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Diritto ecclesiastico: risorgimento e religione

Introduzione al risorgimento

Risorgimento: evento che unisce e divide, amato e odiato, che inorgoglisce l’Italia ma c’è anche chi lo contesta: ancora oggi provoca reazioni e sentimenti contrapposti; risultano dunque necessarie alcune riflessioni per narrare qualche verità oscurata della storia rinascimentale che non è tutta bella ma tanto gloriosa da non patire i propri limiti. Tale riflessione dice che non abbiamo nulla da invidiare ad altre nazioni.

A contestare l’Unità d’Italia sono subito i mazziniani intransigenti che introducono la categoria della rivoluzione tradita e del risorgimento incompiuto. Per Oriani l’Italia è frutto di una conquista regia che non ha coinvolto né il popolo né attuato la riforma morale necessaria per comporre Stato e Nazione: il popolo della massa era rimasto come inerte, volontari scarsi fino a non superare il numero e la fortuna di una milizia cavalleresca.

Ad aggiungersi a questo, splendidi riassunti realistici ma che dicono comunque mezze verità: non dicono che gli eroismi delle minoranze sono la regola nella formazione degli Stati nazionali e quando vi sono coinvolte direttamente le masse sono immesse in una guerra sanguinaria uscendone sempre sconfitte.

I limiti del risorgimento cambiano natura e si moltiplicano con le Lettere Meridionali del 1875 di Villari e le analisi di Giustino Fortunato che pongono la centralità della questione meridionale inaugurando di fatto il concetto delle “due Italie” che verrà utilizzato in seguito per indicare il contrasto tra paese legale e paese reale.

Critiche e interpretazioni storiografiche

Gramsci inaugura la storiografia marxista affermando che Cavour non fu solo un diplomatico ma anzi essenzialmente un politico creatore, solo che il suo modo di creare non era da rivoluzionario, ma da conservatore. Oriani critica ancora i liberali perché concepiscono l’unità come allargamento dello stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso ma come conquista regia.

Queste visioni colgono frammenti di verità ma riversano sul risorgimento i problemi del dopo e le risposte migliori le ricevono da destra e da sinistra da Croce, Volpe, Salvemini. Per Croce il processo risorgimentale è un processo spirituale da valutare con realismo; nel 1912 respinge il pessimismo dilagante dal momento che nessuno dei disastri profetati è mai accaduto e l’Italia va avanti a progredisce. Nel 1916 avverte che l’Italia è da tenere viva nelle fantasie e nei cuori. Per Volpe la scansione storica è diversa ma la conclusione è sempre la stessa: secondo lui il risorgimento va trasfigurato in una dimensione che giustifica ed eleva le sue miserie.

Salvemini è vicino a Mazzini e agli ideali democratici e afferma che il risorgimento è un movimento nazionale composto da una minoranza borghese mentre la grande maggioranza della stessa borghesia rimaneva inerte e badava solo ai propri affari; ovviamente pensare a una rivoluzione popolare come quella ideata da Mazzini è fantasia.

Risorgimento e fascismo

Un capitolo a parte merita il rapporto tra risorgimento e fascismo nel senso che nel periodo autoritario viene utilizzato o denigrato secondo le convenienze politiche: per i nazionalisti il fascismo è legittimo erede del risorgimento, lo porta a compimento, esalta lo stato e risveglia le capacità guerriere degli italiani. Il fascismo elabora l’eredità del risorgimento esaltandone la continuità ideale con il regime anche se non mancano elementi di discontinuità: Mussolini fonda il museo del risorgimento, si aggiungono nuove feste nazionali; Gentile afferma che il fascismo è figlio del risorgimento.

Per rispondere a questa appropriazione indebita c’è chi vede fascismo e risorgimento come frutti avvelenati di una storia negativa mentre più meditata risulta la lettura di quanti vedono il fascismo come anti risorgimento, questo per vari motivi: perché fonda lo Stato solitario mentre il risorgimento è liberale e democratico, perché il fascismo divide l’Italia in fascisti e antifascisti mentre il risorgimento voleva unire tutti gli italiani riconoscendo una pluralità di partiti e movimenti.

I giudizi storici successivi al fascismo sono maturi e equilibrati, consapevoli delle condizioni nelle quali si è realizzato il risorgimento. Romeo riconosce il ruolo centrale di Cavour nel decennio decisivo per l’Unità d’Italia, elabora l’interpretazione più compiuta della sua opera. Candeloro vede nel risorgimento la condizione che rese possibile una forte accelerazione del processo di sviluppo tendente a fare dell’Italia un paese moderno di livello europeo: questo processo nel corso di un secolo ha fatto dell’Italia un paese industriale.

