comune dopo aver

emesso i voti pubblici di povertà, obbedienza e castità. Si è già detto che questi voti in linea di

massima non hanno rilevanza civile.

Più complessa è la risposta alla domanda – ma il religioso può svolgere attività lavorativa? bisogna

qui distinguere 2 ipotesi:

Se il religioso presti la propria attività all’interno dell’istituto.

a) O se sia impegnato all’esterno e alle dipendenze di terzi.

b)

Questa seconda ipotesi è giuridicamente ben definita; infatti ogniqualvolta il religioso mette a

disposizione di un terzo le proprie energie lavorative ricevendone corrispettivo, si è di fronte a un

rapporto di lavoro nel quale sono sussistenti gli estremi per una tutela previdenziale – Analogamente

il rapporto di lavoro subordinato sussiste quando si basa sulla convenzione tra il terzo e l’istituto

religioso e riguarda anche le prestazioni meramente spirituali. Perché le prestazioni vengono date

per utilità del datore di lavoro che nulla hanno a che vedere con le ragioni di perfezione religiosa che

caratterizzano la forma di vita scelta dal monaco. Il religioso può in tutti questi casi corrispondere la

propra retribuzione all’istituto di appartenenza, ma non può rinunciare alla retribuzione nei

confronti del datore di lavoro.

Ben diversa è la situazione – quando l’attività del religioso viene prestata all’interno dell’Istituto di

appartenenza, per finalità istituzionali dello stesso istituto di appartenenza, per finalità istituzionali

dello stesso Istituto: insegnamento nelle scuole gestite dall’ente, o nello stesso ente, attività manuali

svolte per l’istituto. In tali casi non solo il religioso non riceve alcuna retribuzione, ma l’istituto non

considera tali rapporti come rapporti di lavoro, né sulla loro base provvede ad alcuna forma di

contribuzione previdenziale.

Tesi 1):La dottrina si sforza di far rientrare questi nei rapporti di lavoro – per garantire qualche

tutela ai religiosi. Secondo una prima impostazione sussisterebbe rapporto di lavoro ogniqualvolta

che l’istituto svolga un’attività che sia rilevante per l’ordinamento. In questi casi, il profilo oggettivo

avrebbe la meglio su quello “soggettivo”, poiché è sufficiente la messa a disposizione di energie

lavorative a favore di un’attività economica gestita dall’ordine, ma non può negarsi l’esistenza di un

rapporto di lavoro e la retribuzione non può essere negata come diritto individuale anche se può

intendersi sostituita dal mantenimento del religioso ad opera dell’istituto.

Tesi 2):Secondo altra impostazione – la relazione speciale che unisce il religioso all’ente di

appartenenza è tale da legittimare la rinuncia alla retribuzione, per tutto il periodo di appartenenza

all’ente. Quando però questa relazione si interrompa, il rapporto di lavoro torna ad avere valore

civile, facendo sorgere il diritto all’indennità di fine rapporto.

Il diritto positivo non accoglie nessuna delle 2tesi – Il rapporto che unisce il religioso all’ente è

fondato sulla libera e volontaria accettazione del singolo della struttura istituzionale della vita

religiosa, quale delineata dall’ordinamento canonico. Manca cioè quell’alterità trai due soggetti

(religioso ed ente) che può integrare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e che esclude

indirettamente che il religioso avverta quanto fa come una prestazione di lavoro.

Potestà giurisdizionale e disciplinare delle confessioni religiose.

Guarentigia necessaria per il riconoscimento dell’autonomia alle confessioni è la potestà

giurisdizionale – in materia disciplinare e spirituale. Questo riconoscimento è uno dei frutti

dell’acquisizione del carattere laico da parte dello Stato , che non intende fare da arbitro in questioni

religiose aliene rispetto alla sua competenza.

In termini generali – il riconoscimento della giurisdizione ecclesiastica, implica che lo Stato mai

può sostituirsi alle confessioni religiose, o ai loro organi interni per decidere autonomamente su

questioni di materia disciplinare o spirituale. Né può sindacare nel merito, per modificare o

annullare gli atti o i provvedimenti adottati nell’esercizio delle potestà confessionali.

