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Didattica del gioco e integrazione

Il gioco risulta essere un elemento di grande utilità nel processo d’integrazione nella scuola di tutti quei soggetti che hanno una qualche disabilità o delle difficoltà nell’apprendimento.

Vantaggi del gioco nel processo formativo

Il gioco ha molti aspetti positivi a livello formativo:

  • Il gioco, essendo una realtà chiusa in se stessa, ha delle regole sue proprie (che non corrispondono con quelle della vita reale) dove è possibile inventare cose nuove e, se lo si vuole, azzerare tutto e ricominciare da capo. In questa realtà parallela del gioco, distinta da quella della vita reale, il bambino disabile può sentirsi non disabile, cioè trascendere le difficoltà legate al suo deficit e liberare ed esprimere tutti i sentimenti che prova.
  • A livello scolastico, il gioco (le attività ludiche) permette l’integrazione del bambino disabile, che esce così dal suo stato di isolamento dovuto ai suoi deficit.
  • Il gioco è un campo di prova per il bambino, ovvero esso attraverso il gioco si esercita a sviluppare tutte quelle capacità che gli serviranno nella vita adulta, di sviluppare tutte le sue potenzialità. Quindi ciò vuol dire che lo stadio infantile (caratterizzato appunto dal gioco) è un periodo preparatorio nel corso del quale l’organismo completa se stesso (non può infatti solo contare sugli schemi di comportamento fissi che gli sono stati dettati a livello genetico), accumulando esperienza, per poter poi affrontare le sfide e i rischi della vita adulta e le situazioni imprevedibili che questa comporta.
  • Pertanto tutto questo significa che il gioco facilita l’apprendimento.
  • Soddisfa il bisogno esplorativo del bambino: infatti il gioco favorisce la scoperta di sé e del mondo, acquisendo nuove conoscenze e stimolando la curiosità e l’inventiva.
  • Permette al bambino di abbandonare per un attimo la realtà e rifugiarsi in un mondo immaginario nel quale esprimere e lasciare libere tutte le proprie emozioni, paure, problemi.
  • Permette al bambino di imparare il rispetto delle regole (e prende parte attiva alla loro costruzione).
  • Proprio attraverso le regole interne al gioco il bambino impara a rispettare l’altro, le sue opinioni, le sue esigenze, il senso della giustizia, l’equità, ecc. Nei giochi di competizione, il bambino impara a controllare le proprie emozioni e le proprie azioni, eliminando così tendenze aggressive, imparando a rispettare le esigenze di tutti i partecipanti. Perciò, in questo modo, il gioco permette di creare il futuro cittadino.

Barriere nel gioco per i bambini disabili

Spesso però il bambino disabile incontra una barriera quando si pone di fronte all’atto di giocare, dovuta al suo deficit o alla situazione di dolore e sofferenza nel quale è rinchiuso. L’attività ludica è un segno fondamentale di salute mentale: una carenza di attività ludica denuncia di solito gravi compromissioni a livello psicocognitivo. Ad esempio, può avere difficoltà nel manipolare e usare certi giochi, può compiere azioni ripetitive e quindi inappropriate rispetto al gioco, oppure nel caso di gravi ritardi intellettivi e linguistici può non riuscire a effettuare il gioco simbolico.

Se però l’adulto adatta i giochi e i giocattoli al bambino disabile, anche lui può soddisfare il suo bisogno di divertimento. Sta quindi all’adulto porre attenzione ad alcune cose nel proporre giochi al bambino disabile: trovare modalità di comunicazione plurime, scegliere il materiale che deve sempre rispecchiare gli interessi del bambino, o anche scegliere la postura del bambino durante il gioco che deve essere il più possibile comoda e stabile, in modo da favorire la sua attenzione e coinvolgimento. Trovare soluzioni originali per facilitare o ridurre le attività anche attraverso l’uso di oggetti per compensare una menomazione o qualsiasi altro tipo di disabilità. Inoltre, deve predisporre il gioco in modo che il bambino sia il più possibile libero di agire, limitando quindi al minimo il suo intervento correttivo nell’uso di un giocattolo o nell’andamento di un gioco, valorizzando il gioco in quanto tale e fonte di divertimento per il bambino e non per i risultati che ottiene.

Concetti di integrazione e inclusione

Di solito integrare e includere, anche se concetti simili, danno luogo a una sorta di antinomia, che va a creare un equivoco che andrebbe rimosso. Integrare viene considerato come far sì che sia la persona disabile ad adattarsi all’ambiente che viene ritenuto normale, includere invece fa riferimento a un ambiente in grado di rimuovere continuamente gli ostacoli che limitino la partecipazione a questo della persona disabile.

Opinioni sul gioco da parte di studiosi

Molti studiosi nel corso del tempo hanno visto il gioco come mezzo usato dal bambino nell’infanzia per il proprio sviluppo, ma hanno individuato anche la funzione che questo svolge nell’età adulta. Lo stesso Piaget attribuisce al gioco oltre la funzione di sviluppo organico di mente e corpo e di sviluppo del pensiero anche quella sociale relativa all’incontro con l’altro e all’assimilazione delle regole del contesto in cui si vive. La riflessione pedagogica negli ultimi tempi si è spostata poi sul ruolo che il gioco assume nel tempo dell’uomo. Il gioco infatti nell’età adulta essendo relegato solo nel tempo libero in un tempo che deve essere vacuo, va a perdere il suo valore formativo per diventare una pratica di massa, come solo un modo per occupare appunto il tempo libero.