Rimpianti e recriminazioni

Di recente è emerso un fenomeno critico nuovo nei confronti del risorgimento: c’è chi ritiene che gli italiani non meritino l’eredità risorgimentale perché hanno perso coscienza dei suoi valori e chi invece ripropone l’immagine delle due Italie e vede nel conflitto tra Stato e Chiesa il peccato originale del liberalismo italiano.

Della prima scuola di pensiero è esponente Emilio Gentile quando lamenta che il nostro è un risorgimento senza eredi e il primo tradimento è quello di un valore fondamentale che è la laicità: quella che creò lo stato unitario era una cultura laica e anticlericale ma non anticattolica né anticristiana. La disaffezione del risorgimento per Gentile ha radici anche nel secondo dopoguerra che vede affermarsi due patrie alienate una del comunismo internazionalista e l’altra democristiana: entrambi gli schieramenti utilizzano il risorgimento per i proprio scopi, la sinistra sceglie Garibaldi come simbolo del fronte popolare nel 1948 mentre la Democrazia cristiana vede nella conciliazione con la Chiesa il compimento degli ideali risorgimentali.

Un richiamo all’Italia del 900 e al tradimento degli ideali di laicità è stato già espresso da Salvatorelli perché il risorgimento si è fatto contro il papato e non poteva farsi diversamente: in questo senso hanno concorso anche quegli elementi credenti cattolici che vi hanno partecipato effettivamente. All’opposto Ernesto Galli della Loggia rinnova la critica cattolica al risorgimento dal momento che l’Italia è l’unico paese europeo la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa Nazionale.

Per paradosso Emilio Gentile finisce per concordare con queste tesi perché l’Italia non è riuscita a dar vita a quella religione civile propria di altri Stati nazionali in alternativa alla religione della Chiesa.

Una storia più dolce

Il ricordo del risorgimento causa invidia nei moderni stati: Banti ricorda però i grandi massacri e le grandi tragedie che caratterizzano i grandi stati di cui dovremmo essere orgogliosi; lo Stato nazionale è spesso frutto di feroce selezione di classi e gruppi dirigenti, dinastici o di altro genere in cui la religione funge da elemento di rottura e discontinuità tra un’epoca e l’altra. L’esempio inglese è molto significativo perché un conflitto religioso e di nazionalità lacerante segna la restaurazione della grande monarchia quanto Enrico VIII si separa da Roma e organizza una Chiesa anglicana tutta fatta in casa e per tre secoli le isole britanniche non hanno pace: cattolici anglicani e presbiteriani scozzesi dividono il paese; nel 500 manda ad uccidere alcune sue mogli nella torre di Londra ma sua figlia Maria Tudor detta la sanguinaria cerca di restaurare la tradizione e si macchia di stragi che non saranno mai perdonate ai cattolici. Elisabetta I da parte sua fa giustiziare Maria Stuarda per prevenire un’altra restaurazione papista e colpire l’indipendentismo scozzese.

L’equilibrio civile viene infranto nel secolo successivo da Cromwell che fa giustiziare Carlo I, proclama la Repubblica e umilia democrazia, diritti di libertà: Cromwell subisce poi la damnatio memoriae perché Carlo II fa riesumare la sua salma dall’abbazia di Westminster e la sottopone all’esecuzione postuma durante la quale il corpo viene lasciato in una fossa comune, tranne la testa infilata in un palo e esposta davanti all’abbazia stessa.

Nelle terre italiane fino all’800 lo Stato unitario non si è mai formato ma non abbiamo né guerre né epoche da cancellare dalla nostra memoria ma un lungo cammino di civilizzazione e di affinamento, di cadute e di rinascita. La storia dei paesi compattamente cattolici smentisce che solo in Italia lo Stato unitario si sia formato in contrapposizione alla propria religione: Francia e Spagna al contrario realizzarono guerre e repressioni religiose mai conosciute in Italia; in Francia lo Stato nasce e si fa grande su base monarchica e cattolica ma nel 1789 la rivoluzione abbatte la monarchia e dichiara guerra alla religione e al termine della guerra dei 100 anni consegue l’unità nazionale.