Deve poi affermarsi l’irrilevanza civile degli atti o provvedimenti ecclesiastici in materia

disciplinare o spirituale, nel senso che la loro esecuzione è affidata al volontario adeguamento dei

rispettivi destinatari. Tutto ciò rientra nella piena autonomia confessionale – e fintantoché un atto è

compiuto da una Chiesa in una materia che rientra sotto ogni aspetto nel campo della sua esclusiva

autonomia, non è concepibile che lo Stato attribuisca a tale atto effetti nel suo ordinamento

giuridico: lo Stato può solo considerarlo come lecito o indifferente per il proprio ordinamento.

Eccezione atti ecclesiastici che per loro natura investono la sfera civile, penale – acquistano

rilevanza per l’ordinamento e lo Stato. Inoltre una sanzione ecclesiastica può anche essere di natura

tale da comportare danno per la salute o l’incolumità – si pensi alla prescrizione di autopunizioni

corporali. In questi casi spetta al giudice valutare se le modalità con le quali è stato adottato o

eseguito integrino gli estremi dell’illecito penale. L’esercizio della potestà giurisdizionale può

provocare ulteriori effetti civili quando l’atto ecclesiastico incida su una situazione confessionale

che, di per sé è già rilevante civilmente. Oppure l’espulsione di un ecclesiastico o di un religioso da

un incarico. Occorre qui distinguere due profili:

Esecutorietà o meno dei provvedimenti giurisdizionali ecclesiastici.

1) Eventuale competenza del giudice civile ai fini dei diritti o interessi del destinatario del

2) provvedimento.

Quanto al primo punto non c’è dubbio che gli atti o i provvedimenti confessionali non sono

provvisti di alcuna esecutorietà. Essi potranno conseguire i propri effetti o per spontaneo

adeguamento del destinatario o ottenendo sentenza civile che adotti quelle decisioni che possono

essere eseguite coattivamente nell’ordinamento dello stato.

Più complessa la questione di quali poteri di intervento e sindacato abbia il giudice nei confronti dei

provvedimenti confessionali. In linea di principio non può assolutamente sindacare il merito del

provvedimento. Ovviamente ci saranno sempre casi in cui il giudice possa negare la legittimità del

provvedimento quando questa contenga macroscopiche violazioni dell’ordinamento confessionale.

Si può in conclusione dire che se prima era diverso – dopo l’entrata della Costituzione sia dottrina

che giurisprudenza hanno progressivamente criticato e fatto decadere gli aspetti più anacronistici e

assurdi di questa interpretazione (dell’esecutorietà dei provvedimenti confessionali) e quindi questi

non possono avere alcuna rilevanza civile ed esauriscono solo una funzione spirituale.

Santa Sede e Vaticano. Dalla legge delle Guarentigie al Trattato del Laterano.

Peculiarità dell’Italia è il dover disciplinare i rapporti internazionali con la Santa Sede. Prima

romana –

soluzione della questione viene data dallo Stato italiano con la legge delle guarentigie

del 1871 – che ha il merito di cancellare dall’orizzonte storico ogni ambizione ecclesiastica di far

rivivere il potere temporale dei papi. La questione romana è per l’Italia questione interna e

internazionale – poiché il risorgimento si conclude con l’opposizione della Chiesa di Roma, occorre

evitare che questa opposizione si trasformi in un veleno che intossichi lo Stato unitario. Per le

nazioni europee l’annessione di Roma all’Italia costituisce lo sbocco naturale della conquistata

indipendenza, ma nessuna di esse vuole che il Pontefice sia in qualche modo condizionato e

impedito nell’esercizio delle sue potestà. Pur attenuata l’autorità pontificia è ancora grande e si

estende sulle comunità cattoliche. Per parte sua il governo italiano non vuole avere in Roma un papa

che sia ancora sovrano temporale, temendo che la sua azione internazionale possa offuscare la

politica del Regno e impedirgli di svolgere quel ruolo che gli spetta nei nuovi scenari. La formula

legge delle Guarentigie del 13 maggio 1871 –

viene elaborata nella si fonda su due principi

concorrenti:

Il papa è riconosciuto come sovrano personale e nessuna sovranità territoriale gli è concessa.

1) I territori dell’ex Stato pontificio costituiscono fino all’ultimo centimetro parte integrante

2) dello Stato italiano unitario. L’Italia però concede al Papa e alla santa sede delle franchigie

territoriali, garantendo che sui palazzi vaticani non venga mai esercitata alcuna autorità da

parte di soggetti italiani aventi funzioni pubbliche.