Interpretazioni del gioco da parte di vari studiosi

Risulta difficile dare una definizione esauriente ed univoca di gioco, però ognuno di noi dentro di sé sa perfettamente cosa voglia dire giocare in quanto ne ha fatto esperienza concreta nella propria vita. Ogni studioso nel corso del tempo comunque ha cercato di darne una propria definizione, mettendo in risalto chi un aspetto chi l’altro:

  • Fink: per Fink il gioco è un modo per avere una temporanea liberazione dai pesi dell’esistenza ed è assoluta libertà di creazione.
  • Caillois: per questo studioso il gioco è un’attività: libera (ovvero nasce in modo spontaneo), separata (deve svolgersi in uno spazio e in un tempo prestabiliti anticipatamente), incerta (il suo svolgimento e il risultato non possono essere definiti in anticipo), regolata (le regole della realtà sono annullate e ne vengono stabilite altre al suo interno da parte dei partecipanti), fittizia (viene creata una realtà parallela a partire da una situazione reale i cui elementi vengono rimescolati e trasformati), improduttiva (non porta ricchezza perché alla fine del gioco i partecipanti ritornano alla situazione iniziale).
  • Huizinga: con la sua opera Homo Ludens, anche per questo studioso il gioco è prima di tutto un’attività libera (il gioco comandato infatti non è più gioco), esso inoltre anche non essendo vita vera possiede comunque una sua serietà (il bambino quando gioca è profondamente immerso in questa attività con concentrazione e impegno, è per lui quindi qualcosa di estremamente serio pur mantenendo coscienza della realtà). Per Huizinga inoltre l’attività ludica tende al bello (esso si situa nell’ambito della sfera estetica) perché come nella contemplazione estetica esso affascina e cattura l’individuo in modo disinteressato.
  • Approccio evoluzionistico e Bruner: gli studiosi che aderiscono alla prospettiva evoluzionistica vedono il gioco come una replica dell’evoluzione della specie umana, con le sue stesse tappe di sviluppo: quindi il bambino all’inizio svolge giochi semplici senso-motori come all’inizio ha fatto l’uomo primitivo sperimentando con il proprio corpo, poi passa a quelli più complessi simbolici come ha fatto l’uomo evolvendosi, ecc. Molti di loro attribuiscono al gioco un ruolo adattivo, in quanto il bambino nel gioco sperimenta azioni di prova che gli serviranno da adulto. Inoltre essi studiando i primati hanno ipotizzato che sia stata proprio l’attività ludica (dei piccoli) a permettere l’evoluzione (es. per gioco un piccolo di una specie provava un’azione, che poi si rivelava utile per l’evoluzione della specie). Anche Bruner è d’accordo sul fatto che il gioco rappresenta un momento di prova per il bambino, un momento secondo lui nel quale il bambino può replicare comportamenti osservati creando nuove combinazioni comportamentali, grazie al fatto che è libero e non sotto la pressione di un adulto, e che permettono l’adattamento e la sopravvivenza della specie. Secondo Bruner poi ciò che fa sì che il bambino apprenda con il gioco, è il fatto che esso ha bisogno di sentirsi competente e responsabile nei confronti dell’ambiente esterno (motivazione intrinseca) e di conseguenza per ottenere ciò s’impegna e si concentra in quella attività di gioco che gli procura gratificazione e piacere.
  • Freud: per Freud attraverso il gioco il bambino può scaricare tutte tensioni derivanti da esperienze traumatiche vissute (invece di essere rimosse). Attraverso la ripetizione nel gioco, il bambino ripete anche l’esperienza negativa vissuta, sviluppando in questo modo il senso della realtà, creando un rapporto positivo con l’ambiente circostante. Il gioco quindi per Freud ha una funzione fondamentale per la salute psicofisica del bambino.
  • Winnicott: vede il gioco come lo strumento con il quale il bambino riesce a superare i sentimenti d’ansia che derivano dalla separazione graduale dalla figura materna e ad avere una certa fiducia in una realtà positiva che lo protegge.
  • Melanie Klein: vede il gioco come il mezzo con il quale il bambino esprime le sue fantasie e le sue angosce, che l’adulto esprime invece con le parole. Pertanto, attraverso il gioco, l’adulto può accedere all’inconscio del bambino e esplorarlo.
  • Piaget: per Piaget il gioco (oltre che permettere lo sviluppo delle abilità motorie) ha una funzione centrale nello sviluppo dell’intelligenza del bambino (in quanto permette di organizzare la realtà esterna secondo il significato che il bambino gli dà e di assimilarla). Egli lo ha distinto in varie fasi che corrispondono alle fasi dello sviluppo intellettivo (cognitivo).
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maxedeb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Chiappetta Cajola Lucia.
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