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Dentro e fuori il margine: la diversità culturale nel cinema francese contemporaneo

Valentina Domenici

In questo libro sono riportate le interpretazioni critiche di otto film che possono essere considerati esemplari di quello che il cinema francese propone riguardo al tema della diversità culturale, dell’alterità e dell’identità oggi così attuale, in quanto indizi di quei processi culturali e sociali in atto oggi. Alcuni di questi film nell’analizzare le diverse possibilità di rappresentazione dell’altro si sono serviti di tecniche e procedimenti tradizionali, altri invece sono andati in direzione opposta. In sintesi comunque ciò che si propone il libro è quello di indagare sulle possibilità e sui limiti dell’alterità culturale.

Capitolo 1 – Traumi (mai) passati: la frattura coloniale e nuove tendenze del cinema francese contemporaneo

Possiamo notare che nel primo capitolo viene fatto un sunto di quello che è stato il trauma coloniale e dell’effetto che ha avuto sull’immaginario collettivo della società francese e una panoramica del cinema francese degli ultimi dieci-quindici anni. Come ci dice il critico Serceau, il cinema francese contemporaneo si fonda essenzialmente su un intenso e collettivo senso di colpa del popolo francese per il trauma della guerra d’Algeria (un passato coloniale archiviato ufficialmente solo nel 1962). Oggi la Francia si trova a vivere come molti altri paesi europei una condizione sociale difficile in quanto gran parte degli immigrati recenti provengono da quelle che sono le sue ex-colonie e in particolare dalle zone dell’Africa del nord e quindi sono frequenti gli scontri sociali (soprattutto ai margini delle grandi città) e la Francia si trova a vivere un malessere diffuso. Ci si trova dunque di fronte a quella che è stata definita la “frattura coloniale” francese ovvero una frattura rimasta in parte irrisolta.

È però importante rendere chiaro il fatto che coloro che vengono chiamati dall’opinione pubblica immigrati in realtà sono persone che appartengono a famiglie immigrate in un passato più o meno recente ma sono effettivamente nati e vissuti in Francia, di conseguenza si tratta di immigrati di seconda o terza generazione.

La situazione è complicata anche dal fatto che la Francia si fonda su un modello repubblicano che tende a proporre l’assimilazione piuttosto che la differenziazione ovvero l’idea che l’immigrato debba abbandonare la propria cultura d’origine per riconoscersi nei valori francesi oltre che nei suoi diritti e doveri (se sulla carta la Francia ha garantito agli immigrati pari diritti e opportunità dei francesi “di sangue” nella pratica l’applicazione di questo modello non è avvenuta – il modello a cui fa riferimento è piuttosto quindi quello del centralismo culturale).

Accanto a ciò c’è il fatto che oggi entra in scena un nuovo tipo di razzismo che non è più quello di stampo classico il quale si basava sul concetto di razza e di superiorità biologica ma il cosiddetto “razzismo differenzialista” il quale si basa sull’idea di una cultura dominante alla quale devono assoggettarsi tutte le altre. Ma non si tratta più di un razzismo esplicito ma di un razzismo che è calato perfettamente nella vita quotidiana di ognuno. Un razzismo che pone in particolare l’Oriente in una posizione di inferiorità rispetto all’Occidente dato da una questione storicamente di dominio e di potere.

In questa delicata situazione le istituzioni così come i media hanno un forte impatto sull’immaginario collettivo, tendono a trasmettere valori e idee dalle quali le persone difficilmente riescono a discostarsi. Secondo Chambers poi i media operano sempre a livello più o meno esplicito una sorta di occultamento e rimozione della condizione postcoloniale dalla quale tutti oggi partiamo e questa risulta tanto più difficile da individuare quanto più il razzismo si fa differenzialista, tanto che oggi si può parlare di “razzismo istituzionale” termine usato per spiegare certi meccanismi apparentemente ciechi e senza attori.

In ultima analisi comunque si è visto (la maggior parte dei critici e degli studiosi sono d’accordo nell’affermare questo) che nel cinema francese degli anni ’90 è evidente una doppia tendenza: da una parte un cinema più commerciale realizzato con budget abbastanza alti e dall’altra un cinema invece anti-spettacolare, volutamente diverso legato spesso a piccole o medie produzioni al quale sono state attribuite varie definizioni tra cui quelle di cinema del Nuovo realismo interiore, del Neo-Umanesimo o della Critique sociale poétique.

Quest’ultimo secondo l’ottica di Pedral avrebbe dei caratteri del cinema di Michelangelo Antonioni legati alla messa in scena di una difficoltà di comunicazione reale fra gli individui, in cui vi è un allontanamento dalla narrazione per lasciare spazio ai silenzi, alle pause, al non detto, al tacito flusso di coscienza di personaggi che si trovano al margine, erranti, con un disagio interiore profondo, alla ricerca di un posto e di un ruolo nel mondo portatori di una frattura che risale per lo più alle proprie origini. Dunque un mettere in scena problemi identitari, crisi familiari, difficoltà di integrazione.

Inoltre è importante ricordare che a partire dalla metà degli anni ’90 fa ingresso sulla scena un filone di film cosiddetti “banlieue” ambientati nelle periferie delle grandi città (un’immagine della periferia-ghetto intesa come luogo di esclusione) in cui il disagio sociale è presentato in maniera piuttosto violenta (riprendendo problematiche sociali già presentate nel cinema “beur”). Ciò che comunque risulta evidente nei film di questi anni è la scelta di sovvertire un po’ le regole narrative. Tra i più importanti fautori di questo approccio troviamo: Dominique Cabréra, Bruno Dumont, Erick Zonca, Laetitia Masson e soprattutto due registe quali Agnès Varda e Claire Denis i quali propongono film nei quali viene lasciato ampio spazio alle interpretazioni e alle riflessioni personali e dove i personaggi non possono essere suddivisi categoricamente in buoni o cattivi, vittime o oppressori.

Una tendenza minore del cinema francese è poi emersa recentemente (a partire dai primi anni del Duemila) e si è manifestata attraverso un forte desiderio di utopia ed evasione, di un vero e proprio rifiuto del reale, una fuga.

Capitolo 2 – Lo sguardo inquieto. Gli adolescenti e il gap culturale in Petits frères (1999), l'Esquive (2004), Entre les murs (2008)

Pier Paolo Pasolini nelle sue Lettere Luterane parlava di un insegnamento particolare impartito dalle “cose”. Egli sosteneva che ancor prima della famiglia e della scuola ciò che impartisce una formazione all’individuo è l’ambiente in cui egli vive, le situazioni e le cose che lo circondano che sono in grado di parlare e comunicare. Tali oggetti infatti sono dei fenomeni naturali della propria “condizione sociale” ed hanno una funzione fortemente pedagogica e istruttiva. Il loro tipo d’insegnamento poi è autoritario e repressivo perché ci ricorda continuamente chi siamo, da dove veniamo e in che contesto viviamo e non possiamo dunque fuggire. L’insegnamento dunque poi della famiglia e della scuola tende a sovrapporsi a questa prima forma d’insegnamento e solo l’educazione impartita dai propri compagni riesce secondo Pasolini ad essere simile a quella impartita dall’ambiente.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

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