Al pontefice vengono riconosciuti gli attributi personali della sovranità e la sua persona è equiparata

a quella del re di Italia. Gli viene riconosciuto lo ius legatiae attivo e passivi, ossia il dritto di

mandare e ricevere ambasciatori presso altri sovrani e Stati. Al pontefice è anche assicurato il diritto

di tenere il consueto numero di guardie addette alla sua persona e alla custodia dei palazzi. Nei fati

dunque il papa resta libero e pienamente indipendente nell’assolvimento delle sue funzioni e nessun

governo italiano si sogna mai di cercare di influenzare le scelte vaticane. Tuttavia la legge delle

guarentigie ha un punto debole – consiste nell’assoggettamento dei palazzi vaticani alla sovranità

italiana, seppur questa è sospesa per legge e volontà dello Stato.

Ad intuire che l’Italia non potesse vivere in permanente antitesi con la Chiesa di Roma è nel 1921

Benito Mussolini , il quale intuisce un elemento storico di primaria importanza: l’Italia ha un tutto

da guadagnare, anche in termini di prestigio internazionali da un Vaticano pienamente indipendente

e da una Chiesa cattolica appagata nelle sue esigenze e rivendicazioni. Quindi è Mussolini che guida

le trattative per l’elaborazione del Trattato Laterano che pone fina alla “Questione romana” nel

1929.

Patti Lateranensi 1929 – riconoscimento pieno di una sovranità territoriale che compete alla Santa

Sede sullo Stato Città del Vaticano e attraverso un accordo completivo che vincola l’Italia e la Santa

sede a principi e regole condivise. La motivazione principale di questi trattati è quella della volontà

delle parti di assicurare in modo stabile una condizione di fatto e di diritto la quale garantisca

l’assoluta indipendenza per l’adempimento della sua alta missione nel mondo e di riconoscere alla

stessa Santa sede l’assoluta indipendenza garantendole una sovranità indiscutibile pur nel campo

internazionale. Sono qui sintetizzate – continuità e innovazione rispetto alla legge delle guarentigie

– continuità politico territoriale perché non si torna all’antico Stato pontificio né si ha reviviscenza

del potere temporale del pontefice. Innovazione storico giuridica, perché la Santa sede è

riconosciuta come soggetto internazionale e il lembo di territorio del Vaticano è trasfigurato e

trasformato in un minuscolo stato sovrano assoggettato al pontefice e alla Santa sede. Il papa non è

più un soggetto interno all’ordinamento italiano, ma un vero sovrano.

Natura e condizione giuridica dello Stato Città del Vaticano.

La definizione che meglio coglie la natura dello SCV (Stato Città del Vaticano) è di Arturo Jemolo

– lo definisce una realtà statuale strumentale nei confronti della S.sede . Lo SCV non è per Jemolo

uno Stato creato per avere una vita propria e autonoma ed aperta agli sviluppi politici – esso non

può disporre di sé né del proprio territorio e non ha quei fini generici ed indeterminati di utilità dei

propri cittadini che sono tipici degli altri Stati. È poi D’Avack ad approfondire questa intuizione

affermando che la prima ragione dello SCV è quella di assicurare e garantire alla Santa Sede la

piena e isibile sovranità ed indipendenza nella sfera temporale e politica per la più perfetta

esplicazione dei suoi compiti religiosi e spirituali.

Ipotesi ove lo SCV decidesse di allocarsi altrove, fuori della Città di Roma o fuori dall’Italia,

occorrerebbe valutare attentamente la situazione che si verrebbe creando. Il trasferimento parziale di

alcuni organismi curiali o il trasferimento temporaneo della Sede pontificia non comporterebbero il

venir meno delle ragioni e fondamenti del Trattato Laterano. Invece nell’ipotesi estrema

dell’abbandono definitivo della sede Roma da parte del papa e di un trasferimento in altro luogo si

estinguerebbero i presupposti che sono alla base dei Patti lateranensi del 1929, e il territorio

vaticano tornerebbe a far parte della città di Roma.

Nello Stato vaticano non esiste una vera popolazione stabile, non esiste un popolo di nazionalità

vaticana vera, non esistono ceti sociali o correnti politiche culturali per il semplice motivo che

l’unica componente stabile esistente è proprio quella casta sacerdotale che dovrebbe essere

sovraordinata alle altre componenti e governarle secondo sistemi teocratici. Manca però la teocrazia

ossia l’esistenza di quello Stato nazione che costituisce il presupposto perché un regime teocratico

possa realizzarsi ed imporsi all’interno di una comunità umana. Per l’art.1 della l.1929 sono cittadini

vaticani:

I cardinali residenti nella Città del Vaticano o in Roma.