In Spagna l’antitesi amico-nemico ha una storia più antica e risale a quella divisione religiosa atipica che si realizza nei secoli della dominazione araba e viene cancellata attraverso il processo di riconquista che si sviluppa per quasi 3 secoli e si conclude nel 1492 con la caduta di Granada all’ultimo baluardo islamico: da questo momento l’elemento religioso diventa centrale nella formazione dello Stato: nella prima fase gli editti di espulsione mirano a far coincidere Stato e nazione cattolica in quanto ebrei e musulmani devono lasciare il territorio spagnolo o convertirsi al cattolicesimo; l’omogeneità confessionale entra comunque in crisi nel XIX sec con l’avvento della modernità; nel 1808 il paese viene invaso da truppe napoleoniche che vogliono esportare l’illuminismo e incontrano una resistenza popolare che porta nel 1812 alla sconfitta della Francia e alla Costituzione di Cadice ispirata ai principi liberali.

Le popolazioni italiane non hanno mai conosciuto l’altro terribile male dell’Occidente: quello dei conflitti razziali e della schiavitù elevata a sistema che condiziona alcuni Stati; più precisamente gli italiani sono stati conquistati da altri e si sono dovuti destreggiare tra diverse dominazioni ma vivono per secoli nel crocevia del Mediterraneo dove vanno e vengono popolazioni di ogni genere. L’ombra del razzismo comunque non è esclusiva degli USA ma ha radici nel protestantesimo europeo e accompagna la storia di diversi Stati es. Olanda; negli USA invece schiavitù e razzismo riescono a macchiare anche la Dichiarazione di indipendenza del 1776; Lincoln libera i neri dalla schiavitù ma non dal razzismo: nel 1896 la Corte suprema legittima questo razzismo che negli USA sfiora quasi il XXI secolo perché la legge non ha il potere di sradicare gli istinti razzisti o di abolire le distinzioni sulle differenze fisiche e quindi se una razza è inferiore all’altra la Costituzione non può porle sullo stesso piano.

L’Italia non è razzista è aperta a chiunque anche per merito della romanità e della cattolicità, non ha odio violento per il nemico perché l’umanità traspira dalla sua religione dalla sua educazione e dalla sua arte: le popolazioni italiane hanno una coscienza nazionale vivissima che affonda le sue radici lontane nel tempo e dunque il risorgimento si sviluppa in un paese che ha storia positiva.

Universalismo e pluralità dell’identità italiana

L’Italia ha caratteri originali che non tutti valutano adeguatamente a cominciare dall’impronta universalista che le viene dal passato e dal mito che risale a Enea, si fa storia con Roma e l’impero delle armi e del diritto, si rinnova con il papato e la sua universalità spirituale: di questo patrimonio sono eredi tutti gli italiani che però nell’800 sono divisi in stati signorie e principati. Gli italiani che attraversano l’Europa del XVIII secolo sono molto più cosmopoliti dei loro interlocutori francesi inglesi e tedeschi in quanto appartengono a un paese nel quale le due patrie coesistono dalla fine dell’impero romano: la patria municipale o regionale e quella universale della Chiesa.

Inoltre si può affermare che l’Italia che vuole riconosciuti i propri confini non ha effettivamente confini e vive della propria universalità quasi senza accorgersene: la storia italiana si muove tra universalismo e particolarismo: universalismo sul piano delle idee e particolarismo sul piano della realtà politica. Nel risorgimento il rapporto tra universale e particolare entra in crisi e si trasfigura nel conflitto tra universalità e nazionalità, cattolicesimo e patriottismo; gli artefici del risorgimento non intuiscono che c’è asimmetria tra il re e il papa.

I poeti della nazione, la nazione dei poeti

I primi sogni di un’Italia unita sono narrati dai poeti, letterati e romanzieri: questi parlano quando l’Italia è preda d’altri, conquistata e scomposta; Napoleone promette libertà e ammodernamento ma poi disfa l’Italia a suo piacimento e provoca infine l’insorgere di una violenza estrema. In queste sofferenze sono le radici di Alfieri e Foscolo che nascono innamorati della Francia e di Napoleone, poi odiano entrambi e cominciano a sognare l’Italia libera e unita dando voce alle speranze degli italiani.