1) Coloro che risiedono stabilmente nella Città del Vaticano per ragioni di dignità, carica,

2) ufficio o impiego.

Coloro cui sia concesso dal pontefice.

3) Anche il coniuge e i figli, gli ascendenti ed i fratelli e le sorelle di un cittadino vaticano.

4)

La cittadinanza si perde quando l’interessato cessi dalla dignità, carica, ufficio o impiego in ragione

del quale erano cittadini vaticani; ovvero quando si abbandoni volontariamente la residenza nel

territorio vaticano. Come si vede non si esclude che lo SCV abbia una sua cittadinanza. Ma è

temporanea e senza possibilità di crescita e quasi non esistono cittadini vaticani che vivono la

propria cittadinanza con pienezza di rapporti che caratterizza ovunque le esperienze statuali.

Si può dire che lo SCV non fa parte per ovvie ragioni dell’unione europea – e deve considerarsi

come un’entità extracomunitaria ­ Tuttavia quando si è trattato di coordinare alcune scelte

comunitarie con i rapporti tra Italia e Vaticano; l’Italia ha provveduto ad accordarsi con i partner

europei per non creare difficoltà alla Santa Sede. Così è avvenuto dal momento dell’adozione

dell’Euro , come moneta dell’Unione, quando si è convenuto sulla partecipazione dello Stato

Vaticano ai benefici connessi alla circolazione e fruibilità della moneta comune. Lo SCV è un tipico

Stato enclave – dal momento che il suo territorio è interamente circondato da quello dello Stato

italiano. Ciò comporta una molteplicità di rapporti tra due enti sovrani e alcune spiccate singolarità.

La prima riguarda il regime giuridico di Piazza San Pietro, che può essere normalmente aperta al

pubblico pur facendo parte della Città del Vaticano, e anche per l’accesso alla Basilica di S.Pietro

considerata patrimonio culturale universale. Questa è soggetta ai poteri di polizia e autorità italiane.

Ma queste autorità si arrestano ai piedi della scalinata della basilica e devono astenersi dal montare

ed accedere in essa, salvo che siano invitate a farlo dalle autorità vaticane competenti.

Di speciale interesse sono i rapporti tra giurisdizione italiana e vaticana. Occorre tenere presente

che lo SCV, in quanto Stato sovrano è pienamente legittimato ed attrezzato per esercitare al proprio

interno la giurisdizione penale. Tuttavia due elementi sconsigliano l’esercizio di fatto della

giurisdizione. l’esiguità del territorio che imporrebbe alle autorità vaticane degli oneri eccessivi,

quali la predisposizione di un carcere, la disponibilità del personale. E la salvaguardia

dell’immagine della Santa Sede che non intende più essere associata agli aspetti meno

commendevoli dell’esercizio del potere. Si può fare appena il Caso di un delitto commesso a Piazza

San Pietro mentre questa è aperta la pubblico, e se l’autore è stato fermato dalle autorità di polizia

italiane, l’Italia procede direttamente alla punizione dell’interessato senza bisogno che giunga la

richiesta da parte vaticana, senza bisogno cioè deriva dal fatto che pur essendo la Piazza un

territorio vaticano, l’autore del delitto in quanto preso in consegna immediatamente dalle autorità

italiane è da consegnarsi alla stregua di un rifugiato.

Diritti e prerogative della Santa Sede.

La creazione dello SCV ha fornito questo della base materiale e territoriale necessaria per garantire

la piena libertà ed indipendenza da ogni altro soggetto e potere. Ma il carattere di Stato enclave e le

relazioni tra SV e stato italiano hanno reso necessario il riconoscimento di ulteriori prerogative e

guarentigie – vediamo quali:

Sommo Pontefice

La prima riguarda il che l’Italia considera persona sacra e inviolabile.

1) Dichiara punibili l’attentato contro di lui e la provocazione a commetterlo con le stesse pene

stabilite per l’attentato e la provocazione contro il Presidente della Repubblica. Anche le

ingiurie pubbliche contro la persona del Pontefice sono punite come quelle contro il

Presidente della Repubblica. cardinali

La seconda guarentigia riguarda i – i quali oltre a collaborare con il papa nella

2) direzione della Curia roana nel governo della Chiesa, sono membri del collegio cui spetta di

eleggere il nuovo pontefice. I cardinali residenti fuori dalla Città del Vaticano sono a tutti gli

effetti cittadini della medesima. Anche per questi non deve essere ostacolato, ex art.21

Trattato, il transito nel territorio italiano – e che non si ponga impedimento alla libertà

personale di questi.

Importanti sono anche le guarentigie relative all’esercizio di funzioni e potestà di governo

3) della Santa sede. Ex art.11 del Trattato Laterano: “gli enti centrali della Chiesa cattolica

sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano, nonché dalla conversione nei

riguardi dei medesimi beni immobili”. Sancisce poi il principio di non ingerenza dello Stato

nelle questioni interne di detti enti centrali.

Altra norma fondamentale è l’art.12 con cui “l’Italia riconosce alla Santa Sede il diritto di

4) legazione attivo e passivo secondo le regole generali del diritto internazionale”. “Le alte

parti contraenti si impegnano a stabilire fra loro normali rapporti diplomatici mediante

accreditamento di un ambasciatore italiano presso la Santa sede e di un nunzio pontefice

presso l’Italia.”

Vengono in rilievo infine le guarentigie di carattere reale accordate alla Santa Sede, che si

5) aggiungono alla creazione e al riconoscimento dello SCV. Il Trattato riconosce in primo

luogo alla Santa Sede la piena proprietà di una serie di edifici esistenti in Roma e dintorni

tra cui

Basiliche di San Giovanni in Laterano, di S. Maria Maggiore, S. Maria in Trastevere , il palazzo

pontificio presso Castel Gandolfo e Villa Barberini.

Presenza e attività internazionale della Santa Sede.

L’Italia ha sempre considerato la questione romana una questione bilaterale da risolversi nel

rapporto diretto con la Santa Sede. Bisogna dire però che l’evoluzione delle vicende storiche e

internazionali ha avuto una profonda influenza sul modo di essere e di agire della Santa Sede e sulla

sensibilità italiana nei suoi confronti. L’Italia ormai non solo non diffida più dell’attività

internazionale vaticana, ma più volte la sollecita fino al punto di considerarla un motivo d’onore e di

sostegno anche per la propri iniziativa diplomatica. L’evoluzione della politica internazionale della

Santa Sede può datarsi all’epoca i cui stava per finire il secondo conflitto mondiale quando il

problema di un eventuale partecipazione del Vaticano alla prossima struttura delle Nazioni unite

posto dagli USA – ma la risposta degli Stati è negativa. Inoltre la limitatezza territoriale dello SCV

impedirebbe di adempiere ai compiti proprio di un membro dell’organizzazione internazionale.

La partecipazione piena della Santa sede ad una determinata organizzazione internazionale non è

possibile ogniqualvolta questa organizzazione impica o richiede assunzioni di responsabilità diretta

in tema di decisioni politiche e militari, e ancor più ogni volta che postuli l’assunzione di impegni di

partecipazione economica e militare. Alcuni autori sottolineano che la Santa Sede non può essere

membro dell’ONU perché appartiene ad un ordine diverso da quello temporale nel quale si

muovono tutti gli enti internazionali inclusa l’organizzazione delle nazioni unite. Il Concilio

vaticano II determina la svolta decisiva, perché la Chiesa abbandona ogni residua diffidenza verso

l’ordinamento internazionale e perché ha compreso ormai quanto utile possa essere la sua

partecipazione ad organismi che agiscono in tutti i campi della vita sociale e internazionale. Da

questo momento la partecipazione della Santa Sede alle attività di organismi collegati con l’ONU, e

la sua presenza conoscono una fase di espansione praticamente senza limiti. Il Vaticano intravede

nella partecipazione ai nuovi organismi definibili in senso lato del “governo mondiale”, una speciale

opportunità per il dispiegamento del respiro universale della propria azione.

La Chiesa, la guerra, la neutralità della Santa Sede.

Anche in relazione alla neutralità della Santa Sede, i tempi più recenti hanno evidenziato sviluppi

interessanti nella politica internazionale della Santa Sede. Bisogna però premettere che la

disposizione pattizia, escludendo che la Santa sede possa partecipare alle competizioni temporali fra

gli Stati e ai Congressi indetti con tale oggetto , sottolinea il permanente carattere neutrale

dell’azione della Santa Sede, ma non esclude affatto che questa possa assumere posizioni di

carattere religioso o morale su questioni dio conflitti internazionali che chiamano in causa valori

della pace e rispetto dei diritti umani.