Alfieri è il prototipo intellettuale che si innamora della rivoluzione francese con l’ode di Parigi Bastigliato. L’orgoglio e la sofferenza di Alfieri si radicano in Foscolo che guarda alla Francia come liberatrice ma poi assiste all’occupazione di Venezia da parte di Napoleone: nel 1802 pubblica Le ultime lettere di Jacopo Ortis nel quale unisce un abbraccio di tanti secoli di storia italiana mentre il giovane Jacopo nella delusione per la libertà perduta e per il suo amore impossibile visita le bellezze d’Italia e si sofferma sulle tombe dei grandi Dante e Petrarca; fa rivivere poi i grandi italiani del passato riproponendo i Sepolcri.

Con il fallimento di Napoleone il classicismo di Alfieri e Foscolo lascia il passo a poeti e letterati romantici che elaborano idee di un Italia unita ne fanno professione e gettano i margini per l’illuminismo. Manzoni amalgama letteratura e nazione: nell’800 è il massimo esponente della cultura cattolica e liberale e riesce a intrecciare storia, religione, spirito di libertà, parla a generazioni intere anche fuori dall’Italia: nei promessi sposi mette in scena una lotta epica e senza fine della giustizia contro l’ingiustizia; romanzo più cattolico e patriottico dei promessi sposi non si può immaginare: in questo l’uomo non è mai lasciato solo con il male, tutti sono sottoposti al giudizio anche gli uomini di chiesa che sbagliano.

Leopardi: mentalità opposta, non crede in Dio e nella provvidenza si nutre di un ingenuo illuminismo e vede nella storia passata un inferno dal quale l’uomo deve uscire; è contro ogni assolutismo aspira all’indipendenza, alla felicità dei popoli. Pellico: è l’opposto di Leopardi e vuole impegnarsi per l’indipendenza dell’Italia, non si sofferma su questioni teoriche, è patriota e fervente cattolico senza alcun tormento.

Religione trasfigurata

La religione si identifica in linea di massima in quella cattolica che unisce l’uomo a Dio e che dà speranza alla nazione italiana; il linguaggio religioso è una translitterazione ovvero un prendere in prestito parole religiose e trasferirli in una narrazione letteraria: questo può anche tradire la religione vera ma in Italia risulta quasi indispensabile. Banti individua due momenti di trasferimento del linguaggio; secondo lui l’eroe nazionale ha molti tratti che lo avvicinano alla figura del Cristo infatti come Cristi e i martiri l’eroe svolge una funzione testimoniale grazie alla morte tragica alla quale di solito è destinato.

Ulteriore passaggio è quello di Mazzini il quale sostituisce alla fede cristiana una più vaga fede in Dio posta a base dell’azione rivoluzionaria e ritenuta necessaria per il suo successo; Mazzini muove dai presupposti utopici che mischiano vaghe visioni di Hegel con tratti di generico cristianesimo: gli archetipi linguistici di Mazzini sono ripresi dalla Bibbia, dalla tradizione ebraica e cristiana, parlano di fede in Dio, di missione di credenza ma sono senza sostanza religiosa e si proiettano in una visione utopica che non incide nella coscienza se non come supporto della passione politica.

Anche esponenti del risorgimento di matrice mazziniana criticano la sua visione religiosa ma ne colgono il carattere strumentale; De Sanctis rende omaggio a Mazzini che ha posto a base del cosmopolitismo e della futura federazione europea la ricostituzione delle unità nazionali ma lo critica per essersi proposto come artefice di una riforma religiosa priva di idee concrete. Tale critica non giunge comunque alle conseguenze dei propri postulati e risulta ingenerosa perché per Mazzini la fede in Dio è coessenziale al progetto politico in quanto Dio stesso ha dato a ciascuno la sua nazione e senza fede non si dà impegno sacrificio e martirio per la propria patria; secondo De Sanctis il Dio di Mazzini era un vizio intrinseco del suo sistema e la sua religione è una religione senza chiesa senza rito o senza culti ma nonostante ciò svolge una funzione e dà alle persone un senso di doverosità, di coerenza e di rigore.

Pregiudizi e stereotipi, il clima e la religione

Il risorgimento è pieno di pregiudizi e stereotipi e alcuni circolano ancora oggi. Secondo De Secondat, barone di Montesquieu tra le cause dell’arretratezza c’è il clima perché i climi caldi generano accidia e servilismo mentre quelli freddi energia e indipendenza i settentrionali sono freddi mentre il sud è estroso e greco. Il giornale inglese Harper’s Weekly osanna l’impresa dei 1000 e informa che l’impresa è vista come un simbolo di libertà e progresso.

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Scienze giuridiche IUS/11 Diritto canonico e diritto ecclesiastico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dafne.91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Benigni Rita.
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