La neutralità della santa sede non può essere confusa con quella propria degli Stati. Ad uno Stato

neutrale si chiede di non prendere parte alle operazioni belliche che sono in corso tra eventuali

contendenti, di non sostenere una o più parti belligeranti e non condannare le posizioni di principio

dei soggetti in guerra. Un siffatto schema non si confà con i caratteri della Santa Sede.

È difficile immaginare che la Santa Sede prenda parte ad operazioni militari o favorisca

economicamente una parte belligerante rispetto ad altre. In ogni caso non può chiedersi al papa di

mantenere quella neutralità ideologica che si esige dagli Stati neutrali , perché questo imporrebbe

alla Santa sede di tacere e restare muta di fronte alle guerre moderne che hanno assunto

caratteristiche tecnologiche così raffinate da poter essere devastanti per popoli e nazioni.

Ciò che più si adatta alla natura della Santa sede e al suo diritto e dovere di esercitare la propria

imparzialità,

potestà morale e spirituale è piuttosto una politica di anziché neutralità in senso stretto

– che legittima un suo intervento ogniqualvolta sono in gioco valori superiori di rispetto dei diritti

dei popoli, dei diritti delle persone e delle regole di convivenza tra nazioni. Ma essere imparziali

vuol dire far sentire la propria voce ogniqualvolta questi valori vengano lesi da qualunque parte

provenga la lesione.

Durante la I Guerra mondiale Benedetto XV la guerra viene definita un ‘inutile strage. Ma di fronte

alla neutralità formale, il cuore della S. Sede è più vicino agli imperi centrali che non alle potenze

occidentali. Questo nella speranza che una vittoria di Austria , Germania porti ad una mini

restaurazione di stampo autoritario un po’ in tutta Europa.

Durante la II Guerra mondiale più complesso è l’atteggiamento di Pio XII nella IIg.m. –

nonostante il papa si pronunci contro la guerra. La Santa sede si mantiene neutrale nel orso del

conflitto – Ma il silenzio del papa sulle aggressioni di Hitler e il suo genocidio e del nazismo in

silenzio colpevole.

generale, è stato considerato da alcuni La Chiesa però ha sempre difeso Pio XII

affermano che eventuali condanne dei crimini nazisti avrebbero causato solo reazioni ancora più

dure nei confronti delle vittime. Certamente l’atteggiamento morale delle Chiese e del pontefice

non si è attivato proprio per nulla.

Successivamente ci fu una decisa evoluzione verso una autentica imparzialità della Chiesa – con il

Concilio Vaticano II e nel Pontificato di Paolo VI,il Concilio prende le distanze da tutte quelle

guerre di conquista, ma conferma la liceità del ricorso alle armi ogniqualvolta si tratti di difendere la

propria patria – Ma una cosa è servirsi elle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa

voler imporre il proprio dominio su altre nazioni.

Liberazione Kuwait l’intervento per la liberazione del Kuwait è giudicato “ferma logica di

ritorsione e vendetta” da Giovanni Paolo II che si spinge ad affermare che le esigenze di umanità ci

chiedono oggi di andare risolutamente ad affermare che l’assoluta prescrizione della guerra e di

coltivare la pace come bene supremo, al quale tutte le strategie devono essere ispirate.

Cauta fu la posizione vaticana dopo l’attentato alle Torri Gemelle a New York e nel corso della

guerra in Afghanistan – il Vaticano ricorda la dottrina tradizionale della Chiesa circa la liceità di

una guerra di difesa contro aggressioni armate, sottolineandone però i limiti di proporzionalità, ma

condanna ogni pratica di ritorsione e vendetta.

CAPITOLO IV

STRUTTURE E ATTIVITA’ DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE

L’ordinamento civile di fronte alle strutture ed attività confessionali.

Strutture diverse fra loro – che svolgono attività molteplici.

Istituti religiosi un tempo chiamati corporazioni e chiamati alla cura d’anime, cioè all’impegno

pastorale nei confronti dei fedeli. Questa cura d’anime i concreta nella amministrazione dei

sacramenti nell’insegnamento della dottrina e nell’esercizio del culto, e tale attività non potrebbe

essere paragonata con nessun altro soggetto dell’ordinamento civile. Si pone per lo Stato il problema

di quale accoglienza debba dare l’ordinamento alle strutture e le attività confessionali.

Per la tradizione Italiana – il regime separatista ha seguito indirizzi precisi nei confronti di tali

positivo:favorevole

strutture un atteggiamento per tutto ciò che concerne la cura d’anime. Un

 ostile:

atteggiamento repressivo in relazione ad alti enti e attività, in specie nei confronti degli ordini

e corporazioni religiose e delle attività che questi svolgevano. Quest’ostilità si basa su ragioni

storiche , prima fra tutte la manomorta della Chiesa che si è appropriata per anni di proprietà Statali.

Inoltre anche l’idea che “l’istruzione e l’assistenza debbano essere pubbliche” ha provocato una

riduzione degli istituti di questo genere di stampo ecclesiastico. Comunque – Concordato del 1929 –

riconosce gli ordini e le corporazioni religiose.

Nel nuovo Concordato all’art.7 e nelle Intese si dice che le attività diverse da quelle di religione o

di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di

tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le

medesime. Inoltre il 33 Cost. aggiunge al diritto di enti privati di istituire scuole di educazione – il

“senza oneri per lo Stato”. Negli ultimi tempo c’è stato un intervento atto a svecchiare l’apparato

stata e attenuare i limiti per le attività dei privati.

Gli enti ecclesiastici. Definizione, specialità di disciplina.

Perché si possa parlare di ente ecclesiastico è necessario che si abbia un organo , un’unità funzionale

o di una confessione religiosa o di culto , che chieda il riconoscimento come persona giuridica.

L’ecclesiasticità non è qualifica attribuita dallo Stato dopo il riconoscimento, ma connaturata

all’ente. Lo Stato non potrà mai riconoscere un ‘ente ecclesiastico che non sia collegato a una

confessione religiosa di cui assume la qualifica. Neanche è possibile che sia lo stesso Stato a dar

vita ad un ente ecclesiastico a gestione pubblica.

Molto spesso le confessioni religiose si strutturano in circoscrizioni ed enti territoriali:

1) Diocesi e parrocchie Per la Chiesa cattolica

­ Comunità territoriali Per la Confessione ebraica.

­ Comunità e circoscrizioni territoriali Per la Chiesa luterana.

­ Altro tipo di enti è quello a base associativa: esistono Istituti religiosi per l Chiesa cattolica

2) che riuniscono coloro che scelgono di vivere in comune secondo una data regola e fanno

professione pubblica dei voti di povertà, castità e obbedienza.

Altro tipo di enti ecclesiastici è a base fondatizia: qui gli organi competenti amministrano un

3) determinato patrimonio per conseguire molteplici fini, promuovere opere religiose,

perpetuare il culto di santi.

Importante è che lo Stato riconosce l’Ente ecclesiastico così come nasce nell’ordinamento

confessionale, con la sua struttura originaria, senza imporre ad esso le regole che normalmente

impone alla persona giuridica privata (non per questo non devono sottostare alla buona

amministrazione ed imparzialità). Per gli enti territoriali vige in genere il principio gerarchico

autoritativo, per il quale a capo dell’ente vengono preposti soggetti selezionati secondo la dottrina e

la tradizione delle confessioni religiose. Non è facile accettare per lo Stato che queste realtà

multiformi del tutto atipici rispetto agli enti privati abbiano gli stessi diritti e prerogative degli enti

pubblici organizzati. Anche per questi enti vale il principio generale di non ingerenza dello Stato.

Inoltre in virtù della valutazione positiva della fenomenologia religiosa in generale, la legislazione

pattizia o unilaterale prevedono un regime di privilegio tributario per tutti gli enti ecclesiastici

riconosciuti.

Requisiti generali per il riconoscimento degli enti. Finalità di religione e culto.

è per legge ­

A volte il riconoscimento – si fa ricorso a questa modalità perché si è di fronte a enti

così importanti dal punto di vista qualitativo, che il procedimento amministrativo precedente appare

un’inutile perdita di tempo. La procedura tipica per il riconoscimento degli enti ecclesiastici –

prevede che esso venga concesso dal Ministro dell’Interno con proprio decreto, udito il parere del

requisiti generali requisiti specifici

consiglio di Stato. Sono qui valutati i e i – ai fini del

riconoscimento dell’ente. Il riconoscimento infine avviene con decreto del PDR. Il decreto è

pubblicato sulla G. uff.

I requisiti da specificare buon senso, ordine pubblico ed esigenze minime di buona

amministrazione e chiaramente che l’ente persegua finalità di culto e non doppi fini. Poi il requisito

in Italia”

“sede e il presupposto territoriale.

confessionale”

Circa il requisito della “conformità gli accordi con le confessioni contengono

formule diverse, ma univoche nel richiedere che l’ente aspirante sia riconosciuto e approvato dagli

organi competenti. finalità di religione o di culto –

Quando si deve comprovare la che deve essere proprio di tutti gli

enti ecclesiastici – ci vuole particolare attenzione. Infatti solo dopo aver accertato questi si può

procedere al riconoscimento (condizione di procedibilità). L’accertamento è volto a verificare che il

fine di culto o religione sia costitutivo ed essenziale dell’ente.

Art.16 della l.1985 distingue:

Attività di religione o di culto dirette all’esercizio del culto alla cura delle anime,alla

a) formazione del clero e a scopi missionari.

Attività diverse da quelle di religione o di culto quelle di assistenza e beneficienza,

b) istruzione,educazione e cultura e le attività a scopo di lucro.

Quindi per alcuni enti il fine di religione/culto è dato per certo e per altre no ­ l’appartenenza di un

ente alla prima categoria non implica che il suo riconoscimento civile sia dato per certo, ma si da

luogo ad un’indagine circa la sussistenza reale di tale fine. Inoltre il fine di religione e di culto deve

prevalente ragion d’essere

essere rispetto alle altre attività profane e costituire la dell’ente. Questo

è importante perché consente di dare riconoscimento solo a quegli enti che siano realmente

ecclesiastici. Si ricorda che il fine di religione e di culto è richiesto anche per gli enti appartenenti

alle confessioni religiose non cattoliche e disciplinati da Intese. Sia pure con le opportune varianti.

Requisiti specifici per alcune categorie di enti. requisiti specifici

L.222/1985 – prevedono per alcuni enti categorie di che vanno ad aggiungersi a

quelli generali (fine culto e religione). Indichiamo di seguito i vari enti e i requisiti specifici che

necessitano:

Santa Sede (cfr prg. 6)

a) Conferenza episcopale Italiana ( vedi cap.3)

b) Chiese sono 3 i requisiti specifici: 1) è necessario che siano aperte al culto pubblico , cioè

c) che vi possa accedere la generalità di fedeli senza limitazioni. 2) Non si riconoscono

come enti ecclesiastici le chiese che sono di proprietà privata o appartengono a famiglie per

cui sono riservate agli appartenenti di una determinata associazione (cappelle gentilizie). 3)

Devono essere provviste di mezzi sufficienti per la manutenzione. – quindi ci vuole una

proporzionalità tra i mezzi disponibili e i fini da perseguire.

Condizione giuridica degli enti ecclesiastici, dal riconoscimento all’estinzione.

Il primo adempimento iscrizione nel registro delle persone giuridiche. Nel registro devono indicarsi

data dell’atto costitutivo, sede della persona giuridica, cognome e codice fiscale amministratori ,

devono risultare le norme di funzionamento ed i poteri degli organi rappresentanti, regime di

pubblicità.

La condizione giuridica occorre distinguere le “attività di religione e culto” nei confronti delle

quali è pienamente operante il principio di autonomia dell’ente e di non ingerenza delle autorità

tornano le norme

pubbliche – e le “attività diverse da quelle di religione culto” per le quali

dell’ordinamento. Quindi queste ultime attività sono soggette alle leggi dello Stato concernenti tali

attività e al regime tributario previsto per le medesime.

Per fare degli esempi vi sono tipiche attività commerciali, per alcuni enti monastici come quella di

produzione di bevande alcoliche (vini, birre artigianali) o di prodotti alimentari (cioccolata dei frati

trappisti) in tutte queste ipotesi la legislazione civile torna ad essere operante. Un altro principio

mutamenti che possono intervenire

della condizione giuridica degli enti riguarda i nel modo di

essere ed agire dell’ente stesso. Legislazione pattizia afferma che gli enti riconosciuti devono


ACQUISTATO

11 volte

PAGINE

66

PESO

121.91 KB

AUTORE

dafne.91

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dafne.91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Cardia Carlo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto ecclesiastico

Riassunto esame diritto ecclesiastico, prof. Benigni, libro consigliato Risorgimento e religione, Cardia
Appunto
Laicità, etica e diritto
Appunto
Totalitarismi e diritti umani
Appunto
Multiculturalismo
Appunto